--Sfido io... Quando si dorme... Voi, Varedo, non dormite in ferrovia?
--Questa notte non dormirei in nessun posto...
--Ah, è vero.... Scusate...
Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno,
infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini.
--Auff, si respira...
Un lungo fischio echeggiò nell'aria.
Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato.--Ci
siamo.
Varedo scattò in piedi.
--Aspettate qualcheduno qui?--domandò Cataldo.
--Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.
Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette
rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva
telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie,
confermando il suo prossimo arrivo.
Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla
tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma
e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui
vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva
all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena.
Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora
brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana,
biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini
davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri.
E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride
dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue
rocche munite.
Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con
mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello.
Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si
precipitò verso di lui.
--Alberto! Alberto!
Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere
Gustavo Aldini.
Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove
sventure scancellavano gli antichi rancori.
--Morta?--disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro.
L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento.--Coraggio!
E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del
conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente
con una raccomandazione sussurrata a bassa voce:--Procurate di
lasciarci soli.
--Morta?--ripetè Varedo.--Quando?
--Iersera... Dopo le sette e mezzo... Era tardi per telegrafarti a
Roma... Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via... Ma per dar questa
notizia era meglio che venisse qualcheduno... E son corso alla
stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15... A Pisa
non era possibile d'arrivare.... A Spezia ero già da due ore...
Alberto chinò la fronte.
--Dev'esser stato un peggioramento improvviso--egli disse dopo una
breve pausa.--Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva
assicurato che non c'erano pericoli.... Pregai la mamma d'affrettarsi,
unicamente perchè tenesse compagnia a Diana.
--A noi--soggiunse lo zio Gustavo--fece subito un'impressione
penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia
sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a
Belgirate.
--Era un bocciolo di rosa--gemette Varedo.--Sino a pochi mesi fa...
sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre... A
quell'età... E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere
della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo.
--Le donne s'illudevano... E poi le cose potevano tirare in lungo...
Per me la bimba era condannata, ma io non mi sarei certo maravigliato
se fosse vissuta ancora alcuni mesi.
--E Giraldi--seguitò il professore--come mai Giraldi non s'accorgeva
della crisi imminente?
--Ah, se i medici fossero onniscienti!... Del resto, se n'è accorto
l'altro giorno... E fu per suo consiglio che Diana ti mandò quel
dispaccio....
--Ero legato--esclamò Alberto Varedo volendo scusarsi.--Legato con le
mani e coi piedi... Non potevo partire.
--È stata una fatalità!--disse l'ingegnere Aldini con un'intonazione
che cresceva gravità alle parole.
--Chi lo nega?--replicò il deputato con veemenza.--Ma non potevo... Si
trattava della mia riputazione, del mio avvenire...
--Ieri ci fu un consulto con Mazzioli--riprese lo zio per evitare una
discussione intempestiva.
--Tardi, tardi...
--In qualunque momento sarebbe stato lo stesso... Mazzioli approvò
interamente la cura seguita dal collega.
Varedo si strinse nelle spalle.--È sempre così.
Poi chiese, esitante:--Soffriva molto?
--No--rispose l'ingegnere.--S'è spenta.
--Non conosceva più nessuno?
--Fino a iermattina la sua mamma... Più tardi nemmeno quella.
Alberto si passò il fazzoletto sugli occhi.
--E Diana--egli replicò.--in che stato è?
--Puoi figurarti.
E adesso quelle due donne son sole in casa... sole con la cameriera e
con l'Irene?
--No... C'è il portinaio, e c'è Eugenio Bardelli che ha voluto restare
a ogni costo!
Varedo tentennò il capo.--Povero Bardelli!... Anche lui ha avuto una
gran disgrazia in famiglia...
--Tutti ne hanno delle disgrazie--mormorò Aldini con voce sorda.
L'altro si risovvenne.--Tu pure. È vero.
Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra
della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini
portava il lutto sul volto e nel cuore.
E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il
convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei
loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando
nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si
svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure:
il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme
fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri,
popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville,
i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i
cedri.
Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le
tendine.
--Se si potesse non esser disturbati...
--Mi sono raccomandato al conduttore... Speriamo...
Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al
compartimento chiuso, qualcuno sussurrò:--Ci dev'essere un malato.
I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli
del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli
altri gridava tutta una filastrocca:---La Gazzetta del Popolo appena
arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran
discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza
contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi.-
--Dunque--disse Aldini,--hai fatto un gran discorso ieri?
--Ho parlato, sì... Dovevo parlare.
--E abbiamo la crisi?
--Quella ci sarebbe stata in ogni caso.
--Il Re chiamerà San Giustino?
--Non c'è dubbio... È l'uomo della situazione.
--Tu avrai un sottosegretariato?
--Certo che se San Giustino è ministro, io avrò un ufficio nel
Governo--rispose Varedo.
--Dovrai stabilirti a Roma.
--Appunto... Sarà meglio anche per Diana... Tanto meglio quanto più
presto.
L'ingegnere non rispose.
Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si
appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa
e profonda.
Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca
ricantava l'antifona:---La Gazzetta del Popolo con la caduta del
Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo.-
--Dio, che noia!--borbottò Alberto.
Aldini si sforzò di sorridere.--Sono gl'inconvenienti della gloria.
In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni
momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò
davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo.
--Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma?
--Senti--disse lo zio uscendo dal suo riserbo,--s'io avessi a darti un
consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non
opporti oggi a ciò ch'ella desidera.
--E che cosa desidera?--chiese il professore turbandosi in volto.
--Vuol andare a Venezia con la sua mamma.
--Vuol fuggire da me... Le sono diventato odioso... È inutile che tu
cerchi d'indorar la pillola... Odioso, è la parola... E quanto tempo
vuol rimanere a Venezia?... Un mese?... Due mesi?
--Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza
perchè vi resti il meno possibile... Ora è meglio non toccar questo
tasto.
--Ah, capisco--proruppe Varedo.--Diana vorrebbe una divisione
amichevole... Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna... Io
le proibirò di partire... Io le imporrò di seguirmi...
Aldini non ismarrì la sua calma.--Tu hai la legge per te... hai la
forza... Considera se ti giova d'usarne.
--Diana affronterebbe uno scandalo?
--Chi lo sa?... Tu la conosci... Quando ha preso un dirizzone...
--Ma insomma--ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più
calore persuasivo poteva,--di che colpe m'accusa?... Come
giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?... Sono
un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?... Via,
modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua
sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome... Se, tre
settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a
Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della
sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una
famiglia?... Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente
per motivi frivoli?... E la sventura che la colpì non colpisce me
pure?... Come mai?... Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra
cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di
separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci?
Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era
costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni
di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì
la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba
agonizzante:--Mi porterete subito a Venezia con voi... L'uomo che per
non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito
e di padre ha spezzato ogni legame domestico.
Comunque sia, non erano propizi a una discussione nè il luogo, nè il
tempo, e l'ingegnere si limitò a dire:--Diana oggi non può essere
equanime... Bisogna compatirla.
XXIII.
Dinanzi alla piccola morta.
Alla stazione (perchè si sapeva che Varedo sarebbe giunto con quella
corsa) c'erano due o tre colleghi d'Università, un assessore del
Municipio un segretario di Prefettura, incaricato di porger le
condoglianze e di offrire i servigi del signor commendatore Prefetto,
il quale, poveruomo, nell'interregno di due Ministeri, voleva
accattivarsi l'animo dei nuovi padroni senza provocar troppo
apertamente la collera dei vecchi, capacissimi di colpire, -in
articulo mortis-, un onesto funzionario, e ricorreva perciò al
peregrino espediente di essere indisposto.
È inutile avvertire che c'erano pure alcuni -reporters- di giornali
cittadini, occupati a notar nel loro taccuino i nomi dei presenti e i
gesti e l'attitudine dell'onorevole.
I personaggi ufficiali e gli amici, con l'aria contrita voluta dalle
circostanze, accompagnarono Alberto Varedo fino alla carrozza, non
senza mescere all'espressioni del proprio cordoglio qualche discreta
allusione alla memorabile giornata di ieri.
--Il suo nome è su tutte le bocche--disse l'assessore municipale.
E il segretario di prefettura, che non era ancora cavaliere, arrischiò
una frase più elaborata:--Ella ha dato ieri un grande esempio di virtù
civica.
Distribuite le necessarie strette di mano, Varedo salì in -fiacre- con
lo zio Gustavo e fino a casa non aprì bocca.
Nell'andito gli venne incontro singhiozzante, la suocera.
--Oh Alberto, Alberto, che disgrazia!
E soggiunse, accompagnandolo attraverso le stanze impregnate d'un
acuto profumo di ginepro:--Se tu fossi arrivato almeno iersera!
--Era impossibile--egli balbettò.--E poi sarebbe stato lo stesso...
Nemmeno iersera sarei arrivato in tempo...
--Per la bimba no... Ma per Diana...
--Diana?... Che cosa l'è successo?... dov'è?--chiese Varedo, turbato
da questa frase sibillina.
--Sempre di là... Sempre... Son tre giorni che non si spoglia...
La signora Valeria s'interruppe per voltarsi verso un ometto tutto
vestito di nero che s'era levato in sussulto da un divano ove sedeva
mezzo assopito.
--Vada, Bardelli, vada a riposarsi per qualche ora... Oh Alberto, che
Provvidenza è stato Bardelli per noi! Come ha dimenticato le sue pene
per venire a divider le nostre!
Varedo, che sulle prime non aveva riconosciuto il suo antico
assistente, gli tese la mano:--Grazie, Bardelli... E perdoni se non le
ho mandato una riga di condoglianza quando mi è giunta la notizia...
--Oh professore--biascicò Bardelli. Ma le lacrime gli fecero un nodo
alla gola e non potè dir altro.
La signora Valeria precedette suo genero nella camera mortuaria.
Curva sul letticciuolo della piccola estinta che ell'aveva, insieme
all'Irene, finito appena di lavare e di pettinare, Diana trasalì
leggermente e senza moversi di dov'era alzò lenta lenta il pallido
viso.
Non però fece un gesto, non disse una parola per respingere il marito
che le si avvicinava. Si sentì egli, prima di toccarla, respinto da
una forza misteriosa; sentì egli al cuore e ai polmoni la stretta
violenta di chi entra improvviso in una atmosfera di gelo. Le sue
braccia che stavano per aprirsi ricaddero inerti, le sue labbra
s'ammutolirono. E fermandosi alla sponda opposta del letto, egli si
chinò a deporre un bacio sulla fronte di Bebè.
Allora, dalla bocca di Diana, uscì un'esclamazione crudele:--Tardi!
--Oh Diana--egli disse, guardandola con aria di rimprovero.--Non esser
spietata.
Ella non rispose, ma sostenne lo sguardo che fra dolente e imperioso
si fissava su lei. Nell'atteggiamento del suo volto non era nè sfida
nè collera; era una tristezza accasciata che pareva significare: A che
prò tormentarci? Quello che si è spezzato fra noi non si accomoda più.
--Diana--egli replicò.--È vero che vuoi andar via con tua madre?
--È vero.
--E se invece io volessi... se ti pregassi di seguirmi a Roma?
--No, no.
--E perchè?... Ho il diritto di chiederlo... e di saperlo.
A questa specie d'intimazione un fuggitivo rossore accese le guance
sparute di Diana, un lampo passò ne' suoi occhi.
Pur si contenne, e additò in silenzio il corpicino di Bebè steso fra
loro.
--È giusto--assentì Varedo.--Non ora, non qui... Più tardi.
Stettero ancora qualche minuto uno di fronte all'altro, divisi dal
letticciuolo ove giaceva la creaturina innocente che, viva, li aveva
disgiunti, che, morta non valeva a riunirli.
La signora Valeria passò il braccio sotto quello di suo genero, e lo
ricondusse fuori dalla camera.
--Avrai bisogno di un caffè, di una tazza di brodo... Ho fatto
preparare nel tuo studio... C'è anche il letto pronto...
E continuò supplichevole:--Permettile di venire a Venezia... Oggi non
potrebbe nè restar qui sola, nè andare a Roma che risveglia in lei
così tristi memorie... Te la riporteremo noi... spero te la
riporteremo guarita.
--Ma io non intendo ch'ella disponga di sè come se io non ci
fossi--ribattè Varedo.--Non intendo che mi tratti come un malfattore.
--Devi perdonare all'eccitazione de' suoi nervi--disse la signora
Valeria.--Ah se aveste ieri sera confuse le vostre lacrime!... Non ne
avrai colpa... non ti giudico... Ma il Signore ha voluto aggravar
doppiamente la mano sopra di noi... Mi concedesse egli almeno di
riuscire a far sì che vi lasciaste in buona armonia!
Sulla scrivania dello studio Alberto trovò un mucchio di biglietti da
visita, di lettere, di fogli, di telegrammi arrivati per lui quella
mattina. E mentr'egli prendeva in fretta una cucchiaiata di brodo e
beveva un sorso di vino, altri biglietti, altre lettere, altri fogli,
altri telegrammi arrivavano via via senza posa. E capitavano pure
ambasciate e richieste di colloqui.--A che ora potrebbe l'onorevole
ricevere?
--Non rispettano neanche questo giorno!--esclamò, scandalizzata, la
signora Valeria.
--Lo vede, mamma, se noi uomini pubblici siamo padroni del nostro
tempo.
--Dà la consegna di non lasciar passare nessuno--insistè la suocera.
--Nessuno, è difficile... A ogni modo, non riceverò anima viva prima
delle tre... a eccezione di Bardelli... che mi aiuterà a sbrigar tante
cose... Non c'è di là, Bardelli?
--Non c'è, ma tornerà prestissimo, non dubitarne.
--Perchè pur troppo ci sono tristi necessità che non patiscono
indugio.
--Di quelle si occuperà Gustavo... Ha detto che può servirsi d'un paio
d'impiegati della sua Compagnia di Sicurtà.
--Grazie... In questo caso...
Varedo prese un foglietto di carta e tracciò in fretta due righe di
partecipazione.
--Basterà inserirle in tutti i giornali cittadini... le partecipazioni
private sono inutili... Ce vorrebbero troppe e si commetterebbero
infinite dimenticanze... Aggiungerete l'ora... È fissata?
--Le nove di domattina--rispose la signora Valeria. E non potè frenare
uno scoppio di pianto.
--Coraggio!--sospirò Alberto.
E nel riaccompagnarla fino alla soglia disse:--Fate tutto voi...
Disponete voi... decorosamente... Circa a Bardelli, siamo intesi...
Appena viene, mandatemelo.
--E non vuoi riposare?
--Mi butterò vestito sul letto per una mezz'ora.
Di lì a mezz'ora, l'onorevole era in piedi.
Camminando su e giù per la stanza, apriva i giornali, le lettere, i
dispacci, gettava nel cestino, o sulle sedie, o per terra le carte
inconcludenti; poi, seguitando a camminare, dettava un telegramma, un
biglietto a Eugenio Bardelli, che, seduto al tavolino con la penna in
mano, aspettava gli ordini. La vita lo aveva ripreso ne' suoi
ingranaggi, le superbe promesse dell'avvenire lo distraevano dalle
tristezze presenti. Era lui che, di tratto in tratto, diceva una
parola di conforto all'altro.
--Si faccia animo... Sia un uomo... Scriva, scriva. Non c'è quanto il
lavoro per stordirsi.
Docilmente, Bardelli s'asciugava le lacrime con la manica del vestito
e si rimetteva all'opera.
E Varedo pensava che mai avrebbe trovato un segretario così fedele,
così devoto, d'una devozione e d'una fedeltà che resistevano a tutte
le prove e a tutti i disinganni. Anche lo pungeva il rimorso di non
aver fatto per Eugenio Bardelli quello che avrebbe dovuto fare. Non
gli aveva conservato il posto d'assistente, non lo aveva appoggiato
nei suoi concorsi universitari, non aveva seguito con l'interesse che
tanti professori mostrano verso i loro antichi studenti lo svolgersi
della sua attività scientifica.
Fu dunque, almeno in parte, l'onesto desiderio di riparare ai propri
torti che gli suggerì la domanda:--Bardelli, accetterebbe ella un
impiego a Roma?
Colto di sorpresa, il giovine alzò gli occhi mezzo trasognato.
Varedo proseguì, a modo di spiegazione:--Andando al Governo... parlo
nell'ipotesi che la crisi si risolva secondo le previsioni generali...
andando al Governo, avrei la facoltà di chiamar presso di me qualche
persona di mia fiducia... Lei potrebbe essere, che so io, il mio
segretario particolare... Ciò non pregiudicherebbe le sue aspirazioni
all'insegnamento superiore... Ma quei benedetti concorsi son così rari
e ci son sempre tanti aspiranti... Neppur la cattedra di Palermo sarà
facile averla...
Bardelli lo sapeva già che a Palermo gli si preparava un nuovo fiasco
e che probabilmente quel fiasco non sarebbe stato l'ultimo; lo sapeva
che le sue condizioni economiche non eran tali da permettergli di
restar lungo tempo disoccupato; e nondimeno sentiva che l'offerta del
professore non era oggi accettabile... Ah, con che cuore l'avrebbe
accettata quattro o cinque mesi addietro! Seguitar a vivere
nell'intimità della famiglia Varedo, veder ogni giorno Diana, veder
ogni giorno Bebè, non era stato questo il suo sogno?... Ora la
famiglia era disciolta; Bebè era morta, Diana non avrebbe accompagnato
il marito a Roma... E se pur si fosse indotta più tardi a
raggiungerlo, avrebbe ella gradito la presenza assidua di un uomo che
aveva osato farle una dichiarazione d'amore? Ed egli stesso, Bardelli,
era sicuro appieno di sè, sicuro di non esser ripreso dalla sua
follia?
Mentr'egli studiava una risposta, Alberto lo levò momentaneamente
d'impaccio dicendogli:--Non importa che si decida subito... Rifletta
fino a domani... Già, per oggi, non c'è nulla di positivo.
E in fatti non c'era ancora la notizia che San Giustino fosse stato
invitato al Quirinale.
Alle tre cominciarono le visite. Venne il Rettore dell'Università,
vennero alcuni professori, e il Sindaco che non s'era potuto recare la
mattina alla stazione, e il Presidente del Consiglio provinciale, e i
direttori di due fogli cittadini, e altri ch'erano o desideravano di
esser creduti in dimestichezza con un uomo vicino ad afferrar il
potere.
Parlavano poco della disgrazia, e molto della crisi, molto del
discorso di Varedo che faceva le spese di tutti quanti i giornali. E
giù elogi, auguri, pronostici di grandezza e di gloria.
Ma Varedo rifiutava gli elogi, gli auguri, i pronostici. Il ricordo di
quel discorso sarebbe stato per lui un cruccio eterno. Già egli
nemmeno si rendeva conto del come gli fosse riuscito trovar frasi
appropriate, aggruppar gli argomenti in ordine logico avendo sempre il
pensiero rivolto a casa sua... Certo era che per cagione di quel
discorso egli aveva ritardato la sua partenza da Roma e giunto a
Torino non aveva abbracciato che un cadavere... Ah, se i successi
oratorî si pagano a sì caro prezzo!
Gli amici lo commiseravano, lo confortavano, e il collega Sali, della
facoltà di lettere, citava vari esempi di personaggi storici trovatisi
come Varedo nella necessità di sacrificare i loro interessi
particolari e le loro affezioni più sacre a qualche supremo dovere
pubblico.
Alberto tentennava la testa.--È la scusa di noi altri uomini... Non
c'è dubbio poi che in parecchi casi le esigenze della vita esteriore
ci distolgono dal ruminar troppo i nostri dolori privati. Le povere
donne non hanno questa valvola di sicurezza.
Indi tutti gareggiavano in sollecitudine nell'informarsi di Diana. Il
Sindaco, il Rettore, il professore Sali dissero che le loro consorti
sarebbero venute volentieri a visitarla, ma avevano inteso ch'ella non
riceveva.
L'onorevole la scusò.--Non è in grado di veder nessuno... È
affranta...
E soggiunse:--La mando per alcune settimane a Venezia con la sua
mamma... Qui rischierebbe di rimaner sola, perchè io non sono sicuro
di non esser chiamato a Roma...
Qualcheduno interruppe:--O piuttosto siete sicuro che vi chiameranno.
--L'avvenire è sulle ginocchia degli Dei--replicò Varedo con
circospezione.--Ma non importa. Io volevo dire che se mi trasferissi a
Roma non mi fiderei di condurvi tosto mia moglie, indebolita com'è,
fissa nell'idea che a Roma appunto la nostra figliuola abbia preso il
germe della malattia che l'uccise. Ci verrà più tardi, quando si sarà
ritemprata e rinfrancata.
Da savio politico che fa apparir quali concessioni spontanee le
necessità a cui gli tocca piegarsi, Alberto Varedo si premuniva così
contro le interpretazioni sfavorevoli che altri avrebbe potuto dare al
viaggio di Diana. Egli aveva meditato sulle parole dettegli dallo zio
Gustavo in strada ferrata. «Tu hai la legge per te. Hai la forza. Vedi
se ti conviene d'usarne».
Come esitar nella risposta? Come non capire che uno scandalo
famigliare, in quei giorni, con le ire e le invidie destate dalla
subitanea fortuna avrebbe avuto conseguenze incalcolabili? Una cosa
ormai sarebbe bastata a Varedo: che Diana smettesse verso di lui
quella sua aria di giustiziera, che riconoscendone l'autorità
spogliasse i suoi atti d'ogni carattere di ribellione.
Ma mentr'egli col suo linguaggio calmo e misurato lasciava nell'animo
degli ascoltatori l'impressione di un marito pieno di mansuetudine e
di riguardi verso la moglie, e con tutto il suo contegno infondeva nei
presenti il mite benessere ch'è proprio di chi, recatosi a fare una
visita di condoglianza, si trova al cospetto di persone bell'e
rassegnate, Diana implorava da sua madre e da suo zio la grazia di
risparmiarle un colloquio con Alberto.
--Date retta a me--ella diceva--consigliatelo di non insistere.
Correrebbero tra noi le parole irreparabili che tolgono perfino la
remota possibilità d'un ravvicinamento... E credete pure ch'io non
m'illudo... Anche nell'infinita miseria di questi momenti ho la mia
testa lucida... Non mi illudo... Il mondo mi chiamerà un'esaltata, una
visionaria, una pazza... Io dovrei gloriarmi d'esser la signora
Varedo... Che mi manca? Di che mi lagno?... O, piuttosto, quante
ragioni non ho di essere invidiata?... L'uomo di cui porto il nome non
è già illustre nella scienza e nella politica? Non passa di trionfo in
trionfo? Non sarà domani sottosegretario di Stato e forse tra qualche
mese Ministro?... E, ciò che più vale, non è onesto in mezzo a tanti
corrotti, semplice nella vita, austero nei costumi, alieno da quelle
galanterie che pur si considerano peccatucci veniali?... Sì tutto
questo è vero; ma il mondo non sa che mio marito mi ha a poco a poco
disseccato il cuore... Ero timida, schiva, ritrosa, ma ero anche
assetata di affetto... Egli non ha inteso il grido che dal fondo della
mia anima si levava verso di lui... Finchè ha potuto avermi docile
strumento nelle sue mani, pronta a sopprimer me stessa per
compiacerlo, gli fui, o gli parvi, cara... senza entusiasmo però,
senza espansione, senza tenerezza... Non ubbidivo io, servendolo, a
quella legge del dovere ch'egli predicava con fervore d'apostolo?...
Ma quando un nuovo dovere è sorto per me e per lui, un dovere che
poteva sprigionar la scintilla onde le nostre intime fibre avrebbero
finalmente vibrato all'unisono, allora egli mi ha gettato in un canto
come un abito frusto... Ha gettato in un canto me, e la mia, la -sua-,
bambina... Mai non le ha voluto bene, mai non s'è occupato di lei...
Sana, ella lo infastidiva con la sua vivacità; malata, coi suoi
lamenti... Non le ha sacrificato un giorno, un'ora, un minuto... Poche
settimane fa, io che prevedevo, l'ho scongiurato di non partire, di
non lasciarci sole.
--Appunto perchè non restaste sole ha scritto a me di anticipare la
mia venuta--notò, indulgente, la signora Valeria.
Diana ebbe un gesto d'impazienza.
--Oh la bella cosa di scaricarsi dei propri pesi sulle spalle degli
altri... specialmente per chi si atteggia a moralista!... E che conto
ha fatto delle mie lettere... delle notizie sempre più sconfortanti
che gli mandavamo da qui?... Già. il -dovere- lo tratteneva a Roma...
quello de' suoi doveri che si conciliava con la sua ambizione... Te ne
ricordi, mamma? Te ne ricordi, zio Gustavo? Voi mi dicevate «Vedrai,
almeno una corsa a Torino la farà». Io che lo conosco, io vi
rispondevo: «No...» Neanche il mio telegramma è valso a scuoterlo... E
sì che quella era la tavola di salvezza che si getta al naufrago...
Perchè non l'ha afferrata? Perchè non ha udito il mio appello, il mio
ultimo appello?... Perchè ha lasciato morire la sua figliuola?...
Ebbene, è morto anch'egli... come lei.
Diana si pentì dell'eresia che l'era scappata di bocca, e voltandosi
verso l'uscio della camera dove la bambina giaceva, tra i fiori, sul
suo letticciuolo:--Che dico mai?--esclamò.--Tu non sei morta, il mio
caro tesoro... Tu vivi qui dentro...
Si portò la mano al cuore che si spezzava, e balbettò:--Egli, egli è
morto.
La signora Valeria le sussurrò piano, baciandola in viso:--Perdona...
Ah tu non sai quante cose le donne perdonino! Perdonano il tradimento,
perdonano l'infedeltà...
Ma Diana l'interruppe con un'energia ch'era veramente meravigliosa in
quel corpo sfatto dalle veglie, distrutto dall'angoscia:--Oh, il
perdono è facile alle donne che sono state amate, alle donne che
amano... Dove c'è l'amore, c'è posto per tutto... Io non l'ho trovato
mai nel mio matrimonio, l'amore... per quanto l'abbia cercato... Io
non ho sentito parlare che di dovere... E ho creduto che potesse
bastare!... Tu taci, zio Gustavo.... Ma allora tu leggevi nel
futuro... Tu sorridevi tristemente di quella nostra pretesa d'edificar
una famiglia sul solo dovere...
--Non curarti di quello che ho potuto pensare--rispose lo zio.--Io
penso adesso che convien sempre fare quanto dipende da noi perchè la
vita non sia peggiore di quella che è... La via che hai scelta non
conduce a nulla di buono...
--Sicchè tu pure, come la mamma, sei per il perdono, per la
riconciliazione?
L'ingegnere accennò affermativamente col capo.
--E io--replicò Diana--sono costretta a ripetere a te e alla mamma:
No... Una riconciliazione oggi sarebbe un'ipocrisia, e io ho mille
difetti, ma non sono ipocrita... Del resto che bisogno ha -egli- di
me? Egli ha raggiunto la sua mèta; passata che sia (e passerà presto
per lui) l'emozione di questa sventura domestica, egli sarà un uomo
felice... Non ha bisogno del mio perdono, nè della mia compagnia...
Che ne farebb'egli a Roma d'una donna sempre in lacrime, sempre fissa
in un'idea dolorosa? Via, mamma, tu gli rendi un servizio portandomi
teco... Solo un puntiglio feroce potrebbe indurlo ad opporsi....
--Non si opporrà, ne sono convinta--disse la signora Valeria.--Ma non
ha tutti i torti se desidera che tu gli chieda licenza.
--Chiedetegliela voi in mio nome--rispose Diana.--Ancora una volta, ve
ne supplico a mani giunte, risparmiatemi la prova terribile di un
colloquio con mio marito... Ve ne supplico in nome stesso di quelle
speranze che voi coltivate nel segreto dell'anima vostra.... Ditegli
che non lo odio, che riconosco i suoi meriti, che gli auguro gloria e
fortuna... ma che oggi non posso... non posso...
I singhiozzi le impedirono di continuare; le forze le vennero meno;
levatasi in piedi, si sentì vacillar sulle gambe, ma prima che sua
madre o suo zio accorresse a sostenerla, ella ebbe il tempo di
precipitarsi nella camera vicina e di cadere ginocchioni presso il
letto di Bebè.
La signora Valeria la seguì e si chinò amorevolmente a lisciarle i
capelli.
--Calmati, Diana.... Non ci ostiniamo più... Faremo a modo tuo... Ma
tu pure sarai compiacente, non è vero?
Diana alzò, interrogando, il viso bianco come quello della piccola
morta che le aveva strappato il cuore.
--Ti coricherai per qualche ora.
--Oh.... perchè?... È inutile.
--Per essere in grado di partire domani--ripigliò la madre.--Tu non
vuoi restar qui dopo che...
--No, no--disse Diana con terrore.--Non un minuto...
--Vedi dunque...
La signora Valeria passò il braccio sotto l'ascella della figliuola e
l'aiutò a rimettersi in piedi.
Diana ribaciò sulla fronte e sugli occhi il cadaverino che già si
dissolveva e svaniva, e mormorò con un filo di voce:--Torno, sai,
Bebè.
Indi, con la testa appoggiata alle spalle materne, col fazzoletto alla
bocca per soffocare i suoi gemiti si lasciò condur via docilmente.
XXIV.
Un Ministero fatto e una famiglia disfatta.
Quante corone! Quante corone! Del Rettore e dei professori
dell'Università, dell'onorevole San Giustino (bellissima, ordinata
telegraficamente da Roma), di Eugenio Bardelli, degli studenti della
facoltà giuridica, dell'Associazione costituzionale monarchica, degli
elettori liberali del collegio rappresentato in Parlamento da Alberto
Varedo, della casa editrice che pubblicava l'opera sul -Dovere-, delle
Redazioni di due giornali politici e di un giornale scientifico, ecc.,
ecc.
E quanta gente dietro il piccolo feretro! Quante carrozze di privati e
di autorità, da quella del Sindaco a quella del Prefetto, il quale, la
sera prima, guarito improvvisamente dalla sua indisposizione nel
ricever alle sette la notizia ufficiale dell'incarico dato da Sua
Maestà a San Giustino, era voluto venir in persona alle otto a casa
Varedo a rinnovar le sue condoglianze! A farlo apposta la povera Bebè
non avrebbe potuto scegliere un momento più opportuno per morire ed
esser sepolta in mezzo a unanimi attestazioni di simpatia e di
compianto.
Chiuso nel suo soprabito nero abbottonato d'alto in basso, Alberto
seguiva a piedi il carro funebre, e la sua fisonomia, bench'egli si
sforzasse di frenarne i moti, assumeva atteggiamenti sempre diversi.
Era a volte una commozione sincera, a volte una concentrazione a cui
la triste realtà del presente sembrava estranea, a volte un cruccio
segreto contro qualcheduno e contro qualche cosa, un lampo fugace
d'orgoglio, o una mal repressa impazienza d'uscir da quell'atmosfera
di morte, di tornar nella lotta, nella vita che lo chiamava.
Nondimeno, sciolto il corteo, scambiate le parole d'uso e le strette
di mano automatiche, egli entrò con Gustavo Aldini, Eugenio Bardelli e
altri pochi nel recinto del cimitero, deciso a rimanervi sino alla
fine. Vide calar nella fossa la bara, ahi così lieve a quelli che la
portavano, udì il sordo rimbombo delle palate di terra gettate a
colmar l'orribile buca, e il fruscìo delle ghirlande ammucchiantisi
sul tumulo ove in brevi giorni le avrebbe arse il sole e sbattute la
pioggia... E gli parve che di sotto a quei fiori, di sotto a quelle
zolle venisse, fra timida e maliziosa, un'esile voce:---Papà citto.-
L'ingegnere gli toccò il braccio.--Andiamo.
Varedo si scosse con un movimento brusco, come di chi vuol liberarsi
da un incubo.--Eccomi.
Fuori dal cancello li aspettava un landau chiuso.
--Monti anche lei. C'è posto--disse Gustavo Aldini a Eugenio Bardelli
ch'era in uno stato da far pietà.
--Sì, monti, monti pure--ripetè Alberto.--E non si lasci abbattere in
quel modo.
Ormai egli aveva ripreso l'assoluta padronanza di sè, e le lacrime di
Bardelli lo infastidivano.
--Bisogna sapersi dominare--egli sentenziò in tuono cattedratico.--È
più penoso, ma è più virile.
Indi si volse allo zio Gustavo.
--È stata una dimostrazione molto lusinghiera, una dimostrazione di
cui serberò eterno ricordo... Scrivine tu a tua nipote.
S'interruppe per guardare il suo ex-assistente che seduto di fronte a
lui seguitava a passarsi sugli occhi il fazzoletto inzuppato come una
spugna, e stette in forse se continuare il discorso. Ma riflettendo
che Bardelli era persona fidata cedette alla tentazione di sfogar
l'animo suo.
--Le dirai che c'erano ottimi mariti e ottimi padri i quali non
avevano l'aria di giudicarmi un padre e un marito snaturato... Ah,
oggi Diana ha vinto il suo punto... È partita con sua madre senza
nemmeno prender commiato... Per evitare pubblicità non mi son voluto
valere de' miei diritti... ma ch'ella non faccia assegnamento sulla
mia debolezza... E sopra tutto che non s'atteggi a vittima... Non lo
tollererei; e se ci mettessimo in lotta aperta si vedrebbe...
--Non parlare con quell'asprezza--rispose l'ingegnere Aldini.--Dà
tempo al tempo... Fidati nell'opera conciliativa di mia sorella.
--Di mia suocera non ho che da lodarmi--convenne Varedo.--E anche di
te... che pur non avevi nessun dovere....
Aldini gli chiuse la bocca con un gesto.
--Voi avete un torto--egli disse....--intendo tu E Diana,... sicuro,
anche Diana.... Avete il torto di parlar troppo di diritti e di
doveri.
--E su che altra base vorresti piantare i rapporti sociali?
--Amare, compatire e perdonare--replicò l'ingegnere--sorridere qualche
volta delle debolezze umane, ecco tutta quanta la mia filosofia.... Ma
non discutiamo, per carità... Io non sono in grado di misurarmi
teco... E poi sono uno spirito pigro e credo poco all'efficacia della
discussione... Sono convinto che ogni uomo abbia le opinioni che
meglio si adattano al suo temperamento e al suo ingegno.
Eugenio Bardelli taceva. Ma durante questa piccola disputa fra i due
congiunti egli sentiva crescere l'ostilità latente contro il suo
antico idolo, contro Varedo, reo di non aver amato Bebè, di non aver
compreso Diana e di non tener adesso sul conto di lei un linguaggio
abbastanza rispettoso... Oh perchè, perchè non poteva egli proclamarsi
campione di quella donna santa, di quella donna perfetta?... Perchè
non poteva almeno infonder maggior calore nelle difese, secondo lui,
fiacche ed insufficienti che della nipote faceva l'ingegnere Aldini?
E Bardelli si risovveniva altresì ch'egli era in debito d'una risposta
al professore, e che quella risposta era attesa entro la giornata.
Mille ragioni lo costringevano a rifiutare l'offerta, ma non si
dissimulava le conseguenze che questo rifiuto avrebbe esercitato sul
suo avvenire, prevedeva le querimonie di sua madre, le beffe dei
conoscenti, le aumentate difficoltà di trovare un posto anche mediocre
dopo essersi lasciato sfuggir l'occasione d'averne uno di ottimo.
Tali erano i pensieri che lo angustiavano, quando, poco prima che la
carrozza si fermasse, il deputato lo chiamò a nome.
Egli si scosse e arrossì fino alla radice dei capelli.
--Abbia la compiacenza di salir con noi--disse Alberto.--Sarà arrivata
la posta e dovrò forse pregarla di qualche commissione. In ogni caso
le staccherò uno chèque da riscuoter subito alla Banca popolare.
E soggiunse, voltandosi verso l'ingegnere:--Mi passerai la nota del
danaro che hai sborsato per conto mio.
--Sì, sì, non c'è fretta....
--Anzi ce n'è molta, perchè probabilmente partiamo entr'oggi tutti e
due per destinazioni diverse.... Vai a Parigi?
--Ma! Sono incerto....
Il portinaio venne ad aprir lo sportello e consegnò a Varedo un fascio
di lettere e dispacci e giornali.
Su in casa la cameriera aveva apparecchiato la colazione in salotto da
pranzo.
Varedo invitò Bardelli a sedere a tavola.
Il giovine si schermiva.--Se mi dispensasse... Proprio non ho
appetito...
Già sulle scale s'era sentito di nuovo empir gli occhi di lacrime,
aveva provato la tentazione di andarsene.
--E crede che noi ne abbiamo dell'appetito?--replicò Alberto, seccato
che altri manifestasse un dolore più forte del suo.--Si prende un
boccone per tenersi ritti.
E tra due cucchiaiate di minestra egli cominciò lo spoglio della sua
corrispondenza. I semplici biglietti da visita li metteva da parte,
senza nemmeno guardarli. E metteva insieme con quelli le lettere e i
dispacci che portavano soltanto parole di condoglianza.
--A tutti questi signori converrà spedir le nostre carte di
ringraziamento. Se ne incaricherà lei, Bardelli, con comodo...
A Varedo bastarono pochi minuti per prender conoscenza di quella massa
di roba. Ciò che gli premeva di più non c'era. San Giustino gli aveva
bensì telegrafato la sera innanzi informandolo dell'incarico ufficiale
avuto dal Re, ma se l'era cavata con lo stretto necessario,
aggiungendo: -Il resto a domani-. Ora il nostro onorevole aveva
sperato di trovar una lettera o un lungo telegramma del capo del
futuro Gabinetto, e benchè il ritardo non avesse nulla di strano, gli
pesava d'esser rimasto deluso... Cercò quindi nervosamente,
dispettosamente le notizie della crisi nei giornali della mattina,
arrabbiandosi delle contraddizioni e delle assurdità che vi
riscontrava. Tutti avevano le loro informazioni da -ottima fonte-,
tutti ammannivano ai lettori una lista ministeriale diversamente
combinata; non tanto pei nomi che, su per giù, eran gli stessi quanto
per la distribuzione dei portafogli.
Al professore scappava la pazienza.
--Oh che balordi! Anche questi qui, come Cataldo, vogliono assegnare
l'istruzione a Sardi Gallese.... Si starebbe freschi.... E questi
altri che danno il tesoro a Modica!... L'agricoltura e commercio,
forse... O le poste....
Erano brevi monologhi che Varedo borbottava per conto suo. Gustavo
Aldini era fuori nell'andito, sollecitato dalla cameriera di
sbarazzarla di certi importuni che pretendevano la mancia per uffici
prestati durante i funerali; Bardelli seduto davanti al suo piatto
vuoto, girava gli occhi intorno a guisa d'uomo che non sa se dorma o
sia desto. Gli usci, tranne quello che dava nell'andito, erano
spalancati, ed egli spingeva lo sguardo or a destra ed ora a sinistra
nelle note stanze di dove non gli sarebbe più venuta incontro Bebè,
dove non avrebbe più visto Diana.--Addio, Bardelli--gli aveva detto
Diana quella mattina.--Grazie di quello che ha fatto per noi... E che
il Signore la ricompensi....--Pochi minuti dopo, mentre il corteo si
moveva, egli aveva creduto scorgere per un istante il bianco viso di
lei alla finestra, fra gl'interstizi di due cortine... E adesso
ell'era partita per non tornare, come non tornava Bebè.... La bambina
adorabile che lo aveva amato, la donna angelica che lo aveva assolto,
le due dolci creature che avevano brillato, luci benefiche, nel grigio
orizzonte della sua vita, s'erano dileguate per sempre. Ogni cosa qui
parlava di loro, ogni cosa ricordava la loro presenza, ogni rumore
evocava il suono dei loro passi, delle loro voci; ma esse non
c'erano... Una sola persona pareva indifferente a tanta miseria, ed
era il capo di quella famiglia distrutta... Ambizione e vanità, ecco i
moventi unici dell'uomo ch'egli, Bardelli, aveva ciecamente
ammirato... No, egli non poteva aver più nulla di comune con lui...
Poteva ubbidire oggi ai suoi cenni, poteva prestargli ancora per
qualche giorno l'opera sua (e forse lo attirava con un fascino triste
e invincibile la casa piena di memorie) ma invocarne, ma accettarne i
favori, non mai.
--E ora--disse Varedo avviandosi--venga di là con me.
--Alberto, Alberto!--chiamò l'ingegnere Aldini che rientrava nel
salotto da pranzo, seguito dalla bambinaia.--C'è l'Irene.
La ragazza s'avvicinò asciugandosi gli occhi col grembiule.
--Non ho altro da fare--ella balbettò.--Se il professore non ha
comandi...
--Ah--replicò Varedo--bisognerà regolare i vostri conti.
--No, no; li ha regolati.... con molta generosità.... la signora....
Volevo prender congedo, domandar scusa se ho mancato... e implorare
una grazia.
--Parlate.... liberamente.
--Se si contenta di lasciarmi.... come ricordo di quel caro
angioletto.... queste due scarpine.... le ultime ch'ell'ha portato...
E le tirò fuori di tasca, piccole tanto che le stavano nel pugno.
--Tenetele pure--disse Varedo commosso.
L'Irene gli baciò la mano, riconoscente.
--Grazie, signor professore... E così Iddio assista lei e la buona
signora.... e mandi loro altri bambini.
Nella sua semplicità popolana l'Irene non poteva ammettere che le
bizze fra marito e moglie dovessero durare eterne.
Senza rispondere all'augurio, Varedo le regalò un biglietto di
cinquanta lire e la congedò con parole amorevoli.
Ella uscì confusa e singhiozzante.
Con uno sforzo energico di volontà, il professore ringhiottì le
lacrime che gli salivano al ciglio, e accennò a Bardelli di seguirlo
nello studio, ove gli dettò due dispacci e gli consegnò lo -chèque-
per la Banca.
--Mi fa il piacere di spicciarsi, perchè il danaro mi occorre...
Quando poi sarà tornato, discorreremo con comodo di quell'affare di
ieri... I dispacci li imposti strada facendo.... Aspetti, aspetti, che
forse ci sarà qualcos'altro.
E mosse incontro alla cameriera che portava su un vassoio tre
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