Dal primo piano alla soffitta Enrico Castelnuovo DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA. DEL MEDESIMO AUTORE: Alla finestra L. 3 -- Nella lotta» 3 -- La Contessina » 3 -- Sorrisi e lagrime» 3 50 DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA ROMANZO DI ENRICO CASTELNUOVO -Seconda Edizione.- MILANO FRATELLI TREVES, EDITORI 1883. PROPRIETÀ LETTERARIA. Tip. Fratelli Treves. DAL PRIMO PIANO ALLA SOFFITTA I. Qualunque spettacolo ci fosse sul Canal Grande, s'era sicuri di veder folla in palazzo Bollati. Figuriamoci poi quanta gente s'aspettasse quella domenica 7 ottobre 1838 in cui ci doveva essere la regata in onore di S. M. Ferdinando I, venuto insieme con l'augusta consorte a beatificare di sua presenza la fedele città di Venezia. Già fin dalla mattina si vedeva una gran confusione, una grand'affaccendarsi dei servi a lavare i pavimenti, a spolverare i mobili, a fregar le maniglie degli usci, a mettere i damaschi fuori delle finestre. Il contino Leonardo, ragazzo di circa quindici anni, era giù alla -riva- in mezzo ai tappezzieri che stavano compiendo l'addobbo della -bissona- l'-Uscocca-, allestita per cura e a spese della famiglia Bollati, e nella quale egli stesso, il contino, sarebbe entrato più tardi. E alla riva c'era anche Tita, uno dei barcaiuoli di casa, col suo gondolino, che doveva prender parte alla gara e che portava il numero 6. Naturalmente, Tita aveva la testa piena del grande avvenimento e discuteva col padroncino circa al merito dei varii competitori ch'erano su per giù quelli dell'ultima regata. C'era però questa volta un giovine muranese, un tal Nane Sandretti detto Bisatto, di cui nessuno aveva sentito parlare fino a poche settimane addietro e del quale si pronosticavano miracoli. Sarà benissimo.... Forza ne aveva sicuramente, ma la forza non basta. Tita voleva mostrarsi imparziale; nondimeno egli doveva dire la sua opinione, ed era questa: che i Muranesi avessero a stare a Murano e a farsi le loro regate per sè. In quanto a lui, il Bisatto non gli faceva paura e con l'aiuto della Madonna sperava di guadagnarsi anche quest'anno la sua brava bandiera rossa. Non si lagnava del compagno che gli avevano dato, uno fra i pochi -Castelani- che sapessero tenere il remo[1]. Tita aggiungeva poi alcune savie considerazioni sul tempo che non era perfettamente sereno, ma che, secondo lui, si sarebbe mantenuto abbastanza buono fino a notte, sul riflusso che sarebbe cominciato fra le cinque e le cinque e mezzo, e su altri argomenti di non minore importanza. Anche il conte Zaccaria, padre di Leonardo, s'era alzato di buon mattino e girava su e giù per le stanze in compagnia dell'agente generale, -sior- Bortolo, descrivendogli l'accoglienze ricevute il dì prima da Sua Maestà, la quale s'era mostrata informatissima della grandezza dei Bollati e gli aveva detto subito!--Ah, Bollati.... nome storico.... conosco.--E il conte Zaccaria osservava che, quando si ha un nome storico, si ha l'obbligo di curarne lo splendore senza badar troppo al dispendio, e che già ci son certe spese le quali possono considerarsi più ch'altro una buona investita di capitali, e ch'egli non era pentito sicuramente d'aver fatto ristaurare il palazzo e addobbare l'-Uscocca-, perch'eran tutte cose le quali tornavano a lustro della famiglia. Parole d'oro a cui -sior- Bortolo, uomo furbo e discreto, si guardava bene dal contraddire. Se il conte Zaccaria era disposto quella mattina a veder tutto color rosa, la nobildonna Chiaretta, sua illustre consorte, pessimista per indole, s'era svegliata d'umor più nero del consueto. Essa diceva chiaro alla cameriera che non vedeva l'ora che questa baldoria finisse, e ch'era una vita da cani, e che, se durava ancora un mese così, ci avrebbe rimesso la pelle. Meno male se l'amor proprio fosse stato soddisfatto. Ma ci voleva quel grullo di suo marito per contentarsene. Ormai tutti potevano avvicinare i Sovrani, tutti potevano andare a Corte, ed ella aveva avuto l'umiliazione di trovarvi certe donnette che non avrebbe ricevuto in casa sua, certe contesse di princisbecco che non si sapeva di dove venissero. Al gran ballo poi sarebbe stato uno scandalo addirittura. Eran stati messi in giro duemila inviti e s'era dovuto discendere fino ai nobili dell'Ordine dei -segretarii-, fino ai cavalieri della Corona di ferro di terza classe, fino ai mercanti arricchiti e alle loro femmine. Che più? Si diceva, ma questo la contessa Chiaretta non voleva crederlo, che ci sarebbe stata anche la moglie d'un banchiere ebreo. In verità, eran cose che a pensarci facevano salire i rossori al viso, e quando Sua Eccellenza Chiaretta ci pensava, le veniva quasi quasi la voglia di affigliarsi alla setta della -Giovine Italia-. Intanto oggi c'era la seccatura di vedersi il palazzo pieno di gente, forestieri in gran parte, per merito soprattutto del suo signor genero e della sua signora figliuola, che quand'erano a Venezia le -intedescavano- la casa. La contessina Maddalena Bollati, figlia primogenita delle loro Eccellenze Zaccaria e Chiaretta, s'era sposata due anni addietro, uscita appena dalle Salesiane, col signor marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen ufficiale degli ussari, possessore di molte terre e castella in Moravia. Matrimonio levato a cielo dagli uni, aspramente censurato dagli altri, tanta è la varietà degli umani giudizii. Per noi due cose sole son certe: -primo-, che il nome del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen figurava nell'almanacco di Gotha, e, via, ci pare che bisogni discorrer con qualche riguardo d'una persona ch'è registrata nell'almanacco di Gotha; -secondo-, che il detto signor marchese possedeva quella prosopopea che si conviene ai grandi personaggi. La boria dei Bollati non era nemmeno paragonabile a quella del loro signor genero. L'aristocrazia veneziana si sa, visse sempre in dimestichezza col popolo e il suo orgoglio di casta prese tutt'al più la forma d'una famigliarità impertinente. Ma l'aristocrazia tedesca non ammette scherzi e vuol far capire ai semplici mortali ch'è già una sua gran degnazione s'ella permette agli altri di tirare il fiato alla sua presenza. Siccome poi il marchese Ernesto aveva appiccicato le sue belle qualità alla consorte, così la vicinanza della nobilissima coppia faceva l'effetto d'una pietra da mulino sullo stomaco. I coniugi Geisenburg-Rudingen von Rudingen, venuti a Venezia apposta per ossequiare le LL. MM, erano ospiti in casa Bollati da due settimane, e proprio nel momento in cui la contessa Chiaretta si sfogava in querimonie con la cameriera, la marchesa Maddalena strapazzava in tedesco la sua -Zimmermädchen-, e il marchese Ernesto con l'aiuto d'un servo si metteva il busto e si stringeva la vita. Bisogna notare che il marchese, afflitto da obesità prematura, doveva far sforzi erculei per dissimulare la sua imperfezione e per esser contenuto nella sua succinta divisa di capitano di cavalleria. E quando tra lui e il servo avevano sudato due buone ore, il signor marchese acquistava l'apparenza di un 8 pietrificato. Si capisce come queste condizioni fisiche non gli permettessero di restar nell'esercito, ed egli infatti aveva chiesto e ottenuto la sua licenza, conservando però il diritto di vestir l'uniforme. Non sarà inopportuno per ultimo di dare una capatina in una stanza del secondo piano dove si trova inchiodato da due anni per una paralisi alle gambe il padrone vecchio, l'ottuagenario conte Leonardo, comandante di galera ai tempi della Serenissima. Lungo, stecchito, grinzoso, il conte Leonardo era sdraiato sur una poltrona presso una finestra che guarda il Canalazzo, mentre dietro di lui un barbiere antidiluviano gli pettinava il parrucchino e gli ravviava i quattro peli tinti delle basette. Il conte Leonardo, che aveva ancora sciolta la lingua e pronta la memoria, stava passando in rassegna le innumerevoli regate a cui aveva assistito nella sua vita. Gl'importava molto di veder quella d'oggi, egli che aveva visto quelle per l'Imperatore Giuseppe II, per i duchi del Nord, per il conte di Haga, per Napoleone e pel principe Eugenio! E il barbiere, rincarando la dose, soggiungeva:--Chi ha visto ciò che si faceva sotto San Marco non ha più nulla da vedere. Eh, -lustrissimo-, a pensare che se invece di quel minchione del Condulmer ci fosse stato lei a capo della flotta, avremmo ancora la nostra Repubblica!... --Via, via--rispondeva modestamente Sua Eccellenza--la cosa non era tanto facile.... Quei maledetti Francesi erano un osso duro da rodere. Ma il barbiere non si dava per vinto. --Ci son mancati gli uomini, ecco il male. Il cavalier Emo era morto, e il solo che potesse supplirlo era tenuto in un posto subalterno. Così ci son capitate addosso tutte le disgrazie. Prima quei matti del Governo democratico, poi i -patatuchi-, poi i Francesi, poi i -patatuchi- da capo, che il diavolo se li porti.... Il conte Leonardo gli diede sulla voce: --Non vi fate sentire dal marito di mia nipote. L'altro si strinse nelle spalle.--Io non sono che un miserabile insetto, ma Vostra Eccellenza sa che quel matrimonio.... --Non l'avete mai potuto digerire. --A me non toccherebbe parlare, ma santo Iddio, c'era proprio bisogno che una damigella Bollati andasse a cercarsi lo sposo laggiù? --Cosa volete? Si sono innamorati del nome. --Un nome che riempie la bocca.... Bel gusto. --Un gusto come un altro... Per me tanto li ho lasciati fare, che non ho mai voluto perdere il mio tempo a raddrizzar le gambe ai cani.... E.... che novità ci sono in paese? --Ma! Tutte queste feste.... --Ne ho intronata la testa da mio figlio e da mia nuora.... Novità d'altro genere?... --Non saprei.... Pare che il Patriarca si sia intromesso perchè il nobil'uomo Zulian riprenda in casa la moglie. --La riprenderà, la riprenderà.... Anche suo padre ha fatto lo stesso. Gli occhi del vecchio luccicarono. --Vostra Eccellenza ne sa qualche cosa--soggiunse maliziosamente il barbiere. ---In temporibus illis-.... E poi? --Dicono che la signora Giuliana Polo non voglia più fra i piedi Sua Eccellenza Barbarigo... --Scene di gelosia a settant'anni? --Pare che la signora Giuliana abbia colto l'amico in flagranti. --Eh?--esclamò il conte Leonardo sbarrando gli occhi.--In flagranti? Con chi? --Non saranno state che carezze innocenti..... con la cameriera. --Briccone d'un Barbarigo!... Avanti. --Hanno messo il sequestro sui beni dei Napodano. --Era da aspettarselo.... È finito? --È morto il ragazzo Partecipazio. Il nobil'uomo Leonardo tentennò il capo.--Ecco un'altra grande famiglia che s'estingue. Povero Libro d'oro! --Speriamo che i Bollati durino ancora per secoli--disse il barbiere.---In sæcula sæculorum.- --Uhm!--borbottò tristamente il vecchio patrizio. E troncò il colloquio. NOTE: [1] È noto che i popolani di Venezia si distinguevano in -Castelani- e -Nicoloti-, secondo ch'erano nati e battezzati nell'una o nell'altra parte della città. Per antica consuetudine, nella regata si mette in ciascun -gondolino- un -Castelano- e un -Nicoloto-, assicurando così un uguale successo alle due frazioni. II. La regata doveva cominciare alle cinque pomeridiane, ma fin dalle quattro il piano nobile del palazzo formicolava di dame e di cavalieri, e il conte Zaccaria col pomposo genero a fianco conduceva in giro per l'appartamento tre o quattro austriaci d'alto affare, duri, impettiti, coperti di decorazioni. Era un bel palazzo davvero quello ch'egli mostrava a' suoi ospiti, uno di quegli edifizi maestosi e leggiadri ad un tempo di cui gli architetti moderni hanno perduto il segreto. -Stile del classicismo avviato alla decadenza-, lo dicono le Guide, e ne attribuiscono la costruzione al Sansovino o a uno dei suoi discepoli. Cinquant'anni fa, esso era anche uno dei pochi palazzi veneziani che nell'interno serbassero il carattere primitivo. Dalle travi dello spazioso androne pendevano due grandi fanali che avevano già appartenuto a due galere della Repubblica; il soffitto della lunga sala era adorno di elegantissimi stucchi che incorniciavano degli affreschi non privi di merito; sopra gli usci che nella sala stessa s'aprivano a destra e a sinistra c'erano dei ritratti di famiglia, quali col corno ducale in testa, quali in armatura, quali con la zimarra senatoriale, quali col vestito paonazzo a larghe maniche dei procuratori di San Marco. Altri quadri coprivano le pareti, e fra i molti ce n'erano alcuni realmente pregevoli, un Tintoretto, un Palma giovane, un Paris Bordone. Il salotto di ricevimento, i cui muri erano coperti d'arazzi di Francia, aveva un caminetto di marmo scolpito dal Vittoria, un'antica lumiera di Murano e due bei candelabri di bronzo, che riproducevano in assai minori proporzioni i due famosi della Cappella del Rosario a' SS. Giovanni e Paolo. Pesanti cortine di damasco rosso, un po' sfilacciate e sgualcite, moderavano la luce ch'entrava dall'ampie finestre, e la medesima stoffa rivestiva i seggioloni dagli alti schienali intagliati ch'erano disposti in giro simmetricamente e davano alla stanza un aspetto grave e solenne, come se dovesse a ogni momento adunarvisi il Consiglio dei Dieci. Nel salottino attiguo si ammiravano alcuni quadretti del Canaletto e del Longhi e due pastelli di Rosalba Carriera. E qua e là, nell'altre parti del palazzo, erano pure oggetti artistici di pregio, senza contare le argenterie, le maioliche, le porcellane. Si diceva, per esempio, che la collezione di vecchio Sassonia ch'era stata acquistata dal nobil'uomo Cristoforo Bollati durante la sua ambasciata a Vienna fosse la più bella che c'era in Venezia. Mentre che il conte Zaccaria faceva da cicerone agl'illustri forestieri e il marchese genero gli serviva da interprete, gli altri invitati si pigiavano nel salotto degli arazzi intorno alla languida contessa Chiaretta, o, prudentemente, prendevano il loro posto sul poggiuolo o davanti a qualche finestra per goder meglio dello spettacolo. Chi ha un po' l'abitudine della società sa benissimo che in ogni ricevimento, in ogni festa c'è un manipolo di persone alle quali nessuno bada e che i servi stessi dimenticano volontieri nell'andar in giro coi rinfreschi. Sono i parenti poveri, i vecchi conoscenti di famiglia, i maestri dei bimbi, tutta gente a cui s'è detto a bocca stretta:--Se venite ci farete un piacere--lasciando sottintendere un'altra frase--Se non venite, ce ne farete due. In questa condizione umiliante si trovavano quel giorno il conte Luca e la contessa Zanze Rialdi, cugini dei padroni, relegati insieme con la loro figliuola Fortunata a una finestra di fianco che dava sul -rio- e dalla quale il Canal Grande si vedeva solo in iscorcio. Nè la finestra era esclusivamente per i Rialdi, chè anzi essi dovevano dividerla con Don Luigi, precettore del contino Leonardo, e con un'altra signora soprannominata la contessa Ficcanaso per la rara abilità con cui essa riusciva a insinuarsi dappertutto e a saper tutti i pettegolezzi della città. La contessa Zanze e la contessa Ficcanaso si facevano mille moine, ma in fondo non si potevano soffrire. E quel giorno poi a trovarsi appaiato nella stessa mortificazione provavano una stizza grandissima.--Che vogliano levarsi dai piedi la Ficcanaso--pensava la contessa Zanze--questo si capisce, ma un trattamento simile a me, che sono della famiglia!--E l'altra diceva in cuor suo:--Facciano quante asinerie vogliono a una parente povera; chè già quella è una vera mignatta, ma usino i dovuti riguardi a una persona del mio grado. Malgrado del disprezzo reciproco, è probabile però che le due contesse si sarebbero sfogate a sparlar dei padroni di casa se la presenza di don Luigi non le avesse tenute in riga. E sì che don Luigi della roba sullo stomaco ne aveva anche lui, e aveva una voglia di dirne quattro! Per San Filippo Neri! Un sacerdote par suo, un letterato, il precettore del padroncino, il cappellano della famiglia, cacciarlo in un angolo come se fosse una spazzatura, come se si vergognassero di lui! E si vantavano d'esser gente devota alla Chiesa! Queste cose don Luigi le aveva sulla punta della lingua, ma non le diceva per paura degli altri, e specialmente di quelle femmine chiacchierone. Così, per darsela ad intendere a vicenda, il prete e le due signore andavano a gara nel levare a cielo la bellezza degli addobbi, il buon gusto dei ristauri e lo sfarzo con cui si faceva tutto in casa Bollati, e solo di tratto in tratto si permettevano qualche osservazione a carico dell'una o dell'altra fra le dame raccolte nel geniale ritrovo. Erano allusioni velate, erano suggestioni piene di carità evangelica, erano timidi dubbi seguìti dall'onesta frase: Non bisogna credere alle cattiverie del mondo;--erano lamentazioni generiche sul pervertimento dei costumi e sulle gravi conseguenze della vanità. Nè il conte Luca, nè Fortunata prendevano parte a siffatte mormorazioni. Il conte Luca non aveva fiele, e per lui, a metterlo in disparte, gli facevano un piacere fiorito, chè alla società egli non si era mai potuto avvezzare, e della Regata non gliene importava un'acca, e sarebbe rimasto ben volentieri a casa sua, davanti alla scacchiera, l'unica passione della sua vita, a studiarvi un problema intorno al quale ammattivano da più giorni gli avventori del caffè alla -Vittoria-. In quanto a Fortunata, ch'era una ragazzina timida e sbiadita di dodici anni e mezzo, non le veniva neppure in capo di lagnarsi del posto che le avevano assegnato. Di dove era, allungando un po' il collo, ella vedeva benissimo il Canal Grande, vedeva perfino le signore che si facevano fresco sul poggiuolo d'un palazzo prospettante il palazzo Bollati. Sotto la sua finestra poi, all'imboccatura del -rio-, c'era un grosso battello che serviva a sbarrare il passaggio (come s'usa nei giorni di regata), ed era pieno di gente allegra, uomini, donne, fanciulli che ingannavano il tempo mangiando semi di popone e disputando romorosamente intorno all'esito probabile della gara. C'erano due partiti. Gli uni tenevano per Tita Oliva, gli altri, meno numerosi, per quel Nane Sandretti detto -Bisatto- ch'entrava in regata per la prima volta. Tita, come sappiamo, era il gondoliere di casa Bollati, e quando lo si nominava, tutti gli occhi si alzavano verso la finestra a cui era affacciata la ragazza Rialdi. Il cuore di Fortunata batteva anch'esso per Tita, ch'era sempre gentile con lei e che la chiamava padroncina. Nel venir a palazzo essa lo aveva incontrato per istrada già vestito da -regatante-, con la sua fascia rossa intorno alla vita, l'aveva incontrato insieme con tre o quattro altri compari, ed egli aveva salutato rispettosamente lei, il conte Luca e la contessa Chiaretta, e aveva detto:--Adesso si va col gondolino ai Giardini, e speriamo bene. Come la Fortunata gli augurava il trionfo! Come si sentiva inclinata verso quelli che parteggiavano per lui, come l'indispettivano i fautori di quel Nane Bisatto che aveva la petulanza di venir a lottare coi provetti! Un fremito di voci umane, un rumore crescente di applausi annunziò l'avvicinarsi delle gondole di Corte, le quali, precedute e seguìte dalle -bissone-, facevano il giro del Canal Grande prima che i gondolini della regata si mettessero in moto. Il corteggio passò e ripassò come un lampo davanti al palazzo Bollati, dove le signore sventolavano i fazzoletti e gli uomini gridavano con quanto fiato avevano in corpo: -Viva l'Imperatore, viva l'Imperatrice!- È utile rammentare a questo proposito che, quantunque anche in quel tempo vi fossero in Venezia uomini gagliardi e generosi pronti a versare il loro sangue per l'indipendenza della patria, e non mancassero gli affigliati alla -Giovine Italia-, la grande maggioranza della popolazione accettava rassegnata il dominio austriaco e applaudiva i Sovrani col solito entusiasmo della folla per tutto ciò che brilla ed abbaglia. --Viva, viva!--strillava Fortunata con la sua vocina. E continuava, rossa dall'emozione:--Ah, ecco l'-Uscocca-, ecco l'-Uscocca-.... Mamma, babbo, presto, guardate Leonardo.... Come sta bene! In ginocchio sulla prora della sua svelta ed elegante -bissona-, sotto un baldacchino tutto veli e frangie inargentate, il contino Bollati animava i rematori col gesto e con la voce, e pareva un antenato di sè medesimo alla battaglia di Lepanto. --Ah!--seguitava la fanciulla in preda a un nuovo parossismo d'ammirazione.--E quella è la lancia del collegio di marina... ci dev'esser Gasparo lì dentro... sì, sì... eccolo là.... Babbo, mamma... non lo vedete?... È lui che governa il timone.... --Sì, sì, cara--rispondevano i genitori--non spingerti tanto fuori dal davanzale. Gasparo era il fratello maggiore di Fortunata, allievo dell'Accademia di marina, e prossimo a uscirne cadetto. La fulgida visione disparve, e di lì a poco s'intese il cannone che annunziava la partenza dei -regatanti- dalla punta dei Giardini pubblici. Un lungo mormorio corse attraverso la folla accalcata sulle due rive del Canalazzo; poi si fece uno di quei silenzi solenni in cui si sente palpitare il cuore d'un popolo. Oggi scaduta dalla sua importanza, la regata era fino a trent'anni fa lo spettacolo favorito dei Veneziani. A ogni modo, essa era ed è sempre lo spettacolo popolare per eccellenza. La lotta dei gladiatori in Roma antica, la corsa dei tori in Ispagna trovano forse una maggior partecipazione in tutte le classi sociali, ma nessuna festa scuote più vivamente le fibre della moltitudine. Quanto tempo prima se ne discorre nei -traghetti-, per le osterie, nelle case, nei trivii, quanto tempo dopo si continua a parlarne! E il giorno della prova, mezza Venezia si spopola per riversarsi sull'altra metà. La gente s'insacca nelle barche, nelle -peate-, nei battelli d'ogni forma e misura, fa ressa sulle -fondamenta-, paga volentieri qualche soldo per assicurarsi una seggiola o un posto sopra qualche panca, o s'arrampica sugli sporti delle fabbriche, sull'inferriate delle case, sui piedestalli dei candelabri, o s'addensa dietro le spallette del ponte di Rialto, la cui mole maestosa e severa sembra acquistare il moto e la vita a quell'ondeggiamento di teste. E in quel giorno più che mai il popolo è superbo della sua Venezia, e s'inebbria in quel tripudio di colori e di luce onde ogni cosa s'anima e si trasfigura, dal freddo marmo dei palazzi gotici, arabi, lombardeschi, barocchi, alle carni pastose e alle fulve o brune chiome delle donne e delle fanciulle. Ma ecco nuovamente venir di lontano un rumore che somiglia al muggito del mare, ecco una viva ansietà dipingersi nei volti, ecco tutti gli sguardi tendere a un punto. --Son vicini... --Son qui... --Chi è il primo? --Non si capisce.... C'è il sole che confonde la vista. Il conte Zaccaria, gonfio e pettoruto pel bel successo della sua -Uscocca-, aveva annunziato come cosa sicura a' suoi ospiti che il primo sarebbe stato il gondolino rosso N. 6 a poppa del quale vogava il suo Tita Oliva. Ma, ohimè, il gondolino N. 6 non era che il secondo, e anche questo secondo posto gli era fieramente contrastato dal gondolino viola N. 4; l'uno e l'altro poi erano preceduti d'un buon tratto dal gondolino celeste N. 8, su cui si trovava il formidabile Nane Bisatto. I gondolini 5 e 7 si disputavano il quarto premio, gli altri, ormai disperati di riuscire, venivano dietro lentamente a grande distanza. --Non è deciso nulla--disse il conte Zaccaria facendo di tutto per nascondere il proprio dispetto.--Riderà bene chi riderà ultimo. Infatti i gondolini dovevano ancora giungere al punto estremo del Canal Grande, a Santa Chiara, poi girare intorno a un palo che qui chiamano il -paletto-, e rifare una gran parte del cammino fin presso l'imboccatura del -rio- Foscari, ove sorge la cosidetta -Macchina-, ch'è una elegante baracca di legno improvvisata sull'acqua e segna la meta ultima della corsa. In tal maniera, da tutti i palazzi che stanno tra il -rio- Foscari e Santa Chiara, i -regatanti- si vedono due volte, cioè all'andata e al ritorno. E realmente il ritorno può serbare non piccole sorprese, e tale che chi era primo diventa secondo, e tal altro che pareva ormai fuori d'ogni speranza accenna a conquistarsi valorosamente la sua bandiera. Ma questa volta gl'intenditori dicevano chiaro e tondo che a Nane Bisatto il primo premio non lo portava via -neppure il Padre Eterno-, giacchè c'era troppa distanza tra lui e il gondolino di Tita Oliva, ed era già molto se quest'ultimo poteva mantenersi il secondo e non esser sorpassato dal gondolino N. 4, quello dove c'era Menico Fichetti da Pellestrina, un giovine piccolo e sottile, ma che aveva nervi d'acciaio. Questi discorsi si tenevano anche nel barcone ch'era fermo all'imboccatura del -rio- sotto il palazzo, e Fortunata che aveva preso tanto a cuore la causa di Tita, si metteva nei panni di lui e aveva una gran voglia di piangere. La contessa Zanze, la contessa Ficcanaso e don Luigi erano in disposizione d'animo affatto diverse, e, poichè il fiasco del barcajolo veniva a ricader sui padroni, ne provavano una segreta esultanza, che non esprimevano apertamente, ma che lasciavano trapelare. Don Luigi faceva delle riflessioni filosofiche sulla caducità delle cose umane, sullo sperpero del danaro pubblico e privato in feste e in bagordi e sul poco giudizio che c'era a distrarre i ragazzi dagli studi per farli andare sulle -bissone-.... Con quella voglia che avevano di studiare! Le due contesse assentivano appieno alle savie parole del sacerdote, tanto più che il servo aveva presentato loro il vassoio dei dolci quando tutti s'erano già preso il buono e il meglio, e ciò le aveva esacerbate fuor di misura. Ma il dialogo fu troncato dal riapparire dei -regatanti-. Ora, la finestra sul -rio- guardava precisamente verso la parte dalla quale i gondolini tornavano, e Fortunata vide ben presto che il -viola- continuava ad essere il primo e aveva aumentato anzichè diminuito l'intervallo che lo separava dagli altri. Il valore di Nane Bisatto aveva finito ormai col trascinare i più restii, e, con una volubilità che afflisse e irritò Fortunata, parecchi tra i fautori del suo protetto si unirono anch'essi a quelli che applaudivano l'eroe della giornata. Ma quel che è peggio, il gondolino rosso non era più nemmeno il secondo, non era nemmeno il terzo; era il quarto, quello a cui era destinato l'ultimo, premio, la bandiera gialla e il relativo porcellino, quasi un'onta per Tita, avvezzo ai primi trionfi. Povero Tita! Egli non osava alzar la testa, vogava per l'onor delle armi, ma avrebbe preferito esser sott'acqua lui e il suo gondolino, piuttosto che sentire tutti quegli sguardi fissi sopra di sè, piuttosto che passar davanti al palazzo dove c'erano i padroni e tanti ospiti d'alto affare. Tita non si ricordava in quel momento di Fortunata, oppure ell'era la sola che, pensando alla sua umiliazione, aveva gli occhi pieni di lagrime. I padroni invece erano irritatissimi, dicevano che Tita non era più buono a nulla, e che aveva compromesso il decoro della casa, e che meritava d'essere strapazzato senza misericordia. Questo incidente fece sì che in palazzo Bollati si gustasse meno l'ultima parte, pur così bella, dello spettacolo, quando cioè tutte le barche prima raccolte, ristrette ai due lati del Canal grande, pigliano il largo e formano un suolo galleggiante che copre e nasconde la superficie dell'acqua. È per solito l'ora del tramonto, e gli ultimi raggi del sole scintillano sui ferri bruniti delle gondole, sfolgorano con bagliori d'incendio sui vetri delle finestre, danno risalto alle dorature e alle stoffe colorate delle -bissone-, alle livree dei gondolieri, agli abbigliamenti delle signore, alle vesti chiassose delle popolane. Ed è un suono di musiche allegre, un vociare confuso, uno strepito di remi che si urtano, di ferri che cozzano, di carene che scricchiolano. Indi cala lento lento il crepuscolo, la folla si disperde, il rumore a poco a poco svanisce, e il Canalazzo ritorna nell'usato silenzio. Frattanto, giù nell'entratura di Cà Bollati, Tita sedeva accasciato sopra una panca, e non sapeva risolversi a salir dalle loro Eccellenze dopo lo smacco subìto. Parecchi amici e compari gli facevano corona e si sforzavano di calmar la sua agitazione e di persuaderlo a presentarsi ai padroni con la faccia franca, chè già non l'avrebbero mica mangiato vivo seppure una volta la fortuna gli era stata contraria. In quel gruppo di confortatori c'erano anche alcune donnette, una sua sorella tra l'altre, bel tipo di veneziana da Cannareggio, con certi occhi neri e lucenti come due carboni e con una parlantina inesauribile. ---Oh, corpo de diana---ella diceva al fratello--vorrei anche vedere che ti trattassero con mala grazia. Io risponderei: Lustrissimi, credono che a vogare in regata sia lo stesso che a starsene lunghi distesi con la pancia in giù sui cuscini d'una -bissona-?... Eh, non ho peli sulla lingua io.... Tita s'impazientiva.--I rimproveri dei padroni sono il meno... È l'amor proprio. --To', non la può mica andar sempre bene... Una volta corre il cane e l'altra il lepre... È stato così dacchè mondo è mondo. ---Siora- Cate ha ragione--soggiungeva un vecchio -gastaldo- d'un traghetto vicino, persona assai autorevole--non c'è ragione di tribolarsi... E lascialo dire a chi se ne intende... -Bisatto- non è degno d'allacciarti le scarpe... E se ha vinto oggi, a rivederci domani. --È stato quel colpo di vento alla Punta della Salute--ripigliò un altro.--C'ero io, c'ero. -Bisatto- l'ha sentito meno perchè il suo gondolino si trovava più a destra. Ma Tita non voleva esser consolato e andava in escandescenze, soprattutto quando la sua umiliazione gli era rammentata dai guaiti del porcellino che giaceva in un angolo, più morto che vivo. --Povera bestia!--esclamò la Cate, chinandosi sull'infelice animale in atteggiamento di suora di carità.--Come se ne avesse colpa!... È tutto ammaccato... Che ragione c'era di pigliarlo a calci? Che se poi crepa di bile, non è più buono da mangiare. --È vero--notò gravemente un nuovo personaggio comparso in quel punto. Era il signor Oreste, il cuoco, in abito da signore, col -metternicche- in testa, una collana d'oro al collo e uno spillone di diamanti sulla camicia.--È vero--egli riprese dopo una pausa. E inventandosi apposta un proverbio per l'occasione continuò:---Bestia ben trattata buona in pignatta-.... E questa qui non ha bisogno d'altre disgrazie.... Conviene ingrassarla per una settimana, e poi si potrà farne uno stufatino con la salsa piccante.... --Ma che stufatino!... Ma che salsa piccante!--interruppe la Cate.--Meglio arrosto. --Scusi, -siora- Cate, è troppo piccolo. --Alla malora il porco e i suoi protettori--urlò Tita in una recrudescenza di furore.--Ch'io possa morire d'un accidente se di quel porco lì ne assaggio un boccone.... L'avevo detto al mio compagno che se lo tenesse tutto per lui. Ma la sorella, ch'era una giovane savia e positiva, protestò contro quest'idea bislacca.--Neanche per sogno.... Quello ch'è giustizia.... Ciascuno la sua parte. --Belle parti che si faranno--disse il signor Oreste con piglio sprezzante, accennando alla piccolezza dell'animale. --O che non potrebbe attendere alle sue casseruole, -sior piavolo-?--rimbeccò la Cate, che non poteva soffrire il cuoco, il quale un giorno aveva voluto mettere a troppo caro prezzo un piatto di polpette ch'egli le aveva regalate. --Ehi, ehi, la mia -tosa-, che fumi vi montano alla testa? --Zitto--sussurrò qualcheduno--che c'è -sior- Bortolo. Infatti, l'agente generale discendeva dalla scaletta del mezzà in compagnia d'un signore dai baffi grigi che faceva il sensale di mutui e godeva di una mediocre riputazione. --Siamo intesi, caro Bellani... Combinando l'affare l'un per cento a me.... In quel punto la porta della scala di servizio si aprì con violenza, e un cameriere in livrea gridò tutto trafelato.--Che qualcheduno vada subito in farmacia a cercare un medico.... Dal dottor Zuliari andrò io... È venuto un deliquio a Sua Eccellenza Leonardo. III. Il deliquio del vecchio conte non durò che pochi minuti, ma i medici, considerando l'età avanzata e il fisico indebolito di Sua Eccellenza, lo giudicarono un sintomo gravissimo e non tacquero le loro inquietudini alla famiglia. Nè s'apponevano a torto; chè di lì a qualche giorno apparve evidente che il nobil'uomo Leonardo Bollati, patrizio veneto e comandante di galera sotto la Serenissima, si spegneva a oncia a oncia, come lampada a cui manchi l'olio. Egli conservò per altro sino all'ultimo la lucidezza della mente, e quando s'accorse d'essere ormai bell'e spacciato, chiamò al suo letto il figliuolo e gli tenne all'incirca questo discorso: --Lasciamo i preamboli, perchè non ho tempo da perdere. Presto sarete voi il capo della famiglia di nome e di fatto. È dunque bene che sappiate, se non ve ne foste ancora accorto, che, da un secolo a questa parte, c'è in casa nostra tutta la disposizione ad andare in malora. La mia colpa ce l'avrò anch'io, ma si è cominciato molto prima di me a spendere più di quello che si poteva. Se cercherete su nell'archivio le lettere del vostro prozio Almorò, ambasciatore a Parigi, vedrete ch'egli domandava 120 mila franchi all'anno per lui solo e l'agente aveva un bel da fare a trovarglieli. E vedrete anche la polizza delle spese occorse per le feste date in occasione della nomina a Procuratore di San Marco di vostro nonno e mio padre Zaccaria. Oh bazzecole! venti mila ducati! Notate che in quei tempi c'era ogni tanto la sua brava eredità che capitava in buon punto a colmare i vuoti. Ma adesso i pochi parenti che ci restano son tutti spiantati, e non so quali eredità si possono sperare.... Se non fosse da parte dei Rialti.... Questa supposizione parve sì comica al conte Leonardo ch'egli si mise a ridere, e, poichè il riso gli fece venire la tosse, dovette interrompere la sua arringa. --Sì, sì--egli riprese di lì a un paio di minuti--tutti ebbero le mani bucate nella nostra famiglia. Non è da eccettuarsi che una bisavola, la quale aveva invece la manìa dell'avarizia, e, fra l'altre cose, lasciò alla sua morte una cinquantina di pacchi di curadenti con scrittovi sopra: -usati, ma servibili-. Insomma quello che volevo dirvi si è ch'è necessario metter giudizio; se no vi assicuro io che, nonostante i due dogi, i tre procuratori e gli altri illustrissimi personaggi che vantiamo per antenati, di tutte le nostre ricchezze non ci resterà fra poco il becco d'un quattrino. E queste cose ditele alla mia degnissima nuora, che non si sa proprio come spenda il danaro, perchè le nostre vecchie si divertivano, e quella lì consuma una sostanza in caffè, cioccolata, -baicoli- e paste sfogliate. Badate poi al vostro figliuolo Leonardo, che giurerei destinato a restare un somaro e a diventare un cattivo soggetto. Finalmente credo utile avvertirvi che tutti i nostri dipendenti ci succhiano il sangue come tanti vampiri, cominciando dall'agente generale -sior- Bortolo e terminando coll'ultimo fattore di campagna. Già saprete il proverbio: -Fame fator un ano, e se moro de fame xe mio dano-. Non vi suggerisco di cambiarli, perchè ne prendereste di quelli che vi ruberebbero ancora di più; solamente tenete gli occhi aperti e procurate di far meglio di quello che ho fatto io. Io me ne lavo le mani. È il meno che si possa fare quando si va all'altro mondo. In complesso il sermone del conte Leonardo era pieno d'idee giudiziose, ciò che prova come tutti gli uomini in punto di morte abbiano l'attitudine a dar buoni consigli, perchè sanno di non doverli più avvalorar con l'esempio, e perchè non temono più le conseguenze dei sacrifizi che suggeriscono agli altri. E invero quando, dopo pochi giorni, Sua Eccellenza morì con tutti i conforti della religione, il suo testamento parve fatto apposta per ismentire le savie massime ch'egli aveva predicato, tanti e di tante specie erano i legati che imponeva all'erede. Ce n'era sotto forma di elargizioni a opere pie, di somme da pagarsi in una sol volta a parenti ed a amici, di elemosine ai poveri, di pensione alla servitù, ecc., ecc. Nè mancavano istruzioni precise, minute, circa ai funerali che dovevano essere tra i più splendidi che si fossero visti. Questi funerali i vecchi parrocchiani se li ricordano ancora. Essi si ricordano perfettamente quanti minuti impiegasse il corteo per giungere dal palazzo alla chiesa, quanti preti, quante confraternite, quante rappresentanze civili e militari, quanti servi di casa, quanti gondolieri di famiglie patrizie vi prendessero parte, e che folla di curiosi venisse in coda, donne, ragazzi, pezzenti d'ogni età e d'ogni sesso, che, trattenuti a fatica dai fanti del Municipio, si accalcavano gli uni sugli altri, mormorando per non aver potuto avere il torcetto. In chiesa poi era uno spettacolo imponente. Le pareti e i pilastri erano rivestiti di drappo nero con galloni d'argento, un gran catafalco con iscrizioni ai quattro lati s'ergeva nel mezzo, le fiamme oscillanti dei ceri abbarbagliavano gli occhi e gettavano in faccia dei buffi d'aria infocata. Dopo che il feretro fu issato sul catafalco, intorno al quale stavano ritti ed immobili quattro pompieri con le spade nude e quattro servitori con le torce accese, principiò la cerimonia religiosa, una cerimonia che non voleva finir mai. Le onde sonore che partivano dalla cantoria accrescevano, s'era possibile, il caldo affannoso, la gente, stipata come le sardelle in barile, si rasciugava i sudori con la manica del vestito (seppur le riusciva di alzare il braccio), e di tratto in tratto, non potendone proprio più, metteva dei muggiti simili a quelli del mare in burrasca. Insomma, quando piacque a Dio, il parroco pronunziò l'assoluzione e il funerale si mosse. Ci fu di nuovo un serra serra, qualche bimbo rischiò di restar schiacciato, qualche donna cadde in deliquio, ma non s'ebbero a deplorare disgrazie maggiori. Nel -campo- davanti alla chiesa un picchetto di soldati di marina rese alla bara gli onori militari; poi, non usandosi in quei tempi i discorsi, la bara fu accompagnata sino al canale, e venne deposta in una -peota- riccamente addobbata, nella quale salirono i famigli del defunto, alcuni pompieri e fanti del Municipio. La -peota- preceduta da una barca con la musica e seguita da uno stuolo di gondole si diresse verso il cimitero di San Michele di Murano. La folla si disperse da varie parti. Solo un centinaio di poveri (donne in gran parte) s'avviarono al palazzo per buscarsi qualche soldo d'elemosina. -Sior- Bortolo, il quale, soffrendo un po' d'asma non era andato in chiesa, ebbe un bel da fare a liberarsi da quest'arpie ch'eran riuscite a penetrar nel -mezzà- e lo assordavano delle loro querimonie. --A mio marito non hanno dato nemmeno una candela. --Ho quattro creature, io.... --Son due giorni che non si accende fuoco in casa.... --Sono un povero vecchio impotente.... --Ho il figliuolo coscritto. --Andate in pace--diceva -sior- Bortolo--chè già nel testamento di S. E. Leonardo c'è un legato pei poveri della parrocchia. --Oh -paron benedeto-!--stillavano alcune di quelle megere--di quei soldi lì noi altri non ne vediamo.... Se li mangia il pievano. --Eh, vergogna. Che discorsi! --Pur troppo, -sior- Bortolo.... Pur troppo la è sempre così. --Se anche non li mangia tutti--soggiungeva una femmina d'opinioni moderate--li distribuisce a suo modo, a chi non li merita, a chi non ha bisogno.... Sia buono, -sior- Bortolo, ci dia qualche cosa. -Sior- Bortolo si lasciava commuovere e cacciava le mani dentro un cassetto.--Uno alla volta.... Marco. Marco era un fattorino addetto all'agenzia. -Sior- Bortolo gli diede una manata di soldi con l'incarico di licenziare tutta quella gente, e Marco ricorrendo a -sior- Bortolo ogni volta che la provvista era esaurita, persuase i postulanti ad andarsene. In questa delicata operazione egli seppe far in modo che qualche mezza svanzica si smarrisse nelle tasche della sua giacchetta. -Sior- Bortolo, dal canto suo, nel registrare la sera tutte le spese innumerevoli della giornata, stimò opportuno di arrotondare la cifra, sembrandogli forse che il decoro della nobile famiglia Bollati esigesse di far comparire nei libri una somma maggiore del vero. Sua Eccellenza il conte Leonardo Bollati, che scendeva sotterra in quel giorno d'ottobre 1838, non era un grand'uomo, come volevano far credere i suoi panegiristi. Egli aveva avuto la fortuna di conquistare in gioventù una certa riputazione di valore combattendo sotto gli ordini dell'ammiraglio Emo nell'impresa di Tunisi, e aveva avuto l'abilità di conservar quella riputazione, non mettendola mai alla prova. Così più d'uno aveva creduto (e abbiamo visto che tale era anche l'opinione del vecchio barbiere) che se, nel 1797, egli fosse stato alla testa della flotta, le cose sarebbero andate diversamente. Caduta la Repubblica, Sua Eccellenza non volle più servire nè sotto il Governo democratico che le succedette per pochi mesi, nè sotto alcuno dei Governi che si avvicendarono poi, e quest'atto, che forse in lui era da attribuirsi a sola pigrizia, fu interpretato quale una protesta dignitosa contro i nuovi ordinamenti politici della patria. È vero che questo suo nobile disdegno non gl'impedì d'essere tra i patrizi veneziani i quali sollecitarono dall'Austria la corona di conte. Se Sua Eccellenza Leonardo Bollati abbandonò dopo il 1797 i pubblici uffici, non si può dire ch'egli si consacrasse con molto zelo alle sue faccende private, chè anzi, mortagli la moglie in età ancora fresca, egli non si diede alcun pensiero dell'unico figliuolo rimastogli, e continuò invece, fin che la salute glielo permise, a menar vita dissipata e galante. A ogni modo, sia pel fascino esercitato dal suo nome storico, sia pei ricordi che gettavano una luce favorevole sulla sua gioventù, sia per una certa prontezza e festività di spirito, sia per le maniere affabili sotto le quali egli dissimulava l'alterigia e l'egoismo nativo, sia pel largo patrimonio ch'è mezzo sicuro di coltivar le aderenze, il conte Bollati era un uomo assai popolare e molti riverivano in lui uno degli ultimi rappresentanti di quell'aristocrazia veneziana che diede così splendidi esempi di senno civile. E quantunque da alcuni anni egli non si facesse veder quasi da nessuno e lasciasse far tutto al figliuolo, la sua morte recò una scossa notevole al credito della famiglia, cosa di cui l'agente generale fu il primo ad accorgersi nel combinare l'operazione finanziaria indispensabile pel pagamento dei numerosi legati. -Sior- Bortolo era una perla d'agente, che non seccava mai i padroni coi molesti predicozzi dei commessi troppo scrupolosi, che non lesinava mai il danaro, nè sollevava dubbi e difficoltà. A ogni straordinaria richiesta di fondi, egli atteggiava le labbra a un sorrisetto serafico e rispondeva:--Sarà fatto.--E non c'era pericolo ch'egli non mantenesse la sua parola. Ohibò! Si era sicuri di vederlo comparire il domani più sorridente ancora del consueto con la somma precisa di cui si aveva bisogno. E la soddisfazione che -sior- Bortolo provava nel compiacere la nobile famiglia era tale ch'egli diventava ogni giorno più lucido e grasso, tanto lucido da parer spalmato di lardo, tanto grasso da raggiunger quasi la forma sferica. Sappiamo già che il conte Leonardo era intimamente persuaso che l'ottimo -sior- Bortolo rubasse a man salva. Ma egli diceva:--Non posso mica attender io stesso ai miei affari. E a qualunque altro li affidassi, sarebbe peggio.--Il conte Zaccaria poi non faceva neanche questo ragionamento; egli lasciava correre senza badare più in là. Adesso però, sotto l'impressione delle profezie e delle ammonizioni paterne, egli stimò necessario di veder coi suoi occhi come stavano le cose, e ordinò a -sior- Bortolo di preparargli un prospettino da cui apparisse chiaro lo stato del patrimonio. E -sior- Bortolo con mirabile sollecitudine allestì un lavoro degno della sua perizia di contabile e di calligrafo. Frutto di queste lucubrazioni furono due nitidi specchi a doppia colonna, l'una per il dare, l'altra per l'avere. Nel primo figuravano a destra le somme a cui erano stimati i beni della famiglia, possidenze in città e in campagna, oggetti d'arte e oggetti preziosi, ecc. ecc.; a sinistra si leggevano i nomi dei varii creditori insieme con le cifre dei loro crediti. Qui c'era una bella differenza in più nell'avere. Nel secondo specchio erano disposte nello stesso ordine l'entrata e l'uscita: spese domestiche presunte, livelli, tasse, interessi dei mutui. E c'era una bella differenza anche qui, ma in senso contrario; il dare superava l'avere di parecchie migliaia di lire. --Capisco, capisco--disse il conte Zaccaria dopo aver esaminato per mezz'ora i due prospetti in lungo e in largo--noi avanziamo ogni anno dai quattro ai cinquemila ducati. --Scusi, Eccellenza--interpose l'agente--è proprio il rovescio. Si spendono quattro o cinquemila ducati in più. Il conte Zaccaria si grattò la nuca. --E come va questa faccenda? --Ma!--rispose -sior- Bortolo, sprofondando la testa fra le spalle.--Mi pareva che S. E. Leonardo (pace all'anima sua) l'avesse avvertita.... --Sì, sì, mi disse qualche cosa.... senza parlare di cifre.... --Del resto--ripigliò l'agente per dorar la pillola--del resto, se ci fossero due buoni raccolti di seguito, un aumento nelle entrate lo si dovrebbe vedere. Poi c'è qualche livello che sta per cessare.... In ogni modo, non lo dissimulo, un po' d'economia sarebbe assai utile. Dal canto mio, per quanto riguarda l'agenzia, procurerò sicuramente.... ma bisognerebbe che anche in famiglia.... perdoni, Eccellenza, se mi prendo questa libertà.... ma è la mia devozione per la casa Bollati. --Bene, bene.... vedremo.... Capisco.... --Di qui ad alcuni anni poi--soggiunse -sior- Bortolo--il contino Leonardo, col suo nome e con le sue belle qualità, che il Signore Iddio gli conservi, potrà trovar la dote che vuole.... --Affari lontani, caro amico, affari lontani.... --Lontani, ma sicuri. A questo punto -sior- Bortolo mostrò al principale un polizzino supplementare con la nota delle tasse e dei legati che conveniva pagar subito, e disse in qual modo, salvo sempre l'approvazione di S. E., egli aveva creduto di provveder la somma occorrente. E S. E., che rispondeva sempre -capisco- e non capiva mai nulla, si spicciò con due parole: --Fate voi.... Purchè non si tratti di vendere.... Vendere significa diminuire il patrimonio, e io voglio tramandarlo intatto a mio figlio. Esposta questa savia massima amministrativa, il conte Zaccaria prese la eroica risoluzione di raccomandare alla sua illustrissima consorte una maggiore economia nelle spese di casa, e citò a sostegno della sua tesi gli avvertimenti del defunto genitore e quelli dell'agente generale. La signora Chiaretta, donna ordinariamente molto fredda ed apatica, fu punta sul vivo dalle considerazioni del marito, e gli rispose per le rime. Ella disse prima di tutto che si maravigliava molto che si venissero a raccontare a lei queste storie; che se da più secoli gli uomini della famiglia non avevano avuto giudizio, ella non sapeva che farci, e se Sua Eccellenza Almorò, quand'era ambasciatore a Parigi, spendeva 120 mila franchi all'anno, e Sua Eccellenza Zaccaria per festeggiare la sua nomina a Procuratore aveva gettato 20 mila ducati bisognava prendersela con Sua Eccellenza Almorò e con Sua Eccellenza Zaccaria, e non con lei. Del resto, quand'ella, l'ultima degli Orseolo, era entrata in casa Bollati aveva creduto di entrare in una casa di gran signori, e non era disposta affatto a vivere di pane e di noci. A ogni modo ella sarebbe stata curiosa di sapere quali risparmi si potevano fare.--Perchè--ella continuava rispondendo da sè alla propria domanda--non pretenderete mica che si stia senza gondola. --Sfido io.... Nemmen per sogno. --O che si licenzi il cuoco? --Ma chi dice questo? --O che io mandi a spasso la cameriera? --Ma no, ma no. --O che rinunzi al palco alla Fenice? --Nemmen per idea. --O che mi vesta come una serva? --Via, Chiaretta, nessuno pretende una roba simile. --Che cosa si pretende adunque? Che si dia il benservito al precettore di Leonardo, e che si mandi il ragazzo alla scuola pubblica? --Ci mancherebbe altro! Un Bollati alla scuola pubblica?... In mezzo alla marmaglia? --Lo vedete voi stesso, è chiaro come la luce del sole che meno di quel che si spende non si può spendere.... almeno per parte mia. Se voi sprecate il danaro senza discernimento.... --Io!--interruppe scandalizzato il conte Leonardo. E allora toccò a lui di provare come due e due fan quattro che sulle sue spese particolari non c'era da risecare un centesimo, mentre non si poteva certo pretendere che un Bollati non appartenesse al Casino dei nobili, e non avesse un posto nel -palcone- di società in tutti i teatri, e non frequentasse il caffè, e si tirasse indietro dal giuocare una partita a -tre sette- per paura di perdere qualche zecchino. La contessa Chiaretta avrebbe voluto dire che tutte le spese del marito non finivano lì, ma tacque per ispirito di conciliazione. Dopo questo colloquio pareva che le cose dovessero restar al punto in cui erano prima; nondimeno i due coniugi, ritornando sull'argomento, ebbero uno slancio sublime, e mostrarono di quanta abnegazione fosse capace l'animo loro. Sua Eccellenza Chiaretta, che prendeva sei tazze di cioccolata al giorno, deliberò di sacrificarne una, e il conte Zaccaria, sempre fermo nell'idea di lasciare intatto il patrimonio al figliuolo, immolò sull'altare della famiglia un bicchierino di curaçao, ch'egli soleva centellare dopo colazione. IV. Chi, nei giorni immediatamente successivi alla morte del N. H. Leonardo, fosse penetrato in qualche caffè di Venezia avrebbe sentito un dialogo simile a questo: --Dunque si sa precisamente quel che abbia lasciato Bollati? --Ma no, nulla di preciso... L'azienda diretta da quel famosissimo -sior- Bortolo è in una confusione da non credersi. --Oh c'è da scommettere che anche quelli lì finiscono coll'andare in rovina.... --Via, prima della rovina ci vorrà qualche annetto. --Non tanto, non tanto; quando si comincia, si va giù a precipizio. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000