la signora Veronica Somariva, moglie di un pretore, e alla sinistra la
signora Pasqua Orsolini, consorte di un farmacista, vestite entrambe
abbastanza dimesse e atteggiate a un ossequio riverenziale che avrebbe
dovuto lusingare la vanità della signora Cherubina.
Ma la signora Cherubina era in quel giorno di pessimo umore, perchè
la contessa Basili che era la pigionale del primo piano, non le aveva
ancora restituita la visita. E il pessimo umore della signora Cherubina
si manifestava in escandescenze democratiche.
-- Sì -- ella gridava inferocita -- bisogna finirla con questo sciocco
pregiudizio della nobiltà. Chi sono queste schizzinose che non si
degnano di stare con noi? Non sono anch'esse di carne e di ossa
come noi altre? Vogliono imporci perchè si chiamano marchese,
contesse, duchesse? O credono forse che non si sappia che c'è stato
l'ottantanove?
-- L'ottantanove -- interruppe la signora Pasqua -- è uscito anche
nell'ultima estrazione.
-- O signora Pasqua, che dice mai? -- esclamò ridendo la signora Veronica
ch'era un po' donna di lettere; -- non si tratta di un numero del lotto,
ma di un anno.
La signora Pasqua si fece rossa, ed estraendo il fazzoletto da un
manicotto di pelo di gatto si soffiò romorosamente il naso.
Ma la signora Cherubina, senza curarsi di quest'incidente, continuò,
gonfiando la voce:
-- E si dice che siamo in un'epoca di libertà, in un'epoca di
uguaglianza! È un obbrobrio.... Una casta a parte in questo secolo!....
In nome di che?... Sono più belle di noi?.... Sono più virtuose?
Domandiamolo ai loro mariti.... Più eleganti? Io credo che noi altre
(parlo di quelle che possono) si vesta come si vestono loro... E noi
si paga il conto... E le nostre case (parlo sempre delle famiglie che
possono) non sono forse addobbate come le loro?... Mi guardi il cielo
dal citarmi ad esempio, ma vorrei sapere se questo salotto non è tale
da potervi ricevere chiunque, fosse anche l'imperatore del Mongol!...
Un tappeto, signora Veronica, che mi costa la bellezza di sette lire
al metro, e il negoziante m'ha giurato che ne vendè uno di simile
alla marchesa Liani.... Anche le tendine son tali e quali quelle della
baronessa Rodolfi.... Abbiamo lo stesso tappezziere.
La signora Pasqua e la signora Veronica si sdilinquirono in parole
d'ammirazione circa al tappeto e alle tende della signora Cherubina.
-- No, no -- rispose costei schermendosi modestamente. -- Dico per
dire.... che in fin dei conti noi siamo -chic- quanto loro, e questa
superbia muove lo stomaco... So io quello che ci vorrebbe -- ella
soggiunse in tuono misterioso e solenne: -- Un novantatrè ci vorrebbe.
-- Avrà da aspettarlo un pezzo -- era sul punto di dire la signora Pasqua
considerando che questo numero non era compreso nella cabala. Ma per
sua fortuna ella ricacciò le parole nella gola.
-- Basta, mi perdonino questo sfogo -- ripigliò la signora Cherubina
facendosi fresco con un fazzoletto di battista profumato di -patchouli-
-- e discorriamo d'altro. Come vanno le feste di ballo al casino?
-- Ma! bene -- rispose la signora Veronica. -- Iersera c'erano
cinquantacinque signore... Dovrebbe venirci anche lei, signora
Cherubina. Il cavaliere suo marito è socio!
-- Sì.... voleva anzi condurmi.... Verrò forse.... Ma non so come sia,
le feste di società mi piacciono poco.... Dico il vero, c'è troppa
mescolanza... Io sono democratica, mi pare che non ci possa esser
dubbio in proposito; ma quel trovarmi a contatto di certa gente....
Via, mi dica che signore di conoscenza c'erano.
-- Tanto per non dimenticarmi, c'ero io....
La signora Cherubina chinò leggermente il capo con aria di degnazione.
-- E poi?
-- C'era la signora Pasqua.
-- Oh per me -- disse la persona nominata raggomitolandosi tutta per
eccesso d'umiltà.
La signora Cherubina fece una smorfia quasi impercettibile.
-- Le due Azzolini -- continuò la signora Veronica -- due belle ragazze.
-- Quelle che han per madre una contessa Ruspi di Ferrara? -- chiese
premurosamente la signora Cherubina.
-- Appunto... C'era anche la madre.
-- Ah c'era anche lei.... Una donna che si conserva bene....
-- Non dimentichi la signora Coradelli -- suggerì la moglie del
farmacista alla signora Veronica. -- Una sposa.... bellina tanto.
-- Quale Coradelli? Sposa di chi? -- interruppe la signora Spiccioli
arricciando il naso.
La signora Pasqua, intimidita dall'accento e dal gesto della padrona
di casa, rivolse alla signora Veronica uno sguardo supplichevole che
significava:
-- Venga in mio aiuto.
La -pretoressa- tentennò il capo come persona che comprende essersi
toccato un cattivo tasto; pure messa alle strette diede alla signora
Spiccioli la spiegazione voluta.
-- La moglie di Gaetano Coradelli, il negoziante... quello ricchissimo.
-- Negoziante di oggetti di guttaperca! -- esclamò la signora Cherubina
nel massimo scandalo. -- È proprio vero?... E poi si lagnano se non
si va alle loro feste?... Ma non c'è una commissione di scrutinio
al Casino? Ma accettano dunque il primo venuto purchè paghi sessanta
lire all'anno? L'ho sempre detto io che questo è un paese ove non è
possibile la vita di società. Io sono democratica, ma questa non la
posso mandar giù. Il signor Coradelli!.... Un uomo che vende fianchi
artificiali e che cingendo la vita della sua ballerina può riconoscer
la roba sua sotto il vestito!...
Espresse queste savie considerazioni, la signora Cherubina Spiccioli si
avvolse silenziosamente nella sua maestà di regina offesa.
-- Che continuazione di belle giornate! -- osservò la signora Veronica
per rianimare il dialogo.
La signora Cherubina non rispose, ma con un cenno del capo mostrò di
partecipare all'opinione della sua interlocutrice. Quindi, tornando al
suo tema favorito:
-- Ecco -- soggiunse -- se si potesse mettere insieme una società della
buona borghesia, una società a modo, come io la intendo.... una società
insomma da farla tenere a queste signore contesse e marchese....
rendendo loro la pariglia....
-- Col non invitarle -- disse la -pretoressa-.
-- Nemmeno una.
In quel punto il servo sollevò la portiera e annunziò la contessa
Basili.
La nobil dama insignita di questo nome cospicuo si presentò sulla
soglia e fece il più compito inchino che possa immaginarsi.
La signora Cherubina diventò rossa come un gambero cotto, si alzò
tutta d'un pezzo, come se le fosse scattata sotto una molla, nella gran
furia inciampò prima nel piumino, poi in un lembo del proprio vestito;
nondimeno riuscì a mantenersi in equilibrio e corse verso la nuova
arrivata. La signora Veronica e la signora Pasqua si levarono in piedi
esse pure.
-- Contessa -- balbettò la signora Spiccioli stentando a trovar le
parole, tanto era commossa. -- Quale onore!... Ha voluto disturbarsi.
Davvero che non osavo sperare.... La prego, s'accomodi.... qui, vicino
a me.
E le additò la sedia davanti alla quale stava ritta la signora Pasqua
che dovette cedere il posto e accomodarsi un po' più lontano. La
contessa Basili si guardò intorno con l'occhialino, poi disse:
-- Prima di tutto ero venuta per fare un dovere.
-- Un dovere! che dice mai? -- interruppe la signora Cherubina,
conservando quella magnifica tinta scarlatta di cui ella si era suffusa
al giungere della illustre pigionale del primo piano. -- Un dovere?...
È tutta bontà sua.
E strinse con effusione la mano alla contessa.
Intanto la signora Veronica e la signora Pasqua allungavano il collo
come due colombe in amore per vedere di essere presentate alla gran
dama. Ma la gran dama si limitava a guardarle di tratto in tratto
con l'occhialino, e la signora Spiccioli non aveva nessuna voglia
a far sapere alla contessa che ella era in qualche intimità con la
moglie di un farmacista e di un pretore. La contessa era prossima ai
quarant'anni, aveva la bocca un po' grande e il naso un po' lungo,
usava senza troppo risparmio il nero sulle ciglia e il minio sulle
gote, onde un giudice imparziale l'avrebbe detta piuttosto vecchia
che giovine, piuttosto brutta che bella. Ma la signora Cherubina era
in estasi; nelle orecchie intente, negli occhi umidi e imbambolati,
nell'atteggiamento tutto della persona le si leggeva l'ammirazione
sconfinata, profonda, simile a quella che un devoto o un artista
potrebbe sentire davanti a una Madonna di Raffaello.
-- Lei mi confonde -- ripigliò la contessa con un sorrisetto. -- Volevo
dire che la mia visita aveva anche un altro scopo.
-- Un altro scopo?... Parli, signora contessa, mi comandi... ove posso...
-- Noi daremo, lunedì quindici, una festicciuola.... senza pretesa...
e io sono qui a pregarla di volerci favorire con suo marito.... Sarà
per le dieci di sera... Mi dice di sì? -- soggiunse la contessa con voce
melliflua ed insinuante.
Il ritardo della signora Cherubina nel rispondere dipendeva
dall'eccesso della gioia. Essere invitata dalla contessa Basili in
persona, alla presenza della signora Somariva e della signora Orsolini
che potevano rendere testimonianza del suo trionfo, era tal fatto da
togliere il dominio di sè anche a una donna più forte della signora
Spiccioli.
-- E come potrei dire di no, signora contessa? -- ella rispose finalmente
con l'accento con cui la Ristori avrebbe potuto declamare la -Francesca
da Rimini-.
-- Siamo intesi dunque -- ripigliò la contessa. E poi si mise a
conversare di cose indifferenti.
La signora Pasqua e la signora Veronica, visti riuscir vani tutti gli
sforzi per richiamare l'attenzione della padrona di casa sopra di loro,
non tardarono ad accommiatarsi, senza che la signora Cherubina dicesse
una parola per indurle a prolungare la loro visita. Dovevano oramai
essere persuase della sua superiorità; la loro presenza non giovava più
a nulla.
-- Ha visto? -- disse la signora Pasqua alla signora Veronica appena
furono giù delle scale! -- A proposito di democrazia! Ci ha lasciate
andare quasi senza salutarci.
La -pretoressa- schizzava veleno, ma rispose seccamente: -- È una
indegnità. -- Poichè ella era convinta che se non vi fosse stata la
moglie del farmacista la presentazione avrebbe avuto luogo per lei. E
non oserei affermare che la signora Pasqua, malgrado la sua singolare
modestia, non avesse un'opinione analoga a quella della signora
Veronica.
-- Chi sono quelle due signore? -- domandò la contessa Basili alla
signora Cherubina quando rimase sola con lei.
-- Oh! -- disse questa con noncuranza. -- Una certa signora Somariva e una
certa signora Orsolini... Sa... vecchie conoscenze.
E si affrettò a mutare discorso.
Di lì a qualche minuto la contessa Basili si alzò per andarsene e la
signora Cherubina, dopo avere tirato il campanello con tanta forza
che gliene rimase in mano la nappa, volle accompagnare l'eccelsa
visitatrice sino al fondo dell'anticamera ove le ripetè in mille modi
i suoi ringraziamenti. Poi tornò trionfante in salotto e fiutò con
ineffabile compiacenza il profumo di muschio che la contessa aveva
lasciato dietro di sè. Finalmente, giacchè non le capitavano altre
visite, ella passò nel gabinetto attiguo e scrisse una riga alla sarta
ordinandole di recarsi tosto da lei.
La signora Cherubina intervenne sfolgorante di gemme alla festa
della contessa Basili ed ebbe la insigne soddisfazione di ballare con
parecchi giovinotti della gran società, e di essere presentata ad altre
due contesse e ad una marchesa. Onde il nuovo salotto di casa Spiccioli
non istette molto a popolarsi di gente -comm'il faut-, cosa dalla quale
la salute della signora Cherubina ritrasse maggior giovamento che non
ne avesse ritratto l'anno addietro da un mese di cura alle acque di
Recoaro. Nondimeno la signora Cherubina è sempre democratica, e se una
contessa non le restituisce presto la visita o non la invita ai suoi
balli, ella sente un fremito repubblicano nell'anima e invoca un altro
-novantatrè-.
LA CONFESSIONE DI DORETTA
-- Oh bravo il signor Anselmo, -- disse Doretta andando incontro al
nuovo venuto e prendendogli le mani nelle sue. -- Capita a proposito.
Al confessionale io non vado, ma a un vecchio amico di casa, a uno che
m'ha visto fanciulla e che può quasi esser mio padre....
-- Grazie.
-- Di che?
-- Di quel -quasi-.
-- A lei insomma, -- continuò la giovine, -- sono disposta ad aprir
intieramente l'animo mio.... Sarà il mio confessore.
-- Oh vi pare?
-- Lo voglio, lo voglio assolutamente. È il primo servizio che le
domando dopo tanto tempo.... Non deve dirmi di no.
-- Se credete proprio che sia necessario....
-- Necessariissimo. Giudicherà lei.... Sono qui da due giorni a visitare
la mia famiglia, e mi si intenta un processo, per iniziativa di mio
marito.
-- Cara Doretta, -- interruppe il signor Anselmo, -- non si potrebbe
prender la cosa con più flemma? E per esempio non si potrebbe sedere?
-- Sediamo pure, -- disse Doretta.
Ma seduta che fu, non rallentò la foga del suo discorso. Doretta, come
si vedrà, era alquanto ciarliera.
-- Sa già di che si tratta.
-- Veramente lo so molto poco,
-- Lo sa meglio di me. Si tratta del tenentino Baraldi, che dicono mi
faccia la corte, e dal quale, a sentirli, io me la lascerei fare di
buon grado. Falsità se mai ve ne fu... Io vidi Baraldi per la prima
volta tre mesi or sono in Firenze dalla contessa Orelli... cioè non è
contessa niente affatto, ma vuol che la chiamino così... ormai non mi
accade più di trovare una persona che non sia nobile, e anche la mia
serva pretende d'esser cugina dei Peruzzi. Ma torno a bomba perchè non
mi piacciono le lungaggini. Ero dunque dalla contessa Orelli, di sera;
saremo stati una dozzina di persone al più. La Orelli aveva mal di
capo, e il salotto non era rischiarato che da due lumi a -carcelles-,
uno col cappello di carta rosa e l'altro col cappello di carta verde.
La padrona di casa, che stava dalla parte del lume verde, pareva un
limone acerbo, sua sorella, la Derilleri, che era accanto al lume rosa,
pareva una barbabietola. In mezzo c'era una zia con un profilo verde e
un profilo rosa, bellissimi entrambi a vedersi. Del resto, la Orelli e
la Derilleri son due donne mature che però non vogliono ancora battere
in ritirata. Della Orelli tutta Firenze sa che ha una relazione...
-- Ma Doretta!...
-- Oh una relazione platonica. Si figuri.... con un consigliere di
cassazione. Cosa vuol che facciano i consiglieri di cassazione anche
se vanno, come questo, ogni estate a Oropa per la cura idropatica? In
quanto alla Derilleri, le attribuiscono, sarà malignità, il vecchio
generale Roscio, e la chiamano l'ospizio degli invalidi, perchè
vogliono che prima di lui avesse il colonnello in pensione Merilli che
ha perduto una gamba a San Martino. Della zia non credo si dica nulla.
Ci mancherebbe altro... Con quel viso e quella persona! Una pedante che
quando non isputa sentenze s'addormenta in conversazione, e se per caso
si risolve a tacere quand'è svegliata, vi fa venir il capogiro a forza
di fregarsi le mani una sull'altra come se stesse lavandosele con acqua
e sapone.
-- Questo però, Doretta, c'entra poco.
-- Come, c'entra poco? Anzi c'entra moltissimo, scusi. Alle corte, la
sola donna giovine di quel salotto ero io; d'uomini c'erano i due
in carica presso le due sorelle, cioè il consigliere di cassazione
e il generale, poi un signore, arricchito, a quel che dicono, con
tre fallimenti di borsa; c'era un deputato, non so se di destra o di
sinistra, ma insulso sicuramente; c'era un letteratino, che Dio ce ne
scampi e liberi; c'era Baraldi e c'era mio marito. Levi un po' Baraldi
e me, e veda che compagnia. Perchè, mi lasci dire, mio marito è un
buonissimo diavolo, ma, via, non sosterrà che non sia noioso.... già è
marito; e pare che sia nell'istituzione dei mariti d'esser noiosi. Non
tentenni la testa così. Lei, signor Anselmo, non ha voce in capitolo.
Bisognerebbe che fosse donna e maritata per una settimana.... vedrebbe!
I mariti, anche quando sono piacevoli fuori di casa, sono, in casa,
sgarbati e brontoloni. Non c'è nulla che li contenti, nulla che non dia
loro l'occasione di far delle cantafère lunghe come l'anno della fame.
Ci si aggrappano alle sottane quando vorremmo che andassero via; se ne
vanno quando vorremmo che restassero; fanno tutto fuori di tempo. Se
poi ci accompagnano a spasso o a teatro hanno un muso lungo due palmi
finchè son soli con noi, e non principiano a rasserenarsi che quando
vedono le mogli degli altri. Così, alla fin fine, noi donne si sta meno
peggio quando si riesce a formare una partita doppia di due mogli e
di due mariti. In questo caso ci può essere un -chassez-croisez- che
abbia qualche attrattiva.... Ma guai se il marito vuol restare in un
crocchio ove non ci sia altra donna che sua moglie e ci siano invece
parecchi uomini. Il signor marito è quello che guasta la conversazione.
Pare faccia apposta a metter sul tappeto i temi più scabrosi, più
sconvenienti. E se vi son proprio delle cose che non si posson dire
ad alta voce, eccolo chinarsi all'orecchio del vicino e susurrargli
qualche trivialità; e allora si sente scoppiettare intorno un riso
sguaiato che pare uno starnuto di gatti infreddati.
-- Mia cara Doretta, voi avete molto spirito, ma mi permettereste di
dire una parola?
-- Dica pure.
-- Ecco, volevo dire che andando di questo passo non saprò mai più
quello che dovevo sapere.... Si sbaglia strada.
-- Tutt'altro. O che strada avrei da tenere? Ma basta. Mi spiccierò.
Ho descritto l'ambiente in cui mi trovai la prima volta con Baraldi.
Era indispensabile. Può immaginarsi se si annoiava anche lui. Il
letteratino l'aveva inchiodato in un angolo, e con la scusa che Baraldi
si diletta di poesia gli declamava a mezza voce alcuni versi suoi.
Alla lunga, quando fu liberato dal suo seccatore, il giovine ufficiale
mi si avvicinò e si cominciò a discorrere. Egli mi dipinse coi colori
più vivi la sua dolorosa situazione di poco addietro. Il poeta in
erba gli stringeva forte il ginocchio fra il pollice e l'indice della
destra, e sia pel gran calore che metteva nella recitazione, sia per
non alzar troppo la voce, gli si era avvicinato col viso in maniera da
fargli sentir troppo il suo alito... e anche qualcos'altro. Era come,
diceva Baraldi, se mi fossi trovato nella vicinanza d'una cascata,
in mezzo a quella specie di polvere acquea che vi penetra nei panni
e nelle ossa... Insomma si rise un po' del letterato, un po' degli
altri componenti la società... Avremmo fatto crocchio a parte, ma
sfido io, tra quelle mummie! Mio marito mi piantava ogni momento gli
occhi addosso; che uggioso! Voleva che mi mettessi a far conversazione
con lui? Il giorno dopo Baraldi portò i suoi biglietti di visita:
-Lodovico Baraldi, luogotenente del Genio-. In un angolo la sua brava
corona di conte. Quella lì già non mi fa più impressione perchè ormai
l'hanno tutti. Dev'esser stampata in precedenza sul cartoncino. Nella
settimana il compìto ufficiale venne in persona da me. Era suo dovere.
Del resto egli non mi trovò sola. C'era la Rinucci, quella che ha un
occhio di vetro e i fianchi di -cautsciù-, tantochè assicurano che un
giorno ne abbia perduto uno per istrada. Sarà e non sarà. Faccio per
dimostrare che non vi fu un colloquio a quattr'occhi. Ma la Rinucci è
una cattiva lingua, e cominciò subito i suoi -cancans-. A sentirla, io
avevo dato appuntamento al tenente alle Cascine. Bisogna esser proprio
brutta com'è lei per inventar simili fandonie. Sicuro ch'io dissi a
Baraldi che quando sono a Firenze vado alle Cascine ogni giorno alle
quattro.... di qualche cosa bisogna pur discorrere.... Ma che colpa ne
ho io se le quattro son parse anche a lui un'ora buona per passeggiare?
Io andavo in carrozza, egli andava a piedi; naturalmente le carrozze
sul piazzale si fermano, e i pedoni vengono allo sportello a salutar le
loro conoscenti. Un giorno solo, tanto per isgranchire le gambe, sono
scesa un momento e ho fatto un giro....
-- Col tenente?
-- Sì, col tenente, e anzi son rimasta scandalizzata a veder la marchesa
Dal Pozzo che filava il perfetto amore percorrendo in su e giù un viale
sotto il braccio di un onorevole, il quale avrebbe fatto molto meglio
ad essere a Roma, ove, per causa di queste distrazioni dei signori
deputati, la Camera non è mai in numero.... Però io non mi immischio
negli affari degli altri.... Credo d'aver passeggiato dieci minuti....
Se ne fece un chiasso ridicolo.... Proibizione di andare alle Cascine
alle quattro, e poi gita a Bologna per passare qualche settimana in
famiglia. Adesso un altro -casus belli-, perchè Baraldi è venuto a
Bologna anche lui. O che ci posso far io? Sono il suo colonnello? La
gente non ha forse il diritto di viaggiar per le strade ferrate come
le pare e piace?... Anche mia suocera, che mi scrive dei sermoni,
dovrebbe un po' badare ai fatti suoi e pensare a quello che si dice
delle sue debolezze di gioventù.... perchè, quantunque a vederla non si
crederebbe, è stata giovine....
A questo punto l'orologio ch'era in salotto cominciò a batter le ore.
-- Le tre forse? -- chiese Doretta.
-- No, le quattro.
-- Le quattro! Diamine, diamine! Non posso trattenermi un minuto di
più.... Ho ordinato la carrozza per le tre e mezzo....
-- Ma, Doretta, adesso tocca a me a parlare....
-- Un altro giorno. Oggi è impossibile.... La mia confessione io la ho
fatta.
-- Però vi osservo, figliuola mia, che avete confessato sopratutto i
peccati degli altri.... In quanto ai vostri...
-- I miei sono così piccoli che meritano l'assoluzione piena ed intera.
E non dubito che persuaderà i miei genitori.
-- Un momento....
-- Non c'è momento che tenga. Grazie, signor Anselmo, e a rivederci.
E Doretta sgusciò via come una biscia, lasciando con un palmo di naso
il suo confessore.
LO SPECCHIO ROTTO
I.
Patatrac.
Patatin.
Questi due suoni si fecero sentire quasi contemporaneamente una
mezz'ora prima del tempo di desinare in casa del signor Pacifico
Rosettini, dottore in legge e possidente, e loro tenne dietro un
rumoroso pianto infantile. La signora Virginia, seconda moglie
del signor Pacifico, la quale sedeva nel salotto da lavoro curva
sopra un ricamo; il signor Pacifico stesso che stava preparando una
-conclusionale-; la cameriera Adelaide che apparecchiava la tavola, e
due ragazzini fra gli otto e i dieci anni tornati in quel momento dalla
scuola e ronzanti intorno alle casseruole della cucina, convennero
da vari punti sul luogo dond'era venuto il rumore, e accolsero con
differenti esclamazioni e domande un fanciullo che poteva avere poco
più di un lustro d'età e che scendeva una breve e agevole scaletta con
una guancia più rossa dell'altra, un gran furore negli occhi lacrimosi
e i due piccoli pugni stretti in atto di collera e di minaccia.
-- Che c'è, Gino?
-- Che cosa è stato?
-- Hai fatto una delle tue solite?
-- Ti sei fatto male?
-- Che bambino senza giudizio!
-- Via, strapazzatelo per soprammercato.
-- Ih! Che strepito!....
In mezzo a questo fuoco incrociato di punti interrogativi ed
ammirativi, la signora Virginia s'era chinata sul bimbo, e presolo per
disotto le ascelle lo esaminava e palpava da tutte le parti.
-- Via, via, non ha nulla, -- disse il signor Pacifico.
Intanto il fanciullo singhiozzava -- Cattiva nonna.... cattiva....
-- Ah! È stata la nonna. Che cosa ti ha fatto?
Gino segnò la guancia sinistra e piangendo con assai più rabbia che
dolore, disse: -- Mi ha picchiato qui....
-- Ti ha dato uno schiaffo?... Ma sarai stato cattivo.... Le avrai messo
sossopra la camera.
-- Niente.... niente.... È caduto.... solo.... lo.... specchio.
La cameriera, nell'intento lodevolissimo d'esaminare -de visu- la
posizione, aveva salito i pochi gradini della scala che metteva
all'appartamento della -padrona vecchia- e stava già per entrar nella
camera ov'era successo il contrasto fra nonna e nipote, quando sentì
chiuder l'uscio con molta violenza e dare il chiavistello per di
dentro.
-- Che basilisco! -- ella mormorò fra i denti battendo la ritirata.
-- Benedetta donna! -- soggiunse la signora Virginia.
-- Già, già, bisogna lasciarla sbollire da sè, -- disse il signor
Pacifico. -- Ma badiamo bene che anche Gino va castigato.
-- Lo castigo io, -- rispose con una certa ansietà la signora Virginia
mentre faceva riparo al colpevole con la sua persona.
-- Siamo intesi, -- replicò gravemente il marito. -- Ehi, signorini, che
c'è da ridere? Subito in camera fin che suoni il campanello del pranzo.
Hanno capito? Ha capito, Giorgio? Ha capito, Roberto?
Queste parole erano indirizzate ai due ragazzi poc'anzi accennati,
figli del primo letto del signor Pacifico. Essi si avviarono lentamente
alla loro stanza canterellando: -- Torototela torototà.
-- Mal educati! -- brontolò, il signor Pacifico, senza badare che questo
rimprovero veniva a ricadere sopra di lui. -- Mal educati! -- E rientrò
nel suo studio.
Gino fu condotto via da sua madre che gli asciugò le lacrime. --
Cattivello che sei, perchè sei andato a disturbare la nonna?... Adesso
venga qui ad aspettare il castigo.
Il bimbo guardò la genitrice con aria d'incredulità, e in prova del suo
ravvedimento, appena giunto nel salotto da lavoro, rovesciò il paniere
ove la signora Virginia teneva le sue lane da ricamo.
-- Gino, Gino, -- gridò la mamma, -- vuoi proprio un altro schiaffetto? --
E lo minacciò con la mano.
Ma Gino aveva cacciato le gambe entro il paniere e si rotolava sul
pavimento con tanta grazia e rideva con sì schietta allegria, che la
signora Virginia ebbe una voglia matta di dargli un bacio anzichè uno
schiaffo.
Il furbacchiotto capi benissimo le disposizioni materne; quindi non si
spaventò punto nel veder la signora genitrice alzarsi dalla seggiola,
ma anzi con raddoppiata ilarità levò in aria le gambe con suvvi il
paniere tanto da farlo parere una cornucopia rovesciata.
-- Domando io, -- disse la signora Virginia raccogliendo da terra il suo
Gino e pigliandoselo in collo, -- domando io come si fa a schiaffeggiare
un visino simile.
E continuava, rivolgendosi a un interlocutore immaginario. -- Guardate
mo; non vi pare che si vedano ancora i segni di quelle cinque brutte
dita lunghe ed ossute?... Che orrore!... Picchiarmi il mio Gino....
Nè paga di guardarselo e di baciarlo da tutte le parti, lo portò
davanti allo specchio, e contemplandone con infinita compiacenza
l'immagine, tornò a dire: -- Un bambino simile!
Gino, incoraggiato così, ripetè la frase, -- Brutta nonna.
La madre gli mise una mano sulla bocca. -- Non si dicono queste
parole.... Mi racconti piuttosto che cos'ha fatto.... Ha rotto lo
specchio grande della nonna?
-- No.... il piccolo.
-- Quello fatto come un -o-?
-- Sì, sì, -- rispose Gino, -- come un -o- grande.
-- Ma che bravo bambino! -- esclamò la signora Virginia. -- Conosce già
le vocali. -- Indi ripigliando un tuono che voleva esser serio: -- Ah
lei ha rotto lo specchio che somiglia ad un -o-; così ha fatto gridare
la nonna.... la nonna è stata troppo buona, non le ha dato che uno
schiaffo solo, io gliene darò due.
Dette queste parole, amministrò al delinquente due schiaffetti piccoli
e gentili che arrivando su quelle guancie pienotte diedero un suono
grasso e simpatico; indi lo depose in terra e continuò: -- Adesso poi
bisogna prepararsi a domandar perdono alla nonna. Stia attento e ripeta
quello ch'io dico: -Signora nonna-.... Andiamo, via, Gino.... -Signora
nonna-.
-- -Signora nonna-....
-- Bravo. Così va bene. Avanti: -Le domando scusa-....
-- -Le domando scusa-....
-- -Di quello che ho fatto-....
-- -Di quello che ho fatto-....
-- -E le prometto-.... Serio, Gino, non bisogna ridere. -E le
prometto-....
-- -E le prometto-....
-- -Che non lo farò mai più-. Ha capito?... -Che non lo farò mai più-.
-- -Che non lo farò mai più-.
-- Bravissimo. Faccia conto ch'io sia la nonna, si metta lì in fondo,
venga verso di me e torni a dir tutto quello che ha detto.
Il bambino con aria grave e marziale si condusse fino alla parte
opposta, là si girò tutto di un pezzo e fissò i suoi occhi biricchini
in viso alla signora madre. La signora madre guardò lui nella stessa
maniera, e ambedue scoppiarono in una sonora risata. La quale risata
nel piccolo Gino si prolungava in maniera da impedirgli di fare un
passo e da incutere un legittimo timore di serie conseguenze; onde
la signora Virginia si alzò e corse alla riscossa del suo rampollo,
prendendoselo nuovamente in grembo e dichiarando ad alta voce che un
demonietto uguale non vi era stato e non vi sarebbe mai e poi mai.
Questa eccellente lezione di belle creanze fu interrotta dall'annunzio
che la minestra era in tavola.
-- Dunque, Gino, siamo intesi, -- disse la signora Virginia dando la mano
al bimbo e avviandosi con esso verso il salotto da pranzo.
Ivi si trovavano Giorgio e Roberto, il primo dei quali aveva
già versato un poco di vino sulla tovaglia, e ivi giungeva,
contemporaneamente alla moglie e all'indomabile Gino, il signor
Pacifico asciugandosi col fazzoletto i sudori e dichiarando che non era
possibile immaginarsi la quantità di persone venute al suo studio nel
corso della giornata.
-- Come se non bastassero i clienti, -- osservava l'egregio signor
Pacifico, -- ci sono le faccende pubbliche. E non c'è mica caso di
lavarsene le mani.... Oh sì!... Vi dicono che bisogna prestarsi
pel paese, che bisogna fare, lavorare, ecc. E ora c'è Consiglio
provinciale, e ora Consiglio comunale, e poi la relazione sul gaz....
Giorgio, sta quieto.... e poi le ferrovie, e il bilancio.... Roberto,
va a vedere che cosa fa la nonna che non viene a pranzo. Insomma, basta
avere un grano di cervello in zucca che in questo benedetto paese tocca
far tutti i mestieri....
E il signor Pacifico spiegò il tovagliuolo, tornò a passarsi il
fazzoletto sulla fronte e si atteggiò a vittima dell'amor di patria.
Poscia il suo occhio olimpico degnò abbassarsi al piccolo Gino.
-- Lo hai castigato? -- egli chiese alla moglie corrugando la fronte.
-- Sicuro.
-- Così va bene. -- E soggiunse: -- Si fa pel tuo meglio, caro. Se
diventerai un uomo pubblico....
-- Scotta, -- gridò Gino con voce piagnucolosa, occupandosi più della
minestra che degli augurii paterni.
-- Soffia, bambino, soffia -- suggerì la signora Virginia -- Così.... O
vuoi che passiamo nell'altro piatto?
-- La nonna non vuol venire a pranzo -- disse Roberto che rientrava in
quel momento in salotto.
-- Non vuol venire? Te lo ha detto lei?
-- Sicuro. È chiusa in camera. Ho picchiato. Prima non ho inteso che un
brontolio.... Poi ho picchiato di nuovo; e lei s'è alzata di dov'era
a sedere, perchè ho sentito mover la scranna, e gridò brusca: -Chi è
la'?- Le dissi che ero io e che venivo a ricordarle che il pranzo era
in tavola e che l'aspettavamo. -- O credete forse ch'io sia sorda e che
non abbia inteso il campanello? -- ella rispose. -- A pranzo non vengo
perchè non mi accomoda di venire, e non mi seccate.
Dopo questo sproloquio, Roberto sedette al suo posto e immerse con
grande enfasi il cucchiaio nella zuppiera di riso.
Il signor Pacifico fece un viso disgustato, e si rivolse alla moglie:
-- Prova tu.
La signora Virginia, che in mezzo a' suoi difettucci non aveva fiele
di sorta, rinnovò infruttuosamente il tentativo di Roberto; il signor
Pacifico ottenne lo stesso risultato, cosa che offese il suo amor
proprio, e convenne quindi rassegnarsi a desinare quel giorno senza la
nonna.
II.
La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni
sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro,
l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli
erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era
scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella
regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia.
Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia
si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua.
Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in
casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori
che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo
riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era
espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi
ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono
avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva
soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua
camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste
visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse
Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto
subitaneo della signora Paola.
A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.
Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne.
Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva
avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor
suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al
primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti.
Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo
sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue
memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a
poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto
per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento
insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora
famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la
sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi
sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori
non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza
maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata.
Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in
un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella
porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è
più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle
speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare
fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo
rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia
un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente
di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda
edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma
e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata
una grande disgrazia -per tutti- che la povera Elisa, o Matilde, o
Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!...
E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e
non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi
glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto
di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una
nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del
suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la
fortuna del secondo talamo.
La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni
di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser
tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne
aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come
un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore.
Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua
moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal
piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene
di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino
di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo
ancora dimenticata.
Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora
ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda
desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore
e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era
tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi
le parlasse di matrimonio, guai!...
Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento
di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile.
Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione,
il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni.
La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo
spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno
la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel
mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato
in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello
che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso
la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di
fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente
un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto
per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva
assottigliato la non cospicua dote della moglie.
-- Che non mi si venga a discorrere d'interesse -- aveva detto la vedova
-- perchè non voglio saperne. Vergogna!
Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico
della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte,
e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla
lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra
lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili
circostanze.
-- Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.
-- Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.
-- In fin dei conti son libera.
-- Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per
guadagno.
-- Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè
i mezzi della loro esistenza.
-- Idee nuove che io non accetto.
-- Idee vecchie sono piuttosto le vostre....
-- Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....
-- No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio
Ettore!
E giù in un pianto dirotto.
Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col
produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora
Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno
saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.
Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella
n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome
in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo
consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore
era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di
fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore
al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando
soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava,
aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai,
non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir
-mamma- e -babbo-, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste
e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente
ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo
rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di
questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato
diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di
tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione
ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo
paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre
reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche
di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel
giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo
dall'insolentissimo Gino.
La storia di quello specchio si chiude in poche parole.
Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua
camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano
regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e
nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli
che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno
per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse
condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma
prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il
giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio
favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio
sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera,
mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da
tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza
ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le
lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità
un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante
rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e
la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le
suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto,
il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima
volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la
sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro:
finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande
ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a
poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento
nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo
spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un
occhio e la punta d'un baffo.
-- Che cos'hai? -- chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro
che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.
Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza
scomporsi.
La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno
aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che -quel qualcheduno- era
nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.
-- Ah signor impertinente! -- disse la venerabile matrona con una voce
che somigliava al suono di una pentola fessa. -- Non sa che non si può
entrare?
Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto
della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e
a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle
seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla
spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.
Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia
zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera
sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare
lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le
lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua
scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella
voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari,
ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro,
l'insieme.
E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo
seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto
amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed
eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò
a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi
felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli
si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le
labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che
oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia,
e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata,
ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna,
da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la
seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente,
era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate
da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse
non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve
e fragil cristallo.
Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento
di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia;
pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai
dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto
villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie,
noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela
del suo passato.
IL PARASSITA INDIPENDENTE
Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?
No! Peccato. Era un carattere originale.
Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.
Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a
vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella
falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione
tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere
le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno
sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità
d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di
convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo
di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia;
la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il
suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue
amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.
Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose;
a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il
pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava
di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.
Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona,
era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non
lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse
parte.
Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici
anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di
pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici.
In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali,
in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva
frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era
soltanto nel ballo.
Del resto sua madre ripeteva sempre: -- Importa molto che Mario studi!
Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non
facciano in un mese.
E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria,
soggiungeva con una logica tutta sua: -- Gli studi regolari convengono
a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al
cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.
Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo
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