Bebè, ch'era seduta sopra alcuni vecchi giornali sparsi sul pavimento, s'era levata una scarpina e una calza e guardava con grande ammirazione uno de' suoi piedini nudi. Anzi lo spettacolo pareva aver per lei una tale attrattiva che quando sua madre volle calzarla di nuovo ella protestò con tutte le sue forze. --Per amor del cielo, mandala di là--disse Varedo che non aveva pazienza pei capricci infantili. --Ora la porto io... Saluta il papà, Bebè... Buondì, papà, buondì... Via, Bebè, non esser cattiva il giorno della tua festa. Ma Bebè non era punto compresa dalla solennità della giornata, e anzichè salutare il suo babbo strillava disperatamente, agitando le braccia e le gambe. Entrò in buon punto la Lisa, la cameriera, con la posta della mattina; un fascio di lettere e di giornali. Dietro di lei un fattorino con due pacchi. --Son per la signora--avvertì la Lisa.--E c'è anche qualche lettera per lei... Oh, Bebè... --È pessima--dovette confessar Diana, mortificatissima. E la consegnò alla cameriera perchè la desse all'Irene. --Via, via, presto--seguitava a dire il professore, mentre firmava la ricevuta dei pacchi sul libro del postino. La bimba ricalcitrante e divincolantesi slanciò dalla soglia lo strale del Parto.--Papà -citto-. Da qualche tempo s'era detto a Bebè ch'era ora di finirla con quest'antifona del -papà citto-, ma ella con la precoce malizia infantile infrangeva spesso il divieto, e a costo di provocar la collera della mamma, pronunciava con più gusto la frase incriminata. --Bebè!--intimò Diana in tono di rimprovero. Ma la Lisa, da donna prudente, aveva già chiuso l'uscio dietro di sè e allontanata la piccola ribelle. Senza mostrar di curarsi delle bizze della figliuola, Varedo diede a sua moglie un giornale e un paio di lettere, di cui sbirciò la soprascritta.--Una è della tua mamma--egli disse.--E una di Bardelli. --Saranno auguri per Bebè. --Ed è certo di Bardelli anche questo scatolone di dolci che vien da Torino. --È di lui sicuramente... Mi pareva impossibile ch'egli dimenticasse l'anniversario della bimba. --L'altro pacco poi--riprese il professore,--arriva da Venezia.--Di chi sarà mai?... Forse te lo spiegherà la tua mamma. --No--rispose Diana che aveva già scorso rapidamente l'epistola della signora Valeria e si accingeva a legger quella di Bardelli.--No, la mamma non accenna all'invio di nessun pacco. --Pazienza allora... Scioglieremo l'enigma più tardi--soggiunse Varedo. E cominciò ad aprire la sua corrispondenza. La quale pare non fosse quel giorno di grande importanza perch'egli aveva già rimesso nella busta le sei o sette lettere ricevute prima che Diana avesse finita quella dell'antico assistente di suo marito. --Per bacco!--esclamò il professore.--Bardelli ti scrive un volume? --Non un volume, ma quattro pagine fitte. --Per far gli auguri a Bebè e annunziare l'invio d'una scatola di dolci? --L'annunzio dei dolci e gli auguri non occupano che una mezza facciata. Il resto è per te. --Per me?... che novità ci sono? È un gran buon diavolo quel Bardelli, ma è anche un gran seccatore. Diana passò il foglio a suo marito, e ripigliò:--Sembra che il concorso di Bologna gli prepari una nuova delusione. Povero Bardelli! Ha la fortuna contraria, ed è sempre vittima di qualche intrigante, senza che i suoi amici si affannino troppo ad aiutarlo.-- Varedo fece una spallucciata.--O che pretende? E di mano in mano che andava innanzi nella lettura, la sua impazienza cresceva, e i suoi commenti diventavano più acri.--Bardelli è un imbecille. Si lagna perch'io non son voluto entrare nella Commissione di concorso, come se entrandoci avessi il mandato imperativo di votare in suo favore. --Non questo--interpose Diana.--Conoscendolo a fondo, avresti potuto illuminare i tuoi colleghi. --In qual modo?... Ma che idee vi fate di una Commissione di concorso alle cattedre universitarie? Si giudica sui titoli che sono presentati; chi ha titoli maggiori riesce. --E se uno s'è procurato i titoli con un atto di malafede come il tuo Quinzani? --Che mio?--protestò Varedo.--Io non ho predilezioni nè pel -mio- Quinzani, nè pel -tuo- Bardelli, e se non volli entrare nella Commissione si è appunto perchè vi son fra i candidati il mio antico e il mio nuovo assistente. --E dunque Quinzani rischia di trionfare per merito di una gherminella indegna,--ribattè Diana.--Perchè hai visto come stanno le cose? Hai visto che il titolo principale di quel caro signore è un lavoro di cui Bardelli gli fornì in massima parte i dati e le idee? E ciò dopo aver promesso che il lavoro sarebbe stato condotto a termine solo nell'anno venturo, e non avrebbe servito pel concorso di Bologna. --Ho visto tutto--rispose il professore,--ho visto anche che Bardelli vorrebbe ch'io mettessi sull'avviso la Commissione. Ma non capisce la sconvenienza della sua domanda?... Appena uno scolaretto di ginnasio commetterebbe una goffaggine simile. --Bardelli sarà goffo--obbiettò Diana--ma è senza dubbio leale e sincero. E si può giurare che quello ch'egli dice è la verità. --Tanto peggio per lui. S'è stato un minchione, se invece di lavorare per sè ha lavorato pel suo competitore, impari ad esser più accorto per l'avvenire, nè aggiunga allo scorno del probabile fiasco il ridicolo di questi pettegolezzi e la confessione della sua dabbenaggine. --Sicchè--riprese Diana il cui senso della giustizia si ribellava alle teorie di suo marito,--sicchè i giudici del concorso dovranno ignorare il plagio inverecondo commesso da Quinzani? --In primo luogo--disse il professore--non è il caso di plagio. Può darsi che il Quinzani si sia valso d'idee suggeritegli e di notizie raccolte da Bardelli, o che per questo? Se di quelle idee, di quelle notizie Quinzani è riuscito a far un tutto organico, il merito è suo, e l'accusa non regge. La paternità d'un'idea? Ma un'idea è di tutti e di nessuno; un'idea è nell'aria; cento uomini possono coglierla a volo; essa appartiene soltanto a quello fra i cento che sa fecondarla. E poi Bardelli è padronissimo di rivolgersi alla Commissione; basta che non si sogni nemmeno ch'io mi ingerisca in questa faccenda. --Te ne lavi le mani? --Sfido io. Non entro mai in ciò che non mi tocca. --I fautori di Quinzani non avranno di questi scrupoli. --Avrebbero torto a non averne. Ma Quinzani ha più tatto; non sarà indiscreto co' suoi amici. --È vero--notò Diana con amarezza.--Egli usa d'altre armi per vincere. --Oh!--replicò, infastidito, Varedo.--Voi donne parlate per simpatie e antipatie. Bardelli t'è simpatico, e ha sempre ragione. Quinzani t'è antipatico, e ha sempre torto. Io sono più equanime. Vedo che hanno entrambi i loro pregi e i loro difetti, e son ben contento di non aver da pronunciarmi fra i due. --Sì, sì,--soggiunse Diana--ma è triste assai che i furbi abbiano costantemente il sopravvento sui galantuomini, e non è men triste che non si possa mai far nulla per un uomo il quale si getterebbe nel fuoco per noi. Alberto Varedo allargò le braccia.--Bardelli è l'artefice delle sue disgrazie. Gli manca il senso pratico della vita, e io non sono in grado di darglielo... Ma con queste chiacchiere il tempo passa, e io per le dieci sono aspettato. Diana capì ch'era inutile trattenerlo, ch'era inutile prolungare il colloquio. Ell'era forzata a riconoscere che in molte cose Alberto aveva ragione, che Bardelli si rovinava da sè e che gli uffici ch'egli sollecitava in suo favore non erano facili a compiersi; tuttavia ella sentiva come la vantata equanimità di suo marito non fosse che una maschera accomodata sul proprio egoismo. Egli sapeva ben transigere con la sua rigidezza quando si trattava degli affari suoi, sapeva ben trovar gli argomenti che servono ad allargar le maglie elastiche del dovere. Quelli ch'egli ignorava, quelli che avrebbe sempre ignorati erano gli slanci generosi che ci fanno intuire anche nei nostri rapporti coi terzi una giustizia superiore alla giustizia convenzionale del mondo, e c'inspirano i sacrifici, e c'incoraggiano a sfidare, in nome d'un nobile scopo, le censure dei formalisti. --Non vuoi vedere che cosa ci sia nel pacco misterioso?--ella chiese ad Alberto, riprendendo dalle mani di lui la lettera di Bardelli. --Vediamo pure, ma subito--diss'egli. E franse i suggelli e tagliò col temperino i lacci che chiudevano il pacco. Indi apparve, in mezzo al cotone, una bambola coi capelli biondi, col viso bianco e roseo, con gli occhi ceruli moventisi in atto sentimentale. --E ha un meccanismo nella pancia--notò Varedo.--Aspetta. Premette una molla, e la bambola rispose:--Mamma! Papà! --Oh, come sarà contenta la bimba!--esclamò Diana. E cercava sempre un indizio del donatore, quando, sotto il nastro di seta rosa che cingeva la vita della pupattola, scoprì un cartoncino su cui era scritto in una calligrafia a lei notissima: -Auguri a Bebè dallo zio Gustavo.- Le pupille di Diana si velarono di lacrime.--Povero zio!--ella sospirò.--Si ricorda della sua nipotina. Il professore senza far motto riadagiò la bambola sul suo letto di cotone. Poi domandò ironicamente:--La sposa non la sposa la sua vedova? Egli alludeva all'Adelaide Nocera il cui marito era morto da un mese. Diana si oscurò in viso.--Credo che la sposerà dopo passato l'anno di lutto. E sposandola farà il suo dovere, come dite voi altri. --O piuttosto espierà i suoi peccati--borbottò Alberto Varedo.--Addio, addio. Arrivederci. --Per le sett'e mezzo, mi raccomando. --A meno di casi imprevisti ci sarò... E, a proposito, credo che porterò anch'io un commensale. --Chi? --Il collega Zonnini.... che conosci. --Ci starà a fatica, e s'annoierà coi Feana. --Oh in quanto a starci, magro com'è, occupa poco posto; e pel rimanente non ti confondere. I Feana, per una volta tanto, possono esser tipi divertenti. Appena sola, Diana riprese in mano la bambola dello zio Gustavo e stette in forse se tenerla in serbo per un altr'anno. Era ancora così piccina, Bebè. Ma no, no; ella non aveva il diritto di far questo. Sarebbe stata usare uno sgarbo allo zio. Di nuovo i suoi occhi s'inumidirono. Ella provava una tenerezza grande per quello zio, che senza sua colpa, s'era alienato da lei, provava un desiderio acuto di riveder il suo viso aperto e gioviale, di sentir la sua voce, di sedergli sulle ginocchia come quand'era fanciulla... Sicuro che i suoi difetti egli li aveva, sicuro che non era da lodarsi quella sua relazione con una donna maritata... Ma era buono e leale.... così premuroso verso la sorella, così tenace ne' suoi affetti... Ecco, adesso che l'Adelaide era rimasta vedova egli la sposava. Fortunata Adelaide!... Anche oggi, come circa tre anni addietro sulla terrazza del Lido, ma con assai minore acrimonia, Diana pensava a queste donne che traversano la vita col sorriso sul labbro, infedeli spesso agli amanti, fedeli sempre all'amore, a queste donne che la morale austera condanna e che pure hanno in sè qualche cosa che le fa compatire ed assolvere. E la vinceva una curiosità femminile d'imparare, non certo per usarne, il loro segreto, di penetrare nelle loro anime, di farsi un'idea esatta dei loro sentimenti, delle loro gioie, dei loro dolori. Chi sa, un giorno, quando l'Adelaide fosse diventata la signora Aldini e lo zio Gustavo si fosse riconciliato con Varedo e con lei, chi sa? Fors'ella avrebbe potuto, a momento opportuno, tirare in disparte la sua novella zia e dirle:--Spiegami un po'.... Diana si strinse nelle spalle. Che idee bislacche le frullavano in capo? E che stava ella ad annaspar nebbia nello studio di suo marito, mentre all'altro angolo dell'appartamento Bebè (se ne udiva benissimo la voce) si sgolava a chiamar -mamma, mamma-, e faceva disperare l'Irene? In fondo, Bebè non aveva torto. Perchè sua mamma la trascurava nel giorno della sua festa? Per calmarla, Diana andò da lei coi dolci e la bambola e parve un momento che gli umori della bisbetica fanciulla si rasserenassero. Ma fu un breve intervallo fra due tempeste. Nella persuasione fallace che la puppattola dovesse amare le chicche, Bebè le fregò sul viso uno dei cioccolattini che si trovavano nella scatola di Bardelli, e quando la madre saggia, per evitare maggiori disgrazie, portò via scatola e bambola, Bebè, offesa nei suoi diritti di proprietaria, si rotolò rabbiosamente per terra. In seguito di che, la regina della festa fu messa in castigo fin dopo colazione. XIV. .... e finisce peggio. Nel pomeriggio, la bimba si mansuefece alquanto, e potè figurare con onore davanti ai Feana, venuti a portare i loro auguri e a ringraziar Diana dell'invito a pranzo. Venivano -in pompa magna-, marito, moglie e cognata -sofferente-, e oltre agli auguri, portavano fiori in quantità acquistati dallo stesso signor Giacinto in Piazza di Spagna. Ma la dimostrazione più lusinghiera era quella di aver uniformato il vestito all'esigenze della lieta solennità. Non solo il Feana aveva levato dal soprabito il velo ch'era documento del suo mite cordoglio; non solo la signora Amalia indossava un vestito con sbuffi rossi alle maniche e tre falde di gale; ma persino -la sofferente- rompeva il rigore delle sue gramaglie vedovili con una -blouse- di color cenere chiaro che la faceva parere ancor più grassa del solito e dava maggior risalto alle sue mobili rotondità. La sorella e il cognato, vedendola ansare, manifestavano ciascuno a modo suo, la loro amorosa sollecitudine. --Ecco,--diceva, con un po' di rabbietta repressa, la signora Amalia,--ecco, non mi hai voluto ascoltare. Ti predicavo d'andare adagio per le scale. Ma il signor Giacinto, tutto latte e miele, posava una mano sulla spalla della diletta congiunta.--Sta tranquilla, cara, non parlare. --Desidera un bicchier d'acqua?--offerse Diana. La signora Daria protestò, prima con la mano, poi con la voce.--No, grazie, signora Varedo, non ho bisogno di nulla. E rivolgendosi ai Feana soggiunse:--Dio, che casi fate! Accennò a Bebè di avvicinarsi, l'aiutò ad arrampicarsele sulle ginocchia, la coperse di baci. Bebè, cullata in quel mare di gelatina, provava una sensazione gradevole, ricambiava le carezze, rideva, sprofondava le dita sottili nelle guance piene, nel collo carnoso della -sofferente-. Siamo amiche noi, siamo vecchie amiche, non è vero, Bebè?--diceva la signora.--Come mi chiamo? ---Signoa Aia---rispose l'interrogata. --Cara, cara, cara! Il signor Giacinto e la signora Amalia discorrevano con Diana del più e del meno; lui di politica, della Camera, del Ministero, dell'impiego, del bisogno che il paese aveva d'uomini nuovi, come sarebbe stato per esempio l'onorevole Varedo; lei della casa, dei figliuoli, del movimento che c'era a Roma all'avvicinarsi della Pasqua, della difficoltà di trovar buone persone di servizio, eccetera, eccetera. Diana fece girar lo scatolone dei dolci di Torino, e invitò la signora Amalia a prenderne senza cerimonie per sè e pei figliuoli. Di lì a un quarto d'ora il signor Giacinto si alzò. Non poteva trattenersi, pur troppo, in causa della pedanteria dei superiori che l'avevano già messo in mala vista di Sua Eccellenza, perchè qualche giorno marinava l'ufficio... Grazie a Dio che Sua Eccellenza aveva i minuti contati. Intanto la signora Amalia s'era alzata in piedi pur essa, e la signora Daria aveva deposto Bebè per terra e pareva accingersi a seguir l'esempio de' suoi tutori. --Loro poi non devono aver questa fretta--disse Diana alle due sorelle.--Non vanno mica all'ufficio, loro... --Eh, cara signora--replicò la Feana--tre figliuoli maschi son peggio dell'ufficio. E soggiunse che aveva il bucato da rattoppare.--Quei ragazzi sciupano tutto. Proprio mi dispiace, ma devo scendere... --Resti lei almeno, lei che non ha figliuoli,--insistè Diana verso la signora Daria, i cui movimenti erano ancora nella fase preparatoria, come di nave che sta per levar l'áncora.... Passi la giornata qui... Usciremo più tardi in carrozza con Bebè. Così fu deciso, dopo una serie di negoziazioni coi coniugi Feana... Pur che la Daria si coprisse bene. Aveva tanta facilità d'infreddarsi. --Ma non è vero.... Non mi raffreddo niente più degli altri.... --Se non avessimo giudizio noi!--interpose la signora Amalia in tuono di protezione.--Basta, ti manderemo uno scialle. --Degli scialli ne ho io in abbondanza--assicurò Diana.--Non abbia paura, signora Amalia, usciremo coperte in modo da poter andare in Siberia. --E adesso fa un caldo da aprile avanzato--disse la vedova. --Non è da fidarsene. Ci son tanti sbalzi di temperatura in questa Roma--notò gravemente il signor Giacinto. Sbirciò l'orologio e soggiunse con galanteria:--Diamine, diamine.... Da lei signora Varedo, il tempo vola... Bisogna proprio ch'io dia una capatina in ufficio... Vieni, Amalia? --Arrivederci a ora di pranzo. Libera dall'incubo dei parenti, la signora Daria s'abbandonò a uno dei suoi soliti sfoghi. Non ne poteva più. Assolutamente non ne poteva più... Quel voler farla passar per malata era una cosa che le urtava i nervi fuor di misura. E per mostrar ch'era sana, e che la sua corpulenza non le inceppava troppo i movimenti, si mise a giuocar con Bebè. Se la palleggiava sulle ginocchia, la prendeva sulle spalle, la rincorreva, si accovacciava per terra con lei. E in verità, benchè soffiasse come un mantice, e le balene del busto le facessero -crac-, -crac- e un rossore intenso le salisse alla faccia, ell'era assai più agile e svelta che non si sarebbe creduto. Bebè andava in estasi.---Signoa Aia, signoa Aia!- --Badi--ammoniva Diana ridendo.--Non dia troppo libertà a madamigella, che se sapesse quanti capricci ha fatto questa mattina. --Oh, lasci fare. In quell'età lì anche i capricci sono graziosi... Io, io ho tre nipoti grandi e grossi che sono tre furie scatenate... C'è il maggiore specialmente, tra i quattordici e i quindici anni, che non so che cosa gli frulli... mi mette sempre le mani addosso.... da per tutto.... e fossero di queste manine morbide e delicate! Bebè si divertiva tanto che ci volle del bello e del buono a persuaderla che si lasciasse portar in camera dall'Irene per farvi la sua -toilette- da passeggio. Non si chetò che quando le dissero che s'era docile, ragionevole, la signora Daria sarebbe venuta anche lei in carrozza; se no tornava a casa subito. D'ordinario, Diana si serviva modestamente del primo fiacre capitato; oggi ell'aveva preso un -landau- di rimessa. La carrozza fece un lungo giro. Traversò la Piazza del Panteon, la Piazza della Minerva, tagliò il Corso Vittorio Emanuele, salì al Campidoglio, scese al Foro romano, costeggiò il Colosseo. Un bel sole primaverile splendeva sulle rovine, rievocava la vita in quel mondo defunto. Fra le colonne infrante, sotto gli archi vetusti passavano i grandi fantasimi; scintillavano le corazze, gli elmi, l'aste, gli scudi; si agitavano i brandelli dei vessilli gloriosi provati dall'ingiurie di tutti i climi; uomini, donne, fanciulli, patrizi e plebei, fremendo nell'ansie dell'attesa, irrompevano nel Circo; i campioni della prossima lotta esercitavano in giochi atletici le membra poderose, mentre forse li assaliva un ricordo delle native selve germaniche, e la pupilla si velava al pensiero dell'infanzia lontana, della morte imminente. Ahi, ma ben presto Diana s'accorse che per lei sola si movevano questi fantasmi, che a lei sola parlavano queste voci. Bebè aveva posato la sua testina sulla spalla dell'Irene e dormiva; e la signora Daria guardava distratta di qua e di là, dondolando il capo sonnolento, e scuotendosi solo quando si incontrava per la via qualche carrozza di forestieri. Allora quelle foggie strane, quei tipi esotici, quelle pronuncie gutturali, sibilanti le suggerivano sempre la stessa osservazione profonda:--C'è di tutto in questa Roma. Una vera Babele.--Ella poi confessava candidamente che sebbene ci vivesse da oltre un anno non ci si era ancora potuta assuefare, e sospirava Torino dov'era nata o Milano dov'era andata a stabilirsi con suo marito. Una gran città Milano; molto meno cara di Roma, anche pel prezzo dei viveri e degli alloggi... Non conosceva Venezia... assai bella la dicevano.... ma una città in cui non c'eran carrozze e cavalli non faceva per lei. La Varedo diede un ordine al cocchiere che rimontò per San Pietro in Vincoli, traversò Via Cavour e per Via dei Serpenti e Via della Consulta si diresse alla Piazza del Quirinale ove un gruppo di curiosi oziava dinanzi alla reggia. La fisonomia smorta della signora Daria si animò tutta. --Oh, se vedessimo i Sovrani! --Niente di più probabile--disse il cocchiere voltandosi da cassetto.--Spesso la Regina va a passeggio in quest'ora. L'Irene sgranò gli occhi, e Bebè che s'era svegliata volle seder tra la signora Daria e la mamma. --Fermiamoci un minuto lì--disse Diana additando la balaustrata di marmo di dove si vede così bene San Pietro. Ma non occorse fermarsi troppo; chè proprio in quel punto si notò un certo movimento nel vestibolo del Palazzo, una -vittoria- con le livree rosse sboccò dal portone, la sentinella presentò l'arma, i cappelli si agitarono, la bionda regina chinò, risalutando, il capo gentile, slanciò uno sguardo fuggitivo alla cupola della basilica vaticana e scambiò una parola con l'unica dama che l'accompagnava. La carrozza infilò la Via del Quirinale e disparve; solo per qualche secondo si intese ancora lo scalpitìo dei cavalli rattenuti nella ripida discesa. Bebè, ritta sul sedile, gridò:---La egina!- --O che la conosce?--esclamò, maravigliata, la signora Daria. --Conosce le livree rosse. Ogni volta che le vede dice:---La regina.- --Che bella combinazione è stata!--soggiunse la -sofferente-.--Peccato che non fosse che un lampo. --Già sarebbe stata sempre la medesima cosa--rispose Diana, sorridendo. E ordinò al cocchiere:--Andiamo al Pincio adesso. --Per il Corso? --No, è meglio andarci per Via Sistina. Si fa più presto. --Lei è pratica delle strade di Roma assai più di me--osservò la signora Daria. La bella giornata primaverile aveva attirato al Pincio sull'ora del tramonto una quantità di pedoni e d'equipaggi signorili e di vetture da nolo; era un brusìo allegro di voci, era una festa di luce, una fantasmagoria di colori, in quello sfoggio di vesti chiare, in quel chiudersi e aprirsi degli ombrellini di seta spiccanti sul doppio fondo del cielo azzurro e della verde spalliera degli aloe e dei cactus; era un fremito di vita nel ronzìo degli insetti e nelle fragranze dell'aria. ---La egina!---gridò nuovamente Bebè, battendo palma a palma. --Dove? Dove?--E la signora Daria tese il collo come fanno i colombi quando vanno in cerca d'esca. Ma non era la regina. Era, a cassetto d'uno -stage- a quattro cavalli, una giovinetta bellissima, avvolta in un gran mantello scarlatto, una forestiera, forse un inglese. --Oh scioccherella!--disse Diana.--Ti basta veder del rosso per credere che sia la regina. Bebè però ripeteva ostinatamente:---La egina! La egina!- Diana la prese sulle ginocchia e le disse:--Guarda laggiù com'è bello! Dal Piazzale del Pincio si dominava la città nuotante in un mare di luce; la cupola di San Pietro spiccava grigia tra i vapori del tramonto; il sole cinto da nuvole d'oro calava lento su Monte Mario. Di nuovo Diana fece fermar la carrozza, di nuovo le grandi visioni e i grandi pensieri si affollarono dinanzi ai suoi occhi e nella sua mente. Nel suo entusiasmo comunicativo, ella insisteva perchè gli altri ammirassero almeno la splendida veduta. --Ma guarda. Bebè... Ma guardi, signora Daria... Anche tu, Irene... Guarda com'è bello! La signora Daria assentiva per deferenza, l'Irene per soggezione; ma per loro era spettacolo assai più piacevole quello delle carrozze che di corsa lasciavano il Pincio, quali scendendo verso Piazza del Popolo, quali avviandosi per la Trinità dei Monti. Bebè seguitava a cercar la regina e ogni momento, o sul serio, o per celia, credeva d'averla trovata.---La egina!- Il sole disparve; le rosee nuvolette si scolorarono come bragie spente, un brivido passò per l'aria, un tenue sussurro si levò dagli alberi tentennanti il capo in cenno di saluto, quasi dicessero addio al giorno che moriva. --La mantellina di Bebè--gridò Diana scotendosi di soprassalto.--Anche lei, signora Daria, si copra bene. --Eh, son già avviluppata nello scialle come una mummia d'Egitto--replicò la -sofferente-. --Sono responsabile verso sua sorella e suo cognato--soggiunse Diana. La signora Daria ebbe un sorriso enigmatico, a significare che non eran quelli i maggiori pericoli che i suoi cari congiunti volevano stornare da lei. --A casa per la più corta--ordinò la Varedo. Un po' perchè i cavalli erano stanchi, un po' perchè le strade erano affollate, non si giunse a destinazione che cinque minuti prima delle sette e mezzo. I Feana avevano anticipato, e la cameriera li aveva fatti accomodare in salotto; Miss Olivia arrivò subito dopo, seguita a brevissimo intervallo dal professore e dall'onorevole Zonnini. --A tavola, a tavola!--disse Alberto a sua moglie.--Zonnini ed io abbiamo fame. L'onorevole protestò contro questo abuso del suo nome, e s'affrettò a chieder dove fosse Bebè alla quale, come regina della festa, egli desiderava presentare i suoi omaggi. --Ah!--rispose Diana.--Bebè farà la sua comparsa soltanto all'ora del dolce. A tavola Zonnini fu invitato a sedere tra la padrona di casa e la signora Daria. Varedo prese posto fra le due sorelle. Giacinto Feana, ch'era alla sinistra di Diana e alla destra di Miss Olivia, allungava il collo per sorvegliar sua cognata, mentre lo stesso ufficio di vigilanza sospettosa esercitava dall'altra parte la signora Amalia. Quell'ignoto signor Zonnini accanto alla rispettiva cognata e sorella minacciava di turbar la digestione dei coniugi. Se fosse stato maritato, pazienza, ma l'uomo era capacissimo d'esser scapolo. E la Daria con tutto il suo grasso, aveva una facilità a prender fuoco! Ecco che già faceva la ruota come un tacchino in fregola. L'onorevole Zonnini era stato ammonito da Varedo.--Bada di lasciar tranquilla una vedova che troverai a casa mia e ch'è custodita come un tesoro prezioso dai suoi parenti. --È giovine? È bella? --Avrà quarant'anni, e peserà cento chili. --Dio liberi! Messo poi a fianco di quel macchinone ansante e sbuffante, Zonnini aveva di nuovo rassicurato con uno sguardo l'amico Varedo. Ma ora, tra per gli occhiacci che i Feana gli piantavano addosso, tra per certe smorfie della signora Daria, egli cedeva alla tentazione di fare, così per ridere, un po' di corte alla vedova. Era una corte discreta, riguardosa, da persona educata che non voleva trascurare i propri doveri verso la padrona di casa che gli sedeva a destra, nè tralasciar d'interloquire nelle quistioni sollevate da Miss Harrison. Miss Harrison era in quel giorno estremamente battagliera e aggressiva. Certi bizzarri progetti edilizi annunziati dalle gazzette avevano esasperato il suo malanimo contro i profanatori di Roma. --Siete peggio dei Vandali--ella esclamava. Quelli almeno si contentavano di distruggere. Voi distruggete... e rifabbricate. Ov'erano cose belle d'una bellezza eterna, sacre all'arte e alla storia, voi avete edificato le vostre moli grottesche e disarmoniche; avete ucciso la poesia delle rovine e della solitudine per sostituirvi il frastuono d'una vita artificiale e infeconda. I due onorevoli protestavano contro questi giudizi. Non si facevano paladini della nuova edilizia romana; tutt'altro; ma sostenevano il diritto che ha ciascuna generazione di adattare l'ambiente ai propri bisogni; l'Italia non aveva proclamato Roma a sua capitale unicamente per custodirvi le rovine e per mantenervi inviolato il silenzio, ma per riaprirla a tutte le correnti del pensiero moderno, ma per farne una vera e rispettata metropoli del mondo civile. La ruskiniana Miss Olivia si strinse nelle spalle.--È poi civile il nostro mondo? --Miss Harrison stasera ama i paradossi--disse sorridendo Varedo.--Parla su per giù come il Papa. --Il Papa!--gridò l'Inglese, punta sul vivo, e non riuscendo a spogliarsi, benchè fosse di spiriti larghissimi, de' suoi rancori di protestante.--Il Papa (spero che il mio linguaggio non offenda qui nessuno) è la piaga sempre aperta d'Italia... oh non c'è pericolo ch'io vada d'accordo col Papa... Ero una giovinetta alla caduta del poter temporale, e ricordo la gioia che provai quando il telegrafo ne portò la notizia. Non ne avrei avuta di più per una gran vittoria delle nostre armi... Amavo, adoravo l'Italia, che non avevo ancor vista, ma di cui conoscevo già un poco la lingua e di cui, fanciulla, avevo seguito con ansietà le vicende dal 1859 in poi... Saperla ora compiuta con Roma per capitale mi pareva l'avverarsi d'un magnifico sogno... E quanti eravamo, in Inghilterra, uomini e donne, abbiamo salutato l'avvenimento come uno de' più fausti della storia... Non c'era miracolo che non ci aspettassimo da voi. E certo siete diventati una nazione rispettabile; avete navi, soldati, strade di ferro, vapori, telegrafi; ma dove sono le alte idealità che voi, Italiani, avreste dovuto bandire, dove la rinnovazione morale che Roma avrebbe dovuto iniziare nel mondo? Questa benedetta rinnovazione morale era stata per tanto tempo il tema favorito di Alberto Varedo che Diana non dubitava di sentir suo marito far eco alle parole di Miss Olivia. Ma Alberto aveva la gravità ed il riserbo dell'uomo ch'è presso ad abbrancare il potere, nè voleva compromettersi con troppo esplicite dichiarazioni, almeno fin che non avesse afferrato bene il concetto della sua focosa interlocutrice. Miss Olivia ripigliò:--Per esempio nella questione religiosa chi vi capisce? Ora ostentate la maggiore indifferenza, fate quasi professione d'ateismo; ora amoreggiate con la Chiesa; quando pure non facciate tutt'e due le cose in una volta, come certi mangiapreti che mettono i figliuoli in educazione dai Gesuiti o dalle Dame del Sacro Cuore. Ahi, l'Inglese aveva toccato un cattivo tasto, perchè appunto l'onorevole San Giustino, il futuro Presidente del Consiglio, aveva due ragazze alle Mantellate a Firenze, e perchè nel programma dell'opposizione a cui appartenevano Varedo e Zonnini c'era una politica conciliativa verso i cattolici. Il Gabinetto che si stava per buttar giù aveva -radicaleggiato- in materia ecclesiastica; era quindi naturale che gli avversari, convinti o no, assumessero un atteggiamento affatto contrario. Anzi Zonnini, dopo un discorsetto un po' mistico pronunziato alla Camera, s'era guadagnato il nomignolo di specialista pel sentimento religioso. E poichè egli stesso, antico volterriano, aveva bisogno di rafforzarsi nelle sue nuove opinioni, non gli dispiaceva di far di tratto in tratto qualche prova che lo rinfrancasse nella sua parte. --Argomenti delicati, cara Miss Harrison--egli disse posando la forchetta,--argomenti delicati. Che si affoghi negl'interessi materiali, in Italia e altrove, non ci sarà chi lo neghi. Miss Olivia fece un segno d'assenso. --Squisiti questi tordi--esclamò con un grido involontario dell'anima Giacinto Feana, ch'era un mangiatore coscienzioso e non si lasciava distrarre da questioni estranee alla tavola. --Ma ne prenda ancora--insistè Varedo il quale, dal canto suo, avrebbe desiderato troncare la discussione. --Dunque in questo siamo d'accordo--continuò Zonnini rivolgendosi a Miss Harrison.--E saremo d'accordo anche in un altro punto: che la prevalenza degl'interessi materiali non può esser vinta, se non dalla persuasione che la vita ben lungi dall'esser fine a sè stessa si compie in luoghi o in modi che noi ignoriamo, ma con un senso di giustizia atto a correggere le disuguaglianze del mondo. Tutto si riduce lì, cara signora. -Ripæ ulterioris amor-, come dice il poeta. Amore del di là. --Naturalmente--replicò Miss Olivia troppo buona anglosassone da non aver un fondo di fede.--Ma il cattolicismo, che s'impernia intorno alla Chiesa di Roma comprime, atrofizza, non risveglia, questo sentimento elevato. --Piano, piano. È necessario distinguere--ribattè l'onorevole Zonnini; ma Varedo fu pronto ad interloquire. --Lo so, il nostro risorgimento nazionale avrebbe dovuto essere integrato da una riforma religiosa. Il male si è che le riforme religiose non si fanno che dai popoli credenti, e noi crediamo troppo poco. Siamo simili a chi abbia sul focolare domestico un mucchio di ceneri calde. Soffiandovi dentro sul posto si può forse sprigionarne ancora qualche scintilla; portando le ceneri altrove si ha la sicurezza di non trovar che della brace spenta. --Sì, sì--disse Diana che fino allora aveva taciuto.--Ma per me l'essenziale è la sincerità. Siete sinceri voi altri col vostro sentimento religioso? O non ubbidite soltanto a ragioni d'opportunità politica? Varedo si accingeva a rispondere allorchè un incidente puerile pose fine alla giostra oratoria. La signora Daria, la quale aveva un'ammirazione schietta e profonda per le cose che non capiva ed era rimasta a bocca aperta durante le varie fasi dell'interessante conversazione, lasciò scivolare per terra il tovagliolo e fece l'atto di chinarsi per raccoglierlo. Ma Zonnini prevenendola con un movimento rapido era già sotto la tavola quand'ella stava piegando a fatica la gran mole inerte, e ricomparve tosto alla superficie col lino prezioso. Senonchè, in quel tramestìo, i capelli dell'onorevole sfiorarono la guancia sinistra della vedova il cui volto si colorò intensamente al fuggitivo contatto. Non ci volle più di così perchè i Feana concepissero chi sa quali atroci sospetti, che, al solito, presero la forma di amorosa ansietà per la rispettiva sorella e cognata. --Daria, o Daria--gridarono a una voce il signor Giacinto e la signora Amalia,--cos'hai? Ti senti male? --Ma non ho niente... Ma non era che un tovagliolo caduto per terra. --Già, ma basta qualunque inezia a farti venir i tuoi vapori... Se tu vedessi come sei rossa... --Desiderano che si apra un momento la finestra?--suggerì la padrona di casa. --Oh, non occorre--rispose la signora Amalia.--Forse il meglio sarebbe che mia sorella mutasse posto. Il signor Giacinto, alzando gli occhi dal piatto, slanciò uno sguardo severo a sua moglie che, per eccesso di zelo, comprometteva la causa comune. --Che mutar posto d'Egitto?--protestò -la sofferente- con inusata energia.---O che non è lo stesso?... Io sto benissimo dove sono. E quasi per invocar protezione la florida signora si strinse di più al suo vicino. In quella entrò la cameriera col dolce. --E Bebè?--chiese Diana. Ma avendole la Lisa sussurrato piano qualche parola, ella scattò dalla seggiola, e disse:--Scusino un momento... Torno subito... Ti prego, Alberto, fa che tutti si servano. E uscì rapidamente dalla stanza. --O che cos'è accaduto?--domandò Varedo alla cameriera. Questa rispose che la bimba aveva avuto un disturbo di stomaco. --Avrà mangiato troppe di quelle chicche giunte da Torino--osservò il professore stringendosi nelle spalle. La Lisa accennò di no col capo. La scatola era stata messa sotto chiave dalla signora fin dalla mattina. --In carrozza era di buonissimo umore--assicurò -la sofferente-. E colse l'occasione per dire dell'incontro con Sua Maestà in Piazza del Quirinale, e del grido di Bebè: -La egina-! --Ha il discernimento d'una persona grande--sentenziò la signora Daria. --O piuttosto che non abbia preso freddo?--insinuò Miss Olivia. --Nemmen per sogno--ribattè la signora Daria che tra per la sua corpulenza, tra pei vapori del vino, era incapace di concepire la sensazione del freddo in sè e negli altri.--Eravamo così coperte. La conversazione procedeva lenta, slegata, in attesa di Diana che non tornava. Varedo frattanto faceva passare in giro il dolce, il formaggio e le frutta. Il pranzo era quasi finito quando Diana comparve turbata in viso, recando l'annunzio che Bebè aveva la febbre. Le aveva messo il termometro, ed era salito a 39 gradi e 6 linee. Bisognava chiamare il medico quella sera stessa.--Andrai tu, Alberto? --Sì, sì, andrò. Ma non esageriamo. Sarà una effimera, come quest'inverno a Venezia. --Non era un'effimera neanche quella--replicò Diana.--Tu non c'eri, tu non sai... Sono state due febbrette reumatiche... assai più leggere però, con una temperatura massima di 38 gradi. --Benedetti termometri!... Saranno una bella invenzione...--borbottò il professore. --In quanto a me--disse la signora Amalia--li ho banditi da un pezzo.--Già non vanno mai bene. --Quest'è vero--soggiunse Zonnini.--Mi raccontava Gastaldi, il celebre medico, che qualche anno fa, nella sua clinica, per parecchi giorni, si notò una strana esacerbazione febbrile in tutti i malati. Bastò cambiare i termometri perchè ogni cosa rientrasse nello stato normale. Diana ascoltava appena. S'era rimessa a sedere al suo posto, ma non aveva voluto prender più nulla, nemmeno il caffè. Il suo cuore era di là, i suoi occhi si voltavano ogni tanto dalla parte dell'uscio. E indi a poco ella si alzò, dicendo a bocca stretta:--Se desiderano restare accomodati in salotto... Miss Harrison le bisbigliò all'orecchio:--Se non le dispiace, vado dalla piccina... Me ne intendo io di febbre... Diana fece un segno d'assenso e le strinse la mano con gratitudine.--Or ora vengo. Molto opportunamente, i Feana pensarono di andarsene. Già, per le 9,1/2, il signor Giacinto aveva a casa uno de' suoi due scolari di francese. Uno, due, tre, anche la signora Daria fu in piedi; ma sia che non trovasse subito il suo equilibrio, sia che il farsi reggere avesse qualche attrattiva speciale per lei, ella si appoggiò con tutto quanto il suo peso al braccio di Zonnini. --Le gira il capo?--egli le domandò con premura. --Oh... passerà... E -la sofferente- soggiunse con aria sentimentale:--Che brutto contrattempo questo della bimba!... Era una serata così gradevole, in così buona compagnia!... Sarei rimasta fino a domattina! Pazienza!... Adesso conviene disporsi a far questa scala. --Per la scala l'accompagno io, se non ha nulla in contrario. --Si figuri!... Troppo gentile... Ma il signor Giacinto, stimolato dalla moglie, fu pronto alla riscossa. --Prego, signor commendatore--(veramente Zonnini non era che cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro)--prego... non si disturbi... Tocca a me... --Le pare?... --È il mio dovere--insisteva Feana, sempre col braccio in arco.--Noi scendiamo naturalmente. La nobile gara sarebbe durata a lungo senza il provvido intervento di Alberto Varedo, infastidito delle sciocche galanterie di Zonnini. --Se resti mi fai un favore--egli disse al collega.--Ho bisogno di te. La bella contrastata trasse un profondo sospiro dal petto.--Buona sera, signor Zonnini... E grazie della sua cortesia. Si staccò dall'onorevole e concesse il dolce pondo della sua persona al cognato. Accomiatatisi gli ospiti a eccezione di Zonnini, Diana sollecitò nuovamente suo marito:--Ti raccomando, non indugiar più oltre... Va e torna col medico... Ma se vuoi prima vederla... --Sì, sì. Eccomi.... Zonnini avrà la cortesia di aspettarmi qui... Usciremo insieme. Dopo cinque minuti, i due deputati scendevano le scale, chiacchierando. --Ha realmente la febbre--diceva Alberto Varedo.--Ma non mi par cosa grave.... Bastava chiamare il medico domattina... A ogni modo servirà a tranquillare mia moglie, che per solito è una donna calma, ma quando si tratta della sua figliuola... --Eh, le mamme son tutti eguali--notò Zonnini.--A proposito, avevi bisogno di me? --Era un pretesto--rispose Varedo con una spallucciata.--T'avevo tanto raccomandato di lasciar in pace quella vedova! --Ah, era per lei!--esclamò l'altro ridendo.--Io mi ci diverto un mondo. --Sì, e i Feana eran verdi della bile. --Appunto... Quest'era il più comico. --Sarai eternamente un fanciullo. XV. La fuga. I Feana uscirono sul pianerottolo per scambiar gli ultimi saluti coi Varedo che stavan per partire. --Ma è una fuga--disse il signor Giacinto. --Si figuri ch'è proprio una fuga--assentì l'onorevole.--Diana s'è cacciata in capo l'idea che Bebè non possa rimettersi se non a Torino, e tant'è, la riaccompagno a Torino. Diana con gli occhi fissi sulla sua bambina che era in collo all'Irene beveva avidamente le parole incoraggianti della signora Amalia e della sorella. --Non è vero che abbia l'aria così patita... Oh Dio, ha avuto tre o quattro febbri piuttosto forti, ed è naturale che sia rimasta un po' fiacca... Ma vedrà come rifiorisce presto. --Cara... e sorride anche--diceva la -sofferente-.--Chi sono io?... Non ti ricordi della signora -Aia-? Certo che Bebè se ne ricordava, ma i suoi trasporti per la signora Aia erano molto diminuiti. Non lei aveva visto al suo letto durante la breve malattia, bensì Miss Olivia che con la mano le faceva le ombre sul muro, che le raccontava tante belle storie, che le cullava i sonni con una sua dolce canzone. Bebè ignorava quanto la signora Aia, poveretta, si fosse crucciata di non poter venire ad assisterla, impeditane dai parenti i quali temevano ch'ella si incontrasse col pericoloso Zonnini. Comunque sia, la bimba girava inquieta lo sguardo in cerca di Miss Olivia e finì col balbettare il nome della sua nuova amica. --La troveremo alla stazione Miss Olivia--disse la madre.--È là che ci aspetta. Gli addii s'intrecciavano. --Buon viaggio. --Grazie... Diano loro notizie. --Non mancheremo... E anche lei, signora Varedo, c'informi della salute di Bebè... Buondì, Bebè.... Ancora un bacio. --Su Bebè, dà un bacio a quella signora.... --Buon viaggio... E torni, torni fra poco, signora Varedo.... Per noi sarà sempre un onore il mettere a sua disposizione il quartiere... Anche se avessimo altri inquilini, faremmo in modo da liberarcene. --Arrivederci, arrivederci--continuavano i Feana. --Arrivederci--rispondeva il professore. Ma Diana non diceva che--Addio. Ell'aveva paura di Roma; la teneva responsabile della malattia di Bebè, la incolpava d'aver, col suo fascino, distolto lei da' suoi uffici materni, d'aver reso meno assidue, men vigilanti le cure di cui, sino allora, ell'aveva circondato la sua creaturina. Il signor Giacinto scese le scale, ajutò i Varedo a montar in carrozza. Avrebbe voluto accompagnarli alla stazione, ma aveva due impegni prima d'andar in ufficio, e se tardava troppo, apriti cielo! I superiori quando si trattava di lui, avevano sempre l'orario alla mano. Bella libertà che si gode in Italia! --Auff!--fece Diana, quando la carrozza si mosse. Le pareva mill'anni d'essere in treno. E chinatasi sulla bimba le rassettò la mantellina sulle spalle. --Non avrà mica freddo? L'Irene protestò energicamente.--O signora, come vuol che abbia freddo? Ha il vestito pesante. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000