Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento,
s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande
ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver
per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di
nuovo ella protestò con tutte le sue forze.
--Per amor del cielo, mandala di là--disse Varedo che non aveva
pazienza pei capricci infantili.
--Ora la porto io... Saluta il papà, Bebè... Buondì, papà, buondì...
Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa.
Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e
anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le
braccia e le gambe.
Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina;
un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due
pacchi.
--Son per la signora--avvertì la Lisa.--E c'è anche qualche lettera
per lei... Oh, Bebè...
--È pessima--dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò
alla cameriera perchè la desse all'Irene.
--Via, via, presto--seguitava a dire il professore, mentre firmava la
ricevuta dei pacchi sul libro del postino.
La bimba ricalcitrante e divincolantesi slanciò dalla soglia lo strale
del Parto.--Papà -citto-.
Da qualche tempo s'era detto a Bebè ch'era ora di finirla con
quest'antifona del -papà citto-, ma ella con la precoce malizia
infantile infrangeva spesso il divieto, e a costo di provocar la
collera della mamma, pronunciava con più gusto la frase incriminata.
--Bebè!--intimò Diana in tono di rimprovero.
Ma la Lisa, da donna prudente, aveva già chiuso l'uscio dietro di sè e
allontanata la piccola ribelle.
Senza mostrar di curarsi delle bizze della figliuola, Varedo diede a
sua moglie un giornale e un paio di lettere, di cui sbirciò la
soprascritta.--Una è della tua mamma--egli disse.--E una di Bardelli.
--Saranno auguri per Bebè.
--Ed è certo di Bardelli anche questo scatolone di dolci che vien da
Torino.
--È di lui sicuramente... Mi pareva impossibile ch'egli dimenticasse
l'anniversario della bimba.
--L'altro pacco poi--riprese il professore,--arriva da Venezia.--Di
chi sarà mai?... Forse te lo spiegherà la tua mamma.
--No--rispose Diana che aveva già scorso rapidamente l'epistola della
signora Valeria e si accingeva a legger quella di Bardelli.--No, la
mamma non accenna all'invio di nessun pacco.
--Pazienza allora... Scioglieremo l'enigma più tardi--soggiunse
Varedo. E cominciò ad aprire la sua corrispondenza. La quale pare non
fosse quel giorno di grande importanza perch'egli aveva già rimesso
nella busta le sei o sette lettere ricevute prima che Diana avesse
finita quella dell'antico assistente di suo marito.
--Per bacco!--esclamò il professore.--Bardelli ti scrive un volume?
--Non un volume, ma quattro pagine fitte.
--Per far gli auguri a Bebè e annunziare l'invio d'una scatola di
dolci?
--L'annunzio dei dolci e gli auguri non occupano che una mezza
facciata. Il resto è per te.
--Per me?... che novità ci sono? È un gran buon diavolo quel Bardelli,
ma è anche un gran seccatore.
Diana passò il foglio a suo marito, e ripigliò:--Sembra che il
concorso di Bologna gli prepari una nuova delusione. Povero Bardelli!
Ha la fortuna contraria, ed è sempre vittima di qualche intrigante,
senza che i suoi amici si affannino troppo ad aiutarlo.--
Varedo fece una spallucciata.--O che pretende?
E di mano in mano che andava innanzi nella lettura, la sua impazienza
cresceva, e i suoi commenti diventavano più acri.--Bardelli è un
imbecille. Si lagna perch'io non son voluto entrare nella Commissione
di concorso, come se entrandoci avessi il mandato imperativo di votare
in suo favore.
--Non questo--interpose Diana.--Conoscendolo a fondo, avresti potuto
illuminare i tuoi colleghi.
--In qual modo?... Ma che idee vi fate di una Commissione di concorso
alle cattedre universitarie? Si giudica sui titoli che sono
presentati; chi ha titoli maggiori riesce.
--E se uno s'è procurato i titoli con un atto di malafede come il tuo
Quinzani?
--Che mio?--protestò Varedo.--Io non ho predilezioni nè pel -mio-
Quinzani, nè pel -tuo- Bardelli, e se non volli entrare nella
Commissione si è appunto perchè vi son fra i candidati il mio antico e
il mio nuovo assistente.
--E dunque Quinzani rischia di trionfare per merito di una gherminella
indegna,--ribattè Diana.--Perchè hai visto come stanno le cose? Hai
visto che il titolo principale di quel caro signore è un lavoro di cui
Bardelli gli fornì in massima parte i dati e le idee? E ciò dopo aver
promesso che il lavoro sarebbe stato condotto a termine solo nell'anno
venturo, e non avrebbe servito pel concorso di Bologna.
--Ho visto tutto--rispose il professore,--ho visto anche che Bardelli
vorrebbe ch'io mettessi sull'avviso la Commissione. Ma non capisce la
sconvenienza della sua domanda?... Appena uno scolaretto di ginnasio
commetterebbe una goffaggine simile.
--Bardelli sarà goffo--obbiettò Diana--ma è senza dubbio leale e
sincero. E si può giurare che quello ch'egli dice è la verità.
--Tanto peggio per lui. S'è stato un minchione, se invece di lavorare
per sè ha lavorato pel suo competitore, impari ad esser più accorto
per l'avvenire, nè aggiunga allo scorno del probabile fiasco il
ridicolo di questi pettegolezzi e la confessione della sua
dabbenaggine.
--Sicchè--riprese Diana il cui senso della giustizia si ribellava alle
teorie di suo marito,--sicchè i giudici del concorso dovranno ignorare
il plagio inverecondo commesso da Quinzani?
--In primo luogo--disse il professore--non è il caso di plagio. Può
darsi che il Quinzani si sia valso d'idee suggeritegli e di notizie
raccolte da Bardelli, o che per questo? Se di quelle idee, di quelle
notizie Quinzani è riuscito a far un tutto organico, il merito è suo,
e l'accusa non regge. La paternità d'un'idea? Ma un'idea è di tutti e
di nessuno; un'idea è nell'aria; cento uomini possono coglierla a
volo; essa appartiene soltanto a quello fra i cento che sa fecondarla.
E poi Bardelli è padronissimo di rivolgersi alla Commissione; basta
che non si sogni nemmeno ch'io mi ingerisca in questa faccenda.
--Te ne lavi le mani?
--Sfido io. Non entro mai in ciò che non mi tocca.
--I fautori di Quinzani non avranno di questi scrupoli.
--Avrebbero torto a non averne. Ma Quinzani ha più tatto; non sarà
indiscreto co' suoi amici.
--È vero--notò Diana con amarezza.--Egli usa d'altre armi per vincere.
--Oh!--replicò, infastidito, Varedo.--Voi donne parlate per simpatie e
antipatie. Bardelli t'è simpatico, e ha sempre ragione. Quinzani t'è
antipatico, e ha sempre torto. Io sono più equanime. Vedo che hanno
entrambi i loro pregi e i loro difetti, e son ben contento di non aver
da pronunciarmi fra i due.
--Sì, sì,--soggiunse Diana--ma è triste assai che i furbi abbiano
costantemente il sopravvento sui galantuomini, e non è men triste che
non si possa mai far nulla per un uomo il quale si getterebbe nel
fuoco per noi.
Alberto Varedo allargò le braccia.--Bardelli è l'artefice delle sue
disgrazie. Gli manca il senso pratico della vita, e io non sono in
grado di darglielo... Ma con queste chiacchiere il tempo passa, e io
per le dieci sono aspettato.
Diana capì ch'era inutile trattenerlo, ch'era inutile prolungare il
colloquio. Ell'era forzata a riconoscere che in molte cose Alberto
aveva ragione, che Bardelli si rovinava da sè e che gli uffici ch'egli
sollecitava in suo favore non erano facili a compiersi; tuttavia ella
sentiva come la vantata equanimità di suo marito non fosse che una
maschera accomodata sul proprio egoismo. Egli sapeva ben transigere
con la sua rigidezza quando si trattava degli affari suoi, sapeva ben
trovar gli argomenti che servono ad allargar le maglie elastiche del
dovere. Quelli ch'egli ignorava, quelli che avrebbe sempre ignorati
erano gli slanci generosi che ci fanno intuire anche nei nostri
rapporti coi terzi una giustizia superiore alla giustizia
convenzionale del mondo, e c'inspirano i sacrifici, e c'incoraggiano a
sfidare, in nome d'un nobile scopo, le censure dei formalisti.
--Non vuoi vedere che cosa ci sia nel pacco misterioso?--ella chiese
ad Alberto, riprendendo dalle mani di lui la lettera di Bardelli.
--Vediamo pure, ma subito--diss'egli. E franse i suggelli e tagliò col
temperino i lacci che chiudevano il pacco.
Indi apparve, in mezzo al cotone, una bambola coi capelli biondi, col
viso bianco e roseo, con gli occhi ceruli moventisi in atto
sentimentale.
--E ha un meccanismo nella pancia--notò Varedo.--Aspetta.
Premette una molla, e la bambola rispose:--Mamma! Papà!
--Oh, come sarà contenta la bimba!--esclamò Diana. E cercava sempre un
indizio del donatore, quando, sotto il nastro di seta rosa che cingeva
la vita della pupattola, scoprì un cartoncino su cui era scritto in
una calligrafia a lei notissima: -Auguri a Bebè dallo zio Gustavo.-
Le pupille di Diana si velarono di lacrime.--Povero zio!--ella
sospirò.--Si ricorda della sua nipotina.
Il professore senza far motto riadagiò la bambola sul suo letto di
cotone. Poi domandò ironicamente:--La sposa non la sposa la sua
vedova?
Egli alludeva all'Adelaide Nocera il cui marito era morto da un mese.
Diana si oscurò in viso.--Credo che la sposerà dopo passato l'anno di
lutto. E sposandola farà il suo dovere, come dite voi altri.
--O piuttosto espierà i suoi peccati--borbottò Alberto Varedo.--Addio,
addio. Arrivederci.
--Per le sett'e mezzo, mi raccomando.
--A meno di casi imprevisti ci sarò... E, a proposito, credo che
porterò anch'io un commensale.
--Chi?
--Il collega Zonnini.... che conosci.
--Ci starà a fatica, e s'annoierà coi Feana.
--Oh in quanto a starci, magro com'è, occupa poco posto; e pel
rimanente non ti confondere. I Feana, per una volta tanto, possono
esser tipi divertenti.
Appena sola, Diana riprese in mano la bambola dello zio Gustavo e
stette in forse se tenerla in serbo per un altr'anno. Era ancora così
piccina, Bebè.
Ma no, no; ella non aveva il diritto di far questo. Sarebbe stata
usare uno sgarbo allo zio.
Di nuovo i suoi occhi s'inumidirono. Ella provava una tenerezza grande
per quello zio, che senza sua colpa, s'era alienato da lei, provava un
desiderio acuto di riveder il suo viso aperto e gioviale, di sentir la
sua voce, di sedergli sulle ginocchia come quand'era fanciulla...
Sicuro che i suoi difetti egli li aveva, sicuro che non era da lodarsi
quella sua relazione con una donna maritata... Ma era buono e
leale.... così premuroso verso la sorella, così tenace ne' suoi
affetti... Ecco, adesso che l'Adelaide era rimasta vedova egli la
sposava. Fortunata Adelaide!... Anche oggi, come circa tre anni
addietro sulla terrazza del Lido, ma con assai minore acrimonia, Diana
pensava a queste donne che traversano la vita col sorriso sul labbro,
infedeli spesso agli amanti, fedeli sempre all'amore, a queste donne
che la morale austera condanna e che pure hanno in sè qualche cosa che
le fa compatire ed assolvere. E la vinceva una curiosità femminile
d'imparare, non certo per usarne, il loro segreto, di penetrare nelle
loro anime, di farsi un'idea esatta dei loro sentimenti, delle loro
gioie, dei loro dolori. Chi sa, un giorno, quando l'Adelaide fosse
diventata la signora Aldini e lo zio Gustavo si fosse riconciliato con
Varedo e con lei, chi sa? Fors'ella avrebbe potuto, a momento
opportuno, tirare in disparte la sua novella zia e dirle:--Spiegami un
po'....
Diana si strinse nelle spalle. Che idee bislacche le frullavano in
capo? E che stava ella ad annaspar nebbia nello studio di suo marito,
mentre all'altro angolo dell'appartamento Bebè (se ne udiva benissimo
la voce) si sgolava a chiamar -mamma, mamma-, e faceva disperare
l'Irene?
In fondo, Bebè non aveva torto. Perchè sua mamma la trascurava nel
giorno della sua festa?
Per calmarla, Diana andò da lei coi dolci e la bambola e parve un
momento che gli umori della bisbetica fanciulla si rasserenassero. Ma
fu un breve intervallo fra due tempeste. Nella persuasione fallace che
la puppattola dovesse amare le chicche, Bebè le fregò sul viso uno dei
cioccolattini che si trovavano nella scatola di Bardelli, e quando la
madre saggia, per evitare maggiori disgrazie, portò via scatola e
bambola, Bebè, offesa nei suoi diritti di proprietaria, si rotolò
rabbiosamente per terra. In seguito di che, la regina della festa fu
messa in castigo fin dopo colazione.
XIV.
.... e finisce peggio.
Nel pomeriggio, la bimba si mansuefece alquanto, e potè figurare con
onore davanti ai Feana, venuti a portare i loro auguri e a ringraziar
Diana dell'invito a pranzo. Venivano -in pompa magna-, marito, moglie
e cognata -sofferente-, e oltre agli auguri, portavano fiori in
quantità acquistati dallo stesso signor Giacinto in Piazza di Spagna.
Ma la dimostrazione più lusinghiera era quella di aver uniformato il
vestito all'esigenze della lieta solennità. Non solo il Feana aveva
levato dal soprabito il velo ch'era documento del suo mite cordoglio;
non solo la signora Amalia indossava un vestito con sbuffi rossi alle
maniche e tre falde di gale; ma persino -la sofferente- rompeva il
rigore delle sue gramaglie vedovili con una -blouse- di color cenere
chiaro che la faceva parere ancor più grassa del solito e dava maggior
risalto alle sue mobili rotondità.
La sorella e il cognato, vedendola ansare, manifestavano ciascuno a
modo suo, la loro amorosa sollecitudine.
--Ecco,--diceva, con un po' di rabbietta repressa, la signora
Amalia,--ecco, non mi hai voluto ascoltare. Ti predicavo d'andare
adagio per le scale.
Ma il signor Giacinto, tutto latte e miele, posava una mano sulla
spalla della diletta congiunta.--Sta tranquilla, cara, non parlare.
--Desidera un bicchier d'acqua?--offerse Diana.
La signora Daria protestò, prima con la mano, poi con la voce.--No,
grazie, signora Varedo, non ho bisogno di nulla.
E rivolgendosi ai Feana soggiunse:--Dio, che casi fate!
Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle
ginocchia, la coperse di baci.
Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione
gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili
nelle guance piene, nel collo carnoso della -sofferente-.
Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè?--diceva la
signora.--Come mi chiamo?
---Signoa Aia---rispose l'interrogata.
--Cara, cara, cara!
Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più
e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero,
dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come
sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei
figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della
Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio,
eccetera, eccetera.
Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora
Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli.
Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva
trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che
l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche
giorno marinava l'ufficio... Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i
minuti contati.
Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora
Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir
l'esempio de' suoi tutori.
--Loro poi non devono aver questa fretta--disse Diana alle due
sorelle.--Non vanno mica all'ufficio, loro...
--Eh, cara signora--replicò la Feana--tre figliuoli maschi son peggio
dell'ufficio.
E soggiunse che aveva il bucato da rattoppare.--Quei ragazzi sciupano
tutto. Proprio mi dispiace, ma devo scendere...
--Resti lei almeno, lei che non ha figliuoli,--insistè Diana verso la
signora Daria, i cui movimenti erano ancora nella fase preparatoria,
come di nave che sta per levar l'áncora.... Passi la giornata qui...
Usciremo più tardi in carrozza con Bebè.
Così fu deciso, dopo una serie di negoziazioni coi coniugi Feana...
Pur che la Daria si coprisse bene. Aveva tanta facilità d'infreddarsi.
--Ma non è vero.... Non mi raffreddo niente più degli altri....
--Se non avessimo giudizio noi!--interpose la signora Amalia in tuono
di protezione.--Basta, ti manderemo uno scialle.
--Degli scialli ne ho io in abbondanza--assicurò Diana.--Non abbia
paura, signora Amalia, usciremo coperte in modo da poter andare in
Siberia.
--E adesso fa un caldo da aprile avanzato--disse la vedova.
--Non è da fidarsene. Ci son tanti sbalzi di temperatura in questa
Roma--notò gravemente il signor Giacinto. Sbirciò l'orologio e
soggiunse con galanteria:--Diamine, diamine.... Da lei signora Varedo,
il tempo vola... Bisogna proprio ch'io dia una capatina in ufficio...
Vieni, Amalia?
--Arrivederci a ora di pranzo.
Libera dall'incubo dei parenti, la signora Daria s'abbandonò a uno dei
suoi soliti sfoghi. Non ne poteva più. Assolutamente non ne poteva
più... Quel voler farla passar per malata era una cosa che le urtava i
nervi fuor di misura.
E per mostrar ch'era sana, e che la sua corpulenza non le inceppava
troppo i movimenti, si mise a giuocar con Bebè. Se la palleggiava
sulle ginocchia, la prendeva sulle spalle, la rincorreva, si
accovacciava per terra con lei. E in verità, benchè soffiasse come un
mantice, e le balene del busto le facessero -crac-, -crac- e un
rossore intenso le salisse alla faccia, ell'era assai più agile e
svelta che non si sarebbe creduto.
Bebè andava in estasi.---Signoa Aia, signoa Aia!-
--Badi--ammoniva Diana ridendo.--Non dia troppo libertà a madamigella,
che se sapesse quanti capricci ha fatto questa mattina.
--Oh, lasci fare. In quell'età lì anche i capricci sono graziosi...
Io, io ho tre nipoti grandi e grossi che sono tre furie scatenate...
C'è il maggiore specialmente, tra i quattordici e i quindici anni, che
non so che cosa gli frulli... mi mette sempre le mani addosso.... da
per tutto.... e fossero di queste manine morbide e delicate!
Bebè si divertiva tanto che ci volle del bello e del buono a
persuaderla che si lasciasse portar in camera dall'Irene per farvi la
sua -toilette- da passeggio. Non si chetò che quando le dissero che
s'era docile, ragionevole, la signora Daria sarebbe venuta anche lei
in carrozza; se no tornava a casa subito.
D'ordinario, Diana si serviva modestamente del primo fiacre capitato;
oggi ell'aveva preso un -landau- di rimessa.
La carrozza fece un lungo giro. Traversò la Piazza del Panteon, la
Piazza della Minerva, tagliò il Corso Vittorio Emanuele, salì al
Campidoglio, scese al Foro romano, costeggiò il Colosseo. Un bel sole
primaverile splendeva sulle rovine, rievocava la vita in quel mondo
defunto. Fra le colonne infrante, sotto gli archi vetusti passavano i
grandi fantasimi; scintillavano le corazze, gli elmi, l'aste, gli
scudi; si agitavano i brandelli dei vessilli gloriosi provati
dall'ingiurie di tutti i climi; uomini, donne, fanciulli, patrizi e
plebei, fremendo nell'ansie dell'attesa, irrompevano nel Circo; i
campioni della prossima lotta esercitavano in giochi atletici le
membra poderose, mentre forse li assaliva un ricordo delle native
selve germaniche, e la pupilla si velava al pensiero dell'infanzia
lontana, della morte imminente.
Ahi, ma ben presto Diana s'accorse che per lei sola si movevano questi
fantasmi, che a lei sola parlavano queste voci. Bebè aveva posato la
sua testina sulla spalla dell'Irene e dormiva; e la signora Daria
guardava distratta di qua e di là, dondolando il capo sonnolento, e
scuotendosi solo quando si incontrava per la via qualche carrozza di
forestieri. Allora quelle foggie strane, quei tipi esotici, quelle
pronuncie gutturali, sibilanti le suggerivano sempre la stessa
osservazione profonda:--C'è di tutto in questa Roma. Una vera
Babele.--Ella poi confessava candidamente che sebbene ci vivesse da
oltre un anno non ci si era ancora potuta assuefare, e sospirava
Torino dov'era nata o Milano dov'era andata a stabilirsi con suo
marito. Una gran città Milano; molto meno cara di Roma, anche pel
prezzo dei viveri e degli alloggi... Non conosceva Venezia... assai
bella la dicevano.... ma una città in cui non c'eran carrozze e
cavalli non faceva per lei.
La Varedo diede un ordine al cocchiere che rimontò per San Pietro in
Vincoli, traversò Via Cavour e per Via dei Serpenti e Via della
Consulta si diresse alla Piazza del Quirinale ove un gruppo di curiosi
oziava dinanzi alla reggia. La fisonomia smorta della signora Daria si
animò tutta.
--Oh, se vedessimo i Sovrani!
--Niente di più probabile--disse il cocchiere voltandosi da
cassetto.--Spesso la Regina va a passeggio in quest'ora.
L'Irene sgranò gli occhi, e Bebè che s'era svegliata volle seder tra
la signora Daria e la mamma.
--Fermiamoci un minuto lì--disse Diana additando la balaustrata di
marmo di dove si vede così bene San Pietro.
Ma non occorse fermarsi troppo; chè proprio in quel punto si notò un
certo movimento nel vestibolo del Palazzo, una -vittoria- con le
livree rosse sboccò dal portone, la sentinella presentò l'arma, i
cappelli si agitarono, la bionda regina chinò, risalutando, il capo
gentile, slanciò uno sguardo fuggitivo alla cupola della basilica
vaticana e scambiò una parola con l'unica dama che l'accompagnava. La
carrozza infilò la Via del Quirinale e disparve; solo per qualche
secondo si intese ancora lo scalpitìo dei cavalli rattenuti nella
ripida discesa.
Bebè, ritta sul sedile, gridò:---La egina!-
--O che la conosce?--esclamò, maravigliata, la signora Daria.
--Conosce le livree rosse. Ogni volta che le vede dice:---La regina.-
--Che bella combinazione è stata!--soggiunse la -sofferente-.--Peccato
che non fosse che un lampo.
--Già sarebbe stata sempre la medesima cosa--rispose Diana,
sorridendo. E ordinò al cocchiere:--Andiamo al Pincio adesso.
--Per il Corso?
--No, è meglio andarci per Via Sistina. Si fa più presto.
--Lei è pratica delle strade di Roma assai più di me--osservò la
signora Daria.
La bella giornata primaverile aveva attirato al Pincio sull'ora del
tramonto una quantità di pedoni e d'equipaggi signorili e di vetture
da nolo; era un brusìo allegro di voci, era una festa di luce, una
fantasmagoria di colori, in quello sfoggio di vesti chiare, in quel
chiudersi e aprirsi degli ombrellini di seta spiccanti sul doppio
fondo del cielo azzurro e della verde spalliera degli aloe e dei
cactus; era un fremito di vita nel ronzìo degli insetti e nelle
fragranze dell'aria.
---La egina!---gridò nuovamente Bebè, battendo palma a palma.
--Dove? Dove?--E la signora Daria tese il collo come fanno i colombi
quando vanno in cerca d'esca.
Ma non era la regina. Era, a cassetto d'uno -stage- a quattro cavalli,
una giovinetta bellissima, avvolta in un gran mantello scarlatto, una
forestiera, forse un inglese.
--Oh scioccherella!--disse Diana.--Ti basta veder del rosso per
credere che sia la regina.
Bebè però ripeteva ostinatamente:---La egina! La egina!-
Diana la prese sulle ginocchia e le disse:--Guarda laggiù com'è bello!
Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di
luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del
tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario.
Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i
grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua
mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli
altri ammirassero almeno la splendida veduta.
--Ma guarda. Bebè... Ma guardi, signora Daria... Anche tu, Irene...
Guarda com'è bello!
La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma
per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che
di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del
Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti.
Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per
celia, credeva d'averla trovata.---La egina!-
Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie
spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli
alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio
al giorno che moriva.
--La mantellina di Bebè--gridò Diana scotendosi di soprassalto.--Anche
lei, signora Daria, si copra bene.
--Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia
d'Egitto--replicò la -sofferente-.
--Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato--soggiunse Diana.
La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non
eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano
stornare da lei.
--A casa per la più corta--ordinò la Varedo.
Un po' perchè i cavalli erano stanchi, un po' perchè le strade erano
affollate, non si giunse a destinazione che cinque minuti prima delle
sette e mezzo. I Feana avevano anticipato, e la cameriera li aveva
fatti accomodare in salotto; Miss Olivia arrivò subito dopo, seguita a
brevissimo intervallo dal professore e dall'onorevole Zonnini.
--A tavola, a tavola!--disse Alberto a sua moglie.--Zonnini ed io
abbiamo fame.
L'onorevole protestò contro questo abuso del suo nome, e s'affrettò a
chieder dove fosse Bebè alla quale, come regina della festa, egli
desiderava presentare i suoi omaggi.
--Ah!--rispose Diana.--Bebè farà la sua comparsa soltanto all'ora del
dolce.
A tavola Zonnini fu invitato a sedere tra la padrona di casa e la
signora Daria. Varedo prese posto fra le due sorelle. Giacinto Feana,
ch'era alla sinistra di Diana e alla destra di Miss Olivia, allungava
il collo per sorvegliar sua cognata, mentre lo stesso ufficio di
vigilanza sospettosa esercitava dall'altra parte la signora Amalia.
Quell'ignoto signor Zonnini accanto alla rispettiva cognata e sorella
minacciava di turbar la digestione dei coniugi. Se fosse stato
maritato, pazienza, ma l'uomo era capacissimo d'esser scapolo. E la
Daria con tutto il suo grasso, aveva una facilità a prender fuoco!
Ecco che già faceva la ruota come un tacchino in fregola.
L'onorevole Zonnini era stato ammonito da Varedo.--Bada di lasciar
tranquilla una vedova che troverai a casa mia e ch'è custodita come un
tesoro prezioso dai suoi parenti.
--È giovine? È bella?
--Avrà quarant'anni, e peserà cento chili.
--Dio liberi!
Messo poi a fianco di quel macchinone ansante e sbuffante, Zonnini
aveva di nuovo rassicurato con uno sguardo l'amico Varedo. Ma ora, tra
per gli occhiacci che i Feana gli piantavano addosso, tra per certe
smorfie della signora Daria, egli cedeva alla tentazione di fare, così
per ridere, un po' di corte alla vedova. Era una corte discreta,
riguardosa, da persona educata che non voleva trascurare i propri
doveri verso la padrona di casa che gli sedeva a destra, nè tralasciar
d'interloquire nelle quistioni sollevate da Miss Harrison.
Miss Harrison era in quel giorno estremamente battagliera e
aggressiva. Certi bizzarri progetti edilizi annunziati dalle gazzette
avevano esasperato il suo malanimo contro i profanatori di Roma.
--Siete peggio dei Vandali--ella esclamava. Quelli almeno si
contentavano di distruggere. Voi distruggete... e rifabbricate.
Ov'erano cose belle d'una bellezza eterna, sacre all'arte e alla
storia, voi avete edificato le vostre moli grottesche e disarmoniche;
avete ucciso la poesia delle rovine e della solitudine per sostituirvi
il frastuono d'una vita artificiale e infeconda.
I due onorevoli protestavano contro questi giudizi. Non si facevano
paladini della nuova edilizia romana; tutt'altro; ma sostenevano il
diritto che ha ciascuna generazione di adattare l'ambiente ai propri
bisogni; l'Italia non aveva proclamato Roma a sua capitale unicamente
per custodirvi le rovine e per mantenervi inviolato il silenzio, ma
per riaprirla a tutte le correnti del pensiero moderno, ma per farne
una vera e rispettata metropoli del mondo civile.
La ruskiniana Miss Olivia si strinse nelle spalle.--È poi civile il
nostro mondo?
--Miss Harrison stasera ama i paradossi--disse sorridendo
Varedo.--Parla su per giù come il Papa.
--Il Papa!--gridò l'Inglese, punta sul vivo, e non riuscendo a
spogliarsi, benchè fosse di spiriti larghissimi, de' suoi rancori di
protestante.--Il Papa (spero che il mio linguaggio non offenda qui
nessuno) è la piaga sempre aperta d'Italia... oh non c'è pericolo
ch'io vada d'accordo col Papa... Ero una giovinetta alla caduta del
poter temporale, e ricordo la gioia che provai quando il telegrafo ne
portò la notizia. Non ne avrei avuta di più per una gran vittoria
delle nostre armi... Amavo, adoravo l'Italia, che non avevo ancor
vista, ma di cui conoscevo già un poco la lingua e di cui, fanciulla,
avevo seguito con ansietà le vicende dal 1859 in poi... Saperla ora
compiuta con Roma per capitale mi pareva l'avverarsi d'un magnifico
sogno... E quanti eravamo, in Inghilterra, uomini e donne, abbiamo
salutato l'avvenimento come uno de' più fausti della storia... Non
c'era miracolo che non ci aspettassimo da voi. E certo siete diventati
una nazione rispettabile; avete navi, soldati, strade di ferro,
vapori, telegrafi; ma dove sono le alte idealità che voi, Italiani,
avreste dovuto bandire, dove la rinnovazione morale che Roma avrebbe
dovuto iniziare nel mondo?
Questa benedetta rinnovazione morale era stata per tanto tempo il tema
favorito di Alberto Varedo che Diana non dubitava di sentir suo marito
far eco alle parole di Miss Olivia.
Ma Alberto aveva la gravità ed il riserbo dell'uomo ch'è presso ad
abbrancare il potere, nè voleva compromettersi con troppo esplicite
dichiarazioni, almeno fin che non avesse afferrato bene il concetto
della sua focosa interlocutrice.
Miss Olivia ripigliò:--Per esempio nella questione religiosa chi vi
capisce? Ora ostentate la maggiore indifferenza, fate quasi
professione d'ateismo; ora amoreggiate con la Chiesa; quando pure non
facciate tutt'e due le cose in una volta, come certi mangiapreti che
mettono i figliuoli in educazione dai Gesuiti o dalle Dame del Sacro
Cuore.
Ahi, l'Inglese aveva toccato un cattivo tasto, perchè appunto
l'onorevole San Giustino, il futuro Presidente del Consiglio, aveva
due ragazze alle Mantellate a Firenze, e perchè nel programma
dell'opposizione a cui appartenevano Varedo e Zonnini c'era una
politica conciliativa verso i cattolici. Il Gabinetto che si stava per
buttar giù aveva -radicaleggiato- in materia ecclesiastica; era quindi
naturale che gli avversari, convinti o no, assumessero un
atteggiamento affatto contrario. Anzi Zonnini, dopo un discorsetto un
po' mistico pronunziato alla Camera, s'era guadagnato il nomignolo di
specialista pel sentimento religioso. E poichè egli stesso, antico
volterriano, aveva bisogno di rafforzarsi nelle sue nuove opinioni,
non gli dispiaceva di far di tratto in tratto qualche prova che lo
rinfrancasse nella sua parte.
--Argomenti delicati, cara Miss Harrison--egli disse posando la
forchetta,--argomenti delicati. Che si affoghi negl'interessi
materiali, in Italia e altrove, non ci sarà chi lo neghi.
Miss Olivia fece un segno d'assenso.
--Squisiti questi tordi--esclamò con un grido involontario dell'anima
Giacinto Feana, ch'era un mangiatore coscienzioso e non si lasciava
distrarre da questioni estranee alla tavola.
--Ma ne prenda ancora--insistè Varedo il quale, dal canto suo, avrebbe
desiderato troncare la discussione.
--Dunque in questo siamo d'accordo--continuò Zonnini rivolgendosi a
Miss Harrison.--E saremo d'accordo anche in un altro punto: che la
prevalenza degl'interessi materiali non può esser vinta, se non dalla
persuasione che la vita ben lungi dall'esser fine a sè stessa si
compie in luoghi o in modi che noi ignoriamo, ma con un senso di
giustizia atto a correggere le disuguaglianze del mondo. Tutto si
riduce lì, cara signora. -Ripæ ulterioris amor-, come dice il poeta.
Amore del di là.
--Naturalmente--replicò Miss Olivia troppo buona anglosassone da non
aver un fondo di fede.--Ma il cattolicismo, che s'impernia intorno
alla Chiesa di Roma comprime, atrofizza, non risveglia, questo
sentimento elevato.
--Piano, piano. È necessario distinguere--ribattè l'onorevole Zonnini;
ma Varedo fu pronto ad interloquire.
--Lo so, il nostro risorgimento nazionale avrebbe dovuto essere
integrato da una riforma religiosa. Il male si è che le riforme
religiose non si fanno che dai popoli credenti, e noi crediamo troppo
poco. Siamo simili a chi abbia sul focolare domestico un mucchio di
ceneri calde. Soffiandovi dentro sul posto si può forse sprigionarne
ancora qualche scintilla; portando le ceneri altrove si ha la
sicurezza di non trovar che della brace spenta.
--Sì, sì--disse Diana che fino allora aveva taciuto.--Ma per me
l'essenziale è la sincerità. Siete sinceri voi altri col vostro
sentimento religioso? O non ubbidite soltanto a ragioni d'opportunità
politica?
Varedo si accingeva a rispondere allorchè un incidente puerile pose
fine alla giostra oratoria. La signora Daria, la quale aveva
un'ammirazione schietta e profonda per le cose che non capiva ed era
rimasta a bocca aperta durante le varie fasi dell'interessante
conversazione, lasciò scivolare per terra il tovagliolo e fece l'atto
di chinarsi per raccoglierlo. Ma Zonnini prevenendola con un movimento
rapido era già sotto la tavola quand'ella stava piegando a fatica la
gran mole inerte, e ricomparve tosto alla superficie col lino
prezioso. Senonchè, in quel tramestìo, i capelli dell'onorevole
sfiorarono la guancia sinistra della vedova il cui volto si colorò
intensamente al fuggitivo contatto.
Non ci volle più di così perchè i Feana concepissero chi sa quali
atroci sospetti, che, al solito, presero la forma di amorosa ansietà
per la rispettiva sorella e cognata.
--Daria, o Daria--gridarono a una voce il signor Giacinto e la signora
Amalia,--cos'hai? Ti senti male?
--Ma non ho niente... Ma non era che un tovagliolo caduto per terra.
--Già, ma basta qualunque inezia a farti venir i tuoi vapori... Se tu
vedessi come sei rossa...
--Desiderano che si apra un momento la finestra?--suggerì la padrona
di casa.
--Oh, non occorre--rispose la signora Amalia.--Forse il meglio sarebbe
che mia sorella mutasse posto.
Il signor Giacinto, alzando gli occhi dal piatto, slanciò uno sguardo
severo a sua moglie che, per eccesso di zelo, comprometteva la causa
comune.
--Che mutar posto d'Egitto?--protestò -la sofferente- con inusata
energia.---O che non è lo stesso?... Io sto benissimo dove sono.
E quasi per invocar protezione la florida signora si strinse di più al
suo vicino.
In quella entrò la cameriera col dolce.
--E Bebè?--chiese Diana.
Ma avendole la Lisa sussurrato piano qualche parola, ella scattò dalla
seggiola, e disse:--Scusino un momento... Torno subito... Ti prego,
Alberto, fa che tutti si servano.
E uscì rapidamente dalla stanza.
--O che cos'è accaduto?--domandò Varedo alla cameriera.
Questa rispose che la bimba aveva avuto un disturbo di stomaco.
--Avrà mangiato troppe di quelle chicche giunte da Torino--osservò il
professore stringendosi nelle spalle.
La Lisa accennò di no col capo. La scatola era stata messa sotto
chiave dalla signora fin dalla mattina.
--In carrozza era di buonissimo umore--assicurò -la sofferente-.
E colse l'occasione per dire dell'incontro con Sua Maestà in Piazza
del Quirinale, e del grido di Bebè: -La egina-!
--Ha il discernimento d'una persona grande--sentenziò la signora
Daria.
--O piuttosto che non abbia preso freddo?--insinuò Miss Olivia.
--Nemmen per sogno--ribattè la signora Daria che tra per la sua
corpulenza, tra pei vapori del vino, era incapace di concepire la
sensazione del freddo in sè e negli altri.--Eravamo così coperte.
La conversazione procedeva lenta, slegata, in attesa di Diana che non
tornava. Varedo frattanto faceva passare in giro il dolce, il
formaggio e le frutta.
Il pranzo era quasi finito quando Diana comparve turbata in viso,
recando l'annunzio che Bebè aveva la febbre. Le aveva messo il
termometro, ed era salito a 39 gradi e 6 linee. Bisognava chiamare il
medico quella sera stessa.--Andrai tu, Alberto?
--Sì, sì, andrò. Ma non esageriamo. Sarà una effimera, come
quest'inverno a Venezia.
--Non era un'effimera neanche quella--replicò Diana.--Tu non c'eri, tu
non sai... Sono state due febbrette reumatiche... assai più leggere
però, con una temperatura massima di 38 gradi.
--Benedetti termometri!... Saranno una bella invenzione...--borbottò
il professore.
--In quanto a me--disse la signora Amalia--li ho banditi da un
pezzo.--Già non vanno mai bene.
--Quest'è vero--soggiunse Zonnini.--Mi raccontava Gastaldi, il celebre
medico, che qualche anno fa, nella sua clinica, per parecchi giorni,
si notò una strana esacerbazione febbrile in tutti i malati. Bastò
cambiare i termometri perchè ogni cosa rientrasse nello stato normale.
Diana ascoltava appena. S'era rimessa a sedere al suo posto, ma non
aveva voluto prender più nulla, nemmeno il caffè. Il suo cuore era di
là, i suoi occhi si voltavano ogni tanto dalla parte dell'uscio.
E indi a poco ella si alzò, dicendo a bocca stretta:--Se desiderano
restare accomodati in salotto...
Miss Harrison le bisbigliò all'orecchio:--Se non le dispiace, vado
dalla piccina... Me ne intendo io di febbre...
Diana fece un segno d'assenso e le strinse la mano con
gratitudine.--Or ora vengo.
Molto opportunamente, i Feana pensarono di andarsene. Già, per le
9,1/2, il signor Giacinto aveva a casa uno de' suoi due scolari di
francese.
Uno, due, tre, anche la signora Daria fu in piedi; ma sia che non
trovasse subito il suo equilibrio, sia che il farsi reggere avesse
qualche attrattiva speciale per lei, ella si appoggiò con tutto quanto
il suo peso al braccio di Zonnini.
--Le gira il capo?--egli le domandò con premura.
--Oh... passerà...
E -la sofferente- soggiunse con aria sentimentale:--Che brutto
contrattempo questo della bimba!... Era una serata così gradevole, in
così buona compagnia!... Sarei rimasta fino a domattina! Pazienza!...
Adesso conviene disporsi a far questa scala.
--Per la scala l'accompagno io, se non ha nulla in contrario.
--Si figuri!... Troppo gentile...
Ma il signor Giacinto, stimolato dalla moglie, fu pronto alla
riscossa.
--Prego, signor commendatore--(veramente Zonnini non era che cavaliere
dei Santi Maurizio e Lazzaro)--prego... non si disturbi... Tocca a
me...
--Le pare?...
--È il mio dovere--insisteva Feana, sempre col braccio in arco.--Noi
scendiamo naturalmente.
La nobile gara sarebbe durata a lungo senza il provvido intervento di
Alberto Varedo, infastidito delle sciocche galanterie di Zonnini.
--Se resti mi fai un favore--egli disse al collega.--Ho bisogno di te.
La bella contrastata trasse un profondo sospiro dal petto.--Buona
sera, signor Zonnini... E grazie della sua cortesia.
Si staccò dall'onorevole e concesse il dolce pondo della sua persona
al cognato.
Accomiatatisi gli ospiti a eccezione di Zonnini, Diana sollecitò
nuovamente suo marito:--Ti raccomando, non indugiar più oltre... Va e
torna col medico... Ma se vuoi prima vederla...
--Sì, sì. Eccomi.... Zonnini avrà la cortesia di aspettarmi qui...
Usciremo insieme.
Dopo cinque minuti, i due deputati scendevano le scale,
chiacchierando.
--Ha realmente la febbre--diceva Alberto Varedo.--Ma non mi par cosa
grave.... Bastava chiamare il medico domattina... A ogni modo servirà
a tranquillare mia moglie, che per solito è una donna calma, ma quando
si tratta della sua figliuola...
--Eh, le mamme son tutti eguali--notò Zonnini.--A proposito, avevi
bisogno di me?
--Era un pretesto--rispose Varedo con una spallucciata.--T'avevo tanto
raccomandato di lasciar in pace quella vedova!
--Ah, era per lei!--esclamò l'altro ridendo.--Io mi ci diverto un
mondo.
--Sì, e i Feana eran verdi della bile.
--Appunto... Quest'era il più comico.
--Sarai eternamente un fanciullo.
XV.
La fuga.
I Feana uscirono sul pianerottolo per scambiar gli ultimi saluti coi
Varedo che stavan per partire.
--Ma è una fuga--disse il signor Giacinto.
--Si figuri ch'è proprio una fuga--assentì l'onorevole.--Diana s'è
cacciata in capo l'idea che Bebè non possa rimettersi se non a Torino,
e tant'è, la riaccompagno a Torino.
Diana con gli occhi fissi sulla sua bambina che era in collo all'Irene
beveva avidamente le parole incoraggianti della signora Amalia e della
sorella.
--Non è vero che abbia l'aria così patita... Oh Dio, ha avuto tre o
quattro febbri piuttosto forti, ed è naturale che sia rimasta un po'
fiacca... Ma vedrà come rifiorisce presto.
--Cara... e sorride anche--diceva la -sofferente-.--Chi sono io?...
Non ti ricordi della signora -Aia-?
Certo che Bebè se ne ricordava, ma i suoi trasporti per la signora Aia
erano molto diminuiti. Non lei aveva visto al suo letto durante la
breve malattia, bensì Miss Olivia che con la mano le faceva le ombre
sul muro, che le raccontava tante belle storie, che le cullava i sonni
con una sua dolce canzone. Bebè ignorava quanto la signora Aia,
poveretta, si fosse crucciata di non poter venire ad assisterla,
impeditane dai parenti i quali temevano ch'ella si incontrasse col
pericoloso Zonnini.
Comunque sia, la bimba girava inquieta lo sguardo in cerca di Miss
Olivia e finì col balbettare il nome della sua nuova amica.
--La troveremo alla stazione Miss Olivia--disse la madre.--È là che ci
aspetta.
Gli addii s'intrecciavano.
--Buon viaggio.
--Grazie... Diano loro notizie.
--Non mancheremo... E anche lei, signora Varedo, c'informi della
salute di Bebè... Buondì, Bebè.... Ancora un bacio.
--Su Bebè, dà un bacio a quella signora....
--Buon viaggio... E torni, torni fra poco, signora Varedo.... Per noi
sarà sempre un onore il mettere a sua disposizione il quartiere...
Anche se avessimo altri inquilini, faremmo in modo da liberarcene.
--Arrivederci, arrivederci--continuavano i Feana.
--Arrivederci--rispondeva il professore.
Ma Diana non diceva che--Addio.
Ell'aveva paura di Roma; la teneva responsabile della malattia di
Bebè, la incolpava d'aver, col suo fascino, distolto lei da' suoi
uffici materni, d'aver reso meno assidue, men vigilanti le cure di
cui, sino allora, ell'aveva circondato la sua creaturina.
Il signor Giacinto scese le scale, ajutò i Varedo a montar in
carrozza. Avrebbe voluto accompagnarli alla stazione, ma aveva due
impegni prima d'andar in ufficio, e se tardava troppo, apriti cielo! I
superiori quando si trattava di lui, avevano sempre l'orario alla
mano. Bella libertà che si gode in Italia!
--Auff!--fece Diana, quando la carrozza si mosse. Le pareva mill'anni
d'essere in treno.
E chinatasi sulla bimba le rassettò la mantellina sulle spalle.
--Non avrà mica freddo?
L'Irene protestò energicamente.--O signora, come vuol che abbia
freddo? Ha il vestito pesante.
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