lascian sempre qualche piccolo avanzo....
--Pensare che si trattava di milioni!
--E il genero e la figlia dove sono?
--In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche
loro....
--Che -patatrac-!
--La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo
Bollati!
--Bella tanto! È stata la madre.... Lei, poveretta, s'era innamorata
proprio del cugino....
--E gliene aveva date le prove....
--Casi che nascono!
--Del resto, sarà una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla....
--Nulla affatto.... Mostra dieci anni di più di quelli che ha.
Dev'essere giovanissima.
--Oh sì.... Ventuno, ventidue anni al massimo....
--Ebbene se gliene darebbero trenta....
--Il curioso si è che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei
Bollati.
--Non c'è dubbio.... Tanto più se, come dicono, il conte Luca sta per
diventar consigliere d'appello.
--Consigliere d'appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che
giocare agli scacchi.
--Eh, è un posto che gli viene per anzianità.
--Il figlio, ch'è in marina, si farà strada....
--L'ufficiale? Sì, è un giovane d'ingegno, ma una testa calda, una testa
calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al
Casino?
--Quella volta se non c'era qualche santo che lo proteggeva l'andava a
finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?
Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il
nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente
le -cariatidi- del Caffè Suttil.
--Quella è gente buona da mettere in museo--egli diceva--gente che non
capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai,
tutti, senza eccezione....
I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più
grossi, e dall'Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si
manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di
piazza. Il nome d'Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era
oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una
speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d'opere virili.
E l'amore di patria portava seco come natural conseguenza l'odio contro
il dominio straniero. Palesemente ove non c'eran gli Austriaci,
velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d'una prossima
alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl'Italiani si
contavano, e già pareva loro d'esser tutti soldati per la guerra santa.
I muri si coprivano d'iscrizioni di -Morte ai Tedeschi-.---W.
l'Italia----W. Pio Nono-; strana eppur quasi universale illusione che
associava l'idea del riscatto al nome d'un Papa. E anche Venezia,
accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo
torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella
corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d'argomenti sociali ed
economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un
pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti
raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami
di pensiero e d'affetto tra i migliori uomini della Penisola.
Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi
nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole
del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue
faccende private, vedeva un'intima relazione tra le riforme politiche,
la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l'esercizio della non meno
immaginaria miniera; ma quest'era ancora il meno peggio perchè
gl'impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il
guaio serio era l'inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli
cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter
rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere,
stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e
s'irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo
sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto
l'impressione di queste ripulse egli s'esaltava fuor di misura, e
Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la
pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una
pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la
sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di
vederla.
Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia
di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir
di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere
strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che
gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione,
dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a
rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato
tempo d'avanzo a maturar la risposta.
Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto,
mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli
s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, -un confetto- e
-una storia-. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della
biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.
Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi,
impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con
le fantasie del suo cervello malato, raccontò d'un re e d'una regina che
avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei
filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi
dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....
--Grande così--disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole
braccia.
--Grande così--ripetè il conte chinando la testa in segno d'assenso.
E non soggiunse altro.
--Nonno dorme--bisbigliò Margherita dopo una breve pausa.
Fortunata si scosse.
--Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.
--Nonno dorme--ella tornò a dire.
E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e
chiamava:
--Nonno; nonno!
--Bimba disubbidiente!--esclamò la madre alzandosi
infastidita.--Lascialo quieto il nonno.
Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l'appello della
nipote, nè il grido della nuora, nè l'irrompere tumultuoso della gente
accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli
ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse
vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva
l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la
fortuna, gli onori.
Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici
disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a
un'infinità d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero
fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di
Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini
da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla
seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e
due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non
esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento
della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte
Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il
padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo
nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente
i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di
minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere
splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva
eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.
XX.
Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei
coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non
era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co'
suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar
le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al
colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e
rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar
quattr'ore al giorno all'Uffizio e il resto della giornata a giocare a
scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era
giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch'è quanto dire a
essere una persona d'importanza, che nelle feste solenni indossava la
sua brava uniforme, s'allacciava a fianco uno spadino incapace di far
male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e
percorrendo le strade -pedibus calcantibus- attirava sul suo passaggio
le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze
morali quella d'avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi,
permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c'era più bisogno
di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s'era potuto
sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa
Zanze soleva prendere a nolo pe' suoi martedì. A fronte di questi
benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e
aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi
chiamare coi titoli di -pampano-, -babbeo- e altri simili. La consorte
ubbidiva fremendo. A lei pareva d'aver attività, energia, intelligenza
da vendere al conte marito, ma l'era forza riconoscere che la sorte non
l'era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell'imbecille, che
non s'era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni
a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano
sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto
inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non
avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto,
almeno per la parte economica, se l'avessero aiutata, le cose sarebbero
andate diversamente. E di tanto in tanto, nell'intimità coniugale, la
contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:--Se foste entrato
nell'amministrazione! Quel -sior- Bortolo nuota nell'abbondanza.
Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.--Cosa mi
venite a parlare di -sior- Bortolo? Volevate ch'io facessi la parte di
quel furfante?
Ma la contessa protestava contro questo modo d'interpretar le sue parole
e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni
passati.--Se foste entrato nell'amministrazione sareste diventato un
signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.
--Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere
d'appello?
Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c'era ben altro da fare
che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del
sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata
sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.
Che se c'era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte
Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva
dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com'era stato ai suoi
tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto
in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a
cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che
scemato le simpatie intorno a lui.
Ora gli strozzini non hanno l'animo troppo aperto alla simpatia, ma se
possono far di meno d'inasprir l'opinione pubblica lo fanno, e non
isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori più forniti di
aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell'età,
con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un
altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d'un giovane; e poi
quello lì aveva l'opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che
l'accanimento con cui l'attaccavano era persino eccessivo; pareva che
non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno
che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la
personificazione d'ogni virtù, così un altro diventa la personificazione
d'ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si
sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine;
gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che
permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e
anche con sè stessi.
Avete visto mai, verso la chiusa d'un ballo o d'una pantomima
spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell'oppressore, la
prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale,
succede l'ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto
scende dall'alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde,
lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il
segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria.
Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro
clienti l'ordine di proceder negli atti a passo di carica senza
lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie.
Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto
Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le
ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto
accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica
aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s'era risolto a
riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per
invigilar coi propri occhi la liquidazione dell'eredità del suocero. Nè
voleva sentir a dire che l'eredità era bell'e liquidata non essendovi un
centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui
-Potz tausend!- non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo,
occorrendo, tagliare il naso al cognato, a -Herr- Bortolo e a tutti gli
Italiani, -verfluchte Italiener!- E al cognato e a -Herr- Bortolo non
risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l'uno e
l'altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più
di una volta era toccato a Fortunata l'onore di ricevere le sue visite
amabili.
In queste difficili contingenze l'ottimo -sior- Bortolo pensò ch'era
venuto il momento di levarsi d'impiccio. E perchè la sua ritirata non
somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader
malato. L'asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò
d'improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli era indispensabile
un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col
cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni.
Nell'epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in
quest'occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei
consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande
amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le
spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile,
eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch'egli, -sior- Bortolo,
si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia
dell'illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano
le redini dell'amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si
sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col
convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In
un poscritto alla bellissima lettera -sior- Bortolo suggeriva di valersi
dell'opera dell'avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da
ultimo qualche consulto legale e ch'era l'uomo fatto apposta per trovare
il bandolo di una matassa arruffata.
--Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!--urlò il conte Leonardo quand'ebbe
letta e decifrata la lettera.--S'è ingrassato col nostro sangue e adesso
va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel
brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non
son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei
consigli mi dà quel furfante ch'è stato la prima causa di tutti i nostri
guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!
Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr'ore, il
conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo
degnissimo agente e si era messo nelle mani dell'avvocato Sgriccioli,
patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei
quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di
nascondigli e di usci segreti. L'avvocato Sgriccioli mostrò di prender
molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s'era indugiato troppo
a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave,
gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe;
il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì
il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo
Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò
all'ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel
suo mantenimento. Il palazzo, mandato all'asta per conto della massa
creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed,
che era l'inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai
Bollati quindici giorni per lo sgombero dell'appartamento da essi
occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a
tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.
La vanità del baronetto era lusingata dall'idea di dar ricovero a un
patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal
canto suo accettò con lieto animo l'offerta, e perchè gli ripugnava di
andar in cerca di un altro alloggio, e fors'anche perchè seguitando ad
abitare nel suo palazzo, gli pareva d'esserne sempre lui il padrone.
Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e
della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in
famiglia e a portarsi seco quell'impiccio della bimba! Già il conte Luca
e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e
la nipote.
Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l'animo di veder patire
la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di
baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non
voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il
freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria.
Ma se c'era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati,
il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far
pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai
fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci
rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all'osteria,
non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la
lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e
dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non
dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur
sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d'appello, che
s'era abbastanza riempiuto l'epa alla tavola dei parenti quand'eran
ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per
giunta, era sua figlia. Che s'ella non voleva andarci, s'ingegnasse come
poteva.
Fortunata s'ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti
ch'erano avanzati dal gran naufragio e ch'erano stati buttati alla
rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli
antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i
genitori.
Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per
lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio
bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a' suoi vizi,
ella poteva piantarlo senza rimorsi.
Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non
impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè
una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora
peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci
passava; non avrebbe preso, prima d'uscire, nemmeno una tazza di caffè.
E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i
suoi vestiti fossero spolverati, e chi l'avrebbe assistito se una notte
non si sentiva bene!
Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno
d'affetto conquistato a forza d'umiltà, di pazienza e di devozione.
Perchè, pare impossibile, ell'amava sempre Leonardo. Qualche volta,
verso l'alba, mentr'egli dormiva della grossa, ell'entrava pian pianino
nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a
deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero
generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina
quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che
una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli
la tirò a sè, le gettò le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi,
vide la moglie, palpitante, svergognata come un'adultera côlta in fallo.
--Tu!--egli disse con un'inflessione di voce ch'esprimeva lo stupore e
il disgusto.--Io credevo.... Peccato!... Va via.
--Oh Leonardo!--ella cominciò supplichevole e con le lagrime che le
gocciolavano giù per le gote.
Ma un resto di dignità le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e
coprendosi il viso con le mani fuggì dalla stanza. Indi, abbigliatasi in
furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti che più le premevano,
scese a precipizio la scala e volò a casa sua.
--Oh!--esclamò la contessa Zanze--Cosa c'è di nuovo? Cosa t'ha fatto
quel brigante?
--Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi...
per ora almeno...
--Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si può
sapere?...
--Non c'è nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo?
--Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Però vorrei sapere....
--Oh è inutile, mamma....
S'intese la voce della bimba che chiamava:--Nonna, nonna!
--Ecco, s'è svegliata--disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla
figliuola le chiese: Vuoi andarci tu?
--Sì--rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:--È meglio che
prima tu l'avverta che ci sono.... Andrò di qui a un momento.
Si fece portare una catinella d'acqua e vi immerse la faccia tre o
quattro volte. Poi entrò nella camera di Margherita.
--Oh mamma, mamma--gridò la piccina battendo le mani.
--Tesoretto mio!--proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.--Starò
sempre sempre con te.
Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di
baci che non volevano più finire.
--Ancora, ancora!--diceva la povera donna. Le pareva che quei baci
scancellassero l'onta degli altri che, poco prima, ell'aveva ricevuti...
per isbaglio.
XXI.
Il 1847 s'era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo
ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s'apriva come una
giornata nella quale i rossori inauspicati dell'alba fanno prevedere il
temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto
festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il
Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno
sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di
canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del
lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar
l'avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri
propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel
fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico
comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtà sprezzante,
pareva domandare a sè stesso se fosse possibile che i conigli si fossero
mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta.
Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma
imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra
nazionale contro l'oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete
erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie
di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua
autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent'occhi della Polizia
austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d'ordine
gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a
domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano
per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d'imitazione, per
vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità
di vedere come andasse a finire una condizione di cose sì strana ed
insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran
coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e
quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar
poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime
s'era condannato da sè il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S.
M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In
ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza
con la politica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere;
figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire
la loro opinione sugli affari del giorno, non c'era un cane che
giuocasse a scacchi, e s'anche una partita si principiava era ben
difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza
San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un
certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.
Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d'appello
percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in
piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di
cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un
gruppo d'ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo
italiano che s'imbarbariva sempre peggio:
--O signor conte, pen contento di vederla, o -ja.... Ich gratulire
mich-, mi congratulo sua nomina a -Regierungsrath?.... Geheimerath?....
ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja-, consigliere d'appello.
Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari
Bollati.... -eine traurige Geschichte....- sì, una triste storia....
quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon
anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale
afer in mano la faccenda.... -man wird sehen; ja....- si vedrà.... pur
troppo, poco, anzi -nichts-, niente da sperare.... -Und wie gehet's....
ja-, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?...
-Unglückliche junge Dame!...- Ah prutto mondo!... Anche sua -Frau-,
marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di
seguito!... -Arme Frau!-
Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così
borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l'aveva a
morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell'idea di girar con
lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E
non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all'altro!
Dagli argomenti privati l'ufficiale passò a parlare degli argomenti
pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli
Italiani erano matti, il Papa era -ein Dummkopf-, uno sciocco che
agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quel -grosser Kerl-
del Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici,
ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunità egli avrebbe saputo
accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello lì era -ein
Schwärmer-, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora
sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio
per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar
degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che
si sarebbero dati: già egli poteva dire con fondamento che il decreto
per introdurre il giudizio statario era sul punto di esser sottoposto
alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo
baccano sarebbe finito.... -Ja, gnädiger Herr Graf, so ist es....- così
è....
A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore.
Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a
fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo
clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe
un'ottima ragione per rifiutar l'offerta.
Il marchese sorrise.---Sie haben nie geraucht?- mai fumato? -Wirklich
so?...- Proprio?
--Proprio, proprio... mai fumato--rispose il conte Luca.
E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al
signor capitano ch'era atteso in un luogo e doveva lasciarlo.
---Auf Wiedersehen, Herr Graf...- a rivederci... -Meine Complimenten den
gnädigen Frauen, bitte....- prego miei complimenti alle signore,--gridò
l'espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca.
E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccontò ridendo che -der Herr
Appellationsrath-, con quella pillola del giudizio statario in corpo,
non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva
fermato il conte Rialdi all'unico scopo di recargli un po' di molestia e
di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con un -K.
K. Offizier-. Che se -Herr Graf- doveva per questa ragione soffrir
qualche sfregio dagli -italianissimi-, egli ne avrebbe avuto molto
piacere.
Il conte Rialdi uscì dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non
vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui.
Invece prima di sera gli capitò a casa un bigliettino concepito a un
dipresso in questi termini:
«Signor consigliere.--Se non foste padre di un eccellente
patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si
limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più
lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta
eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci
e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul
campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro
zelo di servitore fedelissimo di S. M.
«-Il Comitato.-»
Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il
sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi
liberali pe' suoi sentimenti di fedeltà, compromesso col Governo per
cagion del figlio che un dì o l'altro doveva passar un cattivo quarto
d'ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della
moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente
anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a
visitarla ne' suoi martedì.
--Donna senza giudizio!--le diceva il marito.--Non la volete finire? Non
lo sapete che c'è qualche signora che non vien più da voi per non sentir
certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito
quel nastro.
--Oh,--rispondeva la contessa Zanze.--Voi sareste capace di aver paura
anche se vi portassero in tavola un piatto d'indivia mista col radicchio
rosso!
--E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da
scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel
gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d'abbigliarvi come
un arlecchino? Vergogna! Alla vostra età!
--Oh! L'età....
--Sì; e con l'allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote
da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l'impiego,
sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate
piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche
brutta notizia da Gasparo che sarà un brav'uomo, non dico, ma è un
cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....
--Voi non sapete preveder che disgrazie.
--E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio
figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi
spiego?
--Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro
stampo?
--Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose!
Non vi ricordate dei Bandiera?
--Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono
mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.
--Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni,
questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo
che si permetta d'aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per
me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d'essere in un manicomio e
che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi
spiego?
E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far
sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in
arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta
-agitazione legale-; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario,
del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l'annunzio
alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti
parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli
audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che
succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di
lì a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la
notizia della rivoluzione di Vienna era l'ultima scintilla che faceva
divampare l'incendio. Il 17 marzo i prigionieri politici, liberati dal
carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori
nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma
provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra
una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più
insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa,
accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono
morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade
della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione
eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente
vissuto; pieni di energia, d'entusiasmo, di fede erano invece gli uomini
postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si
ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l'istituzione
della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade
irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine
i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e
tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e
distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo
atto d'un'epopea? È l'ultima scena d'una farsa? Chi lo sa? Quali sono in
quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono
confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della
prova.
Certo non si rischia molto assicurando fin d'ora che non è un eroe un
nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle
strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste,
ch'è padrone d'una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la
sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l'opera sua
alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri
di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di
prodi attraverso il dedalo inestricabile delle -callette- veneziane,
pone ogni studio nell'evitar -cattivi incontri-.
--Non si passa per i Gesuiti?--domanda un gregario, non so bene se
coraggioso o malizioso.
--Ohibò--risponde il signor Oreste.--Perchè si dovrebbe passarci?
--Così, per veder quello che fanno quei -patatuchi- del reggimento
Kinsky che son lì consegnati in caserma.
--Bel gusto.... Se venissero fuori?...
--Si spara il nostro colpo di fucile e si dà l'allarme.
--Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della
città e nient'altro....
--Uhm... Senza un po' di sangue non la si finisce--ripigliò il milite
battagliero.
--Insomma--grida il signor Oreste con piglio autoritario--qui il capo
son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni
Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale
da me.
Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in
silenzio le sue perlustrazioni.
--Là c'è una figura sospetta--esclama a un tratto il comandante segnando
all'imboccatura d'una calle un individuo che veniva avanti con passo
incerto.--Chi va là?
L'individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una
parentela lontana con una bestemmia.
--Bisogna vedere--soggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi.
E seguìto da loro s'avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con
sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo
Bollati.
--Oh! Eccellenza--balbetta l'ex cuoco con un resto d'ossequio.
--To', to'--dice il conte strascicando le parole.--Siete voi... bel
mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Già...
già che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo.... È vi...
vicino....
Il signor Oreste non può negare un sì piccolo servigio al suo antico
padrone.
--Ce n'avete... fatte di grosse... voi...--continua Sua Eccellenza
appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua
famiglia.
Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch'egli era stato sacrificato
non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s'era ormai giunti al
portone del palazzo.
--Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord
inglese?
--Pur troppo, Eccellenza.... Ma!
--Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m'han
lasciato... a...anche la chia...a...ve.
Il signor Oreste aiutò il conte a introdurre questa famosa chiave nella
toppa; poi disse:
--Lustrissimo, buona notte....
--Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano?
Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora
gridava:--Viva San Marco!
--Gridano:--Viva San Marco!
--Vi...va San Ma...a...rco?--ripetè a mezza voce Leonardo fermo sulla
soglia.--To...o...rna la Serenissima?
--Chi può dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor
conte.
E la pattuglia si ritirò.
Noi non vorremmo affermare che quel grido di -Viva San Marco- non
facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse
in lui all'idea di veder risorger l'antica Repubblica, a pro della quale
i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso
l'ingegno. Ma l'impressione, come accade a chi s'è disavvezzato dal
pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben
altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto
troppo, era stanco, aveva un sonno, un sonno! Si strascinò su dei suoi
centoquindici scalini, chè non ce ne volevano meno per arrivare dov'egli
abitava, e si mise a letto.
Il giorno dopo Leonardo non s'alzò che tardissimo. Affacciandosi a un
finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un'animazione
maggior dell'usato, sentì più insistente il grido che l'aveva colpito la
notte prima: -Viva San Marco!- E altri gridi insieme con questo: -Viva
Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà!- Inoltre dalle frasi scambiate tra
la gente che curiosava sulle -rive- o ai -traghetti- capì che gravi
fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.
--Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?
--Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li
trattava da bestie.
--E com'è andata?
--Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia
genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto.
Fatto si è che appena Marinovich s'è presentato all'arsenale questa
mattina, gli operai, che non se l'aspettavano dopo le minaccie di ieri,
gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori
la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s'inviperiscono di più e
gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di
fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all'ingresso,
sale per la scala, ma i suoi inseguitori gli sono alle calcagna, un
calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.
Di lì a poco si sente un'altra gran novità.
--L'arsenale è nostro.
--Come? Come?
--Se n'è impadronito Manin.
--Senza combattimento?
--Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma
le guardie civiche che c'eran dentro dissero: -marameo!----Fuoco!-
ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei
nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui,
esce dai ranghi e grida: -Giù le armi-. Il tedesco va in furia e si
slancia sull'ufficiale....
--Oh diavolo.... E come va a finire?
--Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e
getta a terra il tedesco.
--Morto?
--No, no; pare che l'abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era
meglio.
--Perchè! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno.
--Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le
guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan
tutti insieme: Viva l'Italia!
--Viva la nostra marina!
E ormai le notizie si succedono con una rapidità straordinaria.
--Anche i granatieri han fatto lega col popolo.
--I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in
potere della guardia civica.
--Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini.
--Il palazzo del governo è nelle nostre mani.
--Il podestà Correr è andato da Palffy a intimargli la resa.
--Solo?
--No, con altri tre o quattro.
Passa un'ora, si sparge la voce che ci siano delle difficoltà, che il
governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far
bombardare la città.
--Alle barricate--grida qualcheduno.
--Alle campane. Morte all'Austria!
Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del
palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico.
Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata;
era proclamata la Repubblica.
Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l'entusiasmo brillava su
tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida -Viva San Marco!
Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva Manin!-
Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra.
Sporgendo la testa fuori del davanzale, egli vedeva sotto di sè nel
terrazzo del primo piano la famiglia del -lord- che, insieme con altri
connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione
pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi
e vedeva lui, -the scion of the Doges-, il discendente dei dogi, e lo
mostrava agli ospiti, appollaiato lì in alto, sotto la grondaia, come
una civetta. Quando le grida di -Viva San Marco- si fecero più romorose
e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità
più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, -the scion
of the Doges-, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a
prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento,
cacciandone gli estranei che l'occupavano? Una figliuola del lord, molto
romantica, molto -byroniana-, diceva che sarebbe stata una scena
drammaticissima e ch'ella si sarebbe stimata felice d'assistervi anche
dovendo esserne la vittima. Ma l'austero genitore, il quale non voleva
che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:---Keep your
tongue, you silly thing-. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da
considerarsi come parte del territorio -of our most gracious Queen-,
della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.
Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22
marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell'esistenza del
conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione fortuita, l'uomo
acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell'ultimo Doge della
Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le
sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma
gloriosa, contro lo straniero.
XXII.
Di lì a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava
da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo
legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl'incrociatori
austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per
una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a
farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi
dicevano, s'era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran
parte degli ufficiali ch'erano italiani di sangue e di pensieri. I più
arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per
Venezia, per partecipare alla lotta, se l'esito era ancora incerto, per
recare al nuovo ordine di cose il sussidio d'una forza disciplinata, se
la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d'altro parere. Non
bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli più esatti; forse erano
rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si
trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo
nazionale il quale per avventura si fosse stabilito colà non desse
notizia di sè. Il consiglio di chi voleva gl'indugi prevalse. E intanto
a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di
richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd
che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o
costretto, dirigendosi a Trieste anzichè a Pola, consegnava il dispaccio
alle Autorità austriache, le quali furono in tempo di prender le
disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse più grave per
la monarchia che la perdita d'una provincia. Rimaneva un partito. Alzare
audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto,
aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a
questo s'erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi
pari. Ma molti indietreggiarono all'idea dell'aperta ribellione; si
sentivano legati dal giuramento, dall'onor militare; non osavano
intraprendere, contro la volontà espressa dei capi, ciò che avrebbero
osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A
forza di titubanze si lasciò passare il momento propizio e parve follia
il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi
e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il
freno. Venezia non ebbe nel 1848 una flotta, e chi può dire che il non
averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d'Italia?
Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi
s'erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia.
Il paese era nella luna di miele della libertà; i fatti interni e le
notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d'ebbrezza
gioconda; le voci più strane, pur che conformi al desiderio, erano
accolte come verità incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro
cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro;
Carlo Alberto era già col suo esercito sotto Verona, ove si trattava
della formalità della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti
da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila
napoletani, ch'eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come
se li avesse visti alla prova. S'affermava inoltre che non c'erano più
neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locchè
rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i
formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non
si confondevano per così poco. Quando una nuova, data per certa la
mattina, era smentita la sera--Bah!--si diceva stringendosi nelle
spalle.--Quello che non è vero oggi, sarà vero domani.--Che se alcuno si
permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di
malaugurio.
Non che si trascurasse d'armarsi, che si esitasse a sottomettersi a
qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si
chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la
quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver più
bisogno. Senonchè, alla gioia più legittima, agli entusiasmi più santi,
all'abnegazione più pura nuoceva un non so che di sguaiato e
melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose
della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupìo di
versi, gran mostra di -crociati- che parevan coristi, di -lions- che
manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di
pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti.
A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per sè
le proprie impressioni e non pensò che a mettersi agli ordini del
Governo. Offertogli di attendere all'armamento della flotta minuscola
rimasta dentro l'Arsenale, egli accettò subito l'incarico, deliberato
però ad arruolarsi più tardi nell'esercito di terra, se, com'egli
temeva, non c'era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo
soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non più
riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella.
Il 22 marzo aveva mutato di nuovo le relazioni reciproche dei coniugi
Rialdi che sembravano destinati a essere, l'uno verso l'altro, nella
condizione di due che si trovano sull'altalena.
Adesso la contessa Zanze era tornata in alto; il conte Luca era ricaduto
al basso. Egli conservava il suo posto di consigliere d'appello, ma la
moglie gli diceva sempre che se non lo avevano destituito era per un
riguardo a lei e a Gasparo. E si rifaceva delle umiliazioni sofferte
negli ultimi tempi:
--Non mi darete più della visionaria, spero? Chi aveva ragione di noi
due, eh?... Dove sono i vostri tedeschi?... Quanto pagherei a sapere
dove ha portato la sua pancia quel prepotente del Geisenburg! Ah se
avesse fermato me invece che voi, quel giorno in piazza San Marco,
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