l'ornamento della festa.... Vedrai come....
--Ah! Eccola--gridò Roberto che aveva sentito il suo passo e il
tintinnio dei sonagli di Gipsy. E s'avviò verso l'uscio.
Lucilla entrò tenendo in mano una candela, la cui fiamma illuminava il
suo viso bellissimo. Aveva sulle spalle un lungo accappatojo bianco
che le scendeva giù fino quasi ai piedi e che faceva risaltare il vago
incarnato delle sue guancie e la tinta bruna de' suoi lucidi e
abbondanti capelli raccolti con arte dietro la nuca.
--Oh Roberto--ella disse posando il lume sopra la tavola e tendendo la
destra al giovinotto.
--Lucilla, Lucilla mia--egli esclamò. E chinatosi sopra di lei, le
diede un bacio in fronte.
--Adagio, signorino--gridò la giovinetta indietreggiando un
passo.--Prima di tutto mi sciupi l'acconciatura, e poi, ti pare?... Se
fossero qui il babbo e la mamma, cosa direbbero?... Ma non saluti
nemmeno Gipsy, che ti fa tanta festa?
Infatti Gipsy, dopo qualche esitazione, aveva riconosciuto Roberto e
gli saltellava attorno alle gambe abbaiando sommessamente.
--Cattiva Lucilla!--disse l'Arconti un po' sconcertato.--Dopo tredici
lunghi mesi che non ci si vede, vuoi farmi carezzar la cagnetta....
Seccantissima bestia!
E Roberto infastidito diede a Gipsy un piccolo calcio, che la fece
rotolar sul pavimento.
--Sei pure sgarbato!--proruppe Lucilla, mentre raccoglieva in grembo
la cagnetta come fosse un bambino.
--Via, ragazzi, non bisticciatevi--interruppe la signora Federica.
--Povera Gipsy!--soggiunse Lucilla in tuono lamentevole.--Trattarla
così!... Quel Roberto a star fra i monti è divenuto un selvaggio....
Già, basta guardarlo.... Con quella barba!...
--Lucilla, Lucilla, vien qui, facciamo la pace.... Vuoi che domandi
scusa a Gipsy?
--Meriteresti che te lo imponessi per penitenza.
L'arrivo della signora Giulia pose termine al grave contrasto.
La signora Giulia salutò Roberto con molta cordialità e parve lieta di
rivederlo. Anche Benedetto, ella soggiunse, l'avrebbe visto con
piacere, ma faceva il suo chilo ed era meglio lasciarlo stare.
Roberto, dal canto suo, non provava nessuna impazienza di abbracciare
quell'insigne personaggio.
Si stette così a chiacchierare per una mezz'ora, finchè la signora
Giulia, dopo aver guardato l'orologio, osservò ch'ella aveva ancora da
cominciare a vestirsi e che anche Lucilla doveva compiere la sua
-toilette-. Indi, rivoltasi alla Arconti, le disse--E tu che fai?
Vieni dagli Osnaldi, o no?
--Rimango con Roberto--ella rispose.--Sarei venuta volentieri, ma non
posso lasciar solo mio figlio....
--Oh, se desideri andare--disse Roberto.
--No, no--replicò la signora Federica.--Andremo un'altra volta
insieme.
--Sicuro--saltò su Lucilla--la sera dei -quadri viventi-.
--Che quadri viventi?--domandò l'ingegnere.
--Oh bella! Quadri viventi. Non sai che cosa siano? Figuriamoci! A
vivere in mezzo allo zolfo si dimentica tutto.... Vedrai che
-Margherita- coi fiocchi io sarò.
--Farai tu da Margherita?
--Io stessa.... Avrò una parrucca bionda....
--E ci sarà.... anche Fausto?
--Naturale.... Il marchesino Moschi.... Un Fausto compitissimo.... Oh
ma è tardi.... Aspetta qui.... Ci aiuterai a salire in carrozza....
Aspetta anche lei, non è vero, signora Federica?
--Sì, andate pure.
--Vieni, mamma.... Su, Gipsy, ps, ps.
--Cos'hai?--disse la signora Federica, quando fu rimasta sola col
figlio che s'era messo a passeggiar concitato per la stanza.
--Non ho nulla.... Però dovrai convenire che non potevo arrivare in un
momento peggiore.
--Non ti si aspettava. Le Dal Bono s'erano impegnate con gli
Osnaldi....
--E a Lucilla non è neppur venuta in capo l'idea di restare in casa.
--Come si fa?... Che scusa trovare?... Se tu fossi ufficialmente il
fidanzato!
--Non lo sono, e capisco che non lo sarò mai.... Era meglio che
restassi a Valduria, che non mi mettessi fra Margherita e Fausto.
--Saresti geloso del marchesino Moschi?... Non lo conoscevi?
--No.
--È vero. Egli non è qui che da poco tempo. Viveva a Firenze con sua
madre, che è vedova.... Un giovine di garbo, gentilissimo anche con
me.... Svolazza un po' intorno a Lucilla....
--Ah, sì?
--Oh! puerilità.... Ella non gli dà retta, sai. È sempre a te che vuol
bene.
--Lo vedremo alla prova....
--Anche per te ci sarà la prova. Ho la mia idea.
Roberto si strinse nelle spalle.
--Bisogna che tu ti persuada--continuò la signora Federica--che, a
star laggiù, ti riempi la mente di stravaganze tantochè finiscon col
parerti enormità le cose più naturali del mondo....
--Dio buono--esclamò Roberto, che principiava a perder la
pazienza--avete voi altri da offrirmi una posizione che valga quella
che ho in miniera, che soddisfaccia il mio amor proprio, che mi dia la
speranza di un bell'avvenire?
--Eh! Chi sa?--disse la signora Federica con aria di mistero.
Roberto fissò sua madre con curiosità.--E sarebbe?
--Oh! Questo non è il momento.... Domani... oppure più tardi.
Il giovine non rispose.
Di lì a poco tornarono la signora Giulia e Lucilla vestite per il
ballo. Lucilla indossava un abito di velo bianco un po' scollato e con
le maniche corte; nei capelli s'era messa una camelia rossa; dal suo
sguardo, da tutta la sua persona, spirava un fascino irresistibile. E
vinto da questo fascino, Roberto non voleva porgere ascolto a una voce
interna che gli ripeteva: Bada, la giovinetta a cui un uomo come te
può dare il suo cuore dev'essere più modesta, più vereconda, e
soprattutto deve saper amare di più.
--Dunque addio, Roberto--ella disse con grazia, tirando fuori della
mantellina il suo braccio nudo fin sopra il gomito e tendendogli la
sua bella mano chiusa in un guanto -gris-perle-.--Addio, e a domani.
Egli pensò che fra poco quello svelto corpicino sarebbe stato
trascinato da altri nel turbine delle danze, che altri avrebbero
stretto quella mano, sentito il contatto di quel braccio morbido,
aspirato voluttuosamente il profumo di quei capelli ondeggianti, pensò
che altri avrebbero passeggiato con la stupenda fanciulla per le sale
piene di luce, si sarebbero affacciati con lei alla finestra a
inebbriarsi nell'aria tepida d'una notte estiva, le avrebbero forse
susurrato all'orecchio parole d'amore, e provò nell'anima tutti gli
spasimi della gelosia.
Non più padrone di sè,--Lucilla--egli disse con accento
appassionato--non puoi sacrificarmi questa festa da ballo?
Ella gli diede col ventaglio un colpettino sulla mano,--Bisogna venir
dalle miniere per aver queste idee.... Come vorresti fare?... A
quest'ora, dopo che mi son vestita, dopo che mi aspettano.... Nemmen
per sogno....
--E in tal caso--egli balbettò--perchè non verrei anch'io dagli
Osnaldi?... La mamma doveva pure andarci.... E poi, li conoscevo una
volta.... In ogni modo, non è vero, signora Giulia, che mi
presenterebbe?
--Ti presenterò sicuramente un'altra sera, ma oggi, ragazzo mio, è
impossibile.... Non vedi in che -toilette- sei?
L'osservazione era giusta, e Roberto guardò mortificato il suo vestito
da viaggio tutto sudicio e polveroso. Pur non si diede per
vinto.--Potrei cambiarmi....
--Oh sì--interruppe Lucilla--è già tardi, e aspetteremo finchè tu vada
a casa a mutarti da capo a piedi?...
Quindi la giovinetta continuò con un tono di protezione:--Sei caparbio
come un fanciullo viziato.... Non sei più riconoscibile dopo il tuo
soggiorno a Valduria.... Buona sera, signor minatore, si rifaccia
cittadino, e poi la condurremo in società.... Andiamo.... No, Gipsy,
non si viene.... Leonilda, prendila in braccio.
Affidata l'interessantissima bestia alle cure della cameriera, Lucilla
uscì dalla stanza insieme a sua madre. Roberto e la signora Federica
scesero anch'essi le scale e videro a partir la carrozza. Poscia
s'avviarono a casa a piedi.
Roberto soffriva fuor di misura, ma avrebbe preferito tacere, perchè
pur troppo sapeva che sua madre con la miglior volontà del mondo non
avrebbe potuto che inacerbir la sua piaga. Ella invece era
loquacissima e catechizzava assai gravemente suo figlio. Era un
fenomeno curioso quello a cui l'ingegnere Arconti doveva assistere. A
Valduria tutti riconoscevano la sua superiorità; a Milano finora
parevano trattarlo tutti dall'alto al basso; per poco non lo aveva
trattato così anche la serva di casa.
--Eh caro amico--sentenziava la signora Federica--il tuo capriccio
d'andare a Valduria fu uno sproposito sotto tutti i punti di vista.
Per quanto riguarda me, ti farò toccar con mano la mia situazione. Tu
mi spedisci quello che puoi, e mi spedirai ancora di più.... Ma ci
vuol altro perchè io possa vivere decentemente, come deve vivere una
Arconti, come mi aveva avvezzato il mio Mariano.... Sono umiliazioni
continue.... Le mie conoscenti ne arrossiscono per me.... Ogni momento
sento chiedermi: Perchè non cerchi casa in una via centrale? Perchè
non ti fai un cappellino all'ultima moda? Perchè non ti abbuoni a
teatro?... Senza parlare poi della carrozza.... Quella lì, credilo, è
una privazione superiore alle mie forze....
--Senti, mamma--rispose l'ingegnere--se si realizza un certo progetto,
io potrò tra non molto fissarti un assegno che ti consenta di tener
carrozza.
--Un progetto che ti farebbe restare a Valduria?
--A Valduria, o lì presso.
--Ma sei matto? Quelli non son luoghi per te. Mi fisseresti un assegno
che mi consentirebbe di tener carrozza?... Me n'importa molto!... Per
me tanto è lo stesso.... Mi lagno forse?
Roberto non si curò di rilevare questa strana domanda, e la signora
Federica proseguì:--È nel tuo interesse che parlo.... Ma credi tu che
lo startene lontano giovi al tuo amore per Lucilla?...
--Se Lucilla è tanto frivola da non sapermi conservare il suo
affetto--replicò Roberto con amarezza--ebbene, sarà un gran dolore, ma
io rinunzierò a lei.
--No, no, povero grullo, c'è la tua mamma che vigila per te, la tua
mamma che tu stimi poco, oh lo so, ma che non ha perduto il suo tempo
durante la tua assenza.... E la tua mamma ti dice che quella Lucilla,
a cui vorresti rinunziare, non hai forse da far che un passo per
averla....
--Oh, sempre castelli in aria.
--Non sono castelli in aria.... È una realtà bell'e buona.
--In nome di Dio, spiegati. Dimmela questa tua famosissima -idea-.
--Sappi dunque che tra la Giulia Dal Bono e io siamo quasi riuscite a
persuadere il signor Benedetto che il miglior modo in cui egli possa
sposar Lucilla è quello di cercarsi un genero che venga a stargli in
casa, che assuma l'amministrazione de' suoi beni e che, invece di
costringerlo a tirar fuori dal suo scrigno la dote, si contenti di
riscuoterne ogni anno l'interesse, più un congruo stipendio....
--E questo genero di buona pasta dovrei esser io?--chiese Roberto, non
lasciando nemmeno che sua madre terminasse il discorso.--Io dovrei
essere a un tempo lo sposo di Lucilla, e l'amministratore, il
commesso, l'ospite del signor Benedetto?
--Che c'è! Mi pare che sarà una posizione più decorosa che quella di
starsene tra i fornelli di zolfo.
--E Lucilla acconsentirebbe?
--Naturalmente. Poichè ti ama.
--Ah poichè mi ama vorrebbe che io.... Non discorriamone più per
questa sera, non ho la calma necessaria.... Non turbiamo con una
disputa i primi momenti in cui ci rivediamo dopo tredici mesi....
Lascia piuttosto ch'io confidi nell'esito d'un colloquio a
quattr'occhi con Lucilla, lascia ch'io m'illuda nella speranza di
farle preferire il mio piano a quello che avete combinato fra voi
altre.
--Roberto, Roberto--esclamò la signora Federica--tronchiamo pure il
discorso, dacchè ti piace così; ma permettimi di dirti che tu sarai
certo un buono e valente giovine, ma che hai un carattere molto
bisbetico e irragionevole.
Pronunziate queste parole, la signora Federica, convinta più che mai
della sua grandezza morale e intellettuale, si chiuse in un maestoso
silenzio.
XVI.
Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più
apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la
sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo
d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso
in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar
le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava
rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor
Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello
di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La
maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il
signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state
abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro.
Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a
nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi
pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al
fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col
dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la
dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a
ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona
ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo
temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale
sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la
lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche
festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era
sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera.
Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto
desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le
avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della
dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino
le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico
rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva
di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a
tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in
quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi.
Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un
assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato
buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di
dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua
moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe
scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un
sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per
lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa?
il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a
rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica
aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora
Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con
le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le
sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un
cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e
ai poveri.... perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e
perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava
insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano.
Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo
conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi
mai con persone milionarie.... Già Mariano, malgrado dei suoi meriti,
certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che
per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava
una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica
attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue
facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa
esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee
s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far
anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente
che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse
a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il
suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero,
lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe
potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito
per le strade!... Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua
madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di
suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva
essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di
riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era
altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un
progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora
Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo
avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe
sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani
consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè,
che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da
affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie
di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto
di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva
mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano
pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la
soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar
l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte
del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle
braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor
Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per
l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a
lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e
l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di
trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di
quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un
dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo
genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo!
Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con
l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì
facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire
fra sè.--Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono
discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo
matrimonio non ne faremo nulla.
Non era che il -signorino- fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva
mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue
opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non
imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale,
non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava
le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si
ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto
dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi
nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera.
--Vostro figlio--disse il signor Dal Bono alla signora Federica--è
sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da
Valduria quanta ne ho io d'andarci.
--Lasciate fare a Lucilla--rispose la signora Federica, ch'era sempre
piena di fede.
La signora Giulia non divideva queste rosee speranze, ma non
contrastava con la sua amica, tanto più ciarliera e procacciante di
lei.
Roberto non potè discorrer di proposito con Lucilla che due giorni
dopo il suo arrivo. Egli era stato invitato a desinare dai Dal Bono
insieme a sua madre, e, durante il pranzo, aveva avuto il piacere di
sentir le dissertazioni del suo ospite sul rincaro dei viveri e sulla
necessità di restringer le spese della tavola. Appena preso il caffè
il signor Benedetto si ritirò brontolando, le due donne si ammiccarono
con l'occhio, e con un pretesto si allontanarono anch'esse.
--Finalmente siam soli--disse Roberto--e spero sentirai tu pure il
bisogno che ci parliamo col cuore in mano.... Fammi la grazia di
metterti a sedere e di badare a me e non a Gipsy.
--Ih! Che solennità!... Via, mi sederò.... Su, Gipsy.
--Ma lasciala andare.
--No, no, quand'è in grembo mio, Gipsy sta tranquilla.... Non è vero,
Gipsy, che non fiaterai nemmeno?....
La cagna saltò sulle ginocchia della giovinetta e si fece in gomitolo,
proponendosi di schiacciare un sonnellino.
Roberto frenò un gesto d'impazienza e prese una mano di Lucilla nelle
sue. Poi, guardandola, negli occhi bellissimi, le domandò:--Mi vuoi
sempre bene?
--Ma sì. Non lo sai?
--È così dolce sentirselo ripetere.... Il tempo, la lontananza non ti
hanno mutata?
--E perchè dovrebbero avermi mutata?
--Tanto meglio allora. Tu m'intenderai più facilmente.
--Ma scusa.... A che scopo tutto questo preambolo?.... Tua madre non
ti ha comunicato un progetto?....
--Prima ch'io ti risponda su quel progetto, devi ascoltare il mio....
--Saran castelli in aria--interruppe la ragazza stringendosi nelle
spalle.
--Non giudicare senza saper di che si tratti...
--Oh!... M'immagino già....
--Senti, Lucilla. Io non ho forse da dire che una parola perchè la mia
posizione attuale si cambi radicalmente....
--Nella tua bella Valduria?...
--Non a Valduria, ma lì vicino....
--Sempre in una miniera di zolfo?
--Si, potrei diventar io il direttore di una miniera di zolfo.
--E vorresti condur me in quei paesi?
--Lucilla, Lucilla, lasciami parlare.... Ti condurrei, è vero, in
paesi poveri e rozzi, ma dappertutto, credilo, due cuori che s'amano
possono trovare la pace e la felicità.... Stammi a sentire.... Non
ritirar la tua mano.... Non far quei moti d'impazienza.... Oh
fanciulla mia, questo mondo in cui tu vivi non è tutto il mondo.... Ci
sono altre gioie oltre a quelle che la tua mente vagheggia.... ci sono
anche per la donna altre soddisfazioni oltre a quelle d'andar in
carrozza sul Corso, o di far spese in Galleria -Vittorio Emanuele-, o
di assistere da un palchetto di seconda fila alla prima
rappresentazione d'un'opera nuova alla -Scala-.... Prendere interesse
ai lavori dell'uomo a cui vuol bene, godere dei suoi trionfi, aiutarlo
nelle sue difficoltà, esser la confidente de' suoi pensieri, la regina
del suo cuore e della sua casa.... E tu saresti la mia regina,
Lucilla, ed io ti cingerei di tanto amore che un giorno tu dovresti
chiedermi perdono di aver esitato un momento a esser mia a questi
patti.
Roberto era riuscito a incatenar l'attenzione di Lucilla, che sulle
prime pareva volerlo interrompere ad ogni istante. Il suo accento
sincero, caloroso, commosso, non poteva a meno di far vibrar qualche
corda nell'anima d'una giovinetta diciottenne, per quanto ella fosse
aliena dagli entusiasmi. Il volto di lei s'era atteggiato ad una
espressione pensosa che ne cresceva la bellezza, già una lagrimetta le
spuntava sul ciglio, era vinta forse, quando le si affacciò alla mente
la immagine di Roberto in costume da minatore, annerito dal fumo,
puzzolente di zolfo, cinto da una turba di operai sudici come lui,
vide con la fantasia una casa nuda, disadorna, impregnata di vapori
molesti, sentì in anticipazione il tedio delle lunghe giornate
solinghe e delle lunghe sere monotone, e si meravigliò, si ribellò
all'idea che un tale avvenire potesse essere offerto a lei, cresciuta
in tutte le raffinatezze della vita cittadina.
Ebbe un impeto subitaneo, si svincolò da Roberto, che le teneva sempre
la mano, e, senza badar nemmeno a Gipsy, si alzò in piedi, lasciando
che la cagnetta, sorpresa di modi così fuor del comune, andasse
ruzzoloni sul pavimento.
--Caro mio--ella disse--siamo pazzi tutti e due; tu a farmi queste
proposizioni, io a star lì a darti retta.
--Oh Lucilla!
--Sì, te lo ripeto, la tua è una vera pazzia. Se tu hai la fissazione
di sagrificare la tua gioventù in un paese barbaro e in un mestiere
bestiale, io non posso certo secondarti.... Vuol dire che tu metti i
tuoi capricci al disopra del tuo amore.
--Le tue parole sono ben crudeli, Lucilla. Anche tu parli de' miei
capricci come la mamma. Fu dunque per un capriccio ch'io andai a
relegarmi in una miniera di zolfo?... Rimasto povero e orfano, i miei
amici, gli amici della mia famiglia, gli amici tuoi non seppero darmi
che vane parole.... Solo da Valduria mi venne un aiuto, solo di là mi
fu offerto un modo di provvedere dignitosamente a me stesso. Dovevo
respingere la mano che m'era tesa? E una volta accettato l'ufficio
offertomi con tanta generosità, non dovevo portarci tutto il mio ardor
giovanile, tutto il mio ingegno, tutta la mia perseveranza? Mi fai una
colpa se sono riuscito, e se, come gli altri uomini, non so odiare,
non so disprezzare le cose in cui sono riuscito? Oggi vedo la
possibilità di conseguire, in quei paesi che tu chiami barbari e in
quel mestiere che tu chiami bestiale, un posto onorifico, largamente
rimunerato, tale da assicurarmi, più che l'indipendenza, l'agiatezza,
e tu ti sdegni perchè non lo rigetto, e ti chiami offesa perchè ti
dico: Vieni con me, sii la mia compagnia, sii la mia sposa... Basterò
io a mantenerti... Che m'importa della tua dote?
--Oh insomma, no, no.... Non mi persuaderò mai.... Perchè rifiuti ciò
che ti si offre qui?
--Ma lo sai proprio ciò che mi si offre?.... Invece dell'indipendenza,
mi si offre la schiavitù; invece della lotta che rinvigorisce le
membra e lo spirito, mi si offre un lavoro umiliante: invece
d'un'agiatezza dovuta a me stesso, mi si offre un salario dovuto alla
mia qualità di marito tuo, di genero di tuo padre.... Ma non senti
salirti al viso i rossori per me?... Ma non capisci che l'obbligo più
sacro di chi ama, è di voler salva la dignità della persona amata?
--Insomma--replicò infastidita Lucilla--io non capisco niente, io non
conosco i miei obblighi. Sono una sciocca.... Le ragazze di garbo si
trovano a Valduria.
--Oh Lucilla, quanto sei ingiusta!...
--Ma sì, sono ingiusta, son tutto quello che piace al
signorino--proseguì con petulanza la fanciulla.--Bisogna venir di
laggiù per aver la sapienza infusa.... Le ragazze di Valduria, quelle
sopratutto che studiano il francese....
--Le ragazze di Valduria--interruppe Roberto--studino o non istudino
il francese, possono valere di più di certi marchesini azzimati che
sento lodar molto da qualche ragazza di Milano....
--Dunque, figliuoli, vi siete intesi!--domandò la signora Federica,
entrando all'improvviso nella stanza per informarsi dell'esito del
colloquio.
--Oh perfettamente!--esclamarono i due giovani con un tòno che scosse
un pochino anche la saldissima fede della signora Arconti.
XVII.
A malgrado di tutto, le due madri cui stava a cuore il trionfo del
loro piano, non si diedero per vinte. La pazzia di Roberto, poich'eran
concordi nel giudicarla tale, non sarebbe durata a lungo; piuttosto di
perder Lucilla, egli si sarebbe assoggettato alla gran disgrazia di
diventar ricco. La signora Federica sopratutto si stimava sicura del
fatto suo; nè con ciò ella credeva menomamente di metter sotto i piedi
ogni sentimento di dignità, per sè e per suo figlio. La dignità,
secondo lei, era salva appieno. Se i Dal Bono avevano più quattrini,
gli Arconti, mercè il defunto Mariano, avevano goduto d'una posizione
più elevata in società, e quindi i conti eran pari. Queste belle cose
la signora Federica non si stancava di ripeterle a Roberto, ed ella
era così facile ad illudersi che ogni leggero sintomo di resipiscenza
da parte di lui bastava a farle credere imminente la vittoria. E
invero, benchè egli fosse convinto d'aver ragione, benchè fosse
deliberato a tirar diritto sul suo cammino, non si può dire che
qualche dubbio non lo assalisse talora.
Avrebbe voluto scacciar dal suo cuore l'immagine di Lucilla, e non gli
riusciva. La trovava frivola e calcolatrice ad un tempo, priva di
quella sacra fiamma di poesia senza della quale par fredda ogni virtù
femminile; ma la trovava anche più bella e più seducente di quando
l'aveva lasciata. Le sue parole lo disgustavano spesso, ma a un suo
sguardo, a un suo sorriso, al tocco della sua mano, egli sentiva il
sangue affluirgli al cervello e turbargli i sensi e lo spirito. Non
era così che l'aveva amata una volta, non era così che avrebbe voluto
amarla; eppure l'amava così. Vissuto come un anacoreta nella
solitudine di Valduria, si risvegliavano adesso nel suo corpo giovine
e gagliardo i desiderî tempestosi dell'età sua. La Musa ispiratrice
de' suoi primi versi era scomparsa, l'angioletto che la sua fantasia
aveva vestito d'ali e cinto d'un nimbo era disceso a terra e s'era
mutato in un demone tentatore al cui fascino egli non sapeva
sottrarsi. -Non amare una donna soltanto per la sua bellezza-, gli
aveva detto suo padre poco tempo avanti di morire; e quelle parole gli
sonavano all'orecchio come una verità sacrosanta. Tuttavia egli
sentiva, arrossendo, d'amare una donna soltanto perchè era bella.
Ed era geloso. Un giorno, a casa Dal Bono, s'era incontrato col
marchesino Moschi, ch'era venuto a fare una visita, e quell'incontro
lo aveva stranamente agitato. I due giovani, presentati l'uno
all'altro, non s'erano nascosta l'antipatia reciproca che
s'inspiravano. Roberto capì che aveva nel Moschi un rivale, e che
Lucilla non isdegnava di civettare con lui. S'informò del marchesino e
gli dissero ch'era un giovine di assai scarse fortune senz'altro
merito che un po' di vernice di società e una bella presenza. Su
quest'ultimo punto Roberto aveva un'opinione affatto diversa; egli lo
giudicava bruttissimo. Bello o brutto, il marchesino non era secondo a
nessuno nel dirigere una quadriglia o un -cotillon-, e ciò lo rendeva
gradito alle ragazze. Andava a caccia d'una dote, e quella di Lucilla
gli sarebbe venuta molto a proposito, ma il vecchio Dal Bono,
guardingo come era, non gliel'avrebbe sborsata sicuramente. Era però
da scommettere che il Moschi, ad onta della sua albagia aristocratica,
si sarebbe adattato a ricevere solo gl'interessi, e forse per far la
sua formale domanda egli non aspettava che una parola favorevole di
Lucilla. Ora, Lucilla questa parola non voleva dirla finchè aveva la
speranza di vincere le ritrosie di Roberto, che senza dubbio ella
preferiva ad ogni altro. Se poi Roberto persisteva ne' suoi orgogliosi
propositi, la faccenda poteva bene mutar d'aspetto!
Queste considerazioni, che chiudevano in sè molto di vero, avrebbero
dovuto, a fil di logica, piuttosto raffreddare che accendere il cuore
di Roberto. Ma la logica, si sa, entra pochissimo nell'amore, e, se
c'entra troppo, si può giurare che l'amore non è di quel buono.
Avvezzo sin dall'adolescenza a riguardar Lucilla quasi come cosa sua,
l'ingegnere Arconti fremeva pensando che un altro potesse esserle
accetto, che ella potesse diventar la donna d'un altro. Cedere il
campo al marchesino Moschi, ecco un'idea che lo metteva su tutte le
furie, ecco lo spauracchio che la signora Federica agitava sovente
davanti a lui.
Nè fra' suoi amici mancavano alcuni che gli consigliavano di
rimeditare pacatamente la proposta che gli era fatta.--In fin dei
conti--essi dicevano--la tua suscettività è eccessiva. Un uomo del tuo
merito non sarà mai il servitore di chicchessia. Quando pure tu
consentissi a vivere in casa Dal Bono, ad aiutare il signor Benedetto
nell'amministrazione delle sue sostanze, in breve tempo il vero
padrone non sarebbe lui, saresti tu. E poi, una volta sposata la tua
Lucilla, chi potrebbe impedirti di cercare un'occupazione più conforme
a' tuoi gusti, ma tale nello stesso tempo da non costringer tua moglie
a una vita che non può a meno di ripugnarle? Coll'ingegno e cogli
studi che hai, devi tu stesso esercitare la tua attività in un campo
più vasto che non sia una miniera di zolfo. Se resti qui, qual'è la
cosa a cui tu non possa aspirare? Un giorno disporrai a tuo talento
d'una pingue fortuna, e il bene ch'essa ti permetterà di fare, ti
compenserà largamente delle piccole noje che avrai dovuto soffrire per
ottenerla.
Ragioni fiacche che non persuadevano Roberto, ma contribuivano ad
infastidirlo, a crescere le angustie del suo spirito. Era convinto che
non gli restasse ormai che un solo partito degno di lui: dire addio
per sempre ad una fanciulla che non sapeva comprenderlo, dire addio a
sua madre bamboleggiante in vane illusioni, tornar fra la gente
semplice e schietta che l'aveva circondato di benevolenza e di stima,
scrivere a M.^r Black dichiarandosi pronto ad accettare la direzione
della nuova miniera, ripigliare i suoi lavori, seguir la sua stella.
Era convinto di ciò, eppure la passione, il puntiglio, la gelosia
gl'impedivano di prendere una risoluzione definitiva. Egli, così
pronto fino allora a scegliere la sua via, avrebbe avuto bisogno di un
consiglio virile che dissipasse i suoi ultimi dubbi. Ma nessuno voleva
mettersi ne' suoi panni; i suoi intimi amici, o erano mutati da quelli
d'una volta, o non erano più in Milano. Ed egli si pentiva d'una gita
che gli procacciava tante disillusioni, che faceva di lui uno spostato
nella sua patria e nella sua casa.
Del resto, si può dire in tesi generale che il rivedere il proprio
paese dopo una lunga assenza è cosa che reca infinite dolcezze, ma che
non è scevra mai di dolori. Se, partendo, si credeva di lasciar in
molte anime un vuoto che avrebbe stentato ad essere riempiuto, non si
tarda ad accorgersi che nella maggior parte almeno di queste anime il
vuoto fu colmato interamente. Lo hanno colmato nuove abitudini e nuove
simpatie, e chi ritorna s'avvede che, ripigliando l'antico posto nei
crocchi fidati d'un tempo, egli deve disturbar qualcheduno. Gli si
lascierà forse la sedia ch'egli soleva occupare prima della sua
partenza, ma chi si alza per cedergliela non presta sempre di buon
grado questo servizio, e non sempre quelli che gli seggono ai lati
sono lieti del cambiamento. Certo, anche chi è lontano e oggi ritorna
ha in questo frattempo vissuto in mezzo ad altra gente e ha patito di
nostalgia meno di quanto avesse temuto prima; ma per lui l'idea della
patria si associa a tutto ciò ch'egli aveva di caro all'istante di
lasciarla. Capisce l'esiglio, non capisce la patria diversa da quella
ch'egli ha abbandonata. È la ragione per la quale molti che
cominciarono ad essere esuli forzati finiscono coll'esser esuli
volontari.
Il colloquio tra l'ingegnere Arconti e Lucilla non aveva condotto i
due giovani a un'aperta rottura. Non la volevano essi medesimi;
l'avrebbe a ogni modo evitata l'interposizione delle rispettive
genitrici. Roberto e Lucilla si vedevano ogni giorno, ora discorrendo
confidenzialmente, ora punzecchiandosi a vicenda, ma schivando
l'argomento capitale che doveva decidere della loro sorte.--Oh farà
giudizio--diceva fra sè la giovinetta. E aspettava sempre di veder
l'amante a' suoi piedi. Roberto invece non aveva che una debole
speranza nel cambiamento di Lucilla. Le visite ch'egli le faceva lo
lasciavano triste: a casa sua sentiva le prediche di sua madre che lo
accusava d'essere un figlio snaturato, perchè non sapeva sacrificarle
il suo orgoglio e le sue ubbie di delicatezza: al passeggio, ai caffè,
ai teatri s'annoiava, tanto i suoi gusti s'eran trasformati nel
periodo di tredici mesi. Anche in mezzo ai suoi libri (e la maggior
parte della sua biblioteca era rimasta a Milano), anche in mezzo ai
suoi libri provava un senso di tedio. Essi non bastavano più a
riempiere il suo pensiero: la vita contemplativa non era più fatta per
lui; aveva bisogno d'azione. Tutto contribuiva a fargli ridesiderare
Valduria! oh perchè, perchè Lucilla non voleva seguirlo?
Lucilla aveva ben altro pel capo. La prossima rappresentazione dei
-quadri viventi- a cui doveva prender parte l'assorbiva tutta, ed ella
passava almeno un paio d'ore al giorno davanti allo specchio a studiar
l'atteggiamento nel quale si sarebbe mostrata al colto pubblico la
sera dello spettacolo. A ciò s'aggiungevano le prove in casa Osnaldi,
prove fatte naturalmente in compagnia del marchesino Moschi e dei
personaggi destinati a figurare negli altri quadri. Ella vi si recava
in compagnia di sua madre, e talvolta anche della signora Federica,
cui non pareva vero di cacciarsi dappertutto, querelandosi sempre
delle sciagure che l'avevano colpita e che le impedivano di divertirsi
in alcun luogo.
La partecipazione di Lucilla a questi -quadri viventi- era per Roberto
uno spino nell'occhio, ma le preghiere ch'egli aveva rivolte alla
ragazza affinch'ella si dispensasse dal comparire come -Margherita-
insieme al marchesino Moschi erano cadute a vuoto. Prima di tutto, si
trattava d'un impegno preso da un pezzo e a cui non era lecito di
mancare; poi le obbiezioni di Roberto non avevano senso comune; e
finalmente con che diritto Roberto domandava sacrifici agli altri,
egli che agli altri non voleva sacrificar nulla?--Eh carino--gli
diceva sua madre--per aver voce in capitolo bisognerebbe essere
ufficialmente il promesso sposo di Lucilla. Avresti torto a ogni modo,
perchè un uomo non deve mai fare il tiranno, ma almeno potresti
parlare. Invece il tuo contegno ti chiude la bocca, e puoi anzi
ringraziare Lucilla e i suoi genitori se ti permettono ancora di
bazzicar in casa loro.
La vigilia della rappresentazione, la signora Federica, reduce
dall'ultima prova, fece a suo figlio uno sproloquio più lungo.--Gli
Osnaldi ti aspettano senza fallo domani sera, e io mi sono impegnata
formalmente per te. Mancando, useresti uno sfregio a loro e a
Lucilla.... Vedrai, vedrai come Lucilla sta bene abbigliata da
-Margherita-.... E anche il marchesino Moschi è un bel -Faust-.... Non
nego però ch'è un poco svenevole.... Non ha quel -chic-.... so io ciò
che voglio dire.... quel -chic- che avevi tu una volta, prima di
andarti a seppellire, povero grullo che sei, fra quei montanari di
Valduria... Gli altri quadri sono mediocri.... Bisogna confessare che
le belle persone son rare. La cugina degli Osnaldi, per esempio, che
fa da Giuditta nel momento in cui ammazza Oloferne, ha due occhi che
non son brutti, ma è tozza e le si legge in viso la provinciale a un
miglio di distanza.... È di Vimercate, come gli Osnaldi, che si
stabilirono qui dal 1860 e non hanno mai acquistato l'aria cittadina.
Adesso poi, dopo una nuova eredità che han fatta, paiono ancora più
-parvenus- d'una volta.... Spendono e spandono per farsi metter nelle
gazzette.... tutta vanità.... Leggeremo i panegirici della festa e
dell'appartamento, e sì che ci sarebbe molto da ridire.... Ma a noi
poco monta.... Se diverremo ricchi, sapremo far le cose con assai
miglior garbo....
--Cara mamma, noi non diverremo mai ricchi, e di queste cose non ne
faremo nè bene nè male--interruppe Roberto.
--Aspetta a parlare domani sera--ripigliò la signora Federica in tuono
solenne.--Quando avrai visto Lucilla sotto le spoglie di Margherita
capirai che il vero Faust di quella Margherita devi esser tu....
Intanto preparati a ballare, che già come tutti i salmi finiscono in
gloria, così tutte le feste dove c'è gioventù finiscon col ballo....
Io dovrò raffazzonare alla meglio una vecchia -toilette-.... Pur
troppo son ridotta a tal punto.... io che mi facevo ogni mese un
vestito nuovo!
XVIII.
La sera della rappresentazione, l'ampio salotto di casa Osnaldi era
pieno di gente.
Dalla parte delle finestre s'era improvvisato un piccolo palco
scenico; il resto della stanza era occupato dal pubblico; le signore
sedute sul davanti, gli uomini ritti e pigiati dietro le sedie. Quelle
si facevano fresco col ventaglio, questi col cappello, quando però
riuscivano a mover le braccia. In generale, si diceva che non eran
trattenimenti da darsi in giugno. Ma lo si diceva a bassa voce, perchè
la signora Osnaldi, sottile, instancabile, era onnipresente come
domeneddio. Ora si cacciava nell'interstizio di due sedie, ora fendeva
l'angusta corsia che divideva le sedie dalle pareti e lungo la quale
s'eran disposti dei panchettini pei bimbi, ora faceva capolino dietro
il sipario del palcoscenico, ora compariva nell'anticamera, ora
riusciva a insinuarsi nella folla degli uomini scambiando sorrisi,
complimenti e strette di mano. La signora Osnaldi non era nè bella nè
giovine, ma la sua bassa statura, la sua magrezza, la rapidità de'
suoi movimenti le davano una certa aria infantile, sopratutto se la si
paragonava al marito, ch'era grande e grosso come una balena ed era
altrettanto tenero della quiete quant'ella era appassionata del moto.
Infatti il signor Amilcare Osnaldi, con la scusa d'essere il primo a
ricevere gl'invitati, aveva quella sera preso domicilio
nell'anticamera e si dondolava in un seggiolone di canna d'India. Ogni
momento sua moglie, la signora Elvira, sbucando fuori d'improvviso da
destra o da sinistra, gli si avvicinava, e gli susurrava qualche
parola all'orecchio.
Fu in uno di questi momenti che l'ingegnere Arconti giunse insieme a
sua madre, e potè così presentar i suoi omaggi contemporaneamente ai
due padroni di casa.
--Entri, entri in salotto--disse la signora Elvira--e veda di trovarsi
un buon posto.... C'è folla, proprio folla.... Davvero non avrei
creduto.... E lei, signora Federica, venga con me. Già m'immagino che
vorrà assistere alla -toilette- della nostra -Margherita-... Cara
ragazza! Non s'è fatta aspettare. È qui con sua madre dalle otto...
Venga, venga, signora Arconti.... Ah scusi, son subito con lei....
E la minuscola signora andò incontro con molta effusione ad un
giovinetto di primo pelo che s'avanzava con incesso maestoso.--Bravo,
signor Dalla Noce, ha tenuta la sua parola.... Osnaldi, saluta il
signor Dalla Noce.... Ci sarà un posticino apposta per lei, un
posticino da cui potrà veder tutto e prendersi i suoi appunti....
Adesso la condurrò io.... Sappiamo che per lor signori giornalisti ci
vogliono speciali riguardi.
Il signor Dalla Noce si levò l'occhialino che aveva inforcato al naso
e s'inchinò con molta gravità.
Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la
signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e
chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma
la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e
conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già
andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar
subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva
serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e
girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li
voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito.
Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità,
dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava
preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di
passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe
fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il
signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare
da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria
importanza per giustificare a sè stesso il suo intervento gratuito
dappertutto.
Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso
cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva
nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà,
e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli
sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli
abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva
inchiodato al suo posto.
--Arconti,--gli disse un antico conoscente che gli era vicino--non
saluti nemmeno gli amici?
--Oh--rispose Roberto,--scusa, non ti avevo visto.
--Resti ancora a Milano un pezzo?
--Oh no.... pochissimo.
--E torni laggiù alla tua miniera?
--Sì....
Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo
di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva
ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non
dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo
silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era
possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse,
egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo
gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli
avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e
spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità.
Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi
avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce
a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo
-entrefilet- di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi
visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della
lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso
in mezzo a un -oh- sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a
un -uh- clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la
tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve
Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo
quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole,
ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello,
l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed
Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli
spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi
fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo
quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della
grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina,
sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta,
che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide
che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era
rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di
qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran
torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi
scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole
per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni
del pubblico.--Pare la biscia di Cleopatra--disse un bell'umore al suo
vicino.
Per la terza volta la sala rimase nell'ombra, e il sipario, alzandosi,
scoprì il triste caso di Oloferne. L'esito di questo quadro fu
compromesso da un'inezia. L'Oloferne di quella sera era un pacifico
cittadino ammogliato con prole, e i teneri figlioletti si trovavano
appunto fra gli spettatori. Vedendo Giuditta che stringeva in una mano
i capelli del genitore, e con l'altra gli teneva sospesa una spada
sulla testa, essi si misero a battere i piedi e gridare.--No, ferma,
ferma!--Dal canto suo, Oloferne, nell'udir le grida strazianti delle
sue creaturine, non potè a meno di sollevare il capo, e di chiedere a
Giuditta che cosa fosse accaduto. La tela calò in fretta, per
nascondere un incidente non rammentato dai libri sacri.
La signora Elvira, un po' turbata dall'inatteso contrattempo, affrettò
la riscossa, facendo anticipare il quadro su cui ella contava di più;
il primo incontro di Fausto con Margherita. Margherita, con gli occhi
chini al suolo, con le treccie bionde che le scendevano giù per le
spalle, col suo libriccino di preghiere in mano, era in atto di
schermirsi da Fausto che le offriva il braccio per accompagnarla. Un
pianoforte invisibile intuonava sommessamente il famoso -Permetteresti
a me-, ecc., dell'opera di Gounod. Un applauso immenso e spontaneo
scoppiò nella stanza, e si chiese e si ottenne il -bis- una prima e
una seconda volta. Fu davvero un grande successo. Margherita non
poteva esser più bella, la sua parrucca bionda dava maggior risalto
allo splendore delle sue pupille nere, le linee scultorie della sua
persona si disegnavano mirabilmente sotto il semplice e succinto
vestito azzurro ch'ella indossava. Anche Fausto faceva una discreta
figura, ma, come si può immaginarsi, non era su lui che s'appuntavano
tutti gli sguardi.--Chi non darebbe l'anima al diavolo per quella
Margherita?--susurravano gli uomini fra di loro.
E Roberto non l'aveva ammirata meno degli altri, ma la sua ammirazione
era mista di tanto dolore! Gli faceva male vederla lì sopra una specie
di palcoscenico insieme ad un damerino sciocco e ridicolo, al quale
egli avrebbe voluto somministrare una buona lezione. Egli capiva
benissimo che, dato il carattere di Lucilla, gli applausi ond'ell'era
l'oggetto non potevano a meno d'inebbriarla, di alienarla maggiormente
dall'ideale casalingo e modesto a cui le era dato aspirare unendosi a
lui.
Seguirono ancora alcuni quadri, ma non ebbero che un successo di
stima, e, a spettacolo terminato, il nome della seducentissima
Margherita continuava ad essere su tutte le labbra. I personaggi della
rappresentazione si mescolarono al pubblico nei loro rispettivi
abbigliamenti. Abele riconciliato con Caino, Oloferne scampato al
ferro di Giuditta, Giuditta dimentica de' suoi feroci propositi, e
Cleopatra guarita dalla puntura dell'aspide, passeggiavano per la
sala, ricevendo congratulazioni e strette di mano dai parenti e dagli
amici. La padrona di casa conduceva in giro l'astro più fulgido della
serata, Lucilla, al fianco della quale ella faceva una ben meschina
figura. E Lucilla sentiva d'esser la regina della festa; ella passava
sotto quel fuoco di sguardi infiammati, in mezzo a quel bisbiglio
lusinghiero che non giunge mai impunemente all'orecchio d'una donna.
Tutti volevano esserle presentati, tutti le dirigevano parole piene di
sincero entusiasmo. La signora Elvira stimò suo dovere di farle
conoscere anche il signor Dalla Noce, il grave cronista, il quale, con
un sorrisetto a fior di labbro, le lasciò intendere che l'indomani la
stampa si sarebbe occupata di lei. E Lucilla, orgogliosetta con gli
altri, fu affabilissima con l'insigne scrittore. Ella stava già
leggendo con la fantasia la prosa fiorita del signor Dalla Noce quando
le si avvicinò Roberto.
--Oh!--diss'ella.--Finalmente si fa vedere, signor Arconti.--Poi
soggiunse, rivolta alla signora Elvira.--Questo è l'uomo selvaggio,
l'orso bianco della Norvegia. Vive gran parte dell'anno sotto terra,
fugge la luce e il consorzio civile.
Il giovine ingegnere rimase alquanto sconcertato dal tuono burlesco
della fanciulla, e specialmente dal -Lei- cerimonioso ch'ella, del
resto con ragione, aveva usato parlandogli. Tuttavia egli riprese:--La
bella Margherita consentirebbe a fare un giro con me?
--Volentieri--rispose Lucilla--se la signora Elvira lo permette.
La signora Elvira lo permise.--Vado--ella disse--a dar le disposizioni
perchè sbarazzino questa sala. Intanto passeremo tutti di là.
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