speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua moglie. Meno male che c'era Bardelli. Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:--È permesso? --Avanti!--gridò il professore. E soggiunse:--Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare. È entrato pel buco della serratura? --Ho sonato adagio e ho camminato in punta di piedi... Passavo di qui e desideravo saper qualche cosa, anche per conto della mamma. --Grazie, non c'è ancora nulla di nuovo. --Lo so... Ho parlato con la signora Valeria... La mamma rinnova le sue offerte... Se c'è bisogno di lei, è sempre a disposizione... Ha pratica di parti, la mia mamma. --Grazie, grazie. Ma vede bene, non può occorrer nulla... C'è la levatrice, c'è mia suocera, c'è la mia cameriera, c'è stato il dottore... Tutto va in regola; non c'è che da lasciar tempo al tempo. --Eh, capisco--riprese Bardelli girando fra le mani il cappello a cencio.--A ogni modo anch'io se posso... --Lei, caro Bardelli, può anche meno delle donne... Dica piuttosto, fa freddo fuori? --A bastanza... Un freddo asciutto però. --E qui le pare che si stia bene! --Qui si sta da papi. --A me pare tutt'altro... I caloriferi sono spenti e ho dovuto chiuderne le bocche... Prima di mattina si gelerà. --In camera della signora Diana c'è la stufa? --Sì, ed è accesa... Ma quella non riscalda me. Eugenio Bardelli atteggiò il viso ad un'espressione di sincero rammarico, come deplorando di non poter mutarsi lui in una stufa o in un braciere per riscaldare il suo amato professore. Non essendo facile il tradurre in parole un sentimento così generoso, il giovine assistente (perchè fin dall'ottobre Bardelli aveva conseguito il posto onorifico) balbettò:--Per domattina all'Università, vado io... --Sì, va lei, e fa ripetizione... Ma mi raccomando, Bardelli, non abbia quell'aria d'uomo che domanda perdono di esistere. Il sapere è una bella cosa, ma bisogna anche mostrar di sapere, sopra tutto quando s'ha da fare coi giovani.... Se no, malgrado la sua dottrina finiranno col prenderla di sotto gamba. Era pur troppo quello che avveniva, ma Bardelli non osava confessarlo. --L'arte di tener la disciplina, caro amico--continuò Varedo--non c'è maestro che la insegni. Ci sono di quelli che la sanno già il primo giorno che salgono in cattedra; ce ne sono altri che non la imparano mai. Bardelli chinava il capo in segno d'assenso, sbirciando nello stesso tempo i frontispizi dei libri nuovi sparpagliati sulla tavola. --Sono gli ultimi acquisti della Biblioteca della Scuola--spiegò il professore.--Ci son anche due volumi di Spencer, ancora intonsi... Vuol portarseli via? Gli occhi dell'assistente brillarono di compiacenza. --Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà riaverli entro domani. --E delle prove di stampa ce n'ha?--disse Bardelli. --Queste finisco di correggerle io, tanto fa--disse Alberto.--Da domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei. --Si figuri!--esclamò l'altro, contento come una Pasqua.--Sarà un onore per me.--E soggiunse tentennando la testa:--Eh, la signora Diana dovrà stare in riposo per un bel pezzetto. --Chi sa?... I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di uno, di due giorni... Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che non abbiamo costato noi alle nostre genitrici. Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si consacrava a sua moglie? Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale, Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse. --Sicuro... Anche gli uomini di studio.... è positivo... sono in gestazione continua. Varedo lo licenziò.--Buona notte... Vada, vada, lei che può coricarsi tranquillamente.... Prenda i due libri, e arrivederci... Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera, espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli occhi, ed ella biascicava con voce dolente:--Ecco, non -gli- vuoi bene.--Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui -egli- non esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene, quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo grembo e lo nutriva del suo sangue... Erano dispute brevi che si rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma. Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato forse di lì a pochi istanti dicendogli:--È il tuo figliuolo--non destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza. Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto -in mente Dei-!... E pure non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose, e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:--Eh caro mio, le donne son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli... Chi non vuol disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano. Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una voce importuna gli ripeteva di quando in quando:--tu che non soffri, tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova, è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne offuschi le pupille, che ne veli le gote;... tu frattanto accudirai alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi... E osi lagnarti? Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare oltre misura i suoi meriti. Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed un terzo più straziante, più acuto... indi un gran silenzio... Il professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino, e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza. Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma ricompostasi subito--Sei tu?--disse.--Venivo ad annunziarti che tutto è finito. --Finito?--balbettò Alberto. --Già... finito in bene... e prima di quello che non si credesse... Ma per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina... Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare che gli bastava di saper Diana fuori di pena. --Vieni a darle un bacio--proseguì la signora Valeria. E lo precedette dalla figliuola. Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il marito, e gli sussurrò in un soffio:--Sto bene adesso... L'hai vista? --Or ora gliela porto--disse la matrona baffuta, mentre Alberto, docile agli eccitamenti della suocera, si chinava su Diana e accostava la bocca alla bocca scolorita di lei. La matrona, conosciuta in arte sotto il nome di Carlotta Rossetti, levatrice approvata, infarinò rapidamente con la cipria il corpicciuolo umido e viscoso della bambina, e la presentò in tutta la sua seducente nudità al felice genitore. --Baciala--suggerì la signora Valeria.--È una bellezza. Reprimendo un gesto di maraviglia all'audace affermazione, Varedo sfiorò con le labbra la guancia della sua primogenita. --Una bellezza--sentenziò la levatrice approvando le parole della signora Valeria. Ma soggiunse con arguzia:--La prossima volta faremo un maschio. Diana tirò fuori faticosamente una mano dalla coperta e accennò ad Alberto d'avvicinarsi. --Non sei andato a letto?--gli chiese. --No... --Povero Alberto!... Vacci ora... Tra poco spero anch'io di dormire. --Sarai stanca. --Tanto stanca. --Hai sofferto molto? --Molto... Ma è passato... E dopo si prova una gran pace. --Tss, tss!--fece la signora Valeria, appressandosi alla figliuola.--Non affaticarti a discorrere... E tu, Alberto, procura di riposare il resto della notte. --È quello che gli dicevo--bisbigliò Diana. --Tutti, tutti dobbiamo pigliarci qualche ora di riposo... Anch'io guardo con desiderio a quel letto lì... E la signora Valeria accennò al letto di suo genero ch'ell'avrebbe occupato per quella notte e per le seguenti. Indi rispose:--Appena la signora Carlotta avrà finito i suoi affari con la -principessina-... --Ho finito, io... Ecco Madamigella E prima di collocarla nella cuna tepida e civettuola che l'aspettava la riofferse, avvolta in pannolini caldi, al bacio della nonna e dei genitori. --O perchè non posso tenerla qui accanto?--chiese Diana. Sua madre si oppose.--No, assolutamente no. --Perchè?... Dovrò alzarmi per vederla. --Abbi pazienza... Per questa volta fa conto d'aver dieci anni di meno e ubbidisci alla tua mamma... La cuna è attaccata al tuo letto... Non hai che da voltare un momento la testa... Tutti questi lumi li porteremo via... Non resterà che il lume da notte là sul cassettone... proprio in fianco alla cuna... Guarda, la piccola s'è chetata subito... O dov'è la signora Carlotta? Se ne sarebbe andata alla -romana-? La donna di servizio rispose:--No, si mette il cappello e torna. In fatti, la signora Rossetti riapparve col cappello in testa e imbacuccata nella pelliccia. --Son qui a dar la buona notte a tutti... principiando dalla nostra sposa... S'accostò alla puerpera, la palpeggiò in tutto il corpo con la mano esperta, e diede segni di viva soddisfazione.--Bene, benissimo... Sarò qui domattina alle dieci. --Domattina verrà anche il dottore. --È naturale--osservò la levatrice.--Ma non avrà da ordinar nulla. --E--domandò ansiosa Diana--la piccola non avrà bisogno di niente... Non avrà fame?... Non avrà sete? --Che fame?--protestò la signora Carlotta.--Che sete?... Fin dopo la mia visita di domani non le diano neppur un gocciolo d'acqua. --E per domani mi verrà il latte? --Sì, non dubiti... E stia di buon animo... Se si agita, guai... Buona notte... --Buona notte. La signora Valeria accompagnò la levatrice fino nell'anticamera.--Tutto in regola, non è vero? --Perfettamente. --Sia ringraziato Iddio... E se ne va così sola?... ... Oh, lei qui di nuovo? Queste ultime parole erano indirizzate a Bardelli apparso come per incanto. --Sì... Passavo... Sento che la signora Diana s'è liberata... Mi rallegro, anche in nome della mamma. --Grazie, signor Bardelli... ci vedremo domattina... Adesso si va tutti a letto... --E il professore? --È di là... Ma è meglio lasciarlo stare... --Diamine! Se posso servire in qualche cosa? --Niente, signor Bardelli, niente... O piuttosto, sì... forse potrebbe far un tratto di strada insieme con la signora Rossetti. --Ben volentieri... Ma la levatrice, che aspettava il momento buono per congedarsi definitivamente, dall'alto della sua statura di un metro e 82 centimetri squadrò il piccolo e sbarbato professorino e disse non senza malizia:--Chè? Chè? Ho l'abitudine di andar sola a qualunque ora... Con un giovinotto poi, comprometterei la mia riputazione... --A ogni modo--ripigliò sorridendo la signora Valeria--il professor Bardelli potrebbe chiamarle un fiacre. --Immediatamente. Ce ne dev'essere in Piazza Vittorio Emanuele. E Bardelli si precipitava; ma la signora Rossetti lo trattenne.--Non si disturbi... fin che posso, preferisco trottar con le mie gambe che, grazie a Dio, sono ancora buone. Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e soggiunse:--A me nessuno osa dar molestia... E poi, creda a me, -madama- Inverigo, quando una donna ha un certo contegno... Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero della pelliccia, e uscì con passo marziale. Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto. . . . . . . . . . . . . . . . Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve, scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri, anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime dolcezze della paternità. VI. Nuovi orizzonti. L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla -Bebè-. A sei mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona, e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla moglie:--Per carità, falla tacere.--Ma Diana si maravigliava della estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:--O che disturbo ti dà?... A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio. E, -pif paf-, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva arrabbiare.--O, vorresti pigliar queste cose in tragico?--diceva lei. E Varedo, di rimando:--Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la bambinaia.--Meno che posso gliela lascio--ribatteva Diana.--Le madri devono badar esse ai loro figliuoli. Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come direbbero i vagneriani, il -leit-motiv- dei discorsi di Varedo, aveva trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava? Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta pronta:--In fatto di dovere, -melius abundare quam deficere-; l'hai detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma. Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale; anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli tornava sgradito. Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il discorso. Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè, quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir la patria nella politica. Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri. Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia, meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva questo prezioso requisito. Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte, di letteratura, di filosofia, di matematica -et de omnibus rebus-, egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni colleghi. --La politica guasta tutto ciò che tocca--urlavano quelli.--Sciupa gl'ingegni e annebbia le coscienze. --Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un immondezzaio--soggiungevano i più arrabbiati. Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di purificarlo con elementi incontaminati. --O che poni la tua candidatura? --Che c'entro io?--replicava Varedo.--Si discorre in tesi generale. E, tra serio e scherzoso, egli citava una sentenza di Cicerone da lui già tradotta per uso di Diana:---Neque enim est ulla res in qua propius ad deorum numen virtus accedit quam civitates aut condere novas, aut conservare jam conditas.- Ella, Diana, dubitosa sulle prime, trepidante al pensiero che se Alberto fosse deputato sarebbe troncata la tranquilla intimità della loro vita domestica, ella a poco a poco era andata mutando opinione. Se la gioventù avesse effettivamente una missione da compiere? Se portando alla Camera dei criteri rigidi, austeri, ella potesse arrestare la corruttela che dilagava, cooperare alla rigenerazione morale di quella terza Italia riuscita così inferiore all'aspettativa, o ch'era lecito alle donne d'intralciare il cammino ai figliuoli, ai mariti, ai fratelli? Non era anzi obbligo loro di aiutarli a svolgere tutte le proprie attitudini? Ma già da un bel pezzo nè Diana pensava a ciò, nè Alberto tirava in campo l'argomento. Ella era così assorbita dalla sua maternità che Varedo, uso a non ammettere che si potesse distrarsi mentre egli parlava, aveva finito coll'intrattenerla molto più raramente de' suoi disegni, delle sue aspirazioni. Adesso però il silenzio era impossibile, e Varedo informò sua moglie della proposta che gli era fatta. Non disse ch'era deciso in cuor suo d'accettarla; finse per cortesia di attendere il parere di lei, le rammentò le dispute romorose con gli amici al Caffè Romano, e la parte ch'ella pure vi aveva preso, e l'ardore con cui ella lo aveva appoggiato nella sua lotta contro l'egoismo scientifico. A Diana quei giorni sembravano tanto remoti. La piccola cuna ove, placida e rosea, Bebè dormiva i suoi sonni innocenti aveva scavato un abisso fra il passato e il presente. Le dispute del caffè l'erano quasi sfuggite dalla memoria; non capiva com'ella vi si fosse immischiata, come avesse mostrato uno spirito così battagliero, come avesse potuto prender sul serio cose e questioni che oggi le parevano di piccolissimo conto. Benchè nella sua perspicacia ell'avesse subito capito che Alberto era ormai legato da una promessa e non la consultava che per salvar le apparenze, ella non mostrò d'aversene a male, nè volle mettersi in contraddizione con le sue opinioni d'un tempo. Ma i suoi motivi erano affatto diversi. La missione della gioventù, la fede negli alti e severi propositi con cui Alberto sarebbe entrato alla Camera, l'orgoglio di essergli consigliera ed ispiratrice, tutto ciò insomma che le aveva brillato dinanzi agli occhi come un sogno di gloria e di poesia oggi la faceva sorridere come un'illusione infantile. Sentiva la vanità della gloria, e, in quanto alla poesia, sentiva che per la donna non ce n'è nessuna che valga il bacio e la carezza d'un suo bambino.... Ell'accolse quindi le comunicazioni di Varedo senza entusiasmo e senza ostilità, con una calma benevola in cui c'era un fondo d'indifferenza. --E sei poi sicuro d'essere eletto? --Spero... Non ci sono competitori seri... Dovrò andare nel collegio a tenere un discorso. --Quando? --Mi avviseranno. Forse domenica prossima... Oh, un viaggio breve.... Sarò di ritorno la sera.... Ella sorrise.--Quando sarai deputato le tue assenze saranno più lunghe. --Sfido io... Ma ormai non ci sono distanze, e anche da Torino a Roma si va così presto.... E poi, di tratto in tratto, verrai anche tu a passar qualche settimana alla capitale. --Io?... Ora Bebè è troppo piccola. --Quando sarà svezzata. --E l'Università?--chiese Diana. --Ci sono tanti professori nel mio caso. --Professori che non fanno lezione--soggiunse ella con una punta d'ironia. Ella rammentava le sfuriate di Alberto contro i colleghi negligenti. --Chi dice questo?--egli replicò infastidito.--Intendo professori che sono deputati. --E fin che sono a Roma non possono essere a Torino. --Con un po' di attività si concilia ogni cosa--ribattè Varedo.--La Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono interessanti... All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è pieno di zelo;... a ogni modo, quando urge essere da una parte o dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto. --Che gusti!--pensava Diana.--Esser metà dell'anno in ferrovia, non aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di qua e di là... E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa. Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava come s'ella potesse intenderla. --Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più sugo io a chiacchierare con te!... Andrà a Roma il babbo... Ma noi che siamo qui, ci faremo compagnia... non avremo bisogno di nessuno, non è vero, caro tesoro? Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza presunzione:--Tanto peggio per gli elettori;--perchè il nome su cui gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante, ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza... Dunque, a sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli, figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima che si spegnessero i lumi per le strade. --Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio fiasco. Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una maggioranza schiacciante. Il profeta di buon augurio fu trattenuto a colazione, poi mandato qua e là nelle redazioni dei giornali amici per aver notizie. In vero delle notizie dei giornali non c'era bisogno, perchè presto cominciarono ad arrivare telegrammi diretti dalle varie parti del collegio, prima sulla formazione dei seggi, più tardi sul concorso degli elettori, finalmente sui risultati, sezione per sezione. Alle cinque l'esito non era più dubbio, e Diana desiderò avvisarne sua madre con un dispaccio che l'officioso Bardelli s'incaricò di portar egli stesso al telegrafo. --Dopo torni qui e resti a desinare con noi--dissero, all'unisono, i Varedo. La sera vi fu una processione di gente che veniva a congratularsi. Erano in maggioranza giornalisti, studenti, professori. Uno di questi, il dottor Sali della facoltà di lettere, portò anche la moglie, la signora Erminia, ex bella donna, di cui si diceva all'Università ch'era -alla sua terza- -maniera- perchè prima di sposarsi con Sali era rimasta vedova due volte, di due professori, l'uno della facoltà di scienze, l'altro della facoltà giuridica. Non le restava ormai da assaggiare che la Scuola d'applicazione. Ma la visita che fece più colpo fu quella del Rettore professor Andriani, che aveva appartenuto alla Camera subalpina e che adesso apparteneva al Senato, brav'uomo, eloquente ai suoi tempi, facondo sempre; solo che, per una disgraziata conformazione dei denti, veri o posticci, non poteva da alcuni anni dir quattro parole senza mettere un fischio. Sebbene côlta alla sprovvista, Diana non tardò a ricomporsi e ad adempiere convenientemente ai suoi uffici di padrona di casa. Fece accendere il gaz in tutte le stanze a eccezione della camera da letto ove dormiva Bebè (figuriamoci! quella doveva esser chiusa ai profani) accettò con garbo i rallegramenti, distribuì rinfreschi a' suoi ospiti. Certe bottiglie di vecchio Barolo che dormivano polverose in cantina furono stappate per l'occasione, e contribuirono a crescere il buon umore. Si propinò alla salute del neo eletto, gli si augurò un sottosegretariato fra sei mesi, un portafoglio fra un paio d'anni. Egli, modesto, si schermiva.--Adulatori!... Ho proprio la stoffa del Ministro, io! E se credete ch'io sia uomo da ambire il titolo d'Eccellenza!... Lo dico a cuore aperto, non so nemmeno quanto tempo resterò deputato... --Eh via... --Ma sì... Quando vedessi chiaro che non si cava un ragno dal buco, darei le mie dimissioni. Frattanto il Rettore Andriani, slanciando a destra e a sinistra i soliti fischi come di locomotiva in partenza, s'era impegnato in un discorso lungo sul periodo classico delle nostre lotte parlamentari, e citava alcune sedute memorabili del 1860 e 61, e raccontava una serie d'aneddoti del Conte di Cavour e di Urbano Rattazzi. Ma Diana sgattaiolava di tratto in tratto in silenzio, andava in camera da letto a dar un'occhiata alla bimba, si fermava in estasi a contemplarla. --Cara, cara... Questo è il mio Parlamento... Questo è il mio Ministero... Oggi ti ho dovuta trascurare... Ma non sarà più così, sai... Una volta la bimba si svegliò, si mise a piangere, e Diana se la prese sulle ginocchia e si slacciò il busto per offrirle il seno, orgogliosa di quel suo ufficio di madre, ascoltando come una musica nuova e soavissima il tenue rumore del latte che, succhiato con labbra avide, scendeva a goccia a goccia nelle fauci della bambina. Anche era per lei una voluttà dolorosa il sentir sulle carni delicate la punta dei primi dentini nascenti, e le pareva che ogni sofferenza creasse fra lei e quel suo angioletto un legame di più. Ella diceva fra sè:--Di là i sogni dell'ambizione, della potenza, della gloria; di qua una povera diavola che dà il latte alla sua creatura... Sono una povera diavola, io, nonostante i grandi pronostici che si facevano sul mio conto... Non sono che la moglie di un uomo illustre... e piuttosto che brillar soltanto di luce riflessa è meglio rimanere all'oscuro. A poco a poco il sonno dolce e benefico allargò e distese le sue ali sull'esile corpicino di Bebè; gli occhi si chiusero, le labbra si staccarono dal capezzolo, la testa ricadde alquanto all'indietro, abbandonandosi sul braccio materno. Diana, asciugata con un bacio lieve la bocca umida della bimba, la posò sulla cuna, le ravviò sul petto le coperte e tornò in salotto ove i visitatori non attendevano che lei per partire. --Domando mille scuse, ma sono una balia, e le balie non possono far complimenti. --Ma s'intende, ma ci mancherebbe altro! --Beata lei che ha già una bambina!--esclamò la signora Sali.--Io, con tre mariti, non sono mai riuscita ad aver figliuoli... Che uomini mi son toccati! Varedo, al quale sembrava che quella sera, Diana non avrebbe dovuto occuparsi che di lui e del suo trionfo, ebbe un moto d'impazienza.--Quella piccina è viziata... Si avrebbe potuto svezzarla da un pezzo. Indi rivoltosi a Bardelli, soggiunse:--Non vada mica via, lei. Usciremo insieme. --Esci?--chiese Diana. --Sì; devo andare al telegrafo e alla -Gazzetta Piemontese-. In quella giunse un dispaccio. Era della signora Valeria e portava le felicitazioni di lei e degli amici che raccolti in casa Inverigo bevevano lo sciampagna alla salute del nuovo onorevole e della sua compagna. --Povera mamma!--sospirò Diana.--Il suo cuore è sempre con noi. Rilesse il dispaccio in silenzio. Nessuna menzione dello zio Gustavo. Egli non era fra quelli che si rallegravano della vittoria di Alberto. Com'era tenace nei suoi rancori! --Piovono le congratulazioni--notò Alberto a sua moglie (erano rimasti loro due soli e Bardelli).--Non ci sei che tu che non m'hai ancora detto nulla. Già disposta alla commozione dal telegramma della madre, Diana, a questo mite rimprovero in cui c'era un'intonazione affettuosa, sentì salirsi le lacrime agli occhi, e tendendo tutt'e due le mani a suo marito,--Io...--balbettò--io... ma io sono una parte di te. I due sposi si scambiarono un bacio. VII. Due "maiden-speeches". Un sabato sera (Varedo era già deputato da qualche mese) Diana riceveva da Roma questo telegramma. -Discorso esito trionfale. Congratulazioni deputati ministri.--Dettagli per lettera. Manderò giornali.- ALBERTO. Era la prima volta che Varedo parlava alla Camera. Da uomo accorto egli non aveva voluto precipitar nulla; sapeva che i deputati non ci guadagnano a mostrar soverchia impazienza; che devono prima farsi conoscere e apprezzar negli uffici, e stringere amicizie personali, e acquistar la certezza che, partecipando a una discussione pubblica, saranno ascoltati. «Dall'esito di quello che gli Inglesi chiamano il -maiden speech---egli aveva scritto a sua moglie--«può dipender tutto l'avvenire di un uomo politico». Ecco dunque che il suo -maiden speech- egli l'aveva fatto, riportando, a quanto pareva, un vero successo oratorio. Diana si voltò verso Bebè che, accomodata nella sua seggiolina davanti alla tavola, era occupatissima a sovrappor l'uno all'altro alcuni cubi di legno, e mugolava al suo solito: -umm-, -umm-. --Ha fatto un bel discorso il babbo, e tu non sai dire che -umm-, -umm-. Vergogna! Bebè guardò la sua mamma con occhi incantati, poi fece il bocchino da piangere. --No, no, non ti sgrido mica--si affrettò a soggiunger la madre quasi scusandosi.--Buona, buona!... Non ne hai colpa tu se non parli. La bimba aveva più di un anno ed era svezzata da un mese; capiva tutto, conosceva tutti, era, che s'intende, un portento, ma non articolava ancora nessuna parola, e quest'era un gran cruccio per Diana, che sfogava le sue inquietudini col medico di casa, il dottor Giraldi, e di tratto in tratto, sommessamente, arrischiava l'idea di consultare uno specialista. Il dottor Giraldi rideva.--Consulti chi vuole, ma è un'idea stravagante... Bebè non ha nessun difetto alla lingua; parlerà senza dubbio, un poco dopo di qualche sua coetanea, un po' prima di qualche altra... perchè ci sono bambini che tirano avanti fino a un anno e mezzo e due anni;... ma parlerà, la sbalordirà, ne stia certa. Le medesime cose, su per giù, le scriveva da Venezia la madre, e la vecchia Bardelli, nelle sue visite settimanali, ripeteva sempre che il suo Paolo (l'artista, quello de' suoi figliuoli ch'ella teneva in maggior conto) era stato muto come un pesce fino a sedici mesi e due giorni. Così lo specialista era lasciato dormire, tanto più che Diana non osava nemmeno accennarvi nelle sue lettere ad Alberto; ma non per questo ell'era tranquilla, chè anzi la sua inquietudine cresceva d'ora in ora. E quella sera, sotto l'impressione che Bebè fosse rimasta mortificata dal rimprovero, a lei scendeva nell'anima una invincibile tristezza che le inumidiva le ciglia e la rendeva quasi dimentica del trionfo di suo marito. --Caro, caro tesoro--ella esclamò prendendo in collo la bimba e coprendola di baci--che tu parli o no, la tua mamma t'intenderà sempre. In quella stretta, Bebè ebbe un postumo desiderio del latte ond'era privata da un mese, e le sue piccole dite scorrevano indiscrete sui bottoni del vestito materno, mentre la bocca rosea mordeva la stoffa e commentava l'atto espressivo col solito suono indistinto: -umm-, -umm-. Diana, severa, ammoniva.--Nossignora, non si può... Non c'è più niente. Forse Bebè lo sapeva e voleva ridere soltanto. Ora aveva afferrato un bottone e lo tirava con violenza. --Insomma se sei cattiva, vai di là. In mezzo a questi contrasti giunse Eugenio Bardelli, l'assistente e il factotum di Varedo che lo seguiva come la sua ombra quand'egli era a Torino, e durante le sue assenze ne riceveva ed eseguiva zelantemente gli ordini, e passava mattina e sera da Diana a offrirle i propri servigi. --Vengo dalla Redazione della -Gazzetta Piemontese---egli disse.--Ho visto un telegramma fresco fresco da Roma... Il professore ha riportato un grande successo. --Lo so, lo so--rispose Diana sorridendo. E accennò al dispaccio ch'era aperto sulla tavola; indi soggiunse:--Grazie lo stesso... Sempre gentile, Bardelli. --O le pare!--ripigliò l'assistente dopo aver dato un'occhiata al telegramma di Varedo.--Sì, dev'esser stato un trionfo... Ma non è da maravigliarsene... Parla così bene il professore... Che dote l'eloquenza! Diana sospirò al pensiero che la sua figliuola non dava pel momento alcun segno di possedere questa qualità preziosa. Intanto l'arrivo di Bardelli aveva distratta Bebè da' suoi attacchi insidiosi. Bardelli era un amico che d'ordinario s'occupava molto di lei. O perchè non se ne occupava oggi? ---Umm-, -umm---ella fece per richiamare la sua attenzione. --Buondì, Bebè--disse il giovine. Diana tentennò la testa.--Ah, è cattiva... Or ora la consegno all'Irene che la porti a letto. L'Irene era la bambinaia. Bebè protestò nel suo linguaggio contro la perversa intenzione.---Umm-, -umm-.--E guardava Bardelli quasi per invocare il suo aiuto. --Vuoi venire con me?--Chiese l'assistente. E le tese le braccia. Ella fece altrettanto. Diana si mise a ridere.--Bardelli, che vuol prendersi lei questo impiccio? --Sicuro, siamo buoni amici con Bebè... Non è vero, Bebè? --Ebbene--ripigliò la signora Varedo con una risoluzione improvvisa--gliela dò per un pajo di minuti; fin tanto che scrivo due righe di telegramma per Alberto. Me le imposta lei quando esce, Bardelli? --Naturalmente. --Ah, Bardelli, come ci avvezza male! --Ma, signora Diana...--principiò il professorino. Dovette però interrompere la frase, perchè Bebè gli tirava i capelli. --No, Bebè, no... Appena la bimba vide che il suo amico si occupava di lei le sue mani si allentarono spontaneamente, ed ella parve tutta assorbita da un grande sforzo intellettuale. Bardelli ebbe un'inspirazione luminosa.--Bebè, chi è quella? Dì -mamma-, -mamma-... ---Umm-, -umm-. Diana, con la penna sospesa tra le dita, guardava ansiosa. ---Umm-, -umm-. --Ecco, non le riesce--piagnucolò la madre.--Nessuno mi leva dalla mente che ha un vizio organico. --Nemmeno per sogno... Vedrà... Dì mamma, Bebè. Questa volta il miracolo accadde.---Umm-, -umm-... -amm-... -mamm-... -mamma-. Diana balzò dalla seggiola.--L'ha detto?... Ha detto mamma? --Già, l'ha detto e lo tornerà a dire... Aspetti, non la confonda... Bebè, chi è quella? --Mam... mamma--ripetè la piccina. Adesso poi Diana non seppe più frenare il suo entusiasmo e volle stringersi al petto la figliuola che aveva compito il prodigio. --Cara, cara, tesoro mio, viscere mie... lo dici ancora... mamma, mamma. Bebè, disturbata dall'impetuoso amplesso materno, non cedette all'intimazione e tornò al suo solito -umm-, -umm-, a cui però ella dava un accento di protesta. --Cattiva! Con me gioca a dispetti!--esclamò la Varedo guardando Bardelli con aria mortificata.--Gliela restituisco. --Brava!... E intanto scriva il suo dispaccio. --Ha ragione... Il dispaccio... Così annunzio ad Alberto che Bebè comincia a parlare. --E--soggiunse Bardelli--se non le dispiace, insieme alle sue congratulazioni pel discorso mandi anche le mie. Il discorso di Alberto! Quasi quasi Diana se n'era dimenticata; certo esso le pareva cosa di ben tenue importanza di fronte all'altro avvenimento che la empiva di giubilo. Nondimeno si accinse a scrivere, e scrivendo leggeva:--«Deputato Alberto Varedo, Albergo di Santa Chiara. Roma.--Mille felicitazioni pel tuo trionfo, anche da Bardelli qui presente. Sappi che finalmente stasera Bebè ha detto mamma--Diana». --Va bene? --Benissimo. Bardelli si alzò tenendo la bimba in collo, prese il foglio, e lo ripose in tasca. --Badi--disse Diana,--Bebè le ha slacciato il nodo della cravatta. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000