di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la
quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.
Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un
po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata,
mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una
professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non
privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel
mondo.
Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in
parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva
ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio
pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se
avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si
sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno
la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve
n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.
Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso
era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome
non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio
del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse
da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi
poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui
suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono
tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per
una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E
tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni,
alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: -- Ma
via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non
sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni
da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi
vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti
spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere
lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!...
Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera
e allora avrai le ricchezze e la gloria....
Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle
nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni
dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso
fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie
del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro.
Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si
mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero
personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa
M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non
parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come
disertore s'egli abbandonava la -buona- società.
A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di
lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per
le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di
sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli
rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo.
Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si
ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole.
Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe
fatto la -Trasfigurazione- di Raffaello, se si fosse potuto scrivere
un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto
gli -Ugonotti-. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito,
festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini,
si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il
trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno
o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune
migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione
indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non
lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società,
se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...
Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo
sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. -- Son cose
che si fanno tra amici -- egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli
altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da
quelli del rimborso.
Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si
perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso
di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un
anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi
della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere
intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di
non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante
mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte
C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione
o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato,
quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di
accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini,
i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo
verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il
solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il
conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente,
e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò
non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio.
E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato
appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare
alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere
assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da
gentiluomini. -- Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o
scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che
cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?
Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta
grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per
fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava
all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava
il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore
un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono
di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne
egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore
sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non
iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto
ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice
proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: -- Una testa di
fantasia! Una testa di fantasia!
Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano
anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genia, diventavano più
fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi,
a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si
andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo
e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano
moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si
maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo
riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche
gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara. egli, il favorito
di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di
troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile.
Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare
alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in
varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre
indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori dei suoi ospiti
col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere
corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne
chiudevano volentieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili
nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile
abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca
ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di
uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un
bigliettino alla sua padrona.
Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva
le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si
fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando
lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova
relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel
numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava
in villeggiatura.
Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto
in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una
ragazza -avariata- del suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della
borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po'
di blasone.
Quelli che seguirono con una certa attenzione le vicende dell'esimio
Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli
furono fatte, cioè:
La contessina A..., 200 mila lire di dote, trentacinque anni, aspetto
mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria,
trattenutasi con lui soli otto giorni;
La marchesina B..., 150 mila lire, ventotto anni, non brutta, rea d'un
unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola
conseguenza;
La signorina L..., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire.
Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;
La signorina N..., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350
mila lire, ventisette anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente
bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee
assai abbondanti ogni primavera.
Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto
al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono
d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti;
i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli
cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri
citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della
sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto
di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale
egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava
macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali
sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del
proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si
sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.
Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a
sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle
tratte fatali.
Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie
e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di
musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar
macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma
tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli
avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A
quarant'anni tutti ci chiedono: -- O che avete fatto fino al presente?
Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri
arrivano? -- E poi -- faceva osservare il conte Mario quando sollecitava
uno dei soliti -prestiti- da uno dei soliti amici -- e poi, capisci
bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo
impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore
d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci,
ma è tutta una -camorra-, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati
a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le
raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a
Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra!
Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi
aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!
Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale
volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni
alla sua teoria che un amico fosse una mucca da mungere a proprio
piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò
per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli
uomini. -- Quale egoismo! -- egli sclamava dopo aver subito un rifiuto.
-- Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!...
Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando,
egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti
e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno
le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava
diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per
sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col
crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza,
e molti temevano d'esser fatti segno a suoi strali.
Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai
un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli
sfaccendati che dicevano -- Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha
la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi
nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere
indipendente.
Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva
che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio
di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome!
Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate
del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte
non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e
impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non
si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè
in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta
l'umanità, possono non ambir nulla, e si contentano di appiattarsi
in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su
tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare
il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità.
Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non
rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.
Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo,
conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli
che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo
commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi
culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato
gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le
buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone
di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato
a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù del
-gorgonzola- grasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi
beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una
famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccacce,
sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da
Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per sè stessa una rivelazione
di gusti grossolani e plebei.
Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava
a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di
farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava
essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a
spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da
farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici
finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.
E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma
usava modi conformi a quella -indipendenza di carattere- ch'era il
maggiore suo vanto.
Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X.
Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva: -- -Si è- preso palco per
stasera?
E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva
voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito: -- Come! Non
si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio
di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia
simile....
Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo
al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza
persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di
contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere
immeritevole dei favori della fortuna.
Pur non era implacabile e il di appresso si ripresentava, perdonando,
alla tavola di chi aveva vituperato la sera.
Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori
ricevuti. Non era egli un grande artista -in potenza-? Ebbene egli
faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano
stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio
le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua
adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più
ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'-Assunta-;
nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele
preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè: --
Adesso il creditore son io.
Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero
o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da
qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della
sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolate solitudine
della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era
troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a
virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non
poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno.
Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del
mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che
erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo,
ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla
società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non
lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva
dato più di quanto egli s'era atteso da lei.
Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una
pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè
ella gliela offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.
Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti
fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa
abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la
stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentre egli
era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la
chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre
qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.
Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un
frammento di specchio, dopo aver spolverato in tutti i sensi l'unico
vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta
fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle
illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile.
Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle
mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e
seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico.
Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli
le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio
od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande
matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle
membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro
figliuoli rivivevano ai lieti di della giovinezza; egli invece aveva
finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri
dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava
solo, povero, infermiccio... Misero chi non prepara gli alloggi alla
vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne
l'estate non vestendo i panni invernali.
Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli
eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di
loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi
con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni -vuoti-. La sera
rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo
domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo,
compreso quello della pigione.
Il conte Rinalducci, come dissi fin da principio, è morto, e l'onore di
ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista
Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già
da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da
desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.
Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista
Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò
prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte)
e disse: -- Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.
-- Sicuro, -- rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo
telaio da ricamo.
-- È stranissimo, -- soggiunse il signor Giovanni Battista.
Indi marito e moglie tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri
cinque minuti.
-- Non capisco, -- riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.
-- Se facessimo intanto portare in tavola? -- insinuò timidamente il
marito.
-- Ti pare? -- replicò -madama-. -- Rinalducci andrebbe su tutte le furie.
Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda...
-- E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.
-- È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla
fredda.
-- Gli è che invece io preferisco la minestra fredda...
-- Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!
-- Già... anche troppo commensale, -- sospirò il signor Giovanni
Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito
bussare all'uscio.
Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e
disse subito: -- È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In
lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano... Ah!
aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è
scritto anche: -condannata 50 centesimi-. Eccoli...
Il cameriere uscì.
Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora
Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva dietro le spalle
del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:
-Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.-
MARIO.
-- Diavolo! diavolo! -- disse il signor Smerigli. -- A quest'ora! come si
fa? Senza aver pranzato?...
-- Non puoi ricusarti, -- osservò la signora Valentina.
-- È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.
-- Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?
-- Sì, sta a vedere se non se n'è già andato...
La signora Valentina scosse il campanello. -- La persona che ha portato
questa lettera? -- ella chiese al servo che si presentò.
-- È giù che attende.
-- Vedi bene, -- riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.
Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una
tazza di brodo e uscì brontolando.
Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò
disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato
per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva
pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura
delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.
-- Questa mattina, -- ella disse, -- il conte si era alzato come il solito
e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo
lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si
sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non
abbisognava di niente e che non lo seccassi... Finalmente un'ora fa,
contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava
a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo
aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui
pochi minuti or sono, tentennò il capo, fece un salasso e disse che
tornerà entro mezz'ora.... Santo Iddio!... Chi si sarebbe figurato una
cosa simile?... Ancora un uomo fresco....
E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.
Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e
gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il
capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.
-- Devo aprire? -- chiese il signor Smerigli.
Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.
Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il
pover'uomo morì di lì a poco.
Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa
del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto.
In cima alla pagina era scritto in bel carattere rotondo la parola
-testamento-.
Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte
Rinalducci?
Il signor Smerigli lesse ad alta voce:
-Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di
farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo
stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia
tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:-
MARIO CONTE RINALDUCCI
D'ANNI..... MESI.....
VISSE E MORÌ INDIPENDENTE.
-- Accetta l'eredità? -- chiese il giudice con una certa aria da
canzonatura.
-- Sì, sì, che vuol farci? -- rispose il signor Smerigli, scrollando le
spalle. -- Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!
IL MAESTRO DI CALLIGRAFIA
In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti
dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di
letteratura. La cosidetta -sorveglianza- era affidata al signor
Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava
per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla
prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della
materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi
lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non
consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè
non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba
si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa
avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della
scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia,
secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli
insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica
con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene
erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello
di scolare gli applicasse un codino di carta al bavero del vestito, o
segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli
si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al
suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato
di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per
correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii
che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno
d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un
miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte,
ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo
acuto di gallo mattiniero: -Chichirichì-. Il professore rosso come un
gambero correva allora verso la cattedra gridando: -Or ora faccio una
nota a tutti- -- ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore
che simulava il vento e che cominciava lieve, lieve per diventar poi
gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile,
come la marcia turca di Beethoven.
Il signor Antonino -faceva la nota a tutti-, ma prima del termine della
lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la
lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.
Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare
deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei
conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il
Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere,
il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea;
anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore
Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar
le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche
studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale
non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le
spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno
scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti
dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a
quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo,
chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta
a una lettera, che cominciava: -All'pregiatissimo-? Appena due o tre
giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave
travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con
viso tra compunto e faceto e dicevano: -- Scusi, sa, signor professore,
se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli
s'inteneriva subito e diceva: -- Ohibò.... ohibò.... Loro... voialtri
siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti...
basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di
giudizio, non è vero... eh?
E dava loro un pizzicotto alla guancia.
L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.
Eppure, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua
scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia
si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica,
che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.
-- Ma -- soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila -- ma devi
volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione
di cinque sesti come danno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio
e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?
Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una
cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un
po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare
alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie
contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli
sgarbi che usavano a suo fratello. No, c'era un altro motivo. Un
giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento
che gli studenti ne uscivano, la -ragazzaglia-, com'ella la chiamava,
si era messa a gridare dietro a squarciagola: -bella! bella! bella!-
La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo
affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva
accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa!
Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la
paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!
-- Già -- brontolava la bisbetica donna -- quando si ha la disgrazia
di non aver uomini in casa ma -pecore- (ho detto pecore) non si può
nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le meraviglie davvero
se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se
tu lascerai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione
intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.
Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea
di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso.
Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo
soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di
pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello
cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto
interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze,
egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più
spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di
-madamigella- Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi
egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15
ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a
breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi
facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore
a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio
arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a
calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.
Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura
della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva
temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti
i progressi della scrittura gotica e rotonda (pel -corsivo- aveva
accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di
quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia
del signor Bartolomeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolomeo era
anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del
Governo, del consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei
professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava
della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere
di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta,
e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il
professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolomeo;
anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello,
anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli
una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini,
ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare
al signor Bartolomeo la calma, la pazienza; e, ripeteva l'antico
adagio -- Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'io se volessi badare a
tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna
di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti
abbiamo le nostre.
E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolomeo una
presa di tabacco.
Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E
pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare
dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario,
e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.
Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille
cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze
della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel
collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo.
Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli
per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in
quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che
egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della
quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo
ufficio.
Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del
professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita:
-- Senza complimenti, professore, se ella non ha voglia di stare in
classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni
abbastanza.
-- Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di
essere utile alla scuola... anche dopo.... oh per me già ho sempre
voluto un gran bene a quest'Istituto.
-- Lo so, lo so, professore,
-- Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva
volontà.
-- Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.
E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.
Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.
-- Ho mal giudicato anche il Preside, -- egli diceva fra sè, -- degnissima
persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!
Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!
E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si
raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti
per l'idea dell'esame; con queste disposizioni aveva inteso dal Preside
dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così
difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per
tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere
asini!
Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito
così gai si mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione
alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente
disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani
avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.
A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo
stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere,
consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente
si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono
uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.
-- Sia rigraziato il cielo, -- disse fra sè il buon calligrafo come
sollevato da un gran peso. -- Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno
preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.
Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere,
l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco
importava.
Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si
mise a passeggiar su e giù per la classe.
Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del
resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo
corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.
Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e
con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo
dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima
davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle
mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio
sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca
all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.
Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei
disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che
nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona?
Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando,
interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo,
ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto
con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle
classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in
fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso
signor professore -- -Benissimo, scriverò alla famiglia- -- oh allora il
nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della
scuola! e ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e
abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar
divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più
delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo
così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella
voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva
di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i
nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria,
era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati
lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura
in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della
scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano,
tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di
storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature
del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea
tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose,
come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un
guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da
cento mani l'una più inquieta dell'altra.
Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca,
come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a
fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi
caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui
nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la
sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, o alla peggio
le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che cosa saranno
nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno
soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul
collo dell'altro.
Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e
anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non
aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.
Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli
bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e
moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati
ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa
insieme.
Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli
occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o
quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli
occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli
indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui
c'era.... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci.... Ah sì!.... Da una
parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai,
altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui
per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche.
A sinistra poi.... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino
non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca
successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti
gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però
eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano
ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli,
poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo,
d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli
lo chiamavano -agnello- e gli amministravano una dose straordinaria
di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno,
e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È
morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro nelle
vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme con
sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca
come suo figlio.
Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.
Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava
in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso -- Caro
Angelo.... stimatissima signora.... prego, si accomodino.... -- Poi
senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e
indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una
fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.
-- Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto
in disordine.... Non c'è mia sorella.... (Ci mancherebbe altro che ci
fosse -- egli soggiunse in cuor suo).
-- Per carità, professore, non si dia pena per noi, -- disse la signora.
-- Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore.... Angelo
fu malato alcuni giorni.... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato
dalla tosse....
E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.
-- Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui, -- continuò
la signora con un tremito nella voce. -- Non voglio sforzarlo....
Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una
figliuola.... E prima, di lei ne ho perduti altri due..... e mio marito
anche lui..... sempre dello stesso male.... Ma questo qui bisogna che
mi resti -- continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un
braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.
-- Si calmi, signora, si calmi -- rispose il buon professore, -- posso
offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più
a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.
-- Ecco ciò che volevo chiederle, -- ripigliò la signora poichè si fu
ricomposta alquanto, -- scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho
quasi perduta la testa.... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto
due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima....
Due ore sole per adesso.... fin che Angelo sia divenuto più forte...
gli darebbero quindici lire al mese.... pochine, ma tanto per
cominciare.... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo
sapesse scrivere in -rotondo-, e Angelo dice che non sa, che non lo ha
studiato.... Pretesti, forse.
-- No, no, -- si affrettò a interrompere il professore Antonino, -- il
-rotondo- non l'ho insegnato nella sua classe.
-- Ebbene, allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche
lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da
sè....
-- Ma sì, ma sì, -- sclamò il Bottaro beato di fare un piacere.
-- Noi compenseremo secondo le nostre forze....
-- Nemmeno per idea.... non voglio neanche sentirne a discorrere.... No,
signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri.... Angelo
verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può,
e vedrà che bel -rotondo- egli imparerà a scrivere in cinque o sei
lezioni.... Siamo intesi, non è vero?
La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori
la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del
professore e disse commossa: -- Giacchè il professore è tanto gentile
non so come rispondere con un rifiuto. Angelo che dici al professore?
-- Grazie, -- bisbigliò il ragazzo.
-- Nulla, nulla, caro, -- replicò il signor Antonino. -- Vuoi cominciar
domattina?
Angelo guardò sua madre, poi disse: -- Sì, professore.
-- Allora siamo intesi.
-- E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro
e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.
Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel nuovo ufficio, poi
venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.
Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era
morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a
sedici anni.
E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali
scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide
ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi
all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera
madre, adesso morta anche lei, che diceva: -- Ma questo qui bisogna che
mi resti.
. . . . . . .
Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in
siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente
sulla spalla!
-- Che c'è? -- proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.
-- Signor professore, le consegno il mio elaborato, -- rispose il ragazzo
guardandolo in aria di mezza canzonatura.
-- Oh!... Ha ragione.... hai ragione, caro.... Dunque hai finito? -- Va,
va, che andrà tutto benissimo.
Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo
un quarto e così via via fino all'ultimo.
-- Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!
Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato
mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra
cosa, quella cioè che i giovinetti, non disturbati punto dalla sua
sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a
vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti
gemelli.
. . . . . . .
Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli
elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e
consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.
-- Grazie, professore, -- disse questi con amabilità, -- grazie. La
pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni....
Ma che cos'ha che mi pare turbato?
-- Scusi, cavaliere, -- balbettò il calligrafo, -- non so nemmen io che
cos'abbia.... Ha già inoltrato la mia istanza?
-- No, -- rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il
documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore. --
No, è ancora qui.
-- Potrebbe darmela un momento?
-- Eccola.
-- Se me la lasciasse fino a domani, -- continuò timidamente il nostro
Antonino. -- Vorrei pensarci su.
-- Davvero? -- disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un
tantino ironico.
-- E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino
all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?
-- Oh si figuri, -- rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.
-- È dal suo punto di vista.... Mi pare che, poichè la legge le da il
diritto al riposo.... Ah se fossi nel caso suo! -- sospirò il Preside,
guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se
potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo
servizio.
-- Ah, per lei è un'altra cosa, -- ripigliò il professore di calligrafia,
che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza. -- Lei è
una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi
studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche....
Il Preside scrollò le spalle quasi a significare: -- Povero grullo! come
t'inganni!
-- Ma io, -- seguì a dire il nostro Antonino, senza badare ai gesti
del suo interlocutore, -- io che devo fare? Occuparmi in esercizi di
calligrafia per mio conto?
-- Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata....
-- E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo
stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.
-- Perchè, -- incalzò il Preside, -- mi pare che questi benedetti ragazzi
non si contengano con lei come dovrebbero.
-- Si esagera, sa, -- ripigliò un po' confuso il signor Antonino, -- fanno
qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del
resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che
è necessario nelle altre materie.... Ma, in ogni maniera, quest'anno
non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.
Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di
conclusione: -- Che vuole che le dica? Ci pensi.
Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua
dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi
incertezze, e poi decise di aspettare.
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000