racconto erano affatto diversi. Nondimeno il romanzo l'interessava e
si doleva di non poter conoscerne la fine. Prima che arrivasse il
prossimo fascicolo della -Revue- ella non sarebbe più a questo
mondo... E allora perchè leggeva?... In verità, non questo solo, ma
ogni suo atto era vano. Tutto è vano per chi sa che deve morire a una
scadenza fissa, vicina... E pur la vita va innanzi, meccanicamente,
come un orologio fin che la molla sia esausta. La vita va e si
continua a parlar del domani, e a iniziare cose che non si compiranno
e a dar ordini che non si vedranno eseguiti.
Appena verso la mattina la Teresa trovava un'ora di riposo. Si
svegliava poi in sussulto, con un'inquietudine, con un'ambascia, con
un malessere indescrivibile. Pareva che si accumulassero tutti in
quell'ora i sintomi del suo stato anormale, che la calma relativa
della giornata avrebbe potuto farle dimenticare. Talvolta, nella sua
agitazione, nel terrore che il suo segreto venisse scoperto, ella
pensava se non fosse meglio per lei di affrettar la catastrofe. Ma in
qual modo? Armi non ne possedeva, e pur possedendone, non sarebbe
stata capace d'usarne; l'asfissia col carbone esige preparativi che
non sarebbero rimasti celati: una cosa forse non le sarebbe stata
difficile: uscire inosservata nel cuor della notte e gettarsi nella
laguna ch'era a due passi dalla sua porta di casa; ma poichè era buona
nuotatrice non era ben sicura che nel momento supremo il naturale
istinto della vita non prendesse in lei il disopra condannandola al
ridicolo onde son coperti i suicidi che non voglion morire. Cosicchè
ella, di necessità, si raffermava nel suo primo proposito; chieder la
morte al farmaco che in piccola dose le avrebbe dato il sonno, e
chiederla soltanto quando di quel farmaco avesse raccolto una quantità
sufficiente da non fallire allo scopo.
Comunque sia, dopo le undici, ricomposta alquanto, ell'era nel suo
salottino ad aspettarvi Mario Vergalli che veniva appunto sul
mezzogiorno. Lo aspettava con un misto d'impazienza e di paurosa
inquietudine. Temeva le sue domande, le sue offerte, i suoi scatti;
temeva il suo sguardo acuto, penetrante, ove di tratto in tratto
passava l'ombra di un dubbio, il lampo di un desiderio.
Com'era mutato anche lui! Com'era piena di tempeste quella fisonomia
un tempo così nobilmente calma e serena! Si vedeva ch'egli era in
lotta con sè medesimo; ora soffocando qualche basso impulso, ora
frenando qualche slancio donchisciottesco.
--Io lo abbomino il mio viaggio--egli aveva detto un giorno alla
Teresa che lo pregava di parlargliene. Tuttavia il giorno appresso la
compiacque e gliene parlò. Le descrisse una rappresentazione del
-Parsifal- di Wagner al teatro di Beyreuth; le descrisse alcuni
capolavori della galleria di Dresda... Aveva percorso altri paesi,
visitato altre città, ma non gli restava che una gran confusione in
capo; a Dresda appunto, all'ufficio postale, leggendo una lettera
della Teresa, era stato assalito da un triste presentimento che non
aveva potuto cacciar da sè. Una voce gli diceva:--Torna a Venezia.--E
una voce più forte copriva la prima.--È troppo tardi.--E le due voci
l'avevano seguito sempre, da per tutto, in Olanda, in Belgio, davanti
alle tele di Rubens e di Rembrandt, nella quiete raccolta della
campagna fiamminga, nel moto vorticoso degli opifici ov'è più
frequente e febbrile il palpito della vita moderna, sugli epici campi
di Waterloo; da per tutto egli aveva portato quella punta confitta in
cuore. E non si ricordava di nulla, tranne che di lunghe corse in
ferrovia, di polizze d'albergo pagate, di tavole rotonde intorno a cui
sedeva una folla indifferente ed ignota...
--E mi dicevate che qualcheduno alimentò i vostri sospetti?--ella
balbettò, mossa da una istintiva curiosità femminile.--Chi? Chi?...
Una donna?...
Vergalli si schermì dal rispondere.
--Che importa ormai?
Ella assentì sospirando.
--È vero... Non c'è più cosa alcuna che importi.
Così l'argomento voluto evitare penetrava insidioso nei colloqui di
quei due infelici. Quand'egli soffriva troppo, quando s'accorgeva di
farla troppo soffrire, si alzava con uno sforzo.--A domani.
XXIV.
Uno di quei giorni, poco dopo che Mario Vergalli era uscito, la Teresa
si vide comparir dinanzi la sua amica Giulia Orfei, la stessa che un
paio di settimane addietro le aveva scritto dai colli Berici. La
contessa Giulia entrò come un uragano, gettando le braccia al collo
della Valdengo e sprigionando da tutta la persona un acuto profumo
d'-ireos-.
--Lo so, lo so che non vuoi ricever nessuno... Me l'ha detto la tua
cameriera... Ma non la strapazzare... Io le ho risposto: Rompo la
consegna e assumo io l'intera responsabilità... Se mi scaccierà via,
pazienza... Mi scacci?
--No; ma, veramente, potevi avvertirmi con una riga.
--Chè?... Quello non era il modo di riuscire... Avresti trovato una
scusa... E io ci tenevo a darti un bacio... Dopo tanto tempo!...
Perchè sono quattro mesi, lo sai?
--Eh sicuro... Da quando sei andata a Aix-les-Bains.
--Una stagione brillantissima... Ti racconterò, ti racconterò... Ma
dimmi di te adesso... Ho sentito che non istai bene... Infatti hai
l'aria sofferente...
--Oh!--interruppe la Teresa--Cominci anche tu?...
--Sfido io!... Sei pallida... Hai certe occhiaie... Ti curerai almeno.
Chi è il tuo medico dopo la morte di Pozzi? Vuoi il mio?
--Ma lasciatemi in pace... Mi curerei se stessi peggio. Invece sono
stata poco bene e sto meglio.
--Che male hai avuto?
--Ma niente... ma inezie.
La Orfei sorrise maliziosamente.--Capisco...
--Che cosa capisci?--saltò su la Valdengo, imporporandosi in viso.
--Eh, patèmi d'animo--disse l'altra. E soggiunse carezzevole:--Via,
con me non dovresti avere segreti?.... Ne ho mai avuti io per te?
In realtà non ne aveva avuti mai nè per lei, nè per nessuno; non aveva
mai nè voluto, nè saputo nascondere le sue avventure galanti. Già suo
marito chiudeva gli occhi e le orecchie. Ciò non toglie che la Giulia
Orfei, se quello che le si era riferito era vero, giudicasse alquanto
imprudente la condotta della sua amica. E non glielo dissimulò. In
autunno nella sua villeggiatura di Colle Berico, l'era giunta notizia
della simpatia della Teresa pel sottotenentino di vascello, Reana, il
figliuolo della Maria Scotti ch'era stata con loro in collegio...
Niente di male. Anzi era sempre parso assai strano che una donnina
bella come la Valdengo dovess'essere inaccessibile alle debolezze
umane, e la sua austerità le aveva fatto più torto che no nella buona
società... Ma forse ci voleva un po' più di politica...
La Teresa la lasciava dire, sorridendo d'un suo sorriso triste ed
ironico.--Eh, cara mia--soggiunse la contessa Giulia--tu puoi
sorridere fin che ti piace, ma in queste cose devi prender lezione da
me. Una donna che non ha marito è tenuta ad aver maggiori riguardi di
una donna che lo ha... Non ci vuol molto ad intenderlo... Se c'è il
marito, è lui la bandiera che copre il contrabbando... Contento lui,
contenti tutti... Se non c'è lui, tutti fanno i dottori... E, vedi,
uno dei grandi benefizi del marito è questo. Fin che c'è lui non si
può mutar di punto in bianco le proprie abitudini... seppellirsi vive,
chiuder la porta alle amiche, ecc., ecc... Fossimo pure innamorate
come Didone...
--Appunto anche lei era vedova--interruppe la Teresa.
--Per sua disgrazia--ribattè la Giulia Orfei.--Se viveva il marito,
non avrebbe fatto la bestialità di gettarsi sul rogo dopo la partenza
di Enea... Insomma, se c'è il marito, per quanto -spleen- si abbia
addosso, si fa uno sforzo in riguardo a quel pover'uomo, che ha il
diritto di non avere un mortorio in casa... E allora, poichè ogni cosa
seguita ad andar co' suoi piedi, la gente smette presto di malignare.
--Tu parli su per giù come mio zio--osservò la Valdengo.
--Il barone Venosti Flavi? Tanto meglio. Ho piacere d'esser d'accordo
col tuo più stretto congiunto, un uomo che t'è sinceramente devoto e a
cui sta a cuore la tua riputazione.
--Figuriamoci!--esclamò in tono ironico la Teresa.--Non gli era, anni
fa, saltato il grillo di sposarmi?
--Mi ricordo. E non sarebbe poi successo un cataclisma se tu avessi
accettato.
--Secondo te avrei fatto bene ad accettare?
--Ma sì.... Tu dovevi rimaritarti. Del resto non dico che il prescelto
avesse a esser lui.... Dico che ti occorreva un marito.... E non mi
son mai potuta capacitare perchè tu abbia fatto languire inutilmente
quel povero conte Vergalli.
--Ma, Giulia, non discorrere con leggerezza. Io non ho fatto languire
il conte Mario Vergalli. Gli ho detto sempre che non avevo intenzione
di passare a seconde nozze.... Egli mi rispettava troppo da chiedermi
d'esser la sua amante. Si contentò di quello che gli offrivo...
un'amicizia schietta, profonda, un'affezione fraterna.... O che non vi
possa essere tra uomo e donna una di queste affezioni?
La Orfei si strinse nelle spalle.--Sarà... È una stranezza, ma
sarà.... E nel caso vostro il mondo ci credeva. Sono due originali, si
diceva, superiori alle passioni umane.... Sta a vedere quel che si
dirà adesso....
La Valdengo non rispose. Forse la Giulia aveva ragione, forse adesso
non si crederebbe più alla purezza de' suoi rapporti con Mario
Vergalli.... Ma che andava ella almanaccando, ella che fra due o tre
giorni sarebbe morta? Il mondo non aveva più nulla da credere o da non
credere sul conto suo.
Posandole una mano sulla spalla, la Giulia riprese a bassa voce:--E
pure io scommetterei che, se vuoi, il conte Vergalli ti sposa ancora.
--Basta, Giulia, te ne prego.
--Non era lui, non era Vergalli che usciva di qui poco fa?
--Sì. Che importa?
--Ci siamo quasi urtati col gomito a due passi dalla tua porta. Egli
non mi ha riconosciuta... Già è miope, ed è un orso. E poi ha ben
altro pel capo che salutar le signore... Quello è sempre un uomo
innamorato cotto... Gli si legge in viso... e io me ne intendo.
--Ma Giulia...
--Tanto ci tieni a quel di Reana?
La Teresa scattò.--Che c'entra di Reana?... Pensa quel che ti pare
delle mie relazioni passate con lui, ma lévati dalla mente che ci sia
oggi tra noi nulla di comune.
--In nome del cielo!--esclamò la Orfei.--Così mi piace. Che avresti da
sperare da quel ragazzo?... Scusa però... Dal momento che confessi di
non aver più nulla di comune con lui, perchè esiti a sposar Vergalli?
Visibilmente infastidita, la Teresa si alzò dalla seggiola.--Ancora
una volta, Giulia, ti prego di non tirar in campo l'argomento del
matrimonio... Tu hai le migliori intenzioni del mondo, ma mi fai molto
male.
--Sei un enigma ambulante--disse la Orfei alzandosi anch'ella.
La Teresa allargò le braccia.--Sono così.
La Giulia Orfei che aveva qualche cos'altro sulla punta della lingua
non seppe trattenersi dal soggiungere:--Però la gente se ne inventa di
belle.
--Cioè?
--Ecco... ora mi fulmini.
--No... Spiegati.
--Si sono inventati che circa una settimana fa eri a Milano col conte
Mario.
La Valdengo impallidì. Era dunque vana la speranza che il segreto di
quel viaggio non fosse divulgato?
--Giurano d'averti vista--riprese la Orfei.
--D'avermi vista con Vergalli?--esclamò la Teresa.--È impossibile.
--Questo non l'ho inteso... Giurano d'aver visto te e lui nel medesimo
giorno.
--Ebbene, sì--rispose la Teresa, convinta ormai dell'impossibilità di
negar tutto.--Siamo stati a Milano a poche ore d'intervallo, ma senza
saper niente l'uno dell'altra. E non solo non ci siamo incontrati ma
non potevamo incontrarci, perchè quando il conte Mario arrivò io ero
già partita.
--Sai che mi racconti una di quelle storie!...
--Cara mia, è la verità pura e semplice.
--È curiosa... fosti a Milano sola?
--Ti pare ch'io debba aver paura?
--No.... ma tu che non viaggi mai...
--Auff!... Avevo da parlare con la mia sarta... Ti basta?
Quantunque poco persuasa, la Giulia Orfei non insistette più oltre. E,
sempre sul punto di congedarsi--Oh--disse--ora che il primo passo è
fatto, ci rivedremo.
--Sì, sì, fra tre o quattro giorni.
--Fra tre o quattro giorni?.... È troppo lunga... Permettimi di venir
domani.
La Teresa accennò negativamente col capo.--No, domani non posso...
--Dio, che donna occupata! Non puoi?... Perchè?... Ah, un'idea!
E la Giulia Orfei battè l'una contro l'altra le sue manine
inguantate.--Di' la verità; dacchè hai fatto quartiere d'inverno non
hai neanche messo il piede fuori di casa?
--No certo... Ero indisposta.
--Ora assicuri di star meglio, e l'aria non può che giovarti... E
poichè il tempo è bello...
--No, non esco.
--Aspetta un momento... Senti... domattina alle nove suono il tuo
campanello, tu scendi, e facciamo due passi sulla Riva al sole...
--Grazie, no.
--Come sei caparbia!... No... sempre no... Ci penserai su... Io sarò
qui lo stesso... Se assolutamente non vorrai scendere, se non vorrai
ricevermi un minuto, mi farai licenziare dalla Luisa... E intanto
addio... È quasi notte e ho ancora da far qualche spesa... Vengo
proprio, sai, alle nove.... Oh sono mattiniera, io.
--Bada, Giulia. Sarà una strada gettata.
--Disgrazia piccola... Addio, addio.
Escì com'era entrata, vispa, saltellante, ridente.
--Che creatura felice!...--pensò la Valdengo.--È ricca, è piacente,
non s'avvede degli anni che passano, fa una vita allegra, ha un marito
filosofo... tutti l'accolgono a braccia aperte... È vero che di cuore
è buona, e nonostante la sua leggerezza ha molta facilità ad
affezionarsi... A me vuol bene... Forse però è venuta qui per
curiosità... Sì, anche per curiosità, ma non soltanto per questo...
M'ha mostrato sempre molta simpatia. Ho piacere d'averla vista ancora
una volta... Non la vedrò più... Domani le farò dire che non posso...
Darò ordini precisi alla cameriera... Non vedrò più nessuno, tranne
Vergalli... Già si tratta di poco...
XXV.
Quella sera la Teresa s'accorse che la bottiglia ov'ella versava il
cloralio, ormai, ristringendosi verso il collo, s'empiva rapidamente.
Una o due dosi ancora, e sarebbe stata colma fino all'orlo.... Ma era
poi indispensabile ch'essa fosse colma fino all'orlo?... La quantità
raccolta non poteva bastare?... Perchè attendere uno o due giorni di
più?... Perchè prolungar l'atroce agonia?
Un brivido corse per le vene della Teresa Valdengo. Era dunque giunto
l'istante supremo? Era quella la sua ultima sera?
Con mano tremante ell'aperse la sua scrivania, rilesse e firmò il suo
testamento. La distribuzione ch'ell'aveva fatta della sua fortuna le
pareva equa; le pareva, ne' suoi legati, di non aver dimenticato
nessuno; nè gli amici, nè la gente di servizio, nè i suoi beneficati
ordinari. Ad altre carità in cui ella usava metter la sua borsa in
comune con quella di Vergalli ella provvedeva appunto per mezzo del
conte.
Gli occhi della Teresa si fermarono più a lungo su quel passo che si
riferiva a Vergalli.
«Al mio fedele e impareggiabile amico conte Mario Vergalli--ell'aveva
scritto--lascio tutti i miei libri, tanta parte dei quali mi fu
regalata da lui; lascio il mio album d'autografi, il piccolo quadro
con la Vergine e il putto ch'è appeso sul mio letto e che i pittori
Angelo Alessandri e Marius de Maria giudicarono della scuola di
Giambellino, le due incisioni di Calamatta, lo schizzo di Giacomo
Favretto e il bronzo di Francesco Jerace che si trovano nel mio
salotto.
«Gli lascio poi una volta tanto ventimila lire italiane perchè egli
voglia continuar quell'opere buone a cui egli mi aveva associata e che
non devono patire per la mia morte nè imporre a lui un maggior
sacrifizio. Che se la somma fosse esuberante non dubito che egli
saprà, con quello che avanza, venir in soccorso ad altre miserie. Ce
ne son tante nel mondo!
«In fine nomino lui, conte Mario Vergalli, mio esecutore
testamentario. Confido ch'egli non rifiuterà l'ufficio, che vorrà dar
quest'ultima prova di devozione a una donna che porta nella tomba il
ricordo del suo affetto alto, nobile, disinteressato, e gli chiede
perdono d'averlo fatto soffrire».
E ora, se veramente ella non voleva veder l'alba novella, ora le
conveniva scrivere al Vergalli la lettera a cui il suo testamento
accennava. Triste lettera che avrebbe rivelato a lui solo la causa
della sua risoluzione disperata!
Ma dopo aver tracciata l'intestazione con pugno malfermo, la Teresa
non riusciva a mettere insieme una riga. La penna le restava sospesa
fra le dita paralizzate, una nebbia offuscava le sue pupille; di
tratto in tratto un sudor freddo le gocciolava giù dalla fronte....
Avrebb'ella presunto troppo delle sue forze? Avrebbe avuto paura?
No, non era, non doveva essere questo; nondimeno sul punto di dir per
sempre addio ad ogni cosa, la Teresa sentiva una ribellione di tutte
le sue intime fibre, e suo malgrado era tratta a ripiegarsi su sè
medesima, a considerare se non vi fosse altra uscita da quella in
fuori ch'ell'aveva scelta. E pensava alle donne che s'eran trovate nel
caso suo; alle fanciulle divenute madri senza esser mogli e
abbandonate dagli amanti nella miseria e nel disonore. Alcune, sì,
avevano creduto sfuggire all'infamia col suicidio o col delitto: ma
quante più, eroine oscure e modeste, avevano portato mansuetamente la
loro croce, affinandosi nella lotta quotidiana, riabilitandosi con
l'abnegazione e col sacrifizio! Perchè non s'inspirerebbe all'esempio
di queste, ella a cui gli agi della vita rendevano pur tanto meno
difficile il combattere e il vincere?
E come nel bagliore improvviso d'un lampo la Teresa vide aprirsi
dinanzi a sè una via lunga, irta di triboli, ma illuminata dal sole,
ma conducente a una meta eccelsa. Non a Mario Vergalli; a Guido di
Reana, al complice del suo dolce peccato, avrebb'ella scritto per
comunicargli ciò ch'egli aveva l'obbligo e il diritto di sapere; nulla
implorando, nulla chiedendo da lui, ma deliberata a nulla rispingere
avventatamente di ciò ch'egli fosse per offrirle, a non inspirarsi
nelle proprie risoluzioni che al sentimento del dovere e al desiderio
del bene. Che se il dovere ella rimaneva sola a compierlo, e sola lo
avrebbe compiuto.... Un giorno forse, chi sa, presso al termine della
via faticosa, un braccio amorevole l'avrebbe sorretta, una voce soave
le avrebbe susurrato:--Alza la fronte, mamma!
Ahimè, per adottar questo partito era necessaria una dose di energia
che la Teresa Valdengo, esausta dall'emozioni e dalle sofferenze degli
ultimi giorni, non possedeva. Le restava appena coraggio bastante per
morire, non gliene restava per vivere.
E quando la visione si fu dileguata e gli occhi di lei caddero di
nuovo sul foglio bianco, ove non si leggevano che due parole, -Amico
mio-, ella abbandonò il capo sul tavolino e sentì che mai, mai avrebbe
spezzato il cerchio di ferro che la stringeva.
Ma la notte era già molto inoltrata, la candela era quasi interamente
consunta; non c'era tempo di finir la lettera prima che sorgesse il
mattino. Pazienza! La Teresa sarebbe vissuta un giorno di più.
Si coricò, spense il lume ch'erano circa le tre.
Verso le otto sonò il campanello.--Fa bel tempo, non è vero?--ella
chiese alla cameriera.
--Bellissimo--rispose la Luisa, aprendo le imposte. Il sole irruppe
trionfalmente nella stanza, e infrangendosi sulla spera dell'armadio
mandò un fascio di raggi sul letto.
--Abbassa le tende--disse la signora, mentre si faceva schermo con la
mano. E soggiunse:--Mi porterai il vestito grigio di lana e la
mantellina solita....
--Esce?
--Sì, per le nove voglio esser pronta. Passerà la contessa Orfei a
prendermi. Le risparmierò le scale.
S'era decisa lì per lì, nell'inquietudine di quella notte insonne.
--Le farà bene a uscire--notò la Luisa.
La Teresa ebbe una scrollatina di spalle.
--Sì, creda pure--insistè la cameriera--ha bisogno di moto.... anche
per dormir meglio.... perchè non dorme, questo si vede.
--Eh no, non dormo--assentì la Teresa costretta ad ammettere una cosa
tanto manifesta.
--Quel famoso cloralio doveva essere un tocca e sana.
--Ma!
--Cambi rimedio.
--Lo cambierò.
--Pur che si decida a chiamare un medico--ripigliò la Luisa
incoraggiata dalla tolleranza della sua padrona.
--Chiamerò il medico quando mi piacerà--rispose questa seccamente.--E
ora fine alle chiacchiere.... Se no, non sarò pronta per le nove....
Va, va.... Che cos'hai da guardarmi in quel modo?
Nulla l'irritava tanto come il vedersi piantati gli occhi addosso. Le
pareva che volessero strapparle il suo segreto. E forse la Luisa già
sospettava....
XXVI.
--Che bella sorpresa!--esclamò la Giulia Orfei, scambiando un bacio
con l'amica.--Dopo le tue parole di ieri temevo proprio di far fiasco.
--Ho mutato idea, non so nemmen io perchè.
--Ma diamine! Non devi mica restar sempre tappata in casa.... E se
vuoi rifar un po' di colore....
La Valdengo abbassò il velo. Alla luce fulgidissima del sole che
inondava la Riva degli Schiavoni apparivano assai meglio che nella
penombra delle stanze il pallore della sua tinta e i solchi delle sue
gote.
Ella domandò:--Dove andiamo?... Ai giardini?
--Ho paura che sia troppo umido. È cascata la brina stanotte. Sarebbe
meglio dirigersi verso il Molo.
--Come vuoi.
Dopo pochi passi, accanto al monumento di Vittorio Emanuele,
incontrarono il postino, che si toccò il berretto.
--Ha salutato te?--chiese la Giulia.
--Sì.
La Teresa lo seguì con lo sguardo e soggiunse:--Ecco, si ferma alla
porta di casa mia.
--Vedrai la tua corrispondenza al ritorno--disse la contessa.
--Già....
--Aspetti lettere -sue-?--riprese la Orfei.
--Di chi?
--Via... dell'ufficiale.
--Perchè questa domanda?
--Oh Dio.... È una domanda così semplice.
--Non so.... Scriverà forse.... per creanza.
E accompagnò la parola con un sorriso amaro.
--Ci pensi ancora--esclamò la Giulia.--Credi a me, è meglio non
pensarci.
--È meglio anche non parlarne.
--Hai ragione. Parliamo di quell'altro.
--Ti prego, non parliamo di nessuno dei due.
Erano già sul Molo, quasi deserto.
--Gondola, gondola!--gridavano i barcaiuoli, come nel pomeriggio in
cui di Reana aveva indotto la Teresa a fare una corsa in laguna. Dopo
quel giorno ella non era più uscita di casa che per andare alla
stazione. Solo adesso ella rivedeva il Molo, rivedeva la Piazzetta e
il Palazzo ducale, tanto diversamente illuminati in quell'ora tanto
diversa.
--Hai l'aria incantata d'una forestiera--notò la Orfei con tenue
ironia.
La Valdengo rispose:--Come li invidio i forestieri che arrivano per la
prima volta a Venezia! Come si capisce che debbano andare in
visibilio!
--Loro?... È naturale. Per noi è un altro affare. -Toujours perdrix,
toujours perdrix-!
--Oh, quando la pernice è così prelibata!
Giunsero fino al caffè del Giardinetto Reale, ch'era chiuso.
--Non c'è proprio anima viva--disse la contessa.--T'assicuro che
potresti senza paura dare una capatina in piazza San Marco.
--Aspetta.... Restiamo un poco sul Molo.
Tornarono sui loro passi, col sole in faccia. Aprendo l'ombrellino la
Giulia domandò:--Tu non l'hai preso?
--Ho il velo e mi basta.... Sole di novembre.
--Però negli occhi dà noia.... Ecco, con questo tempo la campagna è
ancora piacevole.... Ma son giornate a prestito. E non intendo quelli
che prolungano la villeggiatura fino a Natale.... È la moda.... Almeno
la Marvesi è andata a San Remo.
--Davvero?
--Sì, col marito.... Dopo le nozze d'argento, il viaggio di nozze....
A proposito, m'immagino che tuo zio Venosti Flavi t'avrà descritto per
filo e per segno quelle nozze d'argento.
--Mio zio? L'ho visto la sera che ci andava.... Dopo non l'ho visto
più.
--Peccato!... Perchè egli era.... come si dice?... uno dei
protagonisti--riprese la Orfei.--È stato -uno dei mille-.
--Andiamo, Giulia.
--Uno dei mille è un'iperbole, lo so.... Ma la frase non è mia. A ogni
modo, è noto -urbi et orbe- che tra Venosti Flavi e la Marvesi ci fu
del tenero.
--Sarà.... Per me....
--E il barone--continuò la loquace contessa--ha fatto anch'egli il suo
bravo regalo.... un cofano d'ebano con intarsi d'avorio.... bellino
tanto.... Tutti i.... -soci- hanno regalato qualche cosa. Viani un
lampadario di Murano, Terenzi un servizio da tè di porcellana di
Sèvres, Faroglio un paravento giapponese, di Frasca una cartella con
l'occorrente da scrivere, rilegata in pelle di bulgaro con borchie
d'argento, Castellini....
--S'è morto?
--Non conta.... S'è fatto rappresentare da sua moglie.... È -un
comble-.... La vedova Castellini ha creduto d'interpretare il
desiderio del suo indimenticabile defunto mandando una lettera
patetica e dei fiori.... molti fiori. Figurati i commenti!
--E non c'erano altri regali?
--Sì, sì.... una quantità.... Il marito, i figliuoli, gli amici.... E
poi una poesia dell'abate Visiani.... degna di lui.... E tanto basta.
--Quella Marvesi è nata sotto una buona stella--notò la Valdengo.
--È un fatto.... Per lei c'è indulgenza plenaria.... Io non ho sulla
coscienza la metà di quello che ha lei, e nondimeno ho un'assai
peggiore riputazione.... Non dico di mio marito ch'è un angelo....
La Orfei inviò con la mano un bacio all'indirizzo dell'-angelo- e
proseguì:--Non dico di mio marito, ma mia suocera, fin ch'è vissuta, e
le mie cognate e tante mie carissime amiche mi han tagliato i panni
addosso senza misericordia.... Perchè questa ingiustizia?... E anche
tu, povera santa, per un'unica leggerezza, rischi di trovar dei
giudici arcigni.... Ma coraggio, sai.... Io ti difenderò sempre.
--Grazie--mormorò la Teresa. Ma era stanca di questi discorsi, e
propose alla Giulia di tornare a casa traversando la Piazza e voltando
poi dalla parte della Canonica.
Neanche in piazza la Valdengo era più stata dopo quel giorno con di
Reana. Si ricordava la basilica fiammeggiante nel tramonto; ora il
tempio era avvolto da una luce discreta; il sole batteva invece sulle
Procuratie vecchie, facendone spiccare il fine trapunto marmoreo,
lambiva la facciata bianca, ahi troppo bianca, di quel lato della
piazza che gli architetti del primo Regno d'Italia rifabbricarono,
male imitando le linee della vicina fabbrica di Vincenzo Scamozzi. Il
campanile gettava attraverso la piazza come una gran fascia d'ombra.
Le porte della chiesa erano spalancate.--Entriamo un momento--disse la
Orfei.
--Perchè no?
In chiesa la Valdengo andava di rado e la sua intimità con Mario
Vergalli ch'era in voce di libero pensatore l'aveva allontanata ancor
più dalle pratiche esteriori del culto; tuttavia San Marco non poteva
non esercitare un fascino sulla sua anima meditativa e poetica, e le
accadeva talora di entrarvi con religioso raccoglimento, di
soffermarsi qualche minuto davanti a un altare, non biascicando
orazioni imparate a memoria, ma sollevando lo spirito in alto,
compresa del mistero dell'infinito.
--C'è una messa alla cappella del Sacramento--disse piano la Orfei. E
precedendo l'amica s'inginocchiò in prima fila. La Teresa rimase
indietro. Due popolane si ristrinsero per farle posto su una delle
ultime panche; una signora di mezza età, che aveva l'aria di un
pinzochera, disturbata da quel movimento, le lanciò uno sguardo
ostile; una vecchia dall'aspetto ignobile si chinò per susurrare
qualche parola all'orecchio della vicina. Quelle donne allineate
richiamarono alla mente della Valdengo un bel quadro di Cesare
Laurenti, ammirato all'Esposizione artistica del 1887, -Frons animi
interpres-, ed ella tremò all'idea che si potesse leggerle in fronte
ciò che le passava nell'anima. Sedeva col viso nascosto fra le mani,
le piccole mani di cui un raggio di sole, scendente dal finestrone
circolare che illumina la crociera, faceva risaltar la purezza e il
candore. Di quando in quando ella udiva come in un sogno la cadenza
dei versetti latini recitati dal prete con voce nasale, udiva il
borbottio monotono della pinzochera, e il fruscio dei foglietti
voltati dei libri di divozione. Intanto a lei saliva dal cuore
un'altra preghiera: «O Signore che tutti invocano, che tutti cercano
per vie diverse, vi vedrò io dunque fra poco? Vi vedrò corrucciato o
benigno? E comparendovi innanzi così, avrò io veramente infranto i
vostri decreti, mi sarò meritata i vostri castighi? O Signore,
Signore, se a Voi nulla sfugge, se d'ogni creatura umana Voi conoscete
gli atti e i pensieri, sarò io per Voi una tal peccatrice che non mi
possa arridere la vostra clemenza? Io non mi son prosternata spesso,
lo so, ai piedi dei vostri altari, ma ho sempre procurato di seguire
la vostra legge d'amore e di carità; ho sempre procurato di fare il
bene, di accostarmi agl'infelici ed agli umili; ho compatito agli
errori, ho perdonato alle offese; deh, perdonatemi Voi!... Se ho
errato credendomi superiore alla fragilità del mio sesso ne fui
crudelmente punita. Sono caduta, ho perduto il diritto alla stima di
me stessa e all'altrui. Ma avrei sopportato coraggiosamente
l'umiliazione; ciò che mi spinge al passo estremo Voi non lo ignorate,
o Signore. Io non mi sento la forza di gettare nel mondo un innocente
che mi chiamerebbe responsabile de' suoi dolori.... La vita è triste
per tutti, o Signore; che sarà per quelli che portano seco una
debolezza di più?... Perdonatemi, Signore, perdonatemi».
Uno stropiccio di piedi, un concerto di gole raschiate e di nasi
soffiati con forza avvertì la Teresa che la messa era terminata. Le
sue vicine uscirono dall'altra parte della panca. Ritta presso a lei,
la Giulia Orfei le toccò leggermente la spalla.--Non vieni?
La Valdengo si scosse.--Hai fretta?
--Che vuoi restare?
--No vengo.... or ora.
--Ebbene resta fin tanto ch'io saluto Wolff, il pittore tedesco. Torno
subito a prenderti.
E s'avvicinò a un artista che addossato a uno dei pilastri
dell'intercolunnio centrale copiava l'ambone e la Vergine col bambino
che lo sormonta.
La Teresa Valdengo non pregava più. Con le mani intrecciate sulle
ginocchia ella guardava intorno a sè, di sotto il velo abbassato.
Dinanzi all'altare da cui il prete era sceso ardeva qualche
candelabro, qualche fiammella solitaria tremolava nelle lampade
massiccie d'argento pendenti dal sommo degli archetti. Gruppi di
forestieri giravano qua e là levando gli occhi verso i mosaici delle
cupole, procedendo guardinghi sul pavimento liscio e ondulato. Bella
come un'apparizione, una coppia di sposi dal tipo anglosassone saliva
i cinque gradini del presbiterio; egli spirante dalla fisonomia la
calma leonina dei forti, ella appoggiata al braccio di lui, stretta
alla vigorosa persona come l'edera al tronco; saliva lenta la fulgida
coppia sui gradini marmorei e pareva lasciar dietro a sè un solco
d'amore e di giovinezza.... Dalla parte opposta della crociera
un'altra messa cominciava; le panche si empivano di fedeli; per l'aria
tiepida e grave errava un profumo d'incenso; dalla nicchia d'un
confessionale spuntava il lembo d'un vestito di seta. Di quali colpe
s'accusava quella donna sconosciuta? A quali pene cercava un
conforto?...
--Eccomi--disse la Giulia Orfei che s'era congedata dal pittore.
La Teresa sorse in piedi e si mise a fianco della sua compagna.
Questa, presso alla porta, bagnò le dita nella pila dell'acqua santa e
si fece il segno della croce; indi ripigliò:--Io, vedi, quasi ogni
mattina la mia messa l'ascolto. Se ne faccio a meno sento che mi manca
qualcosa.
--Parli della messa come parleresti del caffè che si prende appena
alzate--osservò la Valdengo.
--Non scherzare, Teresa.... Mi conosci da bambina. Ho sempre avuto
religione, io.
L'altra sospirò.--E credi che io non ne abbia?
--Oh, lo so.... La vostra religione fumosa, vaporosa.... Tant'è non
averne.
--Ti pare?
--Ma sì.... Che cos'è la religione senza preti, senza chiese, senza
cerimonie?... Però oggi hai rotto il ghiaccio, e ci verremo ancora
insieme a San Marco.... Ah se tu mi permettessi di presentarti un
sacerdote di mia conoscenza.... un teologo....
--Per amor del cielo! Ieri il medico, oggi il prete. Mi consideri
bell'e spacciata.
--Dio me ne guardi.... T'ho consigliato anche un marito.... Dunque....
--Troppa roba in una volta--rispose la Teresa, sforzandosi di celiare.
E soggiunse:--Grazie a ogni modo, cara Giulia, delle tue premure,
grazie dell'amicizia che mi dimostri.
Erano uscite dalla basilica, avevano svoltato per la piazzetta dei
Leoncini, prendendo poi la strada del ponte di Canonica e di San
Filippo Giacomo.
--Uno di questi giorni potremo fare una passeggiata più lunga--propose
la Orfei.--Domattina aspetto la sarta.... ma doman l'altro....
Poichè la Valdengo non rispondeva, l'amica la urtò col gomito.--Oh,
sei nelle nuvole?
--Scusa, non ho sentito.
La Orfei rinnovò la sua proposta.
--Doman l'altro?--ripetè macchinalmente la Teresa.--Che serve
impegnarsi per doman l'altro? Tante cose possono succedere....
--Mi fai ridere.... Che vuoi che succeda? Tutt'al più può cambiare il
tempo.
--Appunto.
--E allora, festa.... O preferisci ch'io salga da te domani a qualche
ora per combinare?
--Domani!--pensò la Valdengo.--Ma domani io sarò morta!
Alla Giulia disse però:--Fa come ti piace... Ma smemorata ch'io
sono!... Perchè ti lascio venir fin qui?....Tu ti svii.
--Oh, importa molto!--esclamò la Orfei.
E insistè per accompagnar la Teresa sino alla porta di casa.
XXVII.
--È stato il conte--disse la cameriera dal pianerottolo.
--Quando?
--Mezz'ora fa, e si mostrò molto dispiacente di non averla trovata.
--Ha lasciato detto nulla?
--Che tornerà verso il tocco.
--Bene. Badate che, tranne il conte, non ricevo altri in tutta la
giornata.
--Nemmeno suo zio, se venisse...?
--Nemmeno. Parlo chiaro. Nessuno.... E che non accada come ieri.
--La contessa Orfei volle a tutti i costi....
--Non avrebbe già sforzato la porta.... Del resto, è inutile tornar
sulle cose vecchie.... C'è posta?
--Un giornale e una lettera.... di là, sulla scrivania.
Quantunque i vestiti le dessero noia ed ella non vedesse l'ora di
mettersi un po' in libertà, la Teresa entrò nel suo salottino senza
neanche levarsi il cappello. La lettera era lì, sopra il giornale.
Portava il bollo di Porto Said.
--Ha bisogno di me?--chiese la Luisa che aveva seguito la sua padrona.
--No, chiamerò.
Quella lettera doveva arrivare. Pur non confessandolo, la Teresa
l'aspettava; non per mutare o raffermare la sua determinazione ch'era
ormai incrollabile, ma perchè il silenzio di Guido di Reana, dopo i
rapporti esistiti tra loro, le sarebbe parso tale un oltraggio da
avvelenarle gli ultimi istanti.
Quella lettera doveva arrivare, e la Teresa l'aspettava. Tuttavia nel
vederla sul suo tavolino, il sangue le dette un tuffo. Sentì come una
voce che le dicesse:--Se ciò che attendevi è giunto, quali ragioni
d'indugio avrai più?
Ella ruppe la busta civettuola chiusa da un elegante monogramma,
spiegò il foglio profumato di muschio. E s'accinse a leggere, turbata
sì, ma non tanto che non le riuscisse di analizzare il suo turbamento,
e di non trovarvi, meravigliata, neanche un briciolo d'amore. C'era la
vergogna del fallo commesso, c'era la pietà del proprio destino, c'era
l'indulgenza, il perdono per chi l'aveva tratta a rovina; amore non ce
n'era. Non un palpito del cuore, non una vibrazione dei sensi; nulla.
Così lontano le pareva quel tempo e non erano trascorse che poche
settimane!
Nè la lettura di ciò che di Reana le scriveva sprigionò una favilla
dalle ceneri spente.
Ella si ricordava di alcune parole di lui.--Ti scriverò un fascicolo
da Porto Said.--Non erano invece che quattro paginette d'una
intonazione sbagliata da cima a fondo. Qua e là una frase inopportuna,
un'allusione sguaiata, e, in mezzo all'espressioni sentimentali,
romantiche, qualche spiritosità di cattiva lega, qualche motto
francese riportato con ortografia malsicura. Non aveva saputo, Guido
di Reana, trasfondere nella sua epistola artificiosa nulla della
grazia spontanea e dell'ardor giovanile a cui egli era andato debitore
dell'insperato trionfo. Anche il -tu- confidenziale ch'egli doveva pur
credersi in diritto d'usare, anche quel -tu- offendeva la Teresa. Ella
pensava alle lettere ch'era avvezza a ricevere da Mario Vergalli,
tenere e rispettose ad un tempo, rivelanti un'anima alta e leale, un
cuore pieno di gentilezza, un ingegno robusto, nudrito di studi, atto
a intender tutte le manifestazioni del bello. Che confronto, Dio
buono, che confronto!
Del resto, Guido adduceva due scuse del non scriver più a lungo: le
esigenze del servizio che gli avevano impedito di prender la penna in
mano durante tutto il viaggio e il desiderio di punir la -mammina-
cattiva che a Porto Said non gli aveva fatto trovar nemmeno una riga.
Ora la -mammina- (due volte Guido ripeteva la parola malaugurata)
doveva affrettarsi a inviargli sue notizie a Massaua, ove il -Colombo-
si sarebbe trattenuto circa un mese. Da Massaua naturalmente avrebbe
riscritto anch'egli per dir la sua impressione sulla nostra colonia e
sulle donne abissine per le quali i suoi compagni mostravano una
curiosità indiscreta ed incomprensibile. In quanto a lui aveva troppo
impresse nella memoria certe donne bianche per sentir la tentazione
delle negre. Di Reana finiva ringraziando la Teresa d'avergli dato una
felicità di cui egli non era degno e che non avrebbe dimenticato
giammai, e rievocando le memorie dell'ultimo giorno passato insieme.
Egli sentiva che, avesse pur vissuto cent'anni, non si sarebbe più
rinnovato per lui un giorno simile a quello.
La Teresa ripose silenziosamente la lettera nella busta. L'idea che,
nel corso di quella notte, aveva un istante attraversato il suo
spirito la faceva sorridere d'un sorriso amaro. Bene in verità ella si
sarebbe rivolta a questo ragazzo leggero, sensuale, avido di piaceri,
per dirgli:--Bada, caro, la nostra relazione ha avuto conseguenze che
tu non t'immaginavi; prendine anche tu la tua parte.--Bene si sarebbe
rivolta; bene avrebbe provvisto all'avvenire della creatura che
portava in grembo!
Ah no, nemmeno gli avrebbe scritto. Nel suo cassetto, insieme con gli
altri ricordi ch'ella lasciava a conoscenti ed amici ce n'era uno per
lui, un anello di zaffiro ch'egli aveva ammirato. Era in una piccola
scatola suggellata, con l'indirizzo di pugno della Teresa: «Al signor
conte Guido di Reana, sottotenente di vascello, a bordo del
-Cristoforo Colombo-.» Mario Vergalli avrebbe avuto la bontà di
recapitarlo. Tanti sacrifizi ella aveva chiesto a Mario che osava
chiedergliene uno di più.
E ora, infilata ch'ebbe la sua vestaglia e fatto il suo simulacro di
colazione, ella stette ad aspettarlo con un'ansietà maggiore
dell'usato. Perchè aveva egli quella mattina anticipata la visita
quotidiana? Che aveva saputo? Che aveva supposto?
XXVIII.
Mario Vergalli giunse un po' prima dell'una, pallido, stravolto.
--Mi duole che non m'abbiate trovata in casa questa mattina--ella
disse.--La Giulia Orfei ha voluto a tutti i costi trascinarmi a far
quattro passi... Ma che avete?... Siete turbato!... Via, accomodatevi,
parlate.
--Oh sì, molto turbato--egli rispose afferrandole la mano.--Teresa,
Teresa, perchè tanti sotterfugi con me?
Ella impallidì.
--Quali sotterfugi?
--Voi foste a Milano--riprese Vergalli.--C'eravate nel giorno che ci
fui io di passaggio... Vi hanno vista in un -fiacre-. E poichè quella
sera la stessa persona deve aver visto me, si è creduto che fossimo
insieme... Voi sapete pure che non eravamo insieme... Con chi eravate?
L'insinuazione contenuta in questa domanda fece salire una fiamma al
viso della Valdengo. Pur si frenò. Non erano più i tempi in cui ella
poteva fulminare col suo disprezzo chi dubitava di lei.
--Hanno ardito sostenere ch'io ero con qualcheduno?--ella chiese.
--No... almeno non credo... Ma è vero dunque che voi foste a Milano?
--È vero.
--E perchè tacerlo?
--Non si presentò l'occasione di discorrerne.
--Come? La mattina che venni da voi vi avevo detto che arrivavo da
Milano, appunto allora. Voi eravate giunta con una corsa prima, e non
vi pare che fosse naturale il discorrerne?
--Dovreste ricordarvelo, amico mio--replicò la Teresa--il nostro
colloquio di quella mattina. C'era qualche cosa di più importante e
più grave che la combinazione d'essere stati tutti e due a Milano con
poche ore d'intervallo.
--Non lo nego... ma...
La Teresa continuò:
--E non fui schietta, non fui leale con voi quella mattina?
Confessandovi le mie debolezze, rivelandovi, a costo di farvi tanto
soffrire, ciò che una donna è così restia a rivelare, non vi ho dato
la miglior prova della mia sincerità?
--Ebbene... in tal caso dev'esservi facile spiegarmi quella vostra
gita.
Bisognava mentire, e la Teresa ripetè a Vergalli la storia della
sarta.
--Per questo siete andata a Milano?--proruppe il conte Mario.
--Sì, qual meraviglia? Non lo sapevate che una parte de' miei vestiti
li ordino a Milano?... Per solito la sarta vien lei un paio di volte
all'anno a Venezia; quest'autunno non poteva venire; sono andata
io.... Ecco, anche per la -toilette- sono come le altre donne.
Vergalli tentennò la testa con aria scettica.
--Vi siete messa in viaggio sola, senza nemmeno la vostra cameriera...
mentre stavate già poco bene?... No, no, Teresa, dite ch'io non ho il
diritto d'interrogarvi, dite che siete padrona assoluta di voi stessa,
ch'io non sono nè vostro marito, nè vostro padre, nè vostro fratello,
nè vostro amante; ma non mi trattate come un bambino al quale si dà a
credere quello che piace.
Egli chinò la testa sul petto, schiacciato sotto un peso
intollerabile.
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