curiosa... Tanti casi perchè il giorno che fosti da me hai trovato
quell'imbecille di marinaio!... Domani, te lo giuro, non troverai
nessuno... Saremo noi due soli... ben più soli che qui, ove si sta
sempre in sospetto... Perchè, in fine, credi che la tua gente di
servizio non capisca nulla?
La Teresa chinò la fronte vergognosa. Ella sentiva che Guido aveva
ragione, ch'era ingenuo il sopporre che la servitù non avesse scoperto
i loro amori, non avesse origliato agli usci, commentato con plebea
volgarità la frequenza e la lunghezza dei loro ritrovi; e
cionullostante provava una ripugnanza invincibile a compiacere di
Reana che avrebbe voluto farle accettare gli appuntamenti nel suo
quartierino ammobigliato o in altro luogo fissato da lui... Fin che
restava nella propria casa le pareva che la caduta fosse meno profonda
ed ignobile... Pure, con un grande sforzo, da Guido era stata una
volta e s'era lasciata strappar quella promessa di ritornarvi da cui
ora tentava invano di esimersi.
--No--insisteva il sottotenente--non devi per un puntiglio guastar
tutto il bene che m'hai fatto... Non devi costringermi a dubitare del
tuo grande amore.
--Ma, Guido... t'ho negato nulla?--ella disse.--Ti nego nulla?
--Avrò torto, ma ne dubiterei--egli riprese.--Sono tanto triste
all'idea di abbandonarti che non riesco ad intendere come tu voglia
amareggiarmi di più.--E proseguì carezzevole, insinuante:--Vedi,
Teresa, ho preparato tutto... Alle undici tu fai colazione con me...
servita da me... giudicherai tu stessa se so servir bene, se so
apparecchiar bene la tavola... Fammi quest'ultima grazia... Non
aver paura, Teresa... te lo giuro che saremo soli in tutto
l'appartamento... I padroni stanno di sopra... il capitano del genio
che aveva una camera vicina alla mia è in licenza... Vieni, vieni.
Sebbene commossa, ella non aveva ancora risposto di sì quando suonò il
campanello di strada.
Erano così avvezzi a non esser disturbati la sera che balzarono tutti
e due in piedi esprimendo in forma quasi identica lo stesso pensiero.
--Chi sarà?--egli disse.--Non ricevere.
Ed ella:
--Chi può essere?... Già non ricevo.--E uscì per dar gli ordini alla
cameriera.
Ma questa che aveva guardato dalla finestra le riferì ch'era suo zio
il console...
A lui ella non poteva far dire che non riceveva; non poteva nemmeno
far dire ch'era malata; col pretesto della parentela egli sarebbe
stato capacissimo di andarle in camera da letto. E ordinò di lasciarlo
passare.
Ma fin ch'egli saliva le scale ella ebbe tempo di calmar le furie di
Guido.
--Bisogna rassegnarsi... Non posso licenziarlo come un estraneo... Era
in campagna... Forse vorrà qualche cosa... E potrebb'esser che si
spicciasse subito... Ma ho paura... Tu resta dieci minuti, un quarto
d'ora, e s'egli non si decide ad andarsene, va tu...
--Per tornare?
--No, Guido.... Abbi pazienza.... non conviene.
--Proprio stasera.... la penultima sera che stiamo insieme.
--Lo so, è una disdetta... Ma chi ne ha colpa?.. Senti, sii
ragionevole, non far quel muso lungo... Domani...
--Ebbene?... Domani?
--Ti do la mia parola d'onore che alle undici sarò da te.
--Ah, finalmente ti sei decisa...
--Parla piano.
--Ti sei decisa!
--Sarai contento.
--Angelo!
E saltandole addosso le diede un bacio.
--Giudizio ora!--ella intimò.
Era tempo, perchè di lì a un momento la cameriera introdusse il signor
commendatore.
VI.
Il commendatore barone Amedeo Venosti Flavi, zio materno della Teresa
Valdengo, console di un insignificante Staterello la cui
rappresentanza senza recargli il minimo incomodo gli permetteva di
avere uno stemma sulla porta di casa e d'indossare un'uniforme nelle
cerimonie ufficiali, era un uomo di sessant'anni passati, alto,
piuttosto corpulento, coi baffi e i capelli tinti e coi denti
posticci. A malgrado di ciò, per la sua età, era un bell'uomo, e
sapeva d'esser tale, e aveva ancora le sue pretese galanti. D'una
vanità morbosa, pareggiata solo dalla pochezza dell'ingegno e
dall'inettitudine a ogni applicazione continuata, il commendatore
Venosti Flavi non era felice che quando poteva appiccicarsi ai panni
di qualche pezzo grosso, di quelli che figurano negli almanacchi della
nobiltà, nel -Gotha- sopratutto... Oh, il -Gotha- era il suo libro di
devozione; ne comperava ogni anno un paio di copie, una delle quali
teneva nel suo salotto, l'altra sul comodino accanto al suo letto, per
sfogliarlo nelle ore d'insonnia. E poi, chi sa? per mezzo di quelle
pagine trasudanti sangue blù si sarebbe forse operata una trasfusione
benefica nelle sue vene. Giacchè, pur troppo, in quanto a lui non era
mica di sangue purissimo, e c'era voluto il fine ingegno del suo
intimo amico cavalier Santi, membro della Consulta araldica, grande
restauratore di nobiltà avariate, per imbastirgli una baronìa
facendogli aggiungere al borghesissimo cognome paterno quello della
madre che nasceva d'una vecchia famiglia trentina. Comunque sia, tra
pel Consolato, tra perchè parlava discretamente il tedesco, egli aveva
la soddisfazione di conoscere parecchi di quegli illustri personaggi
dell'almanacco, a cui, nelle loro visite a Venezia, faceva da
cicerone, un po' meno bene di quello che non faccia un mediocre
servitore di piazza. Spesso gli alti uffici prestati gli valevano una
decorazione, ed egli ne aveva racimolate quindici che gli
scintillavano sul petto nelle occasioni solenni, e gli davano
l'apparenza d'un Dulcamara alla fiera.
La Teresa Valdengo e lo zio commendatore erano d'indole tanto diversa
da non potervi esser mai stata fra loro intimità alcuna. Nondimeno,
quando la nipote era rimasta vedova, lo zio, che era celibe, le aveva
proposto di far casa comune. Una donna giovine e bella, egli le
diceva, non istà sola senza dar pascolo alle chiacchiere della gente;
d'altra parte a lui, uomo maturo, cominciava a pesar la vita da
scapolo; o perchè dunque non provavano ad abitare insieme? Erano
ricchi tutti e due; potevano intendersi facilmente rispettando la
reciproca indipendenza.
La proposta era ragionevole e la Teresa consentì a tentare
l'esperimento. Ma non tardò a pentirsene. Lo zio, oltre a esser noioso
e pedante, era un piccolo tiranno, pieno d'esigenze e di suscettività,
intollerabile con le sue fisime aristocratiche, con la sua mania del
-chic- e del -comm'il faut-. E mentr'egli aveva ogni momento qualche
personaggio esotico da presentare alla Teresa perchè lo invitasse a
colazione o a pranzo, trovava sempre da ridire sulle relazioni
maschili di lei: e che non avevano abbastanza un bel nome, e che
mancavano di -comm'il faut-, e che mancavano di -chic-. Non gli andava
a genio neppur Vergalli, benchè fosse un conte autentico; lo trovava
tirato giù troppo alla buona, noncurante dei vantaggi della nascita,
in sconveniente dimestichezza con letterati ed artisti, dimentico dei
riguardi dovuti a lui, barone commendatore Amedeo Venosti Flavi.
Insomma, di lì a pochi mesi, la Teresa volle riprender la sua libertà,
tanto più che il signor console un giorno, in un minuto di buon umore,
le aveva sottoposto l'idea di un matrimonio fra loro due, e in seguito
alla sua sdegnosa ripulsa aveva cercato meno legittime consolazioni
fra le braccia della sua cameriera.
Del resto, i rapporti ufficiali fra zio e nipote non erano mai stati
interrotti, ed egli veniva a desinare da lei una volta o due al mese,
senza contare gl'inviti straordinari che per compiacerlo ella faceva
di tratto in tratto a lui e a qualche forestiero del quale egli
desiderava accaparrarsi le grazie. Egli dal canto suo le inviava
cerimoniosamente un paio di regali all'anno.
Scambiati i saluti, la Teresa accennò a di Reana che s'era levato in
piedi.--Non occorrono presentazioni--ella disse.--Vi siete incontrati
altra volta.
I due uomini, guardandosi in cagnesco, fecero un segno affermativo col
capo, e si diedero la mano di malavoglia.
--Che buon vento?--ripigliò la padrona di casa rivolgendosi allo
zio.--Ti credevo in campagna.
--Son qui da ieri, ma per poco. Ho un raccomandato.
La Teresa sorrise.--Per miracolo!
--Sì, un conte dei Schaumburg Waldeck, parente dei Radzivill per parte
di donna. Un carissimo giovine... Aveva una lettera anche per la
contessa Marvesi.
--Non sarà a Venezia...
--C'è... E siamo stati iersera da lei... Ci ha invitati a pranzo per
domani. La contessa mi ha incaricato di salutarti.
--Grazie... Com'è che ha anticipato il suo ritorno?
--Vuol festeggiar qui le sue nozze d'argento.
--Con chi?
--O Teresa, come sei maligna! La Marvesi vive in ottimo accordo con
suo marito... un vero gentiluomo.
--Sta bene. Parliamo d'altro.
Ma il dialogo languiva. Era evidente che il commendatore aveva qualche
cosa da dire e che gli seccava la presenza d'un terzo. Di Reana,
nonostante la promessa fatta prima alla Teresa, non dava segno di
volersi muovere.
--E dove hai lasciato il tuo forestiero?--chiese la Valdengo allo zio,
tanto per sentire s'egli aveva un impegno che lo chiamasse presto
altrove.
--L'ho lasciato in albergo--rispose pronto Venosti.--Era stanco d'aver
girato tutto il giorno a vedere i nostri monumenti... Essendo libero,
ha voluto consacrar la serata a mia nipote... Ti disturba il fumo?
--Lo sai che non mi disturba.
Il barone estrasse di tasca un astuccio pieno di sigarette e ne
offerse una al sottotenente.
--La ringrazio--disse di Reana--ma dopo un'infiammazione di gola il
medico mi proibì di fumare... e poi... vado via.
Come chi prende una risoluzione eroica, si alzò di scatto dalla
seggiola, e porse la mano alla Teresa.
--Buona sera--rispose questa, ricambiando la stretta in modo da
lasciargli comprendere che gli era grata del sacrificio.
Di Reana la interrogò con lo sguardo; ella fece un gesto che
significava:--Siamo intesi. A domani.--Indi sonò il campanello.
L'ufficiale salutò freddamente il commendatore Venosti Flavi ed uscì.
VII.
--L'ha avuta ora questa malattia di gola, il signor di Reana?--domandò
lo zio alla nipote con una punta d'ironia.
--No, perchè?
--Perchè l'ultima volta che lo vidi da te fumava.
--Sarà, non rammento... In generale non fuma.
--Poteva però trovare un altro pretesto per non accettar la mia
sigaretta.--Venostì si strinse nelle spalle e soggiunse:--Già non me
ne importa affatto... Ed ora che siamo soli ti prego d'un piacere.
--Se posso... Scusa, prendi un tè o un marsala?
--Piuttosto un marsala.
Ella gli versò un bicchierino, gli offerse dei biscotti e gli si
piantò dinanzi chiedendogli:--Dimmi ora quel che desideri.
--Mi permetti di presentarti domani il conte di Schaumburg?
Ella non lo lasciò finire.--Domani? non ci sono.
--Come?
--Ti ripeto che non ci sono. Ho tutta la mia giornata presa.
--Anche la sera?
--Anche.
--Per domani non ti domandavo che un quarto d'ora... Se poi usavi al
mio raccomandato la cortesia d'invitarlo a desinare per doman l'altro,
te ne sarei stato riconoscentissimo.
--Mi dispiace, ma per tutta questa settimana è impossibile... Se quel
signore si trattiene qui un pezzo...
--Non si trattiene, non si trattiene... E io che gli avevo tanto
parlato di te, della tua coltura, del tuo spirito!.. Egli va pazzo per
le signore côlte... ha la passione della musica... legge moltissimo...
M'ero mezzo impegnato di condurlo qui.
--Prima di consultarmi?... Hai fatto male... A ogni modo, gli puoi
dire che sono ammalata...
--Capirà ch'è una scusa.
--Forse; ma s'è un uomo educato, fingerà di credere.
Il barone commendatore si grattava la nuca.--Santo Iddio!... Se fosse
un qualunque non ci baderei. Ma un parente dei Radzivill, una famiglia
principesca che è nell'almanacco di -Gotha-...
--Questa è un qualità, caro zio, che non mi fa nè caldo nè freddo.
--Già, tu ti atteggi a democratica, a giacobina... Fai buon mercato
perfino della nobiltà di tuo marito... non ti fai neppur chiamare
contessa.
--Se non sono contessa!
--O credi che sian tali la metà di quelle a cui si dà il titolo?
--Ognuno si regola a modo suo... Lasciamo stare questo discorso.
--Sì, son digressioni inutili... Torniamo al mio forestiero... Via
Teresa, non puoi scioglierti da' tuoi impegni... per riguardo mio?...
È il tuo parente più stretto che te ne prega; è tuo zio che, mi pare,
ha sempre mostrato di volerti bene...
Annoiata di questa insistenza, la Valdengo ripigliò in tuono
fermo:--Perdonami, zio, dal momento che ti ho detto: -non posso-.
--Non posso!... Non posso!... Si può sempre quando si vuole sul
serio... E se almeno si sapessero le ragioni per le quali non puoi?...
--Tu dimentichi che sono fuori di minorità.
--Pur troppo... Se non fosse così, t'avrei probabilmente impedito di
commettere degli spropositi.
--Tu?--esclamò la Teresa, con accento di sincera meraviglia. Non era
quello il pulpito da cui ell'era disposta di sentir la predica.
--Io, sì... So il viver del mondo, io... e so quanto facilmente una
donna sola possa compromettere la sua riputazione.
La Teresa cercò d'interromperlo, ma egli voleva andar sino alla fine.
--Ed è proprio una gran pena per me che il nome di mia nipote corra
sulle bocche della gente... Anche iersera dalla Marvesi...
--Di nuovo la Marvesi... la casta Penelope...
--Quella è una dama che non si è mai sbilanciata oltre un certo segno.
--Se le si sono attribuiti persine tre amanti in una volta!
--Cattiverie!... In ogni modo, una donna che ha il marito vivo...
La Teresa battè ironicamente le mani.--Bravo!... E quella dama mi fa
l'onore di occuparsi di me... Si può saper quel che diceva?
--Niente di positivo... È troppo ben educata... Ma faceva qualche
allusione alla tua intimità con di Reana.
--Ah!...
--E si mostrava dolente che tu dessi appiglio a supposizioni le quali,
trattandosi d'una signora rispettabile come tu sei, non potevano
essere che menzogne... Non avresti avuto una condotta austera,
irreprensibile fino adesso per cedere poi a un ragazzo... In complesso
ti difendeva.
--Amabilissima... E da chi mi difendeva?
--Mah!... Da nessuno e da tutti... In quel momento parlava con me...
--Tu già hai preso le mie parti.
--S'intende... Ma qui a quattr'occhi devo confessarti che le apparenze
ti condannano... Diamine! Hai quel sottotenentino di vascello sempre
fra i piedi... e le apparenze, cara mia, sono il più... Quello che non
si vede è come se non esistesse.
--La conosco la tua bella massima!--replicò in tuono sarcastico la
Teresa. Poscia, ergendo il capo con alterezza, soggiunse:--Senti, zio,
quando ci ritorni dalla tua contessa Marvesi, dille pure che di ciò
ch'ella e le sue pari pensano di me non m'importa affatto, che se alla
mia età, dopo trentott'anni di condotta irreprensibile, ho ceduto a un
ragazzo, il danno e la vergogna son miei, e il mio giudice più severo
è la mia coscienza... Chi ha una coscienza non ha tempo di sentire le
voci del mondo. E dille anche, alla tua contessa, che le sventure e
gli errori possono servire a qualche cosa; e a me serviranno a gettar
per sempre lontano da me quella palla di piombo delle convenienze
sociali che mi trascinavo al piede mio malgrado...
--Ts... ts... ts...--faceva il commendatore spaventato da questa
filippica della nipote.
Ma ella tirava via senza badargli.--Auff! Che liberazione!... Non
profanerò con la mia presenza, io donnicciuola colpevole, i loro
santuari immacolati, non invocherò il perdono di quelle mogli fedeli,
di quelle vedove inconsolabili...
--Ecco le solite esagerazioni, la solita enfasi--esclamò lo zio nella
sua qualità di uomo savio e posato.--Chi ti respinge? Chi ti esclude
dalla società?... Il mondo è molto migliore di quello che tu
supponi... Ci saranno dei maligni a cui non parrà vero di affibbiarti
un amante, ma scommetto che i più non credono che a innocenti
galanterie, e non crederebbero ad altro nemmeno se tu tenessi davanti
a loro il discorso imprudente che hai tenuto a me... E poi, grazie al
cielo, il tuo bellimbusto s'imbarca posdomani, e allora, checchè sia
accaduto, chi se ne ricorda?... Spero bene che non farai nascere un
pettegolezzo con la Marvesi per quelle parole che ti ho riferite e
ch'erano dettate da una sincera benevolenza...
--Oh, non aver paura!--disse la nipote.
--Benedetto cervellino che sei!--seguitò paternamente il
barone.--T'accendi come un fiammifero... E sì che tutti ti vogliono
bene, tutti ti accolgono a braccia aperte... Anch'io, mi pare, t'ho
sempre dimostrato la massima deferenza, e se di tratto in tratto ti
disturbo per qualche presentazione, questa è la miglior prova che ti
reputo una dama di garbo che qualunque alto personaggio può desiderar
di conoscere.
--Troppo onore--biascicò la Teresa facendo un inchino.
Senza rilevar la canzonatura, il barone arrivò per un'altra strada al
punto che gli stava più a cuore.
--E forse--egli osservò con l'aria d'un uomo che esamina la questione
dal lato obbiettivo--forse, in questo momento, con le chiacchiere che
vi sono in giro, il fatto ch'io conducessi da te il conte di
Schaumburg gioverebbe...
--A che cosa?--interruppe fieramente la Valdengo.--Alla mia
riputazione?... Ma, a quella, presso la Marvesi e le sue amiche,
gioverebbe anche di più ch'io divenissi l'amante del conte di
Schaumburg... Uno ch'è nel -Gotha-, un parente dei Radzivill non può
non innalzar sul piedistallo una donna...
--Dio, Dio, che maniera di ragionare!--grugnì Venosti levando le
braccia al cielo.
--Basta, zio; se non vogliamo guastarci, tronchiamo il colloquio...
Per tutta questa settimana non ho nè tempo, nè disposizione d'animo da
ricever estranei. La settimana ventura, dato che il tuo conte sia
ancora qui, vedremo...
--Parte, parte--gemette il commendatore.
--E allora, pazienza--concluse la Teresa. Sorse in piedi e stese la
mano allo zio.
--Mi licenzi?--disse questi.
--Perdona... È tardi, e sono così stanca... Non mi sento neanche
benissimo... Torno a patire delle mie insonnie e non dormo che a forza
di cloralio.
Il barone Venosti Flavi si decise ad andarsene.
---Sans rancune---soggiunse la nipote.
Egli tentennò la testa.--Non m'aspettavo questo rifiuto da te.--Ma per
mostrarle che sebbene in collera non cessava d'essere uno zio amoroso
e sollecito, ripetè a guisa d'ammonizione suprema:--Le apparenze,
Teresa mia... ti raccomando di salvare le apparenze.
VIII.
Nella camera quasi buia, ritta davanti allo specchio, la Teresa
Valdengo finiva di ravviarsi i capelli.
Due volte Guido le aveva offerto di alzare un po' la tendina: ella
aveva sempre risposto di no.
--Come puoi vederci?
--Ci vedo, ci vedo...
E a lui che le ronzava attorno non sazio ancora di carezze, non atto a
persuadersi che potesse mai venire il momento dell'ultimo bacio,
diceva supplichevole:--Sta tranquillo, te ne prego... Mettiti a
sedere.
Egli si lamentava.--Dio mio!... Sembri già un'altra donna... Sei
pentita?
Ella voltò lentamente il capo.--Tardi sarebbe.
--E allora!
--Allora che cosa, tormentatore?
--Perchè sei così fredda?... Perchè mi tieni lontano? Ci sarò lontano,
domani, a quest'ora...
Nonostante il divieto, le si riavvicinò pian pianino e le susurrò
nell'orecchio:
--Col corpo, non con lo spirito... Nell'ampio mare non vedrò che la
tua immagine, non sentirò che la tua voce, non ricorderò che questi
giorni di paradiso... Penserai a me?
Le labbra di lei si aprirono faticosamente per lasciar cadere un
monosillabo:--Sì.
Nel modo in cui quel -sì- era pronunziato c'era come l'affermazione
d'una cosa inesorabile e triste. Sì, penserò a te, ma quanto pagherei
a poter non pensarci, a poter cancellare dalla memoria questo episodio
doloroso della mia vita!
Parve ch'egli le leggesse nell'anima.--In che maniera lo dici!...
Ecco, io lo capisco, io lo sento, tu non mi perdoni... tu mi detesti.
La Teresa trasalì. Aveva anch'egli i suoi istanti di chiaroveggenza,
anch'egli intuiva la contraddizione fatale che c'è nell'amore, onde
sembra ch'esso lasci dietro di sè un lievito d'odio?
Ma la gentilezza della sua natura equilibrata riprese tosto il
disopra, e la vinse di nuovo un senso di compassione, di tenerezza per
quel fanciullo a cui la voluttà si mutava in pianto e ch'era sincero
oggi nel suo dolore come sarebbe stato sincero domani nel facile
oblío.
--Scegli male il momento per dire ch'io ti detesto--ella notò con
dolcezza, abbandonandogli la mano ch'egli afferrò e coperse di baci.
--Hai ragione, sempre ragione--egli singhiozzava.--Così sciocco devi
trovarmi... così inferiore a te...
--Zitto, Guido, sii buono--ella riprese con quel tuono materno che
inconsciamente adottava talvolta parlandogli--aiutami piuttosto a
veder se ho dimenticato qualche cosa... No, che fai?
--Se devo guardare, bisogna pure ch'io sollevi alquanto la tenda...
Io... così... non ci vedo.
Ella che aveva già il cappellino in testa si tirò indietro vivamente.
--Ma se dirimpetto non c'è che un muro sgretolato!--disse l'ufficiale
mentre perlustrava ogni angolo della stanza.
Era vero; la casa che sorgeva dall'altro lato della -calle- non aveva,
in quella parte, nessuna finestra. Tuttavia, ora che la luce era
penetrata nella camera e ne metteva in mostra il disordine rivelatore,
la Teresa vi si trovava a disagio.
--Non cercar più oltre... non ci sarà più niente.
--C'è una forcina dorata--disse Guido--questa la tengo io.
--Tienla pure.
--Grazie--egli rispose, riponendo il prezioso oggetto nel
portafogli.--Hai tutto?
--Tutto, fuor che l'ombrellino che dev'esser rimasto di là... Ebbene,
Guido, mi apri l'uscio?
--Dove vai?
--A casa mia. Lo sai che son quasi le quattro e mezzo? Lo sai che son
qui dalle undici?
--Un lampo.
--Per noi, forse; non per la giornata che volge al suo termine... Alle
sette e mezzo ci rivediamo... Sei a pranzo da me.
Egli non si rassegnava a lasciarla.--Aspetta un poco... Oppure...
Congiungendo le palme in atto di suprema preghiera, Guido continuò:
--Oppure... permettimi d'accompagnarti.
--Ma no, Guido... Perchè mi chiedi questo?
--È una grazia che ti domando l'ultimo giorno che resto qui.
--Ma no, ma no...
--O senti invece--ripigliò di Reana.--Tu mi precedi di due minuti
percorrendo la calle dei Fabbri, dirigendoti al Molo attraverso la
Piazza... Cammini adagio... io ti raggiungo.
--Oh meno che mai!--ella rispose con piglio risoluto. I sotterfugi le
ripugnavano.--Piuttosto... tanto fa... usciamo insieme.
L'ufficiale non credeva a sè stesso.
--Dici davvero?
--Sì.
Raggiante di gioia, egli la baciò sopra il velo ch'ell'aveva già
calato sul viso.
--Grazie, amore.
Passarono pel salottino ove sulla tavola non ancora sparecchiata
c'erano gli avanzi della loro colazione. In mezzo alla tavola, in una
coppa piena d'acqua, alcune rose bellissime spargevano intorno una
soave fragranza.
Guido ne porse una alla Teresa; un'altra ne prese per sè, e l'infilò
nell'occhiello del soprabito. Aperse con cautela l'uscio che metteva
nell'andito, cacciò la testa per lo spiraglio.
--Non c'è anima viva.
Giunta sulla soglia, la Teresa si voltò un momento indietro. Mai più
ell'avrebbe riviste quelle stanze, ove, nel tramonto della sua
giovinezza, ella, la donna austera ed irreprensibile, aveva immolato
il suo pudore e il suo orgoglio. Domani il quartierino di Guido di
Reana sarebbe occupato da ospiti nuovi. Guido stesso le aveva detto
che dovevano venirvi due sottotenenti di vascello, amici suoi... E gli
ospiti nuovi vi avrebbero portate le loro belle.... fioraie, sartine,
cantanti d'operette... e peggio... Ma non solo dopo di lei altre
femmine avrebbero in quel luogo servito al piacere di altri uomini;
chi sa quante prima di lei s'erano sedute a quella tavola, s'erano
abbandonate in quell'alcova?...
Di Reana, supponendo ch'ella esitasse pel timore d'incontrar gente, le
ripetè:
--Non c'è nessuno.
Ella si scosse, e con passo fermo percorse l'andito, scese le scale.
Svoltata la -calletta- deserta, si trovarono su una delle strade che
da San Luca conducono in Piazza. Camminavano a fianco in silenzio;
ella con un abito di lana allacciato sul davanti da bottoni di velluto
cremisi, stretto alla vita da una cintura di cuoio di Russia, con un
cappellino nero guarnito anch'esso di velluto del colore dei bottoni
dell'abito; egli vestito in borghese con signorile semplicità. Erano
due belle persone; egli alto, bruno, agile e forte; ella di statura
giusta, di forme nè esuberanti nè scarse, i lucidi capelli castani
raccolti dietro la nuca, la piccola testa superbamente eretta sul
collo bianco e sottile.
Le strade anguste per cui essi passavano erano quasi nell'ombra, e il
sole appena illuminava il sommo delle case più alte; ma quando
dall'arcata delle Procuratie sboccarono in Piazza San Marco fu come se
un'altra ora del giorno brillasse sul loro capo. Bench'ella avesse
sempre abitato a Venezia ed egli vi fosse già da oltre un mese,
s'arrestarono tutti e due maravigliati, rapiti. Il cielo aveva il
color della perla, l'aria era luce e tepore. Ma la cattedrale
bisantina, palpitante sotto i baci del sole, ardeva dai marmi,
scintillava dalle vetrate, dai mosaici, dai bronzi, dagli ori, con le
mille vibrazioni d'un corpo che vive, che sente, che ama.
Senza parlarsi, i due s'avviarono lentamente verso la Piazzetta.
Seduti sui gradini d'uno degli stendardi alcuni forestieri davano da
mangiare ai colombi; altri ritti davanti alla chiesa ammiravano.
Guido di Reana toccò il braccio alla Teresa, e le susurrò:
--Non è tuo zio quello, là presso il campanile?
Era lui appunto, con un giovine, certo il conte di Schaumburg.
--Desideri tornare indietro?
--No.
Ella non tentò nascondersi; anzi con una mossa altera sollevò il velo.
Il barone Venosti Flavi vide la coppia che gli passava accanto, ma
finse di non conoscerla.
--Sciocco!--borbottò fra i denti la Teresa. Poi affascinata dallo
spettacolo che si offriva ai suoi occhi, disse all'amante:--Non ci
badare... Guarda, piuttosto, che magnificenza!
Di mano in mano che procedevano verso la Piazzetta tra il Palazzo dei
Dogi e la Biblioteca Sansoviniana, la scena si svolgeva più ampia, più
varia. Di fronte, di là dal bacino di San Marco, l'isola di San
Giorgio sfolgoreggiava anch'essa nel sole con la sua chiesa palladiana
dalla bianca facciata, con lo svelto campanile rosso, con l'antico
cenobio benedettino oggi mutato in caserma. A destra la punta della
Dogana e la mole imponente della salute, e il sole, sempre il sole
che, sfavillante, si calava dietro la cupola eccelsa. In fondo, e
visibile soltanto in parte, la lunga striscia della Giudecca,
vigilata, protetta dalla chiesa del Redentore. A sinistra, come un
braccio che mollemente s'incurva, tutta la Riva degli Schiavoni
arcuata da sud-est a sud-ovest, e la gran macchia verde dei Giardini
pubblici, e, in una lontananza più grande, il Lido. Da quel lato
l'azzurro del cielo moriva in un tenue colore di viola. Ma sulla
spalletta dei Giardini, sui fabbricati di Santa Elisabetta del Lido,
sulle ultime case della Riva prospettanti verso occidente, il sole,
ormai basso, dardeggiava i suoi raggi, mandava bagliori d'incendio.
Immobili sullo specchio dell'acqua tranquilla sorgevano qua e là
bastimenti a vela e piroscafi; un vapore austriaco, un vapore inglese,
un -yacht- americano, una corvetta greca giunta in porto quella
mattina. Il -Colombo-, nella sua tinta bianca, aveva il solito aspetto
di fantasma. Guido e la Teresa ne ritorsero istintivamente lo sguardo.
Erano fermi l'uno presso all'altra, fra le due colonne di Marco e
Todero, con gli occhi rivolti dalla parte della Salute. Sembravano una
coppia di sposi, una delle tante coppie che vengono qui a passar la
luna di miele.
Dal Molo i barcaiuoli gridavano:--Gondola, gondola?... -La gondole-!
IX.
--Vuoi?--disse Guido all'amica.
L'orologio della Torre suonò le cinque.
La Teresa accennò di sì col capo.--Per un'ora... Non più. Alle sei o
sei e un quarto vorrei essere a casa.
--Comandano due remi?--chiese uno dei barcaiuoli, aiutandoli a
montare.
L'ufficiale stava per rispondere affermativamente, ma la Teresa che,
veneziana, intendeva meglio la voluttà della gondola, fu pronta a
dire:--No, un remo solo.--E ordinò:--Nel canale della Giudecca.
--Brava!--esclamò Guido.--Così non vediamo il -Colombo-.
--E poi--ella soggiunse con un sorriso fuggevole--accompagniamo il
sole.
L'accompagnarono per poco. Per poco la Teresa dovette con l'ombrellino
difendersi dai raggi che venivano a batterle in viso; poi il disco
luminoso si nascose dietro la linea dell'orizzonte, lasciando dietro
di sè un rosso più intenso che digradava via via nel roseo,
nell'arancio, nel bianco, nel verdognolo, nel violetto. L'acqua, piena
di fosforescenze, beveva avidamente il gran chiarore diffuso; spinta
da un braccio invisibile la gondola sembrava cullarsi in un mondo di
sogni. Era uno di quei momenti in cui meglio si svela l'armonia del
creato, in cui ogni luce ed ogni ombra, ogni suono ed ogni silenzio
paiono cospirare ad un fine. E l'uomo sente i vincoli segreti che
l'uniscono a tutte le cose, alle più umili come alle più superbe, alle
inanimate come a quelle ove più visibilmente palpita e freme la vita.
Con la testa arrovesciata sulla spalliera del sedile di cuoio, con gli
occhi socchiusi, la Teresa aspirava da tutti i pori la dolcezza
ineffabile di quell'ora.
Guido le prese la mano.--Se si potesse addormentarsi e morire così!
Ella diede un sussulto. Mai egli non l'aveva indovinata come oggi. A
questo appunto ella pensava: Se si potesse morire così!
--Tu hai l'avvenire dinanzi a te--ella disse.--Io, vedi, se potessi
morire oggi...
--Cattiva!... E di me che sarebbe?
--Oh!--fec'ella. E soggiunse:--Non è lo stesso?
--Non lo dire.
E rinnovò la promessa di esserle fedele anche lontano, di esserle
fedele sempre.
Ella tentennò il capo.--No, Guido... Voglio essere un soave ricordo
per te, non una pesante catena.
--Ma io...
--Zitto... Non rompere l'incanto.
Quando furono davanti al Cotonificio, un vaporino che veniva da Fusina
passò a breve distanza davanti a loro fischiando e sollevando un po'
di maretta.
--Ecco, l'incanto è rotto--sospirò la Teresa. E girandosi con mezza la
persona verso il gondoliere, disse:--Voltiamo.
--Che fretta hai?--chiese Guido.
--È tardi--ella rispose.
In fatti scendeva il crepuscolo smorzando le tinte, raddolcendo le
linee. All'Oriente, rossa ancora degli ultimi riflessi del sole,
appariva la luna. Per diminuir la forza della corrente contraria, il
barcaiuolo piegò alquanto verso sinistra, avvicinandosi di più alle
Zattere. La gondola rasentava i legni ancorati lungo la banchina,
piccoli legni per la massima parte di bandiera austriaca, provenienti
dalla Dalmazia e dall'Istria. Qua e là un cane, correndo lungo la
coperta del bastimento e sporgendosi dalla murata, abbaiava ringhioso,
qua e là s'issava sull'antenna il fanale, e il lumicino appena
visibile in quell'ora dubbia tra il giorno e la sera, alzandosi in
silenzio lungo il canape, dava l'idea di una di quelle fiammelle con
cui l'arte ingenua del medio evo raffigurava le anime del Purgatorio.
Una foglia si staccò dalla rosa che la Teresa teneva sul petto e venne
a posarsele sul dorso della mano.
--Ah!--diss'ella tirando indietro la mano con un moto
istintivo.--Credevo fosse un insetto.
E soffiò via il petalo disperso.
--Anche la mia rosa si sfoglia--notò tristamente Guido.
Chinando il capo ella mormorò:--È così la vita.
Tacquero entrambi.
Di Reana ruppe primo il silenzio.--Dunque ti decidi ad andar dalla mia
mamma a Napoli?
Ella fece segno di no.
--Perchè?
--Ho bisogno di quiete, amico mio. Passerò qualche giorno nella mia
villa. Il giardiniere mi scrive che i lavori sono quasi terminati.
--Mi sarebbe così caro saperti ospite nostra--riprese Guido.--Ti
farebbero tanta festa... non solo la mamma, che ti vuol bene da un
pezzo, ma le mie sorelle, i miei fratelli che non ti conoscono...
Ecco, adesso, senza volerlo, egli feriva i suoi sentimenti più intimi.
Come non capiva che, dopo quanto era avvenuto, la Teresa si sarebbe
trovata a disagio nella casa di lui? Che se avesse tradito il suo
segreto sarebbe stata un'impudente, se l'avesse dissimulato sarebbe
stata un'ipocrita?
--Scriverò io alla tua mamma, domani o dopo domani--ella soggiunse. E
mutò discorso.
La gondola era sboccata nel bacino di San Marco.
--Al Molo--ordinò la Teresa.
E discesero al Molo, dalla parte del ponte della Paglia.
Di Reana, smontato pel primo, pagò il barcaiuolo e offerse la mano
alla Valdengo, che sfiorandola appena con la punta delle dita saltò a
terra con una mossa svelta ed elegante.
--A fra poco--diss'ella tendendogli la destra.
Egli fece un gesto di meraviglia.--Come? Non vengo da te?
--Verrai--ella rispose--di qui a un'ora, di qui a tre quarti d'ora...
Ho da dar parecchi ordini, anche pel nostro pranzo... Non vedendo
capitar più la padrona chi sa la mia cuoca quel che avrà fatto?...
Anche tu dovrai sbrigare qualche faccenda... Arrivederci, alle sette o
sette un quarto al più tardi.
E si diresse verso il ponte della Paglia.
Evidentemente ella non voleva essere accompagnata ed egli dovette
ubbidire. Del resto, la Teresa aveva ragione; anch'egli aveva qualche
coserella da sbrigare. S'avviò quindi dalla parte opposta con l'idea
di traversar la Piazza e salire un momento al suo alloggio. All'angolo
del Palazzo ducale si pentì. Perchè la Teresa aveva voluto rimaner
sola?... Con un impeto irriflessivo ritornò sui suoi passi, corse fino
al ponte. Senonchè, sul punto di mettere il piede sul primo scalino,
ebbe vergogna di sè... Come? Quella donna aveva immolato a lui la sua
riputazione, la sua dignità, la sua pace, ed egli, egli che partiva
domani, egli che l'avrebbe dimenticata (poichè adesso sentiva che
l'avrebbe dimenticata), osava insozzarla de' suoi sospetti, osava
spiarla?... Oh, miserabile!
Rifece in fretta il cammino, andò effettivamente a casa sua, ove
Gaetano, il fido marinaio, aveva finito allora di rimettere in ordine
le stanze. La roba dell'ufficiale era stata portata a bordo sin dalla
mattina; le stoviglie, il cristallame, le posate che avevano servito
alla colazione erano state riconsegnate alla padrona con cui di Reana
aveva liquidato anticipatamente i suoi conti. Tuttavia la padrona, la
signora Felicita, che abitava al secondo piano, scese col lume per
prendere le chiavi e dare un altro saluto al suo inquilino.
--Buon viaggio, signor tenente... E se torna a Venezia si ricordi di
questa casa...
--Grazie... Non dubiti.
Nel richiuder per l'ultima volta la porta di strada, Guido di Reana si
stupì di non provar un'emozione più forte. E lungo la via che pure per
l'ultima volta lo conduceva dalla Teresa Valdengo, egli non poteva a
meno di chiedere a sè stesso se fosse veramente quello di poco fa.
Aveva i sensi tranquilli, lo spirito calmo; non avvertiva i segni
precursori di nessuna tempesta all'idea della separazione imminente.
Alla Teresa pensava con benevolenza affettuosa, con gratitudine anche;
ma nulla più. Non lo turbava il rimorso; perchè doveva averne? Aveva
forse sedotto una fanciulla inesperta? E di fronte al dolore ch'egli
recava oggi a quella donna partendo non le aveva forse dato qualche
dolcezza? Non l'aveva inebbriata di voluttà? Non aveva fatto rifiorire
per poco la sua gioventù?... E poi, ell'era tanta ragionevole. Non
s'era mai illusa sulla durata della loro relazione, nemmeno quando
s'illudeva lui... Che differenza dall'-altra-! L'altra era una mala
femmina, non paragonabile a questa; ma che affar serio era stato per
lui lo staccarsene! Quante minacce, quante preghiere, quante lacrime!
È vero che poi s'era quetata.... a forza di danaro; ma Guido di Reana
rammentava i gran brutti momenti passati sotto l'incubo di uno
sproposito, di una disgrazia... Ed egli stesso doveva convenire che
l'addio supremo gli era costato molto più di quello che non fosse per
costargli l'addio di questa sera.
X.
La Teresa s'era mutata vestito. Allorchè Guido entrò nel suo salottino
ella indossava un abito color avana ch'egli non le aveva ancora visto.
--Fa fresco stasera--ella disse.
--Ti pare?
--Fors'è un'impressione mia... O forse avrò preso freddo in gondola.
--Ti senti poco bene?--egli domandò con sollecitudine.
--No... Ho tirato fuori la roba più pesante, ecco tutto.... Siamo alla
fine d'ottobre.
La cameriera venne ad annunziare che la minestra era scodellata.
--Andiamo--disse la Teresa. E prese il braccio del suo commensale.
Guido di Reana aveva desinato altre volte in casa Valdengo; una volta
in compagnia del barone Venosti e del pittore Massimi; un'altra volta
con un tenente di vascello, poi imbarcato sopra una torpediniera, e
con la moglie di questi, una milanese che la Teresa aveva conosciuta
ai bagni.
Tranne quella mattina a colazione, soli soletti a tavola non erano
stati mai. Ora l'intimità era tolta dalla presenza della servitù, e la
Teresa e Guido parlavano di cose indifferenti, dandosi del -lei-. Egli
però, col suo appetito di ventidue anni, faceva grande onore al pranzo
squisito; ella mangiava pochissimo guardando di tratto in tratto con
una gravità malinconica il bello e fatale giovinetto ch'era passato
come un turbine nella sua quieta esistenza... Ecco, egli era venuto e
partiva; il dramma era giunto all'ultima scena. No, nemmeno potendo,
ella non avrebbe voluto ritardar la catastrofe. Ch'egli partisse,
ch'egli partisse! Forse, partito lui, ella avrebbe trovato la cara sua
pace... Non l'amava dunque più? Poche ore addietro l'aveva tenuto fra
le sue braccia, e adesso non l'amava più, e le pareva che lo avrebbe
lasciato andar via senza lacrime.... Era possibile?... Con desiderio
ardente, con tenerezza profonda il suo pensiero correva all'amico
lontano, al vero amico suo, al conte Mario Vergalli, al quale ella
avrebbe confessato il suo fallo, supplicandolo di perdonarle, di non
privarla della sua stima. Ed egli le avrebbe perdonato, egli l'avrebbe
compatita, avrebbe seguitato a volerle bene... ella n'era sicura; ma
nello stesso tempo era sicura che s'egli l'avesse di nuovo richiesta
della sua mano, ella, adesso più che mai, avrebbe risposto di no...
Passarono nel salottino verde a prendere il caffè. Appena la cameriera
fu uscita riportando il vassoio, Guido di Reana s'avvicinò:--Ebbene,
Teresa?
Con un sorriso triste ella ripetè a mezza voce:--Ebbene, Guido?
--Quando ci rivedremo?--egli riprese.
--Chi legge nell'avvenire?--ella disse.
Il giovine le si accostò fino a toccarla; ne' suoi occhi guizzò il
lampo d'un desiderio.
Ella si alzò, rigida, e aperse la finestra.
--Perchè apri?
--È una così bella notte.
--Non dicevi prima che fa fresco?
--Non tanto... E poi son coperta... Tu a ogni modo non dovresti aver
paura... Farà ben altro fresco sulla coperta dei vostri bastimenti.
Il cielo era limpidissimo, la luna brillava su San Giorgio, segnava
d'una tremula striscia d'argento la superficie dell'acqua. Di fronte
alla -Veneta Marina- si profilava con netti contorni il -Colombo-. La
caminiera fumava. Il lume acceso da poppa aveva sembianza d'una stella
bassa e solitaria.
--A che ora devi essere a bordo?
--Un po' prima di mezzanotte. Fino alle undici e mezzo c'è la lancia
che aspetta nel Rio dell'Arsenale.
--Alle undici te ne andrai.
--Oh, basta alle undici e un quarto.
--No, non devi rischiare di far tardi.
Dopo aver richiuso la finestra senza però abbassar la tendina, ella
tirò il discorso sui luoghi ch'egli avrebbe visitati, sulle cognizioni
che avrebbe acquistate senza fatica, col veder paesi e uomini nuovi,
sulla sua promozione che questo lungo viaggio avrebbe affrettata,
sulla gioia che la sua mamma avrebbe avuta di lì a due anni e mezzo o
tre anni ritrovandolo più forte, più bello e con un gallone di più...
Povera mamma!
E continuò:--Che brava e savia donna dev'essere!... Perchè quando è
rimasta vedova qualcheduno dei figliuoli era proprio bambino, non è
vero?
--Eh sì--disse Guido.--La Matilde era appena svezzata, e Cecchino
portava ancora le gonnelle.
--Ed ella--ripigliò la Teresa--non s'è sgomentata della responsabilità
che le cascava addosso... Ha preso coraggiosamente le redini della
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