nostro albergo, fidandoci, per ritrovar poi il cammino, in una certa abilità di orientazione che Giorgio Bussoli aveva mostrato di possedere a Parigi. Camminavamo senza uno scopo, seguendo l'invito del rumore decrescente, cosicchè, partiti da una via piena di moto e di frastuono, giungemmo in pochi minuti ad un'altra che, per Londra, poteva dirsi deserta e silenziosa; non percorsa dai trams nel mezzo, non affollata dai pedoni sui marciapiedi. Tuttavia della gente ce n'era, e bastava che ci fermassimo davanti alla vetrina di un negozio per ricevere degli spintoni da qualche passante affrettato. -- In malora! -- borbottava de Giacomi. -- In malora! -- Ma nessuno si risentiva dell'offesa. Solo una volta una donna la quale non ci aveva nemmeno toccati, cogliendo a volo l'esclamazione vivace del pittore, girò il capo e stette un momento a guardarci tra curiosa e benevola. Poscia ripigliò la sua via; sostò di nuovo pochi secondi alla svolta d'una strada; di nuovo ci guardò, e disparve. Giorgio Bussoli, sempre pronto ad ingalluzzirsi, fece atto di voler seguirla; ma de Giacomi e io lo trattenemmo pel braccio. O che diventava matto? Non sapeva quanta prudenza fosse necessaria a Londra nell'articolo femmine? Non si ricordava di forestieri svaligiati e peggio per esser corsi dietro a qualche sirena lusingatrice? E poi di che cosa s'era invaghito? L'aveva vista bene in faccia quella donna? Che altro poteva dire di lei se non ch'ell'era alta e sottile da parere un manico di granata? Bussoli s'arrese alle nostre ragioni, sospirando con aria patetica: -- In che razza di paese siamo capitati! La nebbia s'era fatta più densa; non c'era proprio sugo ad andare a zonzo per la città e io proposi di tornarcene addirittura all'albergo.... se si trovava la strada. -- Facilissimo, -- rispose Bussoli con la sua sicumera. -- Intanto -front'indietro-. Su questo non c'era nulla a ridire, e per i primi cento metri si camminò d'amore e d'accordo. I guai cominciarono sotto una -réclame- colossale affissa all'altezza d'un primo piano alla svolta d'una strada e illuminata da un riflettore a gaz. Giorgio Bussoli sosteneva che bisognava girare di là, che su quella -réclame- egli aveva prima fermato la sua attenzione come sopra un faro, e ch'era tanto sicuro che quella fosse la direzione giusta quant'era sicuro di esistere. Noi avevamo i nostri riveriti dubbii; a noi pareva che si dovesse girar dalla parte opposta, ma Bussoli insisteva, rammentava i suoi trionfi di Parigi, ci permetteva di dargli del -piavolo- se entro dieci minuti egli non ci conduceva alla porta dell'albergo. E noi, benchè riluttanti, finimmo col seguirlo, ma prima che fosse trascorsa la metà del termine da lui stabilito egli fu costretto a riconoscere che aveva sbagliato e ad accettare in silenzio la qualifica di -piavolo superlativo- datagli da Battista de Giacomi. Eravamo in una via mal selciata, senza botteghe, scarsamente rischiarata da pochi lampioni a gaz che mettevano come tante chiazze giallastre nella nebbia umida e fitta. Nessun veicolo l'attraversava; pochi pedoni strisciavano come ombre rasente i muri. -- E adesso? -- disse de Giacomi tirando giù quattro moccoli. -- Adesso, -- io risposi, -- si domanda. -- Sì; e in che lingua? -- Come si potrà.... Grazie a Dio, lì c'è un -policeman-. Rigido, spettrale, con le mani intrecciate dietro la schiena, l'uomo era a pochi passi da noi, sbucato non si sa di dove. Alla nostra richiesta egli fece segno ripetutamente che non capiva. Allora io strappai un foglietto bianco dal mio taccuino, e scrissi il nome del nostro albergo. Ma proprio nel punto in cui stavo per mettere la carta sotto gli occhi dell'agente della legge, un rumore indiavolato si levò da un vicolo laterale, una megera furibonda irruppe nella strada e rivolse un pressante appello al -policeman- che la seguì, piantandoci in asso. -- -Varda che fiol d'un can!- -- urlò de Giacomi. In quella, dietro le nostre spalle, una voce armoniosa, sebbene alquanto velata, articolò, con un pronunziatissimo accento veneto, un cortese saluto: -- Buona sera. Ci voltammo stupiti. Era una donna alta e magra, certo la stessa che avevamo vista un quarto d'ora innanzi. -- Buona sera, -- ella ripetè. E aggiunse in tuono interrogativo: -- Veneziani? -- Indi, leggendoci in faccia la risposta, sospirò: -- -Son veneziana anca mi-. Sola a quell'ora nelle vie di Londra, ella non lasciava dubbio sul vero esser suo. Ma ogni scrupolo tacque di fronte alla dolce sorpresa di sentire il dialetto nativo, alla simpatia che ravvicina i compatrioti in paese straniero, alla sicurezza d'aver alfine un'indicazione precisa che ci avrebbe rimessi sul buon cammino. Rinfrancata dalle nostre accoglienze, la donna ci si pose al fianco e ci offerse di accompagnarci sino alla porta del nostro albergo. Non era mica molto lontano; nella strada ov'ella ci aveva incontrati prima dovevamo voltare a destra anzichè a sinistra. -- Era quello che dicevamo noi! -- esclamammo in coro de Giacomo ed io. Giorgio Bussoli non pareva troppo persuaso, e ci confessò più tardi che per un istante egli concepì qualche sospetto sulla buona fede della nostra guida, e fu tentato di ripeterci la lezione di prudenza che poc'anzi avevamo data a lui. Io intanto esaminavo da presso la nostra -concittadina-. Era pallida, macilenta; giovine forse ancora, ma invecchiata dagli strapazzi; forse bella un tempo, ora non avente altro di bello che i grandi occhi bruni e i lucidi capelli castani abbondanti così da tenere sollevato sul cocuzzolo il cappellino di paglia nera che aveva l'aria di contar parecchie campagne. Indossava un abito di lana color marrone, e su quello un soprabito scuro stretto alla vita; con una mano s'appoggiava all'ombrello chiuso, con l'altra teneva sollevate alquanto, per non inzaccherarle, le falde del vestito, mostrando il piede piccolo e le scarpine sfondate. Allorch'ella parlava un sorriso malinconico errava sulla sua bocca, e sul suo labbro superiore appariva un solco, come d'una cicatrice. E in quel punto le mancava un dente incisivo, uno solo; chi sa in che rissa, in che orgia, per effetto di che colpo brutale ella lo aveva perduto! Il più infatuato a discorrerle e a farla discorrere era de Giacomi. Finalmente gli risonava all'orecchio il suo vero dialetto; il nostro era adulterato, diluito nelle leziosaggini della lingua; non eravamo due veneziani autentici Giorgio Bussoli ed io; questa ragazza invece, nonostante il suo lungo soggiorno a Londra, conservava gl'idiotismi, le inflessioni del popolo, e al nostro pittore, nato di popolo, si allargava il cuore a sentirla. Ella, però, alle interrogazioni rispondeva con un certo riserbo, cavandosela talora con frasi vaghe, come persona a cui pesa di riandar la sua vita. Aveva lasciato Venezia da oltre quindici anni, da circa dieci era a Londra; ma in forza di quali eventi v'era capitata, per quale necessità di cose vi aveva fissato la sua dimora? Sollecitata a raccontar la sua storia, ella si stringeva nelle spalle. -- -Xe inutile, no i me credaria.... Combinazion.- E nemmeno il suo cognome volle dirci; ci disse solo il nome che portava a Venezia, -Zanze;- a Londra la chiamavano -Kitty-. Ma, le chiese uno di noi, non aveva parenti a Venezia, non aveva nessuno? Col capo ella fece segno di no.... Tutti morti? Con uno sforzo visibile ella rispose che -forse- viveva ancora un suo fratello che viaggiava per mare.... Forse?... Non ne sapeva nulla di preciso? Non si scrivevano mai?... No.... -Lu va per la so strada, mi vado per la mia- -- ella dichiarò, con una sua filosofia rassegnata. Pur non aveva il cuore affatto indurito, e al ricordo della sua città natale si esaltava, si commoveva, gli orli delle sue palpebre s'inumidivano. Abitava in Cannaregio, faceva la perlera (l'infilatrice di perle). Le aveva sempre dinanzi agli occhi quelle -fondamente- piene di sole: San Girolamo, la -Sensa-, la Madonna dell'Orto. Quante volte le aveva corse e ricorse con le sue compagne, ridendo, cantando, facendo sonar le pianelle sugli scalini dei ponti! Quante volte nelle sere affannose d'estate s'era seduta sopra una -riva- a godersi il fresco e succhiar le fette d'-anguria- (cocomero) mentre i ragazzi si tuffavano a gara nel vicino canale!... Ah Venezia, Venezia!... Ella non poteva affacciarsi a quel Tamigi torbido e limaccioso senza volar con la mente alla sua laguna limpida come un cristallo e quieta come un olio, al Molo, alla Riva degli Schiavoni, alle Zattere, al Lido.... Avevano costruito un grande stabilimento di bagni a Santa Elisabetta di Lido, non è vero?... Ell'andava a San Nicoletto, ogni lunedì di settembre.... Le belle merende che aveva fatto colà, sotto il platano!... C'era ancora quel gran platano, c'era?... Perchè aveva sentito dire che tante cose erano mutate.... Già fin dai suoi tempi stavano lavorando intorno a una strada nuova, dove c'era la -Calle dell'Oca-.... E anche a San Moisè volevano aprire una via larga?... Ma la Piazza non la toccheranno mica?... Quella non si tocca.... Guai! La Zanze mise un sospiro.... Le pareva che sarebbe morta contenta se, per un giorno, fosse potuta tornare nella sua Venezia. Noi la interrogammo. Perchè non ci tornava? Non era poi un viaggio da spaventare. Ella tentennò la testa. -- No, no. -- Scommetto, -- riprese de Giacomi supponendo che la maggior difficoltà venisse dalla spesa, -- che duecento lire bastano, e ce ne avanza. E poichè aveva le mani bucate per sè e per gli altri soggiunse: -- Ecco, qui siamo in tre, e fino a duecento lire in tre ci si arriva.... Io per la mia parte son pronto; de' miei amici non dubito.... Giorgio Bussoli gli diede un pizzicotto per avvertirlo che forse egli aveva torto di non dubitare; ma prima che noi manifestassimo in modo più esplicito il nostro parere sull'atto di munificenza a cui eravamo invitati, la Zanze troncò la discussione: -- Grazie, -tosi,- -- e ci associava tutti e tre nei suoi ringraziamenti; -- -xe inutile; no posso-.... Una nube s'era calata sulla sua fronte; una risoluzione dolorosa, inflessibile si leggeva nella sua fisonomia. Ebbene, insisteva de Giacomi, s'ella non poteva adesso, avrebbe potuto più tardi; egli le avrebbe lasciato il suo indirizzo; ella gli avrebbe scritto, e per quello che le fosse occorso egli le rinnovava l'offerta.... anche in nome de' suoi amici. Quel de Giacomi voleva a ogni costo comprometter gli amici. Ma ora si trattava d'un'offerta vaga, lontana, e Bussoli ed io non esitammo a dire: -- Sì, sì. -- -Grazie, no posso,- -- ripeteva la Zanze. E non le si cavava altro di bocca. Camminava silenziosa, appoggiandosi all'ombrello, trascinando un po' la gamba sinistra. Io pensavo, guardandola: -- Quanti anni avrà questa donna? Ne mostra quaranta, ma non deve averli. Ne avrà trentaquattro o trentacinque. Ne avrà avuti una ventina quando ha lasciato Venezia. Noi, allora, eravamo adolescenti, nell'età in cui l'anima si schiude e i sensi si svegliano e la bellezza femminile è come la rivelazione d'un mondo nuovo. Certo l'avremo incontrata più e più volte sul nostro cammino questa giovinetta alta, snella, dai folti capelli castani, dai grandi occhi neri; l'avremo incontrata, l'avremo urtata col gomito, avremo sentito rimescolarcisi il sangue al fuggitivo contatto; l'avremo forse seguita per qualche passo, ci saremo tirati addosso i suoi frizzi.... Ma ora la donna stanca, perduta, sbalestrata di là dai monti e dai mari, logora dall'inedia e dai vizi, non ci evoca dinanzi nessuna delle antiche visioni; noi non la riconosciamo; ella non riconosce in noi i timidi adolescenti d'un tempo. Strano fenomeno la vita! Ognuno di noi è veramente un solo individuo che percorre l'intervallo tra la culla e la tomba, o siamo formati di tante esistenze che un filo congiunge ma che molte più cose dividono? Noi sboccammo in una strada assai ampia, ove, appunto per cagion dell'ampiezza, la nebbia sembrava acquistare maggior densità e consistenza. Le case dall'altra parte si discernevano appena in una massa confusa, lungo la quale correva, a una certa altezza, una linea più chiara, d'un chiarore scialbo, fumoso. Erano i candelabri allineati sul marciapiede. Carrozze, omnibus, tram, procedevano lenti e guardinghi nel mezzo, avvertendo i passanti col tintinnio dei campanelli e con lo squillo delle cornette. L'identica domanda venne sulle labbra di tutti e tre. -- Dove siamo? De Giacomi aggiunse per suo conto una sfilata d'improperi contro il clima di quel p.... paese, e si tirò su fino agli orecchi il bavero del soprabito. La risposta della Zanze non si fece attendere. Eravamo a una cinquantina di metri dal nostro albergo, e non si doveva neanche traversar la strada per arrivarci. -- Ecco, -- ella disse, alzando l'ombrello e segnando un punto luminoso nella direzione del marciapiede. A due passi dal portone da cui usciva un omnibus pieno di viaggiatori e carico dì bauli, ella si fermò per prender commiato. Profondendoci in ringraziamenti, noi mettemmo contemporaneamente la mano alla borsa. E Giorgio Bussoli, assalito dallo scrupolo di lasciar partire così una femmina galante per brutta e matura che fosse, invitò la Zanze a salir con noi, a bevere insieme una bottiglia di birra. La donna sorrise. -- -In sto albergo? Un bel scandalo che daressi!- E nemmeno del danaro ella voleva saperne. Alla lunga consentì ad accettar solo pochi scellini e disse quasi scusandosene: -- -Se no porto gnente, le xe de queste-.... Fece con l'ombrello il segno di percuotere. Indi, scrollando il capo: -- -Bona note, tosi, deghe un baso per mi a la mia Venezia.- Si dileguò nella nebbia e non l'abbiamo rivista mai più. LA LETTERA I. Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova, quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma, alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un soprassoldo. Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore, la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria, aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore, anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un volume rischia d'invecchiar sotto i torchi. Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti, rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il nostro professore -sul vertice della piramide scientifica- (sono parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo di ognuno dei due -chers confrères,- come si chiamavano scrivendosi, vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio delle lingue indopersiche. Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota. E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca, egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che aveva in mano? I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi, reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose vicine; o perchè doveva ricordar le lontane? II. -- Misericordia! -- esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori i libri dalle casse. -- Misericordia! Quanta polvere! E soggiunse: -- Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto quanto di là e sbrigar da me questa fattura. Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale pronto a riceverli. E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza, la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola e a starnutire. -- Qui poi c'è anche una tela di ragno, -- notò Pomponio sollevando un grosso -in-folio-. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke, stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento. -- To', che roba è? -- disse Pomponio. -- Pare una lettera. E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla. Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante, di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata impostata. Alla gentile signorina Maria Lisa Altavilla Firenze Via dei Servi, 25 -- 1.º piano. Quel nome balzato così d'improvviso agli occhi del professore Attilio Cernieri lo riconduceva a vent'anni indietro, faceva uscir dalle nebbie dell'oblio l'immagine d'una giovinetta un po' magra, un po' gracile, ma con una rara espressione di dolcezza nella bella fisonomia intelligente. Per lei, per lei sola il suo cuore aveva battuto una volta; per lei sola egli aveva un giorno, un'ora pensato alla possibilità di prender moglie.... E poi?... Il servo Pomponio, che aveva il vizio di esser curioso, s'era avvicinato in punta di piedi al professore, e borbottava: -- Come mai si sia cacciata in quel libro?... Cernieri si scosse, e bruscamente: -- Che cosa fate qui?... Andatevene. -- Non devo continuare? -- No, per ora, no.... Andate. -- Le occorre nulla? -- Nulla.... In caso vi chiamerò. Pomponio si ritirò a malincuore. Avrebbe pur voluto sapere che razza di lettera fosse quella che turbava così il suo padrone. Rimasto solo, il professore sedette sulla sua poltrona e aperse con dita tremanti la busta che Maria Lisa Altavilla non avrebbe aperta mai più. Ecco ciò ch'egli aveva scritto da Padova il 15 ottobre 1875: “-Cara signorina,- “Ho ricevuto stamane il tristissimo annunzio e non voglio tardare ad assicurarla della parte che prendo al suo giusto dolore. Già nel luglio scorso, quand'ebbi l'onore di trovarmi spesso a Venezia con suo padre e con Lei, io ero testimonio delle sue trepidazioni per quella preziosa e insidiata esistenza. Si ricorda di quella passeggiata, per me indimenticabile, lungo il mare? Avevamo visitato prima San Lazzaro ove il suo babbo s'era compiaciuto di porger così benevolo ascolto alle mie spiegazioni circa alla mummia conservata nel museo di quei Padri Mechitaristi; quindi, fattici tragittare a Sant'Elisabetta del Lido, ci eravamo recati al nuovo Stabilimento di bagni. Il professore, un po' stanco, si fermò nella sala in compagnia dell'ingegnere Livorni. Noi scendemmo sulla spiaggia. La giornata era mite; il sole, nascosto spesso fra i nuvoli, non dava noia, ed Ella tenne chiuso quasi sempre il suo ombrellino di seta rossa. Le piccole onde venivano a morire ai nostri piedi che lasciavano l'orma sulla sabbia umida. Ella, intanto, mi diceva come, da un anno e più, la salute del suo papà fosse profondamente scossa, come i vari medici consultati avessero suggerito a caso ora questa cura ora quella senza che nessuna potesse arrestare il deperimento che la spaventava. Mi diceva altresì con che tenera sollecitudine quel suo diletto si sforzasse a nasconderle ciò che soffriva, egli che non le aveva mai nascosto nulla. Di confidenza in confidenza, Ella passò a discorrermi della loro vita intima e casalinga, dell'accordo pieno dei loro sentimenti e dei loro pensieri, del loro affetto reciproco suggellato dalla sventura, perchè di una numerosa famiglia, erano rimasti loro due soli nel mondo. Vinta dalla commozione, Ella tacque: i suoi occhi erano pieni di lacrime. Quali parole mi salirono allora sul labbro? Non certo tutte quelle che avevo nel cuore. Sono assai timido per mia natura; ho, lo confesso, un grande sgomento di ciò che può distrarmi da' miei studi, togliermi alle mie abitudini. Ma so di averle pur fatto intendere quanta simpatia mi attirasse a Lei, signorina; so di averle detto ch'Ella poteva fare assegnamento sopra di me in qualunque occasione. Grazie, Ella sussurrò dolcemente. E la sua mano tremò nella mia. Poi Ella mi pregò che ritornassimo sui nostri passi. Non parlammo nel ritorno; ma mi pareva che le nostre anime fossero tanto vicine! Di lì a un pajo di giorni Ella lasciò Venezia senza che ci si presentasse più l'opportunità di trovarci a tu per tu. Adesso, signorina, la maggiore delle disgrazie l'ha colpita; adesso è giunto per lei il momento di mettere alla prova i suoi amici. Sarei voluto venire io stesso a Firenze, ma devo partir fra poche ore per Londra affine di assistere al Congresso degli Orientalisti che s'apre in quella metropoli il 19 corrente. Dall'Inghilterra potrei forse intraprendere un lungo lungo viaggio fuori d'Europa; ma dipenderà da Lei ch'io lo intraprenda o no. Una sua parola avrebbe la virtù di ricondurmi in Italia. A ogni modo io sarò a Londra per tutto l'ottobre, e la prego di farmi aver colà una sua riga -ferma in posta.- Pensi che sono anch'io, e da molto più tempo di Lei, solo affatto nel mondo. Mi creda sempre Suo aff.mo “ATTILIO CERNIERI.„ III. Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera, sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto, come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi. Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite, la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi. Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa, e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai, eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora, come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando, nello scrivere, una dolcezza inusata. Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante del Menke, alla pagina che portava l'intestazione -Aegyptus ante Cambysii tempus.- Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia, Apollinopolis e Syene. E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il -plaid- e l'ombrello. In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura. Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai. Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità. Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono, che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote, sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno, egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida, segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non erano state accolte. E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come Giulio Cesare, aveva esclamato: -Alea jacta est.- Aveva traversato di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo. E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla, nulla. Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli dal Ministero; aveva da scrivere per la -Edimburgh Review- un articolo sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio! Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze, gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva trattato? Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia, d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio. Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così, meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto. Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne senza!... Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo, invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: -- Perchè nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto? Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai, t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo! Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono togliere. Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava, quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo. Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto. Ed egli chiedeva a sè stesso: -- Se la lettera fosse partita? Se fosse arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: -- Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua. Vieni. --? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine; forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al celebre Löwenstein dell'Università di Upsala. Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore? Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda: -- Se la lettera fosse partita? LE CONFIDENZE DEL DIRETTORE -- Ebbene -- disse la signora Rosa, una donnetta svelta ed arzilla nonostante i suoi cinquantacinqu'anni; -- se gli altri non si muovono, verrà la Tilde a fare una passeggiata con me. La Tilde, ch'era una zitellona piatta davanti e di dietro, spalancò una bocca immensa con troppe gengive e troppo pochi denti, e avvicinandosi con passo saltellante a' suoi rispettabili genitori, rispose: -- Volentieri, se il babbo e la mamma non hanno nulla in contrario. -- Va pure, tesoro -- disse il signor Nestore Ariani, impiegato al registro e bollo. -- Va pure, viscere -- soggiunse la signora Veronica. -- Noi restiamo a far quattro chiacchiere col signor direttore. -- Quello lì, dopo il pranzo, è come inchiodato sulla seggiola -- notò la signora Rosa. -- -Post prandium stabis- -- sentenziò il cavalier Flaminio Flaminî, direttore del Collegio-convitto omonimo in una città dell'Alta Italia. -- E noi gli teniamo compagnia -- riprese il signor Nestore con la sua vocina da musico. -- Col signor direttore c'è sempre da imparare. Il cavalier Flaminî chinò dignitosamente il capo. -- Bontà loro. Scambiati i saluti, la signora Rosa e la Tilde si allontanarono. Il direttore e i due Ariani, marito e moglie, rimasero sotto la pergola, seduti intorno a una tavola rustica. -- Ma! -- sospirò la signora Veronica seguendo con lo sguardo la figliuola, fin che la ebbe persa di vista. Erano in un albergo di campagna, -Al grappolo d'uva-. Ivi il cavalier Flaminî (era quello il terz'anno) veniva l'autunno con la sua metà a riposarsi delle fatiche scolastiche, occupava le stanze migliori, e assumeva verso gli altri forestieri un'aria di benevolo patrocinio. Quell'autunno egli raccoglieva sotto le sue grandi ali gli Ariani, che, raggranellati due soldi, s'eran voluti dare il lusso d'un po' di villeggiatura e alloggiavano insieme con la Tilde in uno stanzone a tetto, diviso in due da una parete mobile e impregnato d'un acuto odore di mele cotogne. Poich'ebbe slanciato il suo -ma- sibillino, la signora Veronica si voltò risolutamente verso il direttore, e, ripigliando un discorso interrotto, esclamò con un accento in cui c'erano lo stupore, l'ammirazione, l'invidia: -- Tutt'e sei le ha maritate? -- Sissignora, tutt'e sei -- replicò di trionfo il cavalier Flaminî. -- Senza dote? -- Senza un centesimo. -- Ma come ha fatto, santo Iddio, come ha fatto? -- gridarono in coro i due conjugi. Il signor direttore si levò gli occhiali e li posò sulla tavola. Ora questo levarsi gli occhiali era pel signor direttore un gran segno. Armato di quelle lenti, egli aveva anche più sussiego che non convenisse al suo grado; parlava breve, solenne, per aforismi; privo di lenti, egli discuteva bonario e loquace, perfin troppo loquace, a quanto diceva la signora Rosa, la quale, delle due edizioni in cui suo marito si presentava al pubblico, quella di lusso e la popolare, preferiva la prima. Adesso la signora Rosa non c'era, e il cavaliere poteva sbizzarrirsi a sua posta. Non solo egli si levò gli occhiali, ma ordinò che gli portassero un litro di quel buono e tre bicchieri. Poi, stropicciandosi le mani: -- Come ho fatto?... Ecco qua..... Quando alla nascita della mia terza figliuola dovetti convincermi che mia moglie aveva la viziatura organica di non partorire che femmine, io sentii la necessità di prendere una risoluzione eroica. Ma quale? -- -Abstinentia- -- mi risponderanno loro. Eh sicuro, ma son cose più presto dette che fatte. Niente -abstinentia- dunque.... Invece.... Dopo aver versato del vino a sè e a' suoi compagni, il signor direttore si portò l'indice della mano destra alla fronte per rilevare l'importanza dell'idea peregrina germinata dal suo cervello, e soggiunse: -- Invece ho pensato a una -restauratio ab imis fundamentis-. Gli Ariani ascoltavano con raccoglimento devoto, messi in maggior soggezione da quelle frasi latine che il signor Nestore capiva poco e che la signora Veronica non capiva affatto. Anzi ella rifletteva malinconicamente che se per maritare le figliuole ci voleva il latino, la sua Tilde sarebbe rimasta zitella tutta la vita. -- In quei tempi -- ripigliò Flaminî -- io davo lezioni private -de omnibus rebus;- mia moglie teneva una scuola elementare femminile con insegnamento di francese. Si tirava innanzi alla meno peggio, perchè la Rosina, non faccio per lodarla, era una donnetta che sapeva il suo conto e poteva dar dei punti a molte maestre di grado superiore. Ma quelle gravidanze erano una calamità, e più d'una mamma che avrebbe voluto inscrivere da noi le sue bambine arricciava il naso a veder la circonferenza della direttrice. E poi, delle bambine ne avevamo più del bisogno in casa. Insomma, al terzo puerperio, io dissi alla Rosa: “La nostra scuola si chiude.„ -- E vedendola sbarrar gli occhi stupefatta, soggiunsi pronto: -- “Per riaprirsi cambiando sesso.... Ih, ih, ih!... Il sesso noi non possiamo cambiarcelo, ma la scuola sì.... Era femmina e diventa maschio....„ La Rosina seguitava a fissarmi con gli occhi stralunati. Senza dubbio ella credeva che mi desse volta il cervello. Ma io le spiegai le ragioni per le quali intendevo trasformare la nostra scuoletta femminile in un Collegio-convitto per ragazzi. La Rosa sollevò mille obbiezioni: e che non si deve lasciar il certo per l'incerto, e che l'impresa richiedeva grandi mezzi, e che avremmo fatto un buco nell'acqua, eccetera, eccetera. Io però avevo in serbo l'argomento decisivo. -- “Col Collegio-convitto maschile, noi, a suo tempo, sposeremo le tre figliuole che abbiamo già e quelle che, con l'aiuto della Provvidenza, ci capiteranno più tardi.... Sicuro; il Collegio-convitto sarà un vivajo di generi.... Ih, ih, ih!„ -- Fu per mia moglie una rivelazione. Ella non si diede per vinta subito, ma io m'accorsi ormai che parlavo ad una convertita. E m'accorsi anche ch'ero da un momento all'altro cresciuto di riputazione nell'animo della Rosa; finalmente ella doveva riconoscere di non aver sposato un maestrucolo buono soltanto a insegnar le conjugazioni dei verbi. Queste parole di colore oscuro potevano far credere che in -illo tempore- la Rosa non fosse la moglie docile ed ossequente ch'era stata poi. Comunque sia, il fine principale del signor direttore era quello d'imprimere un concetto sempre più alto del proprio valore nella mente dei conjugi Ariani. E poichè essi tacevano intontiti, egli li provocò con domande dirette: -- Che cosa par loro della mia idea, eh?... Non fu una trovata di genio?... Dicano, dicano la loro opinione. Confusi dinanzi a tanta grandezza, gli Ariani si limitavano a sorridere d'un sorriso ebete. -- Nei primordî -- ricominciò il cavalier Flaminî -- fu un osso duro da rodere. Il Convitto si aperse con sei allievi, e tra loro e i dieci o dodici esterni non si coprivano le spese. Convenne anzi far qualche debito, tanto più che la Rosa continuava a partorir femmine e che mi era nata la quarta figliuola, la Paolina.... Un altro si sarebbe perduto d'animo, io no.... Avevo ormai le mie viste sopra uno de' sei convittori, un ragazzo di buona famiglia, che avrebbe potuto essere un partito eccellente per la mia primogenita, la Luisa.... -- Possibile? Così presto? -- interruppe la signora Veronica. -- Chi non semina non raccoglie -- ribattè il signor direttore. E tracannato un secondo bicchiere di vino, riprese: -- Dunque non solo non battei in ritirata, ma coraggiosamente appigionai un locale più bello e più ampio, allargai le basi del Collegio, aggiunsi nuovi insegnamenti.... e corsi pareggiati, e corsi preparatori a scuole navali, militari, commerciali, e via via. Un'insegna poi che occupava mezza facciata, con le sue belle lettere fiammanti d'oro su fondo turchino: COLLEGIO-CONVITTO FLAMINI -sotto il patrocinio della Camera di Commercio ecc. ecc. ecc.- Ce n'era per nove righe!... Insomma a poco a poco i convittori salirono a quindici, a venti, a trenta, a cinquanta, a cento, e gli esterni crebbero in proporzione. Non mancavano gl'invidiosi.... figuriamoci!... Sparlavano di me e del mio Collegio; e ch'io ero venale e ignorante, sissignori, questo dicevano, e che i professori non valevano un'acca, e che li pagavo male, e che tenevo a stecchetto i convittori.... come se non avessi dovuto preservarli dalle indigestioni.... e che la mia era una fabbrica d'asini.... come se non si fabbricassero asini in tutte le scuole.... Io mi stringevo nelle spalle.... Avevo ben altro pel capo.... Le figliuole avevano raggiunto la mezza dozzina, e volendo assicurar loro sei mariti occorreva darsi le mani attorno. Grazie al cielo, la Rosa era entrata perfettamente nelle mie idee e mi ajutava con tutta l'anima.... Dei fiaschi erano inevitabili, e guai a essere esclusivi, guai a impuntarsi su pochi nomi.... Si getta l'amo cento volte per pigliare un pesce. Noi avevamo circa venti candidati -in pectore,- tre in media per ogni figliuola, i grandi per le grandi, i piccoli per le piccole.... A questi venti, con le debite cautele per non dar troppo nell'occhio, si usavano attenzioni particolari; di quando in quando un invito alla tavola di famiglia, una uscita straordinaria, una carezza, un elogio, e, al caso, una parolina nell'orecchio dei professori -in limine- degli esami. Che se uno di loro cadeva indisposto, mia moglie gli teneva un'oretta di compagnia, gli somministrava di sua mano le medicine, il thè di camomilla, le tazze di brodo ristretto, eccetera, eccetera. E nelle lezioni di ballo a cui partecipavano le mie ragazze quei venti erano i cavalieri preferiti, anche se ballavano meno bene degli altri. Ma il meglio era nell'autunno, in villeggiatura. Sempre conducevamo con noi, verso un supplemento di retta che ben s'intende, un certo numero di convittori; le famiglie ce li lasciavano o perchè si rinfrancassero in qualche materia, o perchè potessero godersi un po' d'aria campestre senz'abbandonare affatto il Collegio.... Allora era una vita patriarcale.... un'ora o un'oretta e mezzo di studio sotto di me o sotto un professore che ci tiravamo dietro; pel resto erano scarrozzate, e gite sul somaro, e giochi innocenti diretti da mia moglie, che, per fortuna, non aveva più la malinconia delle gravidanze.... Basta, in quella stagione le bimbe e i convittori si trattavano come fratelli e sorelle. Rischi seri non ce n'erano, coi piccoli per un conto, coi grandi per un altro, chè già erano sempre in parecchi e si sorvegliavano a vicenda.... Però è da scommettere che, se quei ragazzi avessero avuto l'età necessaria e fossero stati padroni di sè, si sarebbe combinato un pajo di matrimoni ogni autunno. La Paolina sopratutto faceva furori. Una volta erano in cinque a starle attaccati alle gonnelle. Ma ella aveva sett'anni e il maggiore de' suoi spasimanti ne aveva dodici!... Eh, poveri noi se non ci fossimo agguerriti contro le illusioni! Era un lavoro di Penelope, un continuo fare e disfare. I diciotto o venti candidati rimanevano invariati come cifra complessiva, ma mutavano continuamente nelle loro unità. Oggi uno era richiamato a casa per motivi domestici; domani un secondo non pagava la retta e conveniva licenziarlo; un terzo rivelava un pessimo carattere; in un quarto si scoprivano i germi d'una malattia ereditaria. Pazienza! Da bravi generali, la Rosina ed io colmavamo i vuoti con le nuove reclute. Il guajo grosso era questo: che l'educazione del Convitto, anche per quelli che seguivano i corsi preparatorî, non durava eterna.... Sarebbe stata una faccenda diversa se avessi potuto aprir dei corsi superiori, dei corsi universitari.... chè già avrebbero imparato da me quello che imparano nei grandi istituti pubblici.... Ma in questo benedetto paese, dopo tanti sacrifizî per conquistare la libertà, non è mai lecito di far quello che si vuole. Così a quindici, sedici, diciassett'anni al più i ragazzi avevano compito i loro studi nel mio Collegio. Avevo un bel dire, nel giorno in cui essi si accommiatavano, avevo un bel dire: -- Questa è sempre la vostra casa, dovete rammentarvene, dovete tornarci spesso, chè sarete accolti come figliuoli. -- Quanti ne tornavano poi, o, pur tornandovi, quanti non si fermavano alla prima visita? Quanti di quelli ch'eran lontani scrivevano più d'una lettera di cerimonia?... Eh, cari signori miei, chi non è parato ai disinganni, non si consacri all'educazione della gioventù. Fatta questa riflessione profonda, il cavalier Flaminî offerse nuovamente da bere al signor Nestore e alla signora Veronica, e poich'essi lo pregarono di dispensarli, votò da solo la boccia di vino che, mezza colma ancora, gli stava dinanzi; ciò che rese più varia e più colorita, sebbene meno limpida, la sua eloquenza. In principio prevalse la nota patetica. -- Pur troppo molti di quelli che avevano avuto le maggiori cure da me e da mia moglie, che avevano mangiato i nostri migliori bocconi, che avevano figurato in prima lista fra i nostri generi possibili, non si degnarono nemmeno, una volta usciti di Collegio, di darci segno di vita. Peggio, peggio assai; alcuni dissero roba da chiodi dell'Istituto, degl'insegnanti, della Rosina, di me; ci accusarono di aver teso loro delle trappole, ci misero in canzonatura.... Disgraziati!... Per me chi sparla della scuola ove fu allevato è tutt'uno con chi percuote il seno che lo nutrì. Latte per latte, qual è il più necessario? Lasciando insoluto il problema, il signor direttore continuò: -- Per fortuna un manipolo di veterani ci restava fedele.... Ne tenevamo a pensione due o tre che frequentavano l'Università cittadina; altri, ch'erano del paese, seguitavano a bazzicarci in casa la sera per giuocare al bigliardo o per fare un po' di musica.... Una dozzina in tutti, compreso un paio di professori del Collegio, che, in mancanza di meglio, potevano entrar in candidatura matrimoniale anch'essi.... Di tratto in tratto, quand'eravamo a tu per tu la Rosina ed io, si tirava fuori il registro delle figliuole, perchè c'era un registro scritto dalla prima all'ultima riga di pugno di mia moglie. Ella n'era tanto gelosa; e guai se sapesse ch'io ne parlo qui!... Ma spero bene che non mi tradiranno.... Siamo fra amici.... Sì, c'era un registro. Ognuna delle sei ragazze aveva una specie di conto, intestato al suo nome in bel carattere rotondo: -Luisa,- per esempio. Sotto la intestazione, nella colonna a sinistra i nomi e i cognomi dei giovinetti che ci parevano poter convenirle, con la data dell'iscrizione; nella colonna a destra, allorchè per un motivo qualunque si doveva rinunziare a uno dei candidati, si scriveva a fronte del suo nome e cognome un'unica parolina: -Annullato-.... Dunque con la Rosa si tirava fuori il registro, e lo si sfogliava, così per curiosità, ripassando nella memoria quegli -annullati-.... Quanti erano!... A guardarli mi si stringeva il cuore come se fossi in un cimitero.... Anche adesso.... E veramente il cavalier Flaminî aveva gli occhietti lustri, non si sa se per la commozione o pel vino. Egli vi passò su il fazzoletto, e riprese: -- La Rosa, più positiva di me, diceva: “O non hai pensato in che imbroglio saremmo se dovessimo contentarli tutti?„ Quest'era Vangelo; ma che colpa ne ho io se mi son sempre considerato il padre de' miei allievi? Il signor direttore andava divagando; citava nomi, citava date, raccontava aneddoti che non avevano nulla a che fare con l'argomento; onde la signora Veronica si permise di rimetterlo in carreggiata. -- Capisco; però l'essenziale si è che lei le sue ragazze le ha accasate tutt'e sei. -- Oh questo sì. -- rispose il cavaliere rasserenandosi in viso; -- e per merito della mia idea, per merito del Convitto.... La Luisa, la prima, è in Toscana e ha sposato un ex-convittore che ha campagne sue e mi manda del vinetto che vorrei aver qui; due ne ho a Milano, l'Ernestina e l'Amalia; i mariti sono in commercio; quello dell'Ernestina ha un deposito di vermut e altri liquori, in via Monforte 15.... roba scelta e prezzi di favore.... un bravo figliuolo, che in Collegio aveva una gran disposizione per la chimica.... anzi glielo raccomando se avessero da far provviste. La Maria abita a Torino; oh! quella è stata fortunatissima. Mio genero Ettore Giorgi è nipote del proprietario della ditta Fratelli Giorgi del fu Angelo, -Fabbrica d'olî medicinali,- in piazza dello Statuto N. 4.... Quando Ettorino era da noi, la sua casa ci forniva l'olio di ricino per il Convitto.... un olio che è un nettare.... La Bianca è lontana, pur troppo.... laggiù a Napoli, ove il suo sposo ha un posto in una redazione di giornale.... una testolina vulcanica, fin da piccolo; appassionato per la politica.... non mi meraviglierei di vederlo col tempo alla Camera dei deputati.... La sola ch'è rimasta con me è la Paolina.... Non per lagnarmi, ma con tanti aspiranti che ella aveva avuto, speravo che trovasse meglio.... Basta, questo mio genero.... del rimanente un ottimo giovine.... non aveva impiego, e l'ho nominato io professore nel mio Collegio; insegna la letteratura e la bicicletta; conduce a spasso i convittori.... adesso 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000