Povera Bebè! Ci nuotava dentro quel vestito, tant'era divenuta sottile dopo pochi giorni di febbre. Diana se l'era presa sulle ginocchia, ne lisciava i capelli, ne cercava sotto l'inviluppo dei lini le gambine stecchite, la palpava da ogni parte; e un'espressione di pena, d'angoscia si dipingeva sulla sua fisonomia. Bebè piagnucolava, tendeva le braccia alla bambinaia. --Lasciala all'Irene--disse Alberto a sua moglie.--E tu non ti crucciare così... Di qui a una settimana avrà ripigliato il suo solito aspetto. --Dio lo voglia!--sospirò Diana. In Piazza di Trevi la carrozza s'incrociò con un -fiacre- ove un signore solo leggeva un giornale. Era San Giustino. --Ferma, ferma! I due legni s'avvicinarono; i due uomini politici si strinsero la mano. San Giustino salutò cortesemente Diana. --Ci abbandona? --La bimba è stata poco bene e la riporto a Torino. --Mia moglie--soggiunse Varedo--ha i vecchi pregiudizi contro l'aria di Roma. --Non creda...--principiò San Giustino. Ma i due cocchieri fecero segno che non era possibile rimaner fermi in quel piccolo spazio, e le vetture si rimisero in cammino, ciascuna dalla sua parte. San Giustino gridò:--Buon viaggio. E rivolgendosi in particolare ad Alberto:--Voi almeno tornate presto... Se non si batte il ferro fin ch'è caldo.... Mentre queste parole oscure si perdevano nel romore dell'acque scroscianti, l'Irene tirava fuori misteriosamente un soldo dalla tasca del vestito e lo slanciava lontano. Era uno scongiuro insegnatole da una bambinaia con cui aveva fatto amicizia. Chi parte da Roma procuri di passar davanti alla fontana di Trevi e di gettar, strada facendo, un soldo nell'acqua. Se il soldo va diritto nella vasca, quello che l'ha gettato a Roma ci torna; se no, no. All'Irene lo scongiuro non riuscì. Forse perchè ell'aveva impacciati i movimenti da Bebè, il soldo andò a battere sopra una colonnina della balaustrata e rimbalzò sulla strada ove un monello si affrettò a raccattarlo. --Ah!--fece l'Irene turbandosi in viso. --Cosa c'è?--chiese Diana che non aveva capito nulla. Il professore scrollò le spalle.--Sciocchezze!... L'Irene prende gli auspicî. --Quali auspicî?... Parla chiaro. Cedendo alle insistenze di sua moglie, Alberto dovette dar una spiegazione sommaria di quel pregiudizio popolare. --L'ha gettato l'Irene il soldo?--domandò Diana ansiosamente.--L'ha gettato con le sue mani? --Sfido io! Vuoi che sia stata Bebè? Pentita d'aver messo così a nudo il proprio egoismo, Diana cercò di consolare la bambinaia. --Non devi pensarci altro. Sono fanfaluche a cui la gente che ha un po' di sale in zucca non crede... Ci tornerai a Roma, ci tornerai con noi e con Bebè. L'Irene si sforzava di sorridere, ma era manifesto ch'ella non riusciva a scacciare un triste presentimento. E anche sul volto già malinconico di Diana si calava un'ombra più scura. Aveva ragione suo marito, erano sciocchezze; e nondimeno!... Quando si comincia ad almanaccarci su, è come un tarlo che lavora dentro... È vero; il pronostico si riferiva all'Irene, ma l'Irene aveva in collo Bebè... e Bebè era tanto pallida!... Per solito, in carrozza si divertiva; oggi i suoi occhi smorti giravano qua e là indifferenti come se nessuna immagine ci si fermasse; e i suoi labbretti esangui si aprivano a fatica per qualche monosillabo. Solo davanti alla stazione ella si rianimò.---Ivia---ella disse. Miss Olivia era sul marciapiede, ad aspettare i Varedo. Teneva con la destra la sua seggiola a libro, teneva con la sinistra la scatola dei colori, ma consegnò le due cose a un fattorino perchè gliele custodisse, e aperse le braccia a Bebè che si protendeva verso di lei. --O Bebè, -darling-. --Una -stoia---implorò la piccina, memore delle fiabe che Miss Olivia, con inesauribile fantasia, raccontava seduta al suo capezzale. --Non si può adesso, cara. Un'altra volta.... Quando tornerai. E Miss Olivia, palleggiava la bimba, leggera come una piuma. Diana tentennò la testa.--Com'è magra, non è vero? --Oh, ingrasserà. --Almeno rifacesse un po' di colore. --Lo rifà il colore. L'ha già rifatto... Non vede? Fosse l'impressione fisica d'esser sollevata in aria, fosse il piacere d'esser con Miss Olivia, certo si è che Bebè aveva la fisonomia assai più animata di prima, e che un leggero incarnato s'era diffuso sulle sue guancie. Sotto la tettoia ell'accondiscese a far qualche passo, retta per mano da Miss Olivia. Diana guardava commossa quella zitellona lunga, angolosa, ribelle ai legami domestici, che pur trovava in fondo al suo cuore, per distrar Bebè, un tesoro di tenerezza. --Che buona mamma sarebbe stata!--ella disse. Ma l'Inglese che non rinunciava alle sue teorie si affrettò a protestare. --Non creda... Non avrei avuto pazienza. --Ne ha tanta coi bambini degli altri. --È forse per questo, cara signora Varedo, è perchè i bambini degli altri non ci prendono che un ritaglio del nostro tempo, non assorbono che una piccola parte del nostro pensiero... Vengono, passano, lasciandoci alle nostre occupazioni, ai nostri sogni... I figliuoli propri, invece... --Ah, quelli ci vogliono tutte intere--esclamò Diana con accento risoluto. --Lo so, la famiglia non è che un egoismo raffinato e ampliato. Miss Harrison non perdonava alla famiglia e alla maternità (a quest'ultima sopra tutto) d'esser le nemiche capitali di quel vigoroso affermarsi della personalità umana ch'era la pietra angolare della sua filosofia, e forse le sue parole tradivano anche il rammarico di veder sfuggirsi irrevocabilmente l'amica che per un istante ell'aveva sperato di convertire alle proprie idee. Intanto Varedo aveva ottenuto dal capostazione uno scompartimento riservato e vi faceva metter la roba. Quando tutto fu a posto, egli disse a sua moglie:--Se vuoi montare? --Si parte? --Manca qualche minuto, ma coi bambini è meglio non aspettar l'ultimo momento. Allora successe la scena tragica. Bebè respingeva l'Irene, non dava retta alla sua mamma, voleva a ogni costo che Miss Olivia montasse in vettura anche lei. Miss Harrison, esitante, stava per chiamare il conduttore.--Potrei scendere a Portonaccio... Ma Varedo intervenne opportunamente.--No, Miss Olivia, sarebbe peggio... La si lusingherebbe per nulla. Diana consentì nell'opinione del marito.--Sì, temo anch'io che sarebbe peggio. L'inglese staccò dolcemente dal collo l'esili braccia che l'avvincevano, baciò ancora una volta Bebè, e la consegnò, strillante e dibattentesi invano, all'Irene. Diana e Miss Olivia s'abbracciarono. --Grazie, grazie--diceva Diana, durando fatica a frenare i singhiozzi.--E addio. --Non addio--replicò Miss Harrison.--Arrivederci. --Ebbene, sì, arrivederci--ripetè Diana con improvvisa energia. La sua avversione per Roma era ormai vinta da un altro pensiero; quello di distrugger coi fatti lo sgomento superstizioso che il fallito scongiuro dell'Irene le aveva messo in cuore. --Così mi piace--soggiunse Miss Olivia. --In vettura, signori, in vettura. Alberto salì ultimo, dopo aver barattato due parole con un collega che partiva per la via di Bologna e aver preso tutti i giornali del mattino. Indi a poco a poco il treno si mosse. Affacciata allo sportello, Diana agitava il fazzoletto verso Miss Olivia che salutava con la mano. In fondo al vagone Bebè seguitava a chiamar disperatamente:---Ivia-, -Ivia-! Il treno, slanciato a tutto vapore, lasciava dietro di sè la città, lasciava a sinistra il Tevere affrettantesi alla foce, volgeva bruscamente al Nord, lungo la spiaggia tirrena. Ogni tanto la vista si apriva sul mare, d'un turchino intenso, qua e là filettato di bianco, silenzioso, quasi deserto. Nelle insenature della costa pochi trabaccoli, poche barche peschereccie posavano accanto, parevano dormire, lievemente cullate dall'onda; qualche vapore passava lontano, segnando il cielo azzurro d'una striscia sottile di fumo. --Guarda il mare, guarda le barche, guarda laggiù in fondo il vapore--dicevano a Bebè, tenendola ritta dietro il finestrino chiuso. Ora Bebè non chiamava più -Ivia-; aveva capito ch'era inutile, ma la sua fisonomia s'era irrigidita in un'espressione triste, e di quando in quando due grosse lacrime colavano sulle sue gote smunte. Quelle lacrime mute su quel visino affilato di bimba facevano più pena a vederle che non avesse fatto la disperazione di prima. Diana si struggeva.--Piange come una persona grande per un grande dolore. È uno strazio. Alberto alzava gli occhi dai suoi giornali, dai suoi libri. --Tu esageri sempre. Bebè è debole perch'è convalescente, e ha la lacrima facile perch'è debole... Ma in quell'età non ci son grandi dolori. Una volta Varedo smise la sua lettura, e con insolita degnazione consentì ad occuparsi della piccina. A lui però riusciva meno che a Diana, meno che all'Irene e alla Lisa di spianarne la fronte, di richiamar sul labbro di lei il gaio cicaleccio infantile. Non che piangesse quando era sulle ginocchia paterne; la soggezione le asciugava il ciglio; stava lì quieta, con le manine in croce, senza parlare, senza rispondere. Tuttavia, a vederlo intento sulla figliuola, Diana sentiva fondersi la barriera di ghiaccio che a poco a poco s'era levata fra lei e suo marito. Se avremo questo affetto, se avremo questa cura comune, ella pensava, non saremo interamente divisi. Ora egli aveva deposto Bebè sul sedile, e la bimba, stanca forse dal lungo piangere, s'appisolava. --Ecco, s'addormenta--disse la madre. E le stese uno scialletto sulle gambe, mentre le accomodava un guancialino sotto la testa. --Dorme già--osservò l'Irene. Varedo tirò fuori dalla valigia un numero della -Nuova Antologia-, non ancora tagliato, vi cercò una recensione del primo volume della sua opera e non avendola trovata chiuse con aria sprezzante il fascicolo:--Non c'è mai nulla in questa Rivista... Se vuoi darci un'occhiata? --No--rispose Diana,--a leggere in ferrovia mi viene il dolor di capo. Dopo una breve pausa soggiunse:--Ho scritto a Giraldi pregandolo d'esser domattina da noi prima di mezzogiorno. --Per Bebè? --Naturalmente. --Non avrà nulla da ordinarle. --Chi sa? A ogni modo, quanto più presto egli la vede tanto meglio è... Mi fido di lui più che di tutti i medici romani. --Eppure il dottor Lenni che ha curato la bimba ha un'eccellente clientela. --Sarà... Io non ero tranquilla. --Sono idee preconcette... Del resto, non c'è che l'imbarazzo della scelta, e quando ci stabiliremo a Roma potremo prenderne un altro. --Ci stabiliremo a Roma?--ella disse in un tuono dubitativo che rispondeva allo stato particolare della sua anima. --Eh sì... Se entro al Governo... --Abbiamo la casa a Torino ancora per due anni... --È facile intendersi col proprietario. --In due anni--notò Diana--il vostro Ministero, che non è nato, ha tempo di morire. Varedo sorrise.--Speriamo che abbia la vita più lunga... E poi non mancherà il mezzo di aver la cattedra alla capitale... Non c'è rimedio, chi aspira a rappresentare una parte non ultima sulla scena politica, chi ha delle idee da far valere, una propaganda da esercitare dev'esser sempre sulla breccia, a Roma, dove s'agitano i grandi interessi della nazione... --E dei deputati--si lasciò sfuggir di bocca Diana, quasi involontariamente. --Appunto--disse Alberto, trovando nell'insinuazione di sua moglie un nuovo argomento in favore della sua tesi.--Non di tutti ma di molti deputati... E questi ci stanno sempre a Roma, siane sicura. Ragione di più perchè ci stiano anche gli altri, perchè all'azione malsana di quelli oppongano la propria, e non abbandonino i governanti, quali pur siano, in balìa dei cavalieri di industria. --Purchè non avvenga--oppose Diana--che l'ambiente guasto corrompa i migliori. A esser in mezzo a colleghi che trafficano il voto, a giornalisti che vendono la loro opinione al maggior offerente, ad avventurieri che arricchiscono giocando alla borsa, c'è più probabilità di essere inzaccherati che di levare il fango agli altri. --Con queste massime--ripigliò Varedo--ognuno resterebbe nella sua nicchia senza curarsi di nulla e di nessuno... È la glorificazione dell'egoismo. Diana era di nuovo assorta nella bambina che s'era svegliata piagnucolando. Il professore tornò ad immergersi nella lettura, fin che a poco a poco, rannicchiatosi in un angolo, s'addormentò per non destarsi che alla stazione di Pisa, al rumore d'una disputa scoppiata sotto la tettoia. Era un collega, l'onorevole Vinciliati, che strepitava per avere un intero compartimento di prima classe a sua disposizione. --Oh, oh--disse Varedo affacciandosi allo sportello. Per miracolo Vinciliati attacca lite col personale della ferrovia. È la sua specialità.... Abbiamo già avuto alla Camera tre o quattro domande a procedere contro di lui... che, naturalmente, si sono respinte. --Bella giustizia!--borbottò Diana. Ma Vinciliati che, urlando, correva lungo il treno, seguito dal capo conduttore e da un facchino con due valigie, nel passar davanti alla carrozza ove c'era Varedo, si quetò per incanto. --Voi qui?... O che c'è un posto? --Per esserci un posto, c'è--rispose Varedo.--Guardate voi... Siamo in quattro, compresa la bimba... Se volete?... --Se non disturbo alla signora?...--chiese Vinciliati, toccandosi il cappello. --S'accomodi--disse Diana a denti stretti. Il deputato salì, e Varedo fece la presentazione. --Mia moglie... L'onorevole Vinciliati. --Domando perdono--riprese costui, poichè ebbe collocato alla meglio le valigie nella reticella. --È un servizio abbominevole su queste ferrovie... Un materiale scarso, schifoso... un personale ineducato... Nessun riguardo... E sì che per quello che la deputazione ci rende si dovrebbe aver almeno il diritto di viaggiare coi propri agi. --Se avevate l'intenzione di riposare o di lavorare sarà un affar serio--osservò Varedo accennando a Bebè che continuava la sua nenia. Vinciliati si strinse nelle spalle. --S'ero solo, avrei fatto un sonnellino fino a Genova... Mi fermo lì... Ma poichè trovo un collega, preferisco discorrere. I due uomini non appartenevano allo stesso partito; ma pel momento erano legati dall'odio comune contro il Ministero, ch'essi andavano a gara nel qualificare con gli aggettivi più vituperevoli. Per un deputato dell'opposizione il Ministero ch'è al potere è sempre il peggiore che ci sia mai stato. --Non saremo noi che raccoglieremo l'eredità--diceva Vinciliati.--Sarete voi altri. E vi combatteremo. Ma almeno avremo da fare con avversari rispettabili. --E credete pure che su molti punti potremo intenderci--soggiunse Varedo. Vinciliati assentì.--L'essenziale è di disinfettar l'aria. --Ah--pensava Diana silenziosa nel suo cantuccio.--Eccoli da capo con le loro disinfezioni. Ella non aveva fede nei ventilatori. Aveva capito che, in politica, disinfettar l'aria significa soltanto cacciare dal Governo quelli che ci sono e prenderne il posto. L'inquietudine di Bebè cresceva col procedere della giornata. A volte, ritta dietro il finestrino chiuso, mentre l'Irene la reggeva con un braccio e con la mano libera tamburinava i vetri, ella pareva distrarsi a guardar la campagna; ma si stancava subito e voleva andar in collo alla mamma, star seduta, o distesa; o diceva che aveva fame, e poi, disgustata, gettava via qualunque cosa le dessero, e ripigliava quel suo piagnucolìo di bimba sofferente che metteva tanta angoscia in cuore di Diana. --Via, Bebè, sii buona... Sai che il papà va in collera. Lo vedi, il papà sta discorrendo con quel signore. Così, in tuono dolce, carezzevole, Diana ammoniva la bimba. Ed ella, la piccina, quasi per trovar la forza di ubbidire, balbettava:---Papà citto-.--Ma la volontà non aveva presa sulla fibra svigorita, ed ella tornava a piangere e a lamentarsi senza sapere il perchè. Oh lacrime di bambini gracili, malati, in cui sembra ci sia come un presentimento di morte! A Genova Vinciliati discese e il resto del viaggio si compì in un silenzio triste. Era notte e Bebè s'era riassopita. Anche Alberto aveva rinchiuso gli occhi, anche l'Irene lasciava ricader la testa sonnolenta sul petto. Solo Diana vegliava, cercando invano di frenare la sua agitazione. Le sue dita sottili si affondavano nervosamente nel velluto del sedile; i suoi piccoli piedi battevano sul tappeto con ritmo affrettato; il suo sguardo ora si posava su Bebè, ora interrogava l'orologio, o, di là dai cristalli, scrutava le tenebre per indovinar da qualche segnale a che punto della strada si fosse. Quando un lungo fischio annunziò che si era in prossimità di Torino, ella trasse un gran respiro di soddisfazione.--Finalmente. Varedo si scosse, raccolse la roba, abbassò uno dei vetri, cacciò la testa fuori dello sportello. Il treno entrava, rumoreggiando, sotto la tettoia. --Facchino! Facchino!... Oh, c'è Bardelli!... --Gli avevi scritto? --Tre giorni fa, senza precisargli nulla circa al nostro arrivo... L'avevo informato dell'esito del concorso. --Povero Bardelli!--esclamò Diana.--Vedersi posposto a Quinzani! --A ogni modo, ha avuto l'eleggibilità... Zitto... Eccolo qui... --Oh, buona sera!--diceva l'ex-assistente.--Hanno fatto buon viaggio?... E come sta Bebè?... Dia la valigia, gli ombrelli... --Chiami, chiami il facchino... E come ha saputo?... --Ho visto la cameriera, ieri, che arrivava coi bauli. Diana gli strinse con effusione la mano.--Sempre così gentile, sempre così premuroso, lei... --Oh, si figuri... E dunque?... Bebè?... L'Irene discese ultima, con la bimba. --Bebè! Bebè! Non mi conosci?... Non conosci Bardelli?... -Elli, Elli?- --Ah!--sospirò Diana.--È ancora tanto svogliata... No, è inutile; adesso non dà retta e nessuno. --Sarà il viaggio... A star più di dodici ore in ferrovia!... Domani mi farà festa come una volta... --Bravo!... Venga domani... Bardelli dissimulava a fatica la sua triste impressione per l'aspetto macilento di Bebè. Diana si accorse e riprese:--Si ricorda come era fiorente quando siamo partiti? --Si rimetterà subito, non abbia paura. --Lo spero. Guai se non lo sperassi. Bardelli voleva chieder all'onorevole qualche particolare circa al concorso di Bologna, ma non n'ebbe il coraggio, e s'accommiatò dopo aver accompagnato i Varedo fino al -fiacre-. --A domani--disse Diana.--Venga a colazione con noi. Ormai il fedele Bardelli sembrava a Diana un presidio, una difesa; le sembrava che l'averlo accanto dovess'esser di buon augurio per la completa guarigione della sua piccina. XVI. Fra i crucci propri e gli altrui. Anche il dottor Giraldi trovò Bebè molto pallida e dimagrita e gli parve strano che poche febbri fossero bastate a portare un tale deperimento. Pur non volle far tristi pronostici; lodò Diana di aver affrettato la partenza da Roma, mostrò di confidare negli effetti del cambiamento d'aria, in estate poi alcune settimane passate in montagna o in riva al mare avrebbero compiuta la guarigione. Diana non si dava pace.--Ah, perchè, perchè siamo andati a Roma? --Via, non si crucci--diceva il dottore.--Roma è una città sanissima. --Sì, ma se non ci si andava, Bebè non prendeva le febbri. --Chi lo assicura?... Un'infezione si può prender da per tutto... Basta una mala disposizione del momento... Vedrà che ci tornerà a Roma, che ci si troverà bene con la bambina... quando suo marito sarà ministro... o giù di lì. Ormai nessuno più dubitava della rapida carriera politica di Alberto Varedo. Ma Diana si stringeva nelle spalle. Ben altro ella pensava. Quando, come, Bebè aveva assorbito il veleno ch'ella non riusciva ancora a eliminare dal sangue? Era stato quel giorno, al Pincio, allorchè, sparito il sole, la temperatura s'era abbassata d'improvviso? O il germe fatale era già penetrato prima nell'organismo, al Colosseo, al Palatino, al Foro Romano, in una di quelle passeggiate artistiche ove Diana aveva l'imprudenza di portar seco la bimba; in una di quelle lunghe soste presso al cavalletto di Miss Olivia che deponeva i pennelli per lanciare i suoi paradossi, mentre Bebè era lasciata all'Irene? Così alle angustie per lo stato della figliuola, si mesceva nell'animo di Diana il rimorso della propria trascuratezza, si mesceva un po' di malanimo verso Miss Harrison, pur tanto servizievole e buona, che le aveva empito il capo delle sue fisime e aveva svegliato in lei rivolte sopite e ambizioni latenti. Non che Bebè peggiorasse; anzi, sulle prime, era parso che il ritorno a Torino avesse giovato al suo umore. Andava volentieri la mattina al Valentino, faceva oneste accoglienze a Bardelli, e poichè i baffi cominciavano a spuntargli adesso, a ventisett'anni, ella, ammirata della novità, si divertiva a tirarglieli. Ma non ricuperava l'appetito, non rimetteva nè sangue, nè muscoli; era sempre trasparente come un alabastro, esile come un giunco. Di tratto in tratto, verso sera, il suo visino pallido s'imperlava di sudore, un brivido passeggero le correva per le membra, seguito da una grande stanchezza, da un sonno pesante che, anzichè ristorarla, la lasciava più abbattuta di prima. Giraldi che veniva spesso a vederla in quell'ora, diceva ch'era un resto di febbre malarica da vincersi col tempo e colla pazienza senza abusar dei rimedi. Varedo si trattenne a Torino, occupatissimo, per oltre quindici giorni. L'Università, già sua cura assidua e sollecita, non gli dava molestia, tanto più che duravano ancora le vacanze di Pasqua; ma aveva da sbrigare una corrispondenza voluminosa, da assistere a un'infinità di sedute, da ricevere, sia pur licenziandoli con buone parole, un nugolo di seccatori, che, subodorando in lui il futuro sottosegretario di Stato, provavano il bisogno di metterlo a parte delle loro idee e di manifestargli i loro desideri. Appena qualche ora di notte egli poteva consacrare a quel secondo volume della sua opera sul -Dovere-, ch'era di ben maggiore difficoltà e maggior importanza del primo. Imperocchè, appunto in questo secondo volume, conveniva integrare con un lavoro di ricostruzione il lavoro critico precedente, e i giudici arcigni aspettavano al varco l'autore, presentendo, non forse a torto, che l'originalità non fosse in lui pari all'erudizione. E anch'egli aveva i suoi scoramenti, i suoi dubbi, anch'egli si crucciava per questo libro, che gli editori chiedevano con insistenza e che non gli usciva di getto. Certo erano i continui sopraccapi della vita pubblica che gli offuscavano la limpidezza del pensiero scientifico, ed egli principiava a domandare a sè stesso se le due cose potessero andare di conserva, e se l'uomo politico non recasse danno allo studioso. Ma egli sentiva ormai che, messo alle strette, avrebbe accondisceso a rinunziar piuttosto alla scienza che alla politica; anzi quando più sfiduciato egli lasciava cader la penna sulle pagine del suo libro, si confortava dicendo ch'era nato per l'azione, e che solo in questo campo avrebbe potuto applicar le sue idee e svolgere ampiamente le sue facoltà. Le grandi ambizioni sono come i grandi incendi; si alimentano di ciò che dovrebbe soffocarle. Coricandosi verso l'alba, Varedo trovava spesso sua moglie svegliata, con l'orecchio intento al respiro di Bebè. --Dio mio! Come vai a letto tardi!--ella esclamava.--Troppo, troppo lavori. Poi parlava della bimba che la teneva sempre con l'animo sospeso. O aveva chiesto da bere due volte, o s'era lamentata nel sonno, o aveva una temperatura più alta della normale. --Quel benedetto termometro!--borbottava Varedo.--Bisognerebbe sequestrarlo e sequestrarti, per un paio di mesi, anche la bambina, che guarirebbe più presto se non si fosse eternamente lì a palpeggiarla, a guardarla, a contarle le pulsazioni. Diana sbarrava gli occhi inorridita, ma non aveva il coraggio d'iniziar discussioni con suo marito, a quell'ora, mentr'egli era così stanco e aveva tanta necessità di riposo. Ed egli, spogliatosi in fretta, si cacciava sotto le coperte, e vinto dalla fatica si addormentava nel letto gelido, senza baci, senza carezze. La mattina, per solito, ella era in piedi prima di lui, e fino all'ora di desinare lo vedeva appena qualche minuto, di volo, perchè s'egli non era fuori di casa (e la colazione la faceva sempre fuori) era chiuso nel suo studio, a scrivere, o a dare udienza. --Papà -citto---diceva Bebè, portandosi il dito alla bocca, quando passava accanto all'uscio dello studio. Diana non la sgridava più per quel suo intercalare, non la sgridava più per nessuna ragione. Ogni lacrima che colava sulle guance smunte della piccina era come una goccia d'olio bollente che cadesse sul cuore della madre. Intanto la Camera stava per riaprirsi, i telegrammi all'onorevole fioccavano, e Varedo si preparava a rimettersi in viaggio. Bench'egli stesse così poco con lei, ora Diana si sgomentava di questa partenza. Non avrebbe egli potuto aspettar qualche giorno fin che l'avesse vista più tranquilla sul conto di Bebè? Non aveva pietà della sua solitudine? Ma ella non voleva infastidirlo con le sue querimonie; se certe cose egli non le capiva da sè, perchè umiliarsi a ripetergliele? Oh, ella sapeva bene ciò che Alberto avrebbe risposto. Ch'era per lui un dovere imprescindibile d'essere a Roma, che Bebè non aveva nulla di grave, che, al bisogno, un telegramma si manda presto, che, durante la sua assenza, dipendeva da lei il non esser sola pur che avesse approfittato delle relazioni, già numerose, che aveva a Torino e che, dal prefetto in giù, sarebbero state pronte a mettersi a sua disposizione. E in ogni caso, non c'era sempre quel buon diavolo di Bardelli, nato a posta per far servigi? Povero Bardelli! Sicuro che c'era, pieno del solito zelo, della solita abnegazione; pieno di fede nelle promesse di Varedo che non si adempivano mai. Al fiasco di Bologna s'era rassegnato; gli bastava aver l'eleggibilità per valersene in un altro concorso che si sarebbe aperto presto a Palermo, e nel quale l'onorevole l'aveva assicurato del suo appoggio. --È lontano Palermo, pur troppo--egli sospirava--e sarà per me un gran dispiacere lo staccarmi dalla mia famiglia, lo staccarmi da loro... Ma, chi sa, potrò forse indurre la mamma a venir meco laggiù... e, in quanto a loro... ah non ci voglio pensare. All'idea che, in qualunque evento, gli sarebbe toccato separarsi dai Varedo, Eugenio Bardelli sentiva spuntare le lacrime agli occhi... Non veder più la signora Diana, non veder più Bebè!... Diana lo confortava.--Ci vedremo, non abbia paura... Verrà a trovarci, tanto se rimanessimo a Torino, quanto se fossimo a Roma. A Torino avrà almeno i fratelli; a Roma ci potrà fare qualche capatina, non foss'altro che per parlare coi signori del Ministero... So che tutti hanno bisogno di farle di tratto in tratto quelle scale dei Ministeri. Bardelli scoteva la testa sfiduciato.--Eh, non sarebbe la stessa cosa. Inoltre, s'egli avesse ottenuto la cattedra e sua madre si fosse decisa ad accompagnarlo, egli presentiva che non si sarebbe più mosso, anche per non lasciar sola la buona vecchietta che non aspettava i sessant'anni, e negli ultimi mesi era assai deperita...--Ma!... In quell'età lì bisognerebbe non aver mai ragioni d'inquietudine. E co' suoi monosillabi, con le sue frasi sibilline Bardelli lasciava intendere che le faccende di casa sua non procedevano come una volta. Ma non si spiegava chiaro, e Diana, sempre preoccupata della salute di Bebè, non insisteva per aver maggiori particolari. Li ebbe invece, senza chiederli, dalla Bardelli che il giorno dopo la partenza dell'onorevole si sentì in dovere di farle una visitina e di tenerle un'oretta di compagnia... se non recava disturbo, s'intende. Messa sull'avviso dalle parole del figliuolo, Diana s'accorse subito che la signora Marianna era realmente invecchiata, meno ritta della persona, meno agile nei movimenti, più magra, più pallida. E anche la penna del cappellino era scomparsa, e tutto il vestito era più semplice, più consentaneo all'età; solo che la stoffa un po' logora e i manichini sfilacciati tradivano un'insolita incuria o un incipiente disagio. Diana che la credeva addolorata per l'insuccesso del suo Eugenio a Bologna non tardò ad avvedersi che questo era il minore de' suoi crucci. --Ha ottenuto l'eleggibilità--disse la signora Marianna--e riuscirà un'altra volta... Non gli mancano i Santi protettori a lui--ella soggiunse mostrando la sua fede robusta che resisteva alle successive delusioni.--Sono gli altri due figliuoli che mi danno pensiero... Ed ella raccontò come fra Girolamo e Paolo non ci fosse buon sangue da un pezzo, e come ora, pur troppo, fossero in lotta aperta. Paolo, già la signora Varedo lo sapeva, s'era sposato con quella modella, e questo aveva fatto montar sulle furie il fratello primogenito che non aveva nemmeno voluto conoscere la cognata... Oh Dio, non era stato un bel matrimonio, quello di Paolo... ma quando ci son -delle conseguenze-, che via di uscita c'è?... Il dovere è il dovere, e Girolamo aveva torto a non persuadersene... Il peggio era che la fortuna seguitava ad accanirsi contro il povero Paolo, un artista di tanto valore!... Il pubblico non lo capiva, le commissioni non venivano... e intanto... bisognava ben vivere con la moglie e un bambino... bisognava pagar la pigione dello studio, e la creta e il marmo per lavorare... Girolamo, così generoso con la sua mamma e con Eugenio, quando si trattava di Paolo, diventava un basilisco, protestava di non voler più spendere un soldo. --E ha torto, ha torto marcio--continuava la signora Marianna che prendeva l'imbeccata dal suo beniamino--perchè, come dice Paolo, quello che c'è in bottega non è mica tutto di Girolamo, e la divisione dell'eredità paterna non è mai stata fatta... Se Girolamo non vuol più aver rapporti con suo fratello Paolo gli renda i conti e gli dia la sua parte.... Oh sì, Girolamo, a toccargli questo tasto, va in furia... Sicuro, li renderà i conti, mostrerà che Paolo ha avuto due o tre volte tanto quello che gli compete... ma, per maggior garanzia, esige che ci sia di mezzo il tribunale... Pensi, signora Varedo, andar per le mani dei tribunali, esser su tutte le bocche... una famiglia come la nostra!... Paolo, poveretto, m'aveva incaricato d'una proposta conciliativa... Non si discorra del resto, ma almeno si venda d'amore e d'accordo quel famoso calice che rappresenta una bella sommetta e che non c'è sugo di tener sempre chiuso in una cassa forte... C'è un Inglese che lo pagherebbe perfino seicento sterline... Via, è giusto dar un calcio alla fortuna? Le cinquemila lire e più che toccherebbero a Paolo sarebbero una manna del cielo per lui; gli permetterebbero d'aspettar le ordinazioni senza domandar la carità a nessuno... Ebbene, come crederebb'Ella che Girolamo abbia accolto una proposta così ragionevole? Pareva che gli avessi offerto il disonore. M'ha minacciato di regalar il calice al Museo, di disseccare il negozio e di andarsi a stabilire in America... Paolo poi, che non è un minchione, protesta di non voler cedere alla prepotenza, e dichiara che farà metter il sequestro su quel calice che Girolamo non ha nessun diritto di regalare... A questo punto siamo, madama Varedo..., alle liti, ai sequestri, alla carta bollata... Tra fratelli! In altri tempi le emozioni della signora Marianna si manifestavano coi movimenti convulsivi del pennacchio, adesso il pennacchio essendo scomparso, la buona donna si portò il fazzoletto agli occhi e lasciò scorrer le sue lacrime. --E anche Eugenio è in lite?--chiese Diana. --No, no. Eugenio anzi si dispera di queste discordie... Ma in fondo egli parteggia per Girolamo... e così non dice una parola per appianar le cose... E sì ch'egli potrebbe far molto, perchè Girolamo ha un debole per lui, e gli dà assai più retta che a me... Tutti, tutti sono ingiusti con Paolo--singhiozzò la signora Marianna;--non capiscono che i grandi artisti non vanno giudicati alla stregua comune... Devo aiutarlo io di nascosto, il mio Paolo... Guai se Girolamo sapesse che mi privo di tutto, che non mi faccio un vestito nuovo, per passare qualche cosa ogni mese a quella famiglia lì.... E la Bardelli finì il suo sproloquio supplicando la signora Varedo di esercitar la sua influenza perchè Eugenio, che l'ascoltava come un oracolo, persuadesse Girolamo a non metter Paolo alla disperazione... Di Paolo, ancora per tre o quattro giorni, rispondeva lei. Diana cercò in tutti i modi di schermirsi dall'ingrato ufficio. E ch'erano affari delicati nei quali l'ingerenza degli estranei faceva più male che bene, e che lo stesso Eugenio, non parlandogliene ancora, aveva mostrato di non voler portare in piazza questo dissidio domestico, e ch'ella, Diana, angustiata com'era per la sua bambina, non sarebbe stata un'abile negoziatrice. Ma la signora Marianna insisteva tanto che l'altra si lasciò strappare una vaga promessa. Se le veniva la palla al balzo, se i discorsi di Eugenio gliene porgevano il destro, ell'avrebbe parlato. XVII. Una scaramuccia coniugale. Uno scrupolo molto naturale aveva trattenuto Eugenio Bardelli da metter la Varedo a parte dei dissapori che covavano nella sua famiglia. Ma quand'egli seppe ch'ella n'era già stata informata da sua madre, la ragione del suo silenzio cessò, ed egli ebbe anzi un motivo di più per spesseggiare e prolungar le sue visite in casa Varedo. Ah, quei dissensi domestici erano una gran pena per lui, ch'era nato per viver nella pace e nella concordia. La sua mamma, poveretta, aveva una predilezione per Paolo, e diceva che i fratelli non lo stimavano secondo i suoi meriti, perchè ne avevano invidia. Eh, sicuro che dell'ingegno Paolo ne aveva a bizzeffe, ma voglia o non voglia aveva anche fatto un mucchio di corbellerie e quella del matrimonio non era stata la minore. E si capiva, che Girolamo, il quale lavorava per gli altri da mattina a sera, non fosse disposto a lasciarsi smunger di più. Non era mica un Creso, Girolamo, e se non fosse stato così economo per sè avrebbe durato una bella fatica a tener in piedi la baracca. Di questo la mamma non si capacitava, ed ella che accusava tutti quanti di esser ingiusti con Paolo non s'accorgeva poi che era ingiusta con Girolamo, l'unico, pur troppo, de' suoi figliuoli che avesse ormai una posizione assicurata. Bisognava conoscerlo a fondo Girolamo per apprezzarlo. Non era espansivo, non aveva una gran parlantina; ma che caratterone, e sotto la ruvida scorza che delicatezza di sentimenti! Che prontezza ai sacrifizi! Due, tre volte, anche recentemente, aveva rinunciato a sposarsi per non far dispiacere a sua madre che s'era fitta in capo di volerlo scapolo... mentre poi era stata così sollecita ad accettar per nuora la moglie di Paolo!... Sul punto del calice forse Girolamo aveva torto;... quando non si è ricchi, non si può concedersi il lusso di tener gli oggetti d'arte ad ammuffire nella cassaforte, e dal momento che si presentava una buona occasione di vendita sarebbe stato bene non lasciarsela scappare... E la sua opinione in proposito Eugenio l'aveva detta; ma non si sentiva d'insistere... perchè un diritto, un vero diritto egli non credeva d'averlo, ed era convinto che la loro quota dell'eredità paterna tanto lui quanto Paolo l'avevano avuta ad esuberanza, e che nell'ipotesi d'una resa di conti Girolamo sarebbe apparso creditore e non debitore.... Eugenio Bardelli non era conciso, e a Diana che aveva sempre in cuore la bimba accadeva talvolta di distrarsi mentr'egli parlava. Allora egli si profondeva in mille scuse: e ch'era indiscreto, e che la signora Diana aveva anche troppa pazienza, e ch'egli non avrebbe dovuto abusarne... Gli è che ell'era l'unica persona al mondo in cui egli avesse una confidenza assoluta e il suo unico sollievo era quello di sfogarsi con lei. Indi i suoi occhi si empivano di lacrime, e Diana, quasi a scusarsi dei segni di stanchezza di poco prima, lo animava a riprender il suo discorso, lo confortava con parole amorevoli, sinceramente commiserando questo giovine così ricco d'ingegno e di dottrina, e pur destinato a non riuscir nella vita per eccesso di buona fede, per mancanza di tatto, d'energia, di coraggio. In fin dei conti, Diana Varedo ed Eugenio Bardelli erano due disgraziati che si consolavano a vicenda. Perchè anch'ella, da quando l'erano sopraggiunte le inquietudini per Bebè, anch'ella si sentiva infelice. Lontana dalla madre, lontana quasi sempre da suo marito, e più sgomenta che lieta di ciò che l'avvenire preparava ad Alberto, aliena del pari dal mondo politico e dal mondo elegante, decisa ormai a non cedere alle lusinghe tentatrici dell'arte, ella passava le ore a fissar il volto pallido della sua piccina, a combattere i terrori che l'assalivano di tratto in tratto con incredibil veemenza, lasciandola affranta, spossata come dopo una malattia. Visite ne riceveva poche e ne restituiva pochissime; alle sedute a cui la s'invitava quale patronessa di qualche scuola e di qualche Istituto pio cercava di restare il meno possibile; a passeggio non andava che con Bebè, e per condur fuori Bebè occorreva il cielo sereno, la temperatura mite, e il barometro sopra il variabile. Così ell'era quasi sempre sola, e le due apparizioni regolari di Bardelli, alla mattina e alla sera, erano divenute una consuetudine della sua giornata. E poi, agli occhi di Diana, egli aveva il gran merito di esser desiderato da Bebè. Nelle sue bizze infantili, in mezzo alle sue lacrimette, fattesi, ohimè, tanto frequenti, la bimba lo chiamava, lo invocava:---Elli! Elli!- E alla vista di lui ella si rasserenava, e gli tendeva l'esili braccia, e voleva ch'egli la portasse sulle spalle in giro per la stanza. Aveva dimenticato Bardelli per la signora Daria, la signora Daria per Miss Olivia, e ora tornava agli antichi amori, e a Bardelli più che alla stessa sua mamma serbava i rari sorrisi. Ai primi di giugno l'onorevole fece una scappata a Torino. Veniva per veder la famiglia, ma aveva i minuti contati; arrivato il giovedì, doveva senza fallo ripartir la domenica per esser alla Camera fin dagl'inizi della battaglia decisiva, finale, che il Ministero, vissuto oltre all'aspettazione a forza d'espedienti e d'intrighi, era pur costretto ad accettare sul bilancio d'assestamento. Già i vari gruppi degli oppositori erano d'accordo, già le parti erano distribuite, già si sapeva che col pretesto del bilancio si sarebbe attaccata tutta la politica del Gabinetto, tutta la sua opera nefasta di tre anni... tre lunghi anni di sgoverno e di corruzione... Questa, s'intende, era l'antifona degli avversari. Dell'esito non si dubitava; secondo i calcoli più scrupolosi, la mozione di sfiducia avrebbe ottenuto cento voti di maggioranza. Dunque la caduta del Ministero era sicura, nè si vedeva chi altri, da San Giustino in fuori, potesse raccoglierne l'eredità. Ora San Giustino Ministro voleva dire Alberto Varedo sottosegretario di Stato. Questi poi, come a guadagnarsi le spalline, era inscritto fra gli oratori nella prossima discussione, e ruminava un discorso destinato a consolidar la sua fama d'oratore dotto e facondo. Tornando a casa alla vigilia di sì gravi avvenimenti, Varedo avrebbe avuto bisogno di trovar in sua moglie, se non la partecipazione entusiasta dei primi tempi, almeno l'attenzione paziente e benevola che per un pezzo ell'avea continuato a concedergli. Ma Diana non aveva occhi nè orecchi per cosa alcuna che non si riferisse alla bimba, e anzichè appassionarsi ai sogni di grandezza e di gloria che Alberto le faceva balenare dinanzi, mal dissimulava la sua crescente antipatia per la politica che toglie gli uomini alla famiglia, all'arte e agli studi. Per colmo di disgrazia, il sabato di quella settimana Bebè ebbe una delle sue febbriciattole, e sebbene l'accesso non durasse che poche ore i nervi già agitati di Diana n'ebbero una scossa violenta che fece scoppiare la sua sorda irritazione. --Spero bene che non ti sognerai di partire--ella disse ad Alberto. --Cara mia, lo sai che devo partire. --Devi?... Anche se tua figlia sta male? --La bimba ha avuto una delle sue piccole febbri... pur troppo non si rimette ancora com'io vorrei... ma non c'è nulla di nuovo.... nulla che renda necessaria la mia presenza... --Sarà sempre più necessaria qui che a Roma--ribattè Diana in tuono provocante. Varedo si sforzò di esser calmo.--Mi sono impegnato ad essere a Roma lunedì mattina, e io non vengo meno a' miei impegni. Diana scattò.--Me l'immaginavo... È il dovere... Quel famoso dovere che voi altri uomini fate consistere in ciò che v'accomoda... --Diana!--interruppe Alberto severamente.--Non t'ho mai sentita parlare così. --Tacevo--ella disse cedendo a quello spinto di rivolta ch'è forse nel cuore di ogni donna;--tacevo, soffrivo in silenzio... Ma giunge il momento che il vaso trabocca... Il dovere!... Prima di tutto convien vedere qual sia, e allora, quando si è certi di non prenderlo in iscambio per qualche cosa di molto diverso, allora sì ch'è lecito invocarlo... Ne ho la religione anch'io, non dubitarne, e se m'è accaduto di non esservi fedele, non ho avuto più pace. Le parve di scorger l'ombra di un sospetto sulla fronte di suo marito, e riprese ironica:--Oh non aver paura... Non è quello che credi... Non ci son di questi pericoli nè per te nè per me... Noi viviamo fuori della vita... Non siamo della pasta di mio zio Gustavo, noi; siamo gente seria.... Ma le infrazioni al dovere sono di tante specie!... E se ho potuto trascurare un giorno, un ora la mia figliuola per correr dietro a qualche ubbìa, ah, te lo giuro, mi son procurata uno di quei rimorsi che bastano ad avvelenar l'esistenza... Perchè questo è il dovere; quando si ha una creatura innocente che non ci ha domandato di nascere, il dovere è di metterla in cima dei propri pensieri; quando si ha una famiglia che ci siamo fatta spontaneamente, usando del nostro libero arbitrio, il dovere è di occuparcene, di non sacrificarla alle nostre ambizioni, alle nostre vanità. Varedo era esterrefatto. La ribellione di sua moglie lo coglieva di sorpresa. Ch'ella non s'accalorasse pe' suoi successi parlamentari, che non rallegrasse di vederlo vicino al potere; di questo Alberto s'era accorto, e pazienza!... Ma che ella lo investisse fieramente come un marito e un padre snaturato perch'egli non chiudeva il suo orizzonte entro quattro pareti, perchè non consentiva a rimpicciolire in tal guisa l'ufficio dell'uomo nel mondo, ecco ciò che lo faceva cader dalle nuvole e gli paralizzava la lingua. Ed egli si contentò di posar la mano sulla spalla di Diana e di dirle:--Tu sragioni oggi... Sei più ammalata di Bebè. --Magari!--ella replicò con esaltazione crescente.--Magari fossi ammalata! Magari morissi! Che liberazione sarebbe per te se morissimo tutt'e due insieme, la bimba ed io!... Hai commesso un grande sbaglio sposandomi, povero Alberto!... E così si correggerebbe tutto... Adesso, rapida, succedeva in lei la reazione, e la sua voce, e il suo accento si raddolcivano, e i suoi occhi si gonfiavano di lacrime. --Parlo senza rancore... Tu staresti meglio solo.... Ma son discorsi vani... Non muoio io, no, pur troppo... E voglia Iddio ch'io non sia invece destinata!... Non finì la frase, rabbrividendo. Si nascose la faccia tra le palme, e balbettò:--Oh Alberto, ho paura... Ho dei tristi presentimenti... Faccio sogni orribili... Oh la nostra bimba... il nostro caro angioletto... E lasciando cader la testa sul petto, ruppe in singhiozzi. Ad Alberto corse un freddo per l'ossa. Benchè egli vedesse Bebè così lenta a riaversi dopo la sua malattia di Roma, non gli era mai venuta l'idea di perderla, e benchè in mezzo a tante cure e preoccupazioni egli non avesse avuto agio di coltivare il sentimento della paternità, ora, per la prima volta forse, alle frasi sconnesse di Diana, egli comprese per quali intime fibre i figliuoli siano legati alla nostra esistenza. --Oh Diana!--egli esclamò.--Non pensarle nemmeno queste cose. Bebè non è in pericolo. Il dottore non lo ha mai detto. Ella piangeva, piangeva senza rispondere. Ma in seguito all'insistenza di suo marito, ella accennò negativamente col capo. --Dunque non l'ha detto? Proprio? --No, no... I medici pesano le loro parole... sopra tutto con le mamme. --L'ha detto a qualchedun altro, che tu sappia?... A Bardelli forse? --No... no... Non credo. --Ebbene, perchè vuoi essere pessimista?... Su, su, coraggio. Diana alzò le pupille al cielo con una muta preghiera. Indi guardò Alberto come dubbiosa se dovesse chiedergli scusa pel suo linguaggio intemperante di prima. Egli, magnanimo, le risparmiò l'umiliazione e le tese la mano in atto d'uomo che perdona. A lei sovvenne ch'egli nulla aveva concesso.--Parti?--gli domandò. La fisonomia di lui si rifece scura.--Sfido io! Le loro dita, che s'erano intrecciate, si sciolsero. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000