I Moncalvo
Enrico Castelnuovo
I MONCALVO
ROMANZO
DI
Enrico Castelnuovo
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1913
Terza edizione.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.-
Copyright by Fratelli Treves, 1908.
Tip. Fratelli Treves.
A DONNA VITTORIA AGANOOR POMPILJ.
-In questo libro povero d'arte ma ricco di sincerità ho cercato di
ritrar qualche strano fenomeno della nostra vita contemporanea. E
poichè il libro a Lei non dispiacque oso pregarla di accettarne la
dedica, ben lieto che mi si offra l'opportunità di ravvicinar per un
istante al mio nome il suo nome illustre e di affermar pubblicamente
il conto in cui tengo il suo ingegno, il suo animo, la sua preziosa
amicizia.-
Venezia, gennaio 1908.
ENRICO CASTELNUOVO.
I MONCALVO
I.
A Villa Borghese.
Arrivato a Roma la sera innanzi dopo un lungo soggiorno all'estero,
Giorgio Moncalvo aveva voluto recarsi la mattina presto a Villa
Borghese, ove lo chiamavano molti ricordi della sua adolescenza. Egli
tornava da una grande metropoli, ricca di tutti gli agi della vita, di
tutte le raffinatezze del gusto, di tutti gli strumenti del sapere,
superba di recenti trofei, orgogliosa della sua civiltà prepotente
e dominatrice; tornava da Berlino che a lui, spirito scientifico e
indagatore, aveva offerto larghi mezzi di studio quali non può ancora
offrire l'Italia. Eppure quest'Italia, non ricca, non vittoriosa, verso
cui egli aveva rivolto i suoi passi con l'aria umiliata di figlio che
quasi si vergogna della madre, quest'Italia lo aveva riavvinto a sè
fin dal momento che, sboccando dalle gallerie del Gottardo, egli si
era affacciato ai piani e ai laghi di Lombardia. E di mano in mano
ch'egli procedeva nel suo viaggio lungo le coste del Mar Ligure e
del Tirreno, egli aveva sentito crescere in lui e farsi sempre più
caldo, più intenso l'amor della patria. Com'era bella la sua Italia in
quello scorcio d'ottobre! Là al Nord, dond'egli scendeva, erano ormai
i segni precursori dell'inverno; già nei parchi lisciati e pettinati
cadevano dai rami le foglie rapite in giro dal vento; già ogni cosa
intristiva nel cielo bigio, umido e freddo; qui l'aspetto della natura
accennava appena a una voluttuosa stanchezza e l'estate pareva tuttavia
indugiarsi e sorridere attraverso il tepore dell'aria e la luce del
sole.
Quest'impressione provava Giorgio Moncalvo percorrendo nell'ora
mattutina i larghi viali di Villa Borghese, e fermandosi di tratto
in tratto a guardar le praterie smaltate di fiori ove i cavalli
pascolavano liberi, e le grandi masse degli alberi che intrecciavano,
senza confonderle, le gradazioni infinite dei loro verdi; dal verde
cupo del pino, al verde opaco della quercia, al verde tenero della
robinia.
Pressocchè deserta quand'egli v'era entrato, la Villa andava a poco
a poco animandosi.... Qualche carrozza di forestieri ai quali il
cocchiere faceva da cicerone; qualche coppia romantica; qualche
ciclista solitario; qualche governante coi bimbi; qualche ordinanza a
cavallo; qualche gruppo di preti.... Passò una compagnia di soldati;
passò, col ronzio d'un enorme moscone, un'automobile polverosa,
lasciando dietro di sè un forte odor di benzina; passò, proprio dinanzi
a Moncalvo, un allegro manipolo di studenti.
Egli pensava: «Anch'io.... un tempo!»
Dov'era andato quel tempo? Dov'erano andate (e pur egli era giovine
sempre) l'elasticità della sua fibra, la sua voglia di saltare, di
ridere, di far del chiasso? Dov'erano andati gli amici, i compagni
coi quali, ai primi rintocchi della campana che annunziava la fine
sospirata delle lezioni, egli volava a Villa Borghese a ruzzare
sull'erba, a giocare alla palla, a esercitarsi sulla bicicletta? E
dov'era la sua mamma che, avvezza a vivere in una tranquilla città
del Veneto, varcava a malincuore l'ingresso della Villa magnifica e
rumorosa e diceva, tentennando la testa: «Sì, sì; sarà un bel posto, ma
troppa gente, troppe vetture, troppo frastuono.... Non mi ci abituerò
mai»?
Giorgio Moncalvo rammentava che i giocondi ritrovi di Villa Borghese
erano stati interrotti in seguito alla malattia e alla morte della
povera donna. Povera, povera mamma! Buona, intelligente, ma nata col
segreto dell'infelicità! Fin che suo marito era stato un professorino
d'istituto tecnico a duemila cinquecento lire l'anno ella lo aveva
assordato con le sue lamentazioni esaltando, per umiliarlo, il
fratello Gabriele che non perdeva le notti sui libri, ma, slanciandosi
arditamente negli affari, accumulava una grossa fortuna e faceva nuotar
la famiglia nell'abbondanza.
-- Almeno tu ci procurassi qualche soddisfazione d'amor proprio! -- ella
sospirava. -- Ma sì!... Con tutto il tuo ingegno resterai a marcire in
una scuoletta di provincia....
Ed ecco che, di punto in bianco, Giacomo Moncalvo era divenuto un uomo
celebre; aveva, coi suoi lavori di geometria superiore, vinto il premio
reale dei Lincei per le matematiche, aveva ottenuto per concorso una
cattedra all'Università di Roma.
-- Sei contenta? -- egli aveva chiesto alla moglie.
Ell'aveva risposto di sì, e forse sulle prime era stata contenta, ma fu
una contentezza che durò poco. Sopraggiunsero i fastidi del trasporto,
le difficoltà dell'alloggio e quelle anche maggiori di regolar
l'azienda domestica in una città ove tutto costava infinitamente più
caro. Indi nuove e interminabili querimonie.
-- Qui si spende il doppio, il triplo.... Valeva proprio la pena di
cambiar stato e domicilio per ridursi a dover guardare al centesimo! E
poi che confusione, che babilonia! È un miracolo se non si va sotto una
carrozza od un tram.... Ah, la mia pace, la mia pace!
La sua pace ella l'aveva trovata, di lì a non molto.... in cimitero,
dopo una malattia breve e un'agonia dolce, che le aveva permesso di
accommiatarsi affettuosamente dal marito e dal figlio e di chieder loro
perdono se, amandoli tanto, li aveva tormentati con le ineguaglianze
del suo carattere cruccioso ed inquieto.
Rivolgendosi a Giorgio in particolare, ell'aveva soggiunto:
-- Ah, se la zia Clara potesse venire a star qualche mese con te!
In fatti, al solo annunzio della disgrazia, la zia Clara era venuta
spontaneamente nientemeno che dal Cairo ove abitava già da parecchi
anni con l'altro fratello, Gabriele, quello che aveva il bernoccolo
degli affari. Era venuta ed era rimasta circa nove mesi, riordinando la
casa, facendo sentire a Giacomo e a Giorgio tutto il pregio d'una buona
massaia.
-- Perchè non rimani sempre con noi? -- le aveva chiesto il professore.
-- Non posso.... Tutti di laggiù mi vogliono.
-- Che bisogno hanno di te?
-- Forse più di voi altri.
E quelli di laggiù, come la zia Clara chiamava suo fratello Gabriele,
la cognata Rachele e la nipote Mariannina, se la portarono via nel
novembre dopo aver passato anch'essi alcune settimane a Roma, di
ritorno dal viaggio che facevano ogni estate nel nord dell'Europa.
Questi parenti milionari che alloggiavano all'-Hôtel del Quirinale-, e
sfoggiavano un lusso da principi, e tenevano carrozza e cavalli, e si
facevano servire i pasti a parte con gran profusione di Bordeaux e di
Sciampagna, avevano allora colpito la fantasia del giovine studente,
trattato da loro con cordialità rumorosa, commensale festeggiato alla
loro tavola, guida desiderata nelle loro visite ai monumenti di Roma.
Egli era per lo più con le donne; chè lo zio Gabriele, piombato
in Italia durante un periodo d'elezioni generali, aveva avuto la
malinconia di sollecitare una candidatura in un collegio del Lazio e
si recava spesso tra i suoi presunti elettori a sbalordirli con le sue
promesse e con i suoi quattrini.
Le signore disapprovavano questo capriccio costoso.
-- Era meglio comperare quel -yacht- che ci avevano offerto, -- diceva la
figliuola, ch'era una vispa ragazza di dodici anni.
E la moglie, bellezza un po' matura dal tipo spiccatamente orientale,
guardandosi le mani bianche e giojellate, si lagnava dell'insolita
tirchieria del marito che non aveva voluto regalarle un anello di
brillanti esposto da Marchesini sul Corso, con la misera scusa ch'ella
ne aveva già troppi.
-- Se lo zio riuscisse, -- chiese Giorgio una sera, -- verrebbero a
stabilirsi in Italia?
-- Presto o tardi, -- rispose la zia Rachele, -- lasceremo certo
l'Egitto.... Ma non c'è furia.... Gabrio intanto, -- ella chiamava
spesso il consorte con questo diminutivo -- Gabrio potrà andar su e
giù.... È un viaggio così breve!...
Del resto, non occorse pensarvi, poichè Gabriele Moncalvo fu
sonoramente battuto dal suo competitore, ch'era appoggiato dai
clericali ed ebbe buon gioco contro un candidato forestiero, ebreo e
-socialistoide-.
Benchè la sconfitta gli fosse amara, Moncalvo finse di non darsene per
inteso, e si limitò a deplorare che l'Italia fosse sempre sotto il
dominio dei preti, nemici d'ogni progresso. In quanto a lui, doveva
esser riconoscente agli elettori che non gli avevano dato il voto
e gli permettevano così di non distrarsi dal suo lavoro proficuo. E
giacch'era libero da preoccupazioni politiche e s'avvicinava il momento
della partenza per l'Egitto, egli voleva dedicare alle bellezze di Roma
l'ultime due settimane del suo soggiorno in Italia.
In queste peregrinazioni, Giorgio, fresco degli studi classici, era
stato un'ottima guida allo zio, il quale, con meraviglia del nipote,
aveva mostrato più gusto artistico e più cultura archeologica di
quella che non potesse aspettarsi da un uomo d'affari. Lo zio, alla sua
volta, ammirando l'intelligenza pronta del giovinetto, aveva un istante
accarezzato l'idea di associarlo alla sua azienda.
-- Vuoi far la tua fortuna?
Giorgio rammentava questa domanda che lo zio gli aveva rivolta a
bruciapelo, appunto a Villa Borghese, nell'atto di montare nella
carrozza che li aspettava all'uscita del Museo.
-- Se vuoi far la tua fortuna -- erano state le precise parole dettegli
da Gabriele Moncalvo dopo averselo fatto sedere accanto -- devi piantar
l'Università, ch'è una fabbrica di dottori inutili, e venire in Africa
con noi.... Stai un paio di mesetti al Cairo come mio segretario
particolare, prendi qualche lezione d'arabo, e in febbraio o in marzo
vai nella nostra casa di Kartum.... Gente nuova, paesi nuovi, ci
s'impara di più che in tutte le biblioteche del mondo.... E, strada
facendo, vedrai delle antichità che non hanno nulla da invidiare a
quelle di Roma.... In cinque o sei anni ti garantisco io che metti da
parte un buon gruzzolo e puoi tornare in Europa a viver d'entrata....
Già fra cinque o sei anni ci torneremo tutti.... Ah, non pretendo che
tu decida subito. Riflettici, consulta tuo padre, e sappimi dir qualche
cosa domani o doman l'altro.
Non s'era concluso nulla. Il professore Giacomo, pur dichiarando al
figliuolo che non voleva vincolar la sua libertà, l'aveva sconsigliato
dall'accettar la proposta, ed egli stesso, Giorgio, non s'era sentito
la forza di abbandonare il suo babbo, la sua casa, la sua patria, i
suoi studi.
-- Me lo immaginavo, -- disse Gabriele Moncalvo. -- Avete lo scirocco
nelle ossa, come tutti gl'italiani contemporanei.... Il vostro ideale
è l'impiego e la pensione.... E poi tuo padre è un filosofo stoico
che disprezza il danaro.... Pazienza.... Se cambi opinione prima che
finisca l'anno, non hai da far altro che imbarcarti per Alessandria e
telegrafarmi.... Intanto c'imbarchiamo noi con mia sorella Clara, che
avrete la compiacenza di restituirci.
Erano passati sett'anni, e per una serie di combinazioni Giorgio non
aveva più rivisto questi suoi parenti, bench'essi fossero venuti ogni
estate in Europa. Si può anzi affermare che quasi quasi egli li aveva
dimenticati, a eccezione, s'intende, della zia Clara, la cui fisonomia
placida e buona gli era sempre scolpita nella memoria e con la quale
scambiava di tratto in tratto una lettera affettuosa.
«Sarà per me una festa il riabbracciarti, -- ella gli aveva scritto
all'annunzio del suo prossimo arrivo a Roma. -- Ormai, grazie al cielo,
siamo tornati italiani anche noi e, se Dio vuole, avremo finito di
girare il mondo. Gli zii e la Mariannina ti salutano e sperano che non
farai il prezioso come il tuo babbo che, per dir la verità, è un po'
troppo orso».
La prospettiva di riabbracciare la zia Clara era certo gradita a
Giorgio Moncalvo; non così quella di trovarsi col resto del parentado,
verso il quale egli era stato messo in diffidenza dalle lettere di suo
padre. «Sono immensamente ricchi, -- ammoniva il professore, -- molto
più ricchi di quello che non fossero sett'anni fa. Non son gente per
noi. Io apprezzo le grandi qualità di mio fratello; non ho nulla da
rimproverare a mia cognata; ammiro la Mariannina ch'è una bellissima
ragazza; ma me ne tengo alla larga quanto è possibile. E ti consiglio
di tenertene alla larga anche tu».
-- E un consiglio che seguirò senza fatica, -- pensava Giorgio Moncalvo.
E, in vero, se in quei sett'anni i suoi parenti erano diventati molto
più ricchi, egli era diventato molto più serio, molto più schivo dei
piaceri, del lusso, delle allegre compagnie. E quante nuove immagini, e
quante nuove impressioni s'erano sovrapposte nella sua mente e nel suo
cuore alle immagini, alle impressioni di un tempo!
Appassionatosi degli studi fisiologici, e fattosi conoscere per qualche
monografia originale mentr'era ancora all'Università, suo padre
lo aveva mandato subito dopo la laurea a Berlino presso il celebre
professor Raucher, che n'era rimasto entusiasta e lo aveva invitato
ad aiutarlo nel suo gabinetto. Doveva trattenervisi solo alcuni mesi e
vi si era trattenuto tre anni, chiuso, si può dire, fra i quattro muri
del laboratorio, pieno di riverente ammirazione pel maestro insigne che
nella scienza volta al servizio dell'umanità cercava un conforto ai due
gran dolori della sua vita, la moglie morta, la figliola condannata a
morire.
Accolto nell'intimità della casa, Giorgio Moncalvo aveva conosciuto
la bionda e pallida Frida, che parlava con meravigliosa serenità del
destino che l'attendeva, e sapeva di dover rinunziare all'amore e
alla maternità, e pur, nell'anima assetata di affetto, architettava il
romanzo d'un legame puramente spirituale e fraterno.
E vi fu un momento in cui Giorgio Moncalvo s'accorse d'essere divenuto
egli stesso l'eroe di questo romanzo. Frida lo avvolgeva di una
simpatia calda e discreta; quand'egli, ospite desiderato, sedeva
alla mensa dei Raucher, era sicuro di trovarvi, preparate dalla
giovinetta, le vivande ch'egli preferiva; quando la sera veniva a
prendere il tè nel salottino raccolto ove il professore si riposava
dalle fatiche della giornata, ella, pianista squisita, sonava -per
lui- la musica ch'egli amava di più: Bach, Beethoven, Schumann. Altre
volte invece, con la sua vocina esile e dolce, ella gli recitava le
liriche di Goethe, di Schiller, di Heine, o lo supplicava di leggerle
e di spiegarle una canzone di Leopardi, un coro di Manzoni, un'ode
di Carducci, e stava intenta a sentirlo, affascinata, commossa dalla
melodiosa lingua italiana ch'ell'aveva appresa fanciulla, passando due
inverni a Pisa con la sua mamma, e che pronunziava ancora abbastanza
correttamente e non senza una sua grazia gentile.
Di tratto in tratto, in una crisi del male che la insidiava, Frida
rimaneva per tre o quattro giorni nella sua camera, invisibile a tutti
fuori che al padre. E in quei giorni la ruga dolorosa che solcava
sempre la fronte dello scienziato si faceva più profonda, e i piccoli
occhi acutissimi, avvezzi a scrutar la vita segreta dell'atomo, non
reggevano allo sforzo del microscopio.
-- Guardi lei, Moncalvo. Oggi non posso.
-- Ah, Moncalvo, Moncalvo, -- aveva esclamato una mattina il professore,
cedendo a un bisogno subitaneo di sfogo, egli così avvezzo a
padroneggiare le sue emozioni, -- se sapesse quello che io provo
quando mi chiamano illustre, quando vantano le mie scoperte!... Io
mi cambierei col primo bifolco che passa per la strada pur d'avere
una figlia sana.... Io darei tutto il mio bagaglio di scienza per lo
specifico d'un ciarlatano che facesse guarir la mia Frida.... E non c'è
speranza.... Uno, due anni forse, e me la vedrò portar via come hanno
portato via sua madre.... Perchè, perchè l'ho fatta venire al mondo?...
Perchè ho sposato una donna affetta d'una malattia che si trasmette
ai figlioli?... Ella, poverina, aveva il diritto d'ignorare.... Ma io,
io, il -grande- fisiologo?... Creda, Moncalvo, è una colpa che non mi
perdonerò mai.... E se Frida non fosse un angelo, come avrebbe ragione
di maledirmi!... E, a ogni modo, quella sua ferma risoluzione di non
prender marito.... già io stesso non glielo permetterei.... non è una
tacita condanna per me?... Ah, se le cose fossero andate diversamente,
se Frida fosse stata una ragazza come le altre.... libera di ubbidire
alle sue simpatie!... Basta, è inutile discorrere di ciò che non può
accader mai.... Grazie, Moncalvo, grazie delle attenzioni che usa alla
mia Frida.... Non la disilluda.... Le lasci credere che le vuole un po'
di bene, il bene di un fratello ad una sorella.... Frida non le chiede
di più....
Ora Giorgio Moncalvo domandava a sè stesso quali fossero stati, quali
fossero veramente i suoi sentimenti per Frida Raucher. Certo egli
non l'aveva amata d'amore; pure il suo pensiero correva a lei con
una tenerezza fatta di compassione e di gratitudine; pure all'idea
ch'ell'era così lontana, che probabilmente egli non la avrebbe rivista,
egli sentiva le lacrime fargli un groppo alla gola. Com'era bianca e
smorta il giorno in cui egli s'era accommiatato da lei! Come le tremava
la voce quando, sforzandosi di sorridere, ella gli aveva detto: -- Era
inevitabile che dovesse tornare in Italia, presso suo padre.... Avrebbe
fatto malissimo a rifiutare l'assistentato che l'è offerto a Roma....
Resteremo amici ugualmente, non è vero?... La nostra affezione non è
di quelle che hanno bisogno della convivenza.... Mi scriverà.... in
italiano.... E le risponderò anch'io in italiano.... Sarà un esercizio
utile.... Non si scandalizzerà de' miei spropositi.... Addio, signor
Giorgio.... e buona fortuna....
La piccola mano umida e sottile che Moncalvo aveva presa nella sua
s'era ritirata dolcemente, i mesti occhi languidi s'eran rivolti da
un'altra parte; con un ultimo cenno di saluto Frida era scomparsa.
Giorgio Moncalvo girellava per la Villa da circa un paio d'ore. C'era
entrato da Porta del Popolo e si dirigeva pian pianino verso l'uscita
di Porta Pinciana, con l'intenzione di dare una capatina nei Quartieri
Ludovisi, abbozzati appena nel tempo ch'egli partiva da Roma. Ma
proprio mentr'egli, rallentando il passo, guardava alla sua sinistra,
sopra un tenue rialzo di terra, il monumento a Goethe, biancheggiante
fra il verde nel nitido candore dei marmi, la sua attenzione fu
distratta da uno scalpitar di cavalli. La cavalcata, composta di
tre donne e di un uomo, veniva dalla parte di dov'egli era venuto e
probabilmente si avviava anch'essa a Porta Pinciana. Le tre donne,
elegantissime nei lunghi vestiti d'amazzoni, erano giovani e belle;
il loro compagno, che mostrava d'esser più vicino ai cinquanta che ai
quarant'anni, aveva aspetto signorile ed aristocratico.
Moncalvo s'era tirato sul ciglio della strada per lasciar passare il
gruppo che s'avanzava al buon trotto; ma qual fu la sua meraviglia
quando una delle cavallerizze, e precisamente quella che gli era parsa
la più bella e la più giovane, fece un gesto festoso di riconoscimento
e si staccò dagli amici gridando forte:
-- -Go on; I'll soon be with you.-
Indi la stessa voce, rivolta a lui, continuò in perfetto italiano:
-- O Giorgio.... non si conosce?... non si saluta?
La bella incognita si chinò sulla sella e, tenendo la manina
inguantata, soggiunse con un lieve accento d'impazienza:
-- La Mariannina, via... Tanto ci vuole?...
Finalmente Giorgio Moncalvo la ravvisò.
-- Mariannina!... Scusi.... È tanto mutata....
-- Ma che -scusi-?... Ma che cosa significa quell'-è tanto mutata-?... O
che mi daresti del -lei-!
Egli arrossiva, balbettava, stillandosi invano il cervello per mettere
insieme due parole, umiliato al pensiero della misera figura che egli
faceva con questa cugina non riveduta da sett'anni; ella però seguitava
a sorridergli incoraggiante, benevola, paga dell'ammirazione ch'ella
sentiva d'avergli inspirata.
-- Verrai a trovarci, s'intende, -- ella disse palpando il collo del
suo magnifico sauro dalla fronte stellata che s'agitava fremente e
raspava la terra col piede. -- Aspetta.... Stasera no, che siamo fuori
di casa.... Domani sera alle sette e tre quarti, a pranzo.... Riceverai
l'invito per te e per lo zio.... Palazzo Gandi, via Nazionale,
quasi dirimpetto alla Banca d'Italia.... Il tuo babbo potrebbe aver
dimenticato l'indirizzo.... Ma domani non si salva, neppur lui.... A
domani.... senza fallo.
E volò via in un nembo di polvere.
Giorgio Moncalvo rimase alcun poco immobile, con la fulgida visione
negli occhi. Quella era dunque la Mariannina ch'egli rammentava con
le sottane corte, leggiadra forse, ma in quel periodo critico nel
quale la più bella fanciulla del mondo ha nel volto, nella persona
qualche nota stridula ed aspra che turba ed offende e arresta, anche
sul labbro compiacente dei familiari, i pronostici dell'avvenire? Era
quella oggi così affascinante nella mirabile armonia delle membra,
nella misteriosa profondità dello sguardo, nella massa corvina dei
lucidi capelli ondulati, nel sorriso ammaliatore, nella voce vellutata
e soave che ricercava le segrete fibre dell'anima? Come pareva fuggire
e sciogliersi in nebbia, dinanzi alla superba creatura piena di forza
e di vita, il tenue fantasma esangue della malinconica Frida! In che
vaporose lontananze di sogno si perdeva il piccolo mondo ov'egli, sordo
al frastuono e insensibile alle lusinghe di una grande città, aveva
vissuto tre anni nella pace degli studi!
-- Sono uno sciocco, -- disse il giovine scienziato scrollando le spalle.
-- Sono uno sciocco.... Nonostante la parentela, che può esserci di
comune fra la Mariannina e me, fra la ragazza più volte milionaria e il
povero assistente con milleduecento lire d'assegno?... L'ho incontrata
oggi per caso, sarò domani a pranzo da lei.... e poi me la caverò con
una visita a ogni morte di papa.... E se cominciassi col non andare
al pranzo?... Ma che pretesto addurrei?... Dovrei confessare che ho
paura!... Paura di che?... Sciocco! Sciocco!
E s'avviò lentamente. Dall'alto del suo capitello corintio la statua
di Goethe guardava Roma; alla base del monumento, Mignon appoggiata
all'arpista sembrava mormorare la canzone patetica ripetuta così spesso
da Frida:
Kennst du das Land wo die Citronen blühn,
Im dunkeln Laub die Gold-Orangen glühn...?
II.
Dopo pranzo.
Era stato un pranzo di famiglia.
Per non far dispiacere a suo fratello e a suo nipote, il commendator
Gabrio Moncalvo non aveva invitato nessuno, fuori del pittore Brulati
ch'era di casa e che non poteva dar soggezione. Ciò non toglie ch'egli,
il commendatore, fosse in -frac- e che la signora Rachele, ancora bella
non ostante i suoi quarantatrè o quarantaquattr'anni, sfoggiasse le
sue spalle opime, traboccanti dal corpetto d'un abito di -tulle- nero
a -paillettes-. La Mariannina era vestita di -surah- bianco a pieghine,
con una cintura celeste intorno alla vita e un vezzo di perle al collo.
Ora i commensali erano raccolti in salotto e la zia Clara, la sorella
nubile e anziana dei due Moncalvo, presiedeva alla distribuzione del
caffè e dei liquori. Ell'aveva sempre la sua fisonomia dolce e buona,
ma era molto invecchiata negli ultimi tempi; aveva l'aria stanca e i
capelli grigi; grigi come il colore del suo vestito di seta. -- -Ma sœur
grise- -- la chiamava qualche volta, scherzando, Gabrio Moncalvo.
L'ampio salotto, ingombro di sedie e seggioloni d'ogni forma e misura,
era illuminato a luce elettrica e ammobiliato signorilmente ma senza
sobrietà. Dalle pareti pendevano piatti di maiolica, pezzi di stoffe
antiche, stuoie giapponesi, in mezzo a cui l'occhio appena riusciva a
discerner tre o quattro acquarelli romani di molto pregio. Un gruppo
di piante metteva una nota verde in un angolo; all'angolo opposto,
sopra un piedistallo girevole, si ammirava una statuina di bronzo del
Cifariello; fra una cantoniera i cui palchetti erano pieni di ninnoli e
uno scaffalino contenente alcuni libri con legatura di lusso sorgeva un
piccolo pianoforte verticale; altri volumi artistici erano gettati alla
rinfusa sopra una tavola più grande; un tavolino di lacca reggeva il
servizio del caffè e dei liquori.
-- Tu non hai religione, -- disse la signora Rachele al cognato, con
l'aria di chi ripiglia un discorso interrotto.
Il commendator Gabrio si mise a ridere.
-- Stasera mia moglie non vuol lasciarti in pace.
-- Ma sì, -- interpose la signora Clara offrendo in giro le sigarette. --
Lasciatelo in pace. Non viene quasi mai e quando viene lo punzecchiate.
-- Oh! -- rispose la signora Rachele. -- Giacomo non è uomo da confondersi
per così poco.... E in quanto a te, -- ella soggiunse alludendo alla
Clara, -- in quanto a te, sei come lui.... sei com'eravamo tutti....
Il professore Giacomo alzò gli occhi da un libro che stava sfogliando.
-- Converrebbe sapere che cosa tu intenda per religione.
-- Che domanda! -- ribattè la signora Rachele, imbarazzata più di quello
che non volesse parere.
-- Come se tutti non sapessero quello ch'è la religione! Intendo
una serie di dogmi incrollabili, altrettanto sicuri quanto i vostri
teoremi matematici, su cui si possa appoggiarsi come a una norma per la
vita....
-- E tu fa conto che questi dogmi ci siano, ch'essi c'impongano di
operare il bene verso amici e nemici, di astenerci da ogni atto basso e
malvagio, e regola di conformità la tua condotta.
-- No, no, non basta -far conto-. Occorre la certezza che questi
precetti ci vengono da Dio, che l'obbedirvi ci assicura un premio, che
il trasgredirli porta seco una pena.
-- La solita investita di capitali, -- pensò il professore. Ma non lo
disse. Disse soltanto: -- E tu credi quello che vuoi.
-- Ecco come siete, -- replicò la signora Rachele, arrabbiandosi. -- Lo
so benissimo che posso credere quello che voglio, ma io ho bisogno di
rinforzar la mia fede con la fede degli altri, ho bisogno di un culto,
di un complesso di pratiche in comune.... Gabrio tace, ma è del mio
parere....
-- Ah, non hai tutti i torti, -- assentì il marito cacciando dalla bocca
il fumo della sigaretta. -- Le dottrine materialiste hanno fatto il loro
tempo.
Giorgio Moncalvo, che chiacchierava con sua cugina, nel vano d'una
finestra, non potè reprimere un moto di maraviglia. Gli tornavano a
mente le fiere invettive anticlericali udite da suo zio sette anni
addietro.
La Mariannina indovinò il suo pensiero.
-- Oh, il babbo non ha mica più le idee che aveva una volta.... Non c'è
niente di male a cambiare quando si cambia in meglio. -À présent, nous
sommes des gens rangés.-
Intanto la discussione continuava più vivace che mai fra Giacomo
Moncalvo e la cognata.
-- Dunque, -- disse il professore, -- tu diventi una conservatrice.... E
da ragazza, se ben rammento, passavi per una ribelle, per un'eretica, e
il tuo nonno....
La signora Rachele fece una spallucciata.
-- Tal quale come in casa vostra.... I nonni erano strettamente
ortodossi, come i vostri, attaccati a certe forme antiquate,
ridicole....
-- Non senza la loro poesia, -- notò il professore.
-- Le difendi, tu
-- No, le considero spassionatamente, come tutti i riti, come tutti i
simboli in cui l'umanità ha messo una parte della sua anima.
-- Ma come possono interessarci quelle storie di tremila, di quattromila
anni sono, dette in una lingua che nessuno capisce più?... Quei
patriarchi, quel passaggio del Mar Rosso, quel Mosè che scende dalla
montagna con le corna in fronte!
-- Eh via, ci hanno fabbricato su anche l'edifizio della religione nuova.
-- È un'altra cosa, è un'altra cosa, -- protestò la signora. -- A ogni
modo, per tornare a noi, i nonni erano rabbiosamente ortodossi; la
generazione venuta dopo faceva finta di credere, ma non credeva; noi
della terza generazione non potevamo crescere che come siamo cresciuti.
Il professore annuì.
-- Sicuro, la vecchia fede moriva. Tanto più era necessario che ciascuno
di noi si assimilasse quello che vi è di permanente, d'indistruttibile
nelle religioni per dar forza alla legge morale che deve governare la
nostra vita.
-- Ecco il tuo torto, -- saltò a dire il commendatore. E respinse da
sè la -Tribuna- che aveva preso in mano in quel momento. -- Prima di
tutto a varie religioni corrisponde una varia morale.... quella dei
turchi, per esempio, che ha pure le sue attrattive.... Dunque convien
principiare con lo scegliere la religione di cui si vuol spremere il
sugo.... poi, questo sugo sei ben sicuro di conservarlo quando hai
gettato via il frutto?
-- Tu mi hai frainteso.... Io non volevo dire che le religioni
siano la sola base della morale.... A formar questa entrano tanti
altri fattori che sono dati dalla razza, dai costumi, dal grado
di civiltà.... Anzi oggi, in alcuni paesi civili, la morale degli
uomini veramente virtuosi è superiore per parecchi rispetti a quella
che le religioni insegnano.... Ma è un fatto che, generalmente, le
religioni rappresentano il massimo sforzo dell'uomo verso un ideale
di perfezione, e che questo sforzo è per sè un elemento di grandezza
morale....
-- Ah, lo confessi? -- esclamò, trionfante, la signora Rachele.
-- Non ho la minima difficoltà a confessarlo. Ciò non toglie che io
m'auguri prossimo il tempo in cui la morale possa reggersi da sola
come un monumento che si regga senza l'armatura. Vedi, la religione è
come il dizionario, ch'è sempre in arretrato quando lo si paragoni alla
lingua viva.
La signora Rachele accennò a replicare, ma il marito le fece segno di
non insistere.
-- E qual'è l'opinione del nostro Brulati? -- egli chiese rivolgendosi al
pittore che schizzava delle caricature in un album tascabile.
-- Brulati non ha opinione, -- rispose l'artista. -- Non ho voglia di
torturarmi il cervello, io.
-- Allora vediamo l'album.
-- Non ne vale la pena.
E Brulati stava per riporre il libriccino nella tasca interna del
soprabito. Ma si pentì a mezzo e soggiunse:
-- Se mi assicurano di non aversene a male....
Tutti gli furono intorno ridendo di cuore dell'abilità con cui Brulati
sapeva cogliere il lato comico d'una fisonomia.
Il più entusiasta era Gabrio Moncalvo, quantunque fosse il più
tartassato dal caricaturista.
-- Insuperabile! Con due tratti quest'uomo vi ammazza.... E non c'è da
sbagliarsi.... Ci si riconoscerebbe fra mille.... l'ho sempre detto.
I quadri di Brulati hanno molto merito, ma ce ne son tanti altri come
i suoi.... Dove non ha rivali è nella caricatura.... In Francia, in
Germania, in Inghilterra, collaborando al -Journal pour rire-, ai
-Fliegende Blätter- o al -Punch-, farebbe tesori. Noi siamo un popolo
di spiantati.
E il commendatore seguitava a confrontare le varie caricature.
-- La mia è il capolavoro, non c'è dubbio. Ma anche tu, Rachele, sei ben
servita.
La signora Rachele sorrise con la bocca stretta.
-- Non lo nego. È il genere che non mi piace.
-- Hai torto.... Però (non è vero, Brulati?) non si può pretendere che
le belle donne siano contente di vedersi ridotte in questo stato.
-- È il destino di tutte le cose belle d'esser messe in parodia, -- disse
pronto Brulati.
-- Non mi canzoni, -- replicò la signora, ammansata dal complimento. -- Io
sono ormai un rudero.
-- Ce ne fossero di quei ruderi!
-- Ed ecco qui mia sorella, -- seguitò il banchiere. -- È tutta lei....
E pure non c'è che un po' di naso e due puntini per gli occhi.... e
nient'altro.
La signora Clara, ch'era di umore gioviale, e non aveva mai avuto
pretese, disse in tuono scherzoso:
-- E giusto.... Non c'è altro realmente.
-- Anche Giacomo è tal quale, -- ripigliò il commendatore seguitando
la sua rivista. -- Un paio di lenti, un ciuffetto sul fronte, e ce n'è
d'avanzo.
-- Dev'essere un bel passatempo per lei, -- notò il professore
rivolgendosi a Brulati. -- Se potessimo far lo stesso quando assistiamo
alle sedute dei Lincei!
-- Oltre al professorone ha fatto anche il professorino? -- domandò
la signora Rachele, che con questo accrescitivo e questo diminutivo
intendeva designare il cognato e il nipote.
-- Già; la caricatura mia e di Giorgio non l'ha fatta? -- soggiunse con
la sua petulanza la Mariannina, mentre, in punta di piedi, dietro le
spalle del padre, vedeva svolgersi le pagine dell'album.
-- Sfido io! -- ribattè Brulati. -- Erano in ombra perfetta.
-- Doveva dirci che ci mettessimo in luce.
-- Nemmen per sogno.... Stavan troppo bene così.
Quest'era anche l'opinione di Giorgio, il quale tornò nel vano della
finestra, ove la Mariannina lo raggiunse subito.
Nonostante i suoi fieri proponimenti, il giovine scienziato subiva
il fascino della cugina bellissima che dopo sett'anni gli appariva
tanto diversa da quella d'un tempo. Come s'era aperto fulgido ed
orgoglioso il fiore ch'egli aveva visto nel boccio! Tutto in lei pareva
un incanto: il viso, la persona, la voce, perfino il profumo ch'ella
spargeva intorno a sè. Ed egli, l'austero giovine che, immerso nei
suoi studi, poco o nulla aveva concesso ai piaceri della sua età, oggi
pendeva inebbriato da quella bocca ammaliatrice, da quegli occhi accesi
a volte d'una sùbita fiamma, a volte velati da una dolce malinconia. E
la divina fanciulla gli dava del -tu- ed egli dava del -tu- a lei, ed
ella lo aiutava a rievocare il passato e lo ascoltava benevola quando
egli le parlava de' suoi disegni per l'avvenire.
-- Le nostre passeggiate al Foro Romano, te ne rammenti?
-- Altro! E quelle al Palatino?
-- Ti rammenti? Ti rammenti?
-- Sicuro.... E come mi confondevi con la tua erudizione! Il poco che so
di storia romana lo devo a te.
-- Oh, io ero un pedante.... Noi, uomini di studio, siamo pedanti
tutti.... Avevi più ragione tu che, appunto al Palatino, mentre io
ti discorrevo di Augusto, di Caligola, di Tiberio, stavi incantata a
sentire il cinguettio allegro dei passeri nel folto degli alberi....
-- Davvero? Che buona memoria hai!
-- E ricordo anche che al Foro Romano i fiori di giaggiolo che
crescevano ai piedi del tempio di Saturno t'interessavano molto di più
delle mie dotte dissertazioni.
-- Ero una bimba. Ma adesso la so lunga, dopo che al Foro Romano ho
avuto per guida nientemeno che Giacomo Boni.
-- Brava!
La dimestichezza così presto ristabilita fra i cugini non dava ombra ai
coniugi Moncalvo, d'accordo ormai nell'aspirare a un gran matrimonio
per la loro figliuola, ma sicuri che la Mariannina non si sarebbe
scaldato il sangue per uno spiantato; un'inquietudine di diversa natura
turbava invece la signora Clara, che per interrompere il colloquio de'
due giovani rivolse una domanda al nipote:
-- Dunque, Giorgio, quand'è che cominci le tue lezioni?
-- Quando s'aprirà l'Università.... il mese venturo.... Intanto Salvieni
mi disse d'andar a lavorare nel suo gabinetto.
-- Sei assistente di Salvieni? -- disse il commendatore.
-- Sì.
-- Che ha la cattedra di.... di....?
Giorgio pronunziò una parola difficile.
-- Già, già.... Non si capisce, ma poco importa. E che paga hai?
-- Milleduecento lire.
-- Per i sigari.
-- Se non fumo! -- obbiettò Giorgio.
-- Per i minuti piaceri, insomma.... molto minuti....
-- E poi mi preparerò i titoli per partecipare a un concorso.
-- A qualche cattedra di ginnasio?
-- D'Università.... spero.
-- E riuscendo entreresti come professore straordinario?
-- Naturalmente.
-- Con tre mila lire l'anno?
-- S'intende.
-- Per diventar poi con comodo professore ordinario con cinquemila lire
di stipendio....
-- Ci vuol tempo.
-- Figùrati se non lo so.... Come ce n'è voluto a tuo padre, il quale
oggi con due quinquenni guadagna la bellezza di seimila lire, meno la
trattenuta. Dico bene?
Padre e figliuolo si misero a ridere.
-- Sei meglio informato dell'agente delle tasse.
-- Ho sempre tenuto d'occhio i miei stretti parenti, -- rispose il
commendatore. -- E in ogni modo, fin che viveva la povera Lisa, era lei
che ci ragguagliava di tutto.... Non è vero, Rachele?
Quest'allusione alla moglie e alla madre morta dispiacque al professore
Giacomo e a Giorgio. Essi non ignoravano che la -povera Lisa- non s'era
mai adattata serenamente alla sua condizione economica appena modesta,
e se ne doleva nelle sue lettere alla cognata, dalla quale accettava, e
fors'anche sollecitava regali di qualche valore. E se fosse dipeso da
lei non avrebbe esitato un momento ad accogliere le offerte di Gabrio
che, avvezzo a maneggiar dei milioni e liberale per indole, sarebbe
venuto volentieri in aiuto del fratello. Ma guai a toccar questo tasto
con Giacomo! A badare a lui, la sua famiglia non aveva bisogno di
nulla.
-- Voi siete filosofi, -- riprese il commendatore, per mitigar l'effetto
delle parole pronunziate prima, -- ed è una bella qualità ch'io
ammiro.... negli altri.... -Multa petentibus desunt multa-.... Non ho
dimenticato interamente il mio latino.
Il professore completò ridendo la citazione:
-- -Bene est cui deus obtulit, parca, quod satis est, manu.- -- E
soggiunse: -- La Lisa era un angelo.... Aveva l'unico torto di non
voltarsi a guardar quelli che stanno peggio di noi.... Dio buono! Tra
la mia paga e il frutto della sua dote e di quel poco che avevo io,
abbiamo sempre avuto il modo di sbarcare il lunario anche quando io non
ero che un misero professorino di liceo.... Non siamo stati mai più di
tre, e allora Giorgio era un bimbo....
-- Pure a non intaccare il capitale in quei primi anni sei stato bravo.
-- Voglio esser sincero. L'ho intaccato due anni di seguito per portar
la Lisa e questo ragazzo in montagna.... Grazie al cielo, ho potuto
colmare il vuoto, e alla mia morte Giorgio avrà venticinquemila lire
da aggiungere ad altrettante ereditate da sua madre.... Sarà -quasi-
ricco.
-- Non siete esigenti, -- dichiarò il commendatore, scuotendo il
sigaro nel porta-cenere. -- Ricco senza il -quasi- egli sarebbe stato
accettando sett'anni fa la mia proposta.
La Mariannina intervenne con una frase che per lei non aveva
importanza, ma che produsse una viva impressione sul cugino:
-- Se diventerà celebre si consolerà di non esser milionario. La gloria
vale la ricchezza.
-- La gloria, la gloria! -- borbottò il commendatore, -- A ventanni tutti
la sognano.... quanti poi la raggiungono? A ogni modo, anche la gloria
ha le sue ingiustizie.... Perchè dev'essere riservata agli scienziati,
ai poeti, agli uomini di Stato, ai guerrieri?... Credete che ci voglia
meno ingegno a concepire e a condurre a buon fine le grandi operazioni
finanziarie che a fare una scoperta, o a scriver dei versi, o a
governare un paese, o a vincere una battaglia?... Uomini come Morgan,
come Carnegie....
-- Io preferisco Marconi, -- saltò su la ragazza.
In quella il domestico sollevò la portiera e introdusse un signore di
età matura, ma di bella presenza, nel quale Giorgio Moncalvo riconobbe
il cavaliere elegante ch'egli aveva visto a Villa Borghese in compagnia
della Mariannina.
-- Come va, -donna- Rachele? -- chiese il nuovo arrivato chinandosi a
baciar la mano che la padrona di casa gli tendeva amichevolmente.
-- Mio fratello Giacomo, mio nipote Giorgio, il conte Ugolini Ruschi,
-- disse il commendatore Gabrio a modo di presentazione. -- Ma forse con
Giacomo si sono già incontrati.
-- Col signor professore?... Sicuro.... Qualche mese fa, -- rispose il
conte.
-- È professore in erba anche mio nipote, -- soggiunse Gabrio Moncalvo.
-- Malattia ereditaria.... Arriva fresco fresco da Berlino, ove ha
completato i suoi studi di fisiologia.... Ora è assistente di Salvieni.
-- Berlino! -- esclamò il conte. -- Che città!.... Ci fui dieci anni
or sono per le nozze di mio cugino Wartenburg.... cugino in terzo
grado per parte di donne.... Non ha avuto occasione di frequentare i
Wartenburg?... No?... Gran famiglia.... famiglia che riceve....
-- Oh, io vivevo così ritirato, -- notò Giorgio.
-- Dai miei parenti vanno molti professori, -- riprese Ugolini. -- E mio
cugino è una specialità in araldica. Sa anche benissimo l'italiano....
Si rivolse alla signora Moncalvo e soggiunse:
-- Se mi permette, -donna- Rachele, glielo farò conoscere la prima volta
che verrà a Roma per una seduta dell'Ordine.
Ugolini alludeva all'Ordine di Malta di cui era cavaliere anche lui.
-- Sarà un onore, -- balbettò tutta confusa la signora Rachele. -- Ah,
quella loro villa sull'Aventino! E pensare che non ci vanno mai!... Se
l'avessi io!
-- Ci torneremo, -donna- Rachele. Ci torneremo quando sarà qui mio
cugino.
Il conte Ugolini Ruschi vi aveva un giorno accompagnato le due
Moncalvo, madre e figliuola, e la visita aveva lasciato, sopra
tutto nell'animo della madre, un'impressione profonda. Una specie
d'esaltazione mistica s'era impadronita di lei, mentre il cavaliere di
Malta la guidava tra le fitte siepi di bosso che limitano i sentieri
rettilinei del non ampio giardino, le mostrava nella chiesa le tombe
degli antichi Gran Maestri, le sedeva accanto nella splendida terrazza
a' cui piedi scorre il Tevere e da cui l'occhio abbraccia tanta parte
di Roma.
-- San Pietro domina tutto, -- aveva detto con enfasi il conte additando
la cupola di Michelangelo. -- Tutto è piccolo al paragone.... E San
Pietro resterà. San Pietro continuerà a dominare su tutto.
Così, in mancanza di Turchi da combattere, il cavaliere della fede non
s'era lasciato sfuggir l'occasione di magnificare in cospetto delle
due reprobe le glorie del cattolicismo. E da allora in poi, anche per
ragioni d'indole diversa, le effusioni religiose del conte Ugolini
avevano trovato, specie da parte della signora Rachele, benevolo
ascolto.
-- Beato lei che crede! -- ella sospirava sovente.
E ne' suoi colloqui con la Mariannina levava a cielo il perfetto
gentiluomo che univa tanta grazia mondana a tanto fervore di pietà.
La Mariannina conveniva ch'era stata una fortuna l'aver conosciuto
Ugolini, per mezzo del quale ell'aveva potuto assistere alla
canonizzazione di due Santi ed esser ammessa a un ricevimento del
Pontefice che non aveva sdegnato di abbozzar sul suo capo d'eretica
un vago segno di benedizione. Tuttavia gli sdilinquimenti materni le
parevano eccessivi e richiamavano sul suo labbro un sorrisetto ironico
o una smorfia dispettosa.
Quella sera la prospettiva di tornar alla Villa sull'Aventino a fianco
di due cavalieri dell'Ordine entusiasmava addirittura la signora
Rachele.
-- Ah Ugolini, com'è amabile, com'è gentile!... Hai sentito, Mariannina?
-- Ho sentito, ho sentito, -- replicò la ragazza con mal celata
impazienza. -- Ma, a proposito, conte, ha rivisto miss May dopo la
nostra cavalcata di ier l'altro?
-- Non l'ho rivista, ma mi ha scritto, mandandomi uno -chèque- di cento
sterline per le nostre -pericolanti-.
-- Appunto, sapevo che aveva quest'intenzione.
-- Ha mandato fino da ieri, e come può credere ho risposto subito. È
d'una generosità quella signorina!
-- Suo padre ha un miliardo, -- borbottò il pittore Brulati.
-- E lo fa fruttar bene, -- soggiunse Gabrio Moncalvo.
-- È permesso? -- chiese dalla soglia una vocina insinuante.
E un pretino che aveva più di cinquant'anni ma ne mostrava assai meno
si avanzò nel salotto.
-- Oh, monsignor de Luchi, -- dissero in coro il commendatore e le donne.
-- Che buon vento?
-- Ecco, signora Rachele. Passavo di qui e vedendo le finestre
illuminate ho pensato fra me e me: I signori Moncalvo sono in casa.
Andiamo a salutarli.
-- Bravo!
Non erano ancora finite le presentazioni e i saluti, che già entravano
altre persone, tutte in -frac- e cravatta bianca; un segretario del
Ministero degl'interni, un deputato della maggioranza, un consigliere
d'una grande Società d'assicurazioni, un alto personaggio degli esteri.
Quest'ultimo cercò istintivamente con gli occhi la poltrona ov'egli
soleva fare il suo pisolo, e vedendola occupata rimase un momento
perplesso. Ma la vigile signora Clara ne spinse verso di lui una di
simile.
-- Qui, qui, commendatore.
-- Oh, signora Clara.... Mi crede proprio un sibarita, -- disse il
diplomatico affrettandosi però a sdraiarsi nel comodo seggiolone. --
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