Povera Bebè! Ci nuotava dentro quel vestito, tant'era divenuta sottile
dopo pochi giorni di febbre.
Diana se l'era presa sulle ginocchia, ne lisciava i capelli, ne
cercava sotto l'inviluppo dei lini le gambine stecchite, la palpava da
ogni parte; e un'espressione di pena, d'angoscia si dipingeva sulla
sua fisonomia.
Bebè piagnucolava, tendeva le braccia alla bambinaia.
--Lasciala all'Irene--disse Alberto a sua moglie.--E tu non ti
crucciare così... Di qui a una settimana avrà ripigliato il suo solito
aspetto.
--Dio lo voglia!--sospirò Diana.
In Piazza di Trevi la carrozza s'incrociò con un -fiacre- ove un
signore solo leggeva un giornale. Era San Giustino.
--Ferma, ferma!
I due legni s'avvicinarono; i due uomini politici si strinsero la
mano. San Giustino salutò cortesemente Diana.
--Ci abbandona?
--La bimba è stata poco bene e la riporto a Torino.
--Mia moglie--soggiunse Varedo--ha i vecchi pregiudizi contro l'aria
di Roma.
--Non creda...--principiò San Giustino.
Ma i due cocchieri fecero segno che non era possibile rimaner fermi in
quel piccolo spazio, e le vetture si rimisero in cammino, ciascuna
dalla sua parte.
San Giustino gridò:--Buon viaggio.
E rivolgendosi in particolare ad Alberto:--Voi almeno tornate
presto... Se non si batte il ferro fin ch'è caldo....
Mentre queste parole oscure si perdevano nel romore dell'acque
scroscianti, l'Irene tirava fuori misteriosamente un soldo dalla tasca
del vestito e lo slanciava lontano. Era uno scongiuro insegnatole da
una bambinaia con cui aveva fatto amicizia. Chi parte da Roma procuri
di passar davanti alla fontana di Trevi e di gettar, strada facendo,
un soldo nell'acqua. Se il soldo va diritto nella vasca, quello che
l'ha gettato a Roma ci torna; se no, no.
All'Irene lo scongiuro non riuscì. Forse perchè ell'aveva impacciati i
movimenti da Bebè, il soldo andò a battere sopra una colonnina della
balaustrata e rimbalzò sulla strada ove un monello si affrettò a
raccattarlo.
--Ah!--fece l'Irene turbandosi in viso.
--Cosa c'è?--chiese Diana che non aveva capito nulla.
Il professore scrollò le spalle.--Sciocchezze!... L'Irene prende gli
auspicî.
--Quali auspicî?... Parla chiaro.
Cedendo alle insistenze di sua moglie, Alberto dovette dar una
spiegazione sommaria di quel pregiudizio popolare.
--L'ha gettato l'Irene il soldo?--domandò Diana ansiosamente.--L'ha
gettato con le sue mani?
--Sfido io! Vuoi che sia stata Bebè?
Pentita d'aver messo così a nudo il proprio egoismo, Diana cercò di
consolare la bambinaia.
--Non devi pensarci altro. Sono fanfaluche a cui la gente che ha un
po' di sale in zucca non crede... Ci tornerai a Roma, ci tornerai con
noi e con Bebè.
L'Irene si sforzava di sorridere, ma era manifesto ch'ella non
riusciva a scacciare un triste presentimento.
E anche sul volto già malinconico di Diana si calava un'ombra più
scura. Aveva ragione suo marito, erano sciocchezze; e nondimeno!...
Quando si comincia ad almanaccarci su, è come un tarlo che lavora
dentro... È vero; il pronostico si riferiva all'Irene, ma l'Irene
aveva in collo Bebè... e Bebè era tanto pallida!... Per solito, in
carrozza si divertiva; oggi i suoi occhi smorti giravano qua e là
indifferenti come se nessuna immagine ci si fermasse; e i suoi
labbretti esangui si aprivano a fatica per qualche monosillabo.
Solo davanti alla stazione ella si rianimò.---Ivia---ella disse.
Miss Olivia era sul marciapiede, ad aspettare i Varedo. Teneva con la
destra la sua seggiola a libro, teneva con la sinistra la scatola dei
colori, ma consegnò le due cose a un fattorino perchè gliele
custodisse, e aperse le braccia a Bebè che si protendeva verso di lei.
--O Bebè, -darling-.
--Una -stoia---implorò la piccina, memore delle fiabe che Miss Olivia,
con inesauribile fantasia, raccontava seduta al suo capezzale.
--Non si può adesso, cara. Un'altra volta.... Quando tornerai.
E Miss Olivia, palleggiava la bimba, leggera come una piuma.
Diana tentennò la testa.--Com'è magra, non è vero?
--Oh, ingrasserà.
--Almeno rifacesse un po' di colore.
--Lo rifà il colore. L'ha già rifatto... Non vede?
Fosse l'impressione fisica d'esser sollevata in aria, fosse il piacere
d'esser con Miss Olivia, certo si è che Bebè aveva la fisonomia assai
più animata di prima, e che un leggero incarnato s'era diffuso sulle
sue guancie.
Sotto la tettoia ell'accondiscese a far qualche passo, retta per mano
da Miss Olivia.
Diana guardava commossa quella zitellona lunga, angolosa, ribelle ai
legami domestici, che pur trovava in fondo al suo cuore, per distrar
Bebè, un tesoro di tenerezza.
--Che buona mamma sarebbe stata!--ella disse.
Ma l'Inglese che non rinunciava alle sue teorie si affrettò a
protestare.
--Non creda... Non avrei avuto pazienza.
--Ne ha tanta coi bambini degli altri.
--È forse per questo, cara signora Varedo, è perchè i bambini degli
altri non ci prendono che un ritaglio del nostro tempo, non assorbono
che una piccola parte del nostro pensiero... Vengono, passano,
lasciandoci alle nostre occupazioni, ai nostri sogni... I figliuoli
propri, invece...
--Ah, quelli ci vogliono tutte intere--esclamò Diana con accento
risoluto.
--Lo so, la famiglia non è che un egoismo raffinato e ampliato.
Miss Harrison non perdonava alla famiglia e alla maternità (a
quest'ultima sopra tutto) d'esser le nemiche capitali di quel vigoroso
affermarsi della personalità umana ch'era la pietra angolare della sua
filosofia, e forse le sue parole tradivano anche il rammarico di veder
sfuggirsi irrevocabilmente l'amica che per un istante ell'aveva
sperato di convertire alle proprie idee.
Intanto Varedo aveva ottenuto dal capostazione uno scompartimento
riservato e vi faceva metter la roba.
Quando tutto fu a posto, egli disse a sua moglie:--Se vuoi montare?
--Si parte?
--Manca qualche minuto, ma coi bambini è meglio non aspettar l'ultimo
momento.
Allora successe la scena tragica. Bebè respingeva l'Irene, non dava
retta alla sua mamma, voleva a ogni costo che Miss Olivia montasse in
vettura anche lei.
Miss Harrison, esitante, stava per chiamare il conduttore.--Potrei
scendere a Portonaccio...
Ma Varedo intervenne opportunamente.--No, Miss Olivia, sarebbe
peggio... La si lusingherebbe per nulla.
Diana consentì nell'opinione del marito.--Sì, temo anch'io che sarebbe
peggio.
L'inglese staccò dolcemente dal collo l'esili braccia che
l'avvincevano, baciò ancora una volta Bebè, e la consegnò, strillante
e dibattentesi invano, all'Irene.
Diana e Miss Olivia s'abbracciarono.
--Grazie, grazie--diceva Diana, durando fatica a frenare i
singhiozzi.--E addio.
--Non addio--replicò Miss Harrison.--Arrivederci.
--Ebbene, sì, arrivederci--ripetè Diana con improvvisa energia. La sua
avversione per Roma era ormai vinta da un altro pensiero; quello di
distrugger coi fatti lo sgomento superstizioso che il fallito
scongiuro dell'Irene le aveva messo in cuore.
--Così mi piace--soggiunse Miss Olivia.
--In vettura, signori, in vettura.
Alberto salì ultimo, dopo aver barattato due parole con un collega che
partiva per la via di Bologna e aver preso tutti i giornali del
mattino.
Indi a poco a poco il treno si mosse.
Affacciata allo sportello, Diana agitava il fazzoletto verso Miss
Olivia che salutava con la mano. In fondo al vagone Bebè seguitava a
chiamar disperatamente:---Ivia-, -Ivia-!
Il treno, slanciato a tutto vapore, lasciava dietro di sè la città,
lasciava a sinistra il Tevere affrettantesi alla foce, volgeva
bruscamente al Nord, lungo la spiaggia tirrena. Ogni tanto la vista si
apriva sul mare, d'un turchino intenso, qua e là filettato di bianco,
silenzioso, quasi deserto. Nelle insenature della costa pochi
trabaccoli, poche barche peschereccie posavano accanto, parevano
dormire, lievemente cullate dall'onda; qualche vapore passava lontano,
segnando il cielo azzurro d'una striscia sottile di fumo.
--Guarda il mare, guarda le barche, guarda laggiù in fondo il
vapore--dicevano a Bebè, tenendola ritta dietro il finestrino chiuso.
Ora Bebè non chiamava più -Ivia-; aveva capito ch'era inutile, ma la
sua fisonomia s'era irrigidita in un'espressione triste, e di quando
in quando due grosse lacrime colavano sulle sue gote smunte. Quelle
lacrime mute su quel visino affilato di bimba facevano più pena a
vederle che non avesse fatto la disperazione di prima.
Diana si struggeva.--Piange come una persona grande per un grande
dolore. È uno strazio.
Alberto alzava gli occhi dai suoi giornali, dai suoi libri.
--Tu esageri sempre. Bebè è debole perch'è convalescente, e ha la
lacrima facile perch'è debole... Ma in quell'età non ci son grandi
dolori.
Una volta Varedo smise la sua lettura, e con insolita degnazione
consentì ad occuparsi della piccina. A lui però riusciva meno che a
Diana, meno che all'Irene e alla Lisa di spianarne la fronte, di
richiamar sul labbro di lei il gaio cicaleccio infantile. Non che
piangesse quando era sulle ginocchia paterne; la soggezione le
asciugava il ciglio; stava lì quieta, con le manine in croce, senza
parlare, senza rispondere.
Tuttavia, a vederlo intento sulla figliuola, Diana sentiva fondersi la
barriera di ghiaccio che a poco a poco s'era levata fra lei e suo
marito. Se avremo questo affetto, se avremo questa cura comune, ella
pensava, non saremo interamente divisi.
Ora egli aveva deposto Bebè sul sedile, e la bimba, stanca forse dal
lungo piangere, s'appisolava.
--Ecco, s'addormenta--disse la madre. E le stese uno scialletto sulle
gambe, mentre le accomodava un guancialino sotto la testa.
--Dorme già--osservò l'Irene.
Varedo tirò fuori dalla valigia un numero della -Nuova Antologia-, non
ancora tagliato, vi cercò una recensione del primo volume della sua
opera e non avendola trovata chiuse con aria sprezzante il
fascicolo:--Non c'è mai nulla in questa Rivista... Se vuoi darci
un'occhiata?
--No--rispose Diana,--a leggere in ferrovia mi viene il dolor di capo.
Dopo una breve pausa soggiunse:--Ho scritto a Giraldi pregandolo
d'esser domattina da noi prima di mezzogiorno.
--Per Bebè?
--Naturalmente.
--Non avrà nulla da ordinarle.
--Chi sa? A ogni modo, quanto più presto egli la vede tanto meglio
è... Mi fido di lui più che di tutti i medici romani.
--Eppure il dottor Lenni che ha curato la bimba ha un'eccellente
clientela.
--Sarà... Io non ero tranquilla.
--Sono idee preconcette... Del resto, non c'è che l'imbarazzo della
scelta, e quando ci stabiliremo a Roma potremo prenderne un altro.
--Ci stabiliremo a Roma?--ella disse in un tuono dubitativo che
rispondeva allo stato particolare della sua anima.
--Eh sì... Se entro al Governo...
--Abbiamo la casa a Torino ancora per due anni...
--È facile intendersi col proprietario.
--In due anni--notò Diana--il vostro Ministero, che non è nato, ha
tempo di morire.
Varedo sorrise.--Speriamo che abbia la vita più lunga... E poi non
mancherà il mezzo di aver la cattedra alla capitale... Non c'è
rimedio, chi aspira a rappresentare una parte non ultima sulla scena
politica, chi ha delle idee da far valere, una propaganda da
esercitare dev'esser sempre sulla breccia, a Roma, dove s'agitano i
grandi interessi della nazione...
--E dei deputati--si lasciò sfuggir di bocca Diana, quasi
involontariamente.
--Appunto--disse Alberto, trovando nell'insinuazione di sua moglie un
nuovo argomento in favore della sua tesi.--Non di tutti ma di molti
deputati... E questi ci stanno sempre a Roma, siane sicura. Ragione di
più perchè ci stiano anche gli altri, perchè all'azione malsana di
quelli oppongano la propria, e non abbandonino i governanti, quali pur
siano, in balìa dei cavalieri di industria.
--Purchè non avvenga--oppose Diana--che l'ambiente guasto corrompa i
migliori. A esser in mezzo a colleghi che trafficano il voto, a
giornalisti che vendono la loro opinione al maggior offerente, ad
avventurieri che arricchiscono giocando alla borsa, c'è più
probabilità di essere inzaccherati che di levare il fango agli altri.
--Con queste massime--ripigliò Varedo--ognuno resterebbe nella sua
nicchia senza curarsi di nulla e di nessuno... È la glorificazione
dell'egoismo.
Diana era di nuovo assorta nella bambina che s'era svegliata
piagnucolando.
Il professore tornò ad immergersi nella lettura, fin che a poco a
poco, rannicchiatosi in un angolo, s'addormentò per non destarsi che
alla stazione di Pisa, al rumore d'una disputa scoppiata sotto la
tettoia.
Era un collega, l'onorevole Vinciliati, che strepitava per avere un
intero compartimento di prima classe a sua disposizione.
--Oh, oh--disse Varedo affacciandosi allo sportello. Per miracolo
Vinciliati attacca lite col personale della ferrovia. È la sua
specialità.... Abbiamo già avuto alla Camera tre o quattro domande a
procedere contro di lui... che, naturalmente, si sono respinte.
--Bella giustizia!--borbottò Diana.
Ma Vinciliati che, urlando, correva lungo il treno, seguito dal capo
conduttore e da un facchino con due valigie, nel passar davanti alla
carrozza ove c'era Varedo, si quetò per incanto.
--Voi qui?... O che c'è un posto?
--Per esserci un posto, c'è--rispose Varedo.--Guardate voi... Siamo in
quattro, compresa la bimba... Se volete?...
--Se non disturbo alla signora?...--chiese Vinciliati, toccandosi il
cappello.
--S'accomodi--disse Diana a denti stretti.
Il deputato salì, e Varedo fece la presentazione.
--Mia moglie... L'onorevole Vinciliati.
--Domando perdono--riprese costui, poichè ebbe collocato alla meglio
le valigie nella reticella.
--È un servizio abbominevole su queste ferrovie... Un materiale
scarso, schifoso... un personale ineducato... Nessun riguardo... E sì
che per quello che la deputazione ci rende si dovrebbe aver almeno il
diritto di viaggiare coi propri agi.
--Se avevate l'intenzione di riposare o di lavorare sarà un affar
serio--osservò Varedo accennando a Bebè che continuava la sua nenia.
Vinciliati si strinse nelle spalle.
--S'ero solo, avrei fatto un sonnellino fino a Genova... Mi fermo
lì... Ma poichè trovo un collega, preferisco discorrere.
I due uomini non appartenevano allo stesso partito; ma pel momento
erano legati dall'odio comune contro il Ministero, ch'essi andavano a
gara nel qualificare con gli aggettivi più vituperevoli. Per un
deputato dell'opposizione il Ministero ch'è al potere è sempre il
peggiore che ci sia mai stato.
--Non saremo noi che raccoglieremo l'eredità--diceva
Vinciliati.--Sarete voi altri. E vi combatteremo. Ma almeno avremo da
fare con avversari rispettabili.
--E credete pure che su molti punti potremo intenderci--soggiunse
Varedo.
Vinciliati assentì.--L'essenziale è di disinfettar l'aria.
--Ah--pensava Diana silenziosa nel suo cantuccio.--Eccoli da capo con
le loro disinfezioni.
Ella non aveva fede nei ventilatori. Aveva capito che, in politica,
disinfettar l'aria significa soltanto cacciare dal Governo quelli che
ci sono e prenderne il posto.
L'inquietudine di Bebè cresceva col procedere della giornata. A volte,
ritta dietro il finestrino chiuso, mentre l'Irene la reggeva con un
braccio e con la mano libera tamburinava i vetri, ella pareva
distrarsi a guardar la campagna; ma si stancava subito e voleva andar
in collo alla mamma, star seduta, o distesa; o diceva che aveva fame,
e poi, disgustata, gettava via qualunque cosa le dessero, e ripigliava
quel suo piagnucolìo di bimba sofferente che metteva tanta angoscia in
cuore di Diana.
--Via, Bebè, sii buona... Sai che il papà va in collera. Lo vedi, il
papà sta discorrendo con quel signore.
Così, in tuono dolce, carezzevole, Diana ammoniva la bimba.
Ed ella, la piccina, quasi per trovar la forza di ubbidire,
balbettava:---Papà citto-.--Ma la volontà non aveva presa sulla fibra
svigorita, ed ella tornava a piangere e a lamentarsi senza sapere il
perchè. Oh lacrime di bambini gracili, malati, in cui sembra ci sia
come un presentimento di morte!
A Genova Vinciliati discese e il resto del viaggio si compì in un
silenzio triste.
Era notte e Bebè s'era riassopita. Anche Alberto aveva rinchiuso gli
occhi, anche l'Irene lasciava ricader la testa sonnolenta sul petto.
Solo Diana vegliava, cercando invano di frenare la sua agitazione. Le
sue dita sottili si affondavano nervosamente nel velluto del sedile; i
suoi piccoli piedi battevano sul tappeto con ritmo affrettato; il suo
sguardo ora si posava su Bebè, ora interrogava l'orologio, o, di là
dai cristalli, scrutava le tenebre per indovinar da qualche segnale a
che punto della strada si fosse.
Quando un lungo fischio annunziò che si era in prossimità di Torino,
ella trasse un gran respiro di soddisfazione.--Finalmente.
Varedo si scosse, raccolse la roba, abbassò uno dei vetri, cacciò la
testa fuori dello sportello.
Il treno entrava, rumoreggiando, sotto la tettoia.
--Facchino! Facchino!... Oh, c'è Bardelli!...
--Gli avevi scritto?
--Tre giorni fa, senza precisargli nulla circa al nostro arrivo...
L'avevo informato dell'esito del concorso.
--Povero Bardelli!--esclamò Diana.--Vedersi posposto a Quinzani!
--A ogni modo, ha avuto l'eleggibilità... Zitto... Eccolo qui...
--Oh, buona sera!--diceva l'ex-assistente.--Hanno fatto buon
viaggio?... E come sta Bebè?... Dia la valigia, gli ombrelli...
--Chiami, chiami il facchino... E come ha saputo?...
--Ho visto la cameriera, ieri, che arrivava coi bauli.
Diana gli strinse con effusione la mano.--Sempre così gentile, sempre
così premuroso, lei...
--Oh, si figuri... E dunque?... Bebè?...
L'Irene discese ultima, con la bimba.
--Bebè! Bebè! Non mi conosci?... Non conosci Bardelli?... -Elli,
Elli?-
--Ah!--sospirò Diana.--È ancora tanto svogliata... No, è inutile;
adesso non dà retta e nessuno.
--Sarà il viaggio... A star più di dodici ore in ferrovia!... Domani
mi farà festa come una volta...
--Bravo!... Venga domani...
Bardelli dissimulava a fatica la sua triste impressione per l'aspetto
macilento di Bebè.
Diana si accorse e riprese:--Si ricorda come era fiorente quando siamo
partiti?
--Si rimetterà subito, non abbia paura.
--Lo spero. Guai se non lo sperassi.
Bardelli voleva chieder all'onorevole qualche particolare circa al
concorso di Bologna, ma non n'ebbe il coraggio, e s'accommiatò dopo
aver accompagnato i Varedo fino al -fiacre-.
--A domani--disse Diana.--Venga a colazione con noi.
Ormai il fedele Bardelli sembrava a Diana un presidio, una difesa; le
sembrava che l'averlo accanto dovess'esser di buon augurio per la
completa guarigione della sua piccina.
XVI.
Fra i crucci propri e gli altrui.
Anche il dottor Giraldi trovò Bebè molto pallida e dimagrita e gli
parve strano che poche febbri fossero bastate a portare un tale
deperimento. Pur non volle far tristi pronostici; lodò Diana di aver
affrettato la partenza da Roma, mostrò di confidare negli effetti del
cambiamento d'aria, in estate poi alcune settimane passate in montagna
o in riva al mare avrebbero compiuta la guarigione.
Diana non si dava pace.--Ah, perchè, perchè siamo andati a Roma?
--Via, non si crucci--diceva il dottore.--Roma è una città sanissima.
--Sì, ma se non ci si andava, Bebè non prendeva le febbri.
--Chi lo assicura?... Un'infezione si può prender da per tutto...
Basta una mala disposizione del momento... Vedrà che ci tornerà a
Roma, che ci si troverà bene con la bambina... quando suo marito sarà
ministro... o giù di lì.
Ormai nessuno più dubitava della rapida carriera politica di Alberto
Varedo.
Ma Diana si stringeva nelle spalle. Ben altro ella pensava. Quando,
come, Bebè aveva assorbito il veleno ch'ella non riusciva ancora a
eliminare dal sangue? Era stato quel giorno, al Pincio, allorchè,
sparito il sole, la temperatura s'era abbassata d'improvviso? O il
germe fatale era già penetrato prima nell'organismo, al Colosseo, al
Palatino, al Foro Romano, in una di quelle passeggiate artistiche ove
Diana aveva l'imprudenza di portar seco la bimba; in una di quelle
lunghe soste presso al cavalletto di Miss Olivia che deponeva i
pennelli per lanciare i suoi paradossi, mentre Bebè era lasciata
all'Irene?
Così alle angustie per lo stato della figliuola, si mesceva nell'animo
di Diana il rimorso della propria trascuratezza, si mesceva un po' di
malanimo verso Miss Harrison, pur tanto servizievole e buona, che le
aveva empito il capo delle sue fisime e aveva svegliato in lei rivolte
sopite e ambizioni latenti.
Non che Bebè peggiorasse; anzi, sulle prime, era parso che il ritorno
a Torino avesse giovato al suo umore. Andava volentieri la mattina al
Valentino, faceva oneste accoglienze a Bardelli, e poichè i baffi
cominciavano a spuntargli adesso, a ventisett'anni, ella, ammirata
della novità, si divertiva a tirarglieli. Ma non ricuperava
l'appetito, non rimetteva nè sangue, nè muscoli; era sempre
trasparente come un alabastro, esile come un giunco. Di tratto in
tratto, verso sera, il suo visino pallido s'imperlava di sudore, un
brivido passeggero le correva per le membra, seguito da una grande
stanchezza, da un sonno pesante che, anzichè ristorarla, la lasciava
più abbattuta di prima. Giraldi che veniva spesso a vederla in
quell'ora, diceva ch'era un resto di febbre malarica da vincersi col
tempo e colla pazienza senza abusar dei rimedi.
Varedo si trattenne a Torino, occupatissimo, per oltre quindici
giorni. L'Università, già sua cura assidua e sollecita, non gli dava
molestia, tanto più che duravano ancora le vacanze di Pasqua; ma aveva
da sbrigare una corrispondenza voluminosa, da assistere a un'infinità
di sedute, da ricevere, sia pur licenziandoli con buone parole, un
nugolo di seccatori, che, subodorando in lui il futuro sottosegretario
di Stato, provavano il bisogno di metterlo a parte delle loro idee e
di manifestargli i loro desideri.
Appena qualche ora di notte egli poteva consacrare a quel secondo
volume della sua opera sul -Dovere-, ch'era di ben maggiore difficoltà
e maggior importanza del primo. Imperocchè, appunto in questo secondo
volume, conveniva integrare con un lavoro di ricostruzione il lavoro
critico precedente, e i giudici arcigni aspettavano al varco l'autore,
presentendo, non forse a torto, che l'originalità non fosse in lui
pari all'erudizione.
E anch'egli aveva i suoi scoramenti, i suoi dubbi, anch'egli si
crucciava per questo libro, che gli editori chiedevano con insistenza
e che non gli usciva di getto. Certo erano i continui sopraccapi della
vita pubblica che gli offuscavano la limpidezza del pensiero
scientifico, ed egli principiava a domandare a sè stesso se le due
cose potessero andare di conserva, e se l'uomo politico non recasse
danno allo studioso. Ma egli sentiva ormai che, messo alle strette,
avrebbe accondisceso a rinunziar piuttosto alla scienza che alla
politica; anzi quando più sfiduciato egli lasciava cader la penna
sulle pagine del suo libro, si confortava dicendo ch'era nato per
l'azione, e che solo in questo campo avrebbe potuto applicar le sue
idee e svolgere ampiamente le sue facoltà. Le grandi ambizioni sono
come i grandi incendi; si alimentano di ciò che dovrebbe soffocarle.
Coricandosi verso l'alba, Varedo trovava spesso sua moglie svegliata,
con l'orecchio intento al respiro di Bebè.
--Dio mio! Come vai a letto tardi!--ella esclamava.--Troppo, troppo
lavori.
Poi parlava della bimba che la teneva sempre con l'animo sospeso. O
aveva chiesto da bere due volte, o s'era lamentata nel sonno, o aveva
una temperatura più alta della normale.
--Quel benedetto termometro!--borbottava Varedo.--Bisognerebbe
sequestrarlo e sequestrarti, per un paio di mesi, anche la bambina,
che guarirebbe più presto se non si fosse eternamente lì a
palpeggiarla, a guardarla, a contarle le pulsazioni.
Diana sbarrava gli occhi inorridita, ma non aveva il coraggio
d'iniziar discussioni con suo marito, a quell'ora, mentr'egli era così
stanco e aveva tanta necessità di riposo. Ed egli, spogliatosi in
fretta, si cacciava sotto le coperte, e vinto dalla fatica si
addormentava nel letto gelido, senza baci, senza carezze. La mattina,
per solito, ella era in piedi prima di lui, e fino all'ora di desinare
lo vedeva appena qualche minuto, di volo, perchè s'egli non era fuori
di casa (e la colazione la faceva sempre fuori) era chiuso nel suo
studio, a scrivere, o a dare udienza.
--Papà -citto---diceva Bebè, portandosi il dito alla bocca, quando
passava accanto all'uscio dello studio. Diana non la sgridava più per
quel suo intercalare, non la sgridava più per nessuna ragione. Ogni
lacrima che colava sulle guance smunte della piccina era come una
goccia d'olio bollente che cadesse sul cuore della madre.
Intanto la Camera stava per riaprirsi, i telegrammi all'onorevole
fioccavano, e Varedo si preparava a rimettersi in viaggio.
Bench'egli stesse così poco con lei, ora Diana si sgomentava di questa
partenza. Non avrebbe egli potuto aspettar qualche giorno fin che
l'avesse vista più tranquilla sul conto di Bebè? Non aveva pietà della
sua solitudine?
Ma ella non voleva infastidirlo con le sue querimonie; se certe cose
egli non le capiva da sè, perchè umiliarsi a ripetergliele? Oh, ella
sapeva bene ciò che Alberto avrebbe risposto. Ch'era per lui un dovere
imprescindibile d'essere a Roma, che Bebè non aveva nulla di grave,
che, al bisogno, un telegramma si manda presto, che, durante la sua
assenza, dipendeva da lei il non esser sola pur che avesse
approfittato delle relazioni, già numerose, che aveva a Torino e che,
dal prefetto in giù, sarebbero state pronte a mettersi a sua
disposizione. E in ogni caso, non c'era sempre quel buon diavolo di
Bardelli, nato a posta per far servigi?
Povero Bardelli! Sicuro che c'era, pieno del solito zelo, della solita
abnegazione; pieno di fede nelle promesse di Varedo che non si
adempivano mai.
Al fiasco di Bologna s'era rassegnato; gli bastava aver l'eleggibilità
per valersene in un altro concorso che si sarebbe aperto presto a
Palermo, e nel quale l'onorevole l'aveva assicurato del suo appoggio.
--È lontano Palermo, pur troppo--egli sospirava--e sarà per me un gran
dispiacere lo staccarmi dalla mia famiglia, lo staccarmi da loro...
Ma, chi sa, potrò forse indurre la mamma a venir meco laggiù... e, in
quanto a loro... ah non ci voglio pensare.
All'idea che, in qualunque evento, gli sarebbe toccato separarsi dai
Varedo, Eugenio Bardelli sentiva spuntare le lacrime agli occhi... Non
veder più la signora Diana, non veder più Bebè!...
Diana lo confortava.--Ci vedremo, non abbia paura... Verrà a trovarci,
tanto se rimanessimo a Torino, quanto se fossimo a Roma. A Torino avrà
almeno i fratelli; a Roma ci potrà fare qualche capatina, non
foss'altro che per parlare coi signori del Ministero... So che tutti
hanno bisogno di farle di tratto in tratto quelle scale dei Ministeri.
Bardelli scoteva la testa sfiduciato.--Eh, non sarebbe la stessa cosa.
Inoltre, s'egli avesse ottenuto la cattedra e sua madre si fosse
decisa ad accompagnarlo, egli presentiva che non si sarebbe più mosso,
anche per non lasciar sola la buona vecchietta che non aspettava i
sessant'anni, e negli ultimi mesi era assai deperita...--Ma!... In
quell'età lì bisognerebbe non aver mai ragioni d'inquietudine.
E co' suoi monosillabi, con le sue frasi sibilline Bardelli lasciava
intendere che le faccende di casa sua non procedevano come una volta.
Ma non si spiegava chiaro, e Diana, sempre preoccupata della salute di
Bebè, non insisteva per aver maggiori particolari.
Li ebbe invece, senza chiederli, dalla Bardelli che il giorno dopo la
partenza dell'onorevole si sentì in dovere di farle una visitina e di
tenerle un'oretta di compagnia... se non recava disturbo, s'intende.
Messa sull'avviso dalle parole del figliuolo, Diana s'accorse subito
che la signora Marianna era realmente invecchiata, meno ritta della
persona, meno agile nei movimenti, più magra, più pallida. E anche la
penna del cappellino era scomparsa, e tutto il vestito era più
semplice, più consentaneo all'età; solo che la stoffa un po' logora e
i manichini sfilacciati tradivano un'insolita incuria o un incipiente
disagio.
Diana che la credeva addolorata per l'insuccesso del suo Eugenio a
Bologna non tardò ad avvedersi che questo era il minore de' suoi
crucci.
--Ha ottenuto l'eleggibilità--disse la signora Marianna--e riuscirà
un'altra volta... Non gli mancano i Santi protettori a lui--ella
soggiunse mostrando la sua fede robusta che resisteva alle successive
delusioni.--Sono gli altri due figliuoli che mi danno pensiero...
Ed ella raccontò come fra Girolamo e Paolo non ci fosse buon sangue da
un pezzo, e come ora, pur troppo, fossero in lotta aperta. Paolo, già
la signora Varedo lo sapeva, s'era sposato con quella modella, e
questo aveva fatto montar sulle furie il fratello primogenito che non
aveva nemmeno voluto conoscere la cognata... Oh Dio, non era stato un
bel matrimonio, quello di Paolo... ma quando ci son -delle
conseguenze-, che via di uscita c'è?... Il dovere è il dovere, e
Girolamo aveva torto a non persuadersene... Il peggio era che la
fortuna seguitava ad accanirsi contro il povero Paolo, un artista di
tanto valore!... Il pubblico non lo capiva, le commissioni non
venivano... e intanto... bisognava ben vivere con la moglie e un
bambino... bisognava pagar la pigione dello studio, e la creta e il
marmo per lavorare... Girolamo, così generoso con la sua mamma e con
Eugenio, quando si trattava di Paolo, diventava un basilisco,
protestava di non voler più spendere un soldo.
--E ha torto, ha torto marcio--continuava la signora Marianna che
prendeva l'imbeccata dal suo beniamino--perchè, come dice Paolo,
quello che c'è in bottega non è mica tutto di Girolamo, e la divisione
dell'eredità paterna non è mai stata fatta... Se Girolamo non vuol più
aver rapporti con suo fratello Paolo gli renda i conti e gli dia la
sua parte.... Oh sì, Girolamo, a toccargli questo tasto, va in
furia... Sicuro, li renderà i conti, mostrerà che Paolo ha avuto due o
tre volte tanto quello che gli compete... ma, per maggior garanzia,
esige che ci sia di mezzo il tribunale... Pensi, signora Varedo, andar
per le mani dei tribunali, esser su tutte le bocche... una famiglia
come la nostra!... Paolo, poveretto, m'aveva incaricato d'una proposta
conciliativa... Non si discorra del resto, ma almeno si venda d'amore
e d'accordo quel famoso calice che rappresenta una bella sommetta e
che non c'è sugo di tener sempre chiuso in una cassa forte... C'è un
Inglese che lo pagherebbe perfino seicento sterline... Via, è giusto
dar un calcio alla fortuna? Le cinquemila lire e più che toccherebbero
a Paolo sarebbero una manna del cielo per lui; gli permetterebbero
d'aspettar le ordinazioni senza domandar la carità a nessuno...
Ebbene, come crederebb'Ella che Girolamo abbia accolto una proposta
così ragionevole? Pareva che gli avessi offerto il disonore. M'ha
minacciato di regalar il calice al Museo, di disseccare il negozio e
di andarsi a stabilire in America... Paolo poi, che non è un
minchione, protesta di non voler cedere alla prepotenza, e dichiara
che farà metter il sequestro su quel calice che Girolamo non ha nessun
diritto di regalare... A questo punto siamo, madama Varedo..., alle
liti, ai sequestri, alla carta bollata... Tra fratelli!
In altri tempi le emozioni della signora Marianna si manifestavano coi
movimenti convulsivi del pennacchio, adesso il pennacchio essendo
scomparso, la buona donna si portò il fazzoletto agli occhi e lasciò
scorrer le sue lacrime.
--E anche Eugenio è in lite?--chiese Diana.
--No, no. Eugenio anzi si dispera di queste discordie... Ma in fondo
egli parteggia per Girolamo... e così non dice una parola per appianar
le cose... E sì ch'egli potrebbe far molto, perchè Girolamo ha un
debole per lui, e gli dà assai più retta che a me... Tutti, tutti sono
ingiusti con Paolo--singhiozzò la signora Marianna;--non capiscono che
i grandi artisti non vanno giudicati alla stregua comune... Devo
aiutarlo io di nascosto, il mio Paolo... Guai se Girolamo sapesse che
mi privo di tutto, che non mi faccio un vestito nuovo, per passare
qualche cosa ogni mese a quella famiglia lì....
E la Bardelli finì il suo sproloquio supplicando la signora Varedo di
esercitar la sua influenza perchè Eugenio, che l'ascoltava come un
oracolo, persuadesse Girolamo a non metter Paolo alla disperazione...
Di Paolo, ancora per tre o quattro giorni, rispondeva lei.
Diana cercò in tutti i modi di schermirsi dall'ingrato ufficio. E
ch'erano affari delicati nei quali l'ingerenza degli estranei faceva
più male che bene, e che lo stesso Eugenio, non parlandogliene ancora,
aveva mostrato di non voler portare in piazza questo dissidio
domestico, e ch'ella, Diana, angustiata com'era per la sua bambina,
non sarebbe stata un'abile negoziatrice. Ma la signora Marianna
insisteva tanto che l'altra si lasciò strappare una vaga promessa. Se
le veniva la palla al balzo, se i discorsi di Eugenio gliene porgevano
il destro, ell'avrebbe parlato.
XVII.
Una scaramuccia coniugale.
Uno scrupolo molto naturale aveva trattenuto Eugenio Bardelli da
metter la Varedo a parte dei dissapori che covavano nella sua
famiglia. Ma quand'egli seppe ch'ella n'era già stata informata da sua
madre, la ragione del suo silenzio cessò, ed egli ebbe anzi un motivo
di più per spesseggiare e prolungar le sue visite in casa Varedo. Ah,
quei dissensi domestici erano una gran pena per lui, ch'era nato per
viver nella pace e nella concordia. La sua mamma, poveretta, aveva una
predilezione per Paolo, e diceva che i fratelli non lo stimavano
secondo i suoi meriti, perchè ne avevano invidia. Eh, sicuro che
dell'ingegno Paolo ne aveva a bizzeffe, ma voglia o non voglia aveva
anche fatto un mucchio di corbellerie e quella del matrimonio non era
stata la minore. E si capiva, che Girolamo, il quale lavorava per gli
altri da mattina a sera, non fosse disposto a lasciarsi smunger di
più. Non era mica un Creso, Girolamo, e se non fosse stato così
economo per sè avrebbe durato una bella fatica a tener in piedi la
baracca. Di questo la mamma non si capacitava, ed ella che accusava
tutti quanti di esser ingiusti con Paolo non s'accorgeva poi che era
ingiusta con Girolamo, l'unico, pur troppo, de' suoi figliuoli che
avesse ormai una posizione assicurata. Bisognava conoscerlo a fondo
Girolamo per apprezzarlo. Non era espansivo, non aveva una gran
parlantina; ma che caratterone, e sotto la ruvida scorza che
delicatezza di sentimenti! Che prontezza ai sacrifizi! Due, tre volte,
anche recentemente, aveva rinunciato a sposarsi per non far dispiacere
a sua madre che s'era fitta in capo di volerlo scapolo... mentre poi
era stata così sollecita ad accettar per nuora la moglie di Paolo!...
Sul punto del calice forse Girolamo aveva torto;... quando non si è
ricchi, non si può concedersi il lusso di tener gli oggetti d'arte ad
ammuffire nella cassaforte, e dal momento che si presentava una buona
occasione di vendita sarebbe stato bene non lasciarsela scappare... E
la sua opinione in proposito Eugenio l'aveva detta; ma non si sentiva
d'insistere... perchè un diritto, un vero diritto egli non credeva
d'averlo, ed era convinto che la loro quota dell'eredità paterna tanto
lui quanto Paolo l'avevano avuta ad esuberanza, e che nell'ipotesi
d'una resa di conti Girolamo sarebbe apparso creditore e non
debitore....
Eugenio Bardelli non era conciso, e a Diana che aveva sempre in cuore
la bimba accadeva talvolta di distrarsi mentr'egli parlava. Allora
egli si profondeva in mille scuse: e ch'era indiscreto, e che la
signora Diana aveva anche troppa pazienza, e ch'egli non avrebbe
dovuto abusarne... Gli è che ell'era l'unica persona al mondo in cui
egli avesse una confidenza assoluta e il suo unico sollievo era quello
di sfogarsi con lei.
Indi i suoi occhi si empivano di lacrime, e Diana, quasi a scusarsi
dei segni di stanchezza di poco prima, lo animava a riprender il suo
discorso, lo confortava con parole amorevoli, sinceramente
commiserando questo giovine così ricco d'ingegno e di dottrina, e pur
destinato a non riuscir nella vita per eccesso di buona fede, per
mancanza di tatto, d'energia, di coraggio.
In fin dei conti, Diana Varedo ed Eugenio Bardelli erano due
disgraziati che si consolavano a vicenda. Perchè anch'ella, da quando
l'erano sopraggiunte le inquietudini per Bebè, anch'ella si sentiva
infelice. Lontana dalla madre, lontana quasi sempre da suo marito, e
più sgomenta che lieta di ciò che l'avvenire preparava ad Alberto,
aliena del pari dal mondo politico e dal mondo elegante, decisa ormai
a non cedere alle lusinghe tentatrici dell'arte, ella passava le ore a
fissar il volto pallido della sua piccina, a combattere i terrori che
l'assalivano di tratto in tratto con incredibil veemenza, lasciandola
affranta, spossata come dopo una malattia. Visite ne riceveva poche e
ne restituiva pochissime; alle sedute a cui la s'invitava quale
patronessa di qualche scuola e di qualche Istituto pio cercava di
restare il meno possibile; a passeggio non andava che con Bebè, e per
condur fuori Bebè occorreva il cielo sereno, la temperatura mite, e il
barometro sopra il variabile. Così ell'era quasi sempre sola, e le due
apparizioni regolari di Bardelli, alla mattina e alla sera, erano
divenute una consuetudine della sua giornata. E poi, agli occhi di
Diana, egli aveva il gran merito di esser desiderato da Bebè. Nelle
sue bizze infantili, in mezzo alle sue lacrimette, fattesi, ohimè,
tanto frequenti, la bimba lo chiamava, lo invocava:---Elli! Elli!- E
alla vista di lui ella si rasserenava, e gli tendeva l'esili braccia,
e voleva ch'egli la portasse sulle spalle in giro per la stanza. Aveva
dimenticato Bardelli per la signora Daria, la signora Daria per Miss
Olivia, e ora tornava agli antichi amori, e a Bardelli più che alla
stessa sua mamma serbava i rari sorrisi.
Ai primi di giugno l'onorevole fece una scappata a Torino. Veniva per
veder la famiglia, ma aveva i minuti contati; arrivato il giovedì,
doveva senza fallo ripartir la domenica per esser alla Camera fin
dagl'inizi della battaglia decisiva, finale, che il Ministero, vissuto
oltre all'aspettazione a forza d'espedienti e d'intrighi, era pur
costretto ad accettare sul bilancio d'assestamento. Già i vari gruppi
degli oppositori erano d'accordo, già le parti erano distribuite, già
si sapeva che col pretesto del bilancio si sarebbe attaccata tutta la
politica del Gabinetto, tutta la sua opera nefasta di tre anni... tre
lunghi anni di sgoverno e di corruzione... Questa, s'intende, era
l'antifona degli avversari. Dell'esito non si dubitava; secondo i
calcoli più scrupolosi, la mozione di sfiducia avrebbe ottenuto cento
voti di maggioranza. Dunque la caduta del Ministero era sicura, nè si
vedeva chi altri, da San Giustino in fuori, potesse raccoglierne
l'eredità.
Ora San Giustino Ministro voleva dire Alberto Varedo sottosegretario
di Stato. Questi poi, come a guadagnarsi le spalline, era inscritto
fra gli oratori nella prossima discussione, e ruminava un discorso
destinato a consolidar la sua fama d'oratore dotto e facondo.
Tornando a casa alla vigilia di sì gravi avvenimenti, Varedo avrebbe
avuto bisogno di trovar in sua moglie, se non la partecipazione
entusiasta dei primi tempi, almeno l'attenzione paziente e benevola
che per un pezzo ell'avea continuato a concedergli. Ma Diana non aveva
occhi nè orecchi per cosa alcuna che non si riferisse alla bimba, e
anzichè appassionarsi ai sogni di grandezza e di gloria che Alberto le
faceva balenare dinanzi, mal dissimulava la sua crescente antipatia
per la politica che toglie gli uomini alla famiglia, all'arte e agli
studi.
Per colmo di disgrazia, il sabato di quella settimana Bebè ebbe una
delle sue febbriciattole, e sebbene l'accesso non durasse che poche
ore i nervi già agitati di Diana n'ebbero una scossa violenta che fece
scoppiare la sua sorda irritazione.
--Spero bene che non ti sognerai di partire--ella disse ad Alberto.
--Cara mia, lo sai che devo partire.
--Devi?... Anche se tua figlia sta male?
--La bimba ha avuto una delle sue piccole febbri... pur troppo non si
rimette ancora com'io vorrei... ma non c'è nulla di nuovo.... nulla
che renda necessaria la mia presenza...
--Sarà sempre più necessaria qui che a Roma--ribattè Diana in tuono
provocante.
Varedo si sforzò di esser calmo.--Mi sono impegnato ad essere a Roma
lunedì mattina, e io non vengo meno a' miei impegni.
Diana scattò.--Me l'immaginavo... È il dovere... Quel famoso dovere
che voi altri uomini fate consistere in ciò che v'accomoda...
--Diana!--interruppe Alberto severamente.--Non t'ho mai sentita
parlare così.
--Tacevo--ella disse cedendo a quello spinto di rivolta ch'è forse nel
cuore di ogni donna;--tacevo, soffrivo in silenzio... Ma giunge il
momento che il vaso trabocca... Il dovere!... Prima di tutto convien
vedere qual sia, e allora, quando si è certi di non prenderlo in
iscambio per qualche cosa di molto diverso, allora sì ch'è lecito
invocarlo... Ne ho la religione anch'io, non dubitarne, e se m'è
accaduto di non esservi fedele, non ho avuto più pace.
Le parve di scorger l'ombra di un sospetto sulla fronte di suo marito,
e riprese ironica:--Oh non aver paura... Non è quello che credi... Non
ci son di questi pericoli nè per te nè per me... Noi viviamo fuori
della vita... Non siamo della pasta di mio zio Gustavo, noi; siamo
gente seria.... Ma le infrazioni al dovere sono di tante specie!... E
se ho potuto trascurare un giorno, un ora la mia figliuola per correr
dietro a qualche ubbìa, ah, te lo giuro, mi son procurata uno di quei
rimorsi che bastano ad avvelenar l'esistenza... Perchè questo è il
dovere; quando si ha una creatura innocente che non ci ha domandato di
nascere, il dovere è di metterla in cima dei propri pensieri; quando
si ha una famiglia che ci siamo fatta spontaneamente, usando del
nostro libero arbitrio, il dovere è di occuparcene, di non
sacrificarla alle nostre ambizioni, alle nostre vanità.
Varedo era esterrefatto. La ribellione di sua moglie lo coglieva di
sorpresa. Ch'ella non s'accalorasse pe' suoi successi parlamentari,
che non rallegrasse di vederlo vicino al potere; di questo Alberto
s'era accorto, e pazienza!... Ma che ella lo investisse fieramente
come un marito e un padre snaturato perch'egli non chiudeva il suo
orizzonte entro quattro pareti, perchè non consentiva a rimpicciolire
in tal guisa l'ufficio dell'uomo nel mondo, ecco ciò che lo faceva
cader dalle nuvole e gli paralizzava la lingua.
Ed egli si contentò di posar la mano sulla spalla di Diana e di
dirle:--Tu sragioni oggi... Sei più ammalata di Bebè.
--Magari!--ella replicò con esaltazione crescente.--Magari fossi
ammalata! Magari morissi! Che liberazione sarebbe per te se morissimo
tutt'e due insieme, la bimba ed io!... Hai commesso un grande sbaglio
sposandomi, povero Alberto!... E così si correggerebbe tutto...
Adesso, rapida, succedeva in lei la reazione, e la sua voce, e il suo
accento si raddolcivano, e i suoi occhi si gonfiavano di lacrime.
--Parlo senza rancore... Tu staresti meglio solo.... Ma son discorsi
vani... Non muoio io, no, pur troppo... E voglia Iddio ch'io non sia
invece destinata!...
Non finì la frase, rabbrividendo. Si nascose la faccia tra le palme, e
balbettò:--Oh Alberto, ho paura... Ho dei tristi presentimenti...
Faccio sogni orribili... Oh la nostra bimba... il nostro caro
angioletto...
E lasciando cader la testa sul petto, ruppe in singhiozzi.
Ad Alberto corse un freddo per l'ossa. Benchè egli vedesse Bebè così
lenta a riaversi dopo la sua malattia di Roma, non gli era mai venuta
l'idea di perderla, e benchè in mezzo a tante cure e preoccupazioni
egli non avesse avuto agio di coltivare il sentimento della paternità,
ora, per la prima volta forse, alle frasi sconnesse di Diana, egli
comprese per quali intime fibre i figliuoli siano legati alla nostra
esistenza.
--Oh Diana!--egli esclamò.--Non pensarle nemmeno queste cose. Bebè non
è in pericolo. Il dottore non lo ha mai detto.
Ella piangeva, piangeva senza rispondere.
Ma in seguito all'insistenza di suo marito, ella accennò negativamente
col capo.
--Dunque non l'ha detto? Proprio?
--No, no... I medici pesano le loro parole... sopra tutto con le
mamme.
--L'ha detto a qualchedun altro, che tu sappia?... A Bardelli forse?
--No... no... Non credo.
--Ebbene, perchè vuoi essere pessimista?... Su, su, coraggio.
Diana alzò le pupille al cielo con una muta preghiera. Indi guardò
Alberto come dubbiosa se dovesse chiedergli scusa pel suo linguaggio
intemperante di prima. Egli, magnanimo, le risparmiò l'umiliazione e
le tese la mano in atto d'uomo che perdona.
A lei sovvenne ch'egli nulla aveva concesso.--Parti?--gli domandò.
La fisonomia di lui si rifece scura.--Sfido io!
Le loro dita, che s'erano intrecciate, si sciolsero.
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