--O Sauri... non la finiamo?
--Il polso poi... Che cos'è un medico che non tasta il polso?
La Teresa dovette rassegnarsi.
--Un po' frequente... un po' agitato--disse Sauri,--Ma non c'è
febbre... Credo che una purgatina basterà... Però io la consiglierei
di aversi qualche riguardo... O che bisogno ha di venir qui in riva al
lago?
--Non son mica le paludi pontine... E se crede ch'io sia disposta a
rimaner tappata in casa...
--No... Ma per un paio di giorni potrebbe contentarsi di star sul
davanti ove c'è più sole...
--Ce n'è anche qui del sole...
--Ce n'è meno... E poi c'è l'acqua e ci son troppi alberi... Non
convien dimenticarsi che siamo al 2 di novembre.
--Il giorno dei morti.
--Già, quest'anno è caduto di domenica.
--È vero, è domenica... Essendo stata festa ieri mi confondevo...
credevo fosse lunedì.
Il dottore parlò alquanto delle corse di Treviso, dello spettacolo
d'opera al Teatro Sociale. Ella non ci andava?
--Se sono un'invalida!--disse la Teresa sorridendo.
--Oh per sabato prossimo che c'è la corsa grande sarà perfettamente
guarita... Intanto, badi a me, venga via di qua...
E per darle il buon esempio si alzò.
La Teresa si strinse nelle spalle. Tuttavia ella consentì ad avviarsi
verso casa in compagnia del dottore, chiacchierando di cose
indifferenti.
--Passerò domattina--disse Sauri accommiatandosi.
Ella si chinò su un cespo di rose.--Arrivederci.
Oh come gli sarebbe stata riconoscente s'egli le avesse scoperto il
principio d'una grave infermità; d'una buona tifoidea, d'una polmonite
doppia, d'una congestione cerebrale o di qualche cosa di simile! Come
si sarebbe messa a letto docile e rassegnata, rassegnata a morire se
la Provvidenza voleva così, rassegnata a guarire se, guarendo, ella
non avesse più sentito la spina acutissima che ora le trafiggeva le
carni. Per un istante ell'ebbe l'idea di tornarsene laggiù, appunto
perchè Sauri le aveva detto che non era senza pericolo il rimanervi.
Sì, ma era poi certa di pigliarsi una malattia mortale? E che ci
avrebbe guadagnato a esser côlta da una febbre che la tenesse
prigioniera in camera per due o tre settimane? Forse che il nuovo
germe morboso da lei assorbito avrebbe distrutto la causa preesistente
del suo malessere? O non l'avrebbe invece svelata più presto? Ma
intanto come saper la verità, temuta e pur necessaria? Sicuro;
aspettando ella l'avrebbe saputa... nello stesso tempo degli altri...
e questo no, ella non voleva a niun patto, decisa com'era a portar
nella tomba l'umiliante segreto.
Fu per qualche ora inquieta, irascibile; sgridò la cameriera
ostinandosi a credere che fosse stata lei ad avvertire il dottore
Sauri e a farla passar per malata, e dicendo che non permetteva alla
sua servitù di tenerla sotto tutela. Era lei la padrona di casa, se lo
ricordassero bene. E per cominciare, rinnovava, nel modo più
categorico, l'ordine di non ricever nessuno.
Poi, sola nel suo salotto terreno, sprofondata in una poltrona, ella
cadde in un assopimento doloroso. Si scosse ch'era già vicina la
notte, balzò in piedi, sonò il campanello. La Luisa le portò il lume,
le portò due o tre carte da visita ch'eran state lasciate per lei e un
paio di giornali giunti per la posta.
--Comanda altro?
--Sì... allontana quelle rose. Mandano un odore troppo acuto.
--Devo riaccendere il foco in salotto da pranzo?
--Riaccendi... Non fa freddo, ma è umido...
La Luisa s'indugiava; pareva aver un'interrogazione sulla punta della
lingua.
--Va, va--le disse la signora.
--Le rose le metto in sala?--chiese la cameriera.
--Sì, sì, dove vuoi--replicò la Teresa,--Spicciati.
Ella amava tanto le rose una volta. Perchè le ripugnavano adesso? Era
un sintomo anche questo?
Guardò appena le carte da visita. Che le importava de' suoi
visitatori? Che le importava di alcuna cosa al mondo, se ciò ch'ella
temeva era vero?
Dei due giornali che la posta le aveva recati ella ne aperse
distrattamente uno a cui era abbuonata da un pezzo, il -Corriere della
Sera- di Milano. Lo spiegò, e scorrendone la terza pagina, l'occhio le
cadde sopra un annunzio che certo doveva esservi comparso altre volte,
ma che l'era sempre sfuggito o sul quale ella non aveva fermato mai
l'attenzione. L'annunzio, stampato in caratteri piccoli, era il
seguente: -Il dottore Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve ogni
giorno dall'una alle tre. Piazza Beccaria, n. 5-.
Strana combinazione! Il nome di questo dottor Boni, menzionato nella
lettera recente della sua sarta con l'appellativo di -celebre
ostetrico-, le ricompariva dinanzi a così breve intervallo e proprio
nel momento in cui ella aveva il bisogno di consultare un medico, uno
specialista che dimorasse in altra città e che non la conoscesse. La
Teresa Valdengo non era superstiziosa, non credeva agli avvertimenti
soprannaturali; pur quella coincidenza non poteva a meno di colpirla,
di suggerirle un'idea molto semplice ed ovvia. O perchè non sarebbe
andata a Milano, perchè non avrebbe consultato il dottor Boni? Ora,
dai fondi oscuri della memoria, sorgeva in lei la vaga reminiscenza di
un discorso udito tempo addietro in un crocchio di signore, non
ricordava bene nè il dove, nè il quando, un discorso nel quale alcuno
aveva accennato a questo dottor Boni, milanese, come a un ginecologo
insigne, uno dei migliori d'Italia. Forse non era, forse si trattava
di un altro. Ma invero, nel caso di lei, non occorreva affatto un
medico insigne. Bastava uno al quale ella potesse aprirsi con minore
vergogna.
Quando l'animo è agitato dalle tempeste, ogni risoluzione, anche
d'indole secondaria, dà pur qualche istante di calma. Così la Teresa
Valdengo, di mano in mano ch'ella si raffermava nel proponimento di
ricorrere al dottor Boni, si sentiva più tranquilla, più forte, più
padrona di sè. E nel resto di quel giorno e nei due dì successivi ella
seppe adattarsi al viso la maschera dell'impassibilità, seppe celar ai
familiari e agli estranei la cura assidua, affannosa ond'ella studiava
sè stessa, intenta a cogliere ogni segno, ogni indizio che avvalorasse
o affievolisse i suoi crudeli sospetti. Al medico ella dichiarò ch'era
perfettamente guarita.
--Guarita senza bisogno delle due polveri di Seidlitz--ella disse. E
poich'egli stentava a persuadersene e la trovava giù di cera,--Oh, la
cera--ella ribattè--non significa nulla. Non sono stata mai color di
rosa, e adesso sarò in un cattivo momento. S'invecchia, caro Sauri, e
le donne che hanno resistito più a lungo danno un crollo più rapido...
Convien rassegnarsi.
XV.
Ma la sera del terzo giorno, sentendosi più inquieta del solito, la
Teresa decise di romper gl'indugi e disse alla Luisa:--Preparerai
subito la mia sacca da viaggio, quella piccola, mettendovi lo stretto
necessario per un'assenza brevissima.
La cameriera la guardò attonita.
--Parte?
--Sì, domattina presto... Verrai a chiamarmi alle sei e mezzo... E che
per le otto ci sia il -brougham-.
--Va a Venezia?
--No, faccio una corsa a Milano... Voglio intendermi con la mia sarta
che non può venir lei... Sarò di ritorno per la fine della settimana.
--E... parte sola?
La domanda, fatta senz'ombra di malizia, parve indiscreta alla Teresa
che aggrottò le ciglia e disse brevemente:
--Sì. Perchè?
--Perchè... non essendo stata bene...
--Sto bene ora... Dunque, bada d'esser esatta... Alle sei e mezzo. E
la sacchetta, mi raccomando.
La Luisa chinò il capo e non soggiunse altro.
Alle sette della mattina la Teresa era già nel salotto terreno ad
attender la carrozza.
--È poi abbastanza coperta?--chiese la cameriera mentre le infilava
l'-impermeabile-.
--Sì, sì, oltre al bisogno... Non vado mica in Siberia...
--È un aria umida, fredda...
--Siamo ai cinque di novembre, ragazza mia--notò la Teresa
accostandosi alla portiera e guardando in alto.
Il cielo era grigio; pareva quasi notte. Infatti sulla tavola del
salotto ardeva ancora una candela.
Incoraggiata dai modi affabili della signora, la Luisa disse:
--Come l'avrei accompagnata volentieri a Milano!
--Grazie. Sarà per la prossima volta.
Il -brougham- venne a fermarsi davanti alla scalinata. La cuoca e
l'ortolano erano lì a salutar la padrona. Andrea, il giardiniere, salì
a cassetta.
--Buon viaggio, buon viaggio.
--Scriverò o telegraferò per avvertir dell'ora del mio ritorno--disse
la Teresa ricambiando i saluti.
Il treno giunse alla stazione in orario. Ella entrò in uno
scompartimento di prima classe ove non c'era che un signore vecchio,
sonnecchiante in un angolo.
A Mestre salì sul diretto Venezia-Milano. Ella tremava all'idea di
trovar qualche conoscente che percorresse la medesima linea e la
importunasse con la sua conversazione o con le sue offerte di servigi;
per fortuna non ebbe a compagni dal principio alla fine che due
Inglesi, marito e moglie, immersi nel loro Baedeker: -Northern Italy-.
Solo una volta, verso Peschiera, la signora si rivolse dalla parte
della Valdengo e mostrando col dito una striscia azzurra di là dal
finestrino disse in tuono interrogativo:--Garda?
La Teresa accennò di sì col capo. Parlava correntemente l'inglese, ma
non era in vena di attaccar dialogo nè in quella lingua, nè in altra,
e preferì lasciar credere ch'ella non sapesse neanche dir -yes-. E non
si mosse mai dal suo posto, non lesse un libro; stette per lo più col
velo calato, con gli occhi socchiusi, cercando di dormire, lottando
col malessere che la riprendeva di quando in quando e che aveva sempre
gli stessi caratteri.
A Brescia sentì il giornalaio che gridava: -La Perseveranza, Il
Secolo, Il Corriere-. Affacciatasi al finestrino, si fece dar -Il
Corriere-, lo aperse, guardò nelle inserzioni a pagamento. L'avviso in
terza pagina, che da due giorni mancava, oggi c'era: -Il dottore
Ermete Boni, chirurgo ostetrico, riceve-, ecc.
La Teresa Valdengo scese a Milano in un albergo ch'ella sapeva goder
buona riputazione, -La bella Venezia-. Richiesta del nome, trasalì, e
poichè, contro ogni sua abitudine, ella era entrata nella via delle
finzioni scrisse sul libro, anzichè il proprio, il nome di una zia
materna, vedova di un Francese, morta anni addietro senza lasciar
discendenti, madame Gilbert. Si fece portar in camera una tazza di
brodo ristretto con un rosso d'ovo e dicendosi lievemente indisposta
non uscì in tutto il restante della giornata e si coricò prestissimo.
Dormì forse un paio d'ore di un sonno agitato, e svegliatasi in
sussulto credendo che fosse quasi il mattino accese il lume e con
sgomento si accorse che non era ancor mezzanotte. Tentò di
riaddormentarsi e fu vano; aperse un libro e non le venne fatto di
leggere due righe di seguito. Rimase lì immobile, supina, con gli
occhi sbarrati, con la mente fissa in un pensiero. Nell'andito, nelle
stanze vicine si udivano suoni e bisbigli; stropiccio di piedi e
fruscio di vesti; voci sommesse di forestieri discreti e voci tonanti
di forestieri maleducati che senza riguardo dell'ora chiamavano
dall'alto al basso della scala; usci che si aprivano e si chiudevano;
campanelli elettrici che tintinnavano. O era finito allora qualche
teatro, o era arrivata una corsa. Alla lunga i romori cessarono; solo
ogni tanto il silenzio era rotto dallo strepito di un veicolo che
traversava piazza San Fedele o dai rintocchi di un orologio. La Teresa
contò successivamente l'una, le due, le tre. Oh la tristezza d'una
notte insonne d'albergo ove l'orecchio non coglie un romore domestico
nè l'occhio si riposa sopra un oggetto familiare; oh il senso di
solitudine, d'abbandono, d'angoscia all'idea che tutto quanto ne
circonda ci è estraneo e che noi siamo estranei a tutto; alla camera
che ci accoglie, al letto su cui giacciamo, alla gente che divisa da
una sottile parete, russa accanto a noi, e che è venuta oggi non si sa
di dove e andrà domani non si sa dove! Oh il desiderio affannoso del
sole, del sole mite e benefico, che dissipa l'ombre, che calma i
terrori, che mette un po' di pace nei nervi agitati!
Ma quando, a giorno fatto, la povera donna si alzò, non brillava il
sole. Dal cielo grigio di novembre scendeva un'acquerugiola fina, di
quelle che minacciano di durar per un pezzo. Dalla finestra che dava
sulla piazza di San Fedele la Teresa vedeva i -fiacres- gocciolanti
immobili sotto la pioggia, coi cocchieri avviluppati nell'-impermeabile-
e i cavalli coperti il dorso da una tela cerata. In mezzo alla piazza la
statua in bronzo di Alessandro Manzoni acquistava in quell'umidità una
lucentezza insolita; i pedoni passavano silenziosi sotto gli ombrelli,
evitando le larghe pozze sparse qua e là.
La Valdengo ordinò la colazione in stanza per le undici e mezzo e un
-fiacre- per l'una in punto.
--Devo aspettare a far la camera allora?--chiese la donna
dell'albergo.
--No, no--rispose la Teresa.--Fate come s'io non ci fossi... O
piuttosto sbrigate ciò ch'è più necessario, e finirete quando non ci
sarò.
Alla richiesta se si tratteneva la notte ella ebbe un momento di
esitazione; poi rispose di sì. L'era duro il passare un'altra notte
all'albergo, ma non sarebbe potuta partire che alle undici di sera, e
a quell'ora, così sola, non le piaceva.
La fantesca andava, veniva, portava gli asciugamani puliti, rifaceva
il letto, spolverava i mobili, guardando di sottecchi quella signora
dall'aspetto sofferente che sedeva nell'angolo del canapè, tutta
imbacuccata nello scialle per ripararsi dall'aria umida che entrava
per la finestra aperta. Aveva voluto lei che si spalancassero i vetri,
per ventilare la camera, e anzichè scendere nella sala di lettura era
rimasta lì a prendersi il freddo. E sì ch'era una dama. Lo si capiva
dalla fisonomia, dal vestito, dai modi, dal portamento; era una dama e
non doveva essere avvezza ai disagi. Ed era maritata; aveva l'anello
al dito. O perchè non aveva portato seco la cameriera? Perchè schivava
la gente? Aspettava qualcheduno? O doveva lei andare a cercar
qualcheduno con quel -fiacre- che aveva ordinato pel tocco? Non c'era
verso d'attaccar discorso. La Teresa pareva una statua. Non che fosse
superba o sprezzante; che anzi se diceva qualche parola, la diceva con
una voce dolce, con un tono affabile, come di persona che si
raccomanda: ma era chiaro che aveva di gran pensieri pel capo e che
desiderava esser lasciata tranquilla.
Alla fine la donna richiuse la finestra e piantandosi dinanzi alla
Teresa:--Ha bisogno d'altro?--le domandò.
--No, grazie--rispose l'interrogata.
Appena fu sola, la prese una delle sue nausee violente, ed ella dovè
portarsi il fazzoletto alla bocca... Ahimè, quei sintomi che si
ripetevano ostinatamente, uniti ad altri indizi non dubbi, quasi
rendevano superfluo il consulto. Che male poteva essere il suo, se non
era il male che tante spose invocano come pegno di gioie soavi e
ineffabili?
Comunque sia, se il suo non era che un sospetto, ella voleva mutarlo
in certezza; s'era già una certezza, ella voleva avere una certezza
più grande. L'orologio segnava le dieci e un quarto. Ancora tre ore,
ancora tre ore e mezzo prima di poter recarsi dal dottor Boni. E
s'egli non fosse in città? Se impegni precedenti gli avessero impedito
di riceverla? Che avrebbe ella fatto? A chi si sarebbe rivolta, ella
che non conosceva nessuno?
Pur l'animo della Teresa Valdengo era così pieno d'angoscia che non le
restava posto da accoglier questa nuova ragione d'ansietà, ed ella
cacciò da sè il dubbio che il dottor Boni non si trovasse in paese o
fosse impedito. E intanto, ritta dietro i vetri, ella assisteva
distratta allo sfilar delle carrozze che a tre, a quattro, a cinque,
sboccando da Santa Radegonda, da piazza della Scala, da via
dell'Agnello, portavano al municipio i corteggi nuziali, e si
fermavano sotto la pioggia, davanti al palazzo Marino, di fronte
all'albergo. Scendeva dal primo legno la sposa, per lo più con un
mazzo di fiori in mano; scendeva protetta dall'ombrello del compare,
vigilata teneramente dai parenti; poi con passo ora tardo e
vacillante, ora svelto e sicuro, saliva la piccola scalinata, ed
entrava nel portone del palazzo di cui gli uscieri municipali tenevano
aperti i battenti. Seguiva la seconda vettura con lo sposo e altri
congiunti più stretti, fratelli, sorelle, testimoni; quindi, nei legni
successivi, venivano gli amici e i semplici conoscenti. Le carrozze,
deposto il loro carico, lasciavano il posto ad un altro corteggio e
andavano a schierarsi in un angolo della piazza, o intorno alla statua
del Manzoni, il vecchio arguto e immortale, che dal suo piedistallo di
marmo pareva sorridere all'amore e alle nozze. Di tratto in tratto,
dal portone del Palazzo civico, un usciere faceva un segno. E un
gruppo di vetture si muoveva, tornava a fermarsi davanti alla
scalinata, ove, dopo il -sì- irrevocabile, s'affacciavano sposi quelli
ch'erano saliti fidanzati. Gli sportelli si aprivano e si
richiudevano, i cocchieri toccavano le redini o agitavano la frusta, e
via tra il fango e la pioggia... Che destino attendeva le nuove
famiglie?... Che gioie, che dolori, che disinganni?
XVI.
--Piazza Beccaria, numero cinque--disse la Teresa al fiaccheraio,
mettendo il piede sul predellino. Ell'era bianca in viso come una
morta, ma risoluta.
Il cameriere dell'albergo, salutando, chiuse lo sportello; la vettura
partì.
Lungo la strada, la Teresa Valdengo pensò a ciò che avrebbe detto al
dottore, a ciò che il dottore le avrebbe chiesto. Il suo nome, nè il
vero nè il finto, ella non aveva bisogno di dirglielo; ma la natura
de' suoi disturbi, ma i suoi dubbi, quelli certo non poteva
nasconderglieli... se andava da lui appunto per questo. E c'erano
tanti particolari ch'egli avrebbe voluto sapere, ch'egli avrebbe avuto
il diritto di sapere. Ella non era obbligata a confessar ch'era
vedova, ma d'altra parte una donna che vive in condizioni normali non
s'avvolge nel mistero per chiarire un fatto così semplice, e se pur
crede di dover sentire l'opinione d'un medico, non va in persona a
casa di lui... lo chiama a casa sua, e se non è del paese, lo fa
venire all'albergo. Onde, senza ch'ella glielo dicesse, egli avrebbe
indovinato ch'ella aveva le sue ragioni per agire così... Pazienza!...
A ogni modo, egli l'avrebbe creduta una forestiera, una francese,
perch'ell'era deliberata di parlargli francese, e confidava che la sua
pronuncia perfetta l'avrebbe tratto in inganno. Ma com'era doloroso
per lei, per lei franca, schietta, leale, questa necessità di
ricorrere a continui sotterfugi!
Il -fiacre- si fermò, il cocchiere saltò da cassetta.
--Piazza Beccaria?--chiese macchinalmente la Teresa.
--Sissignora, numero cinque--replicò il fiaccheraio. E l'aiutò a
scendere.--Aspetto qui?
Ella fece un segno affermativo col capo ed entrò in un portone che
aveva due grandi cariatidi ai lati.
Passando per la portineria ella domandò:
--Il dottor Boni?
--Seconda scala, a destra, primo piano--rispose dal fondo dei suo
bugigattolo una voce irrugginita.
La scala, in quella giornata buia, era illuminata da una lampada
elettrica. Un tappeto, alquanto logoro, ne copriva gli scalini. Dopo
la prima branca, sul pianerottolo, c'era un sedile di velluto cremisi.
Al sommo della seconda scala una porta s'aperse, forse per un segnale
dato dal basso, e un servitore in livrea accolse rispettosamente la
visitatrice e la introdusse in un'anticamera ove alcune donne
aspettavano sedute. Nessuna si alzò, ma tutte fissarono con curiosità
la nuova arrivata, dal vestito così elegante, dal portamento così
signorile. Anch'ella sedette nell'angolo d'un divano e guardò le sue
compagne di dolore. Erano quattro in tutte; due parevano popolane,
giovani ancora, ma d'una giovinezza sfiorita dalle fatiche e dalle
privazioni; d'una terza, incappucciata dalla testa ai piedi, non si
avrebbe potuto indovinare nè l'età, nè la condizione; la quarta,
all'aspetto, doveva appartenere alla piccola borghesia; mostrava una
trentina d'anni, aveva la fisonomia dolce e malinconica di persona
avvezza e rassegnata a soffrire; vestiva dimessa, ma non senza un
certo decoro.
Si udì, dal di fuori, un rintocco di campanello, e gli occhi di quelle
donne aspettanti si volsero tutti verso un uscio laterale, dissimulato
da una pesante portiera di stoffa.
Di lì a pochi secondi il cameriere in livrea sollevò la portiera, e
tenendosi immobile sulla soglia accennò alla Valdengo. Ella, ch'era
l'ultima arrivata, girò gli occhi intorno dubbiosa; le altre
mormorarono ostili. Ma il cameriere rinnovò il segno, ed ella si fece
innanzi.
--Avanti, avanti--disse l'uomo, senza curarsi delle proteste.
--Perch'è una signora--borbottò stizzosamente la femmina
incappucciata.
--S'intende... ungerà la ruota--soggiunsero le due popolane.
Solo la modesta borghese non aperse bocca, ma una lacrima silenziosa
le inumidì la pupilla.
La portiera si riabbassò; la Teresa, sempre preceduta dal servo,
percorse un andito breve, una delle cui pareti era fatta di cristalli
appannati; un altro uscio si aperse ed ella si trovò al cospetto del
dottor Boni in persona che la invitò cortesemente a sedere.
Ella lo aveva creduto vecchio e non era; poteva avere tutt'al più
cinquant'anni. Aveva statura giusta, fronte spaziosa, barba e capelli
appena brizzolati, occhi da miope, grigi, intelligentissimi... Ah
quegli occhi quante cose dovevano aver visto, quanti segreti dovevano
aver penetrato!
Ritto dinanzi alla sua cliente, egli la interrogava con lo sguardo.
Ella, turbatissima in quell'ora decisiva della sua vita, aveva come
paralizzata la lingua.
--Si ricomponga, signora--egli disse, sedendole accanto.--Desidera
prender qualche cosa? Dell'acqua? Del marsala?
Ella fece segno che non aveva bisogno di nulla. E gli chiese:
---Vous parlez français-?
Il dottore rispose di sì, pur dubitando, nonostante il correttissimo
accento, ch'ella si servisse d'una lingua non sua.
La Teresa intanto, sempre in francese, cominciò a descrivere i
disturbi di cui soffriva da alcuni giorni.
Il dottor Boni l'ascoltava con attenzione benevola. Non lo imbarazzava
la diagnosi del male di cui gli si esponevano i sintomi. Più difficile
gli riusciva invece di farsi un'idea esatta della signora che
ricorreva al suo consiglio. Non un'avventuriera, egli sarebbe stato
pronto a giurarlo; anzi, secondo tutte le apparenze, una signora molto
per bene che aveva qualche forte ragione per nascondere il vero esser
suo; perch'ella non era francese, il dottor Boni avrebbe giurato anche
questo; era italiana come lui, sebbene non certo milanese, non
lombarda... Del resto, con un po' di furberia, gli sarebbe riuscito di
scavar terreno. Ma egli era troppo pratico dell'arte sua da non sapere
che la discrezione è uno dei requisiti più necessari del medico.
E le prime parole ch'egli le indirizzò quand'ella ebbe finito parvero
più ch'altro intese a schermirsi dall'obbligo di pronunziare un
responso assoluto.
--Niente di grave, niente che debba impensierirla... Fenomeni
transitorî... naturali... Ma, scusi, lei resta assente per un pezzo da
casa sua?
--Nossignore.
--Ebbene... quest'assenza io le consiglierei d'abbreviarla ancora...
La quiete sarebbe il migliore dei rimedi... La quiete ed il tempo...
Il suo medico, che certo la conosce a fondo...
--Mi perdoni--interruppe la Teresa Valdengo, e ormai la sua voce era
ferma--io sono venuta da lei per sapere positivamente la causa del
malessere che mi turba... Vorrei ch'ella me lo dicesse senza frasi
ambigue.
Il dottor Boni chinò il capo rassegnato.
--Allora, mi permetta qualche interrogazione.
--Sono a' suoi ordini.
Chiariti alcuni punti d'indole tecnica, il medico domandò:
--La signora ha già avuto bambini?
Ella ormai sentiva quale sarebbe stato il verdetto, sentiva che tutto
quanto era perduto; nondimeno, irrigiditasi in uno sforzo supremo,
rispose:
--No... ebbi uno sconcerto pochi mesi, dopo sposata... sedici o
diciassett'anni fa...
--Sposata da più di diciassett'anni!--esclamò Boni con sincera
meraviglia. Ma capì che il momento non era propizio alla galanteria, e
soggiunse:--E... da quel tempo in poi... nulla?
--Nulla.
--Dunque c'era un marito--pensò fra sè il dottore.--Sta a vedere se
c'è più.
Indi continuò a voce alta:--In ogni modo son casi che succedono...
anche con intervalli più lunghi.
--Sicch'ella è d'opinione?...--riprese la Teresa dopo un breve
silenzio.
--Per me non c'è il minimo dubbio--replicò il dottore--a meno ch'ella
non mi assicurasse che -non può essere-.
Ella ebbe un gesto che significava: -Può essere-.
--Non ha consultato nessuno prima di me?--chiese il dottor Boni
proseguendo il suo interrogatorio.
--Nessuno.
--Certo i sintomi l'hanno sorpresa durante il viaggio?
--Appunto.
--Ebbene, quand'ella sarà rimpatriata, il suo medico le ripeterà
quello che le ho detto io... Son mali che guariscono da sè... Non c'è
che da aspettare... E, almeno in principio, convien evitare ogni
movimento eccessivo, evitar le emozioni... Ella mi assicurò che la sua
assenza non durerà molto...
--No.
--Nè il ritorno sarà troppo lungo, troppo faticoso?
--No.
Egli non insistette. Disse solamente:
--Se vuole, le ordino un calmante.
--E per quelle insonnie, quelle insonnie terribili?
--Ci va soggetta, mi pare?--chiese il dottore tenendo la penna sospesa
fra le dita.
--Da un pezzo... Prendevo il cloralio.
--Posso ordinarle anche quello... in piccola dose... Io non ho
simpatia per questi veleni.
Completò la ricetta e gliela porse.
--Grazie--ella disse ripiegando la carta e riponendola in un elegante
portamonete. Nello stesso tempo tolse di tasca una busta già preparata
e la consegnò al dottor Boni.
Fece per rialzarsi, ma le forze la tradirono, e ricadde sulla sedia.
Era livida.
Il medico le fece aspirare una boccetta di sali, la indusse a bevere
alcune goccie d'un tonico.
--Non è niente--disse la Teresa passandosi la mano sulla fronte e
levandosi in piedi. Le gambe le tremavano; pur si reggeva da sè. E
soggiunse:--Sono disturbi inerenti al mio stato, non è vero?
Egli accennò di sì.
A lei errava un sorriso enigmatico sulle labbra esangui.
L'altro capiva che non erano soltanto disturbi fisici; che, a ogni
modo, i disturbi fisici erano inaspriti da una grande angoscia morale.
Capiva che la dichiarazione strappatagli da quella povera donna aveva
esercitato sopra di lei un'influenza sinistra, sentiva inevitabile un
dramma di cui forse egli non avrebbe conosciuto mai i particolari, ma
di cui credeva di poter indovinare a un dipresso i personaggi e la
tela: due coniugi separati di fatto; un marito pronto a valersi di
ogni arma contro la compagna infedele; una moglie impreparata all'onta
che le pendeva sul capo; un amante atterrito dalla nuova
responsabilità che lo minacciava e impaziente di scuotere un giogo che
diveniva troppo pesante; dei figli forse, dei figli legittimi che non
avrebbero mai perdonato il fallo materno... Povera, povera donna!...
Del resto, che colpa ne aveva lui, il medico? Un suo responso diverso
avrebbe mutato la condizione delle cose? Avrebbe impedito alla verità
di venire in luce? E, infine, non aveva quella signora voluto saper
tutto a ogni costo?
--Ha la carrozza?--egli chiese con sollecitudine.
--Sì, grazie.
--Perchè... posso farla accompagnare--soggiunse il dottore mentre
suonava il campanello.
--Oh no, no--disse pronta la Teresa, agganciandosi un guanto. Abbassò
la veletta e s'accommiatò con un inchino.
Tenendo sollevata la portiera, il dottor Boni fece un cenno al
domestico. Questi mostrò d'avere inteso e precedette la signora lungo
il corridoio e fin giù per le scale.
--Se non c'ero io--susurrò lo strisciante lacchè--la signora contessa
aspetterebbe ancora nell'anticamera.--Il titolo era buttato lì a caso,
in omaggio alla massima: -Melius abundare quam deficere-.
La Valdengo, turbata com'era, sulle prime non capiva.
L'altro si decise a mettere i punti sugl'-i-.
--Il dottore vuole che si rispetti il turno... La signora contessa era
l'ultima arrivata.
--È vero--balbettò la Teresa, e ormai parlava in italiano.--Non era
giusto ch'io passassi avanti.
E pensò a quelle donne che avevano diritto di esser ricevute prima di
lei e il cui tempo era più prezioso del suo; perchè la loro mancanza
dalla casa voleva dire il disordine nella famiglia, la loro mancanza
dall'officina voleva dire una giornata di salario perduta. Sempre,
sempre le disuguaglianze sociali; persino nella malattia, nella morte,
nella vergogna!
--Ma bisogna saper distinguere le persone--riprese il servo con
un'aria da cui traspariva la serena coscienza dei propri meriti.
E poich'erano sotto il portone che dava sulla strada, soggiunse:--La
signora contessa ha ordinato al suo cocchiere d'attenderla qui? Non
vedo nessun legno.
--Ma sì... Dev'essere quel -fiacre-, dall'altra parte.
--Ah... è un -fiacre-?--disse l'uomo alquanto sconcertato dalla
rivelazione. Egli s'aspettava di veder almeno una carrozza di rimessa.
Intanto il vetturino, ravvisata la Teresa, aveva scosso le briglie sul
collo al cavallo.
Fermo che fu davanti al portone, scese di cassetta con l'ombrello
aperto.
Il servo del dottore rinnovò i suoi salamelecchi, che divennero più
umili e più ossequiosi quando la Valdengo, senza nemmeno guardarlo in
faccia, gli ebbe messo in mano un biglietto da cinque lire.
--All'albergo?--domandò il fiaccheraio.
--No, prima al telegrafo.
Parlava come trasognata, con una voce che non le pareva la sua; agiva
come un automa serbando la chiara coscienza di due cose sole, avendo
chiare nella mente due sole idee: ch'ella era perduta e che doveva
morire col suo segreto.
L'ufficio telegrafico era pieno di gente, ed ella fu costretta ad
aspettar qualche minuto per scrivere e consegnare un dispaccio diretto
alla sua cameriera, con l'annuncio che domani sarebbe arrivata a
Venezia verso le sette pomeridiane e con l'ordine a lei e alla cuoca
di precederla in città e di farle trovare il desinare pronto e la
stufa accesa.
Risalì in vettura e ne discese ancora una volta, davanti a una
farmacia. Voleva consegnar ella stessa la ricetta del dottor Boni.
--Se ci dà il suo indirizzo?--le dissero.
--Ci sarebbe da attendere un pezzo?
--Oh no... ci si spiccia in un momento.
--Attendo.
Il garzone di farmacia le additò una sedia. Un medico giovine la fissò
con l'occhialino.
Entrarono tre o quattro persone: una donna con un bambino che soffriva
d'occhi, un servo gallonato con una chiamata d'urgenza per un dottore,
un artigiano che voleva un pezzo di cerotto per un taglio... Tutti
guardavano curiosamente quella signora velata.
--Ecco--disse il farmacista porgendole due boccette, involte in due
pezzi di carta. E soggiunse:--La ricetta desidera tenerla lei?
--Sì--ella rispose; intascò ogni cosa, pagò, uscì. L'esodo era finito.
Di lì a poco ella si trovava sola nella sua triste camera d'albergo. E
pioveva, pioveva sempre.
XVII.
Non c'era rimedio; ella doveva morire. Ma come? ma quando? Non in
quella triste camera d'albergo, non fuori della sua città, non fuori
della sua casa, non senza aver disposto prima di ciò che possedeva.
Eredi necessari ella non ne aveva; fra i suoi parenti ce ne erano di
ricchi e di meno agiati; non era giusto che la sua successione andasse
distribuita fra tutti in egual misura. E oltre ai parenti non aveva
ella qualche persona amica da ricordare, qualche persona amica da
beneficare? La bontà, ch'era il fondo del suo carattere, le faceva,
nello stato angoscioso del suo animo, trovare un conforto al pensiero
di coloro che per effetto della sua morte avrebbero migliorato
alquanto le proprie condizioni. Questi almeno avrebbero detto:--Povera
Teresa!
E per -lui-, per l'uomo al quale, in una incomprensibile sorpresa dei
sensi, ell'aveva sacrificato il suo pudore e il suo orgoglio, per lui
non avrebbe lasciato una memoria, un saluto, un rimprovero? La notizia
che la Teresa Valdengo era morta doveva giungergli laggiù nei mari
lontani senza una parola di lei, senz'altre spiegazioni, senz'altri
commenti, tranne quelli delle gazzette? Ma, scrivendogli, che avrebbe
potuto dirgli?... Gli avrebbe detto -tutto-?... Anche il segreto
ch'ella voleva portar nella tomba?... A che prò? Per avvelenargli
l'anima con un rimorso più grande? Non era già espiazione maggiore
della colpa ch'egli la credesse morta per cagion sua?... Perchè la
colpa di Guido di Reana era lieve, era pari a quella di cento, di
mille giovani della sua età che cercano il piacere dove lo trovano.
Ella sola non aveva scusa, ella che aveva l'obbligo di sapere e di
prevenire.
E Mario Vergalli, l'amico leale, il vero, l'unico amico, non lo
avrebb'ella aspettato prima di porre ad effetto il suo divisamento?
Poichè gli preparava un così acerbo dolore non gli avrebbe dato il
conforto di dirgli ch'era pentita di non aver, già da tempo, accolta
la sua onesta profferta?... Sì, ma che necessità c'era di dirglielo a
voce? Non era meglio scriverglielo insieme alla piena confessione de'
suoi traviamenti? Perchè mostrarsi a lui così diversa da quella
ch'egli aveva lasciata, così scaduta, almeno le pareva, anche
fisicamente, e forse coi segni sul viso di ciò che a lui pure ella
voleva nascondere?
Ella rammentò l'ultima lettera di Mario. Egli fissava circa pel 20 del
mese la data del suo ritorno. E non era adesso che il 7. Ella non
aveva bisogno di decidersi così presto... Già ella non voleva uscir
dalla vita come un codardo che fugge, ma come un forte che sente vana
la lotta e piega il capo al destino.
Sempre assorta in un pensiero che le si affacciava sotto cento forme
diverse, ella badava appena a quello che succedeva intorno a lei. In
quella cupa giornata di novembre la notte era discesa precipitosa;
poco dopo le cinque la cameriera dell'albergo era entrata ad accendere
il lume, a chiuder le imposte, a domandare alla misteriosa forestiera
che cosa desiderasse da pranzo e a che ora volesse esser servita. E,
senza dubbio, la Teresa aveva detto:--Alle sette--; senza dubbio
ell'aveva ordinato una tazza di brodo ristretto, un'ala di pollo, un
frutto, un dito di vino; perchè alle sette in punto la cameriera era
ricomparsa portando seco sopra un vassoio l'ala di pollo, la frutta,
la tazza di brodo, il quinto di vino.
--Non mangia nulla la signora! Sta poco bene?--Queste parole erano
state sicuramente dirette alla Valdengo, che non si ricordava se
avesse risposto e che avesse risposto...
Alle sette e mezzo della tavola improvvisata non restava traccia
alcuna; però qualche cosa la Teresa doveva aver preso; glielo dicevano
le nausee rivelatrici, sempre più violente dopo ogni boccone mangiato.
Con la testa arrovesciata sul canapè, con gli occhi semichiusi, perchè
così aveva l'illusione di soffrir meno, ella cercava d'ingannare il
tempo, il tempo che non passava mai, cercava di far arrivare un'ora
ragionevole per coricarsi.
In certi momenti le sembrava che tutto dovess'essere un sogno; un
sogno il suo viaggio a Milano, un sogno la sua visita al medico, un
sogno la sua presenza in quella camera d'albergo. La donna abbandonata
lì sul canapè in preda a strazi fisici e morali era un'altra, una
dalle tante martoriate del mondo; era un'altra la donna risoluta a
morire. Ell'aveva bensì commesso un fallo, ma il suo fallo non aveva
conseguenze; con gli anni ell'avrebbe potuto dimenticarlo.
Fugaci allucinazioni dei sensi! Era lei che soffriva, era lei che
espiava!
Andò a letto alle nove. La boccetta del cloralio era sul comodino. Ma
nell'atto di vuotarla nel bicchiere parve alla Teresa che alcuno le
fermasse la mano. Un lampo sinistro aveva attraversato la sua anima.
Se il poco liquido chiuso nella piccola ampolla le assicurava il
riposo d'una notte, non avrebbero potuto più dosi accumulate darle un
ben altro riposo? O come mai l'era sfuggito dalla mente un fatto
accaduto anni addietro a Venezia, d'una signora che aveva voluto
morire così? S'era addormentata per non svegliarsi. Oh il dolce
suicidio, senza spasimi, senza contrazioni, senza dolori!
Fino allora la Teresa aveva detto soltanto:
--Bisogna morire.
Ma restavano i due grandi problemi:--Come? Quando?--Ed ecco che a una
delle due interrogazioni ella trovava risposta. Al pari della signora
di cui non le risovveniva più il nome, avrebbe accumulate le dosi del
cloralio sin da averne raccolto la quantità che sarebbe bastata ad
ucciderla.
Passò una notte insonne, non però troppo agitata. Forse le aveva
giovato il calmante ordinatole dal dottor Boni e preso sul far della
sera; forse della morte, non lontana ma non imminente, ella pregustava
la pace senza provarne ancora i terrori. E anche i suoi vicini di
camera erano meno inquieti quella notte: quando il tintinnio dei primi
campanelli eccheggiò negli anditi era già l'alba.
--Fa bel tempo oggi--disse la cameriera dell'albergo entrando nella
stanza.
E aprì la finestra. Dirimpetto, la facciata del Palazzo Marino era
illuminata dal sole.
La Teresa si alzò, avvertì che sarebbe partita col diretto dell'una,
mandò alla farmacia con la ricetta del cloralio perchè le rinnovassero
la pozione, e poich'ebbe avuta la boccettina la ripose gelosamente
nella sacca da viaggio insieme all'altra ch'era rimasta intatta.
Quella sera stessa, a Venezia, ne avrebbe versato il contenuto in una
bottiglia più grande, e così avrebbe fatto nelle sere successive per
una, per due settimane... Pur l'angustiava un dubbio... Quante dosi le
sarebbero occorse per ottenere l'effetto? Non troppe a ogni modo, se i
medici somministravano il rimedio con una tal quale ripugnanza e solo
in dosi minuscole.--Io non ho simpatia per questi veleni--s'era
lasciato scappar di bocca il dottor Boni, non supponendo di che
pensieri quella frase gittata lì a caso avrebbe deposto il germe nella
sua ascoltatrice.
E anche oggi, come ieri, dopo le dieci del mattino la piazza di San
Fedele cominciò ad animarsi per l'arrivo dei corteggi nuziali che si
recavano al Municipio. Ma ieri quegli sposi, quei parenti, quei
testimoni che scendevano dalle vetture rattrappiti sotto gli ombrelli
e coi piedi nel fango avevano un aspetto grottesco; oggi le nuove
maritate, riaffacciandosi dopo il sì irrevocabile al portone del
palazzo, entravano baldanzose nel sole.--Per qualcheduno la vita è
bella--sospirava la Teresa. Ella doveva morire... Non per il suo fallo
(quanti suicidi ci sarebbero al mondo!), non per la vergogna, non per
lo scandalo, ch'ell'avrebbe accettati se non avessero colpito che lei;
doveva morire per risparmiare il dono fatale dell'esistenza a una
creatura innocente a cui gli ipocriti e i vili avrebbero rinfacciato
l'irregolarità della nascita e che forse un giorno ne avrebbe chiesto
conto a sua madre, che forse, anche amandola, non l'avrebbe stimata,
che certo non avrebbe mai potuto perdonare -a un'altra persona-... se
pur ne avesse sempre ignorato il nome... Ed era presumibile che
l'ignorasse?... No, no; c'era un'unica uscita; la morte.
Verso mezzogiorno il direttore dell'albergo picchiò all'uscio.
--Desidera approfittar del nostro omnibus, o preferisce che chiamiamo
una vettura--egli domandò alla Teresa.
--Chiamino la vettura--ella disse--e la mettano nel conto.
--E il biglietto della ferrovia lo ha?
--No.
--Se vuole, poichè c'è tempo, possiamo mandar subito a prenderglielo
in Galleria.
--Grazie.
--Un primo per Venezia, non è vero?
--Sì... Non so quanto costi precisamente.
--Trentatre lire giuste... Ma non si confonda. Mettiamo nel conto
anche queste.
--E mi raccomando di non farmi perder la corsa.
--Si figuri!
Alle dodici e mezzo, tra i profondi inchini della servitù a cui era
stata larga di mancie, la Teresa Valdengo montava nel -fiacre-...
Addio, Milano!... Ella sapeva bene che non vi sarebbe tornata mai più.
XVIII.
Erano circa le dieci del mattino. La Teresa, in veste da camera, nel
suo salottino verde, sfogliava le lettere e i giornali che la posta
aveva portati durante la sua breve assenza e a cui ell'aveva appena
data un'occhiata la sera precedente. Già aveva visto subito che fra
quelle lettere non ce n'era nè di Mario Vergalli nè di Guido di Reana.
Il silenzio di Vergalli la stupiva: circa a Guido ella pensava con
amarezza:--Quello lì ha bell'e dimenticato.--Era ingiusta, perchè il
-Colombo- non toccava terra prima di Porto Said e una lettera scritta
di là non poteva ancora esser giunta.
Curva dinanzi alla stufa, la cameriera attizzava silenziosamente il
fuoco.
--Non arde?--domandò la signora.
--Ora sì--rispose la Luisa. E alzandosi in piedi, soggiunse:--Comanda
altro?
--Nulla... Sì... a proposito... Non occorre dire alla gente della mia
gita a Milano... Torno dalla campagna, ecco.
La cameriera chinò il capo:--Come la signora vuole.
In quella si udì una scampanellata alla porta di strada e la Luisa
corse a veder chi fosse.
Rientrò di lì a un momento rossa in viso, trafelata:--Signora,
signora, c'è il conte Mario.
La Teresa sentì rimescolarsi il sangue. Non se lo aspettava così,
senza una riga che lo annunziasse. Nell'eccitamento de' suoi nervi, le
parve indiscreto quell'arrivo improvviso, le parve che Vergalli avesse
l'aria di voler sorprenderla, di voler togliere il merito della
spontaneità alla confessione dolorosa ch'ella si proponeva di fargli.
E il suo cuore si rinchiuse in sè stesso, e quand'egli si precipitò
nella stanza, le sue labbra non trovarono che un freddo saluto, le sue
mani, le ceree mani dimagrite, ricambiarono mollemente la stretta
vigorosa dell'amico, reduce dopo circa tre mesi di lontananza.
--Teresa, che cos'avete?--egli le domandò turbato, più che dalla
strana accoglienza, dall'aspetto mutato e sofferente di lei.--Non
istate bene?
--Non è niente--ella rispose invitandolo a sedere e abbozzando un
languido sorriso.--Mi avete fatto paura.
--Io?
--Siete piombato qui come un fulmine.
Anche a lui si stese una nuvola sulla fronte, ed egli balbettò:--Ma...
se vi disturbo...
--Via... che discorsi?--ella riprese trattenendolo con un
gesto.--Ditemi piuttosto quando siete arrivato...
--Stanotte... anzi stamattina, alle cinque, da Milano...
--Da Milano?--ella esclamò, pensando che forse egli era in quella
città contemporaneamente a lei e che si sarebbero potuti incontrare.
--Sì... Non mi son fermato che tra una corsa e l'altra. Arrivavo dalla
via del Gottardo... Vengo dall'Olanda tutto d'un fiato... E vi credevo
a Mogliano... L'ultima vostra lettera mi avvisava della vostra
partenza per la villa... Tardi partivate quest'anno... Ero deciso di
farvi una visita in campagna oggi stesso... Però volli passar prima da
casa vostra per sentire se mai foste tornata.
--Sì... sono tornata--ella ripetè, guardando da un'altra parte. Le
doleva il nascondergli la sua gita a Milano; ma più la sgomentava il
pensiero delle spiegazioni ch'egli le avrebbe chieste. Preferì
interrogarlo.--Perchè non mandare una riga?
--Non so.... Fu una risoluzione presa lì per lì.
--In fatti, secondo le vostre lettere dall'Aja, non dovevate essere a
Venezia che al 20 del mese.
--Ho anticipato, è vero... Mi s'era cacciata addosso una di quelle
impazienze che non si possono frenare. Già ero stato assente più del
solito.
--Avete visto molte cose... molti paesi nuovi.
--Di nuovo non ho visto che l'Olanda... Ma nei luoghi che conoscevo ho
trovato tanti cambiamenti!... Tutto cambia, tutto si trasforma.
--Tutto!--ella sospirò.--Mi discorrerete del vostro viaggio.
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