l'ornamento della festa.... Vedrai come.... --Ah! Eccola--gridò Roberto che aveva sentito il suo passo e il tintinnio dei sonagli di Gipsy. E s'avviò verso l'uscio. Lucilla entrò tenendo in mano una candela, la cui fiamma illuminava il suo viso bellissimo. Aveva sulle spalle un lungo accappatojo bianco che le scendeva giù fino quasi ai piedi e che faceva risaltare il vago incarnato delle sue guancie e la tinta bruna de' suoi lucidi e abbondanti capelli raccolti con arte dietro la nuca. --Oh Roberto--ella disse posando il lume sopra la tavola e tendendo la destra al giovinotto. --Lucilla, Lucilla mia--egli esclamò. E chinatosi sopra di lei, le diede un bacio in fronte. --Adagio, signorino--gridò la giovinetta indietreggiando un passo.--Prima di tutto mi sciupi l'acconciatura, e poi, ti pare?... Se fossero qui il babbo e la mamma, cosa direbbero?... Ma non saluti nemmeno Gipsy, che ti fa tanta festa? Infatti Gipsy, dopo qualche esitazione, aveva riconosciuto Roberto e gli saltellava attorno alle gambe abbaiando sommessamente. --Cattiva Lucilla!--disse l'Arconti un po' sconcertato.--Dopo tredici lunghi mesi che non ci si vede, vuoi farmi carezzar la cagnetta.... Seccantissima bestia! E Roberto infastidito diede a Gipsy un piccolo calcio, che la fece rotolar sul pavimento. --Sei pure sgarbato!--proruppe Lucilla, mentre raccoglieva in grembo la cagnetta come fosse un bambino. --Via, ragazzi, non bisticciatevi--interruppe la signora Federica. --Povera Gipsy!--soggiunse Lucilla in tuono lamentevole.--Trattarla così!... Quel Roberto a star fra i monti è divenuto un selvaggio.... Già, basta guardarlo.... Con quella barba!... --Lucilla, Lucilla, vien qui, facciamo la pace.... Vuoi che domandi scusa a Gipsy? --Meriteresti che te lo imponessi per penitenza. L'arrivo della signora Giulia pose termine al grave contrasto. La signora Giulia salutò Roberto con molta cordialità e parve lieta di rivederlo. Anche Benedetto, ella soggiunse, l'avrebbe visto con piacere, ma faceva il suo chilo ed era meglio lasciarlo stare. Roberto, dal canto suo, non provava nessuna impazienza di abbracciare quell'insigne personaggio. Si stette così a chiacchierare per una mezz'ora, finchè la signora Giulia, dopo aver guardato l'orologio, osservò ch'ella aveva ancora da cominciare a vestirsi e che anche Lucilla doveva compiere la sua -toilette-. Indi, rivoltasi alla Arconti, le disse--E tu che fai? Vieni dagli Osnaldi, o no? --Rimango con Roberto--ella rispose.--Sarei venuta volentieri, ma non posso lasciar solo mio figlio.... --Oh, se desideri andare--disse Roberto. --No, no--replicò la signora Federica.--Andremo un'altra volta insieme. --Sicuro--saltò su Lucilla--la sera dei -quadri viventi-. --Che quadri viventi?--domandò l'ingegnere. --Oh bella! Quadri viventi. Non sai che cosa siano? Figuriamoci! A vivere in mezzo allo zolfo si dimentica tutto.... Vedrai che -Margherita- coi fiocchi io sarò. --Farai tu da Margherita? --Io stessa.... Avrò una parrucca bionda.... --E ci sarà.... anche Fausto? --Naturale.... Il marchesino Moschi.... Un Fausto compitissimo.... Oh ma è tardi.... Aspetta qui.... Ci aiuterai a salire in carrozza.... Aspetta anche lei, non è vero, signora Federica? --Sì, andate pure. --Vieni, mamma.... Su, Gipsy, ps, ps. --Cos'hai?--disse la signora Federica, quando fu rimasta sola col figlio che s'era messo a passeggiar concitato per la stanza. --Non ho nulla.... Però dovrai convenire che non potevo arrivare in un momento peggiore. --Non ti si aspettava. Le Dal Bono s'erano impegnate con gli Osnaldi.... --E a Lucilla non è neppur venuta in capo l'idea di restare in casa. --Come si fa?... Che scusa trovare?... Se tu fossi ufficialmente il fidanzato! --Non lo sono, e capisco che non lo sarò mai.... Era meglio che restassi a Valduria, che non mi mettessi fra Margherita e Fausto. --Saresti geloso del marchesino Moschi?... Non lo conoscevi? --No. --È vero. Egli non è qui che da poco tempo. Viveva a Firenze con sua madre, che è vedova.... Un giovine di garbo, gentilissimo anche con me.... Svolazza un po' intorno a Lucilla.... --Ah, sì? --Oh! puerilità.... Ella non gli dà retta, sai. È sempre a te che vuol bene. --Lo vedremo alla prova.... --Anche per te ci sarà la prova. Ho la mia idea. Roberto si strinse nelle spalle. --Bisogna che tu ti persuada--continuò la signora Federica--che, a star laggiù, ti riempi la mente di stravaganze tantochè finiscon col parerti enormità le cose più naturali del mondo.... --Dio buono--esclamò Roberto, che principiava a perder la pazienza--avete voi altri da offrirmi una posizione che valga quella che ho in miniera, che soddisfaccia il mio amor proprio, che mi dia la speranza di un bell'avvenire? --Eh! Chi sa?--disse la signora Federica con aria di mistero. Roberto fissò sua madre con curiosità.--E sarebbe? --Oh! Questo non è il momento.... Domani... oppure più tardi. Il giovine non rispose. Di lì a poco tornarono la signora Giulia e Lucilla vestite per il ballo. Lucilla indossava un abito di velo bianco un po' scollato e con le maniche corte; nei capelli s'era messa una camelia rossa; dal suo sguardo, da tutta la sua persona, spirava un fascino irresistibile. E vinto da questo fascino, Roberto non voleva porgere ascolto a una voce interna che gli ripeteva: Bada, la giovinetta a cui un uomo come te può dare il suo cuore dev'essere più modesta, più vereconda, e soprattutto deve saper amare di più. --Dunque addio, Roberto--ella disse con grazia, tirando fuori della mantellina il suo braccio nudo fin sopra il gomito e tendendogli la sua bella mano chiusa in un guanto -gris-perle-.--Addio, e a domani. Egli pensò che fra poco quello svelto corpicino sarebbe stato trascinato da altri nel turbine delle danze, che altri avrebbero stretto quella mano, sentito il contatto di quel braccio morbido, aspirato voluttuosamente il profumo di quei capelli ondeggianti, pensò che altri avrebbero passeggiato con la stupenda fanciulla per le sale piene di luce, si sarebbero affacciati con lei alla finestra a inebbriarsi nell'aria tepida d'una notte estiva, le avrebbero forse susurrato all'orecchio parole d'amore, e provò nell'anima tutti gli spasimi della gelosia. Non più padrone di sè,--Lucilla--egli disse con accento appassionato--non puoi sacrificarmi questa festa da ballo? Ella gli diede col ventaglio un colpettino sulla mano,--Bisogna venir dalle miniere per aver queste idee.... Come vorresti fare?... A quest'ora, dopo che mi son vestita, dopo che mi aspettano.... Nemmen per sogno.... --E in tal caso--egli balbettò--perchè non verrei anch'io dagli Osnaldi?... La mamma doveva pure andarci.... E poi, li conoscevo una volta.... In ogni modo, non è vero, signora Giulia, che mi presenterebbe? --Ti presenterò sicuramente un'altra sera, ma oggi, ragazzo mio, è impossibile.... Non vedi in che -toilette- sei? L'osservazione era giusta, e Roberto guardò mortificato il suo vestito da viaggio tutto sudicio e polveroso. Pur non si diede per vinto.--Potrei cambiarmi.... --Oh sì--interruppe Lucilla--è già tardi, e aspetteremo finchè tu vada a casa a mutarti da capo a piedi?... Quindi la giovinetta continuò con un tono di protezione:--Sei caparbio come un fanciullo viziato.... Non sei più riconoscibile dopo il tuo soggiorno a Valduria.... Buona sera, signor minatore, si rifaccia cittadino, e poi la condurremo in società.... Andiamo.... No, Gipsy, non si viene.... Leonilda, prendila in braccio. Affidata l'interessantissima bestia alle cure della cameriera, Lucilla uscì dalla stanza insieme a sua madre. Roberto e la signora Federica scesero anch'essi le scale e videro a partir la carrozza. Poscia s'avviarono a casa a piedi. Roberto soffriva fuor di misura, ma avrebbe preferito tacere, perchè pur troppo sapeva che sua madre con la miglior volontà del mondo non avrebbe potuto che inacerbir la sua piaga. Ella invece era loquacissima e catechizzava assai gravemente suo figlio. Era un fenomeno curioso quello a cui l'ingegnere Arconti doveva assistere. A Valduria tutti riconoscevano la sua superiorità; a Milano finora parevano trattarlo tutti dall'alto al basso; per poco non lo aveva trattato così anche la serva di casa. --Eh caro amico--sentenziava la signora Federica--il tuo capriccio d'andare a Valduria fu uno sproposito sotto tutti i punti di vista. Per quanto riguarda me, ti farò toccar con mano la mia situazione. Tu mi spedisci quello che puoi, e mi spedirai ancora di più.... Ma ci vuol altro perchè io possa vivere decentemente, come deve vivere una Arconti, come mi aveva avvezzato il mio Mariano.... Sono umiliazioni continue.... Le mie conoscenti ne arrossiscono per me.... Ogni momento sento chiedermi: Perchè non cerchi casa in una via centrale? Perchè non ti fai un cappellino all'ultima moda? Perchè non ti abbuoni a teatro?... Senza parlare poi della carrozza.... Quella lì, credilo, è una privazione superiore alle mie forze.... --Senti, mamma--rispose l'ingegnere--se si realizza un certo progetto, io potrò tra non molto fissarti un assegno che ti consenta di tener carrozza. --Un progetto che ti farebbe restare a Valduria? --A Valduria, o lì presso. --Ma sei matto? Quelli non son luoghi per te. Mi fisseresti un assegno che mi consentirebbe di tener carrozza?... Me n'importa molto!... Per me tanto è lo stesso.... Mi lagno forse? Roberto non si curò di rilevare questa strana domanda, e la signora Federica proseguì:--È nel tuo interesse che parlo.... Ma credi tu che lo startene lontano giovi al tuo amore per Lucilla?... --Se Lucilla è tanto frivola da non sapermi conservare il suo affetto--replicò Roberto con amarezza--ebbene, sarà un gran dolore, ma io rinunzierò a lei. --No, no, povero grullo, c'è la tua mamma che vigila per te, la tua mamma che tu stimi poco, oh lo so, ma che non ha perduto il suo tempo durante la tua assenza.... E la tua mamma ti dice che quella Lucilla, a cui vorresti rinunziare, non hai forse da far che un passo per averla.... --Oh, sempre castelli in aria. --Non sono castelli in aria.... È una realtà bell'e buona. --In nome di Dio, spiegati. Dimmela questa tua famosissima -idea-. --Sappi dunque che tra la Giulia Dal Bono e io siamo quasi riuscite a persuadere il signor Benedetto che il miglior modo in cui egli possa sposar Lucilla è quello di cercarsi un genero che venga a stargli in casa, che assuma l'amministrazione de' suoi beni e che, invece di costringerlo a tirar fuori dal suo scrigno la dote, si contenti di riscuoterne ogni anno l'interesse, più un congruo stipendio.... --E questo genero di buona pasta dovrei esser io?--chiese Roberto, non lasciando nemmeno che sua madre terminasse il discorso.--Io dovrei essere a un tempo lo sposo di Lucilla, e l'amministratore, il commesso, l'ospite del signor Benedetto? --Che c'è! Mi pare che sarà una posizione più decorosa che quella di starsene tra i fornelli di zolfo. --E Lucilla acconsentirebbe? --Naturalmente. Poichè ti ama. --Ah poichè mi ama vorrebbe che io.... Non discorriamone più per questa sera, non ho la calma necessaria.... Non turbiamo con una disputa i primi momenti in cui ci rivediamo dopo tredici mesi.... Lascia piuttosto ch'io confidi nell'esito d'un colloquio a quattr'occhi con Lucilla, lascia ch'io m'illuda nella speranza di farle preferire il mio piano a quello che avete combinato fra voi altre. --Roberto, Roberto--esclamò la signora Federica--tronchiamo pure il discorso, dacchè ti piace così; ma permettimi di dirti che tu sarai certo un buono e valente giovine, ma che hai un carattere molto bisbetico e irragionevole. Pronunziate queste parole, la signora Federica, convinta più che mai della sua grandezza morale e intellettuale, si chiuse in un maestoso silenzio. XVI. Il signor Benedetto Dal Bono era divenuto negli ultimi tempi più apprensivo e fastidioso che mai. Vedeva la sua salute in rovina, la sua fortuna in dissoluzione. Ogni momento gli saltava il ghiribizzo d'esser malato, e si cacciava in letto, o per lo meno rimaneva chiuso in camera, costringendo sua moglie a tenergli compagnia e ad ascoltar le sue paternali. E la signora Giulia, donna di bontà passiva, stava rassegnata a sentirlo, e gli rispondeva con monosillabi. Pel signor Benedetto era prossima una rivoluzione. E il gran problema era quello di mettere al coperto i propri averi pel momento del cataclisma. La maggior parte della sostanza Dal Bono era investita in case, ma il signor Benedetto era convinto che le case de' ricchi sarebbero state abbruciate, e voleva quindi trovare un diverso impiego al suo danaro. Voleva, così per modo di dire, giacchè non sapeva mai risolversi a nulla. Le terre gli sembravano destinate alla devastazione, i fondi pubblici alla riduzione dell'interesse, le azioni industriali al fallimento. Pronosticava in tuono lamentevole che avrebbe finito col dover morire sulla paglia, e lo spaventava l'idea di dover esborsar la dote per Lucilla, una dote che l'opinione pubblica s'ostinava a ritenere di duecentomila lire. Invero Lucilla era la sola persona ch'egli amasse, per quanto l'amare fosse conciliabile col suo temperamento egoista. Ella aveva a ogni modo un'influenza reale sull'animo suo; forse la bellezza di lei lusingava la sua vanità. E la lasciava vestire con una certa eleganza, la lasciava andare a qualche festa da ballo accompagnata da sua madre, il cui abbigliamento era sempre più dimesso e che finiva coll'aver l'aria d'una cameriera. Quest'orgoglio paterno del signor Benedetto gli avrebbe certo fatto desiderare per sua figlia un matrimonio cospicuo; un matrimonio che le avesse dato una corona di contessa, se non fosse stato l'affar della dote. Il signor Dal Bono non era uomo da credere che i conti sposino le borghesi non coperte d'oro. Inoltre egli era un po' scettico rispetto alle condizioni economiche dell'aristocrazia, e non intendeva di sostenere co' suoi scudi qualche impalcatura cadente. Aggiungasi a tutto ciò la disposizione sincera a secondare i gusti di Lucilla in quanto la cosa potesse farsi anche a vantaggio dei propri interessi. Trovare uno sposo che si contentasse di vivere in casa ricevendo un assegno annuo invece del capitale, era un'idea che aveva il suo lato buono, e per questo la signora Federica non aveva tutto il torto di dire che il signor Benedetto porgeva benevolo ascolto ai piani di sua moglie e di lei. Di sua iniziativa, il signor Dal Bono non avrebbe scelto sicuramente per genero Roberto Arconti, ch'era a' suoi occhi un sognatore, un poeta, ma se Lucilla persisteva nella sua preferenza per lui, e s'egli dal canto suo si piegava alle condizioni volute, chi sa? il signor Benedetto avrebbe forse avuto la magnanimità di adattarsi a rispondere di sì. Per arrivare a questo punto la signora Federica aveva dovuto usare un'arte infinita, poichè, a sentirla, la signora Giulia, da sola, non sarebbe venuta a capo di nulla. Ella invece, con le sue moine, aveva a poco a poco mansuefatto quell'orso. Approvava le sue idee politiche e sociali, mostrava di dividere le sue paure d'un cataclisma, faceva eco alle sue censure ai ricchi per il loro sfarzo e ai poveri.... perchè erano poveri; giocava spesso alle carte con lui e perdeva quasi tutte le partite lodando la sua rara abilità. Riparava insomma verso il signor Benedetto Dal Bono i torti del suo Mariano. Poichè Mariano aveva mostrato troppo chiaro di non tener nel menomo conto il signor Dal Bono, e queste sono arroganze da non permettersi mai con persone milionarie.... Già Mariano, malgrado dei suoi meriti, certe cose non le capiva. E non aveva capito nemmeno sua moglie, che per lui era una donna di poco cervello, mentre invece ella spiegava una furberia degna di Bismark. È vero che la signora Federica attribuiva all'amor materno lo svolgimento ammirabile delle sue facoltà. In passato era stata un po' visionaria, aveva avuto una certa esuberanza d'idee; adesso era molto più positiva. Infatti le sue idee s'erano condensate in un'idea sola. Sposar Roberto con Lucilla, far anche lei la mezza padrona in casa Dal Bono e aspettar pazientemente che il signor Benedetto, il quale era cagionevole di salute, passasse a miglior vita e lasciasse la figlia ed il genero eredi di tutto il suo pingue patrimonio. Allora Roberto sarebbe diventato ricco davvero, lo avrebbero fatto deputato, senatore, ministro, ed ella avrebbe potuto scialar da gran signora, tener circolo, esser segnata a dito per le strade!... Possibile che Roberto rifiutasse per sè e per sua madre un avvenire simile? Malgrado della dichiarazione esplicita di suo figlio, la signora Federica non sapeva persuadersene. Doveva essere un impeto del momento, bisognava lasciargli tempo di riflettere, bisognava ch'egli vedesse co' propri occhi che non c'era altro modo di possedere Lucilla, di assicurarsi la felicità. Aveva un progetto anche lui? Un progetto bislacco senza dubbio; nè la signora Federica si curava di conoscerlo. Già le ragioni di lei non lo avrebbero convinto. Ne parlasse pure con Lucilla; ella sì avrebbe sfatato i suoi entusiasmi, ella lo avrebbe ricondotto a più umani consigli. Una sola cosa temeva la savia genitrice; ella temeva, cioè, che Roberto non serbasse col signor Benedetto un contegno tale da affidarlo appieno. Ella lo aveva dipinto al Dal Bono come una specie di convertito. A sentirla, le dure prove della miniera avevano fatto di lui uno spirito positivo, tranquillo. A Valduria egli aveva mostrato ch'era un giovine di grande abilità, e i suoi superiori erano pronti a certificarlo, ma nello stesso tempo s'era persuaso che la soverchia baldanza era un difetto, che non conveniva disprezzar l'appoggio degli uomini d'esperienza, e che, al momento della morte del padre, egli aveva fatto male a non gettarsi addirittura nelle braccia di una persona affezionata alla famiglia, quale era il signor Benedetto. E il signor Benedetto, che non avrebbe fatto nulla per l'Arconti, se questi avesse commesso la corbelleria di rivolgersi a lui, si compiaceva di veder riconosciuta l'autorità del suo giudizio e l'efficacia del suo patrocinio. Adesso poi lo lusingava l'idea di trattare con una tal qual aria di protezione il figlio di quell'orgogliosissimo Mariano, che lo aveva sempre tenuto per un dappoco. E se finalmente si fosse risolto a fare di Roberto suo genero, come avrebbe voluto calcargli i piedi sul collo! Però, fin dal primo incontro che il signor Dal Bono ebbe con l'ingegnere Arconti, gli fu forza persuadersi che l'impresa non era sì facile come egli credeva, ciò che gli fece tentennare il capo e dire fra sè.--Eh, Lucilla, mia moglie e la signora Federica possono discorrere a loro talento. Se il signorino non cangia tuono, di questo matrimonio non ne faremo nulla. Non era che il -signorino- fosse sgarbato; tutt'altro. Egli non voleva mancar di riguardi col padre di Lucilla, ma voleva avere le sue opinioni, e le sue opinioni non erano quelle del signor Benedetto. Non imprecava al progresso, non vedeva imminente un cataclisma sociale, non trovava giusto di non far nulla per la paura di tutto. Magnificava le virtù della lotta in cui lo spirito s'affina e il corpo si ritempra, pareva innamorato della sua miniera, parlava con trasporto dei successi che vi aveva ottenuti, e di quelli che contava ottenervi nell'avvenire; nulla accennava in lui al proposito di mutar carriera. --Vostro figlio--disse il signor Dal Bono alla signora Federica--è sempre un cervello esaltato. Ed ha poi tanta voglia di venir via da Valduria quanta ne ho io d'andarci. --Lasciate fare a Lucilla--rispose la signora Federica, ch'era sempre piena di fede. La signora Giulia non divideva queste rosee speranze, ma non contrastava con la sua amica, tanto più ciarliera e procacciante di lei. Roberto non potè discorrer di proposito con Lucilla che due giorni dopo il suo arrivo. Egli era stato invitato a desinare dai Dal Bono insieme a sua madre, e, durante il pranzo, aveva avuto il piacere di sentir le dissertazioni del suo ospite sul rincaro dei viveri e sulla necessità di restringer le spese della tavola. Appena preso il caffè il signor Benedetto si ritirò brontolando, le due donne si ammiccarono con l'occhio, e con un pretesto si allontanarono anch'esse. --Finalmente siam soli--disse Roberto--e spero sentirai tu pure il bisogno che ci parliamo col cuore in mano.... Fammi la grazia di metterti a sedere e di badare a me e non a Gipsy. --Ih! Che solennità!... Via, mi sederò.... Su, Gipsy. --Ma lasciala andare. --No, no, quand'è in grembo mio, Gipsy sta tranquilla.... Non è vero, Gipsy, che non fiaterai nemmeno?.... La cagna saltò sulle ginocchia della giovinetta e si fece in gomitolo, proponendosi di schiacciare un sonnellino. Roberto frenò un gesto d'impazienza e prese una mano di Lucilla nelle sue. Poi, guardandola, negli occhi bellissimi, le domandò:--Mi vuoi sempre bene? --Ma sì. Non lo sai? --È così dolce sentirselo ripetere.... Il tempo, la lontananza non ti hanno mutata? --E perchè dovrebbero avermi mutata? --Tanto meglio allora. Tu m'intenderai più facilmente. --Ma scusa.... A che scopo tutto questo preambolo?.... Tua madre non ti ha comunicato un progetto?.... --Prima ch'io ti risponda su quel progetto, devi ascoltare il mio.... --Saran castelli in aria--interruppe la ragazza stringendosi nelle spalle. --Non giudicare senza saper di che si tratti... --Oh!... M'immagino già.... --Senti, Lucilla. Io non ho forse da dire che una parola perchè la mia posizione attuale si cambi radicalmente.... --Nella tua bella Valduria?... --Non a Valduria, ma lì vicino.... --Sempre in una miniera di zolfo? --Si, potrei diventar io il direttore di una miniera di zolfo. --E vorresti condur me in quei paesi? --Lucilla, Lucilla, lasciami parlare.... Ti condurrei, è vero, in paesi poveri e rozzi, ma dappertutto, credilo, due cuori che s'amano possono trovare la pace e la felicità.... Stammi a sentire.... Non ritirar la tua mano.... Non far quei moti d'impazienza.... Oh fanciulla mia, questo mondo in cui tu vivi non è tutto il mondo.... Ci sono altre gioie oltre a quelle che la tua mente vagheggia.... ci sono anche per la donna altre soddisfazioni oltre a quelle d'andar in carrozza sul Corso, o di far spese in Galleria -Vittorio Emanuele-, o di assistere da un palchetto di seconda fila alla prima rappresentazione d'un'opera nuova alla -Scala-.... Prendere interesse ai lavori dell'uomo a cui vuol bene, godere dei suoi trionfi, aiutarlo nelle sue difficoltà, esser la confidente de' suoi pensieri, la regina del suo cuore e della sua casa.... E tu saresti la mia regina, Lucilla, ed io ti cingerei di tanto amore che un giorno tu dovresti chiedermi perdono di aver esitato un momento a esser mia a questi patti. Roberto era riuscito a incatenar l'attenzione di Lucilla, che sulle prime pareva volerlo interrompere ad ogni istante. Il suo accento sincero, caloroso, commosso, non poteva a meno di far vibrar qualche corda nell'anima d'una giovinetta diciottenne, per quanto ella fosse aliena dagli entusiasmi. Il volto di lei s'era atteggiato ad una espressione pensosa che ne cresceva la bellezza, già una lagrimetta le spuntava sul ciglio, era vinta forse, quando le si affacciò alla mente la immagine di Roberto in costume da minatore, annerito dal fumo, puzzolente di zolfo, cinto da una turba di operai sudici come lui, vide con la fantasia una casa nuda, disadorna, impregnata di vapori molesti, sentì in anticipazione il tedio delle lunghe giornate solinghe e delle lunghe sere monotone, e si meravigliò, si ribellò all'idea che un tale avvenire potesse essere offerto a lei, cresciuta in tutte le raffinatezze della vita cittadina. Ebbe un impeto subitaneo, si svincolò da Roberto, che le teneva sempre la mano, e, senza badar nemmeno a Gipsy, si alzò in piedi, lasciando che la cagnetta, sorpresa di modi così fuor del comune, andasse ruzzoloni sul pavimento. --Caro mio--ella disse--siamo pazzi tutti e due; tu a farmi queste proposizioni, io a star lì a darti retta. --Oh Lucilla! --Sì, te lo ripeto, la tua è una vera pazzia. Se tu hai la fissazione di sagrificare la tua gioventù in un paese barbaro e in un mestiere bestiale, io non posso certo secondarti.... Vuol dire che tu metti i tuoi capricci al disopra del tuo amore. --Le tue parole sono ben crudeli, Lucilla. Anche tu parli de' miei capricci come la mamma. Fu dunque per un capriccio ch'io andai a relegarmi in una miniera di zolfo?... Rimasto povero e orfano, i miei amici, gli amici della mia famiglia, gli amici tuoi non seppero darmi che vane parole.... Solo da Valduria mi venne un aiuto, solo di là mi fu offerto un modo di provvedere dignitosamente a me stesso. Dovevo respingere la mano che m'era tesa? E una volta accettato l'ufficio offertomi con tanta generosità, non dovevo portarci tutto il mio ardor giovanile, tutto il mio ingegno, tutta la mia perseveranza? Mi fai una colpa se sono riuscito, e se, come gli altri uomini, non so odiare, non so disprezzare le cose in cui sono riuscito? Oggi vedo la possibilità di conseguire, in quei paesi che tu chiami barbari e in quel mestiere che tu chiami bestiale, un posto onorifico, largamente rimunerato, tale da assicurarmi, più che l'indipendenza, l'agiatezza, e tu ti sdegni perchè non lo rigetto, e ti chiami offesa perchè ti dico: Vieni con me, sii la mia compagnia, sii la mia sposa... Basterò io a mantenerti... Che m'importa della tua dote? --Oh insomma, no, no.... Non mi persuaderò mai.... Perchè rifiuti ciò che ti si offre qui? --Ma lo sai proprio ciò che mi si offre?.... Invece dell'indipendenza, mi si offre la schiavitù; invece della lotta che rinvigorisce le membra e lo spirito, mi si offre un lavoro umiliante: invece d'un'agiatezza dovuta a me stesso, mi si offre un salario dovuto alla mia qualità di marito tuo, di genero di tuo padre.... Ma non senti salirti al viso i rossori per me?... Ma non capisci che l'obbligo più sacro di chi ama, è di voler salva la dignità della persona amata? --Insomma--replicò infastidita Lucilla--io non capisco niente, io non conosco i miei obblighi. Sono una sciocca.... Le ragazze di garbo si trovano a Valduria. --Oh Lucilla, quanto sei ingiusta!... --Ma sì, sono ingiusta, son tutto quello che piace al signorino--proseguì con petulanza la fanciulla.--Bisogna venir di laggiù per aver la sapienza infusa.... Le ragazze di Valduria, quelle sopratutto che studiano il francese.... --Le ragazze di Valduria--interruppe Roberto--studino o non istudino il francese, possono valere di più di certi marchesini azzimati che sento lodar molto da qualche ragazza di Milano.... --Dunque, figliuoli, vi siete intesi!--domandò la signora Federica, entrando all'improvviso nella stanza per informarsi dell'esito del colloquio. --Oh perfettamente!--esclamarono i due giovani con un tòno che scosse un pochino anche la saldissima fede della signora Arconti. XVII. A malgrado di tutto, le due madri cui stava a cuore il trionfo del loro piano, non si diedero per vinte. La pazzia di Roberto, poich'eran concordi nel giudicarla tale, non sarebbe durata a lungo; piuttosto di perder Lucilla, egli si sarebbe assoggettato alla gran disgrazia di diventar ricco. La signora Federica sopratutto si stimava sicura del fatto suo; nè con ciò ella credeva menomamente di metter sotto i piedi ogni sentimento di dignità, per sè e per suo figlio. La dignità, secondo lei, era salva appieno. Se i Dal Bono avevano più quattrini, gli Arconti, mercè il defunto Mariano, avevano goduto d'una posizione più elevata in società, e quindi i conti eran pari. Queste belle cose la signora Federica non si stancava di ripeterle a Roberto, ed ella era così facile ad illudersi che ogni leggero sintomo di resipiscenza da parte di lui bastava a farle credere imminente la vittoria. E invero, benchè egli fosse convinto d'aver ragione, benchè fosse deliberato a tirar diritto sul suo cammino, non si può dire che qualche dubbio non lo assalisse talora. Avrebbe voluto scacciar dal suo cuore l'immagine di Lucilla, e non gli riusciva. La trovava frivola e calcolatrice ad un tempo, priva di quella sacra fiamma di poesia senza della quale par fredda ogni virtù femminile; ma la trovava anche più bella e più seducente di quando l'aveva lasciata. Le sue parole lo disgustavano spesso, ma a un suo sguardo, a un suo sorriso, al tocco della sua mano, egli sentiva il sangue affluirgli al cervello e turbargli i sensi e lo spirito. Non era così che l'aveva amata una volta, non era così che avrebbe voluto amarla; eppure l'amava così. Vissuto come un anacoreta nella solitudine di Valduria, si risvegliavano adesso nel suo corpo giovine e gagliardo i desiderî tempestosi dell'età sua. La Musa ispiratrice de' suoi primi versi era scomparsa, l'angioletto che la sua fantasia aveva vestito d'ali e cinto d'un nimbo era disceso a terra e s'era mutato in un demone tentatore al cui fascino egli non sapeva sottrarsi. -Non amare una donna soltanto per la sua bellezza-, gli aveva detto suo padre poco tempo avanti di morire; e quelle parole gli sonavano all'orecchio come una verità sacrosanta. Tuttavia egli sentiva, arrossendo, d'amare una donna soltanto perchè era bella. Ed era geloso. Un giorno, a casa Dal Bono, s'era incontrato col marchesino Moschi, ch'era venuto a fare una visita, e quell'incontro lo aveva stranamente agitato. I due giovani, presentati l'uno all'altro, non s'erano nascosta l'antipatia reciproca che s'inspiravano. Roberto capì che aveva nel Moschi un rivale, e che Lucilla non isdegnava di civettare con lui. S'informò del marchesino e gli dissero ch'era un giovine di assai scarse fortune senz'altro merito che un po' di vernice di società e una bella presenza. Su quest'ultimo punto Roberto aveva un'opinione affatto diversa; egli lo giudicava bruttissimo. Bello o brutto, il marchesino non era secondo a nessuno nel dirigere una quadriglia o un -cotillon-, e ciò lo rendeva gradito alle ragazze. Andava a caccia d'una dote, e quella di Lucilla gli sarebbe venuta molto a proposito, ma il vecchio Dal Bono, guardingo come era, non gliel'avrebbe sborsata sicuramente. Era però da scommettere che il Moschi, ad onta della sua albagia aristocratica, si sarebbe adattato a ricevere solo gl'interessi, e forse per far la sua formale domanda egli non aspettava che una parola favorevole di Lucilla. Ora, Lucilla questa parola non voleva dirla finchè aveva la speranza di vincere le ritrosie di Roberto, che senza dubbio ella preferiva ad ogni altro. Se poi Roberto persisteva ne' suoi orgogliosi propositi, la faccenda poteva bene mutar d'aspetto! Queste considerazioni, che chiudevano in sè molto di vero, avrebbero dovuto, a fil di logica, piuttosto raffreddare che accendere il cuore di Roberto. Ma la logica, si sa, entra pochissimo nell'amore, e, se c'entra troppo, si può giurare che l'amore non è di quel buono. Avvezzo sin dall'adolescenza a riguardar Lucilla quasi come cosa sua, l'ingegnere Arconti fremeva pensando che un altro potesse esserle accetto, che ella potesse diventar la donna d'un altro. Cedere il campo al marchesino Moschi, ecco un'idea che lo metteva su tutte le furie, ecco lo spauracchio che la signora Federica agitava sovente davanti a lui. Nè fra' suoi amici mancavano alcuni che gli consigliavano di rimeditare pacatamente la proposta che gli era fatta.--In fin dei conti--essi dicevano--la tua suscettività è eccessiva. Un uomo del tuo merito non sarà mai il servitore di chicchessia. Quando pure tu consentissi a vivere in casa Dal Bono, ad aiutare il signor Benedetto nell'amministrazione delle sue sostanze, in breve tempo il vero padrone non sarebbe lui, saresti tu. E poi, una volta sposata la tua Lucilla, chi potrebbe impedirti di cercare un'occupazione più conforme a' tuoi gusti, ma tale nello stesso tempo da non costringer tua moglie a una vita che non può a meno di ripugnarle? Coll'ingegno e cogli studi che hai, devi tu stesso esercitare la tua attività in un campo più vasto che non sia una miniera di zolfo. Se resti qui, qual'è la cosa a cui tu non possa aspirare? Un giorno disporrai a tuo talento d'una pingue fortuna, e il bene ch'essa ti permetterà di fare, ti compenserà largamente delle piccole noje che avrai dovuto soffrire per ottenerla. Ragioni fiacche che non persuadevano Roberto, ma contribuivano ad infastidirlo, a crescere le angustie del suo spirito. Era convinto che non gli restasse ormai che un solo partito degno di lui: dire addio per sempre ad una fanciulla che non sapeva comprenderlo, dire addio a sua madre bamboleggiante in vane illusioni, tornar fra la gente semplice e schietta che l'aveva circondato di benevolenza e di stima, scrivere a M.^r Black dichiarandosi pronto ad accettare la direzione della nuova miniera, ripigliare i suoi lavori, seguir la sua stella. Era convinto di ciò, eppure la passione, il puntiglio, la gelosia gl'impedivano di prendere una risoluzione definitiva. Egli, così pronto fino allora a scegliere la sua via, avrebbe avuto bisogno di un consiglio virile che dissipasse i suoi ultimi dubbi. Ma nessuno voleva mettersi ne' suoi panni; i suoi intimi amici, o erano mutati da quelli d'una volta, o non erano più in Milano. Ed egli si pentiva d'una gita che gli procacciava tante disillusioni, che faceva di lui uno spostato nella sua patria e nella sua casa. Del resto, si può dire in tesi generale che il rivedere il proprio paese dopo una lunga assenza è cosa che reca infinite dolcezze, ma che non è scevra mai di dolori. Se, partendo, si credeva di lasciar in molte anime un vuoto che avrebbe stentato ad essere riempiuto, non si tarda ad accorgersi che nella maggior parte almeno di queste anime il vuoto fu colmato interamente. Lo hanno colmato nuove abitudini e nuove simpatie, e chi ritorna s'avvede che, ripigliando l'antico posto nei crocchi fidati d'un tempo, egli deve disturbar qualcheduno. Gli si lascierà forse la sedia ch'egli soleva occupare prima della sua partenza, ma chi si alza per cedergliela non presta sempre di buon grado questo servizio, e non sempre quelli che gli seggono ai lati sono lieti del cambiamento. Certo, anche chi è lontano e oggi ritorna ha in questo frattempo vissuto in mezzo ad altra gente e ha patito di nostalgia meno di quanto avesse temuto prima; ma per lui l'idea della patria si associa a tutto ciò ch'egli aveva di caro all'istante di lasciarla. Capisce l'esiglio, non capisce la patria diversa da quella ch'egli ha abbandonata. È la ragione per la quale molti che cominciarono ad essere esuli forzati finiscono coll'esser esuli volontari. Il colloquio tra l'ingegnere Arconti e Lucilla non aveva condotto i due giovani a un'aperta rottura. Non la volevano essi medesimi; l'avrebbe a ogni modo evitata l'interposizione delle rispettive genitrici. Roberto e Lucilla si vedevano ogni giorno, ora discorrendo confidenzialmente, ora punzecchiandosi a vicenda, ma schivando l'argomento capitale che doveva decidere della loro sorte.--Oh farà giudizio--diceva fra sè la giovinetta. E aspettava sempre di veder l'amante a' suoi piedi. Roberto invece non aveva che una debole speranza nel cambiamento di Lucilla. Le visite ch'egli le faceva lo lasciavano triste: a casa sua sentiva le prediche di sua madre che lo accusava d'essere un figlio snaturato, perchè non sapeva sacrificarle il suo orgoglio e le sue ubbie di delicatezza: al passeggio, ai caffè, ai teatri s'annoiava, tanto i suoi gusti s'eran trasformati nel periodo di tredici mesi. Anche in mezzo ai suoi libri (e la maggior parte della sua biblioteca era rimasta a Milano), anche in mezzo ai suoi libri provava un senso di tedio. Essi non bastavano più a riempiere il suo pensiero: la vita contemplativa non era più fatta per lui; aveva bisogno d'azione. Tutto contribuiva a fargli ridesiderare Valduria! oh perchè, perchè Lucilla non voleva seguirlo? Lucilla aveva ben altro pel capo. La prossima rappresentazione dei -quadri viventi- a cui doveva prender parte l'assorbiva tutta, ed ella passava almeno un paio d'ore al giorno davanti allo specchio a studiar l'atteggiamento nel quale si sarebbe mostrata al colto pubblico la sera dello spettacolo. A ciò s'aggiungevano le prove in casa Osnaldi, prove fatte naturalmente in compagnia del marchesino Moschi e dei personaggi destinati a figurare negli altri quadri. Ella vi si recava in compagnia di sua madre, e talvolta anche della signora Federica, cui non pareva vero di cacciarsi dappertutto, querelandosi sempre delle sciagure che l'avevano colpita e che le impedivano di divertirsi in alcun luogo. La partecipazione di Lucilla a questi -quadri viventi- era per Roberto uno spino nell'occhio, ma le preghiere ch'egli aveva rivolte alla ragazza affinch'ella si dispensasse dal comparire come -Margherita- insieme al marchesino Moschi erano cadute a vuoto. Prima di tutto, si trattava d'un impegno preso da un pezzo e a cui non era lecito di mancare; poi le obbiezioni di Roberto non avevano senso comune; e finalmente con che diritto Roberto domandava sacrifici agli altri, egli che agli altri non voleva sacrificar nulla?--Eh carino--gli diceva sua madre--per aver voce in capitolo bisognerebbe essere ufficialmente il promesso sposo di Lucilla. Avresti torto a ogni modo, perchè un uomo non deve mai fare il tiranno, ma almeno potresti parlare. Invece il tuo contegno ti chiude la bocca, e puoi anzi ringraziare Lucilla e i suoi genitori se ti permettono ancora di bazzicar in casa loro. La vigilia della rappresentazione, la signora Federica, reduce dall'ultima prova, fece a suo figlio uno sproloquio più lungo.--Gli Osnaldi ti aspettano senza fallo domani sera, e io mi sono impegnata formalmente per te. Mancando, useresti uno sfregio a loro e a Lucilla.... Vedrai, vedrai come Lucilla sta bene abbigliata da -Margherita-.... E anche il marchesino Moschi è un bel -Faust-.... Non nego però ch'è un poco svenevole.... Non ha quel -chic-.... so io ciò che voglio dire.... quel -chic- che avevi tu una volta, prima di andarti a seppellire, povero grullo che sei, fra quei montanari di Valduria... Gli altri quadri sono mediocri.... Bisogna confessare che le belle persone son rare. La cugina degli Osnaldi, per esempio, che fa da Giuditta nel momento in cui ammazza Oloferne, ha due occhi che non son brutti, ma è tozza e le si legge in viso la provinciale a un miglio di distanza.... È di Vimercate, come gli Osnaldi, che si stabilirono qui dal 1860 e non hanno mai acquistato l'aria cittadina. Adesso poi, dopo una nuova eredità che han fatta, paiono ancora più -parvenus- d'una volta.... Spendono e spandono per farsi metter nelle gazzette.... tutta vanità.... Leggeremo i panegirici della festa e dell'appartamento, e sì che ci sarebbe molto da ridire.... Ma a noi poco monta.... Se diverremo ricchi, sapremo far le cose con assai miglior garbo.... --Cara mamma, noi non diverremo mai ricchi, e di queste cose non ne faremo nè bene nè male--interruppe Roberto. --Aspetta a parlare domani sera--ripigliò la signora Federica in tuono solenne.--Quando avrai visto Lucilla sotto le spoglie di Margherita capirai che il vero Faust di quella Margherita devi esser tu.... Intanto preparati a ballare, che già come tutti i salmi finiscono in gloria, così tutte le feste dove c'è gioventù finiscon col ballo.... Io dovrò raffazzonare alla meglio una vecchia -toilette-.... Pur troppo son ridotta a tal punto.... io che mi facevo ogni mese un vestito nuovo! XVIII. La sera della rappresentazione, l'ampio salotto di casa Osnaldi era pieno di gente. Dalla parte delle finestre s'era improvvisato un piccolo palco scenico; il resto della stanza era occupato dal pubblico; le signore sedute sul davanti, gli uomini ritti e pigiati dietro le sedie. Quelle si facevano fresco col ventaglio, questi col cappello, quando però riuscivano a mover le braccia. In generale, si diceva che non eran trattenimenti da darsi in giugno. Ma lo si diceva a bassa voce, perchè la signora Osnaldi, sottile, instancabile, era onnipresente come domeneddio. Ora si cacciava nell'interstizio di due sedie, ora fendeva l'angusta corsia che divideva le sedie dalle pareti e lungo la quale s'eran disposti dei panchettini pei bimbi, ora faceva capolino dietro il sipario del palcoscenico, ora compariva nell'anticamera, ora riusciva a insinuarsi nella folla degli uomini scambiando sorrisi, complimenti e strette di mano. La signora Osnaldi non era nè bella nè giovine, ma la sua bassa statura, la sua magrezza, la rapidità de' suoi movimenti le davano una certa aria infantile, sopratutto se la si paragonava al marito, ch'era grande e grosso come una balena ed era altrettanto tenero della quiete quant'ella era appassionata del moto. Infatti il signor Amilcare Osnaldi, con la scusa d'essere il primo a ricevere gl'invitati, aveva quella sera preso domicilio nell'anticamera e si dondolava in un seggiolone di canna d'India. Ogni momento sua moglie, la signora Elvira, sbucando fuori d'improvviso da destra o da sinistra, gli si avvicinava, e gli susurrava qualche parola all'orecchio. Fu in uno di questi momenti che l'ingegnere Arconti giunse insieme a sua madre, e potè così presentar i suoi omaggi contemporaneamente ai due padroni di casa. --Entri, entri in salotto--disse la signora Elvira--e veda di trovarsi un buon posto.... C'è folla, proprio folla.... Davvero non avrei creduto.... E lei, signora Federica, venga con me. Già m'immagino che vorrà assistere alla -toilette- della nostra -Margherita-... Cara ragazza! Non s'è fatta aspettare. È qui con sua madre dalle otto... Venga, venga, signora Arconti.... Ah scusi, son subito con lei.... E la minuscola signora andò incontro con molta effusione ad un giovinetto di primo pelo che s'avanzava con incesso maestoso.--Bravo, signor Dalla Noce, ha tenuta la sua parola.... Osnaldi, saluta il signor Dalla Noce.... Ci sarà un posticino apposta per lei, un posticino da cui potrà veder tutto e prendersi i suoi appunti.... Adesso la condurrò io.... Sappiamo che per lor signori giornalisti ci vogliono speciali riguardi. Il signor Dalla Noce si levò l'occhialino che aveva inforcato al naso e s'inchinò con molta gravità. Allora la padrona di casa si ricordò che doveva prima condurre la signora Federica nella camera ove c'erano le signore Dal Bono, e chiese un istante di sofferenza al sacerdote della libera stampa. Ma la Arconti, che non era donna da confondersi pei troppi riguardi e conosceva benissimo la disposizione della casa Osnaldi, se n'era già andata senza bisogno di guida, onde la signora Elvira potè insediar subito il grave pubblicista nel posto distinto ch'ella gli aveva serbato. Colà giunto, il signor Dalla Noce si rimise l'occhialino e girò uno sguardo dominatore sull'adunanza. Indi si levò i guanti, li voltò e piegò con grandissima cura e li ripose in tasca del soprabito. Quei guanti, che gli avevano già servito in un pajo di solennità, dovevano servirgli ancora per assistere ad un banchetto che stava preparandosi in onore d'un celebre uomo politico straniero, di passaggio per Milano, banchetto a cui la stampa cittadina si sarebbe fatta rappresentare da' suoi direttori o da' suoi cronisti. E il signor Dalla Noce era appunto un cronista, com'era facile indovinare da quella sua aria di uomo che ha bisogno di persuadersi della propria importanza per giustificare a sè stesso il suo intervento gratuito dappertutto. Intanto l'ingegnere Arconti era penetrato nella sala e s'era confuso cogli altri invitati. Perchè era venuto dagli Osnaldi? Non lo sapeva nemmen lui; sapeva soltanto che soffriva immensamente a trovarsi colà, e che avrebbe sofferto anche di più a veder Lucilla esposta agli sguardi d'un pubblico indiscreto e curioso, insieme ad un uomo ch'egli abborriva e sprezzava. Pure una forza maggiore di lui lo teneva inchiodato al suo posto. --Arconti,--gli disse un antico conoscente che gli era vicino--non saluti nemmeno gli amici? --Oh--rispose Roberto,--scusa, non ti avevo visto. --Resti ancora a Milano un pezzo? --Oh no.... pochissimo. --E torni laggiù alla tua miniera? --Sì.... Questo breve dialogo ricordò all'ingegnere Arconti che il suo congedo di quindici giorni non era lontano dal termine e che egli non aveva ancor preso un partito definitivo. I Dal Bono e sua madre non dubitavano di finire coll'indurlo a fare a modo loro, e il suo silenzio contribuiva a mantenerli nella loro illusione. No, non era possibile di durar più a lungo così. Domani, quella sera stessa forse, egli avrebbe fatto un ultimo tentativo con Lucilla, e se anche questo gli fosse fallito, ebbene, a costo di morire poi di dolore, egli avrebbe, senz'altri inutili indugi, ripreso la via di Valduria, e spezzato un vincolo che gli imponeva il sacrifizio della sua dignità. Nella sala s'era fatto quel profondo silenzio che precorre i grandi avvenimenti. La padrona di casa, allontanandosi dal signor Dalla Noce a cui aveva dato alcune spiegazioni da lui richieste pel suo -entrefilet- di cronaca, salì sopra uno sgabello, per rendersi visibile ai servi, e battè le mani palma a palma. Le fiamme della lumiera a gas, che rischiarava la stanza, si abbassarono d'improvviso in mezzo a un -oh- sommesso e prolungato degli spettatori adulti e a un -uh- clamoroso e festante dei bimbi. In pari tempo si alzò la tenda, e nel palcoscenico, illuminato dalla luce elettrica, apparve Caino in atto di uccidere Abele. La luce elettrica in questo primo quadro ne fece delle sue, brillò a sprazzi, ora fulgida come un sole, ora tremula e fioca come un lumicino da notte. Poi, sul più bello, l'apparato si mosse, e il fascio di raggi invece di cadere su Caino ed Abele, li lasciò perfettamente al bujo, e venne ad abbagliare gli spettatori, obbligandoli a ripararsi gli occhi con le mani, o coi fazzoletti, o coi ventagli o coi cappelli. Il successo di questo primo quadro fu mediocre. Il secondo ci trasportava in Egitto ai tempi della grandezza romana. Era la morte di Cleopatra. La superba regina, sdrajata sopra un letto, stendeva la mano verso un canestro di frutta, che le era presentato da una schiava, e nel quale si trovava l'aspide che doveva por fine ai suoi giorni. Il personaggio di Cleopatra era rappresentato da una signora assai grassa e matura, e più di qualcheduno osservava sommessamente che Antonio aveva avuto un gran torto ad innamorarsene. Nondimeno, al calar del sipario, gli applausi scoppiarono unanimi, e la signora Osnaldi colse l'occasione favorevole per insinuarsi tra le sedie e venir a raccogliere le congratulazioni del pubblico.--Pare la biscia di Cleopatra--disse un bell'umore al suo vicino. Per la terza volta la sala rimase nell'ombra, e il sipario, alzandosi, scoprì il triste caso di Oloferne. L'esito di questo quadro fu compromesso da un'inezia. L'Oloferne di quella sera era un pacifico cittadino ammogliato con prole, e i teneri figlioletti si trovavano appunto fra gli spettatori. Vedendo Giuditta che stringeva in una mano i capelli del genitore, e con l'altra gli teneva sospesa una spada sulla testa, essi si misero a battere i piedi e gridare.--No, ferma, ferma!--Dal canto suo, Oloferne, nell'udir le grida strazianti delle sue creaturine, non potè a meno di sollevare il capo, e di chiedere a Giuditta che cosa fosse accaduto. La tela calò in fretta, per nascondere un incidente non rammentato dai libri sacri. La signora Elvira, un po' turbata dall'inatteso contrattempo, affrettò la riscossa, facendo anticipare il quadro su cui ella contava di più; il primo incontro di Fausto con Margherita. Margherita, con gli occhi chini al suolo, con le treccie bionde che le scendevano giù per le spalle, col suo libriccino di preghiere in mano, era in atto di schermirsi da Fausto che le offriva il braccio per accompagnarla. Un pianoforte invisibile intuonava sommessamente il famoso -Permetteresti a me-, ecc., dell'opera di Gounod. Un applauso immenso e spontaneo scoppiò nella stanza, e si chiese e si ottenne il -bis- una prima e una seconda volta. Fu davvero un grande successo. Margherita non poteva esser più bella, la sua parrucca bionda dava maggior risalto allo splendore delle sue pupille nere, le linee scultorie della sua persona si disegnavano mirabilmente sotto il semplice e succinto vestito azzurro ch'ella indossava. Anche Fausto faceva una discreta figura, ma, come si può immaginarsi, non era su lui che s'appuntavano tutti gli sguardi.--Chi non darebbe l'anima al diavolo per quella Margherita?--susurravano gli uomini fra di loro. E Roberto non l'aveva ammirata meno degli altri, ma la sua ammirazione era mista di tanto dolore! Gli faceva male vederla lì sopra una specie di palcoscenico insieme ad un damerino sciocco e ridicolo, al quale egli avrebbe voluto somministrare una buona lezione. Egli capiva benissimo che, dato il carattere di Lucilla, gli applausi ond'ell'era l'oggetto non potevano a meno d'inebbriarla, di alienarla maggiormente dall'ideale casalingo e modesto a cui le era dato aspirare unendosi a lui. Seguirono ancora alcuni quadri, ma non ebbero che un successo di stima, e, a spettacolo terminato, il nome della seducentissima Margherita continuava ad essere su tutte le labbra. I personaggi della rappresentazione si mescolarono al pubblico nei loro rispettivi abbigliamenti. Abele riconciliato con Caino, Oloferne scampato al ferro di Giuditta, Giuditta dimentica de' suoi feroci propositi, e Cleopatra guarita dalla puntura dell'aspide, passeggiavano per la sala, ricevendo congratulazioni e strette di mano dai parenti e dagli amici. La padrona di casa conduceva in giro l'astro più fulgido della serata, Lucilla, al fianco della quale ella faceva una ben meschina figura. E Lucilla sentiva d'esser la regina della festa; ella passava sotto quel fuoco di sguardi infiammati, in mezzo a quel bisbiglio lusinghiero che non giunge mai impunemente all'orecchio d'una donna. Tutti volevano esserle presentati, tutti le dirigevano parole piene di sincero entusiasmo. La signora Elvira stimò suo dovere di farle conoscere anche il signor Dalla Noce, il grave cronista, il quale, con un sorrisetto a fior di labbro, le lasciò intendere che l'indomani la stampa si sarebbe occupata di lei. E Lucilla, orgogliosetta con gli altri, fu affabilissima con l'insigne scrittore. Ella stava già leggendo con la fantasia la prosa fiorita del signor Dalla Noce quando le si avvicinò Roberto. --Oh!--diss'ella.--Finalmente si fa vedere, signor Arconti.--Poi soggiunse, rivolta alla signora Elvira.--Questo è l'uomo selvaggio, l'orso bianco della Norvegia. Vive gran parte dell'anno sotto terra, fugge la luce e il consorzio civile. Il giovine ingegnere rimase alquanto sconcertato dal tuono burlesco della fanciulla, e specialmente dal -Lei- cerimonioso ch'ella, del resto con ragione, aveva usato parlandogli. Tuttavia egli riprese:--La bella Margherita consentirebbe a fare un giro con me? --Volentieri--rispose Lucilla--se la signora Elvira lo permette. La signora Elvira lo permise.--Vado--ella disse--a dar le disposizioni perchè sbarazzino questa sala. Intanto passeremo tutti di là. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000