naturale nelle loro relazioni. Ciò che aveva sconvolto la mente di
Cipriano era il pensiero fisso che l'Arconti gli avesse rapito il cuor
di Maria, e Maria sapeva e l'Arconti indovinava che questo pensiero
non era falso del tutto. Ella era ormai convinta di amar Roberto e
Roberto era convinto di essere amato, ma ella non avrebbe osato
confessare il suo amore, ed egli non sentiva ancora di poter
ricambiarlo. L'imagine di Lucilla non gli usciva dall'anima;
riconosceva ch'ella era indegna di lui, era forse vicino a non amarla
più, ma diceva a sè stesso: Se non amerò lei, non amerò più
nessuna.--Proponimenti che si fanno.... e non si mantengono.
Sia quel ch'esser si voglia, questa situazione era penosa per tutt'e
due, ed era intollerabile in particolar modo a Roberto, che ne
comprendeva meglio i pericoli. Che la lettera di Cipriano avesse
pronosticato il vero? Che realmente egli fosse destinato a far la
rovina d'un'altra persona, e proprio di quella che meritava su tutte
di esser felice, e pel cui bene egli avrebbe con entusiasmo sparso il
suo sangue? Era dunque una fatalità che pesava su lui? Dover nuocere
quando voleva giovare; trovar l'indifferenza dove cercava l'amore;
trovar l'amore dove si sarebbe contentato dell'amicizia? Adesso
invece, dell'amicizia gli eran negati, se non i sentimenti, i
conforti, perchè come discorrere a Maria di ciò che più gli stava a
cuore? Come dire a lei (che lo amava) ch'egli non sapeva decidersi a
non amare un'altra? Come svelare i disinganni che per colpa
-dell'altra- aveva provato? Come chiederle consiglio prima di tagliar
l'ultimo filo che lo univa all'affezione di tutta la sua giovinezza?
Mentre s'agitava in questi contrasti, gli capitò molto opportuna una
lettera di M.^r Black, il quale lo sollecitava a decidersi circa alla
proposizione che gli aveva fatta poco più d'un mese addietro a
Valduria. Le trattative per l'acquisto della miniera di Rignano erano
tanto avanzate da potersi dire conchiuse, semprechè egli accettasse il
posto di direttore. Un buon direttore era indispensabile, e nessuno
poteva esser migliore di lui. Nè si pretendeva più di tener segreto
l'affare. Oltre che all'Arconti, M.^r Black scriveva anche a Odoardo
Selmi, pregandolo d'interporsi presso l'amico affinchè troncasse
gl'indugi e desse senz'altro una risposta favorevole. Per la miniera
di Valduria, si diceva, non c'era ormai bisogno d'un secondo ingegnere
della levatura dell'Arconti; le cose erano bene avviate, e bastava un
buon impiegato che assistesse il Selmi negli uffici amministrativi.
Invece a Rignano c'era da rifar tutto di pianta, e ci voleva
precisamente un uomo ricco d'idee e di iniziativa. Del resto, la
Direzione di Londra non intendeva di togliere all'Arconti ogni
ingerenza nell'andamento della miniera di Valduria; essa desiderava
anzi ch'egli vi facesse un paio d'ispezioni all'anno e che lo si
consultasse in ogni difficoltà. A Roberto in particolare M.^r Black
dimostrava poi una maraviglia alquanto stizzosa che gli occorressero
sì lunghe meditazioni per afferrar la fortuna. Non ostante tutti i
suoi meriti, si vedeva che egli non era inglese. Non sapeva se sua
madre gli avesse messo degli scrupoli in testa: a ogni modo, egli
soggiungeva, per degne di rispetto che siano le opinioni e i desideri
di sua madre, un uomo non può sagrificare ad essi tutta la propria
carriera.
M.^r Black faceva un inutile spreco di eloquenza. Egli predicava ad un
convertito. La miniera di Rignano s'affacciava ora a Roberto come una
tavola di salvamento che non gli era lecito di respinger da sè. Un
-sì- detto a M.^r Black gli precludeva la strada a ogni debolezza
verso Lucilla e lo allontanava da Valduria, ove la sua presenza non
riusciva che a insidiar la pace della buona Maria. E poi egli avrebbe
avuto nuovi ostacoli da vincere, nuovi rischi da affrontare, e solo in
una attività raddoppiata egli poteva sperare di dimenticar le sue
pene. Pareva un destino che la sua esistenza dovesse essere una
perpetua battaglia. Nè se ne rammaricava; s'era avvezzo a non sentir
la pienezza della gioventù e della vita che nell'ansie affannose della
lotta.
Tuttavia non si sarebbe risolto ad accettar l'ufficio onorifico che
gli era offerto se avesse creduto, accettandolo, di recar dispiacere a
Odoardo Selmi, alla cui schietta amicizia, alla cui fraterna
ospitalità andava debitore di tanto. Ma il Selmi, spensierato,
indolente, mediocre d'intelligenza, aveva un cuor d'oro, ed era
incapace di considerazioni piccine. Trovava la cosa più naturale del
mondo che il suo amico, del quale riconosceva la superiorità, salisse
più in alto di lui, e com'era stato il primo a metterlo in vista, così
era il primo ad applaudire ai suoi lieti successi. Egli accolse quindi
con vera letizia l'annunzio datogli da M.^r Black ed eccitò
calorosamente Roberto a far pervenir subito a Londra la sua adesione.
--Non sei fatto per una posizione subalterna--diceva l'ottimo Selmi--e
nemmeno per dividere il comando con altri. Tu devi essere il padrone
assoluto. Se ci lasci, abbiamo il conforto che non vai che a pochi
chilometri di qui. Inoltre, non ci abbandoni del tutto; sei il nostro
ispettore, e sarai il nostro consulente nei casi dubbi.... Non l'avevo
predetto che saresti in breve tempo direttore d'una miniera?
E Maria? Maria soffriva assai, ma faceva del suo meglio per non
mostrarlo e per rassegnarsi. Non poteva succedere altrimenti; non era
lecito supporre che l'ingegnere Arconti rimanesse sempre a Valduria. E
sarebbe forse stato desiderabile che vi rimanesse? Già le confidenze
d'un tempo non erano più possibili; Roberto aveva indovinato almeno
una parte del vero, e ciò li costringeva tutti e due a un inusato
riserbo. Ebbene, meglio così; meglio ch'egli se ne andasse via. Ella
sarebbe tornata quella ch'era prima di conoscerlo; avrebbe fatto la
pace, vivendo soltanto per suo fratello, soccorrendo i malati, amando
e facendosi amare dai bambini della valle. Era decisa più che mai a
restar zitella, a non pensare mai, mai ad un altr'uomo. Alzar gli
occhi fino a -lui- era stata una pazzia; lo sapeva e non aveva diritto
di lagnarsi di nessuno. Di quando in quando lo avrebbe rivisto, e
quest'idea la consolava. Forse anch'egli avrebbe sentito qualche volta
il desiderio della sua compagnia. Era vissuto fino allora come in
famiglia; invece a Rignano si sarebbe trovato solo.... Solo? E
Lucilla? No, Lucilla non sarebbe venuta. Maria n'era sicura. E su
questa sicurezza ricostruiva timidamente, involontariamente, il suo
bel castello di carte. Ma era così debole, così fragile da non durar
che un istante.
Eccitato da tutte le parti a far una cosa di cui era già persuaso,
l'ingegnere Arconti non esitò più. E in pochi giorni gli venne da
Londra la notizia che la miniera di Rignano era stata comperata dalla
-Sulphur Society-, e ch'egli n'era nominato ingegnere capo per cinque
anni con uno stipendio di diecimila lire, aumentabili fino a
dodicimila se i risultati del primo biennio fossero favorevoli. La
consegna doveva succedere entro il mese con l'intervento di due
rappresentanti delle due Società contraenti. Era in facoltà
dell'ingegnere Arconti di tenere il personale esistente, o di
cambiarlo. In quanto al vecchio direttore, il signor Max Rundberg, non
c'era nessun provvedimento da prendere perchè egli si era inteso coi
primi proprietari e si ritirava in Baviera. Per tutti i nuovi lavori
da farsi, per tutte le riforme da introdursi, l'ingegnere Arconti
avrebbe a suo tempo presentato delle proposte concrete alla Direzione
Centrale.
L'annunzio della vendita fu accolto con gran favore dagli operai di
Rignano, i quali erano convinti da un pezzo che le cose non potevano
andare innanzi a quel modo, e che la miniera doveva passare in altre
mani, o essere abbandonata. L'ingegnere Arconti vi avrebbe certo
infuso una nuova vita come l'aveva infusa a Valduria, e la -Sulphur
Society- come mostrava di saper scegliere i suoi uomini, così aveva
mostrato di non lesinare all'occasione i suoi capitali, onde c'era da
aspettare in breve la resurrezione di Rignano, già la prima delle
zolfatare di quella provincia.
Roberto aveva bruciato i suoi vascelli. Per cinque anni almeno egli
non poteva pensare più a tornare in patria o a stabilirsi in altra
città. Nè s'illudeva sulle conseguenze di questa risoluzione. Lucilla
non sarebbe venuta ad abitare con lui. Lucilla non l'avrebbe
aspettato. L'amore ch'ella gli portava non era nè forte abbastanza da
farle tollerare il soggiorno d'una miniera, nè abbastanza tenace da
resistere alla prova del tempo.
Ma mentr'egli stava per comunicare a sua madre la gran novità, gli
giunse da lei un dispaccio che lo fece strabiliare. Ella aveva bisogno
urgente di vederlo e di parlargli; veniva quindi in persona, non a
Valduria, ma alla città più vicina sulla linea ferroviaria. Sarebbe
arrivata con la tal corsa per fermarsi poche ore. Fosse ad aspettarla
alla stazione.
Che mai poteva aver indotto una donna così sedentaria e amante dei
propri comodi ad alzarsi all'alba e intraprendere questo viaggio
precipitoso? Roberto non sapeva proprio che cosa pensare. Che la
signora Federica avesse fatto dei debiti? Ma perchè non gliene avrebbe
discorso quando s'erano veduti poche settimane prima? E, a ogni modo,
perchè non gliene avrebbe scritto? Possibile ch'ella avesse gli
uscieri alla porta di casa? O che si trattasse invece del matrimonio?
Pieno di curiosità e d'inquietudine l'ingegnere Arconti si recò alla
stazione di... all'ora indicata. Maria s'era offerta di accompagnarlo
pel caso che la signora Federica potesse aver bisogno de' suoi
servigi, ma Roberto non aveva voluto esporre la buona giovinetta ai
superbi disdegni di sua madre. Ed ella non aveva insistito; s'era
contentata di mettere a disposizione della signora Arconti la propria
camera, se mai ella si fosse risolta a passar qualche giorno a
Valduria.
--Mamma, come mai qui?--domandò Roberto con ansietà, aprendo lo
sportello d'una carrozza di prima classe, e aiutando la signora
Federica a scendere.
--Un momento--ella rispose con solennità, ravviando le pieghe del suo
elegante vestito da viaggio e asciugando il sudore con un fazzoletto
di batista profumato di muschio.--Capisci che, se son venuta sin qui
col caldo che fa, avrò avuto le mie buone ragioni.
--Sicuro. E son queste ragioni che desidero di sapere.... Ci sono
disgrazie? Lucilla?
--Lucilla è un fiore.
Roberto respirò.--Vuoi venire a Valduria? C'è una discreta camera per
te.
--A Valduria?--esclamò inorridita la signora Federica.--Dio me ne
guardi... Qui ci sarà un albergo, m'immagino...
--Diamine. Adesso ci andremo.
E fece salir sua madre in una vettura.
--Bella carrozza, non faccio per dire.... Non c'è di meglio in questi
disgraziati paesi?... Figuriamoci poi Valduria.
--Bisogna adattarsi--soggiunse Roberto sorridendo.--E dunque... queste
ragioni?
--Son venuta apposta per dirtele, ma lasciami pigliar fiato...
Tentennò la testa in aria patetica e continuò:--In che arnese sei!
Pensare che il mio figliuolo potrebbe essere uno dei -lions- di
Milano!... Sarà un'idea mia, ma giurerei che tu puzzi di zolfo.
--Possibile. Però credi pure che non faccio economia d'acqua.
La signora Federica tirò fuori da un -nécessaire- di bulgaro una
boccetta d'acqua di Colonia e l'avvicinò al naso.
L'aspetto del principale albergo del paese produsse nella signora
Arconti un effetto analogo a quello prodottole dalla vettura.
--È il migliore?--ella chiese a suo figlio, facendo una smorfia come
il fanciullo che deve prendere una medicina.
--Appunto.
Ella trasse un profondo sospiro, ed entrò, inchinata con grande
ossequio dal padrone dell'albergo, che non era avvezzo a ricevere
viaggiatori così eleganti. Anche il cuoco, in giacchetta e berretto
bianco, si affacciò alla soglia della cucina per veder passare la
maestosissima forestiera; poi tornò a' suoi fornelli pensando ch'era
venuto il momento di farsi valere.
La signora Federica girò tutte le stanze dell'albergo senza trovarne
una che le convenisse; finalmente dovette accomodarsi alla meno
peggio.
--In mezz'ora sono con te--ella disse al figlio.--Ordina intanto il
desinare.
Si chiuse nella camera, ma siccome le mancava ora questa cosa, ora
quella, suonò il campanello almeno una dozzina di volte e mise in
iscompiglio tutta la servitù. Non ci sono rose senza spine, e il
padrone del -Grand Hôtel Royal- di.... scontò con qualche piccola noja
l'insigne onore di alloggiare la signora Arconti.
Ella non comparve nella -salle à manger- che dopo un'ora e più di
-toilette-. Roberto, sui carboni accesi, l'aspettava seduto a tavola,
sbocconcellando il pane per ingannar il tempo. Il desinare aveva
sofferto dell'indugio ed era freddo; la signora Federica lo trovò
pessimo, come pure trovò -shocking- l'ambiente, indecorose le
stoviglie, sudicia la biancheria, orribili le posate. E pensare che
tutto doveva esser peggio a Valduria! La signora Federica, dopo aver
fatto le sue critiche in lingua francese per darsi più tono e per non
esser capita dai camerieri, concluse con un'osservazione
filosofica:--Gli uomini sono come le bestie; finiscono a vivere in
mezzo alla sporcizia senza accorgersene.
Roberto la lasciò sfogarsi, ma quando gli parve ch'ella avesse vuotato
il sacco delle sue querimonie,--Mamma--le disse giungendo le mani in
atto supplichevole--toglimi di pena; spiegati...
--Il motivo del mio viaggio?... Eccomi qua...
Basta che tu non m'interrompa.... Hai sempre quel brutto vizio...
--Non t'interromperò... Parla.
--Devi dunque sapere... Ma fa prima portare un lume, perchè è quasi
notte.
XXVI.
--Devi dunque sapere--ripigliò la signora Federica dopo che il
cameriere ebbe posato sulla tavola un lume a petrolio--che da un paio
di settimane il marchesino Moschi stringe un po' i panni addosso a
Lucilla.
Roberto si lasciò scappare un--Imbecille!--che veniva dal cuore.
--No--soggiunse la signora Federica con gravità--il marchesino Moschi
non è un imbecille. È un giovine per bene, pieno di riguardi anche per
me, quantunque non possa ignorare ch'io invigilo tutti i suoi passi e
combatto le sue mire.... Ma questo non importa.... Il fatto sì è che,
dopo la sera dei quadri viventi, il marchesino s'è messo a frequentar
la casa Dal Bono molto più assiduamente di prima e, a quel che mi
consta, è entrato abbastanza nelle grazie di quell'orso che è il
signor Benedetto.
--E di quella colomba ch'è Lucilla--osservò Roberto con ironia.
--Tu sai--continuò la signora Federica--se quella cara ragazza abbia
confidenza in me. Si può dire anzi che se la intende più con me che
con sua madre. Anche questa volta mi ha parlato col cuore in mano. Il
marchesino Moschi, ella mi disse, è un buon giovine, è un bravo
giovine, è nobile e ben veduto in società, è insomma un eccellente
partito; ma io non ho alcun entusiasmo per lui, e preferirei sempre
Roberto, malgrado della sua stravaganza... (Scusa, ha detto proprio
così). C'è però da considerare una cosa, continuò Lucilla (pare
impossibile come quella ragazza abbia le idee nette), c'è da
considerare che Moschi fa proprio sul serio, e ha già lasciato
intendere che verrebbe ad abitare in casa, e per la dote si
accomoderebbe alle disposizioni del babbo... Roberto invece ha le sue
idee matte, ha la sua superbia, non si degna, e sì che quando si degna
un marchese... A questo punto puoi credere che m'è salita un po' la
mosca al naso, e ho detto che gli Arconti non la cedono a nessuno, che
se non hanno titoli, è perchè non hanno voluto rovistare negli
archivi....
--Questo hai detto?
--Già, ho detto questo. E non ho parlato a caso, perchè un professore
che pratica dai Dal Bono mi assicurò un giorno che c'erano degli
Arconti ai tempi degli Sforza, e ch'erano una gran famiglia...
Mariano, senz'alcun dubbio, discendeva da quelli....
--Tira via.
--Tu pur troppo non capisci più nulla delle cose del mondo.
--Sarà, ma veniamo alla conclusione.
--La conclusione è questa. Lucilla mi dichiarò che non può essere la
serva umilissima de' tuoi capricci, nè può restar zitella
indefinitamente, e che quindi sposerà il marchesino Moschi se tu non
ti decidi ad agire da uomo ragionevole...
--Cioè a lasciar questi luoghi e a supplicare il signor Benedetto Dal
Bono che mi dia un posticino in casa sua, e mi faccia l'onore di
prendermi per genero e per commesso.
--L'onore lo fai tu a lui.....
--Va benissimo--disse Roberto con calma forzata.--E tu cos'hai
risposto?
--Ho pensato che non era più tempo da ciarle ma da fatti. Ho detto a
me stessa. Per vincere la cocciutaggine di mio figlio non c'è che un
modo, andar in persona a parlargli.
--Povera mamma!
--Fu una decisione presa lì per lì, in ventiquattr'ore.... Non avevo
nemmeno una -toilette- da viaggio. Figurati, non m'ero più mossa da
Milano dopo la morte del mio povero marito.... Ma la Chaillon ha fatto
miracoli.... Dalla mattina alla sera mi ha approntato questo vestito,
ch'è un -bijou-.... È inutile, le altre sarte non hanno quel -chic-
che ha lei... Basta; questa mattina mi son levata all'alba, ti ho
spedito un telegramma, e mi son messa in viaggio.... Guai se noi altre
mamme non si sapesse, nei casi estremi, prendere di queste risoluzioni
disperate.
--Povera mamma!--ripetè Roberto commosso all'idea di dover togliere
l'ultime illusioni a lei, che credeva in buona fede di avergli reso un
servigio inestimabile.
--Adesso tocca a te a parlare--disse la signora Federica.--Vuoi che
usciamo all'aperto?... Questa sala mi fa oppressione di respiro.
--Usciremo or ora--osservò l'ingegnere.--Se non ti dispiace, la mia
risposta la darei a Lucilla con due righe in iscritto....
--Come? Io non saprò nulla?
--Mi son spiegato male..... Le due righe le scriverò qui sotto i tuoi
occhi e le consegnerò a te.
--Ma...
--Credi, mamma, è meglio così.
Roberto scosse il campanello, e ordinò al cameriere qualche foglietto
di carta da lettere e qualche sopraccoperta.
Quand'ebbe l'occorrente, egli scrisse l'intestazione: «Cara Lucilla.»
La mano gli tremava; si alzò, e fece un pajo di giri per la sala,
sperando di calmare un poco l'agitazione de' suoi nervi.
La signora Federica aveva un vago presentimento che le cose non
sarebbero andate a seconda de' suoi desideri. Pure la sua insanabile
leggerezza le fece fare un'osservazione stupida:--Dev'essere
impossibile scrivere su quella carta.
--Il marchesino Moschi ne avrà certo di migliore--rispose Roberto,
rimettendosi a sedere. La signora Federica avrebbe voluto soggiungere
qualche cosa, ma suo figlio la supplicò di lasciarlo tranquillo mentre
scriveva. E scrisse infatti poche righe, interrompendosi ogni momento,
come se avesse bisogno di riprender lena.
Alla fine porse in silenzio il foglio a sua madre. La signora Federica
lesse:
«Cara Lucilla. L'offerta ch'io t'avevo fatta era una prova di amore e
di rispetto, perchè alla donna rispettata ed amata l'uomo non può
offrir nulla di più onorevole che di divider con lui la posizione
ch'egli ha saputo conquistarsi col suo lavoro. L'offerta che tu mi
rinnovi col mezzo di mia madre mi avvilisce e mi umilia. Pur troppo
noi intendiamo in modo diverso i sentimenti e i doveri su cui si fonda
un'unione destinata a durar tutta la vita. Cresciuti insieme sin dalla
prima età, nutriti nella speranza di non dividerci mai, noi ci
troviamo invece costretti a una separazione penosa. Addio, Lucilla.
Che tu possa esser felice. Io non sarò più tale sulla terra. Da quando
è morto mio padre, non ho sofferto mai come oggi. Addio, saluta i tuoi
genitori, e specialmente la buona signora Giulia.
«ROBERTO ARCONTI.»
La lettura di questa lettera strappò alla signora Federica una serie
di esclamazioni che esprimevano la sorpresa, lo sdegno, il dolore.
Giunta alla fine, non seppe più tenersi, e, rossa in viso dalla
collera, lacerò il foglio, protestando che non avrebbe certo
acconsentito a portare un simil messaggio.
Roberto, spiegando una sovrumana energia per non prorompere, raccolse
i frammenti della lettera e disse.--Quand'è così ricopierò il mio
scritto e mi servirò della posta.
Ma una tale tranquillità non riusciva che a irritare maggiormente la
signora Federica.
--È un'infamia--ella disse.--Tu non hai nè testa, nè cuore. Rovini il
tuo avvenire, pianti Lucilla, e getti nella miseria tua madre.
--Povera mamma! Tu fai i conti in una certa maniera.... Credi sul
serio che saremmo più ricchi di adesso il giorno in cui fossi in casa
Dal Bono a godermi i frutti della dote di Lucilla e il piccolo
stipendio che forse mi darebbe il signor Benedetto come suo agente?
--Oh il signor Benedetto non vive molti anni, e allora....
--Via, non facciamo questi calcoli vergognosi.... Sappi invece che,
quando mi capitò il tuo dispaccio, io stavo per iscriverti che ero
nominato direttore della miniera di Rignano a pochi chilometri da
Valduria, e che la mia posizione è mutata in modo da permettermi di
portare il tuo assegnamento mensile a cinquecento lire. Aggiungi a
questo il frutto della tua dote, e l'altre piccole entrate che ti
rimangono.... È la miseria?
In altri tempi questa notizia avrebbe prodotto un gran piacere alla
signora Federica, ma infatuata com'era nell'idea del matrimonio, ella
si strinse nelle spalle e disse:--L'interesse? Mi curo forse
dell'interesse? È il decoro che mi preme.... Un Arconti minatore,
mentre potrebbe essere accolto a braccia aperte nella miglior società
di Milano come marito d'una ricca ereditiera.... Oh, questo colpo non
me l'aspettavo....
--Eppure, cara mamma, ho parlato sempre ad un modo.
--Non lo nego, ma chi poteva immaginarsi un'ostinazione simile? Anche
Mariano era ostinato, ma non così, non così.... Già per me è
finita.... È come se non avessi più figlio.
--Vuoi venirci a stare con questo figliolo snaturato?
--Io in questi luoghi? Io ridurmi una contadina?
--È vero, qui tu staresti a disagio, e io non insisto. Ma sappi che le
braccia e la casa di tuo figlio ti son sempre aperte. Un giorno gli
darai forse ragione.
--Mai, mai--rispose la signora Federica. E soggiunse:--Adesso voglio
partire al più presto; anche questa notte, se c'è una corsa.
--Non puoi partire che domattina.... Avrai bisogno di riposo.... Va
nella tua camera.... Dormirò anch'io in questo albergo, e ti
accompagnerò domani alla stazione.... E, a proposito, hai tutto il
denaro occorrente pel viaggio?
La signora Federica guardò nella borsa e si accorse di non aver che
poche lire. Sulle prime ne fu maravigliata perchè le pareva d'esser
uscita di casa col portamonete ben fornito, ma poi si ricordò che alla
stazione di Milano aveva avuto la debolezza di comperare un
piccolissimo pappagallo offertole per quaranta lire, una miseria.
L'aveva consegnato alla cameriera perchè lo mettesse nel salottino;
sarebbe stata una compagnia; era così sola! Sperava poi che questo
pappagallo non farebbe la riuscita dell'altro che ella aveva avuto in
passato; questo era giovine, se lo sarebbe educato lei.
Roberto, malgrado della tristezza che l'opprimeva, non potè a meno di
sorridere.
--Ecco, i pappagalli non si possono proprio ritenere una spesa
necessaria.... Pazienza.... Domattina comprerò io il biglietto.... E
questo vestito da viaggio quanto ti costa?
--Non lo so, non ho fissato il prezzo.
--Quando ricevi il conto, mandalo a me.... T'avrò fatto un piccolo
regalo.
--Se speri di ammansarmi con queste moine, t'inganni--rispose la
signora Federica, che aveva però rimesso alquanto della sua baldanza
dopo la confessione dell'acquisto del pappagallo.
Fatto si è che la mattina seguente ella si alzò molto più calma. Non
che si fosse persuasa delle ragioni di suo figlio; tutt'altro.
Persisteva sempre a volerlo sposare con Lucilla, ma aveva una nuova
idea. Avrebbe parlato con un tale, persona molto influente in paese,
raccomandandogli di trovar subito a Milano un posto per Roberto che
gli rendesse quanto la direzione della miniera. Allora, per Bacco, non
ci sarebbero più obiezioni.
--Ce ne sarebbero due sole--osservò Roberto--la prima ch'io sono
impegnato con la -Sulphur Society- per cinque anni, la seconda che il
matrimonio tra Lucilla e me ormai è impossibile. Tu non vuoi portare a
Lucilla la mia lettera, e sia pure. Questa lettera la imposterò alla
stazione io medesimo.
--Sei un caparbio--disse la signora Federica, arrabbiandosi di
nuovo.--Ma io farò che Lucilla non dia retta a quello che tu scrivi,
io ti salverò tuo malgrado.
--Povera mamma!--esclamò Roberto, ripetendo ancora una volta una frase
che gli era venuta sulle labbra così spesso nello spazio di poche ore.
Prima di salire in vagone, la signora Federica sussurrò all'orecchio
di suo figlio:
--E le cinquecento lire cominci a spedirmele il mese venturo?
--Sì, mamma. Bada però di non comperare altri pappagalli.
Il treno si mosse portando seco la signora Arconti, che non poteva
certo lodarsi dell'esito del suo viaggio, ma si consolava nella
fiducia di esser presa per una gran dama da due inglesi i quali si
trovavano nello stesso scompartimento.
Roberto seguì con l'occhio il convoglio che si dileguava, poi s'avviò
tristamente in cerca d'una vettura che lo riconducesse a Valduria. Era
dunque finito tutto? Con la lettera scritta a Lucilla egli aveva
dunque messa la pietra sepolcrale sul suo passato? Addio sogni
lungamente accarezzati con la fantasia, addio speranze di chiuder la
vita accanto alla donna che, prima, gli aveva svegliato nel petto i
palpiti dell'amore! A voltarsi indietro col pensiero, Roberto vedeva
sempre Lucilla. La vedeva bambina, vispa, snella, ricciuta, dai labbri
di corallo e dai grand'occhi neri, ch'erano un incanto; poi fanciulla
capricciosetta e bellissima, più bella di quant'erano le fanciulle
della sua età, poi si ricordava d'un periodo assai breve, quattro o
cinque mesi forse, in cui quella bellezza s'era alquanto offuscata per
rifiorire dopo più splendida, più superba di prima. E si ricordava
d'aver protetto la bambina, d'aver diviso i giochi della fanciulla,
d'aver detto alla giovinetta tante dolci parole, d'averne tante
sentite da lei. Si credevan da un pezzo due promessi sposi; e si
prendevan le confidenze di due promessi sposi. Quante volte le loro
labbra s'eran toccate, quante volte il braccio di Roberto aveva cinto
la svelta e flessuosa persona di Lucilla! Ed egli le aveva aperto
tutto il suo cuore; l'aveva messa a parte di tutto ciò che c'era in
lui di più geloso e di più segreto.... e adesso, adesso ella era in
procinto di diventar moglie d'un altro, e quelle confidenze, ch'egli
aveva deposte nella sua anima come in un santuario, stavano per essere
profanate da un'intimità nuova. Quest'idea era intollerabile a
Roberto, e lo faceva dubitare di ciò che poc'anzi gli appariva limpido
e chiaro come la luce del sole. Perchè aveva gettato Lucilla nelle
braccia del marchesino Moschi? Perchè le aveva scritto una lettera
secca, recisa, che toglieva l'adito a ogni riconciliazione? Perchè non
aveva studiato un mezzo termine? E infine, a Milano, perchè non s'era
almeno preso il gusto di dare una sciabolata al temerario che aveva
osato insidiare il suo bene? Santo Iddio! Queste domande non se le era
già fatte un milione di volte? Non vi aveva risposto in modo
soddisfacente? Non aveva acquistato la convinzione d'aver seguito
l'unica via che un uomo d'onore potesse seguire? E come mai ricadeva
ora nelle antiche incertezze?
Egli arrivò così a Valduria col proponimento di scendere nelle
gallerie sotterranee appena si fosse cambiato vestito. Odoardo era in
giro per la miniera; Maria invece era in casa occupata a rimendare un
abito di suo fratello.
Come spesso le accadeva, ella era tranquilla d'aspetto, agitatissima
di spirito. La venuta della signora Arconti era parsa anche a lei un
fatto così singolare da non poter trovare la sua spiegazione che in
qualche avvenimento straordinario. Aveva perciò atteso con impazienza
febbrile il ritorno di Roberto; ora che egli era tornato, la paura
d'esser indiscreta l'ammutoliva. Pur si fece coraggio, e sentendolo
passare nell'andito gli disse:--Signor Roberto, non viene nemmeno a
salutarmi? Non ha bisogno di nulla?
--Venivo anche da me, sa--rispose l'ingegnere, sforzandosi di assumere
un fare scherzoso, ed entrò nella stanza con la mano tesa verso
Maria,--Venivo anche da me, e non perchè avessi bisogno di qualche
cosa.
Quand'ella lo vide, il doppio istinto della donna, e della donna che
ama, le rivelò subito che, se egli aveva il sorriso sul labbro, aveva
la morte nell'anima.--Dio mio--ella esclamò--soffre?
In viso alla giovinetta era dipinta una simpatia così vera, così viva,
così profonda che Roberto ne fu scosso in tutte le fibre. Il bisogno
di espansione, di confidenza, prevalse in lui ad ogni altro riguardo;
si abbandonò sopra una seggiola e disse:--Sì, soffro.
--Una disgrazia?
--Quando giunsi a Valduria--replicò Roberto--le raccontai il principio
d'una storia d'amore. Poi tacqui. Quella storia d'amore mi costava
tante pene!... Vuol saperne la fine?
Allora Roberto espose in tutti i loro particolari i fatti che già
conosciamo. Alla fine estrasse di tasca i frammenti della lettera a
Lucilla che sua madre aveva lacerato in un impeto di collera, e li
ricompose sotto gli occhi di Maria, dicendole:--legga e poi giudichi.
--Giudicare io?.... No, no--supplicò Maria turbata, commossa, frenando
a stento le lagrime. E intanto divorava con gli occhi le poche righe
contenute in quel foglio.
--Giudichi lei--ripetè Roberto--lei che ha il cuore così buono e il
criterio così giusto. Potevo subire le umiliazioni che mi si
offrivano? Potevo continuar ad amare una fanciulla che non voleva fare
per me nessun sacrificio e mi imponeva quello della mia dignità?
--Ma, signor Roberto, perchè vuol che pronunzi un giudizio? Sono
anch'io una povera donna.... direi uno sproposito....
--Ciò significa che non vuol condannare un'altra donna.... Condanna
piuttosto me....
--Ah no!--ella proruppe con un grido sublime d'impeto e di verità.
--Grazie, buona Maria, di questa parola--esclamò l'ingegnere
afferrandole la mano.
Ella era trasfigurata da una folla di sentimenti e d'impressioni che
non avrebbe saputo definire. Era immensamente felice, e arrossiva, si
vergognava pensando che ciò che l'aveva fatta felice era l'annunzio
d'una sventura che aveva colpito l'amico suo. Nella confusione in cui
si trovava non seppe dire altro che:--Coraggio! l'avvenire la
compenserà di quello che soffre oggi.... Merita tanto d'essere amato..
Capì d'aver detto troppo, e si fece del color della porpora.
Ma Roberto non raccolse quest'ultima frase. Lasciò la mano di Maria, e
tentennando tristamente la testa, disse a mezza voce:--Oh!
l'avvenire....
Poi si affacciò alla finestra, e stendendo il braccio verso un punto
lontano nella campagna riprese:--Si ricorda di quel pioppo laggiù,
colpito dal fulmine l'estate scorsa, poche settimane dopo il mio
arrivo? si regge ancora, vivo forse, ma senza foglie. La primavera non
ne ha fatto una sola sui suoi rami intristiti. Così sarà di me...
Anch'io fui colpito dal fulmine... M'hanno schiantato il cuore... A
lei, Maria, serberò gratitudine eterna.
La commozione gli troncò la voce; si passò rapidamente la mano sulla
fronte e uscì dalla stanza. Nè vide che gli occhi di Maria si erano
nuovamente riempiuti di lagrime. Era troppo occupato del suo dolore da
accorgersi del dolore altrui.
XXVII.
Da oltre quindici giorni la zolfatara di Rignano era stata consegnata
alla -Sulphur Society-. Il signor Max Rundberg era partito per Monaco,
sperando di trovarvi la buona birra e le floride -Kellnerinnen- che
avevano rallegrato la sua prima gioventù; e l'ingegnere Roberto
Arconti aveva assunto la direzione d'una miniera nella quale le cose
erano da anni e anni trasandate a un punto da non potersi credere. Si
lavorava appena in un pajo di gallerie, la fusione del minerale era
fatta coi metodi più antiquati, le pompe vecchie e logore adempivano
malissimo al loro ufficio, onde l'acqua invadeva ogni tanto il
sotterraneo, recando gravi danni e cagionando grandi pericoli. Il
signor Tranquilli, mugnajo e sindaco del paese, nel salutare il nuovo
ingegnere a nome dell'intera -cittadinanza-, gli aveva rivolto un
discorso assai involuto, concludendo col dire che la miniera di
Rignano, esercitata fin dai -tempi mitologici-, doveva, per merito
suo, tornar ad esser la prima di tutto l'-orbe terraqueo-.
Roberto non aveva mire così ambiziose, ma egli non era uomo da
mettersi a mezzo in un'impresa ed era anche in tali disposizioni
d'animo da non trovar pace che in un lavoro assiduo e febbrile. La sua
attività, sempre maravigliosa, pareva essersi raddoppiata; delle
ventiquattr'ore del giorno si può dire che non ne consacrasse cinque
al riposo. Aveva pel momento preso alloggio in un paio di stanze già
occupate dal suo predecessore, ma non ci stava che per dormire.... La
solitudine gli era intollerabile, e finchè la stagione glielo
permetteva amava meglio di attendere alla parte amministrativa del suo
ufficio sotto una tettoia fradicia e scompaginata che serviva come
luogo di deposito provvisorio del minerale e ove c'era un viavai di
gente. Aveva bisogno che nulla lo distraesse dalle cure della miniera;
ogni sosta, ogni interruzione era una breccia aperta ai tristi
pensieri che lo assediavano. Nè questi pensieri si riferivano soltanto
ai suoi disinganni amorosi; egli confrontava anche il vecchio col
nuovo soggiorno, e ridesiderava Valduria, ove nella casa del suo amico
Selmi aveva trovato una seconda famiglia. Rammentava con commozione le
sere passate nel salottino mentre Odoardo fumava la sua pipa e
sorseggiava il suo bicchiere, e Maria lavorava d'ago o studiava il
francese. Povera Maria! S'egli non fosse andato a Valduria con
l'immagine di Lucilla nel cuore, se non avesse poi per un anno
continuato a idoleggiar questa fanciulla ad onta delle prove più
patenti d'indifferenza, se oggi la grandezza medesima della sua
disillusione non lo avesse reso incapace di aprir l'anima ad un nuovo
affetto, Maria avrebbe potuto esser sua sposa e farlo felice. E
sarebbe stata felice anche ella, perchè lo amava, e per amor suo aveva
soffocata forse un'altra simpatia nascente, e aveva spinto alla
disperazione quello sciaguratissimo uomo di Cipriano. Povera Maria!
Gli era pur forza convenire che la mancanza di lei era un vuoto nella
sua vita. Gli pareva vederla, bella di quella bellezza che dà la bontà
accoppiata all'intelligenza, girar tranquillamente operosa nella casa
attendendo alle faccende domestiche, o accingersi semplice e modesta a
uno di que' suoi pellegrinaggi nella valle di cui ell'era l'angelo
tutelare e ove ella, senza saperlo, ingentiliva i modi e i costumi.
Che cos'era al paragone Lucilla, malgrado della sua splendida
avvenenza, e delle sue eleganze cittadine, e del suo cinguettare in
più lingue, e della sua cultura di frontispizi? Ah, Lucilla stava per
anteporgli un nobiluccio floscio e linfatico? Ed egli perchè non le
aveva risposto mostrandole che sapeva farsi amare da donne migliori di
lei? No; nè egli poteva così ad un tratto cambiar l'oggetto del suo
culto, nè Maria meritava l'offesa d'essere amata per far dispetto ad
un'altra. E poi egli le aveva detto il vero. Egli era simile al pioppo
di Valduria colpito dal fulmine: la sua esistenza era distrutta, il
suo cuore era morto.
E pareva realmente che ormai egli amasse ben poco la vita. Il suo
coraggio naturale era spinto fino all'audacia, fino alla temerità, e
destava maraviglia ne' più intrepidi fra i minatori. Pure a vederlo
uscire incolume dai maggiori pericoli, quella gente rozza andava via
via formandosi l'opinione che egli fosse invulnerabile. E qualche
fatto singolare aveva dato credito a quest'opinione. Un giorno, per
esempio, in cui una mina tardava molto a scoppiare, l'ingegnere
Arconti insieme a un pajo d'uomini s'avvicinò per vedere se la miccia
era spenta. Accortisi subito ch'essa ardeva ancora ed era quasi
consumata per intero, si ritirarono a precipizio, e riuscirono ad
imboccare in tempo una galleria laterale, tantochè, quando successe
l'esplosione, i rottami non vennero a colpirli. Non poterono però
evitare d'essere avviluppati dai vapori di zolfo e di prendersi ciò
che nelle miniere di Romagna chiamano una -fumata-. Ma mentre i due
che avevano seguito l'ingegnere furono a un pelo di rimanerne
asfissiati e non poterono lavorare per una settimana, egli se la cavò
con una leggera raucedine. In un'altra occasione una scala a piuoli
per la quale si discendeva in una delle gallerie più profonde s'era
rotta appena egli aveva messo il piede a terra. Un secondo prima lo
avrebbe travolto nel precipizio. Ora, quello che crea la riputazione
d'invulnerabilità non è già che i pericoli, anche affrontati, non si
presentino, ma che presentatisi, si scampino.
Finchè la zolfatara di Rignano era esercitata dalla vecchia Società
non la si poteva dire più malsicura dell'altre. Ma la sicurezza si era
acquistata a prezzo dell'inerzia abbandonando tutti i punti ove
sarebbe stato necessario un maggiore impiego di forza o una maggior
ricchezza d'espedienti. Adesso invece si trattava di rimettere in
opera anche quella parte della miniera ch'era trascurata da lungo
tempo e per la quale non s'eran voluti fare nemmeno i lavori
indispensabili per la conservazione dello -statu quo-. Così i rischi
presenti erano frutto della negligenza passata.
Il render praticabili le vecchie gallerie era una delle prime cose a
cui si doveva pensare, e non era certo nè la più facile nè la meno
costosa. Le armature di legname che le rivestivano, infracidite per
l'umidità e non racconciate mai, avevano ceduto in parecchi luoghi e
minacciavano di cedere dappertutto sotto il peso che sostenevano.
Bisognava rinnovarle di pianta, ma anche in ciò era necessaria una
grande circospezione, perchè, solo a porvi la mano, succedevano
parziali avvallamenti che potevano finire in un vero disastro.
L'ingegnere Arconti, molto più cauto pegli altri che per sè, dirigeva
i lavori con somma prudenza, nè permetteva agli operai di avanzarsi
oltre quei punti ch'erano già muniti di valide difese. Se c'erano
ricognizioni ardite da fare, preferiva farle egli stesso.
Una mattina, volendo vedere co' propri occhi lo stato d'una di queste
gallerie, nella quale erano appena principiate le riparazioni, egli
s'era spinto avanti da solo, ordinando a tre o quattro minatori, che
l'avevano seguito fino all'imboccatura, di fermarsi ad attenderlo. La
galleria era stretta e bassa per modo da non potervi star ritti; le
due file di travi che sostenevano le pareti, premute dai due lati,
mostravano una tendenza irresistibile a gettarsi l'una sull'altra e
già, invece di formar due linee parallele, formavano due linee
convergenti. Sulla loro superficie poi l'umidità aveva fatto spuntare
certe strane escrescenze, alcune della natura dei funghi, tenacemente
abbarbicate al legno, altre somiglianti a bioccoli di lana, che, a
toccarle, restavano attaccate alle dita. Il piede si sprofondava nel
terreno inuguale e melmoso, e giù dalla vôlta e lungo le pareti
l'acqua gocciava con un rumore assiduo, monotono, come dalle gronde
dopo una giornata di pioggia.
L'Arconti, tenendo in mano la lampada, aveva percorso tutto
quest'angusto corridojo lungo forse una trentina di metri ed era
giunto a una specie di stanza a vôlta (se si può chiamarla così), che
portava ancora nei fianchi i segni delle mine con cui era stata
scavata. Ci si stava comodamente in piedi, e ad arrivarci dopo aver
dovuto camminar quasi carponi, si provava un senso di sollievo come di
chi è alleggerito di un incubo. Senza dubbio, in altri tempi, di là
doveva esser estratto il minerale in gran copia, e il giovine
ingegnere s'era messo ad esaminare ansiosamente la natura della
roccia, picchiando in vari punti con un piccolo martello che aveva
portato seco.
Ma nel passar davanti all'apertura della galleria in fondo alla quale
brillavano, come stelle nelle tenebre, i lumi dei minatori che
attendevano il suo ritorno, lo assalì d'improvviso un pensiero
orribile. Non ci era altra uscita che quella; se per un accidente essa
si fosse otturata, sarebbe stato sepolto vivo! Intrepido com'era,
quest'idea gli gelò il sangue nelle vene; afferrò la lampada che aveva
confitta nella roccia, e chinando la persona entrò nella galleria. Ma
appena vi aveva posto il piede, fu costretto a retrocedere spaventato.
Pochi passi avanti a lui l'armatura della vôlta e delle pareti
crollava con uno scroscio; per un momento attraverso uno spiraglio
rimasto si videro i lumi lontani avvicinarsi, s'intesero delle voci
angosciate che gridavano--Si salvi, si salvi;--poi si sentì un nuovo
scroscio, anche quello spiraglio si chiuse, i lumi disparvero, le voci
umane s'ammutolirono.
Come ci sono dei sogni che pajono realtà, così ci sono delle realtà
che pajono sogni. Nel suo sbalordimento, Roberto si stropicciò gli
occhi in atto di persona che vuol destarsi, chiamò a raccolta i suoi
pensieri, riandò in un baleno tutto ciò che aveva fatto nell'ultima
mezz'ora, e dovette convincersi che non era, no, in preda a una
allucinazione dei sensi, ch'era veramente prigioniero là dentro senza
modo di scampo, che forse ogni tentativo di salvarlo sarebbe fallito,
che forse egli sarebbe morto di fame. Inorridì, i capelli gli si
drizzarono sulla testa, e dal petto gli usci un urlo di disperazione e
di rabbia, che echeggiò lugubremente nella sua tomba. Aveva sfidato
con animo risoluto i multiformi pericoli della miniera, lo scoppio
delle mine, l'esplosione dei gaz, le cadute giù per le scale lubriche
ed erte; aveva affrontato senza impallidire le collere della natura e
le vendette degli uomini, ma questo supplizio, ma questa fine
probabile oltrepassava le sue previsioni. O a meglio dire, l'aveva
prevista, ma troppo tardi, quando non aveva più tempo di sfuggire alla
catastrofe che s'era dipinta con la fantasia. La sua stoica fortezza
l'abbandonava; egli maledisse l'istinto codardo che gli aveva fatto
preferire una morte lenta e terribile a una morte immediata. Perchè,
quando vide rovinar la galleria da tutte le parti, non si precipitò
avanti invece di chiudersi volontario nella sua carcere? Non era
meglio restar seppellito all'istante sotto le macerie che penar lunghe
ore in una dolorosa agonia? E forse i minatori lo credevano bell'e
spacciato, e in questa persuasione non si curavano nemmeno di
accorrere in suo ajuto.
Chiamò, e nessuno gli rispose; ascoltò attentamente e gli giunse
all'orecchio uno strepito sinistro, come d'una rotta di fiume; certo
di là dalla frana, l'acqua aveva invaso la galleria. Crescevano così
le difficoltà di salvarlo. E a ogni modo, chi si sarebbe messo a capo
dell'impresa? Chi avrebbe conservato il sangue freddo necessario per
adottare gli espedienti opportuni, la perseveranza indispensabile per
non iscoraggiarsi ai primi insuccessi? Ah! se uno de' suoi operai si
fosse trovato nel caso suo, ed egli fosse stato fuori a dirigere
l'opera di salvamento, aveva fede che sarebbe riuscito, aveva la
coscienza che nessun ostacolo sarebbe bastato ad intimidirlo. Egli era
simile al medico che giace infermo, e crede di conoscere il farmaco
richiesto dalla sua malattia, ma non può nè parlare nè scrivere, e
intanto ha ragione di ritenere che i dottori i quali circondano il suo
letto sbaglieranno la cura.
Era istupidito, inchiodato al suo posto, facendo dondolare
macchinalmente la lampada che teneva in mano. Un sudor freddo gli
colava dalla fronte e dalle gote, le sue membra tremavano tutte. A un
tratto si tastò in una saccoccia del soprabito, e un lampo fuggitivo
di gioia brillò sul suo viso livido. Egli aveva con sè il suo
revolver, e quell'arma, in quel momento, gli apparve come un'amica,
come una benefattrice. A lei, quando avesse perduto ogni altra
speranza, quando i suoi patimenti fossero intollerabili, egli poteva
sempre chiedere la liberazione suprema. Questo pensiero gli rese un
po' di calma; egli infisse nuovamente il lume nella parete, raccolse
da terra l'orologio che gli era caduto nel primo sforzo fatto per
islanciarsi fuori della sua prigione, e sedendo su una sporgenza del
masso, incrociò le braccia e stette ad attendere. Aveva ancora negli
occhi il sole veduto un'ora prima, e il verde dei prati, e l'azzurro
immacolato del cielo; le gioconde immagini della vita gli danzavano
innanzi, e non sapeva persuadersi di dover morire....
XXVIII.
Nel partir da Valduria, Roberto aveva detto a Maria Selmi:--Lascio qui
per ora i miei libri; prevedo che non avrò tempo di leggere, e poi non
saprei dove metterli. Quando avrò un quartierino decente, verrò a
prenderli. Intanto li affido a lei; dia loro talvolta un'occhiata e
procuri che non sian guasti dalle tignuole. Beninteso che deve
servirsene come di cose sue.
--Farà qualche visita a questi suoi amici?--gli aveva chiesto Maria.
--Che intende per -questi-?
--I suoi libri.
--Oh, ne ho qui di molto più cari, e cercherò di vederli quanto più
spesso potrò--aveva risposto l'ingegnere Arconti stringendo la mano
della giovinetta.
Non ostante la sua promessa, Roberto non aveva trovato il momento di
far una corsa a Valduria. Erano giunte bensì parecchie imbasciate sue
coi suoi saluti e con le sue scuse. Diceva d'essere affranto dal
lavoro e di dover restar quasi senza interruzione, dì e notte, in
miniera.
--Non potrebbe darci retta nemmeno se andassimo noi a
cercarlo--osservò un giorno Odoardo, dopo aver preso in esame l'idea
d'una gita a Rignano.
La mancanza di Roberto pesava immensamente anche a Odoardo, il quale,
non solo s'era avvezzato a pender dal suo labbro in tutto ciò che si
riferiva alla miniera, ma lo considerava come uno di famiglia. Così
avesse voluto entrare nella famiglia davvero!
Maria soffriva molto più di suo fratello, ma faceva il possibile per
nasconderglielo, per andargli incontro col viso sereno e ridente. Però
non ci riusciva che a mezzo, e Odoardo si lasciava scappar qualche
volta un sospiro e un'esclamazione:--Povera sorellina mia!
Ella non gli permetteva di continuare, e mettendosi un dito sulla
bocca, diceva in tono di comando;--Zitto. Non voglio questi compianti.
Quando non aveva testimoni, quand'era sola, le accadeva spesso di
sentirsi le guancie inondate di lagrime.
Un'occupazione estremamente geniale per lei era quella di tener in
ordine i libri del suo amico lontano. Li tirava fuori dagli scaffali a
uno a uno, li spolverava con diligenza, e poi li riponeva
delicatamente al loro posto. Allorchè le capitava sott'occhio un
volume che aveva visto più spesso in mano di Roberto o del quale aveva
letto qualche squarcio con lui, ci fermava l'occhio più a lungo,
evocando i bei giorni fuggiti.
A quest'occupazione ell'aveva atteso appunto nella mattina in cui
successe a Rignano il tragico fatto che già conosciamo. Poi s'era
avvicinata alla finestra, e tenendo sollevato un lembo della cortina
guardava la campagna ubertosa, e la poca acqua del fiume che si
svolgeva nella valle come un nastro d'argento, e le cime dei monti
velati da tenui vapori. In mezzo a quei monti c'era Rignano, e il
pensiero di Maria volava a Roberto. Dov'era in quel momento? Che
faceva? si ricordava di lei? Era la stagione in cui l'estate muor
nell'autunno, e l'uva s'indora sui tralci, e i campi s'allegrano delle
biade mature. L'anno scorso, proprio in quel tempo, i due giovani
imprendevano delle lunghe passeggiate insieme, e l'ingegnere Arconti,
non ancora invaghito della vita di miniera, aveva detto una volta alla
sua compagna--Gli uomini sono pur curiosi! La terra è così bella alla
superficie, ed essi vanno a tormentarla a parecchie centinaia di metri
di profondità; è così bella la luce, ed essi cercano le tenebre;
possono inebbriarsi nel profumo delle rose, e si divertono a empir
l'aria di odori antipatici, come per esempio quest'odore di zolfo che
fa venir la tosse....
Oh! A poco a poco egli s'era ben avvezzato all'odore di zolfo.
E Maria pensava a tante altre cose successe in un anno! La vecchia
Gertrude era morta benedicendola e augurandosi ch'ella fosse la sposa,
la confortatrice del figlio suo. Ella invece aveva sdegnosamente
respinto quel suo innamorato, ed egli, reso quasi pazzo dal dolore,
era divenuto assassino e suicida, e riposava ora presso alla madre nel
camposanto. Riposava? Chi sa se i morti riposano? Se non maturano nel
silenzio della tomba, se non compiono per mezzo di strumenti
invisibili le vendette che meditarono in vita? Maria provò un senso di
freddo e di paura. Le parve che Cipriano sorgesse dal suo sepolcro a
minacciar Roberto. Lasciò cader la tendina, e si ritrasse dalla
finestra.
Erano le dieci, e bisognava apparecchiare il desinare per quando
Odoardo tornava dalla miniera. Maria discese in cucina, e infilò nello
spiedo un pezzo di montone che il carrettiere aveva portato poco prima
dalla città e ch'era una delle vivande favorite di suo fratello, il
quale le diceva sempre che nessuna cuoca la pareggiava nell'arte di
rosolare un arrosto. E anche l'ingegnere Arconti s'era ripetutamente
congratulato con lei di questa sua abilità.
La donna di servizio, lagnandosi che quel giovinastro di Luigi non si
fosse fatto ancora vedere nella giornata, era andata a prendere un
paio di secchi d'acqua, e Maria era sola davanti al focolare quando
sentì i passi affrettati di Odoardo.
--Non sarai mica venuto per desinare--ella gli gridò dalla
cucina.--Non sono che le dieci.
--Ah Maria, sei qui--egli rispose con voce alterata.
--Sì, cos'hai?
Ciò ch'egli aveva non avrebbe voluto dirlo, ma il segreto era
impossibile.
--Nulla--egli replicò entrando in cucina.--Cioè...
--Dio mio!--proruppe Maria, correndogli incontro.--Sei pallido come un
morto... Un'altra disgrazia, sicuro. Che vita! Che vita!
--No, calmati... A Valduria non c'è niente di nuovo.
--Dove dunque?--Per carità, Odoardo, non tenermi in queste angustie.
Una disgrazia c'è; basta guardarti in viso per accorgersene. E se non
è successa qui, dov'è successa?
--Senti, Mariuccia--riprese con dolcezza Odoardo accarezzando i
capelli della giovinetta--è accaduto qualche cosa a Rignano, e
Roberto....
--Roberto?
--Mi scrive pregandomi di mandargli subito dei soccorsi....
--Mandargli? Andrai tu....
--Appunto... Vado io, con alcuni fra i nostri migliori lavoranti.
--Sì, va subito... Ma di che si tratta precisamente? Lasciami vedere
il biglietto che t'ha scritto Roberto....
--Il biglietto?... Ah non so dove sia, l'avrò smarrito....
Si frugò nelle tasche come per cercarlo, ma si capiva che non era
avvezzo a far la commedia.
Maria gli teneva inchiodati gli occhi addosso.
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