casa, ha educato i ragazzi... Brava, brava!
Indi ella volle che l'ufficiale le parlasse dei suoi due fratelli e
delle sorelle; tutti minori di lui.... Che temperamento avevano? Che
inclinazioni? Gli somigliavano? I maschi erano studiosi? Che scuole
frequentavano?
--Se accettavi l'invito, facevi ampia conoscenza con l'intera
famiglia--osservò di Reana.
--No, no, non mi movo dal Veneto per quest'anno.
--La mamma avrebbe avuto tanto piacere di vederti...
--Anch'io di veder lei. Ma sarà per un'altra volta... E chi sa
ch'ella stessa non abbia occasione di venir nell'Alta Italia.
--Ah, non è probabile... Troppi doveri la tengono laggiù... E poi è
invecchiata... Mostra più della sua età.
La Teresa, sospirando, rifletteva che fors'era meglio così. Meglio la
vecchiaia precoce che la gioventù prolungata oltre il tempo... Quella
almeno ci difende delle tentazioni... E i figli, che àncora di
salvezza!
Guardando, di là dai vetri, la luna che discendeva sull'orizzonte, la
Teresa pensava che anch'ella avrebbe potuto avere un figliuolo di poco
minore di Guido di Reana... avviato forse nella stessa carriera,
imbarcato forse sullo stesso legno col grado di guardia marina. Ah se
quel figliuolo ci fosse stato, come diversamente sarebbero andate le
cose!
--Teresa!--susurrò Guido interpretando male quel turbamento
dell'amica. E le sfiorò con le labbra la nuca.
Ella si ritrasse vivamente, aggrottando le ciglia. E gli additò la
sedia.--Sta tranquillo, torna al tuo posto.
Guido non osò contraddirla, non osò tentar più nessuna carezza. La
sentiva, benchè a due passi da lui, tanto, tanto lontana.
Alle dieci e mezzo ella gli chiese:--Desideri una tazza di tè prima di
partire?
--No--egli rispose.--Abbiamo bevuto il caffè così tardi.
--Un bicchierino di marsala?
--Neppure.
--Una -chartreuse- allora?
--Venga la -chartreuse-.
Prendendo la bottiglia dal portaliquori ch'era sulla mensola, ella gli
mescette un bicchierino.
--E tu?
--No... Lo sai che non amo i liquori.
--Almeno posa la bocca sul mio bicchierino.
Per compiacerlo ella accostò il bicchierino alle labbra e glielo
restituì subito.
--Lo hai appena lambito--egli susurrò vuotandolo d'un tratto. E
soggiunse:--Come sei fredda! Come sei indifferente!
Ella lo guardò attonita.
L'ufficiale proseguì: Mancano pochi minuti a una separazione che
potrebb'essere eterna, e tu sei lì calma, composta... I tuoi occhi
sono asciutti, la tua mano è sicura, la tua voce non trema... Oh, se
ti pesasse di perdermi!...
--Che dovrei fare, mio Dio?--ella esclamò, punta dall'ingiustizia del
rimprovero, ferita dall'egoismo che si rivelava in quest'ultima
frase... Dunque egli non capiva che chi aveva sacrificato di più era
lei, ch'era lei che avrebbe sofferto di più?... E pretendeva ch'ella
ostentasse rumorosamente il proprio dolore, che desse questo nuovo
pascolo alla sua vanità!
Tuttavia ella non manifestò alcun risentimento, e ripetè con
dolcezza:--Che dovrei fare? Dovrei turbarti con lo spettacolo della
mia disperazione?
Diceva così, pur sapendo che lo spettacolo della sua disperazione
l'avrebbe lusingato assai più che turbato; diceva così per un bisogno
irresistibile di esprimer sempre il pensiero più indulgente con la
forma più mite.
E continuava:--Non è meglio lasciarci senza spasimi, come due che
piegano il capo dinanzi al destino?... Addio, Guido, sii felice...
--Mi congedi... già?
Ella gli mostrò l'orologio che segnava le undici. E infatti dai
campanili di San Marco, di San Zaccaria, di San Giorgio gli undici
rintocchi vibravano, si rispondevano nel silenzio della sera.
--Oh Teresa mia!--proruppe Guido, vinto da un'emozione sincera. E se
la strinse al petto.
La Teresa appoggiò un istante la testa sulla spalla di lui; quindi
svincolandosi si passò la mano sugli occhi e mormorò con un mesto
sorriso:--Vedi che i miei occhi non sono asciutti.
--E i miei?--egli disse, reprimendo un singhiozzo.
Tentò nuovamente di attirarla a sè; ella lo tenne lontano.--Addio...
Ricordati...
--Sempre, sempre... Ti scriverò...
Con un movimento subitaneo ella corse al campanello e premette il
bottone.
--Perchè chiami?
--Perchè ti facciano lume... A che ora parte domani il -Colombo-?
--Alle sei... Sarai alla finestra?
Ella sospirò:---A quoi bon-?
--Io guarderò da questa parte--egli disse.
La Luisa, la cameriera, comparve sulla soglia.
Guido dovette contentarsi d'afferrare la mano della Teresa e di
coprirla di baci.
--Buon viaggio!--ella balbettò.
Ritta in mezzo alla stanza, lo risalutò con un cenno, mentre egli
dall'uscio si voltava ancora verso di lei. Poi si portò la destra al
cuore e si lasciò cader sopra una poltrona.
XI.
Ella non dormì quella notte; giacque immobile sul suo letto, con gli
occhi aperti, con le membra infrante, oppressa da un incubo penoso.
Quando la luce dell'alba penetrò nella sua camera--Ecco--ella disse
fra sè--è l'ora della partenza del -Colombo-... Forse -egli- guarderà
verso la mia casa, forse mi cercherà alla finestra...--Pur non tentò
nemmeno di alzarsi; le pareva che le sarebbe stato impossibile di far
qualsiasi movimento... Nè, come usava, sonò il campanello alle otto...
Venne la cameriera, alquanto più tardi, venne spontanea, in punta di
piedi, a veder se la signora dormiva.
--Che ore sono?--chiese la Teresa.
--Quasi le nove.
--Oh, diamine!... Apri, apri... Lascia entrar il sole.
--Non c'è sole questa mattina.
--Non c'è sole--ripetè macchinalmente la Teresa.
--Vuole il caffè?
--No, no, lo beverò subito alzata.
E con uno sforzo si levò a sedere sul letto.
--È arrivata la posta... Desidera che le porti, le lettere e i
giornali?
--Sì, e porta anche i vestiti spolverati.... Dopo mi vestirò da me.
La posta era più ricca del solito. C'erano quattro lettere, tra cui
una del suo giardiniere, un'altra, col bollo dell'Aia, di Mario
Vergalli. Questa la Teresa, arrossendo, la mise da parte. Un profumo
acuto, particolare, le rivelò la mittente della terza lettera che le
capitò fra le dita.--Che cosa può volere la Giulia Orfei?--ella pensò
aprendo la busta con una stecca sottile d'avorio.
La Giulia Orfei non voleva nulla; anzi, per esser sinceri, non diceva
nulla di concludente. Otto paginette d'una calligrafia lunga, fine,
aristocratica, erano consacrate per metà alla stagione estiva di
Aix-les-Bains, ove la Giulia aveva passato un mese, e per metà ai
piccoli pettegolezzi che in quell'autunno rompevano la monotonia delle
villeggiature sui colli Berici: amori, fidanzamenti, rotture, paci; il
tutto raccontato con una festività priva di cattiveria, perchè la
Orfei non era cattiva, e appunto per la bontà del suo animo si faceva
perdonare dalla Teresa Valdengo la leggerezza della sua condotta. Ciò
non toglie che quella lettera avesse il suo poscrittino con una punta
di malizia. «E dei casi tuoi che mi narri? O quanto aspetti ad andar
in campagna quest'anno? Dicono che hai la villa in ristauro, ma dicono
anche... se tu sapessi quello che dicono gli sfaccendati!... Del
resto, sei libera come l'aria e avresti un gran torto a non
approfittarne.... Mandami una riga, bella misteriosa!»
Stringendosi nelle spalle, la Teresa ripose il foglietto profumato
nella busta.
E prese l'epistola del suo giardiniere. Vi si parlava della casa
ch'era ormai in ordine, tranne due stanze non ancora perfettamente
asciutte; del giardino che, favorito dalla mitezza della stagione, era
tutto in fiore. Voleva ella ch'egli le spedisse l'ultime rose, o non
sarebbe venuta piuttosto a spiccarle con le sue mani? Si poteva
giurare che il bel tempo sarebbe durato per tutta questa luna, fin
dopo San Martino.
--Sì, andrò in campagna fino alla metà di novembre--borbottò fra sè la
Teresa.--È il meglio che mi rimanga da fare.
Indi, proseguendo nello spoglio della sua corrispondenza, aperse con
curiosità una lettera che veniva da Milano e di cui ella non aveva
riconosciuto la calligrafia.
Era della sua sarta, madama Vollini, che due volte all'anno faceva un
giro nel Veneto per raccogliere le commissioni delle sue clienti, ma
che quest'autunno doveva rinunziare al suo viaggio per cagione di
salute. Un parto precoce l'aveva ridotta in fin di vita, e il suo
dottore, il celebre ostetrico Boni, che l'aveva salvata per miracolo,
le imponeva per qualche mese ancora i maggiori riguardi. Siccome però
non l'era proibito d'occuparsi del suo laboratorio, ella si
raccomandava alle signore le quali l'onoravano del loro patrocinio,
affinchè volessero farle avere a Milano i loro ordini ch'ell'avrebbe
eseguiti con puntualità ed esattezza. Annunziava l'invio di un pacco
di campioni coi prezzi ristretti, e con gli ultimi figurini di Parigi.
--Vedremo--disse la Valdengo con indifferenza.
E si decise a leggere la lettera del conte Mario. Chi sa! Forse
qualche indiscrezione l'aveva raggiunto laggiù; forse egli era già
informato di tutto.
No, non era così, o almeno non appariva così, benchè la lettera avesse
un'intonazione più grave, più malinconica del solito. Era in Olanda
adesso, il conte Mario, e prolungava di poco la sua assenza per
visitare un paese che non conosceva ancora. Ma chi gli spiegava la
strana contraddizione? Non aveva provato mai come questa volta il
senso doloroso della nostalgia, e mai come questa volta s'era
indugiato lungo il cammino. Il cuore lo richiamava indietro e una
incomprensibile forza d'inerzia lo spingeva avanti. Era il
presentimento che fosse quello l'ultimo viaggio di qualche importanza
ch'egli avrebbe fatto? Era la sciocca, singolare pretesa di ricever
dall'amica un biglietto, un dispaccio che gli dicesse:--«Affrettate il
vostro ritorno. Ho bisogno di voi»?--E perchè doveva ella aver bisogno
di lui, ella che sapeva così bene regolarsi da sè? A ogni modo, circa
al 20 di novembre egli sarebbe stato in Italia, e l'avrebbe vista a
Venezia o nella sua villa di Mogliano. Non erano ancora terminati i
ristauri della villa? E il suo raccomandato non era ancora partito?...
Vergalli concludeva, secondo il suo costume:--«Ricordatevi che sono
sempre a vostra disposizione, sempre alla portata di un telegramma».
--Povero amico!--sospirò la Teresa ripiegando il foglio e posandolo
sul comodino.
Si alzò, si vestì, si pettinò da sola. Avvicinandosi alla finestra,
sollevò alquanto la tenda, e guardò nel bacino della laguna, a
sinistra, dalla parte dov'era ancorato il -Colombo-. Un vapore
mercantile inglese ne aveva preso il posto. Uno sciame di gabbiani,
segno di cattivo tempo, svolazzava, stridendo, sull'acqua.
--Eran proprio l'ultime belle giornate d'autunno--pensò la Teresa. E
soggiunse, pure fra sè:--Com'eran gli ultimi lampi della mia
giovinezza.
Sonò pel caffè.
--Domani si va a Mogliano--ella disse.
--Anche se piove?--chiese la cameriera.
--Sì... Staremo poco... Basterà il baule piccolo... Manda tu una
cartolina al giardiniere per avvisarlo, e falla impostare prima delle
undici... Così la riceverà oggi stesso.
--E con che corsa partiamo?
--Con quella delle 10.15.
Ella non partiva già per un desiderio intenso che avesse di goder la
campagna; nè quella era più la stagione propizia, nè le condizioni
dell'animo suo erano tali da goderne; non partiva neanche con l'idea
d'avere una maggiore libertà; chè anzi, in quel periodo dell'anno, coi
villeggianti che c'erano tuttora, le sarebbe stato difficile esimersi
dal veder qualcheduno; partiva per mutar luoghi e abitudini, per
mettere un intervallo di pochi giorni fra la sua vita turbinosa delle
ultime settimane e la vita quieta, onesta, raccolta ch'ella sperava
ricominciare più tardi. Ora, nemmeno volendo, avrebbe potuto. La sua
disgraziata intimità con Guido di Reana, pur non togliendole mai la
netta visione dell'abisso in cui ella precipitava, l'aveva assorbita
tutta quanta, e il suo tempo era stato diviso fra il desiderare o
temere il suo amante, il maledire al destino che lo aveva posto sulla
sua via, e il meravigliarsi dolorosamente della propria debolezza. E
adesso, prima ancora di provarvisi, ella sentiva che avrebbe fatto
opera vana a tentar di riprender le sue letture, la sua musica, i suoi
ricami al punto in cui li aveva interrotti. Meglio occuparsi de' suoi
fiori, delle sue galline, de' pesci d'oro che guizzavano nel laghetto
della sua villa... Sì, sì, meglio recarsi a Mogliano, anche a costo di
dover ricevere e ricambiare una mezza dozzina di visite uggiose.
Di questa sua tarda andata in campagna, la Teresa avvisò il giorno
stesso Vergalli, senza però dirgliene le ragioni intime. Avrebbe
passato alla villa un paio di settimane al massimo; sarebbe arrivata
in città probabilmente prima di lui. E si faceva una festa all'idea di
rivederlo e di sentirsi raccontare il suo viaggio. Dell'intonazione
malinconica che c'era nella lettera dell'amico ella finse di non
accorgersi; circa a di Reana, dopo aver molto studiato la frase, si
limitò a dire ch'era partito. Risoluta ad un'ampia confessione quando
Vergalli fosse a Venezia, aveva una ripugnanza invincibile a fermarsi
per iscritto sullo scabroso argomento. Ond'ella, per solito così piena
d'abbandono nella sua corrispondenza col conte Mario, fu questa volta
breve e guardinga, e n'ebbe dispetto per sè e dolore per lui. Ma non
c'era modo di fare altrimenti.
La giornata le trascorse più rapida ch'ella non avesse creduto. Prima
di pranzo venne a trovarla, in compagnia con la madre, una ragazza di
ristrette fortune a cui ella pagava le lezioni di pianoforte di un
professore di grido affinchè potesse svolgere le sue rare attitudini
musicali.
Sempre cortese, specie con gli umili, ella accolse benissimo le due
donne.
--Quanto tempo che non vi vedo!
--Ma...--rispose un po' impacciata la madre--veramente... eravamo
state ancora... Lei non c'era... Non glielo hanno riferito?
--Sì, sì... mi ricordo... Potevate ripassare.
--Si temeva di disturbare--soggiunse l'altra. E si morse il labbro,
pentita d'aver detto troppo.
La Teresa arrossì lievemente e si rivolse alla ragazza:--Dunque,
Marcella, come va questa musica?
--Così... Il professore non è scontento..
La mamma, loquace, inframmettente, giudicò eccessiva la modestia della
figliuola.
--Eh via, con la signora alla quale si deve tanto non c'è ragione di
nasconder la verità... Arcicontento è il professore...
--Davvero?... Ma brava!
--Sicuro... E spera che la Marcella possa prodursi quest'inverno in
uno dei concerti del Liceo.
--Verremo a batterti le mani--esclamò la Valdengo.
--Oh... signora...--balbettò la Marcella colorandosi in viso.--Non so
mica se avrò il coraggio di espormi al pubblico.
--Bisogna provare--insistè la madre.
--Già--soggiunse la Teresa.--E cosa studi adesso, cara?
--Bach, Beethoven...
--Brava!... Quando sarò tornata dalla campagna... vado in campagna
domani per pochi giorni... verrai qui qualche sera, mi farai sentire i
tuoi progressi.
--Grazie--disse la giovinetta i cui occhi luccicavano per la
contentezza.
--Eh, se non c'era lei!--riprese la madre profondendosi in espressioni
di riconoscenza.
--Zitta, zitta--interruppe la Teresa.--È stato un gran piacere per me
il secondar le inclinazioni della Marcella, e poichè ella riesce così
bene io son compensata ad usura del poco che ho fatto.
Un'altra visita ricevette la Teresa quella sera mentr'era ancora a
tavola, la visita di un altro beneficato suo, un giovine studente di
matematica, poverissimo, ch'ella e Vergalli mantenevano
all'Università. Egli veniva a salutarla prima d'andare a Padova e le
portava in dono una sua memoria di geometria superiore -sugli spazi a
quattro dimensioni-, pubblicata negli Atti dell'Istituto Veneto.
La Valdengo sorrise.
--È arabo per me... E c'è anche la dedica?
--È il primo lavoro che stampo... Dovevo offrirglielo... Lo accetta?
--Ma figurati... Lo accetto con gratitudine e con quella deferenza
umile che si ha per le cose che non si capiscono... Ma perchè stai
ritto?... Accomodati, via.
Massimo Scilla (era il nome del giovine) sedette timidamente sull'orlo
di un divano, nell'ombra, in fondo alla stanza.
--Non laggiù... ti vedo appena... Qui, accanto alla tavola, su quella
sedia.
Massimo ubbidì. Era goffo, impacciato, di persona esile, di lineamenti
irregolari; solo gli occhi piccoli e neri brillavano a tratti d'una
luce intensa.
La Teresa lo inanimiva a parlare.
--E a casa tua... che novità?
--Nessuna... Il babbo sempre infermo... la mamma lavora... lavora...
--E le tue sorelline?
--La grande è in pratica presso una sarta; la mezzana farà gli esami
di telegrafista; le due piccole frequentano la scuola...
--E tu studi giorno e notte, senza una distrazione al mondo?
--Oh lo studio mi diverte... Do anche delle ripetizioni... Guai se non
aiutassi la famiglia...
--Sei così giovine!
--Non tanto... Si ricorderà forse che da ragazzo ero malato ogni
momento... Ho perduto del tempo per questo... Oh ce ne sono di assai
più giovani di me nella mia classe.
--Ma quanti anni hai?
--Ventidue.
--E ti manca molto a finire?
--Prenderò la laurea nell'autunno prossimo.
--Vedi che non hai rimorsi... E poi concorrerai a una cattedra...
--Il meglio sarebbe avere un posto d'assistente all'Università...
Riesce allora più facile di entrar nell'insegnamento superiore...
Ma... bisognerà invece contentarsi d'insegnare in un ginnasio o in una
scuola tecnica... chi sa dove... Se fosse in una grande città,
pazienza; lì ci sono i mezzi da studiare...
Discorrendo di studi, Massimo Scilla si riscaldava, diventava
eloquente...
--Ha ventidue anni--pensava la Teresa--l'età di Guido di Reana. E
sembra quasi un fanciullo, e lo tratto come un fanciullo, e gli do del
-tu-, ed egli mi parla come parlerebbe a sua madre, e non gli vien
neanche l'idea di poter parlarmi altrimenti... Che sorriso beffardo
avrebbe Guido sul labbro se fosse qui adesso, se vedesse Scilla seduto
al posto ch'egli occupava iersera; con che aria di superiorità
guarderebbe lo studentino povero, brutto, inelegante, condannato a
lottare per vivere; egli per cui la vita è una festa, egli bello, e
nobile, e ricco! Eppure, chi dei due vale di più? Chi ha maggior
probabilità che il suo nome sia rammentato un giorno con riverenza e
con simpatia?
Massimo Scilla si alzò per accommiatarsi. Ma prima chiese alla Teresa
l'indirizzo del conte Mario.
--Per una settimana all'Aia, ferma in posta--ella rispose.--Vuoi
spedirgli la tua memoria?
--Appunto.
--Gli farai un piacere... Egli s'interessa a te...
--È così buono.
--Molto buono... E lui la capisce la matematica?
--Altro che capirla!... Capisce tutto.
--Non c'è dubbio, è un brav'uomo--soggiunse la Valdengo.--Addio
dunque, Massimo. E arrivederci... Non far così il prezioso... torna
presto... Fra qualche settimana sarà a Venezia anche il conte...
Spesso è da me la sera... Tu già non sei mica a Padova sempre...
--La festa son qui... per la mamma.
--E poi ci son tante vacanze!... Siamo intesi allora. Arrivederci...
Gli stese la mano ch'egli baciò.
Rimasta sola, ell'accarezzò per un istante la speranza di obliare e di
far obliare il suo fallo circondandosi di creature semplici e buone
che accettassero i suoi benefizi.
XII.
Pioveva fitto, ciò ch'ebbe almeno il vantaggio che alla stazione di
Mogliano, quando la Teresa Valdengo arrivò, non vi fossero i soliti
oziosi i quali in autunno assistono al passaggio dei treni. Solo il
capo stazione, aiutandola a scendere, le manifestò il dispiacere
ch'ella giungesse con un tempo simile. Era stato sino allora un
ottobre splendido, una primavera.
Se lo ricordava la Teresa lo splendore di quelle giornate che avevano
sorriso alla sua follia. E mentre l'acqua flagellava il finestrino
della carrozza che la conduceva alla villa ella pensava che non erano
trascorse quarantott'ore da quando sotto un cielo luminoso ella
solcava in gondola la laguna insieme a Guido... Anch'egli adesso,
perduto nel mare immenso, avrebbe visto il cielo grigio e sentito la
pioggia fredda ed uggiosa; anch'egli sarebbe tornato indietro col
pensiero... Oh, egli viaggiava verso il mezzodì, viaggiava verso il
sole... E poi... egli saliva l'arco della vita... Per lei, per lei non
ci sarebbe stato più sole.
Nonostante il tempo, ella volle, avviluppata nel suo impermeabile, far
subito un giro in giardino. Andrea, il giardiniere, l'accompagnava
desolato.--Almeno fosse stata qui ieri!--egli le diceva.--Era nuvolo,
qualche goccia cadeva di tanto in tanto, ma non s'erano aperte le
cateratte; gli alberi avevano tutte le loro foglie; quel gelsomino lì
era tutto fiorito, quelle aiole eran piene di rose... Fortuna che sin
dall'altro dì si sono messe al coperto le piante di limoni!
--E l'orto?--chiese la signora.
--Oh, l'orto non patisce.
--Andiamo a vedere.
--Non la consiglio, perchè affonderebbe a mezza gamba.
Ma l'ortolano, Piero, che lavorava sotto la pioggia, appena udì la
voce della padrona, le corse incontro col berretto in mano e l'invitò
ad ammirare i sedani tirolesi ch'erano stati seminati quell'anno e
ch'erano riusciti di là dall'aspettazione.
Egli non si lagnava della pioggia. Il suo orto ne aveva bisogno. Da
ieri a oggi c'era una differenza! E mostrava con tenerezza i cavoli
immensi, lustri sotto l'acqua, e le carote, e i ravanelli, e le radici
bianche e rosse che facevano pompa dei loro colori e sfidavano
allegramente la bufera.
La Teresa s'avanzava con circospezione.
--Badi, badi--ammoniva il giardiniere.
Piero si stringeva nelle spalle.--O che cosa sarà?
Di sotto un pergolato, sbucò, abbaiando festoso, Moro, il vecchio cane
da guardia, che s'era ammansato con gli anni e ormai non si teneva più
alla catena.
Con l'ombrello il giardiniere difendeva la signora dalle dimostrazioni
troppo calorose di quella bestia fradicia e impillaccherata. Ma Moro,
sfidando le busse, tornava all'assalto, fin che la Teresa n'ebbe
compassione e disse:--Tanto mi devo mutare da capo a piedi.--Indi
lisciò con la mano il pelo del povero animale che dopo quella carezza
si tirò indietro da sè, tutto contento.
Venne poi il turno delle faraone, dei fagiani e degli altri bipedi da
cortile, che vivevano in un loro speciale recinto, diviso in
compartimenti minori e protetto da una rete metallica. C'erano i
giovani nati negli ultimi mesi, ma c'erano pure gli anziani, che la
Teresa aveva nutriti in primavera e che ora al noto richiamo uscivano
dalle loro casette di pietre o di legno e si accostavano alla rete di
ferro allungando il collo e girando intorno i tardi occhi incantati.
Benchè diguazzasse nella mota, la Teresa passò in giardino oltre
un'ora, e fu l'ora più lieta delle giornata. Ben altra tristezza
l'invase nel suo salottino, davanti al caminetto acceso, mentre la
luce si faceva sempre più scarsa e di là dalle portiere la pioggia
insistente cadeva, rimbalzando; sul selciato del marciapiede.... Due
volte prese un libro, due volte lo rinchiuse svogliata sulle
ginocchia... E si pentiva di aver lasciato la città... Poichè v'era
rimasta tanto, poteva ben rassegnarsi a rimanervi anche per quello
scorcio d'autunno. Non doveva a ogni modo mettersi in viaggio con un
tempo simile... E come non aveva pensato a invitar qualcheduno che le
tenesse compagnia? Mai, dalla morte di suo marito in poi, mai non era
stata così sola in villa. Ella passò in rassegna rapidamente le
amiche, le parenti a cui avrebbe potuto scrivere... Due figliuole
d'una sua cugina di Vicenza s'erano sposate da pochi mesi ed erano
andate ad abitare lontano... Un'altra discepola, ch'era caduta in
basso stato dopo un matrimonio infelice e vegetava tristamente in un
paesetto del Polesine, era cagionevole di salute, e aveva la cattiva
abitudine di ammalarsi di bronchite ogni anno ai primi freddi; a
chiamarla adesso c'era il pericolo di vederla infermare in casa... Di
qualche altra si sapeva che in quella stagione avanzata non sarebbe
venuta... E in fine, riflettendoci, dal momento che la Teresa voleva
rimaner pochi giorni soltanto, era inutile aver ospiti. A non averne,
c'era il vantaggio di poter a proprio talento prendere il treno di
ritorno. E così realmente ella decise di fare se il domani era pari
all'oggi.
La sera capitarono il medico, il segretario comunale, l'organista, che
suonava abbastanza bene il pianoforte e col quale ella ripassava
talvolta un po' di musica. Esprimevano tutti il rammarico
ch'ell'avesse tardato così a lungo a venire, perdendo un seguito di
belle giornate come non se n'erano viste da un pezzo. E mancando lei
era mancato molto al paese.... Sì, la sua casa era il luogo di
riunione preferito dei villeggianti; vi si era ricevuti con tanta
cordialità; si facevano alle volte quattro salti in famiglia... oh,
ell'avrebbe sentito domani le querimonie della Gebaldi, della
d'Antoni, della Miliotti per non aver potuto ballare in quell'anno in
causa dell'assenza della signora contessa.... Come se la prendevano
con quei malaugurati ristauri della villa!
Alla Teresa, ch'era naturalmente in sospetto, pareva che nel
linguaggio de' suoi interlocutori vi fossero dei sottintesi, delle
reticenze: le pareva che le loro labbra si atteggiassero a un sorriso
malizioso, quasi a dire:--Lo sappiamo che i ristauri non erano che una
scusa, lo sappiamo per quali ragioni vi siete trattenuta a Venezia.
E invero, non era da presumersi che in un centro di villeggianti, ove
le disposizioni al pettegolezzo sono alimentate dall'ozio, non si
fossero ricamati dei commenti allegri sulla sua intimità con
l'ufficialetto di marina... Purtroppo ella non aveva diritto di
esigere che la si trattasse meglio delle donne le quali avevano o si
supponeva avessero un'avventura galante.
--Del resto, la trovo bene, proprio bene--ripeteva Sauri, il medico,
valendosi dei suoi titoli professionali per fissarla con maggiore
intensità.--È guarita della sua insonnia?
--No, di quella non guarisco mai!
--Non prende più il cloralio?
--Qualche volta--ella rispose brevemente. E cercò di sviare il
discorso, domandando conto dell'esito della fiera di beneficenza che
s'era tenuta ai primi d'ottobre, e per la quale, fra parentesi,
ell'aveva spedito da Venezia alcuni bellissimi regali.
Il segretario tentennò il capo. Erano anni cattivi. Tutte le borse
erano asciutte. A eccezione di lei, che, pur da lontano, aveva
trattato da pari sua, nessun altro s'era mostrato generoso. Già
bisognava esser giusti. Ogni giorno ce n'era una di nuova. E come se
non bastassero le disgrazie nostre, c'eran quelle degli altri. La fame
in Sicilia, i terremoti in Calabria, eccetera, eccetera. La gente non
ne poteva più.
Indi il segretario assurse a considerazioni d'alta politica; biasimò i
metodi di governo, l'accentramento amministrativo, l'espansione
coloniale, le spese per l'esercito e per la marina, e dichiarò che dal
1870 in poi s'era sbagliato strada, e che per rimetter le cose in
carreggiata ci volevano uomini nuovi. Non lo disse, ma lasciò
intendere che uno di quegli uomini nuovi sarebbe stato lui.
La dotta dissertazione fu interrotta dall'arrivo del marsala e dei
biscottini, dopodichè i tre visitatori se ne andarono promettendo di
tornar quanto prima. Nell'uscire si scambiarono le loro impressioni.
--È distratta.
--Non è più quella d'una volta.
--Non ci ha nemmeno invitati a pranzo.
--E sì ch'essendo così sola!...
---Soletta in compagnia de' suoi pensieri-!--borbottò il medico che
aveva le sue pretensioni letterarie.
E aggiunse una sguaiataggine che fece rider i compagni.
--To', non piove più--osservò l'organista chiudendo l'ombrello e
guardando in alto.
--E lassù c'è qualche stella--disse il segretario comunale.--Sta a
vedere che torna il bel tempo.
XIII.
Infatti il dì appresso brillava il sole, tanto più gradito inquantochè
ricorreva la festa d'Ognissanti e molta gente era arrivata dalla
città. Alle undici c'era folla alla stazione per aspettarvi la corsa;
alle undici e un quarto un gran movimento nel piazzale davanti alla
chiesa. Era l'ora della -messa dei signori-, e le famiglie dei
villeggianti andavano a far le loro divozioni -in pompa magna-,
portate dagli equipaggi di lusso, coi cavalli riccamente bardati, il
cocchiere in livrea, e sullo sportello della carrozza una corona
nobiliare o un monogramma dorato che visto da lontano poteva parere
uno stemma.
La Teresa Valdengo non comparve nè alla stazione, nè in chiesa; ma ci
guadagnò poco, perchè i curiosi sentirono il dovere di venir di
persona a porgerle i loro omaggi, e si riversarono nella villa. Erano
sedicenti amici, erano semplici conoscenti, erano estranei che i
conoscenti si tiravano dietro, affidati dalla gentilezza della signora
e dalla libertà campestre. Così, agli altri gusti, si aggiungeva
quello di subir la presentazione d'uomini e donne che non si sarebbero
forse incontrati più e con cui non si sapeva di che cosa discorrere.
Soltanto alle cinque i cancelli della villa si chiusero dietro gli
ultimi visitatori, e la Teresa esausta, sfinita, potè ritirarsi nella
sua camera, ordinando alla servitù di dir quella sera ch'ell'era
indisposta e che non riceveva nessuno... Ah, proprio aveva fatto una
grande sciocchezza a muoversi da Venezia... Era proprio caduta in
bocca al lupo. Figuriamoci se quella gente stupida non era capitata da
lei con un secondo fine, come si va spesso a scrutare il viso e a
contare i sospiri e le lacrime d'uno che abbia avuto una gran
disgrazia. Era, per gli uni, il bisogno di vedere s'ella conservasse,
anche dopo lo scappuccio, la sua aria sicura e disinvolta di donna
onesta non mai insozzata dalla calunnia; era, per gli altri, quelli
che non la conoscevano prima, il desiderio d'esaminare davvicino
questa matura bellezza che aveva innamorato di sè un giovine di
ventidue anni. E fra gli uomini ce n'erano senza dubbio di quelli che
avevano la segreta speranza di raccoglier l'eredità del giovinetto e
di consolar la bellezza matura.
Con la solita lucidità della sua mente, la Teresa Valdengo leggeva in
quelle anime volgari, ne penetrava le curiosità basse e indiscrete, ne
indovinava i calcoli abbietti. E le saliva una nausea a pensarvi.
Senonchè, per un fenomeno singolare, quella che sarebbe dovuta esser
soltanto una nausea morale, una ripugnanza dell'animo, assunse in lei,
la sera medesima, i caratteri d'un malessere fisico. A tavola potè
prendere appena qualche cucchiaiata di minestra; e fu costretta ad
alzarsi per lo schifo ch'ella provava alla vista delle vivande, pei
fortissimi crampi di stomaco ond'era assalita.
--Se vedesse com'è pallida--disse la Luisa, la cameriera.
--Oh, passerà.
--Desidera che si mandi a chiamare il dottore?
Ella protestò.
--Sei pazza? È cosa da nulla... Oggi ho avuto tutta quella gente, mi
son stancata a discorrere, m'è venuto il mal di capo, e il mal di capo
porta con sè i disturbi di stomaco.
Prese alcune goccie di laudano e si coricò presto. Nella notte non
ebbe sofferenze gravi; pur non si sentiva bene; aveva la bocca
cattiva, la salivazione abbondante, a due riprese si destò in sussulto
dall'assopimento prodotto dall'oppio, e si mise a sedere sul letto per
liberarsi dall'acqua che le montava alla gola. Ma che cos'aveva, Dio
buono? che cos'aveva? Sul far del giorno le parve di star meglio e
sperò di cedere a un sonno riparatore. Ma non dormiva da un quarto
d'ora che già nella sua fisonomia stravolta apparivano i segni d'uno
spasimo interno e tutta la sua persona rivelava lo sforzo di chi tenta
scuoter di dosso un incubo affannoso.
--No, non è vero--ella diceva agitando le braccia--non è possibile.
No... no.
Alla fine aperse gli occhi, si rizzò con mezza la persona
puntellandosi sui gomiti, e si guardò attorno, bianca in viso più del
suo lenzuolo, con un sudor freddo che le gocciolava giù per la fronte.
Era nella camera, sola, nessun medico era accanto a lei, nessuna voce
aveva pronunziato la sentenza ch'ell'aveva creduto d'udire...
Ell'aveva sognato... Ma l'impressione del sogno non svaniva per
questo... se di tutti i particolari, di tutte le circostanze esteriori
che i sensi allucinati avevano finto a sè stessi non restava più
nulla, restava il fatto persistente della sua inquietudine fisica di
cui la Teresa non sapeva trovare una spiegazione plausibile... poichè
non voleva accettar quella che il sogno le aveva suggerita.--No,
no--ella ripeteva fra sè in preda a uno spavento senza nome--non è,
non dev'essere.--Il suo labbro non osava dire:---Non può essere-.--Pur
troppo -poteva essere-... E se fosse?... Le si drizzavano i capelli in
testa a pensarvi... Se fosse?... Sarebbe stata la sua condanna di
morte, perch'ella non avrebbe sopravvissuto all'onta, allo scandalo.
Quando le parve di poter fermarsi senza terrore all'idea della morte
(ella non s'indugiava a considerare nè il come nè il quando) la Teresa
ebbe un po' di requie. Si alzò, rivide i conti della cuoca, uscì in
giardino, diede da mangiare alle sue galline, si chinò a carezzar Moro
venuto a stropicciarsele intorno al vestito, rispose amichevolmente ai
saluti di Piero, di Andrea e del cocchiere, che in ozio tutti e tre,
se la contavano al sole.
I sui dipendenti l'adoravano, ma non convien pretendere una gran
discrezione dalla servitù, e prima ancora che la Teresa fosse a
Mogliano il giardiniere, ch'era in buoni termini con la Luisa, aveva
saputo che la padrona perdeva la testa dietro un ufficialetto di
marina e ne aveva discorso alla villa. Non era dunque un argomento
nuovo quello di cui s'intrattenevano adesso i tre oziosi.
--È stata poco bene iersera.
--Si vede.
--È molto patita.
--Il primo giorno pareva tutt'altra, ma da ieri in poi ha fatto un tal
cambiamento!...
--È la passione... Si capisce, poverina!
--Chi se lo sarebbe immaginato? Lei ch'era la casta Susanna?
--Eh, vien l'ora topica per tutte quante:--notò il cocchiere da uomo
d'esperienza.
--Sì, ma poteva sceglier meglio.
--Oh, per questo, è un gran bel pezzo di ragazzo.
--Uno che non tornerà più e che quando tornasse avrebbe ben altro pel
capo...
--Si sa che non può sposarla... Ma neanche lei vuol saperne del
matrimonio!... Se avesse voluto!
--C'è il conte Vergalli che sospira da tanti anni...
--Quello è un vecchio, e con un vecchio c'è poco gusto.
--Per me--disse il giardiniere che aveva una morale di manica
larga--se fossi stato nei panni della signora, intanto sposavo il
vecchio che ha un bel nome, ch'è ricco, ch'è innamorato cotto, e poi,
se mi saltava l'estro, mi divertivo coi giovani.
Gli altri si misero a ridere.
La Teresa aveva percorso il viale dei tigli ove le foglie secche
scricchiolavano sotto i suoi piedi, e prendendo un sentiero coperto di
ghiaia minuta s'era spinta fino al piccolo lago ingrossato dalla
pioggia recente. Voltò a destra, salì una viottola serpeggiante
intorno a una collinetta, ridiscese dal lato opposto, e giunse ad un
punto ove le due sponde del laghetto si restringevano e l'acqua
frenata da una doppia fila di sassi si frangeva rumorosamente e
rimbalzava dall'altra parte fuggendo via in sottile rigagnolo e
lambendo i rami di un gruppo di salici. Lì presso, in un'insenatura
della riva, a due o tre metri sul livello dell'acqua era un rustico
sedile di legno, e dietro al sedile, sopra un piedestallo, una
statuina di Diana alla quale da tempo immemorabile mancava un braccio.
Quante volte la Teresa aveva cercato questo tranquillo recesso! Quante
volte, a metà del giro del giardino, vi aveva fatto una breve sosta in
compagnia dei suoi ospiti! Anche oggi il romito asilo le piacque. Ella
sedette e pensò. Pensò alla sua vita onesta di cui tanta parte s'era
svolta in quei luoghi. Da bambina veniva ogni autunno con la madre a
passare un mesetto nella villa non sua ma dei genitori di colui che
doveva diventar suo marito e che allora, maggiore di lei di ben
quindic'anni, le badava appena. Ella faceva il chiasso con altri
fanciulli della sua età, ormai dispersi pel mondo, saliva
sull'altalena, s'arrampicava sugli alberi, ruzzolava giù per le
collinette, scendeva nel canotto e tragittava il lago minuscolo. Più
tardi, uscita d'infanzia, appassionata della lettura e dello studio
ella preferiva la solitudine, e a passi taciti e quasi furtivi
s'avviava alla statuina di Diana, portando seco qualche suo libro
favorito. Però, accadeva assai di rado che non la disturbassero. E il
disturbatore perenne era Tullio Valdengo, un uomo maturo al paragone
di lei, che da un po' di tempo non si sapeva che gusto potesse trovare
a discorrere con una ragazzina. Eppure egli ne trovava tanto che un
bel giorno, proprio sotto gli occhi di Diana, egli le domandò a
bruciapelo se voleva esser sua moglie.
--Le nostre due famiglie--egli le disse--sarebbero così contente di
questo matrimonio!--Côlta alla sprovveduta, ella si sbigottì e fuggì
via senza rispondere, correndo in traccia della sua mamma. E la sua
mamma e il suo babbo, che si era recato apposta a Mogliano, e il babbo
e la mamma di Tullio Valdengo l'assediarono con tante sollecitazioni,
le magnificarono con sì vivi colori la felicità che l'aspettava,
ch'ella, sebbene non innamorata di Tullio, si lasciò strappare il sì
desiderato. E del resto, perchè avrebbe detto di no? Se non era
innamorata di Tullio, non era innamorata di nessun altro. Nessuno fra
i giovani ch'ella aveva visto, neanche tra quelli che le avevano dati
segni manifesti di simpatia, era riuscito a guadagnarsi il suo cuore.
Tullio Valdengo almeno ella lo conosceva (le famiglie erano legate da
una lontana parentela e da una strettissima intimità), lo sapeva
buono, intelligente, leale, e s'egli aveva trentaquattr'anni
quand'ella non ne aveva che diciannove, l'era forza convenire che non
era lecito chiamarlo un vecchio. Le ragioni economiche che avevano
avuto tanta parte nell'assenso entusiastico dei suoi genitori, avevano
minor valore per lei. Tuttavia, cresciuta fra gli agi, benchè non
avesse che una piccolissima dote, ella capiva che, senza un grande
amore, non si sarebbe acconciata volentieri a nozze troppo modeste.
Sposò dunque Tullio Valdengo e gli fu moglie savia e fedele, com'egli
le fu affettuoso e fedele marito. Con lui ella ignorò l'ebbrezze della
passione, ignorò le gioie soavissime dell'assoluto consentimento di
due anime; troppo gli era superiore per forza d'ingegno, per vivacità
di fantasia, per raffinatezza di gusti. Pur non era e non si credeva
infelice. Era convinta che ad altre donne la vita desse di più di quel
che non dava a lei, ma le pareva che, tranne forse per poche
privilegiate dalla fortuna, quel di più dovesse portar seco il rischio
di amari disinganni e di crudeli inquietudini. Difesa dal rispetto di
sè, dal rispetto del nome di suo marito, ell'era passata vincitrice
attraverso alle insidie. Nè si vantava di aver superato grandi
pericoli. Ell'aveva ben compreso che appena una volta su mille le
dichiarazioni galanti esprimono un sentimento vero e profondo, e
provava un disprezzo incommensurabile pei libertini, pei seduttori di
professione. Ella fulminava con la sua ironia tutti questi don
Giovanni proteiformi; gli audaci e i timidi, i piagnucolosi e i
gioviali; li fulminava e se li levava d'attorno in un batter d'occhio,
con grande meraviglia di qualche conoscente sua altrettanto virtuosa
ma meno risoluta, che non riusciva a liberarsi dagl'importuni. In un
solo caso, e non si trattava d'un don Giovanni, la Teresa s'accorse
d'aver destato in un uomo un affetto degno di lei; nel caso del conte
Mario Vergalli. Ah, quello sì che le voleva bene; quello sì che
meritava d'essere amato. Ma era anche più innanzi negli anni di Tullio
Valdengo; gli mancava il fascino, l'impeto della gioventù, e a lei non
fu difficile di moderarne i trasporti, pur conservandoselo amico. Solo
alle donne illibatamente oneste è dato operar il miracolo di
trasformare in amicizia l'amore che inspirano. E un'amicizia nata in
tal modo ha una poesia, una fragranza che le solite amicizie non
hanno. Certo si è che quella di Mario Vergalli aveva finito di
riconciliare la Teresa Valdengo con la propria sorte; l'intimità con
un cuore così nobile, con uno spirito così elevato la compensava a
dovizia della scarsa idealità del marito... E talora ella diceva a sè
stessa che se il cielo le avesse accordato le dolcezze della maternità
ella non avrebbe avuto più nulla a desiderare... Invece ell'era
rimasta vedova, giovine ancora... e non era passata a seconde nozze.
Perchè? Era un mistero anche per lei. Sebbene ell'avesse assistito con
mirabile abnegazione il suo fedele compagno di oltre quindici anni,
ell'era troppo schietta da dire che Tullio Valdengo, morendo, aveva
aperto nel suo cuore una di quelle ferite che non si rimarginano. O
perchè dunque non aveva ella voluto ricominciar la vita con l'uomo
che, nell'intimo suo, ella preferiva a ogni altro, perchè non aveva
voluto premiare un così raro disinteresse, una costanza sì rara? Era
lì, nel giardino, era presso al lago ch'egli l'aveva pregata di
accettare il suo nome; era lì che, stendendogli la destra, ella gli
aveva risposto:--Perdonatemi, amico mio, non intendo rimaritarmi. Ove
mutassi idea, sarei orgogliosa d'appartenervi... Ma ricordatevi che
non dovete incatenare la vostra libertà, sacrificare il vostro
avvenire a me... che lo merito così poco... Se un'altra...
Egli l'aveva interrotta.--Non parlatemi -d'un'altra-... Qualunque cosa
vi piaccia essere, sposa od amica--(amante non disse perchè troppo la
rispettava)--ci siete voi sola per me.
La Teresa sentiva ancora negli orecchi il suono di quelle dolci
parole, aveva ancora davanti agli occhi l'atto cavalleresco con cui il
conte Mario le accompagnava, chinandosi alquanto verso di lei e
baciandole rispettosamente la mano.
Ah sciocca, sciocca, che avrebbe potuto posar la fronte su quel petto
leale e trovare un asilo sicuro fra quelle braccia di soldato e di
gentiluomo!
Non più ora, non più... Quand'anche egli le avesse perdonato il suo
fallo, ella non sarebbe stata mai la contessa Vergalli... Un momento
d'oblio aveva distrutto tutta l'opera laboriosa del suo passato, aveva
distrutto ogni speranza dell'avvenire.
Nè in questo completo naufragio della sua vita la Teresa pensava che
un soccorso qualsiasi potesse venirle da Guido di Reana. In nessun
caso sarebbe ricorsa a lui, in nessuno... nemmeno se l'orribile dubbio
che l'angosciava si fosse tramutato in realtà. Aveva creduto d'amarlo;
glielo aveva detto, glielo aveva provato con quel dono di sè che gli
uomini, a torto o a ragione, reputano la sola valida prova d'amore; e
adesso, tre giorni dopo ch'egli era partito, adesso, col terrore d'una
catastrofe ond'egli sarebbe stato la causa, adesso il suo cuore era
già insensibile e muto per lui. Non lo amava e non l'odiava. Solo non
era spento nel suo animo quel senso di pietà femminile, quasi materna,
ch'egli aveva inspirato sin dal primo vederlo. Lo considerava come un
fanciullo cieco ed irresponsabile al quale non si può domandar conto
del male che ha fatto.
XIV.
--Disturbo?
Era Sauri, il dottore, che s'era fermato, col cappello in mano, a
pochi passi dalla Teresa.
Ella dissimulò a fatica la sua noia. Pur troppo ell'avrebbe dovuto
interrogare un medico. Non avrebbe però interrogato nè Sauri, nè altri
ch'ella conoscesse... Sauri, a ogni modo, meno di tutti.
--Avanti pure--ella rispose.--E si copra, chè non fa mica caldo.
--Ho sentito--ripigliò il dottore--ch'ell'era in giardino e mi son
immaginato che sarebbe stata qui nel suo posto prediletto... Ma badi
ch'è un posto umido, e se non istà perfettamente...
--O perchè vuole ch'io non stia perfettamente?--replicò la Teresa
colorandosi in viso.
--Non so... Or ora era pallida... E qualche parola della cameriera...
--Pettegola!... O dica la verità... È stata lei a farlo venire?
--No, da galantuomo... Era una visita che le facevo io
spontaneamente... E dal momento che son qui...
La Teresa capì che non sarebbe stato opportuno il voler nasconder
tutto, e soggiunse:--Ho avuto iersera un disturbo di stomaco... Questa
è la gran malattia.
--Mi vuol mostrar la lingua?
--Non ho più nulla!
--Via--insistè Sauri,--lasci vedere.
--Oh che noioso... Ecco la lingua... È contento?
--È bianca... sporca...
--Tornerà pulita.
--Non c'è dubbio... Ma prenda due polverine di Seidlitz.
--Domani... se ne avrò bisogno... le prenderò.
--E il polso?... Mi dia il polso.
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