nostro albergo, fidandoci, per ritrovar poi il cammino, in una certa
abilità di orientazione che Giorgio Bussoli aveva mostrato di possedere
a Parigi. Camminavamo senza uno scopo, seguendo l'invito del rumore
decrescente, cosicchè, partiti da una via piena di moto e di frastuono,
giungemmo in pochi minuti ad un'altra che, per Londra, poteva dirsi
deserta e silenziosa; non percorsa dai trams nel mezzo, non affollata
dai pedoni sui marciapiedi. Tuttavia della gente ce n'era, e bastava
che ci fermassimo davanti alla vetrina di un negozio per ricevere degli
spintoni da qualche passante affrettato. -- In malora! -- borbottava de
Giacomi. -- In malora! -- Ma nessuno si risentiva dell'offesa. Solo una
volta una donna la quale non ci aveva nemmeno toccati, cogliendo a volo
l'esclamazione vivace del pittore, girò il capo e stette un momento
a guardarci tra curiosa e benevola. Poscia ripigliò la sua via; sostò
di nuovo pochi secondi alla svolta d'una strada; di nuovo ci guardò, e
disparve.
Giorgio Bussoli, sempre pronto ad ingalluzzirsi, fece atto di voler
seguirla; ma de Giacomi e io lo trattenemmo pel braccio. O che
diventava matto? Non sapeva quanta prudenza fosse necessaria a Londra
nell'articolo femmine? Non si ricordava di forestieri svaligiati e
peggio per esser corsi dietro a qualche sirena lusingatrice? E poi di
che cosa s'era invaghito? L'aveva vista bene in faccia quella donna?
Che altro poteva dire di lei se non ch'ell'era alta e sottile da parere
un manico di granata?
Bussoli s'arrese alle nostre ragioni, sospirando con aria patetica: --
In che razza di paese siamo capitati!
La nebbia s'era fatta più densa; non c'era proprio sugo ad andare
a zonzo per la città e io proposi di tornarcene addirittura
all'albergo.... se si trovava la strada.
-- Facilissimo, -- rispose Bussoli con la sua sicumera. -- Intanto
-front'indietro-.
Su questo non c'era nulla a ridire, e per i primi cento metri si
camminò d'amore e d'accordo. I guai cominciarono sotto una -réclame-
colossale affissa all'altezza d'un primo piano alla svolta d'una
strada e illuminata da un riflettore a gaz. Giorgio Bussoli sosteneva
che bisognava girare di là, che su quella -réclame- egli aveva prima
fermato la sua attenzione come sopra un faro, e ch'era tanto sicuro
che quella fosse la direzione giusta quant'era sicuro di esistere.
Noi avevamo i nostri riveriti dubbii; a noi pareva che si dovesse
girar dalla parte opposta, ma Bussoli insisteva, rammentava i suoi
trionfi di Parigi, ci permetteva di dargli del -piavolo- se entro dieci
minuti egli non ci conduceva alla porta dell'albergo. E noi, benchè
riluttanti, finimmo col seguirlo, ma prima che fosse trascorsa la
metà del termine da lui stabilito egli fu costretto a riconoscere che
aveva sbagliato e ad accettare in silenzio la qualifica di -piavolo
superlativo- datagli da Battista de Giacomi.
Eravamo in una via mal selciata, senza botteghe, scarsamente
rischiarata da pochi lampioni a gaz che mettevano come tante chiazze
giallastre nella nebbia umida e fitta. Nessun veicolo l'attraversava;
pochi pedoni strisciavano come ombre rasente i muri.
-- E adesso? -- disse de Giacomi tirando giù quattro moccoli.
-- Adesso, -- io risposi, -- si domanda.
-- Sì; e in che lingua?
-- Come si potrà.... Grazie a Dio, lì c'è un -policeman-.
Rigido, spettrale, con le mani intrecciate dietro la schiena, l'uomo
era a pochi passi da noi, sbucato non si sa di dove. Alla nostra
richiesta egli fece segno ripetutamente che non capiva. Allora io
strappai un foglietto bianco dal mio taccuino, e scrissi il nome del
nostro albergo.
Ma proprio nel punto in cui stavo per mettere la carta sotto gli occhi
dell'agente della legge, un rumore indiavolato si levò da un vicolo
laterale, una megera furibonda irruppe nella strada e rivolse un
pressante appello al -policeman- che la seguì, piantandoci in asso.
-- -Varda che fiol d'un can!- -- urlò de Giacomi.
In quella, dietro le nostre spalle, una voce armoniosa, sebbene
alquanto velata, articolò, con un pronunziatissimo accento veneto, un
cortese saluto: -- Buona sera.
Ci voltammo stupiti. Era una donna alta e magra, certo la stessa che
avevamo vista un quarto d'ora innanzi.
-- Buona sera, -- ella ripetè. E aggiunse in tuono interrogativo: --
Veneziani? -- Indi, leggendoci in faccia la risposta, sospirò: -- -Son
veneziana anca mi-.
Sola a quell'ora nelle vie di Londra, ella non lasciava dubbio sul vero
esser suo. Ma ogni scrupolo tacque di fronte alla dolce sorpresa di
sentire il dialetto nativo, alla simpatia che ravvicina i compatrioti
in paese straniero, alla sicurezza d'aver alfine un'indicazione precisa
che ci avrebbe rimessi sul buon cammino.
Rinfrancata dalle nostre accoglienze, la donna ci si pose al fianco
e ci offerse di accompagnarci sino alla porta del nostro albergo. Non
era mica molto lontano; nella strada ov'ella ci aveva incontrati prima
dovevamo voltare a destra anzichè a sinistra.
-- Era quello che dicevamo noi! -- esclamammo in coro de Giacomo ed io.
Giorgio Bussoli non pareva troppo persuaso, e ci confessò più tardi che
per un istante egli concepì qualche sospetto sulla buona fede della
nostra guida, e fu tentato di ripeterci la lezione di prudenza che
poc'anzi avevamo data a lui.
Io intanto esaminavo da presso la nostra -concittadina-. Era pallida,
macilenta; giovine forse ancora, ma invecchiata dagli strapazzi; forse
bella un tempo, ora non avente altro di bello che i grandi occhi bruni
e i lucidi capelli castani abbondanti così da tenere sollevato sul
cocuzzolo il cappellino di paglia nera che aveva l'aria di contar
parecchie campagne. Indossava un abito di lana color marrone, e su
quello un soprabito scuro stretto alla vita; con una mano s'appoggiava
all'ombrello chiuso, con l'altra teneva sollevate alquanto, per non
inzaccherarle, le falde del vestito, mostrando il piede piccolo e le
scarpine sfondate. Allorch'ella parlava un sorriso malinconico errava
sulla sua bocca, e sul suo labbro superiore appariva un solco, come
d'una cicatrice. E in quel punto le mancava un dente incisivo, uno
solo; chi sa in che rissa, in che orgia, per effetto di che colpo
brutale ella lo aveva perduto!
Il più infatuato a discorrerle e a farla discorrere era de Giacomi.
Finalmente gli risonava all'orecchio il suo vero dialetto; il nostro
era adulterato, diluito nelle leziosaggini della lingua; non eravamo
due veneziani autentici Giorgio Bussoli ed io; questa ragazza invece,
nonostante il suo lungo soggiorno a Londra, conservava gl'idiotismi,
le inflessioni del popolo, e al nostro pittore, nato di popolo, si
allargava il cuore a sentirla.
Ella, però, alle interrogazioni rispondeva con un certo riserbo,
cavandosela talora con frasi vaghe, come persona a cui pesa di riandar
la sua vita. Aveva lasciato Venezia da oltre quindici anni, da circa
dieci era a Londra; ma in forza di quali eventi v'era capitata, per
quale necessità di cose vi aveva fissato la sua dimora? Sollecitata a
raccontar la sua storia, ella si stringeva nelle spalle.
-- -Xe inutile, no i me credaria.... Combinazion.- E nemmeno il suo
cognome volle dirci; ci disse solo il nome che portava a Venezia,
-Zanze;- a Londra la chiamavano -Kitty-. Ma, le chiese uno di noi, non
aveva parenti a Venezia, non aveva nessuno? Col capo ella fece segno di
no.... Tutti morti? Con uno sforzo visibile ella rispose che -forse-
viveva ancora un suo fratello che viaggiava per mare.... Forse?...
Non ne sapeva nulla di preciso? Non si scrivevano mai?... No.... -Lu
va per la so strada, mi vado per la mia- -- ella dichiarò, con una sua
filosofia rassegnata.
Pur non aveva il cuore affatto indurito, e al ricordo della sua
città natale si esaltava, si commoveva, gli orli delle sue palpebre
s'inumidivano. Abitava in Cannaregio, faceva la perlera (l'infilatrice
di perle). Le aveva sempre dinanzi agli occhi quelle -fondamente-
piene di sole: San Girolamo, la -Sensa-, la Madonna dell'Orto. Quante
volte le aveva corse e ricorse con le sue compagne, ridendo, cantando,
facendo sonar le pianelle sugli scalini dei ponti! Quante volte nelle
sere affannose d'estate s'era seduta sopra una -riva- a godersi il
fresco e succhiar le fette d'-anguria- (cocomero) mentre i ragazzi
si tuffavano a gara nel vicino canale!... Ah Venezia, Venezia!...
Ella non poteva affacciarsi a quel Tamigi torbido e limaccioso senza
volar con la mente alla sua laguna limpida come un cristallo e quieta
come un olio, al Molo, alla Riva degli Schiavoni, alle Zattere, al
Lido.... Avevano costruito un grande stabilimento di bagni a Santa
Elisabetta di Lido, non è vero?... Ell'andava a San Nicoletto, ogni
lunedì di settembre.... Le belle merende che aveva fatto colà, sotto
il platano!... C'era ancora quel gran platano, c'era?... Perchè aveva
sentito dire che tante cose erano mutate.... Già fin dai suoi tempi
stavano lavorando intorno a una strada nuova, dove c'era la -Calle
dell'Oca-.... E anche a San Moisè volevano aprire una via larga?... Ma
la Piazza non la toccheranno mica?... Quella non si tocca.... Guai!
La Zanze mise un sospiro.... Le pareva che sarebbe morta contenta se,
per un giorno, fosse potuta tornare nella sua Venezia.
Noi la interrogammo. Perchè non ci tornava? Non era poi un viaggio da
spaventare.
Ella tentennò la testa. -- No, no.
-- Scommetto, -- riprese de Giacomi supponendo che la maggior difficoltà
venisse dalla spesa, -- che duecento lire bastano, e ce ne avanza.
E poichè aveva le mani bucate per sè e per gli altri soggiunse: -- Ecco,
qui siamo in tre, e fino a duecento lire in tre ci si arriva.... Io per
la mia parte son pronto; de' miei amici non dubito....
Giorgio Bussoli gli diede un pizzicotto per avvertirlo che forse egli
aveva torto di non dubitare; ma prima che noi manifestassimo in modo
più esplicito il nostro parere sull'atto di munificenza a cui eravamo
invitati, la Zanze troncò la discussione: -- Grazie, -tosi,- -- e ci
associava tutti e tre nei suoi ringraziamenti; -- -xe inutile; no
posso-....
Una nube s'era calata sulla sua fronte; una risoluzione dolorosa,
inflessibile si leggeva nella sua fisonomia.
Ebbene, insisteva de Giacomi, s'ella non poteva adesso, avrebbe
potuto più tardi; egli le avrebbe lasciato il suo indirizzo; ella gli
avrebbe scritto, e per quello che le fosse occorso egli le rinnovava
l'offerta.... anche in nome de' suoi amici.
Quel de Giacomi voleva a ogni costo comprometter gli amici. Ma ora si
trattava d'un'offerta vaga, lontana, e Bussoli ed io non esitammo a
dire: -- Sì, sì.
-- -Grazie, no posso,- -- ripeteva la Zanze. E non le si cavava altro di
bocca.
Camminava silenziosa, appoggiandosi all'ombrello, trascinando un po'
la gamba sinistra. Io pensavo, guardandola: -- Quanti anni avrà questa
donna? Ne mostra quaranta, ma non deve averli. Ne avrà trentaquattro
o trentacinque. Ne avrà avuti una ventina quando ha lasciato Venezia.
Noi, allora, eravamo adolescenti, nell'età in cui l'anima si schiude
e i sensi si svegliano e la bellezza femminile è come la rivelazione
d'un mondo nuovo. Certo l'avremo incontrata più e più volte sul nostro
cammino questa giovinetta alta, snella, dai folti capelli castani, dai
grandi occhi neri; l'avremo incontrata, l'avremo urtata col gomito,
avremo sentito rimescolarcisi il sangue al fuggitivo contatto; l'avremo
forse seguita per qualche passo, ci saremo tirati addosso i suoi
frizzi.... Ma ora la donna stanca, perduta, sbalestrata di là dai monti
e dai mari, logora dall'inedia e dai vizi, non ci evoca dinanzi nessuna
delle antiche visioni; noi non la riconosciamo; ella non riconosce in
noi i timidi adolescenti d'un tempo. Strano fenomeno la vita! Ognuno
di noi è veramente un solo individuo che percorre l'intervallo tra
la culla e la tomba, o siamo formati di tante esistenze che un filo
congiunge ma che molte più cose dividono?
Noi sboccammo in una strada assai ampia, ove, appunto per cagion
dell'ampiezza, la nebbia sembrava acquistare maggior densità e
consistenza. Le case dall'altra parte si discernevano appena in
una massa confusa, lungo la quale correva, a una certa altezza, una
linea più chiara, d'un chiarore scialbo, fumoso. Erano i candelabri
allineati sul marciapiede. Carrozze, omnibus, tram, procedevano
lenti e guardinghi nel mezzo, avvertendo i passanti col tintinnio dei
campanelli e con lo squillo delle cornette.
L'identica domanda venne sulle labbra di tutti e tre. -- Dove siamo?
De Giacomi aggiunse per suo conto una sfilata d'improperi contro il
clima di quel p.... paese, e si tirò su fino agli orecchi il bavero del
soprabito.
La risposta della Zanze non si fece attendere. Eravamo a una
cinquantina di metri dal nostro albergo, e non si doveva neanche
traversar la strada per arrivarci. -- Ecco, -- ella disse, alzando
l'ombrello e segnando un punto luminoso nella direzione del
marciapiede.
A due passi dal portone da cui usciva un omnibus pieno di viaggiatori
e carico dì bauli, ella si fermò per prender commiato.
Profondendoci in ringraziamenti, noi mettemmo contemporaneamente la
mano alla borsa. E Giorgio Bussoli, assalito dallo scrupolo di lasciar
partire così una femmina galante per brutta e matura che fosse, invitò
la Zanze a salir con noi, a bevere insieme una bottiglia di birra.
La donna sorrise. -- -In sto albergo? Un bel scandalo che daressi!-
E nemmeno del danaro ella voleva saperne. Alla lunga consentì ad
accettar solo pochi scellini e disse quasi scusandosene: -- -Se no porto
gnente, le xe de queste-....
Fece con l'ombrello il segno di percuotere. Indi, scrollando il capo:
-- -Bona note, tosi, deghe un baso per mi a la mia Venezia.-
Si dileguò nella nebbia e non l'abbiamo rivista mai più.
LA LETTERA
I.
Il professore Attilio Cernieri, glottologo insigne, senatore del
Regno, commendatore di più ordini, membro effettivo dei Lincei, socio
corrispondente d'un'infinità di Accademie italiane e straniere, s'era
fatto aprire dal servo Pomponio due casse di libri giuntigli la sera
prima da Padova a piccola velocità. Erano, quei libri, il residuo della
biblioteca ch'egli era andato via via formandosi appunto a Padova,
quando, una ventina d'anni addietro, apparteneva a quell'Ateneo come
assistente al professore di lettere neolatine. Dopo d'allora egli
aveva molto viaggiato per iscopi scientifici, era stato chiamato
successivamente all'Istituto degli studi superiori di Firenze e
all'Università di Napoli, fin che il Ministro lo aveva voluto a Roma,
alla Sapienza, creandogli una cattedra apposita, e accordandogli un
soprassoldo.
Per qualche tempo, durante le varie peregrinazioni del professore,
la biblioteca, fatta incassare e depositata presso un collega, era
rimasta a Padova. Poi Cernieri ne aveva richiamato una parte quand'era
a Firenze, un'altra parte quando era a Napoli; venuto adesso a Roma con
l'intendimento di fissarvi stabile dimora, aveva deciso di ritirar le
due ultime casse. In fondo, quei libri non erano punto necessari ad un
uomo che oltre ad aver rifornito d'opere recenti la biblioteca propria,
aveva a sua disposizione tutte le biblioteche pubbliche e private
della capitale. Siamo in un secolo in cui ogni cosa procede a vapore,
anche la scienza; la verità dell'oggi può essere una bugia domani, e un
volume rischia d'invecchiar sotto i torchi.
Solo non era ancora invecchiata, dopo dieci anni, la celebre monografia
nella quale il nostro Cernieri aveva, con poderosi argomenti,
rivendicato alla famiglia finnica un gruppo di radici credute d'origine
celtica. Il libro, piccolo di mole ma denso di pensiero, era stato
tradotto in tutte le lingue, e la geniale scoperta aveva posto il
nostro professore -sul vertice della piramide scientifica- (sono
parole di un discepolo entusiasta) accanto al principe dei glottologi
viventi, il famoso Löwenstein dell'Università di Upsala. Siccome però
sul vertice d'una piramide ci si sta male in due, il Cernieri e il
Löwenstein avevano dato in principio l'interessante spettacolo di due
lottatori che tentano di cacciarsi abbasso a vicenda, finchè convinti
dell'inanità dei loro sforzi, s'erano decisi a mutar la rivalità in
alleanza. I due dotti uomini erano sempre due lottatori, ma invece di
lottar fra loro lottavano con gli altri.... se mai c'era l'impertinente
che osasse alzar troppo la cresta e volesse collocarsi anche lui sul
vertice di quella famosa piramide. Chi poi fosse disceso nell'animo
di ognuno dei due -chers confrères,- come si chiamavano scrivendosi,
vi avrebbe forse trovato una stima molto mediocre per l'alleato. Il
Löwenstein credeva poco alle radici finniche del Cernieri; il Cernieri
credeva ancor meno alla rivoluzione portata dal Löwenstein nello studio
delle lingue indopersiche.
Ma lasciando stare Löwenstein nella sua lontana Norvegia, noi dobbiamo
aggiungere qualche tocco al ritratto del nostro illustre compatriota.
E cominciando dall'età, diremo che al momento in cui il servo Pomponio
apriva dinanzi a lui le due casse di libri il professore non contava
che quarantasei anni, ma pareva già vecchio. Era un po' curvo della
persona, aveva fronte ampia solcata da rughe precoci, piccoli occhi
miopi nascosti sotto le lenti, ordinariamente socchiusi come d'un
micio assopito, capelli scarsi e grigi, barba ispida, negletta e
quasi bianca. In gioventù Cernieri si radeva da sè, ma dopo che gli
era accaduto più d'una volta, nella sua distrazione, di radersi da
una parte sola e di presentarsi così bene acconciato alla scolaresca,
egli aveva stimato miglior consiglio di lasciar crescere quella sua
appendice in pienissima libertà, salvo ad andar dal parrucchiere quando
fosse proprio impossibile di fare altrimenti. Del resto, la distrazione
del professore era ormai proverbiale e se ne citavano esempi ancor
più caratteristici. Non gli era successo un giorno di perder la corsa
ostinandosi a cercar per tutta la stazione di Bologna una valigia che
aveva in mano?
I distratti sogliono aver l'umore gioviale, ma il nostro glottologo era
un'eccezione alla regola. Da gran tempo le sue labbra non conoscevano
altro che il sorriso scientifico, quel sorriso fatto di superiorità
e di commiserazione con cui un uomo dotto accoglie la notizia delle
cantonate prese da un carissimo collega. In società, se non poteva
esimersi dall'andarvi, si teneva volentieri in disparte, sfuggendo
la conversazione delle signore alle quali non sapeva che cosa dire, e
che, già, non avrebbero saputo che cosa dire a lui.... sebbene, almeno
fino a cinque o sei anni addietro, con la scarsezza di mariti che c'è
a questo mondo, più d'una madre gli avesse gettato gli occhi addosso
come su un partito conveniente per le figliuole. Anzi per un pezzo
la contessa Pastori l'aveva tempestato d'inviti a pranzo, sperando
di fargli sposare la sua secondogenita che aveva i denti guasti e
gli occhi scerpellini e non trovava un cane che la volesse. Invero
la ragazza, opportunamente ammaestrata, accoglieva il professore con
singolare deferenza, gli preparava di sua mano una squisita marmellata
di pesche e mostrava d'interessarsi assai alle radici finniche. Ma
Cernieri non morse all'amo, si schermì dagl'inviti, diradò le sue
visite e non si lasciò più vedere in casa Pastori fin che non seppe che
la contessina era fidanzata a un negoziante di baccalà che conciliava
il culto dei salumi con la venerazione pei titoli nobiliari. Indi,
reso accorto dall'esperienza, divenne più orso di prima, più di prima
inaccessibile a qualsiasi idea galante. Ogni uomo ha nel libro della
sua vita una pagina intima che la donna segna di note dolorose o
gioconde; pel professore Attilio Cernieri quella pagina era rimasta
bianca.... Così dicevano i suoi conoscenti, così avrebbe detto egli
stesso se lo avessero interrogato. E lo avrebbe detto in buonissima
fede.... Assorto come era nelle sue ricerche dimenticava le cose
vicine; o perchè doveva ricordar le lontane?
II.
-- Misericordia! -- esclamò Pomponio che aveva cominciato a tirar fuori
i libri dalle casse. -- Misericordia! Quanta polvere!
E soggiunse: -- Creda a me, sarebbe meglio che mi lasciasse portar tutto
quanto di là e sbrigar da me questa fattura.
Ma il professore si oppose risolutamente. Voleva che l'operazione
si compisse nel suo studio, alla sua presenza; voleva, dopo una
spolveratina sommaria, riporre i libri egli stesso in uno scaffale
pronto a riceverli.
E Pomponio, rassegnato, seguitò a tirar fuori i volumi, a sbatterli
alla meglio e a consegnarli al commendatore che, dopo averne guardato
il titolo, li metteva a posto. Le tignuole giravano per la stanza,
la polvere si spargeva nell'aria, si posava sui mobili, penetrava nei
pori, costringeva padrone e servitore a raschiarsi ogni momento la gola
e a starnutire.
-- Qui poi c'è anche una tela di ragno, -- notò Pomponio sollevando un
grosso -in-folio-. Era un atlante del mondo antico, di Teodoro Menke,
stampato a Gotha da Justus Perthes. Ora accadde che mentre il servo lo
palleggiava, un piccolo rettangolo di carta ingiallita uscì pian piano
dal mezzo di due pagine e andò a cadere sul pavimento.
-- To', che roba è? -- disse Pomponio. -- Pare una lettera.
E, deposto l'atlante, si chinò per raccattarla.
Ma il professore l'aveva prevenuto e come inebetito girava e rigirava
la lettera fra le mani. Poich'era effettivamente una lettera, ed
era una lettera sua, chiusa ancora, col francobollo attaccato, con
l'indirizzo scritto di suo pugno, nella sua calligrafia grave, pesante,
di uomo nato per esser cavaliere di molti ordini e socio di molte
accademie. Del resto, una calligrafia chiara, tale da dar la sicurezza
che la lettera sarebbe giunta a destinazione.... se fosse stata
impostata.
Alla gentile signorina
Maria Lisa Altavilla
Firenze
Via dei Servi, 25 -- 1.º piano.
Quel nome balzato così d'improvviso agli occhi del professore Attilio
Cernieri lo riconduceva a vent'anni indietro, faceva uscir dalle
nebbie dell'oblio l'immagine d'una giovinetta un po' magra, un po'
gracile, ma con una rara espressione di dolcezza nella bella fisonomia
intelligente. Per lei, per lei sola il suo cuore aveva battuto
una volta; per lei sola egli aveva un giorno, un'ora pensato alla
possibilità di prender moglie.... E poi?...
Il servo Pomponio, che aveva il vizio di esser curioso, s'era
avvicinato in punta di piedi al professore, e borbottava: -- Come mai si
sia cacciata in quel libro?...
Cernieri si scosse, e bruscamente: -- Che cosa fate qui?... Andatevene.
-- Non devo continuare?
-- No, per ora, no.... Andate.
-- Le occorre nulla?
-- Nulla.... In caso vi chiamerò.
Pomponio si ritirò a malincuore. Avrebbe pur voluto sapere che razza di
lettera fosse quella che turbava così il suo padrone.
Rimasto solo, il professore sedette sulla sua poltrona e aperse con
dita tremanti la busta che Maria Lisa Altavilla non avrebbe aperta mai
più. Ecco ciò ch'egli aveva scritto da Padova il 15 ottobre 1875:
“-Cara signorina,-
“Ho ricevuto stamane il tristissimo annunzio e non voglio tardare ad
assicurarla della parte che prendo al suo giusto dolore.
Già nel luglio scorso, quand'ebbi l'onore di trovarmi spesso a Venezia
con suo padre e con Lei, io ero testimonio delle sue trepidazioni
per quella preziosa e insidiata esistenza. Si ricorda di quella
passeggiata, per me indimenticabile, lungo il mare? Avevamo visitato
prima San Lazzaro ove il suo babbo s'era compiaciuto di porger così
benevolo ascolto alle mie spiegazioni circa alla mummia conservata
nel museo di quei Padri Mechitaristi; quindi, fattici tragittare a
Sant'Elisabetta del Lido, ci eravamo recati al nuovo Stabilimento di
bagni. Il professore, un po' stanco, si fermò nella sala in compagnia
dell'ingegnere Livorni. Noi scendemmo sulla spiaggia. La giornata
era mite; il sole, nascosto spesso fra i nuvoli, non dava noia, ed
Ella tenne chiuso quasi sempre il suo ombrellino di seta rossa. Le
piccole onde venivano a morire ai nostri piedi che lasciavano l'orma
sulla sabbia umida. Ella, intanto, mi diceva come, da un anno e più,
la salute del suo papà fosse profondamente scossa, come i vari medici
consultati avessero suggerito a caso ora questa cura ora quella
senza che nessuna potesse arrestare il deperimento che la spaventava.
Mi diceva altresì con che tenera sollecitudine quel suo diletto si
sforzasse a nasconderle ciò che soffriva, egli che non le aveva mai
nascosto nulla. Di confidenza in confidenza, Ella passò a discorrermi
della loro vita intima e casalinga, dell'accordo pieno dei loro
sentimenti e dei loro pensieri, del loro affetto reciproco suggellato
dalla sventura, perchè di una numerosa famiglia, erano rimasti loro
due soli nel mondo. Vinta dalla commozione, Ella tacque: i suoi occhi
erano pieni di lacrime. Quali parole mi salirono allora sul labbro?
Non certo tutte quelle che avevo nel cuore. Sono assai timido per mia
natura; ho, lo confesso, un grande sgomento di ciò che può distrarmi
da' miei studi, togliermi alle mie abitudini. Ma so di averle pur
fatto intendere quanta simpatia mi attirasse a Lei, signorina; so di
averle detto ch'Ella poteva fare assegnamento sopra di me in qualunque
occasione. Grazie, Ella sussurrò dolcemente. E la sua mano tremò nella
mia. Poi Ella mi pregò che ritornassimo sui nostri passi. Non parlammo
nel ritorno; ma mi pareva che le nostre anime fossero tanto vicine! Di
lì a un pajo di giorni Ella lasciò Venezia senza che ci si presentasse
più l'opportunità di trovarci a tu per tu.
Adesso, signorina, la maggiore delle disgrazie l'ha colpita; adesso è
giunto per lei il momento di mettere alla prova i suoi amici. Sarei
voluto venire io stesso a Firenze, ma devo partir fra poche ore per
Londra affine di assistere al Congresso degli Orientalisti che s'apre
in quella metropoli il 19 corrente. Dall'Inghilterra potrei forse
intraprendere un lungo lungo viaggio fuori d'Europa; ma dipenderà
da Lei ch'io lo intraprenda o no. Una sua parola avrebbe la virtù di
ricondurmi in Italia. A ogni modo io sarò a Londra per tutto l'ottobre,
e la prego di farmi aver colà una sua riga -ferma in posta.- Pensi che
sono anch'io, e da molto più tempo di Lei, solo affatto nel mondo.
Mi creda sempre
Suo aff.mo
“ATTILIO CERNIERI.„
III.
Due volte il professore rilesse le quattro pagine di questa lettera,
sforzandosi di richiamare alla sua memoria il giorno, l'ora, il luogo
in cui l'aveva scritta, cercando di spiegare a sè medesimo, come
potesse averne dimenticato l'impostazione, come il silenzio di Maria
Lisa Altavilla non avesse fatto nascer nel suo animo nessun sospetto,
come non avesse avuto l'idea di riscrivere, d'informarsi.
Ecco, egli ricordava. L'avviso mortuario gli era arrivato la mattina
mentr'egli stava facendo il bagaglio, e il suo pensiero era corso
subito alla povera giovinetta che aveva conosciuto tre mesi addietro
a Venezia e che gli aveva destato una così viva simpatia. Indi per
tutto il giorno aveva agitato il quesito se dovesse mandarle soltanto
le sue condoglianze o se dovesse dirle qualche cosa di più, qualche
cosa di meglio rispondente ai sentimenti ch'Ella gli aveva inspirati
e a cui forse ella partecipava.... Non era una ragazza delle solite,
la Maria Lisa. Pareva nata per essere la compagna d'un uomo di studi.
Non aveva fatto da segretario al padre, non poteva far da segretario
a lui? Imparar due o tre lingue per aiutarlo, prender note per suo
conto, metter in pulito i suoi lavori, correggergli le bozze di stampa,
e quand'egli partiva per un Congresso, per una missione scientifica
preparargli i bauli, accompagnarlo alla stazione, anche accompagnarlo
in viaggio qualche volta, sollevandolo dalla briga di prendere i
biglietti, di trattare cogli albergatori, di discutere coi fiaccherai,
eccetera, eccetera? Visto sotto questa luce, il matrimonio non gli
era apparso più un abisso senza fondo, ma un porto tranquillo ove
riposarsi dopo le tempeste. E, la sera, unitamente a parecchie altre
lettere, aveva scritta anche quella per la Maria Lisa. Aveva scritto
con un'espansione, con un abbandono di cui s'era meravigliato allora,
come si meravigliava adesso, ma, questo pure si ricordava, provando,
nello scrivere, una dolcezza inusata.
Era nella cameretta del suo quartierino di Padova; sulla tavola
ardeva un lume a petrolio; dinanzi a lui era spalancato l'Atlante
del Menke, alla pagina che portava l'intestazione -Aegyptus ante
Cambysii tempus.- Quella carta egli l'aveva consultata nel rispondere
al suo amico Morrison dell'Università di Edimburgo che insisteva per
visitare insieme le rovine di Tebe nell'Alto Egitto. Ed egli, lasciando
sospesa la sua decisione fin dopo il Congresso, aveva, nell'ipotesi
del viaggio, corretto e ampliato l'itinerario, comprendendovi Itithia,
Apollinopolis e Syene.
E, ancora, il professor Cernieri si ricordava. La sua padrona di casa
era venuta a picchiare all'uscio e a dirgli che la carrozza era pronta
e ch'ella vi aveva fatto mettere le valigie, il -plaid- e l'ombrello.
In fretta egli aveva chiuso e riposto nello scaffale l'Atlante, in
fretta s'era cacciato in tasca le lettere a cui aveva applicato già il
francobollo, in fretta aveva disceso la scala ed era salito in vettura.
Ma per quale strana combinazione una delle lettere fosse andata a
finire dentro l'Atlante; per quale negligenza, nel gettare in buca
le altre, in numero di cinque o sei, egli non si fosse accorto che ne
mancava una, quella che doveva essere la più importante per lui, ecco
l'enigma che il dotto professore non avrebbe risolto mai.
Egli poteva giurare che nemmeno per un secondo gli era balenata l'idea
di non aver impostata la lettera. Anzi, per parecchi giorni, adesso
se ne rammentava, era rimasto come sbalordito della propria temerità.
Perchè non ci aveva pensato su? Perchè, con una di quelle parole che
non si riprendono, s'era messo al rischio di sacrificare il massimo
dei beni, l'indipendenza? Perchè aveva giocato il suo avvenire sopra
una carta? Era un galantuomo; data una risposta favorevole della Maria
Lisa Altavilla, non gli era lecito tirarsi indietro.... Se poi ella
rispondeva di no, egli s'era procurato uno scacco inutile. Dio buono,
che furia aveva avuta? C'era da scommettere che, anche di lì a uno, a
due, a tre anni, la ragazza, non bellissima e senza un soldo di dote,
sarebbe stata libera; e intanto a lui si sarebbe certo presentata
l'opportunità di vederla, di conoscerla meglio, di pesar meglio il
pro e il contro.... Così a Londra, nella prima settimana, mentre gli
crescevano le tentazioni del viaggio in Oriente col Morrison e con
un giovine docente di Heidelberg che si era loro offerto a compagno,
egli era stato inquieto, nervoso, trepidante a ogni distribuzione di
posta e non sapendo più che cosa desiderare o temere. Quindi di mano in
mano che il tempo passava e ch'egli, relatore intorno a due temi, era
assorbito dai lavori del Congresso e attratto nell'orbita degl'illustri
eruditi salutanti in lui un futuro luminare della scienza, l'immagine
della povera orfana andava gradatamente scolorandosi, e una timida,
segreta speranza gli si faceva strada nel cuore: quella di ricuperar
la propria libertà pel silenzio continuato di Maria Lisa, senza patir
l'umiliazione di un aperto rifiuto. Egli avrebbe potuto dir sempre che
il suo dovere l'aveva fatto; non era colpa sua se le sue offerte non
erano state accolte.
E un giorno, uno dei primissimi giorni di novembre, egli pure, come
Giulio Cesare, aveva esclamato: -Alea jacta est.- Aveva traversato
di volo l'Europa centrale e l'Italia fino a Brindisi, e insieme al
Morrison e al dottore di Heidelberg s'era imbarcato su un vapore della
Peninsulare per Alessandria. Due anni era vissuto fuori d'Europa, ora
nell'Alto Egitto, ora nell'Abissinia, studiando i geroglifici e le
rovine, inviando preziose monografie alle principali Riviste del mondo.
E Riviste, e giornali, e lettere di scienziati, e voti di accademie
gli giungevano dall'Italia, dall'Inghilterra, dalla Francia, dalla
Germania; gli giungeva anche da Padova qualche epistola spropositata
della sua padrona di casa. Da Firenze, dalla Maria Lisa Altavilla,
nulla.
Del resto, al suo ritorno in patria, egli l'aveva quasi interamente
dimenticata. Non eran trascorsi che due anni, ma quei due anni per lui
valevano due secoli, e i fatti anteriori si perdevano a' suoi occhi
in una lontananza vaga e nebulosa. Onde quando gli dissero che, tre
mesi addietro, la Maria Lisa aveva sposato un pretore residente in un
paesello della Sicilia, egli non se ne commosse più che tanto. Aveva
ben altro pel capo. Aveva da vagliare le diverse offerte pervenutegli
dal Ministero; aveva da scrivere per la -Edimburgh Review- un articolo
sulle antichità assire; aveva infine da maturare il tema gravissimo di
quelle radici finniche o celtiche per amor delle quali egli era ormai
risoluto a dedicarsi interamente alla glottologia lasciando da parte
ogni altra ricerca. La Maria Lisa Altavilla era così piccola, così
piccola al paragone, e il matrimonio sarebbe stato tale un impiccio!
Solo qualche tempo dopo, sul punto d'accettar la cattedra di Firenze,
gli era capitato uno scrupolo. Se, per un trasloco del marito, quella
donna fosse di nuovo in Toscana? Se s'incontrassero? Che contegno
dovrebb'egli tenere con lei? Far l'indifferente, o fingere di non
riconoscerla, o rinfacciarle il modo inurbano in cui ella lo aveva
trattato?
Ahimè, il professore fu tolto assai presto da queste angustie. La Maria
Lisa Altavilla? La figliola del cavaliere Giuseppe? Quella che aveva
sposato il pretore Carlucci? Poveretta! Era morta laggiù in Sicilia,
d'una febbre di malaria, in capo a dieci mesi di matrimonio.
Morta! Certo, nell'udir la notizia, Attilio Cernieri aveva provato un
senso di pietà e di rammarico. Morta così giovine, quella che avrebbe
potuto esser sua moglie! Dunque oggi egli sarebbe vedovo, avrebbe la
casa in lutto, sarebbe come un naufrago della vita? Ah, quand'era così,
meglio, mille volte meglio che la Maria Lisa non gli avesse risposto.
Meglio per lui non aver preso delle abitudini che gli sarebbe stato
forza troncare, meglio non essersi avvezzato ad aver una femmina al
fianco.... Quelli che ci si avvezzano dicono ch'è tanto difficile farne
senza!...
Insomma Cernieri non aveva tardato a confortarsi.... E poi.... e poi
il tempo aveva compiuto l'opera sua, stendendo un velo densissimo su
quel fuggevole episodio, coprendo d'oblio persino il nome di Maria
Lisa Altavilla. Adesso la vecchia lettera trovata fra le pagine del
vecchio Atlante rievocava le cose scomparse. Innanzi all'uomo maturo,
invecchiato negli studi, indurito nell'egoismo, sorgeva per incanto
un ricordo della giovinezza, lo investiva violento come fiamma che
divampa, come raffica che si leva improvvisa. Stringendo nelle mani
il povero foglio ingiallito, egli rivedeva la dolce figura di Maria
Lisa; la vedeva pallida e mesta; pareva ch'ella gli dicesse: -- Perchè
nell'ora dell'afflizione non m'hai mandato una parola, un saluto?
Gl'indifferenti compiansero al mio dolore; tu, che m'avevi lasciato
creder d'amarmi, tu sei rimasto muto, insensibile. E t'ho atteso, sai,
t'ho invocato.... Ahi misera chi si fida in un uomo!
Questo pareva a Cernieri che la Maria Lisa dicesse, ed egli pensava
ch'ella aveva portato con sè nella tomba l'acerbo giudizio, che non
avrebbe udite le sue discolpe, nè conosciuta la verità.... È pur triste
dover fermar la mente sull'idea dell'irrevocabile, dover crucciarsi
di torti che non si possono riparare, di malintesi che non si possono
togliere.
Ma la lettera che il grave professore seguitava a tener spiegata
davanti a sè non lo avvertiva soltanto che Maria Lisa era morta
reputandolo peggiore di quello ch'egli non fosse; essa gli ricordava,
quasi per irriderlo, che nella sua vita c'era stato un minuto di
poesia, d'abbandono, d'amore, e che quel minuto era rimasto infecondo.
Mai più, mai più egli avrebbe trovato un minuto simile; mai più il suo
cuore avrebbe palpitato per una donna; mai più dalla sua penna sarebbe
sgorgata una prosa, che a noi può sembrar fredda e convenzionale, ma
che a lui sembrava riboccante di calore e d'affetto.
Ed egli chiedeva a sè stesso: -- Se la lettera fosse partita? Se fosse
arrivata alla sua destinazione? Se Maria Lisa avesse risposto: --
Intendo ciò che tu accenni, ti ringrazio, ti amo, consento a esser tua.
Vieni. --? Certo egli non avrebbe, almeno allora, intrapreso il suo gran
viaggio fuori d'Europa; non avrebbe percorso l'Egitto e l'Assiria, nè
decifrato i geroglifici, nè interpretato il linguaggio delle rovine;
forse gli sarebbero sopraggiunti i figliuoli; forse le cure domestiche
avrebbero inceppata la sua attività; la sua fama sarebbe stata
ritardata, non sarebbero piovuti così abbondanti sul suo capo gli onori
e sul suo petto le decorazioni; forse egli non avrebbe fatta la sua
luminosa scoperta intorno alle radici finniche; forse altri occuperebbe
oggi il suo posto sul vertice della piramide scientifica, accanto al
celebre Löwenstein dell'Università di Upsala.
Sì, tutto ciò sarebbe potuto accadere, e un uomo come il professore
Attilio Cernieri doveva rallegrarsi che ciò non fosse accaduto.... E
pure.... e pure un dubbio insistente, affannoso gl'impediva di quietar
l'animo in questa consolante filosofia. Non sarebbe stato meglio
sacrificar un poco di gloria per aver un poco d'amore?
Il professor Cernieri non ebbe il coraggio di lacerare, di distrugger
la lettera; la ripose nella scrivania, richiamò il servo Pomponio e
gli ordinò di ripigliare il lavoro interrotto. Ma la sera, nel suo
studio, lo vinse di nuovo la tentazione di riveder que' suoi caratteri
di vent'anni addietro, e ormai non passa giorno, si può dire, ch'egli
non tiri fuori dalla busta il piccolo foglio sgualcito e non lo scorra
con l'occhio. Indi ne guarda la sopraccarta, ne guarda il francobollo
su cui la posta non impresse alcun segno, e ripete fra sè la domanda:
-- Se la lettera fosse partita?
LE CONFIDENZE DEL DIRETTORE
-- Ebbene -- disse la signora Rosa, una donnetta svelta ed arzilla
nonostante i suoi cinquantacinqu'anni; -- se gli altri non si muovono,
verrà la Tilde a fare una passeggiata con me.
La Tilde, ch'era una zitellona piatta davanti e di dietro, spalancò una
bocca immensa con troppe gengive e troppo pochi denti, e avvicinandosi
con passo saltellante a' suoi rispettabili genitori, rispose:
-- Volentieri, se il babbo e la mamma non hanno nulla in contrario.
-- Va pure, tesoro -- disse il signor Nestore Ariani, impiegato al
registro e bollo.
-- Va pure, viscere -- soggiunse la signora Veronica. -- Noi restiamo a
far quattro chiacchiere col signor direttore.
-- Quello lì, dopo il pranzo, è come inchiodato sulla seggiola -- notò la
signora Rosa.
-- -Post prandium stabis- -- sentenziò il cavalier Flaminio Flaminî,
direttore del Collegio-convitto omonimo in una città dell'Alta Italia.
-- E noi gli teniamo compagnia -- riprese il signor Nestore con la sua
vocina da musico. -- Col signor direttore c'è sempre da imparare.
Il cavalier Flaminî chinò dignitosamente il capo. -- Bontà loro.
Scambiati i saluti, la signora Rosa e la Tilde si allontanarono. Il
direttore e i due Ariani, marito e moglie, rimasero sotto la pergola,
seduti intorno a una tavola rustica.
-- Ma! -- sospirò la signora Veronica seguendo con lo sguardo la
figliuola, fin che la ebbe persa di vista.
Erano in un albergo di campagna, -Al grappolo d'uva-. Ivi il cavalier
Flaminî (era quello il terz'anno) veniva l'autunno con la sua metà a
riposarsi delle fatiche scolastiche, occupava le stanze migliori, e
assumeva verso gli altri forestieri un'aria di benevolo patrocinio.
Quell'autunno egli raccoglieva sotto le sue grandi ali gli Ariani,
che, raggranellati due soldi, s'eran voluti dare il lusso d'un po' di
villeggiatura e alloggiavano insieme con la Tilde in uno stanzone a
tetto, diviso in due da una parete mobile e impregnato d'un acuto odore
di mele cotogne.
Poich'ebbe slanciato il suo -ma- sibillino, la signora Veronica si
voltò risolutamente verso il direttore, e, ripigliando un discorso
interrotto, esclamò con un accento in cui c'erano lo stupore,
l'ammirazione, l'invidia: -- Tutt'e sei le ha maritate?
-- Sissignora, tutt'e sei -- replicò di trionfo il cavalier Flaminî.
-- Senza dote?
-- Senza un centesimo.
-- Ma come ha fatto, santo Iddio, come ha fatto? -- gridarono in coro i
due conjugi.
Il signor direttore si levò gli occhiali e li posò sulla tavola.
Ora questo levarsi gli occhiali era pel signor direttore un gran
segno. Armato di quelle lenti, egli aveva anche più sussiego che non
convenisse al suo grado; parlava breve, solenne, per aforismi; privo
di lenti, egli discuteva bonario e loquace, perfin troppo loquace,
a quanto diceva la signora Rosa, la quale, delle due edizioni in cui
suo marito si presentava al pubblico, quella di lusso e la popolare,
preferiva la prima.
Adesso la signora Rosa non c'era, e il cavaliere poteva sbizzarrirsi
a sua posta. Non solo egli si levò gli occhiali, ma ordinò che gli
portassero un litro di quel buono e tre bicchieri. Poi, stropicciandosi
le mani: -- Come ho fatto?... Ecco qua..... Quando alla nascita della
mia terza figliuola dovetti convincermi che mia moglie aveva la
viziatura organica di non partorire che femmine, io sentii la necessità
di prendere una risoluzione eroica. Ma quale? -- -Abstinentia- -- mi
risponderanno loro. Eh sicuro, ma son cose più presto dette che fatte.
Niente -abstinentia- dunque.... Invece....
Dopo aver versato del vino a sè e a' suoi compagni, il signor
direttore si portò l'indice della mano destra alla fronte per rilevare
l'importanza dell'idea peregrina germinata dal suo cervello, e
soggiunse: -- Invece ho pensato a una -restauratio ab imis fundamentis-.
Gli Ariani ascoltavano con raccoglimento devoto, messi in maggior
soggezione da quelle frasi latine che il signor Nestore capiva poco
e che la signora Veronica non capiva affatto. Anzi ella rifletteva
malinconicamente che se per maritare le figliuole ci voleva il latino,
la sua Tilde sarebbe rimasta zitella tutta la vita.
-- In quei tempi -- ripigliò Flaminî -- io davo lezioni private -de
omnibus rebus;- mia moglie teneva una scuola elementare femminile con
insegnamento di francese. Si tirava innanzi alla meno peggio, perchè
la Rosina, non faccio per lodarla, era una donnetta che sapeva il suo
conto e poteva dar dei punti a molte maestre di grado superiore. Ma
quelle gravidanze erano una calamità, e più d'una mamma che avrebbe
voluto inscrivere da noi le sue bambine arricciava il naso a veder la
circonferenza della direttrice. E poi, delle bambine ne avevamo più del
bisogno in casa. Insomma, al terzo puerperio, io dissi alla Rosa: “La
nostra scuola si chiude.„ -- E vedendola sbarrar gli occhi stupefatta,
soggiunsi pronto: -- “Per riaprirsi cambiando sesso.... Ih, ih, ih!...
Il sesso noi non possiamo cambiarcelo, ma la scuola sì.... Era femmina
e diventa maschio....„ La Rosina seguitava a fissarmi con gli occhi
stralunati. Senza dubbio ella credeva che mi desse volta il cervello.
Ma io le spiegai le ragioni per le quali intendevo trasformare la
nostra scuoletta femminile in un Collegio-convitto per ragazzi. La
Rosa sollevò mille obbiezioni: e che non si deve lasciar il certo
per l'incerto, e che l'impresa richiedeva grandi mezzi, e che avremmo
fatto un buco nell'acqua, eccetera, eccetera. Io però avevo in serbo
l'argomento decisivo. -- “Col Collegio-convitto maschile, noi, a suo
tempo, sposeremo le tre figliuole che abbiamo già e quelle che, con
l'aiuto della Provvidenza, ci capiteranno più tardi.... Sicuro; il
Collegio-convitto sarà un vivajo di generi.... Ih, ih, ih!„ -- Fu per
mia moglie una rivelazione. Ella non si diede per vinta subito, ma io
m'accorsi ormai che parlavo ad una convertita. E m'accorsi anche ch'ero
da un momento all'altro cresciuto di riputazione nell'animo della Rosa;
finalmente ella doveva riconoscere di non aver sposato un maestrucolo
buono soltanto a insegnar le conjugazioni dei verbi.
Queste parole di colore oscuro potevano far credere che in -illo
tempore- la Rosa non fosse la moglie docile ed ossequente ch'era stata
poi. Comunque sia, il fine principale del signor direttore era quello
d'imprimere un concetto sempre più alto del proprio valore nella mente
dei conjugi Ariani. E poichè essi tacevano intontiti, egli li provocò
con domande dirette: -- Che cosa par loro della mia idea, eh?... Non fu
una trovata di genio?... Dicano, dicano la loro opinione.
Confusi dinanzi a tanta grandezza, gli Ariani si limitavano a sorridere
d'un sorriso ebete.
-- Nei primordî -- ricominciò il cavalier Flaminî -- fu un osso duro da
rodere. Il Convitto si aperse con sei allievi, e tra loro e i dieci o
dodici esterni non si coprivano le spese. Convenne anzi far qualche
debito, tanto più che la Rosa continuava a partorir femmine e che
mi era nata la quarta figliuola, la Paolina.... Un altro si sarebbe
perduto d'animo, io no.... Avevo ormai le mie viste sopra uno de' sei
convittori, un ragazzo di buona famiglia, che avrebbe potuto essere un
partito eccellente per la mia primogenita, la Luisa....
-- Possibile? Così presto? -- interruppe la signora Veronica.
-- Chi non semina non raccoglie -- ribattè il signor direttore. E
tracannato un secondo bicchiere di vino, riprese: -- Dunque non solo
non battei in ritirata, ma coraggiosamente appigionai un locale più
bello e più ampio, allargai le basi del Collegio, aggiunsi nuovi
insegnamenti.... e corsi pareggiati, e corsi preparatori a scuole
navali, militari, commerciali, e via via. Un'insegna poi che occupava
mezza facciata, con le sue belle lettere fiammanti d'oro su fondo
turchino:
COLLEGIO-CONVITTO FLAMINI
-sotto il patrocinio della Camera di Commercio
ecc. ecc. ecc.-
Ce n'era per nove righe!... Insomma a poco a poco i convittori salirono
a quindici, a venti, a trenta, a cinquanta, a cento, e gli esterni
crebbero in proporzione. Non mancavano gl'invidiosi.... figuriamoci!...
Sparlavano di me e del mio Collegio; e ch'io ero venale e ignorante,
sissignori, questo dicevano, e che i professori non valevano un'acca,
e che li pagavo male, e che tenevo a stecchetto i convittori....
come se non avessi dovuto preservarli dalle indigestioni.... e che la
mia era una fabbrica d'asini.... come se non si fabbricassero asini
in tutte le scuole.... Io mi stringevo nelle spalle.... Avevo ben
altro pel capo.... Le figliuole avevano raggiunto la mezza dozzina,
e volendo assicurar loro sei mariti occorreva darsi le mani attorno.
Grazie al cielo, la Rosa era entrata perfettamente nelle mie idee
e mi ajutava con tutta l'anima.... Dei fiaschi erano inevitabili, e
guai a essere esclusivi, guai a impuntarsi su pochi nomi.... Si getta
l'amo cento volte per pigliare un pesce. Noi avevamo circa venti
candidati -in pectore,- tre in media per ogni figliuola, i grandi
per le grandi, i piccoli per le piccole.... A questi venti, con le
debite cautele per non dar troppo nell'occhio, si usavano attenzioni
particolari; di quando in quando un invito alla tavola di famiglia,
una uscita straordinaria, una carezza, un elogio, e, al caso, una
parolina nell'orecchio dei professori -in limine- degli esami. Che
se uno di loro cadeva indisposto, mia moglie gli teneva un'oretta
di compagnia, gli somministrava di sua mano le medicine, il thè di
camomilla, le tazze di brodo ristretto, eccetera, eccetera. E nelle
lezioni di ballo a cui partecipavano le mie ragazze quei venti erano
i cavalieri preferiti, anche se ballavano meno bene degli altri.
Ma il meglio era nell'autunno, in villeggiatura. Sempre conducevamo
con noi, verso un supplemento di retta che ben s'intende, un certo
numero di convittori; le famiglie ce li lasciavano o perchè si
rinfrancassero in qualche materia, o perchè potessero godersi un po'
d'aria campestre senz'abbandonare affatto il Collegio.... Allora
era una vita patriarcale.... un'ora o un'oretta e mezzo di studio
sotto di me o sotto un professore che ci tiravamo dietro; pel resto
erano scarrozzate, e gite sul somaro, e giochi innocenti diretti
da mia moglie, che, per fortuna, non aveva più la malinconia delle
gravidanze.... Basta, in quella stagione le bimbe e i convittori si
trattavano come fratelli e sorelle. Rischi seri non ce n'erano, coi
piccoli per un conto, coi grandi per un altro, chè già erano sempre
in parecchi e si sorvegliavano a vicenda.... Però è da scommettere
che, se quei ragazzi avessero avuto l'età necessaria e fossero stati
padroni di sè, si sarebbe combinato un pajo di matrimoni ogni autunno.
La Paolina sopratutto faceva furori. Una volta erano in cinque a
starle attaccati alle gonnelle. Ma ella aveva sett'anni e il maggiore
de' suoi spasimanti ne aveva dodici!... Eh, poveri noi se non ci
fossimo agguerriti contro le illusioni! Era un lavoro di Penelope,
un continuo fare e disfare. I diciotto o venti candidati rimanevano
invariati come cifra complessiva, ma mutavano continuamente nelle
loro unità. Oggi uno era richiamato a casa per motivi domestici;
domani un secondo non pagava la retta e conveniva licenziarlo; un
terzo rivelava un pessimo carattere; in un quarto si scoprivano i
germi d'una malattia ereditaria. Pazienza! Da bravi generali, la
Rosina ed io colmavamo i vuoti con le nuove reclute. Il guajo grosso
era questo: che l'educazione del Convitto, anche per quelli che
seguivano i corsi preparatorî, non durava eterna.... Sarebbe stata una
faccenda diversa se avessi potuto aprir dei corsi superiori, dei corsi
universitari.... chè già avrebbero imparato da me quello che imparano
nei grandi istituti pubblici.... Ma in questo benedetto paese, dopo
tanti sacrifizî per conquistare la libertà, non è mai lecito di far
quello che si vuole. Così a quindici, sedici, diciassett'anni al più
i ragazzi avevano compito i loro studi nel mio Collegio. Avevo un bel
dire, nel giorno in cui essi si accommiatavano, avevo un bel dire: --
Questa è sempre la vostra casa, dovete rammentarvene, dovete tornarci
spesso, chè sarete accolti come figliuoli. -- Quanti ne tornavano poi,
o, pur tornandovi, quanti non si fermavano alla prima visita? Quanti
di quelli ch'eran lontani scrivevano più d'una lettera di cerimonia?...
Eh, cari signori miei, chi non è parato ai disinganni, non si consacri
all'educazione della gioventù.
Fatta questa riflessione profonda, il cavalier Flaminî offerse
nuovamente da bere al signor Nestore e alla signora Veronica, e
poich'essi lo pregarono di dispensarli, votò da solo la boccia di vino
che, mezza colma ancora, gli stava dinanzi; ciò che rese più varia e
più colorita, sebbene meno limpida, la sua eloquenza.
In principio prevalse la nota patetica. -- Pur troppo molti di quelli
che avevano avuto le maggiori cure da me e da mia moglie, che avevano
mangiato i nostri migliori bocconi, che avevano figurato in prima
lista fra i nostri generi possibili, non si degnarono nemmeno, una
volta usciti di Collegio, di darci segno di vita. Peggio, peggio
assai; alcuni dissero roba da chiodi dell'Istituto, degl'insegnanti,
della Rosina, di me; ci accusarono di aver teso loro delle trappole,
ci misero in canzonatura.... Disgraziati!... Per me chi sparla della
scuola ove fu allevato è tutt'uno con chi percuote il seno che lo
nutrì. Latte per latte, qual è il più necessario?
Lasciando insoluto il problema, il signor direttore continuò:
-- Per fortuna un manipolo di veterani ci restava fedele.... Ne tenevamo
a pensione due o tre che frequentavano l'Università cittadina; altri,
ch'erano del paese, seguitavano a bazzicarci in casa la sera per
giuocare al bigliardo o per fare un po' di musica.... Una dozzina in
tutti, compreso un paio di professori del Collegio, che, in mancanza
di meglio, potevano entrar in candidatura matrimoniale anch'essi.... Di
tratto in tratto, quand'eravamo a tu per tu la Rosina ed io, si tirava
fuori il registro delle figliuole, perchè c'era un registro scritto
dalla prima all'ultima riga di pugno di mia moglie. Ella n'era tanto
gelosa; e guai se sapesse ch'io ne parlo qui!... Ma spero bene che non
mi tradiranno.... Siamo fra amici.... Sì, c'era un registro. Ognuna
delle sei ragazze aveva una specie di conto, intestato al suo nome in
bel carattere rotondo: -Luisa,- per esempio. Sotto la intestazione,
nella colonna a sinistra i nomi e i cognomi dei giovinetti che ci
parevano poter convenirle, con la data dell'iscrizione; nella colonna
a destra, allorchè per un motivo qualunque si doveva rinunziare a uno
dei candidati, si scriveva a fronte del suo nome e cognome un'unica
parolina: -Annullato-.... Dunque con la Rosa si tirava fuori il
registro, e lo si sfogliava, così per curiosità, ripassando nella
memoria quegli -annullati-.... Quanti erano!... A guardarli mi si
stringeva il cuore come se fossi in un cimitero.... Anche adesso....
E veramente il cavalier Flaminî aveva gli occhietti lustri, non si
sa se per la commozione o pel vino. Egli vi passò su il fazzoletto, e
riprese:
-- La Rosa, più positiva di me, diceva: “O non hai pensato in che
imbroglio saremmo se dovessimo contentarli tutti?„ Quest'era Vangelo;
ma che colpa ne ho io se mi son sempre considerato il padre de' miei
allievi?
Il signor direttore andava divagando; citava nomi, citava date,
raccontava aneddoti che non avevano nulla a che fare con l'argomento;
onde la signora Veronica si permise di rimetterlo in carreggiata. --
Capisco; però l'essenziale si è che lei le sue ragazze le ha accasate
tutt'e sei.
-- Oh questo sì. -- rispose il cavaliere rasserenandosi in viso; -- e per
merito della mia idea, per merito del Convitto.... La Luisa, la prima,
è in Toscana e ha sposato un ex-convittore che ha campagne sue e mi
manda del vinetto che vorrei aver qui; due ne ho a Milano, l'Ernestina
e l'Amalia; i mariti sono in commercio; quello dell'Ernestina ha un
deposito di vermut e altri liquori, in via Monforte 15.... roba scelta
e prezzi di favore.... un bravo figliuolo, che in Collegio aveva
una gran disposizione per la chimica.... anzi glielo raccomando se
avessero da far provviste. La Maria abita a Torino; oh! quella è stata
fortunatissima. Mio genero Ettore Giorgi è nipote del proprietario
della ditta Fratelli Giorgi del fu Angelo, -Fabbrica d'olî medicinali,-
in piazza dello Statuto N. 4.... Quando Ettorino era da noi, la sua
casa ci forniva l'olio di ricino per il Convitto.... un olio che è un
nettare.... La Bianca è lontana, pur troppo.... laggiù a Napoli, ove il
suo sposo ha un posto in una redazione di giornale.... una testolina
vulcanica, fin da piccolo; appassionato per la politica.... non mi
meraviglierei di vederlo col tempo alla Camera dei deputati.... La sola
ch'è rimasta con me è la Paolina.... Non per lagnarmi, ma con tanti
aspiranti che ella aveva avuto, speravo che trovasse meglio.... Basta,
questo mio genero.... del rimanente un ottimo giovine.... non aveva
impiego, e l'ho nominato io professore nel mio Collegio; insegna la
letteratura e la bicicletta; conduce a spasso i convittori.... adesso
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