agli altri le proprie sventure. Inoltre era impossibile che la moglie
del conte Leonardo fosse cattiva; bastava vederla per persuadersi del
contrario. E al palazzo la si vedeva spessissimo. Ella veniva a chieder
notizie di suo marito, a raccomandarlo, a lasciar qualche cosa per lui,
un po' di biancheria, una flanella, dei limoni, degli aranci, tanto più
preziosi quanto più era difficile l'averne durante l'assedio. Se le
dicevano ch'egli era in casa, ella guardava istintivamente verso la
scala come se fosse tentata di salire; ma resisteva alla tentazione e
calando il velo sugli occhi e rattenendo le lagrime si allontanava a
passi rapidi. Dopo la scena violenta che egli le aveva fatta in
occasione di quel famoso impiego chiesto e non ottenuto, ella non aveva
più coraggio di presentarglisi dinanzi. Del resto, per lo più, nell'ore
in cui Fortunata poteva recarsi al palazzo, Leonardo non c'era.
Le cose tirarono avanti in questo modo per mesi e mesi; solo quando
Gasparo fece alla sorella la proposta che sappiamo, ella deliberò di
avere un ultimo colloquio col marito; s'egli trovava una parola
d'affetto, se dava un segno di rammarico all'idea di separarsi per
sempre dalla sua famiglia, no, no, checchè dicesse Gasparo, ella non
sarebbe partita.
Ma le vicende dell'assedio impedirono il colloquio desiderato.
La sera di domenica 29 luglio le batterie austriache avevano sospeso il
fuoco; gli artiglieri del Piazzale e di San Secondo, a cui non pareva
vero di risparmiar le munizioni, ne avevano imitato l'esempio. A un
tratto, poco prima di mezzanotte, spettacolo bello e terribile, il cielo
è solcato da infinite striscie luminose, un fragore spaventoso risveglia
la città addormentata. Che è, che non è? I projettili nemici che fino
allora erano stati rivolti contro i forti o avevano colpito tutt'al più
l'estremo lembo di Cannaregio, ora giungevano d'improvviso nel cuore di
Venezia. Si sentiva il fischio delle bombe, lo strepito delle granate
che scoppiavano, lo schianto dei fumaiuoli, delle cornici, dei tetti,
che cadevano a pezzi. A poco a poco, dalle case rovinate o minaccianti
rovina, uscivano intere famiglie, vecchi languenti, donne discinte,
bambini aggrappati ai collo delle madri, uomini ancor vigorosi e pronti
a combattere, ma smarriti al cospetto d'un pericolo che veniva a
insidiarli persino nelle pareti domestiche. Uscivano portando seco le
masserizie più necessarie, avviandosi ai quartieri più lontani dai
bombardatori, a San Marco, a Castello. In breve la piazza fu gremita di
gente. Chi stendendo il materasso sul nudo terreno vi si adagiava coi
suoi cari a dormire, chi sedeva muto sopra uno sporto di colonna della
Basilica o su uno dei gradini delle Procuratie nuove, chi cercava asilo
nei Caffè, chi girava inquieto su e giù in traccia di parenti e d'amici.
Dalla folla saliva un mormorìo confuso di gemiti, di preghiere,
d'imprecazioni; in alto, sopra le mille e mille teste, i colombi di San
Marco, turbati nei loro riposi dall'insolito frastuono e cacciati fuori
dai nidi da un folle spavento, volavano a stormi di qua, di là, senza
mai chetarsi e sbattendo l'ali con un fragore sinistro.
Una calca poco minore c'era sul Molo, ove accorrevano anche i semplici
curiosi per veder meglio la parabola delle bombe.
---I ne fa i foghi d'artifizio, sti fioi de cani---diceva un barcaiuolo
apparecchiando tranquillamente la sua gondola e offrendosi di condur in
laguna quelli che volessero goder più davvicino del meraviglioso
spettacolo.
Un altro, a ogni colpo, mandava agli assediati un augurio breve ed
espressivo: -Andè in malora!-
---Ve le faremo inghiotir tute le vostre bombe---esclamava un popolano
stringendo i pugni in aria di sfida.
Nessuno apriva la bocca per parlare di capitolazione.
Il bombardamento continuò con pari vigore nel giorno dopo, ma intanto la
carità pubblica e privata aveva provveduto all'alloggio di quelli
ch'eran rimasti senza tetto. Però, chi pensi che due terzi della città
erano quasi inabitabili, si farà presto un'idea del modo in cui questi
profughi infelici potevano essere accomodati nell'altro terzo. Le stanze
non bastavano più; bisognava pigiar la gente nelle soffitte arse dal
sole, nei pianterreni corrosi dalla salsedine, nei sottoscala infetti,
nelle stive puzzolente dei barconi ancorati in laguna. Qual meraviglia
se in mezzo a quella moltitudine ammucchiata in sì breve spazio,
affranta già dagli stenti passati e ora sfinita più che mai dalla
nutrizione insufficiente e mal sana, prima serpeggiava insidioso, poi
scoppiava tremendo il colèra?
Il palazzo Bollati, e la casa Rialdi sorgevano in due punti abbastanza
distanti fra loro: tuttavia erano entrambi in quella parte di Venezia
ove arrivavano le bombe; Anzi, nel palazzo, un proiettile era caduto fin
dalla mattina del 30, mezz'ora dopo che il signor Ambrogio aveva issato
sul tetto il vessillo britannico dicendo solennemente alla moglie:
--Noi siamo in una botte di ferro... una botte di ferro. La bandiera
devono vederla sicuro, e allora da questa parte non tirano più....
Vorrei poi sapere perchè quell'imbecille del conte Bollati non sia
ancora tornato a casa.
Il conte Bollati non era tornato a casa e non aveva nessuna intenzione
di ritornarci. Quando principiò il bombardamento egli era in una
bettola a pochi passi dalla quale scoppiò una granata. Uscitone in
fretta, trovò la strada piena di gente che fuggiva dal -sestiere- di
Cannaregio, quello appunto dov'era il palazzo già appartenente alla sua
famiglia. Con l'esagerazione propria degli spaventati, quei fuggiaschi
dicevano che a Cannaregio le bombe venivan giù come una gragnuola, che
due persone eran morte, che la chiesa di S. Geremia era in fiamme, che
una gondola era stata squarciata e sommersa. Leonardo non se lo fece
ripetere due volte e prese la rincorsa fino a Castello, ove andò a
rifugiarsi in una osteriaccia da lui frequentata in altri tempi.
Anche i Rialdi avevano dovuto lasciare la loro abitazione ed erano stati
accolti presso un amico di Gasparo, in parrocchia di San Marco. Il primo
pensiero di Fortunata, appena vide in salvo i suoi genitori e la sua
Margherita (di sè non si curava affatto, la poverina), fu quello di
Leonardo. Ma dove trovarlo? Come arrischiarsi ad andar fino al palazzo
Bollati, ove forse, se c'erano ancora i custodi, se ne avrebbe saputo
qualcosa? A badare alla gente quella era la parte della città più
bersagliata; non ci mettevano piede che le pattuglie della guardia
civica; i pochi abitanti rimasti stavano tappati nei magazzini ove si
credevano più sicuri e da cui non uscivano che per le indispensabili
provvigioni.
--Eh, -viscere mie-, c'è altro da fare che andar in cerca di tuo
marito--borbottava la contessa Zanze alla figliuola, la quale chiedeva
a lei consiglio ed aiuto.--Per poco che la duri così, siamo tutti
spacciati e non ci resta che da raccomandare l'anima al Signore.
La contessa Zanze non aveva torto. Le condizioni di Venezia
s'aggravavano terribilmente ogni giorno. Non ostante gli sforzi eroici
del nostro piccolo naviglio, la flotta austriaca era riuscita a impedir
tutti gli accessi del porto; dal lato di terra, non c'è bisogno di
dirlo, non poteva entrare nè un sacco di grano, nè un capo di bestiame.
S'era ridotti a cibarsi di pan nero, di frutte e d'erbaggi forniti dalle
nostre isole, del pesce che si pescava nei nostri canali e nella nostra
laguna. Chi riusciva a imbandire un pezzo di carne d'un quadrupede
purchessia, doveva ringraziare la Provvidenza come d'un segnalato
favore. La fame, gli stenti, l'agglomeramento della popolazione
preparavano una messe abbondante al colèra. E il colèra falciava le
vittime a centinaia, senza distinzione di classe, di sesso, d'età;
ricchi e poveri, giovani e vecchi, donne e bambini. Non bastavano al
bisogno gli ospedali, benchè se ne aprissero sempre di nuovi, non
bastavano i medici, benchè pieni d'abnegazione; mancava il ghiaccio,
mancava il chinino pei malati, mancavano i preti pei moribondi, i
seppellitori pei morti.
Eppure, in generale, le privazioni erano sopportate virilmente, e si
trovava perfino il tempo di ridere e di scherzare. Nella famiglia ove
erano ospitati i Rialdi c'era una vecchia nonna piena d'energia che dava
coraggio ai giovani e non voleva sentir piagnistei. Linda, pulita, con
una cuffietta bianca da' cui orli spuntavano due ciocche di capelli
d'argento, asciutta dalla persona e non curva ancora dagli anni, con un
par d'occhi scuri, vivi, lucenti, la signora Teresa era sempre
circondata da uno stuolo di bimbi come una chioccia dai suoi pulcini. La
chiamavano nonna tutti quanti, i suoi nipoti come gli estranei, ed ella
raccontava loro tante belle storielle, insegnava loro tanti bei giuochi.
Qualche volta una nube velava la sua fronte serena; allora, rivolgendosi
ai maschi, ella diceva con voce sommessa:
--Quando sarete grandi toccherà a voi a prendere il fucile contro i
Tedeschi.
--Sì, sì--gridavan quelli con entusiasmo.
--Lo farete il vostro dovere?
--Sì, sì, nonna.
--Bravi!--E la nonna soggiungeva con un filo d'ironia:--Fin che venga
quel tempo torniamo a giocar a mosca cieca.
La signora Teresa aveva una gran simpatia per Gasparo Rialdi e per
Margherita; per Fortunata provava una sincera commiserazione, ma non
poteva intendersi nè con lei, nè col conte Luca o con la contessa Zanze;
erano caratteri troppo dissimili dal suo. La impazientiva specialmente
il conte Luca, il quale passava delle ore tenendosi una boccettina
d'aceto e un pezzo di canfora al naso, e lamentandosi:
--L'hanno voluta fare la rivoluzione! Ecco che cosa ci hanno guadagnato.
L'avevo sempre previsto io.... Mettersi a cozzare con l'Austria!... era
uno scacco matto sicuro.... Mi spiego?
--Eh, caro signore--rimbeccava la vecchierella--se tutti fossero come
lei, il regno dei prepotenti durerebbe sino alla consumazione dei
secoli.
Malgrado del suo spirito alquanto mordace, la signora Teresa esercitava
una singolare attrazione non soltanto sui fanciulli, ma anche sugli
adulti. E Fortunata si fece animo a confidarle, non le sue vicende
coniugali, che già erano note, ma le sue angustie per la proposizione
che l'era stata fatta dal fratello.--Dio mio, come devo regolarmi? Come
devo regolarmi?--esclamava la povera giovine.
La signora Teresa non amava le persone le quali non sanno regolarsi da
sè; tuttavia ella non potè schermirsi dal rispondere. E riconobbe che la
cosa era grave; ma pesato il pro e il contro, disse:
--Per me, accetterei.
E ripetè gli argomenti addotti già da Gasparo. Rimanendo a Venezia
Fortunata non poteva recar nessun giovamento ai suoi genitori, e in
quanto al signor conte Bollati, egli, con la sua condotta aveva perduto
il titolo di marito e di padre. Fortunata doveva pensare alla sua
figliuola, e per la bimba sarebbe senza dubbio un gran bene lo star con
lo zio.
--Quello è un uomo--concludeva la signora Teresa--e in qualunque luogo
si trovi, saprà farsi la sua strada e mantenere le sue promesse.
Fortunata si torceva le mani e gemeva:
--Dio, Dio!--E neanche vederlo? Neanche saper s'è vivo o morto?
--Qui ha ragione lei. Ma non c'è proprio caso d'averne notizie?
--Senta, signora Teresa, poichè è tanto buona, trovi un'anima pietosa
che m'accompagni fino al palazzo Bollati. Dicono ch'è un vero rischio
l'andar fin là, ma non importa....
--Crede che non si sia mosso di casa?
--Non lo so.... Probabilmente si sarà mosso come gli altri, ma possibile
che non ci sia più nessuno a guardia del palazzo? E se c'è qualcheduno,
possibile che non mi diano un' informazione, una traccia?
--Insomma vorrebbe aver compagnia per questa sua gita?
--Sì... un servitore... un facchino a cui darei una mancia.
--Ma che servitore? Che mancia? Aspetti domattina e vengo io.
--Lei!... No... no, nemmen per idea....
--O che ha bisogno d'una pattuglia per esser sicura? O crede ch'io non
mi regga sulle gambe?
--Ma no... non è questo.... Non voglio che si esponga a un rischio per
causa mia.... In mezzo alle bombe....
--Che paroloni! Dia retta a me, il rischio è molto minore di quello che
si dice.... Se non ci fosse altro che il bombardamento, gli Austriaci
avrebbero da sudare ancora per un pezzo.... In verità, quanti crede sian
stati colpiti dalle bombe in tutta la città? Dieci o dodici forse....
Meno di quelli che il colèra porta via in una casa sola in poche ore....
Alle corte, se si decide, domattina alle nove, con la scusa di fare
qualche spesa, si va insieme.... Andare e tornare è l'affare di
un'ora.... Se poi non le accomoda, si spicci da sè, chè io non ho tempo
da perdere.
Come avviene sempre a quelli che contrastano con chi abbia più energia
di loro, Fortunata cedette. E la mattina seguente, alle nove precise, le
due donne s'avviarono insieme a braccetto.
I quartieri bombardati avevano realmente un aspetto che stringeva il
cuore. Le strade deserte, le botteghe chiuse, e chiuse pure, per la
massima parte, le imposte delle case, soprattutto nei piani superiori.
Qua e là, dietro alle inferriate di un magazzino, dietro ai battenti
socchiusi d'una porta, spuntava una faccia livida, affilata, sparuta.
Non mancavano segni più visibili del bombardamento; qualche mucchio di
rovinacci, qualche pezzo di tegola e di grondaia, qualche muro diroccato
o annerito da un principio d'incendio. Tuttavia il pericolo delle
persone non era gran cosa. Nè i cannoni austriaci potevano tirar più di
tanti colpi al minuto, nè tutti i colpi arrivavano sino all'abitato. Di
quelli che ci arrivavano, molti finivano nei canali interni; a ogni
modo, ben di rado i proiettili avevano la forza di trapassar le
impalcature di tutti i piani e di giungere ai luoghi terreni ove s'erano
ridotte quelle famiglie che non avevan voluto lasciar le loro case. Per
le strade poi era quasi impossibile d'esser colti alla sprovveduta; le
bombe si sentivan venire e cento volte contro una c'era tempo di
mettersi in salvo.
Checchè ne sia, Fortunata e la signora Teresa toccarono senza disgrazia
la meta del loro pellegrinaggio. Il portone del palazzo era chiuso; il
campanello risuonò cupamente nei cortile silenzioso.
Alla terza suonata si sentì qualcheduno a muoversi, e una voce femminile
gridò dal di dentro:
--Chi è? Chi è?
Era la moglie del custode.
--Sono io, sono la contessa Bollati--rispose Fortunata,--apra un
momento.
--Madonna santa!... Cosa viene a fare?--replicò la donna affacciandosi
sulla soglia ma senza invitar le due visitatrici ad entrare.--Il signor
conte non c'è mica.... Non è più venuto dopo il 29 del mese passato....
dopo il principio del bombardamento.
--Almeno mi faccia la carità di dirmi dove sia....
--Se lo sapessi....
--Non lo sa? Non lo sa?... O poveretta me!... Non sa neanche s'è vivo?
--Per questo si cheti--rispose la custode con voce raddolcita.--È
vivo....
--Ah sì.... N'è ben sicura?
--Ieri era vivo.... Mio marito l'ha visto in piazza.
--Ha parlato con lui? E dov'è suo marito?
--Ambrogio è dal console... per quella bomba ch'è venuta in palazzo. Ah
Gesù mio!
Quest'esclamazione fu provocata dal romore d'un proiettile che doveva
esser caduto poco lontano. Dopo aver ripreso fiato, la custode accennò a
voler troncare il discorso.
--Vada, vada, signora, e che Iddio l'accompagni.... Non son luoghi da
fermarcisi, questi....
--Un momento ancora, per carità.... Non mi ha detto se suo marito abbia
parlato col conte Leonardo.
--Non gli ha parlato.... Si son scambiati un saluto di lontano e il
signor conte ha gridato: «A rivederci dopo il bombardamento....» Sarà
contenta adesso.... Vada via, vada via....
--Vado, sì... e grazie.... Ma se potesse saper qualche cosa di più....
--O Signore Iddio benedetto! Cosa vuol che si sappia in questi tempi?...
Bisogna contentarsi di vivere.
E con queste parole la donna chiuse bruscamente il portone.
La signora Teresa, che aveva taciuto fino allora, toccò leggermente la
spalla della sua compagna.
--Andiamo... Quello che si poteva sapere lo ha saputo.
--Oh sì--disse Fortunata--e mi par d'esser sollevata d'un gran peso....
È vivo!... Ma dov'è? Dov'è?... È necessario ch'io lo veda.
--A questo si penserà poi.... Andiamo.
Lungo il cammino, Fortunata cercava ogni tanto la mano della signora
Teresa e la stringeva con un moto convulso come a ringraziarla d'esser
venuta con lei. Avrebbe voluto attaccar discorso, rimetter sul tappeto
la gran questione della sua partenza con Gasparo, questione ch'era
sempre insoluta nella sua mente, ma la signora Teresa pareva assorta in
gravi pensieri.
Il cannone tuonava.
--Non finirà più!--mormorò a mezza voce Fortunata come parlando tra sè.
--Oh finirà... pur troppo che finirà--disse la signora Teresa
tentennando tristamente il capo.
Giunsero in piazza San Marco. C'era una calca di gente; la guardia
civica era schierata sotto il palazzo del Governo, e Daniele Manin,
affacciato al poggiuolo, le indirizzava per l'ultima volta la parola.
La voce onesta e leale, che per diciassette mesi aveva mantenuto acceso
nei Veneziani il sacro fuoco del patriottismo, che aveva guidato,
frenato, corretto i mobili istinti del popolo, ora scendeva commossa in
una folla commossa; era un patetico addio, era un gagliardo eccitamento
a sperare nell'avvenire, era un caloroso appello a quelle virtù con cui
le nazioni riescono a domar la fortuna.
Dal punto della piazza ove si trovavano le due donne, non era possibile
seguire il filo del discorso, ma se ne coglievano le frasi pronunciate
con accento più vibrato.
«.... Un popolo che ha fatto e patito quanto ha fatto e patito e patisce
il nostro popolo non può perire. Dee venir giorno in cui gli splendidi
destini siano corrispondenti al merito vostro.... Quando verrà questo
giorno?... Noi abbiamo seminato.... Sventure grandi sono forse
imminenti.... È pur sempre in poter nostro mantenere intemerato l'onore
di questa città.... Checchè avvenisse, dite: -Quest'uomo s'è ingannato-;
ma non dite mai: -Quest'uomo ci ha ingannati....-»
--Mai, mai--gridavano i militi agitando i berretti sulle
baionette.--Mai, mai--ripeteva il popolo unanime.
E tutti piangevano, tutti sentivano che l'ultima ora della libertà era
vicina.
Daniele Manin pronunziò ancora qualche parola; poi, sorpreso da un
malessere subitaneo, dovette ritirarsi. La folla si disperse.
La signora Teresa era rimasta immobile con gli occhi fissi al suolo; due
grosse lagrime, le prime che Fortunata le vedesse spargere, le rigavano
le gote. Alla fine si scosse, sospirò due volte:--Povera Venezia!
Povera Venezia!--disse alla sua compagna:--Spicciamoci, a casa ci
aspetteranno;--e s'avviò.
Fortunata la seguì senza aprir bocca. Forse anche a lei parevano
piccoli, dinanzi a questo gran dolore della patria, tutti i dolori
privati.
XXVI.
. . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Il morbo infuria,
Il pan ci manca,
Sul ponte sventola
Bandiera bianca!
Questo grido pietoso d'un gentile poeta e soldato, che sul cader del 20
agosto 1849 contemplava mestamente da uno dei forti della laguna la
città avvolta nei rosei vapori del tramonto, dipinge, meglio che non
potrebbero le lunghe descrizioni, lo stato di Venezia in quei giorni. Il
cannone non tuonava più, si negoziava la resa. E la resa fu sottoscritta
il 22; il 27 doveva succeder l'occupazione austriaca.
Cessato il bombardamento, tutti quelli che il fuoco, la fame, il
contagio avevano risparmiati, s'affrettarono a tornare alle loro
abitazioni, stupiti e forse non lieti di sopravvivere alla patria. Però,
se la guerra era finita, se la carestia era scemata, c'era sempre tempo
di morir di colèra, chè la malattia non accennava punto a diminuire
d'intensità, e anzi il numero delle vittime fu, in quello scorcio
d'agosto, maggiore che mai. L'accesa fantasia popolare parlava di
migliaia di morti al giorno; non erano tanti, ma passavano i trecento,
cifra enorme in una città di poco più che centomila anime.
Naturalmente anche i Rialdi furono tra quelli che rincasarono. Se la
paura, come ritengono alcuni, dispone i corpi al contagio, il conte Luca
avrebbe dovuto avere il colèra una ventina di volte; invece n'era
rimasto illeso e attribuiva la sua salvezza alle infinite precauzioni di
cui s'era circondato, e soprattutto a un grande odor di canfora che lo
isolava in mezzo alla gente. È vero ch'egli non poteva ancor cantar
vittoria. Aveva però ben altre angustie addosso oltre a quella del
colèra. Che cosa farebbe di lui il Governo austriaco? Lo lascerebbe al
suo posto, lo metterebbe in pensione, lo destituirebbe addirittura? Il
Signore Iddio gli era testimonio ch'egli non aveva contribuito per nulla
alla Rivoluzione, che non aveva appartenuto all'Assemblea, nè era sceso
in piazza San Marco a gridar -viva- e -morte-; sicuro che s'era messo
anche lui la coccarda tricolore all'occhiello, e s'era presentato al
Manin coi suoi colleghi del Tribunale; sfido io; come si poteva
esimersi? Ma il grosso guaio era l'esser padre d'un ufficiale che aveva
preso le armi contro il suo legittimo Sovrano e che doveva quindi
emigrare, l'esser marito d'una donna senza giudizio, che s'era voluta
cacciare in una dozzina di comitati, e per diciassette mesi non aveva
fatto altro che salir le scale delle case per accattar firme a indirizzi
e denari per collette, o bazzicar per le ambulanze a civettare coi
feriti (alla sua età! vergogna!) o intervenire a cerimonie chiassose,
tutta gale e pennacchi come un cavallo bardato. La contessa Zanze non
poteva lodarsi del Governo provvisorio, il quale non aveva apprezzato
sufficientemente il suo patriottismo, nè dato a Gasparo il comando di
tutte le forze di terra e di mare; anzi ella diceva che un'altra volta
si guarderebbe bene dal rifare i sacrifizi che aveva fatto; ma ella non
era punto disposta a sopportare in pace i rimproveri di suo marito, e,
stuzzicata da lui, rispondeva per le rime. Egli però non era in grado di
sostenere una discussione, e alzando le mani al cielo esclamava:
--Per carità, non mi stordite con le vostre chiacchiere, non mi fate
inquietare, che c'è ancora il colèra.
--Sì, sì,--rispondeva la moglie.--Se non avessi la spina dei figliuoli
che sono in procinto di partire, non mi fareste mica tacer così presto.
Era deciso; Gasparo conduceva con sè la sorella e la nipotina.
Fortunata, debole sempre, aveva ceduto alle istanze reiterate di suo
fratello; o forse non voleva star più a carico dei suoi genitori, i
quali, nell'incertezze dell'avvenire, potevano essere impicciati a
provvedere a sè medesimi. La piccina, dal canto suo, avrebbe preferito
di rimaner eternamente nella casa ove c'era la -nonna Teresa- con tanti
bimbi, e ove ella, a marcio dispetto del bombardamento e del colèra,
aveva passato i giorni più allegri della sua vita. Ma dacchè s'era
tornati nella casa vecchia, nella casa squallida e trista, ella ripeteva
da mattina a sera che voleva andarsene con lo zio Gasparo, con la mamma
e con -la nuova Lilì-. Notiamo fra parentesi che -la nuova Lilì-
ispirava a Margherita un rispetto superstizioso. Infatti, mentre tutti i
suoi giocattoli s'erano rotti, -la nuova Lilì-, di legno dalla testa
alle piante, aveva resistito agli urti, alle percosse, ai cambiamenti di
domicilio, aveva persino ruzzolato un giorno la scala senz'altra
conseguenza che una lieve avaria nei capelli e nel vestito.
Nel piegarsi, dopo molte lagrime e molti contrasti, alle sollecitazioni
di Gasparo, Fortunata aveva messo la condizione d'andar un'ultima volta
in cerca di Leonardo che non era stato ancora possibile di rintracciare,
e di condurgli Margherita, s'egli mostrava il desiderio di vederla.
--E se,--aveva soggiunto la povera Fortunata,--s'-egli- fosse diventato
un altr'uomo, se avesse messo giudizio, se volesse esser davvero un
buon marito e un buon padre.... intendi bene che non potrei lasciarlo.
--Se uno solo de' tuoi -se- si verificasse,--rispose Gasparo sapendo di
rischiar poco,--sarei il primo a dirti: Rimani a Venezia.
La vigilia del giorno stabilito per la partenza, Fortunata s'avviò di
buon mattino al palazzo Bollati. L'accompagnava una donna di servizio
che sarebbe tornata a prender Margherita nel caso che il conte Leonardo
fosse nelle sue stanze e volesse dar un bacio alla figliuola.
Una vecchia aperse il portone.
--Chi è? Che vuole?
--Non c'è il signor Ambrogio, il custode?
--Oh poveretto, sia pace all'anima sua, è morto già da due giorni.
--Morto?
--Sì, di colèra.... E adesso c'è la moglie in burrasca.... Vada via,
signora, ch'è meglio.
--Padroncina, padroncina, andiamo,--disse la fantesca che a sentir
nominare il colèra era diventata bianca come un cencio lavato.
--Un momento.... Buona donna, e del conte Bollati ne sapete
nulla?--soggiunse Fortunata con voce tremante.
--Il conte Bollati? Chi è?
--Non lo conoscete? Quel signore alto, coi baffi biondi, che abita qui
all'ultimo piano.
--Non lo conosco.... Ma badi.... ho sentito dire dal medico che anche su
in alto c'è qualcheduno col colèra.
--Vergine santa!--gridò la giovine mettendosi la mano al cuore.
--Padroncina, per amor di Dio, andiamo a casa,--ripetè angosciosamente
la serva.
Ma Fortunata si svincolò a forza dalla paurosa compagna che la teneva
per un lembo del vestito e le disse:
--Va a casa tu sola, va subito anzi.... io devo salire.
E senza soggiunger altro attraversò rapidamente il cortile e
l'entratura, e infilò lo scalone.
Il conte Leonardo era tornato alla sua soffitta fin dal giorno innanzi,
e i primi sintomi del morbo l'avevan colpito nel cuor della notte.
Disceso giù nell'androne all'alba per chieder soccorso, aveva per caso
trovato il dottore che veniva a curar la moglie del custode. E il
dottore, dopo avergli inutilmente suggerito di farsi trasportar
all'ospedale piuttosto di rimaner così solo nel suo covile, gli aveva
consegnato una boccettina con una mistura di canfora e laudano da
prendersi in più volte, promettendogli di tornar fra un'ora e di condur
seco un infermiere. Trascinatosi di nuovo su de' suoi cento e quindici
scalini, il conte s'era coricato aspettando. Ma non s'eran più visti nè
infermiere, nè medico. Chi poteva risponder di sè e degli altri in quei
giorni? Intanto il male cresceva di violenza e il pover'uomo che aveva
trangugiato in un colpo tutta la mistura e aveva bevuto una mezza
bottiglia di rhum, si contorceva urlando sul letto. E lo lasciavano
morir come un cane! Pensò a Fortunata; s'era viva, se lo sapeva in
quello stato, sarebbe venuta ad assisterlo.... Ma per mezzo di chi
mandarla a cercare!... Egli non poteva più scendere, non si reggeva più
sulle gambe. Era in queste smanie quando Fortunata entrò nella camera.
La prima impressione di Leonardo fu un'impressione di spavento. Era
proprio sua moglie in carne ed ossa, o era uno spettro? Egli non la
vedeva da alcuni mesi e gli parve invecchiata di diec'anni, gracile e
sottile come un giunco, bianca e diafana come l'alabastro. Alla fine si
persuase ch'era lei e si calmò alquanto. Sì, aveva fatto bene a venire,
ma adesso premeva avere il medico; corresse subito subito a chiamarne
uno, e poi, subito subito, tornasse. E Fortunata rifece le scale e volò
in due o tre farmacie lasciando dappertutto l'ordine di mandar in
palazzo Bollati il primo medico che capitasse. Quand'ella tornò presso
l'infermo, alcuni fenomeni della fatale malattia si erano alleviati;
minori i granchi allo stomaco, minore il vomito; ma erano sopraggiunti
altri sintomi gravissimi: la pelle sparsa d'un sudor freddo e viscido,
la tinta terrea, gli occhi infossati nell'orbita, il respiro affannoso,
la voce rauca e sepolcrale. Mentre il conte Leonardo si trovava in una
specie di sopore letargico, Fortunata sentì un suono di passi nella
stanza attigua, e credendo che fosse il medico uscì a incontrarlo.
Ma non era il medico, era Gasparo, il quale, saputo confusamente a casa
sua che la sorella era rimasta in palazzo Bollati, veniva in traccia di
lei.
--Tu, Gasparo?
--Io, sì.... Ebbene?... Tuo marito?...
--È di là.... col colèra.... È tanto aggravato... E non si trova un
medico... O Gasparo, fa un'opera di carità.... falla per me.... va tu a
cercarlo il dottore.... Io non posso abbandonare Leonardo che muore.
Gasparo si lasciò scappare una frase crudele.
--Ne son morti tanti migliori di lui in questi diciassette mesi!
Ella gli mise una mano sulla bocca.
--Non parlare così.... Se Leonardo ha le sue colpe, vedi come le espia!
vedi a che punto è ridotto!
-Sunt lacrimae rerum.- Gasparo girò gli occhi intorno, e nel mirar
quella squallida soffitta, e nel richiamar alla mente il lusso, gli agi
che avevan cinta l'infanzia di Leonardo Bollati provò uno stringimento
di cuore. E disse alla sorella:
--Farò come desideri.... Andrò pel dottore.... Ma lo sai che domattina
all'alba?...
--Taci, taci,--interruppe Fortunata.
E vedendolo turbarsi, soggiunse:
--Taci in questo momento.... Posson succedere tante cose prima di
domattina!
Gasparo la guardò inquieto. C'era un'intonazione così triste nella sua
voce, c'era una tale aria di stanchezza nella sua persona!
--Fortunata, cos'hai?
--Io?... Nulla.... Per amor del cielo non perder tempo.... Va, va....
Oh smemorata ch'io sono, prima d'uscir dal palazzo, batti all'uscio
dell'abitazione del custode, al pian terreno.... c'è un caso di colèra
anche lì.... forse ci sarà un medico.... va, Gasparo....
Egli discese in fretta. Dal custode gli dissero con un gesto espressivo
che il medico non aveva più ragione di venire. Invece, giunto in
istrada, la sua buona stella gli mise subito tra i piedi un dottore di
sua conoscenza; se ne impadronì (è il vocabolo giusto) e se lo tirò
dietro in palazzo.
Leonardo peggiorava rapidamente; spenta la voce, impercettibili i polsi,
esauste le forze; pur non aveva ancora perduto conoscenza, e vedendo
insieme col medico entrare il cognato guardò Fortunata con
un'espressione indefinibile di sgomento. Ella lo rassicurò con
un'occhiata, e Gasparo, impietosito al miserando spettacolo, gli fece un
saluto amichevole e gli rivolse le parole incoraggianti che sogliono
rivolgersi ai malati.
Al dottore, ch'era un brav'uomo e aveva curato i colerosi a centinaia,
non occorse più di un minuto per giudicare che Leonardo era bell'e
spacciato; nondimeno volle provare i mezzi che gli suggeriva la sua
esperienza. Visto che non ne cavava alcun frutto, chiamò da parte
Gasparo e gli susurrò all'orecchio:
--Non c'è alcuna speranza.... Procuri di condur via sua sorella.... Mi
par molto debole, e il colèra si attacca facilmente, soprattutto alle
persone deboli.
Ma Fortunata, come se avesse indovinato il pensiero del medico, fece un
energico segno negativo col capo e passando un braccio sotto il collo
del moribondo parve voler dire: «Non mi strapperete di qui che a forza.»
Gasparo le si avvicinò con dolcezza.
--Fortunata, per amore della tua Margherita....
--No, no... Margherita non ha bisogno di me.... -Lui- sì che ne ha
bisogno.... Leonardo, Leonardo, non è vero che hai bisogno della tua
Fortunata?... Oh meschina me, che ho potuto lasciarti per tanto
tempo.... Perdonami, Leonardo mio.... Oh se tu m'avessi mandata a
chiamare!... Perchè, non m'hai mandata a chiamare?... T'ho sempre voluto
bene.... O Leonardo, se guarisci, starò sempre con te, te lo giuro.
E, trattenuta invano, si gettava bocconi sul letto e tentava scaldar con
le sue carezze quel povero corpo assiderato.
A un certo momento il medico, che non aveva levato mai gli occhi
dall'infermo, disse:
--Signora, si faccia una ragione.... Ormai... è inutile.
Ella alzò la testa, guardò il medico, guardò Gasparo, guardò Leonardo,
comprese che tutto era finito e cadde ginocchioni, tendendo le palme al
cielo e gridando:--Madre di Dio, abbiate misericordia!
Stette così qualche minuto singhiozzando, pregando, coprendo di baci la
mano del morto che spenzolava dalla sponda del letto; poi, appoggiandosi
a Gasparo, cercò di rizzarsi in piedi, ma le vennero meno le forze e
s'abbandonò come una massa inerte tra le braccia del fratello.
Il dottore ch'era ancora nella stanza, accorse subito, e vedendo la
faccia stravolta, gli occhi smarriti, il pallore cadaverico della
giovane, capì subito di che cosa si trattava. Era di nuovo il colèra, un
colèra de' più gravi, di quelli che lasciano meno tempo alle difese. Il
male che aveva testè ucciso il marito ora investiva con raddoppiata
violenza la moglie.
--E poi negheranno il contagio!--disse tra sè il valentuomo, il quale,
per far prevalere la teoria del contagio, aveva sostenuto fiere
battaglie con alcuni colleghi. E non vorremmo giurare che l'idea di
poter gettare in viso agli oppositori un nuovo esempio a sostegno della
sua tesi, non gli desse qualche soddisfazione. Tanto più che il triste
caso di Fortunata pareva dargli ragione su un altro punto. Questo aveva
tutta l'aria di esser colèra fulminante, e anche il colèra fulminante
negavano que' caparbi, e pretendevano che in Europa non se ne fosse mai
visto.
Si trasportò Fortunata nella camera vicina a quella dov'era morto
Leonardo. S'era pensato sulle prime di trasportarla a casa, ma ella,
pienamente in sè e pienamente consapevole del suo stato, supplicò che
la lasciassero morir lì. Non voleva comunicare a' suoi genitori e a sua
figlia il germe della malattia... o forse, giacchè il cielo le aveva
accordato la grazia di ricongiungersi a suo marito, non voleva
staccarsene più.
Forte in mezzo agli strazi, come non era stata mai nelle condizioni
ordinarie della vita, ella scongiurava il medico di non tormentarla coi
rimedi; già ella capiva ch'era suonata la sua ora e che Iddio la
chiamava a sè.... avesse almeno potuto avere un prete!...
Gasparo si mosse per andare a cercarne uno, ma ella col po' di voce che
le rimaneva:
--Per carità non allontanarti--gli disse.
In pari tempo rivolse al medico uno sguardo supplichevole. Il buon
dottore comprese il significato di quella muta preghiera, fece a Gasparo
cenno di rimanere e s'avviò:
--In un quarto d'ora vado e torno.
--Gasparo--mormorò Fortunata, quando fu sola con suo fratello--il
Signore sa quel che si fa.... Se fossi venuta teco a Londra ti sarei
stata d'impaccio... sempre malinconica, sempre piagnucolosa.... Se
invece all'ultimo momento mi fossi rifiutata di venire, tu non avresti
voluto privarmi della mia bambina....
--No, Fortunata....
--E allora il tuo esilio sarebbe stato più tristo.... È meglio così....
Te la raccomando, la mia Margherita.... Parlale qualche volta di me....
E se le nomini suo padre, non insegnarle a disprezzare la sua
memoria.... Promettimi che compiacerai alla tua povera sorella.
--Te lo prometto, sì, te lo prometto con tutta l'anima.
--Grazie.... E il babbo e la mamma... poveri vecchi, che restan soli nel
mondo... li vedrai, non è vero, prima di partire? Salutali, di' loro che
mi perdonino se non fui sempre una figliuola ubbidiente... e tu pure...
Uno spasimo acuto le troncò la frase, e la voce le si estinse in un
gemito.
Quando tornò il dottore, e poco dopo di lui venne il prete ch'egli era
andato a chiamare, gli occhi dell'ammalata nuotavano già nella morte. Ma
ell'era sempre presente a sè stessa e potè accompagnare col movimento
delle labbra le preghiere del sacerdote e volger di tanto in tanto lo
sguardo all'uscio della camera vicina, come se intendesse che quelle
preghiere dovessero valere anche pel disgraziato che non era più in caso
di sentirle.
Era l'ora del tramonto; il sole prima di nascondersi dietro un palazzone
che sorgeva dall'altra parte del canale mandò un fascio di raggi nella
stanza e tinse d'una luce purpurea il letto improvvisato e la faccia
livida della morente. Ella s'agitò in un'ultima convulsione, poi le sue
membra s'irrigidirono per sempre.
Gasparo ebbe un ruggito da leone.--Morta, morta! Infelicissima sorella
mia, che non hai fatto altro che patire!... Morta per cagione di quel
miserabile! E non dovrò maledirlo?
Ma quell'impeto durò poco. Il tempo stringeva e Gasparo aveva ancora un
terribile ufficio da compiere: annunziare ai suoi genitori la nuova,
inattesa sciagura che piombava loro sul capo.
Egli strappò un foglietto da un taccuino e scrisse col lapis poche righe
a un amico sulla cui devozione poteva fare assegnamento. «Sai che devo
partire domattina sotto pena di essere preso e fucilato dagli Austriaci.
Mia sorella»--a questo punto egli ebbe un'esitazione, ma la vinse e
proseguì:--«e mio cognato son morti or ora di colèra in due stanze a
tetto del palazzo Bollati. Intenditi col dottore X... per la
tumulazione. Fa quello che faresti se la sventura (che il cielo tenga
sempre lontano da te) avesse battuto alla tua porta. In un momento come
questo non posso dare un tale incarico a mio padre. Addio: quando mi
sarò posato in qualche luogo (spero di fermarmi a Londra) ti riscriverò
e ti indicherò il mio recapito. Addio, e grazie dal fondo del cuore. A
rivederci in tempi migliori.»
Com'ebbe finito di scrivere, piegò il foglietto in due, vi fece
l'indirizzo e lo consegnò al dottore.
--È stato tanto buono; m'usi un'ultima cortesia. Mandi questo biglietto
al mio amico--e glielo nominò--che lei conosce benissimo e si metta
d'accordo con lui per tutto quello che resta da fare.
Il medico chinò la testa in sogno d'assenso e promise a Gasparo che
avrebbe anche pensato a trovar chi vegliasse nella notte quei poveri
morti.
--Non sono ricco, sto per prendere la via dell'esilio--disse Gasparo con
voce commossa--non posso compensarla come vorrei, ma una memoria....
E si toglieva un anello dal dito, ma il dottore l'interruppe vivamente:
--No, Rialdi, io non accetto nulla... assolutamente nulla... Ogni più
piccolo oggetto può esser necessario ad un esule....
--Ma...
--Non ne parliamo.... Mi dia piuttosto un bacio, e buon viaggio....
Gasparo abbracciò intenerito il dottore, sfiorò ancora una volta con le
labbra la fronte gelida di Fortunata e corse a precipizio giù per le
scale. Uscito dal palazzo, egli fece in un lampo la strada che lo
divideva da casa sua.
Il conte Luca e la contessa Zanze lo aspettavano con ansietà.
--E Fortunata?--essi chiesero a una voce vedendolo arrivar
solo.--Dov'è?... È rimasta lì?... Quando verrà?
--Fortunata...--principiò Gasparo. Ma invece di continuare,
balbettò:--Coraggio, padre mio, coraggio, mamma... Armatevi di tutta la
vostra forza, chè ne avete bisogno.
Quelle parole, quelle lagrime, che invano rattenute velavano due occhi
non avvezzi a spargerne, lasciavano indovinare il peggio.
--Gasparo--gridò la contessa--tu non diresti di più se tua sorella fosse
morta!
Il giovino chinò la fronte in silenzio. Rinunziamo a descrivere la scena
che ne seguì per non render ancora più triste questo capitolo già pieno
di tante pubbliche e private tristezze, e perchè ci sembra che l'ora
incalzi anche noi e ci costringa innanzi tutto a mettere in salvo il
nostro ufficiale. Questa partenza inevitabile, imminente, era quella
sera, in casa Rialdi, un dolore di più, e nello stesso tempo una
distrazione al dolore. Non c'era caso, bisognava occuparsene, far gli
ultimi preparativi, dar l'ultime disposizioni, e per conseguenza, di
tratto in tratto, pensare ad altro, parlar d'altro che della tragica
fine di Fortunata.
Intanto Margherita dormiva. Poichè ella doveva alzarsi per tempissimo,
l'avevano messa a letto subito dopo desinare, poco prima che Gasparo
giungesse, ed ella, appena posata la testa sul capezzale, aveva trovato
il sonno dolce e profondo dell'infanzia.
Degli altri di casa, come si può ben credere, non chiuse occhio in
quella notte nessuno. Ma, verso il mattino, Gasparo sforzò i suoi
genitori a ritirarsi nella loro stanza per un paio d'ore; avrebbe
vestito lui la bambina.
--Sei proprio irremovibile?--disse la contessa.--Vuoi portarcela via?
Vedi come restiamo soli.
Oh Gasparo lo sapeva, e ne sentiva in cuore una profonda pietà. Ma anche
egli era solo, e da mesi e mesi il pensiero di condur seco questa
fanciulla, di tenersela come propria figlia, era per la sua anima un
raggio di luce che rischiarava le tenebre dell'avvenire. E poi,
nonostante tutte le amarezze, tutte le incertezze dell'esilio, gli
pareva di provveder meglio alla sorte di Margherita conducendola con sè
che lasciandola presso i nonni.
--Sì, mamma--egli rispose con affetto.--Credi pure ch'è meglio così...
Un giorno, se la fortuna m'arride, verrete voi altri a raggiungerci.
La contessa Zanze non insistette.
Alle quattro del mattino Gasparo entrò nella camera della nipote.
Margherita dormiva tranquilla, con la sua puppattola al fianco, con un
braccio nudo piegato sotto la testa, in una positura simile a quella in
cui egli l'aveva vista la prima volta. Accanto alla cuna della bimba
c'era il letto della sua povera mamma, intatto, con le lenzuola
rimboccate.
--Margherita--chiamò Gaspare--o Margherita.
E la scosse dolcemente.
Ella si risentì, aperse gli occhi, si guardò intorno e disse:--La
mamma... voglio la mamma.
--Sono io, Margherita, sono lo zio Gasparo.... Lo sai che si deve
partire insieme.
--Ma anche la mamma...
--La mamma--egli soggiunse con pietosa bugia--è andata avanti... La
troveremo... Su, su....
Margherita si lasciò persuadere, e, aiutata dallo zio e da una donna di
servizio, fu pronta in pochi minuti. Anche il suo piccolo bagaglio era
pronto.
Ma convenne assolutamente prender seco un altro piccolo personaggio, un
personaggio di legno, -la nuova Lilì-, da cui Margherita non voleva
staccarsi a nessun patto.--Gliel'ho promesso--ella diceva con la maggior
gravità--e anche la mamma glielo ha promesso.
Storditi sotto il cumulo di tanti dolori, il conte Luca e la contessa
Zanze benedissero il figlio e la nipote quasi senza parole, quasi senza
lagrime. Solo quando l'uscio si richiuse dietro i due profughi, si sentì
dalla stanza uno scoppio rumoroso di pianto.
Gasparo e Margherita entrarono in una gondola. I canali interni della
città erano ancora avvolti nell'ombra, ma, guardando in su, si vedevano
i comignoli delle case illuminati dal sole. E appena la gondola sboccò
in laguna, il Molo, la Riva degli Schiavoni, la Salute, i Giardini, San
Giorgio apparvero nuotanti in un mare di luce. Gasparo mise la testa
fuori del finestrino del -felze-, ma la ritirò bruscamente... Sul forte
di San Giorgio sventolava la bandiera gialla e nera.
Il giovane ufficiale si coprì il viso con le mani e stette un pezzo
immobile e taciturno.
--Ma dov'è la mamma?--ridomandò Margherita.
Gasparo si scosse, passò un braccio intorno al collo della piccina e
ripetè:
--La mamma... è andata avanti.
Giunsero al Lido e s'imbarcarono sopra un vapore ch'era pieno di gente.
Non tutti emigranti però; alcuni erano venuti lì soltanto per
accompagnarvi i congiunti e gli amici.
Margherita girò gli occhi inquieta e chiese di nuovo:--C'è qui la mamma?
--No, bimba mia, non è qui... è andata avanti.
La macchina diede tre fischi. Si scambiarono ancora una volta i baci, i
saluti, gli auguri, le parole di conforto e di speranza; poi quelli che
non dovevano partire discesero in fretta.
Il vapore si mosse. Raccolti sulla coperta, con lo sguardo fisso verso
una parte, gli esuli mandarono un ultimo addio alla città che pareva
fuggir dinanzi a loro. E chi singhiozzava, e chi piangeva in silenzio, e
chi imprecava al destino e chi invocava il giorno della riscossa.
Margherita era seduta sulle ginocchia dello zio.
--Dove si va adesso?
--Adesso--egli rispose--andiamo intanto in un paese che si chiama Corfù.
--La troveremo lì, la mamma?
C'era un'ansietà così dolorosa nell'accento della fanciulla che Gasparo
non ebbe il coraggio di dirle il vero e baciandola teneramente le
susurrò con un filo di voce:
--Se la troveremo?... Chi sa?... Forse sì.
Margherita si calò giù pian pianino, prese -la nuova Lilì- che giaceva
ai suoi piedi, le riannodò intorno alla vita un nastro bianco rosso e
verde che s'era sciolto e si mise a canticchiare
Tre colori, tre colori,
ecc., ecc.
Quel giorno stesso, nel pomeriggio, le truppe austriache, inghirlandate
di mirto, entravano in Venezia come in una tomba, senza destare sul loro
passaggio neppur uno di quei gridi che salutano i vincitori. Passando in
gondola davanti al palazzo Bollati un maggiore spiegava all'ufficiale
ch'era con lui come quel palazzo avesse appartenuto ai suoi suoceri e
fosse poi andato all'asta e diventato proprietà d'un inglese. L'ultimo
dei Bollati s'era ridotto a vivere in tre stanze a tetto. A questo punto
eran decaduti molti nobili veneti! Il maggiore soggiungeva che come
unico erede della marchesa sua moglie, morta alcuni mesi addietro in
Moravia, egli aveva il diritto di veder davvicino come stessero le cose
e che a un tale diritto non intendeva punto di rinunziare. Oh, S. E. il
Governatore militare Gorzkowsky avrebbe fatto far giudizio ai Tribunali
italiani.
Chi parlava così era il signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von
Rudingen, rimasto vedovo, e promosso da capitano a maggiore durante la
guerra. E mentr'egli parlava, nella soffitta del palazzo Bollati, i
becchini chiudevano nella cassa il conte Leonardo, ultimo rampollo d'una
famiglia di dogi.
FINE.
MILANO.--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO.
L'ILLUSTRAZIONE ITALIANA
Anno X--1883.
È IL SOLO GRANDE GIORNALE ILLUSTRATO D'ITALIA
CON DISEGNI ORIGINALI D'ARTISTI ITALIANI
-Esce ogni domenica in sedici pagine in-4 grande-
I 52 fascicoli stampati in carta di lusso formano in fine d'ogni
anno due magnifici volumi di 816 pagine di testo, illustrate da
oltre 500 incisioni; ogni volume ha la coperta, il frontispizio e
l'indice, e forma il più ricco degli Album e delle Strenne.
ANNO, L. =25=--SEMESTRE, L. =13=--TRIMESTRE, L. =7=.
Per l'Estero, lire 32 l'anno.
* * * * *
RICORDO-ALBUM
=DELL'ESPOSIZIONE DI BELLE ARTI=
=A ROMA (1883)=
Questo elegantissimo volume in foglio, formato-Album, comprende
=ottanta= tavole tirate a parte con gran cura, che riproducono i
più lodati quadri e statue dell'Esposizione....... =Lire 12 --=
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano.
MILANO.--FRATELLI TREVES, EDITORI--MILANO.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000