Ed ella crede anche ch'io dorma, -- egli soggiunse. -- Scommetto che lo
crede.
-- Nemmeno per idea, -- ribattè la signora. -- Ella finge di dormire per
non lasciarsi scappare i segreti della Consulta.
-- Proprio così, cara signora, proprio così.... Lei almeno capisce
a volo.... Non lasciarsi sfuggire i segreti propri e cercar di
sorprendere i segreti altrui, ecco l'alfa e l'omèga della nostra
professione....
Mentre il consigliere della Società assicuratrice discorreva d'affari
con Gabrio Moncalvo, il deputato della maggioranza e il segretario del
Ministero degl'interni si sforzavano di accaparrar l'attenzione della
Mariannina che li teneva a bada tutti e due senza trascurare il cugino
Giorgio. La signora Rachele intanto, seduta fra il conte Ugolini Buschi
e monsignor Paolo de Luchi, accoglieva con visibile compiacenza certe
comunicazioni fattele da quest'ultimo.
A un tratto ella non potè trattenersi dal chiamare sua figlia.
-- Mariannina! Mariannina!
-- Son qui.... Che cosa desideri?
La signora Rachele fece segno alla ragazza di avvicinarsi.
-- Lo sai? -- ella le disse piano. -- Io firmerò il manifesto per la Fiera
di beneficenza subito dopo la principessa Oroboni.
-- Che onore!... Del resto, sei quella che ha dato di più.
-- Ma son l'unica che non abbia un nome patrizio.... E sono anche
l'unica.... mi intendi?...
-- Sì, la gran macchia d'origine....
-- Diceva poi il nostro don Paolo che nella settimana ventura potremo
andare insieme con lui a vedere il palazzo e il giardino.
-- Oh, oh! Si degnano!
-- I padroni non ci saranno.... Saranno a Loreto.
-- Allora! -- fece la Mariannina con un gesto sprezzante.
-- Non entra nessuno nemmeno quando non ci sono in casa i padroni, --
spiegò monsignore. -- Ho ottenuto io il permesso.... per loro....
-- Ma sì, -- riprese la signora Rachele. -- È una preferenza della quale
dobbiamo esser grati.
Giacomo e Giorgio Moncalvo si alzarono.
-- Di già? -- chiese il commendatore.
-- Siamo gente selvatica, -- rispose il fratello, sorridendo.
-- Vi aspettiamo presto.... A prima sera siamo sempre soli.
-- Io voglio una visita tutta per me, -- dichiarò la zia Clara al nipote.
-- Da mezzogiorno alle quattro sei sicuro di trovarmi in casa.
-- E se telefoni in tempo, trovi anche me, -- soggiunse la Mariannina
accompagnando i parenti fino all'uscio. -- Voglio mostrati i miei
acquarelli.
-- Dipingi?
-- Sicuro. Studio con Brulati.... Andiamo qualche volta insieme in
automobile nella campagna romana.... T'inviterò una mattina.
-- Grazie.
Il professore Giacomo abbreviò i saluti.
-- Buona sera. -- Spìcciati, Giorgio.
III.
Due che non dormono.
-- Ti sarai persuaso che non è ambiente per noi, -- disse il professore
al figliuolo quando il portone del Palazzo Gandi si richiuse dietro a
loro.
Giorgio non diede una risposta decisa.
-- È un fatto che non mi raccapezzo.... Sono sempre molto alla mano,
specie lo zio e la Mariannina, ma non sono più quelli di sette anni
fa.... Hanno mutato -orientazione-.
-- Completamente.... Mio fratello era radicale, ora è conservatore; si
atteggiava a spirito forte, ora amoreggia coi preti.
-- Ma come? Ma perchè?
-- Eh, mio caro, ognuno ha i suoi difetti.... Gabriele....
-- A proposito, oggi tutti lo chiamano Gabrio.
-- È più -chic-.... Gabrio dunque è ambizioso.... Visto che non riusciva
da una parte, s'è voltato dall'altra.
-- E s'illude d'aver l'appoggio dei clericali per entrare in Parlamento?
-- Credo che abbia rinunziato alla politica.
-- E allora che aspirazioni ha?
-- Ha un poco le aspirazioni di sua moglie, ambiziosa anche lei, ma
come soglion essere le donne, che ci tengono più all'apparenza che alla
sostanza.... Entrare nei salotti più chiusi ed intransigenti, assistere
dalle tribune riservate alle funzioni di San Pietro, appartenere ai
Comitati di beneficenza ove prevalgono le dame dell'aristocrazia nera,
ecco i grandi ideali di tua zia.... Gabrio poi, ch'è un uomo positivo,
accarezza la prospettiva di partecipare per mezzo della sua Banca
internazionale a qualche operazione finanziaria col Vaticano.
-- Sta a vedere che avremo lo spettacolo commovente d'una conversione!
-- Non me ne meraviglierei.... Credo però che mio fratello ci penserà
due volte prima di tagliarsi dietro i ponti.... A lui giova avere un
piede anche nel campo liberale.
-- In fatti, -- notò Giorgio, -- riceve una società molto mista.... Un
monsignore, un cavaliere di Malta, un deputato, un alto funzionario del
Ministero degli esteri, un segretario del Ministero degl'interni, che
mosaico!
-- Ce n'è per tutti i gusti.
-- E quel cavaliere che uomo è? -- proseguì Giorgio. -- Pare in grande
intimità con la famiglia.... Ieri mattina era a Villa Borghese con la
Mariannina e con le sue amiche americane.
Il professore tentennò la testa.
-- Ma!... Io lo conosco poco.... Passa per aver molti debiti....
-- E monsignore?
-- Lo conosco anche meno.... Mi dà l'idea d'un pretino furbo,
inframmettente sotto la maschera della discrezione, punto sincero nelle
massime di tolleranza che ostenta per aver facile accesso anche nei
salotti meno ortodossi.
Dopo una pausa, Giorgio Moncalvo chiese, esitante:
-- E della Mariannina che opinione hai?... A sentirla, si direbbe che
non le sian saliti fumi al cervello.
Inquieto, il professore Giacomo guardò suo figlio.
-- Per carità, Giorgio, non te ne fidare.... Mio fratello e mia cognata
hanno il gran merito di mostrarsi quali sono; ed è la ragione per
la quale, pur non approvando le idee e la condotta di Gabrio, gli
voglio sempre un gran bene.... Ha, con tutte le sue debolezze, qualità
preziose d'ingegno e di cuore, e, dopo la Clara ch'è un angelo, è il
migliore capo della famiglia.... Ma, di fondo, non è cattiva neanche la
Rachele.
-- Cattiva sarebbe soltanto la Mariannina, -- ribattè il giovine con una
certa amarezza.
-- Non esageriamo.... La Mariannina è quella che dev'essere fatalmente
una ragazza contenta in ogni suo capriccio, corteggiata, bellissima, e
con un milione di dote.... senza contar gli altri che le verranno alla
morte dei genitori.
-- Però non ha l'aria d'aver il culto del danaro, -- obbiettò Giorgio. --
Capisce il valore dell'intelligenza, della dottrina....
-- Forse capisce la gloria, o.... piuttosto della gloria.... la fama,
che suona le sue mille trombe e richiama l'attenzione della folla
sopra un nome.... Sarebbe.... forse.... capace d'innamorarsi d'un
uomo celebre.... pel quarto d'ora che gli dura la celebrità.... Il
giorno in cui l'astro fosse offuscato da un altro più luminoso ella si
reputerebbe sciolta dai suoi impegni.... Non è donna che s'immolerebbe
al genio oscuro o al genio sfortunato.
-- Sei severo.
-- Son giusto.... Ma, in fine, perchè ci bisticciamo? Grazie al cielo,
tu non hai da sposarla.
-- Io? -- disse Giorgio con ostentata indifferenza. -- Ci mancherebbe
altro!.... Mi meraviglio piuttosto che non si sia già sposata. Ha
diciannove anni....
-- Non son molti.... A ogni modo, i partiti non le sarebbero mancati.
-- E non ne ha trovato nessuno di suo aggradimento?
-- Pare.
-- Che vuole?... Un principe?
-- Chi sa?
-- Qui ce ne son tanti.... Ma le sue amiche americane le faranno
concorrenza. E hanno anche più danari di lei.
-- Vero.... Ma i suoi danari son qui, alla mano; gli altri sono di là
dall'Oceano.
Così chiacchierando, padre e figliuolo erano giunti presso
all'imboccatura del tunnel del Quirinale. Un tram diretto ai Prati di
Castello si fermò accanto a loro per lasciar scendere qualcheduno.
-- Si potrebbe salire, -- propose il professore.
-- Volentieri.
Senza parlare arrivarono, portati dal tram, fino in Piazza della
Libertà e percorsero a piedi, in silenzio, i quattro o cinquecento
metri che li dividevano da casa loro, in prossimità di Piazza Cavour.
-- Siamo alloggiati con meno lusso dei nostri congiunti, -- disse
scherzando il professore Giacomo dopo aver aperto la porta e acceso con
un fiammifero la candela ch'era posata per terra in un angolo.
-- A Berlino ho sempre vissuto in una cameruccia da studente, la metà di
quella che ho qui, -- dichiarò Giorgio.
E voleva prendere il lume di mano a suo padre, ma questi s'oppose.
-- No, per oggi ti precedo io.... Ho più pratica.
-- Buona notte, -- soggiunse il professore quando, fatti centocinquanta
scalini, furono entrati nell'appartamento.
-- La disposizione del nostro quartierino la sai.... La tua camera da
letto è lì.... Hai bisogno di nulla?... La nostra donna ha l'abitudine
di coricarsi presto.... Io preferisco di non farmi aspettare.... Però,
se tu vorrai....
-- No, babbo, -- rispose Giorgio, ricambiando la buona notte. -- Perchè
dovrei aver più esigenze di te?
Nella sua camera, davanti alla scrivania, presso a una cassa di libri
non ancora interamente vuotata, Giorgio Moncalvo pensò a suo padre con
un'ammirazione mista di tenerezza e d'invidia. Era ormai conosciuto, in
patria e fuori, come uno de' maggiori matematici italiani, e conservava
immutata la semplicità dei gusti e dei modi, e i brevi e fuggevoli
contatti col fratello ricchissimo non servivano che a fargli amare
di più la vita sobria, le abitudini quasi claustrali, le aule della
sua scuola, le pareti silenziose del suo studio. Anch'egli, Giorgio
Moncalvo, a Berlino, imponendosi a modello il suo maestro Raucher, per
tanti rispetti simile al padre suo, aveva condotto nel presente, aveva
sognato per l'avvenire un'esistenza non turbata dalle passioni, non
distratta dai piaceri, non avvilita dalla sete dell'oro. Tutt'al più la
gentile adorazione di Frida gli molceva l'anima con la soavità di una
carezza, temperava con un soffio di poesia le rigide austerità della
scienza.
Ma oggi egli non riconosceva se stesso. Gli era bastato veder la
Mariannina, sfiorarne il vestito, toccarne la mano, udirne la voce,
aspirarne il profumo per sentir un altr'uomo dentro di sè, un uomo
simile a quelli ch'egli soleva guardare dall'alto come esseri di
una razza inferiore. Provava anch'egli quelle febbri del sangue che
gli eran parse fino allora uno stigma di bestialità; anch'egli era
distratto nelle sue meditazioni da pensieri profani, da immagini
lascive; oppure, in qualche momento, s'abbandonava alla duplice
illusione tante volte derisa di giunger più presto alla gloria per
mezzo dell'amore e di conquistar l'amore per mezzo della gloria. La
Mariannina non aveva ella detto che preferiva Guglielmo Marconi ad
Andrea Carnegie?
Senonchè, Giorgio Moncalvo era uno di quei pazzi che conoscono la
loro pazzia, e quella notte, curvo dinanzi al manoscritto d'un lavoro
scientifico ch'egli aveva cominciato a Berlino in tedesco e che
voleva rifar da capo in italiano per presentarlo all'Accademia dei
Lincei, fu colto ad un tratto da un riso amaro e spasmodico leggendo
questo periodo: «Poco importa che una cellula nasca per scissione,
germinazione, endogènesi o gènesi».
-- Sono un bell'imbecille! -- egli esclamò scattando dalla seggiola e
dando sulla tavola un pugno che fece oscillare la fiamma della lampada.
-- Sono un bell'imbecille! Colmerò l'abisso che mi divide da mia cugina
con le mie dissertazioni sulla -gènesi e l'endogènesi-!
E dopo aver girato alquanto su e giù per la camera, si rimise a sedere
con la persuasione di aver, per quella notte almeno, snidato dalla
sua mente la Mariannina. E seguitò a scrivere: «In fondo, il contenuto
d'un elemento anatomico vivente non differisce in modo essenziale dal
blastòma che lo circonda; qua e là vi sono sostanze organizzate, in
seno alle quali si effettua l'incessante movimento molecolare».
-- Bravo! -- sibilò una voce beffarda accanto a Moncalvo.
E l'immagine scacciata della Mariannina tornava, petulante e
provocante, a turbarlo, e la voce beffarda ripigliava con freddo
cinismo: -- Non isperare di liberarti di me.... Quando mi credi morta
nella tua memoria, risorgo. Sono un tossico ch'è penetrato nelle tue
vene e non ne uscirà che con tutto il tuo sangue.... Sono un'immagine
che si è fermata nella tua pupilla e che può impallidire talvolta,
scancellarsi mai.... Non sono io, no, la scialba e linfatica Frida
Raucher, diafana e bianca come un raggio di luna; le mie labbra
bruciano, i miei occhi hanno vampe di sole; sono l'eterno femminino che
tu credevi fulminare col tuo disprezzo. Sono l'eterno femminino e mi
vendico.... Non sono qui per amarti, ma per tormentarti....
Giorgio Moncalvo si riprovò a scrivere, ma per quella notte non riuscì
più a mettere insieme due righe. Allorchè si decise ad andare a letto
erano quasi le cinque.
Anche in Palazzo Gandi c'era qualcuno che non dormiva. Era la
Mariannina. Ma non la teneva desta il pensiero di Giorgio Moncalvo.
Certo ella doveva riconoscere che il giovine scienziato era molto più
-interessante- dei bellimbusti che le facevano la corte; che non c'era,
per esempio, paragone possibile fra lui e il deputato della maggioranza
e il segretario del Ministero degl'interni che, pur dianzi, l'avevano
assediata con le loro galanterie.... Ma se quest'era un'eccellente
ragione per desiderare la compagnia del cugino, non era una ragione
altrettanto buona per correr dietro alle ombre e ordir la tela di un
romanzo da collegiale. La mal celata inquietudine della Mariannina
aveva una causa affatto diversa. Bench'ella avesse accolto con simulata
freddezza la comunicazione di sua madre circa alla possibilità di
visitare il palazzo e il giardino Oroboni, quella notizia l'era giunta
singolarmente gradita. Entrare nel geloso recinto le pareva una prima
vittoria, preludio forse di vittorie maggiori.
Quante volte, dacch'ell'era a Roma, ell'aveva fissato curiosamente,
insistentemente il muro massiccio che sorgeva dirimpetto alla
sua abitazione, dall'altra parte della via rumorosa, e continuava
ininterrotto lungo due viuzze laterali mal selciate e deserte! Sulla
fronte di quel muro, di là dal quale spuntava, ondoleggiando al vento,
la cima di qualche pino e di qualche pioppo, non c'erano aperture di
sorta; o, a meglio dire, un gran portone preesistente era stato chiuso
e sbarrato con solide spranghe di ferro. Solo da una piccola torre,
che, a uno degli angoli, di poco superava l'altezza della muraglia,
alcune finestrette difese da persiane di legno guardavano sulla
strada. Una fortezza o un convento, ecco l'impressione ricevuta da chi
costeggiava il recinto inospitale, di cui bisognava cercar l'ingresso
in fondo a una delle vie laterali.
Però la Mariannina Moncalvo, da una delle sue camere al secondo piano,
era riuscita a penetrare con l'occhio nel misterioso soggiorno. E
intanto ell'aveva notato che quello che sembrava un semplice muro era,
sul davanti almeno, una terrazza lunga e stretta ov'erano allineati dei
vasi di limoni. Certo una scala interna metteva alla terrazza ch'era
in comunicazione con la torre. Del giardino sottoposto, naturalmente la
Mariannina non vedeva che una parte, abbastanza però da indurne ch'esso
doveva esser molto ampio, ricco d'acque, d'ombre e di fiori. Non grande
sembrava al paragone la palazzina del Seicento che, alquanto diroccata,
lasciava trasparir fra le piante la sua facciata grigia e la sua
cornice sporgente.
Della nobilissima e antica famiglia dimorante colà la Mariannina aveva
chiesto e avuto notizie prima ancora che le bazzicassero in casa il
conte Ugolini Ruschi e monsignore de Luchi, i quali, come ascritti
all'aristocrazia nera e legati agli Oroboni dai vincoli di parte,
avevano cercato di mettere in miglior luce quei campioni purissimi
dell'intransigenza romana. Restavan vere nondimeno, in linea di fatto,
le informazioni originarie raccolte dalla Mariannina Moncalvo. La
famiglia era ridotta a due sole persone, la principessa Olimpia e
il figliuolo di lei, don Cesarino. Il principe Ottavio, rispettivo
suocero e nonno, morto nel 1885, dopo il 20 settembre 1870, in segno di
protesta contro il nuovo ordine di cose, non era più uscito di casa sua
se non in carrozza chiusa per andare al Vaticano, e per isolarsi meglio
dal mondo empio e corrotto aveva speso un'infinità di quattrini nella
costruzione del muro di cinta. Il figlio e successore principe Gregorio
aveva seguito l'esempio del padre, ajutato in ciò da un'artrite che
gli rendeva penoso e difficile il muoversi.... tranne che per l'ultimo
viaggio da lui intrapreso nel 1890. Don Cesarino, rimasto orfano a
quindici anni con un patrimonio dissestato e una salute più dissestata
del patrimonio, e con la sola compagnia della madre malaticcia e
bigotta, non aveva sentito alcun bisogno di mutar tenore di vita e
vegetava, nel suo palazzo e nel suo giardino, trattando pochissima
gente, anche della sua parte politica.
La Mariannina lo vedeva girar pei sentieri, perdersi nei viali,
chinarsi sull'aiole, or solo, ora a braccio della madre. Una volta
ella vide più da vicino tanto lui quanto la principessa Olimpia,
sulla terrazza insieme con un prete, quel monsignore de Luchi ch'ella
doveva conoscere di lì a poco. E si rammentava che il prete pareva
più giovine, oltre che della principessa, di don Cesarino. I due
procedevano lenti e silenziosi con l'aria di persone che si fossero
stancate a salir sino lassù e alle quali dessero noia i rumori
esterni. Il sacerdote, che li precedeva di qualche passo, si voltava
ogni momento, parlava, gestiva come incitandoli a fare uno sforzo e a
vincere la loro ritrosia. Ed egli compì il miracolo d'indurli a entrar
nella torre, ad affacciarsi a uno dei finestrini di cui egli si era
affrettato ad alzar le persiane. Là Mariannina ebbe l'impressione di
aver dinanzi a sè due vecchi ritratti: la principessa magra, cerea,
con gli occhi grigi ed immobili, coi capelli brizzolati aderenti alle
tempie, con una baverina bianca insaldata che ricascava sulle spalle
e acquistava maggior risalto dal vestito di seta nera; don Cesarino
alto, esile, pallido, senza un pelo di barba, lo sguardo incerto, le
labbra esangui, la testa piegata un po' sulle spalle, e pure con una
certa innata distinzione nell'aspetto, con quell'impronta di razza
che in certe famiglie si conserva fino nell'estrema degenerazione.
Ora dietro la principessa, ora dietro il figliuolo faceva capolino la
fisonomia gioviale di monsignor de Luchi, bianco, roseo, paffutello,
con la guardatura maliziosa di chi la sa lunga, oltre che per merito
del proprio ministero, anche per diretta esperienza. E la Mariannina
rammentava benissimo che quel giorno monsignore aveva richiamato sopra
di lei l'attenzione di don Cesarino. In fatti, dopo due paroline
susurrategli nell'orecchio dal prete, il giovine aveva rivolto gli
occhi verso la finestra al cui davanzale ell'era appoggiata e s'era
messo a fissarla ostinatamente, mentre un lieve incarnato gli si
diffondeva sulle guance smorte. Ella pure aveva arrossito, combattuta
fra il desiderio di sottrarsi a una curiosità indiscreta e la
compiacenza di non passare inosservata ad un principe romano. Proprio
in quel punto, la Mariannina ne aveva fresca la memoria come di ieri,
passò per la strada, in un'elegante -vittoria- diretta al Quirinale,
la regina Elena insieme con la bella principessa Jolanda. La gente
si scopriva in atto rispettoso; la Sovrana chinava il capo con un
sorriso benevolo. Ma la principessa Oroboni si tirò indietro con un
moto brusco, e lo stesso fecero, benchè con minore prontezza, don
Cesarino e monsignor de Luchi. Quest'ultimo s'indugiò un minuto di più
per richiuder le imposte. Indi tutti e tre riapparvero sulla terrazza;
la principessa camminava con passo più spedito a braccio del figlio;
monsignore parlava e gestiva come prima.
Dopo d'allora la Mariannina non aveva rivisto il giovane principe
e la madre di lui se non di lontano, tra l'aiole e i viali del
giardino. Invece aveva conosciuto monsignor de Luchi, portato in casa
del conte Ugolini Ruschi. E monsignore, amabile, disinvolto, s'era
subito accattivato le grazie della famiglia: aveva accettato un paio
d'inviti a colazione ed a pranzo, aveva spillato varie centinaia di
lire alle donne per un Ospedale di bambini, per un Asilo notturno,
per un Ricovero di fanciulle pericolanti, compensandole con l'invio
di biglietti per le funzioni di San Pietro e con la promessa di farle
entrare fra le patronesse di qualche opera pia aristocratica.
-- Che leggerezza è la nostra! -- diceva la signora Rachele. -- A dar
retta a mio cognato Giacomo, i preti cattolici sarebbero intolleranti,
fanatici, imbevuti di pregiudizi.... Invece, sfido a trovare una
persona di umore più conciliativo di monsignor de Luchi.... Mai una
allusione sconveniente, mai una parola ironica....
E la Mariannina ripeteva spesso tra lo scherzoso ed il serio:
-- Quel pretino è la mia passione.
Adesso, per mezzo del pretino, ella stava per varcare la soglia vietata
di casa Oroboni, e un giorno, chi sa, lo stesso monsignore l'avrebbe
forse presentata a donna Olimpia e a don Cesarino.
Faceva caldo e la Mariannina, che aveva già principiato a svestirsi,
aprì la finestra. Eran cessate le corse dei tram, i negozi eran chiusi,
metà delle lampade elettriche erano spente, per la strada non passava
che qualche omnibus d'albergo e qualche -fiacre-; una donna seduta
alla cantonata offriva con voce monotona ai pochi pedoni la -Tribuna-
e il -Giornale d'Italia-. Di fronte, il muro degli Oroboni pareva più
bruno, più alto, più inospitale che mai; di là dal muro, il giardino
si stendeva simile a un mare tenebroso. Qualche soffio d'aria agitava
le masse delle piante e ne strappava gemiti e fragranze. A un tratto
l'occhio della Mariannina si fermò sopra un punto luminoso che brillava
dietro le persiane d'una delle finestre della torre. Possibile che
ci fosse qualcuno? La ragazza pensò che quella finestra era circa
all'altezza della sua, e che com'ella, se le persiane non fossero state
abbassate, avrebbe potuto benissimo veder chi fosse lì dentro, così
di là si poteva veder lei, e un subito pudore la colse, una subita
vergogna d'esser sorpresa da uno sguardo indiscreto, mezza discinta,
coi capelli giù per le spalle. Chiuse in fretta i vetri, tirò le tende,
finì di spogliarsi e si cacciò sotto le coperte. Ma non riusciva a
dormire, e scese due volte dal letto, e senz'accendere il lume si
accostò alla finestra, sollevò un lembo della cortina, aguzzò l'occhio
verso la torre, verso il punto che prima era illuminato. Tutto era
buio; certo nella torre non v'era più anima viva. Ma chi poteva esservi
prima? Un domestico venuto a prender qualche oggetto dimenticato? O
la principessa, o don Cesarino? Strano in verità ch'essi venissero
nella notte in quel luogo ove di giorno non venivano mai. Ma tutto era
strano negli Oroboni, ed era appunto questa stranezza ch'esercitava
una speciale attrattiva sulla Mariannina Moncalvo. Le pareva che
dovess'esservi una soddisfazione straordinaria a essere ammessi in
quel -sancta sanctorum-, ad appartenere a quel cenacolo di eletti....
Al Quirinale ci andavano tutti; anch'ella era stata presentata alla
Regina, era stata invitata ai balli di Corte: e vi si era trovata con
persone della piccola borghesia, con mogli e figliuoli dì avvocati,
di medici.... Al Vaticano era su per giù la medesima cosa, e il Papa
riceveva migliaia e migliaia di persone d'ogni razza, d'ogni ordine
sociale, benedicendo a destra e a sinistra il gregge umano che gli si
prosternava ai piedi.... Invece le case come quella degli Oroboni erano
chiuse a due catenacci, e proprio per questo sarebbe stato un gran
trionfo il penetrarvi....
Nella notte insonne, la Mariannina, stesa sul letto, con le mani
intrecciate dietro la nuca, seguitava a fantasticare. Le tornavano
alla mente certe proposte di matrimonio ch'ella, d'accordo coi suoi,
aveva respinte. In Cairo, fin da un paio di anni addietro, due baroni
della finanza, d'origine semitica; a Roma, appena giunta, un tenente
di vascello e un ufficiale di cavalleria, tutti e due con la loro brava
corona di conte, ma con pochi quattrini.
-- Per i quattrini meno male, -- aveva detto la signora Rachele. -- Ma se
si deve rinunciarvi, ci vuole un principe.
Un pensiero bizzarro fece sorridere la Mariannina.
-- Eccolo il principe!... don Cesarino!
E per un istante ella si vide a fianco di quel giovine che non aveva
mai conosciuto la giovinezza, si vide nuora di quella donna che passava
la sua giornata a biascicare orazioni e a protestare contro la breccia
di Porta Pia.
Bisogna convenire che sarebbe stato uno degli spettacoli più singolari
di questi tempi così ricchi di sorprese.
-- Bah! -- concluse la Mariannina. -- Ho almeno un milione di dote; sono
figlia unica e avrò più tardi un patrimonio immenso.... Il principe non
mi può mancare.... Se non sarà lui, sarà un altro.
E si voltò sul fianco per cercare d'addormentarsi. Era l'alba.
IV.
Una mattina bene occupata.
Il commendatore Gabrio Moncalvo aveva l'abitudine di alzarsi per tempo,
ma quella mattina (era una grigia mattina di novembre) egli si alzò
assai più presto del solito, e per la scaletta interna scese nel suo
studio ch'era composto di un'anticamera e di tre stanze modestamente
arredate. Nell'anticamera soleva esserci un fattorino, pronto ad ogni
chiamata; la prima delle tre stanze, un po' buia, e spesso illuminata
a luce elettrica anche di pieno giorno, era occupata dal segretario
Fanoli; nella seconda, più allegra e spaziosa e che guardava nell'ampio
cortile, stava ordinariamente il commendatore; l'ultima, un salottino
piccolo e austero, si apriva soltanto per accogliere i visitatori di
maggior riguardo o quelli che avevano qualche cosa di molto importante
o di molto delicato da dire.
Il segretario Fanoli non veniva che verso le nove; quando il
commendatore entrò nello studio non c'era che il fattorino, intento a
spolverare i mobili.
-- Il portone sarà ancora chiuso, -- disse Moncalvo. -- Va in portineria e
fa aprire. Aspetto qualcheduno.
Sedette alla sua scrivania ch'era collocata presso una finestra e si
accinse a correggere le bozze d'un articolo che doveva uscire nel
prossimo numero d'una rivista finanziaria. La luce era scarsa, ma
per fortuna gli occhi gli servivano bene ed egli non ebbe bisogno di
accender la lampada.
Di lì a poco il fattorino introdusse la persona aspettata, che
s'inchinò profondamente.
Il commendatore s'alzò in piedi e fece un cenno di saluto.
-- Ah, lei.... Passiamo di là, se non le spiace.
Nel salottino riservato Moncalvo si sdraiò sopra una poltrona e additò
una sedia al suo visitatore.
-- Ebbene, ha la lettera? -- gli chiese.
Quegli al quale era rivolta questa domanda (un omino di mezza età,
dal vestito dimesso, dalla biancheria poco pulita) si affrettò a
rispondere:
-- Naturalmente.
E tirò fuori di tasca un portafogli unto e frusto, da cui estrasse una
lettera ingiallita.
-- Dia qui.
L'omino esitava, non vedendo comparire ancora le cinquecento lire
promesse.
-- Non si fida? -- ripigliò in tuono sarcastico Gabrio Moncalvo. -- E
allora se ne vada.... se ne vada pure col suo prezioso documento.... Se
crede ch'io ci tenga tanto ad averlo!...
-- Oh, signor commendatore, -- protestò l'altro facendosi piccino
piccino, -- come può immaginarsi una cosa simile?
Moncalvo prese con circospezione fra le due dita la lettera che
il losco personaggio gli offriva e si accostò alla finestra per
esaminarla.
Era proprio quella, era una lettera scritta sett'anni addietro
ad un giornalista amico di Zanardelli per ottener l'appoggio del
Governo nella lotta elettorale. Oltre a professarsi di sentimenti
liberalissimi, Moncalvo s'impegnava solennemente a votar la legge
sul divorzio, che, in quel tempo, il Ministero pareva deciso a far
trionfare a ogni costo.
-- Lei era alla -Tribuna-? -- domandò Moncalvo.
-- Sissignore.
-- E non c'è più.... da un pezzo?
-- Da qualche anno.
-- E da qualche anno questa lettera è nelle sue mani?
-- Appunto.
-- Come l'ha avuta?
-- Sa.... in una redazione tante carte vanno disperse....
-- L'ha rubata, via....
-- Oh, commendatore....
-- Non importa. Ricuperandola, io non faccio che esercitare un mio
diritto.
L'ex -reporter- della -Tribuna- sbarrò tanto d'occhi.
-- Intendo un diritto morale, -- soggiunse il commendatore con un
sorrisetto ironico. -- Benchè, creda pure, se anche questa lettera
fosse pubblicata, io non ci perderei nulla. Chi è che non può cambiar
opinione in sett'anni? A ogni modo non ritiro la mia parola. Eccole le
cinquecento lire.... Apra, apra e verifichi....
E Gabrio Moncalvo consegnò al giornalista -in partibus- una busta
contenente un biglietto della Banca d'Italia nuovo fiammante.
Con un inchino, più profondo di quello che aveva fatto entrando,
l'anonimo si accomiatò.
Il banchiere si fregò le mani.
-- Quell'uomo non sa il suo mestiere. Poteva ricavar molto di più. Non
che una lettera di sett'anni fa significasse gran cosa, ma è sempre
meglio distruggerla.... Diamine! Un impegno formale di sostener la
legge sul divorzio.... Che avrebbero detto i miei amici.... d'oggi?
Mentre Moncalvo stava per uscire dal salottino con l'intenzione di
rimettersi alla correzione delle sue stampe, gli si ripresentò il
fattorino di studio con una carta da visita e una lettera, dategli
in quel momento da un signore forestiero che insisteva per essere
ricevuto.
Il commendatore, dopo aver gettato l'occhio sul biglietto
ch'evidentemente portava un nome ignoto per lui, aperse la lettera e
ne guardò la firma che doveva avere un'occulta virtù, perch'egli mosse
incontro allo sconosciuto gridando:
-- Avanti, avanti!
Colui ch'era fornito di una così ragguardevole commendatizia era un
uomo di mezza età, di statura vantaggiosa, di tinta olivastra, con
barba e capelli folti e nerissimi, naso adunco, occhi profondi sotto
gli occhiali fissi. Vestiva una -redingote- di panno nero chiusa d'alto
in basso, teneva nella sinistra il cappello a tuba ed i guanti.
Si fermò a pochi passi dal commendatore, e disse in tuono dubitativo,
in francese:
-- Il signor commendatore Gabriele Moncalvo?
-- Sono io, per l'appunto.
-- Il dottore Löwe, -- ripigliò l'altro, presentandosi da sè.
-- La prego, si accomodi, -- disse il commendatore introducendo il
forestiero nel salottino riservato e facendolo sedere sopra un divano.
Gli sedette dirimpetto e chiese: -- Lei ha visto recentemente il barone?
-- Tre giorni fa, a Francoforte.
-- E sta bene?
-- Così così.... Ha fatto anche quest'estate la cura di Carlsbad.
-- Io non lo vedo da oltre un anno.... Siamo però sempre in
corrispondenza d'affari.
-- Lo so. Il signor barone mi ha parlato di lei con molta deferenza,
come di persona che può aiutarmi assai efficacemente nella mia
propaganda in Italia.... Perchè suppongo ch'ella s'immagini lo scopo
della mia visita.
-- No.... se devo esser sincero, -- rispose Moncalvo fingendo di cascar
dalle nuvole, benchè avesse già una vaga idea di ciò che il dottore
voleva e cercasse una via intermedia tra l'aperta adesione ch'egli
reputava contraria a' suoi interessi e il deciso rifiuto che avrebbe
potuto dispiacere al magnifico barone di Francoforte.
-- A ogni modo, -- riprese il dottore sbottonandosi il vestito e
chiedendo licenza di depor sopra un tavolino un fascio di giornali e di
opuscoli, -- a ogni modo, la questione non può esserle nuova, e ciò mi
permetterà di non farle perder troppo tempo.
Il banchiere s'inchinò cerimoniosamente.
-- Non considero mai come tempo perduto quello che occuperò ad ascoltare
una persona che gode la fiducia del signor barone.
Dopo abbozzato un gesto di ringraziamento, il dottor Löwe entrò nel
cuore del soggetto.
La sua deposizione fu breve e chiara. Egli era uno dei capi del
movimento sionista e girava l'Europa per far proseliti alla sua idea
e assicurarne il trionfo con aiuti materiali e morali. Tedesco di
nascita, egli aveva vissuto a lungo in Galizia, in Russia, in Rumenia,
aveva visto coi propri occhi le persecuzioni a cui gli Ebrei sono fatti
segno, e s'era dovuto persuadere delle profonde radici che ha in quei
paesi l'antisemitismo, onde, quand'anche la legislazione mutasse e
fossero abolite le inabilità giuridiche che pesano sulla razza giudaica
e i Governi le diventassero altrettanto favorevoli quanto le sono ora
contrari, le cose resterebbero su per giù quelle di prima.... Unico
rimedio l'abbandono in massa delle terre inospitali e la formazione di
uno Stato ebreo nei luoghi ove sono le rovine del tempio, le tradizioni
bibliche, i ricordi delle glorie e dei lutti del popolo.
Il dottor Löwe parlava con accento caloroso e convinto, senza perdere
il dominio di sè, senza staccar gli occhi dal suo interlocutore,
ch'egli sentiva piuttosto ostile che indifferente. E qualche volta ne
precorreva le obbiezioni.
-- Lo so, lo so.... Loro Ebrei dell'Occidente non si rendono conto
del vero stato delle cose.... Hanno conquistato tutti i diritti,
possono diventare magistrati, generali, ministri.... Ma non s'illudano
troppo.... L'antisemitismo, anzichè attenuarsi nei paesi che ne sono
più infetti, ricompare in quelli che n'erano immuni...; ove non è
palese, è latente.... In Francia fa progressi da gigante.... Anche in
Italia se ne vedono i segni.
Il dottore pareva compiacersi altamente di questa constatazione e
proseguiva imperterrito:
-- Sarà una fortuna, perchè così la benda cadrà dagli occhi dei più
restii, e tutte le nostre mirabili facoltà saranno volte al trionfo
finale della razza.... Israele non ha compito la sua missione nel
mondo.... Lo so, lo so, -- ripetè con enfasi l'apostolo credendo
di scorgere un risolino sul labbro di Gabrio Moncalvo; -- loro sono
scettici circa ai destini del nostro popolo.... loro guardano alle
nazionalità con cui credono di potersi assimilare.... Mai, mai....
-- E pure, -- insinuò Moncalvo, -- per mezzo dei matrimonii....
-- Matrimonii misti! -- esclamò il dottore. -- Se una cristiana entra
nella nostra casa, e pur non abiurando la sua fede lascia che la
famiglia continui ad essere ebrea come prima, non c'è nulla da dire....
Ma se si tratta di fare una famiglia senza religione, o se si pattuisce
di battezzare i figliuoli, non può derivarne che sventura.... Creda,
signor commendatore, anche dal punto di vista dell'interesse materiale,
sono tutti calcoli sbagliati.... Nè il battesimo dei figliuoli, nè il
battesimo proprio basta a realizzar la fusione che loro sognano....
Attraverso tre o quattro generazioni si scoprirà il marchio della
razza, e il pregiudizio trionfante punirà gli apostati e i discendenti
degli apostati.
-- Sta a vedere, -- obbiettò il commendatore. -- C'è più d'una
Rothschild che ha preso l'acquasanta. Ce n'è a Parigi, nel -Faubourg
Saint-Germain-; ce n'è a Londra: la moglie di Rosebery, per esempio....
La faccia del dottore si contrasse dolorosamente.
-- Pur troppo.... È una delle grandi afflizioni del barone.... Ma pochi
che disertano non rompono la compagine d'un esercito. La gran famiglia
è sempre nostra.
A questo punto l'apostolo, che non era degenere dalla sua stirpe e
alla fantasia del visionario associava lo spirito positivo dell'uomo
pratico, pensò che doveva venire a una conclusione.
-- Lasciamo le considerazioni generali, -- egli disse, -- e pel momento
contentiamoci di quel che si può.... La risurrezione del regno
d'Israello è un bel sogno che si avvererà col tempo.... Ora non si
tratta che di soccorrere i fratelli perseguitati ottenendo per essi un
lembo di terra ove possano vivere in pace e adorare il loro Iddio....
Se non sarà uno Stato, sarà una colonia; se non sarà in Palestina,
sarà altrove.... Io non appartengo agl'intransigenti.... Studieremo
le proposte che ci verranno fatte.... compresa quella dell'Uganda,
che sembra ci si voglia fare dall'Inghilterra. L'essenziale è di
procurare una sede stabile a quelli che non hanno patria.... ciò che
noi Tedeschi diciamo -eine Heimstätte für die Heimatlosen-.... E badi.
Usando il vocabolo -Heimstätte- (sede, dimora) noi mettiamo da parte
il concetto politico.... In questi limiti le diffidenze non hanno più
ragion d'essere, e la nostra impresa non può non apparire altamente
filantropica e civile.
-- Oh, senza dubbio, -- principiò Moncalvo. Ma s'interruppe avendo udito
nella stanza attigua la voce squillante della Mariannina che parlava
col segretario, il quale doveva esser venuto da poco.
-- Non è visibile?... Pazienza.... Lo avvertirà lei che....
-- Mi perdoni, -- disse il commendatore al dottor Löwe. -- Vado a sentire
che cosa vuole mia figlia.... Torno subito subito....
-- Prego, non faccia cerimonie....
La Mariannina, quando vide suo padre, lo baciò con effusione.
-- Fanoli, -- ella disse in tono scherzevole, -- era risoluto a lasciarsi
uccidere piuttosto di concedermi il passaggio.
-- C'è una consegna precisa, -- spiegò il banchiere. -- Nel salottino
nessuno entra se non chiamo io.
-- Che misteri poi ci sono in quel salottino.... riservato ai soli
adulti.... come in certi casotti? -- riprese la Mariannina, tentennando
la testa. -- Però, se Fanoli aveva la consegna precisa ha fatto il suo
dovere, e lo propongo per una promozione....
Moncalvo guardò con orgoglio paterno la bella ragazza ch'era in
cappellino, pronta ad uscire.
-- Pazzerella!... Mi dirai poi che cosa volevi.... Spìcciati.... Ho
qualcheduno di là....
-- Volevo annunziarti, -- replicò la Mariannina, -- che vado in automobile
con Brulati e con la zia Clara e che non farò colazione a casa.
-- E dove andate?
-- A Mentana, a copiare un vecchio castello Borghese che, secondo
Brulati, è molto pittoresco.
-- Non guidi mica tu l'automobile?
-- Saprei guidare benissimo....
-- Uhm!
-- .... ma c'è lo -chauffeur-, Giovanni....
-- Meno male.... È un uomo prudente.
-- A proposito di automobili.... Quella nostra -Panhard- di otto cavalli
che fa tutt'al più 30 a 35 chilometri all'ora è indegna di noi. La
-Mercedes- di miss May ha 40 cavalli e può raggiungere una velocità di
90 chilometri.
-- È proprio quello che non voglio io, -- dichiarò il commendatore. --
Sono pazzie.... E poi io non ho i milioni di miss May....
-- Almeno una -Fiat- di 24 cavalli.... Non ti rovinerai per così poco.
-- Basta, per adesso non compro nulla.... Ma dimmi piuttosto come sei
riuscita a persuadere la zia Clara.... coi suoi reumatismi? con le sue
paure?
-- In quanto a paura, non ne ha che se guido io. E io le ho giurato
di non metter neanche la mano sul manubrio. In quanto ai reumatismi,
l'avvilupperemo negli scialli.... Ne portiamo tanti con noi.
-- Perchè, bada, la giornata dev'essere freddina.
-- Saremo ben coperti.... Ti ripeto che c'è un deposito di scialli in
automobile.... A più tardi....
La Mariannina gettò un bacio a suo padre, fece un saluto amichevole a
Fanoli, e infilò l'uscio.
-- La posta la vedrò dopo, -- disse Moncalvo al suo segretario. --
Ora sbrigo quel signore. -- E aggiunse un gesto che gli risparmiava
un'esclamazione poco corretta: -- -Che rompiscatole!-
Naturalmente, rientrando nel salottino, egli rinnovò le sue scuse al
dottor Löwe.
-- Ma si figuri! -- biascicò questi. E riprese il discorso dove l'aveva
interrotto: -- Se non m'inganno, ella conveniva che, nei limiti
in cui oggi restringiamo la nostra propaganda, nessuno ha motivo
di adombrarsene. -- Incoraggiato da un segno d'assenso, il dottore
proseguì: -- Io non dubito quindi ch'ella vorrà far parte del Comitato
sionista di Roma.... spererei anzi ch'ella vorrà presiederlo.
Moncalvo misurò subito le conseguenze del passo a cui si cercava
indurlo, e si mise sul guard'a voi.
-- Ah, caro signor dottore, ella mi coglie alla sprovveduta e deve
permettermi di non darle una risposta lì per lì.... Cioè sopra un punto
le rispondo subito, e mi dispiace risponderle negativamente. Circa
alla presidenza, non ci pensi neanche.... Fra i suoi correligionari che
abitano alla capitale....
-- I -nostri-, -- sottolineò il dottor Löwe.
-- Come vuole.... i -nostri-.... Insomma, fra gl'Israeliti di Roma ve
ne sono molti assai più noti di me.... molti che hanno un nome nella
politica, nella scienza, nell'arte.... ve ne sono poi moltissimi di più
ortodossi, ai quali sarebbe doveroso il rivolgersi.
-- L'ortodossia non è indispensabile.... Noi ci teniamo a mostrare la
solidarietà della razza indipendentemente dalla questione religiosa.
-- È un punto anche più delicato, -- ribattè il commendatore. -- Loro si
ostinano su questa benedetta razza, su questa pretesa nazionalità....
Ma noi dell'Occidente la nazionalità ebraica non l'intendiamo, e la
razza, creda pure, dopo tanti secoli s'è imbastardita.... Santo Iddio!
Tante razze ci sono in Italia.... Longobardi, Etruschi, Latini e che so
io?... Chi li distingue?... E anche le nostre donne, via....
-- Non dubiti, che l'Ebreo lo si distingue sempre, -- interruppe
vivamente il dottore fissando gli occhi in viso a Moncalvo che aveva
il tipo semitico pronunziatissimo. -- A ogni modo, il signor barone
mi assicurava che lei non è di quelli che si vergognano delle proprie
origini.
-- Non c'è nulla da vergognarsi, -- replicò il commendatore un po'
infastidito. -- Ma altr'è questo, altr'è prendere una parte attiva nel
movimento, entrare nei Comitati....
-- Neppure nel Comitato non entrerebbe?.... Aveva prima parlato della
presidenza.
-- Per la presidenza non c'è neanche da discorrere....
-- E pel Comitato?
-- Adagio, adagio.... Ci penserò su.... Le darò una risposta
positiva.... In tutti i casi, -- soggiunse Moncalvo, al quale premeva
non compromettere i suoi buoni rapporti coi Rothschild, -- in tutti
i casi, non creda ch'io voglia negare ogni aiuto all'impresa.... nei
limiti delle mie forze che non possono paragonarsi a quelle del signor
barone.... C'è una cassa sociale?
Il dottor Löwe accennò agli opuscoli che aveva portati seco.
-- Le lascio queste pubblicazioni.... Vedrà che i membri
dell'Associazione s'impegnano a un contributo annuo, ciò che non ha
nulla a che fare con le oblazioni straordinarie.
-- Sta bene, -- riprese Moncalvo. -- La mia oblazione la farò anch'io, non
ne dubiti.
Il dottore si alzò.
-- Noi accettiamo tutto con riconoscenza.... Però la sua collaborazione
ci sarebbe stata più preziosa di qualunque offerta in danaro.... E
prima della costituzione definitiva del Comitato tornerò da lei....
-- Sarà sempre un onore.... Si trattiene qualche giorno?
-- Vorrei spicciarmi entro la settimana... Ho un itinerario lungo.
-- E dove alloggia?
Il commesso viaggiatore del Sionismo nominò una locanda assai modesta,
nella vecchia Roma, condotta da un israelita.
-- Io vorrei averla un giorno mio commensale, -- disse Moncalvo, certo
che l'altro non avrebbe accettato l'invito. -- Domani?... Posdomani?
-- Grazie.... Faccio tutti i miei pasti all'albergo, -- rispose,
inchinandosi, il dottore a cui la rigida ortodossia non permetteva
di sedere a una tavola ove i cibi non fossero apparecchiati all'uso
giudaico.
E si congedò, accompagnato dal commendatore fino al pianerottolo della
scala.
Il banchiere tornò nella stanza di Fanoli per dare un'occhiata alla
posta.
-- Veda prima questo telegramma, -- disse il segretario mostrando al
principale un dispaccio arrivato da pochi minuti.
-- Ah, ci offrono trecentomila lire per stornar la vendita delle
mille azioni di Terni, consegna fine mese. Dia il bene stare.... per
telegrafo.
-- Io credo che, insistendo, darebbero diecimila lire di più, -- suggerì
Fanoli.
Il commendatore Moncalvo fece un segno negativo col capo.
-- Non insista. Chi troppo tira la corda, la spezza.... Ho sempre
seguito questa massima negli affari, e non ho avuto che da lodarmene.
Corretto, rispettoso, il segretario non aggiunse sillaba e si accinse
a scrivere il telegramma di benestare. Nello stesso tempo però egli
consegnò al principale una lettera riservata.
-- Uhm! -- fece Moncalvo storcendo il naso. -- Sento odore di conte....
Quest'è Ugolini....
-- A giorni scade il suo -pagherò-, -- soggiunse Fanoli.
-- Lo chiami pure un -non pagherò-, -- ribattè il banchiere che aveva
rotto la busta. -- Ecco qui.... domanda la rinnovazione a sei mesi.
-- Per la seconda volta.
-- Eh, caro Fanoli, si aspetti la terza, la quarta e via di seguito....
Non ho mai calcolato sul rimborso di quelle quindicimila lire.... Trovo
anzi che Ugolini è un uomo discreto.... Ma sì; se invece di quindici
ne avesse chieste venti o venticinquemila, sarei stato imbarazzato a
rispondere di no.... Quell'Ugolini è un uomo prezioso.... Accompagna le
mie donne di qua e di là.... Mi libera da una quantità di seccature....
sopra tutto con mia moglie, che non rifinisce di cantarmene le lodi....
Ed è cavaliere di Malta, ciò che impone silenzio alle male lingue.
Fanoli si guardò bene dal sorridere dell'ingenuità del suo principale,
e chiese arricciandosi i baffi:
-- Dunque la rinnovazione è concessa?
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