Dopo l'esame locale vi fu l'esame generale che parve dar risultati soddisfacenti. Malgrado delle sue tendenze linfatiche, Giovannino era robustissimo. I tre medici si ritirarono in un angolo della camera a conferir tra loro; poi suggerirono d'accordo una nuova cura. Se non riuscirà nemmen questa.... -- disse il dottor Allinori, ch'era l'ultimo chiamato. -- Allora? -- chiese mia moglie con un filo di voce. -- Allora sarà necessario pensare a qualcos'altro -- soggiunse il chirurgo senza spiegarsi di più. Quand'egli s'accomiatò, io lo seguii nell'andito, gli misi in mano un biglietto di banca di grosso taglio, e susurrai: -- Ebbene? -- Eh, si fa un altro esperimento... -- Ma non crede che se ne verrà a capo? -- Speriamo di sì... Se no bisognerà prendere un partito estremo... -- Quale? -- Oh!... Adesso è inutile... Se ne riparlerebbe... -- No, dica dica... Quale partito? Il dottor Allinori abbassò la voce. -- L'amputazione. S'intese un grido represso. Era mia moglie. Ella ci era venuta dietro in punta di piedi, e perchè l'andito era buio, aveva potuto avvicinarsi inavvertita e sentir la terribile parola pronunziata dal dottore. -- Signora, signora, -- disse costui dolente dell'accaduto. -- Non si sgomenti... Sono eventualità remote... Noi medici dobbiamo preveder tutti i casi. L'Adele si era già ricomposta. -- Lo so, -- ella rispose. -- Ma tornerà, non è vero? Si stabilì che il dottor Allinori sarebbe tornato di lì a quindici giorni. E intanto si sperò nella nuova cura. L'idea dell'amputazione era orribile. Io non riuscivo nemmeno a concepire quel demonietto di Giovannino senza una gamba. E dire che quelle sue belle coscie di rosa e di latte, que' suoi polpacci sodi erano il grande orgoglio di sua madre, la quale, appena capitava un conoscente, non sapeva far di meglio che alzare il gonnellino del bimbo e magnificarne le forme piene e rotonde. Tutte cose ch'io avevo apprezzate poco finchè Giovannino era sano, ma che apprezzavo moltissimo oggi che la fatalità veniva a colpir così crudelmente la povera creaturina. Sì, lo confesso, ora soltanto cominciavo a provar davvero il sentimento della paternità; la gamba di Giovannino m'apparteneva; io non dovevo permetter che il ferro d'un chirurgo la tagliasse. E cercavo di tirar dalla mia parte mia moglie, di strapparle una feroce, una decisiva protesta contro la barbarie che si tramava a nostro danno. Ella si contentava di rispondere: -- Speriamo che non ce ne sia bisogno. Giovannino non soffriva sempre. Egli aveva i suoi lucidi intervalli, in cui rideva, scherzava come una volta. Avevamo fatto fare apposta per lui una carrozzetta a molle, da tirarsi a mano, ch'era una maraviglia. E quando il tempo era bello, lo si conduceva in giardino e anche fuori di casa, ed egli beveva avidamente l'aria libera e il sole, e si deliziava nel profumo dei fiori e nel volo capriccioso delle farfalle, egli che, fino a poco tempo addietro, era una farfalla ed un fiore. Bisognava tenerlo fermo sul sedile, perch'egli, dimenticando il suo male, avrebbe voluto ogni momento saltar giù e mettersi a correre come facevano gli altri fanciulli. O perchè doveva egli esser diverso dagli altri fanciulli? Del resto, egli non aveva alcuna coscienza della gravità del suo stato. Calcolava sempre di alzarsi -domani-, di tornar -domani- quello ch'era una volta. La sua mamma secondava queste fantasie; io, quand'ero presente a tali discorsi, duravo fatica a frenar le lagrime. Allorchè la bambinaia era stanca di tirar la carrozza, Adele, ch'era la sola ad aver autorità sul piccolo malato e che doveva quindi stargli sempre a fianco per impedir ch'egli si movesse, mi diceva: -- Roberto, mettiti un po' tu al posto della Lisa. -- Io obbedivo, e principiavo a far confidenza con mio figlio. Era pur bello Giovannino! Il vento scompigliava sulla sua candida fronte i suoi ricciolini biondi e tingeva in rosa le sue guancie pallide. Gli occhi perdevano per un istante la loro espressione di sofferenza e riacquistavano un raggio dell'antica luce. I suoi braccetti sottili si agitavano con voluttà e le sue manine battevano una contro l'altra. -- Com'è bello! -- esclamai un giorno davanti all'Adele. -- Oh! -- ella rispose. -- Adesso? E le sue pupille s'inumidirono e parvero guardar nel passato. Ella intendeva dire: -- Una volta era bello! E io una volta ci badavo appena! Ogni mattina, anche quando non veniva alcuno dei dottori, l'Adele medicava la gamba del bimbo, ed ella si disimpegnava dell'ufficio delicato con una sicurezza, con una calma, con una sollecitudine ammirabili. Si sarebbe detto ch'ella fosse vissuta dieci anni in un ospitale come assistente chirurgica. Era innegabile; mia moglie aveva le sue buone qualità, ed era per lo meno strano ch'io volessi separarmi da una donna simile, mentre tanti mariti... basta.... Ma d'altra parte, c'era quella benedetta incompatibilità di carattere. E poi la separazione era desiderata dall'Adele quanto da me!... Beninteso che non si poteva pensarci finchè durava la malattia di Giovannino. Quand'egli fosse guarito, sarebbe stata altra cosa.... Ma se non fosse guarito?... Era una idea ch'io respingevo da me, ma che tornava inesorabilmente ad angosciarmi.... Se non fosse guarito?... Certo allora la separazione sarebbe stata ancora più facile; che vincolo avrebbe tenuti stretti l'Adele e me?... Se non fosse guarito?... Oh! Era orribile! Io che non mi sentivo in grado di star presente alla medicatura, domandavo sempre all'Adele: -- Dunque? -- Ma pur troppo nè da lei, nè dai medici mi riusciva ottenere una risposta favorevole. La nuova visita del dottor Allinori ebbe un risultato sconfortantissimo. -- Pur troppo non c'è nessun miglioramento, -- egli disse, rispondendo agli sguardi ansiosi dell'Adele e di me. E tentennò il capo e discorse sottovoce co' suoi colleghi. -- Si può aspettare ancora un poco, -- egli concluse prendendomi da parte. -- Chi sa?... La natura fa miracoli.... Ma se il miracolo non viene, è inutile, bisogna ricorrere all'ultimo mezzo che suggerisce la scienza. Gli altri assentirono. -- L'amputazione! -- esclamai. La tremenda parola m'abbruciava la lingua e io attorcigliavo rabbiosamente il fazzoletto intorno alle dita. Mia moglie non tardò a raggiungerci. Ella aveva indovinato tutto. Mi pose la mano sulla spalla, e bisbigliò: -- Coraggio! Era lei che faceva coraggio a me! -- Urgenza vera non ce n'è, -- riprese il dottor Allinori. -- Ma non bisogna attender che il male sia eccessivamente progredito, se non si vuol trovare il corpo esausto di forze.... Io devo esser qui di nuovo verso la fine della ventura settimana, e allora.... -- Sono poi sicuri di salvarlo con l'amputazione? -- interruppe mia moglie con voce più ferma di quella che avrei avuto io. -- La sicurezza assoluta non si ha mai, ma si può avere una sicurezza relativa.... Se il bambino non fosse robusto, se tutti i suoi visceri non fossero sani, se il male che gli si è manifestato non avesse avuto una causa traumatica, confesso che non oserei consigliar questa prova.... che è grave.... Ma insomma, nel caso nostro, un sessanta per cento di probabilità favorevoli ci deve pur essere. -- Un sessanta per cento! -- diss'io cupamente. -- E gli altri quaranta? -- Caro ingegnere, -- ripigliò il dottore, -- siamo in burrasca e non dobbiamo farci illusione.... Un sessanta per cento di probabilità favorevoli val meglio che un novantanove per cento di probabilità sfavorevoli. -- Dunque non c'è altra uscita? -- chiesi di nuovo con l'angoscia nell'anima. -- Se in otto o dieci giorni non nasce una crisi benefica, non ne vedo altre, -- replicò il dottore. -- Almeno questo è il mio parere. Che ne dicono i miei colleghi? I suoi colleghi dicevano quello che diceva lui. Parevano due pappagalli. Non ne potevo più e uscii dalla camera, mentre mia moglie ripeteva al dottore Allinori: -- Dunque lei tornerà nella settimana ventura? Nella giornata colsi un momento in cui Giovannino dormiva per parlare a quattr'occhi con l'Adele. -- No, no, -- dissi, -- i medici possono predicar finchè vogliono, noi non dobbiamo lasciar tagliare la gamba a Giovannino. Farne uno storpio, farne un infelice... no, no, non lo dobbiamo assolutamente. -- Ma se ci muore? -- Sarà una disgrazia, sarà una disgrazia immensa, ma non avremo commesso una barbarie.... Non lo avremo sacrificato al nostro egoismo.... -- Roberto! Roberto! E si può lasciarlo morire? -- ella proruppe con un grido straziante. Io volevo risponder di sì, ma invece mi presi la testa fra le mani e la scossi con violenza. -- Maledetta la medicina, maledetti i medici. Tutti ignoranti, tutti impostori, tutti ciarlatani!... Uno non ce n'ha da essere a modo? A un tratto scattai dalla sedia esclamando con logica ammirabile: -- Voglio consultarne un altro ancora.... sarà il quarto.... Tanto fa.... Andrò a cercarlo in capo al mondo, se occorre. L'Adele non mi contraddisse, ma evidentemente ella non isperava nulla da questo nuovo consulto ch'io ero deciso a fare, non sapevo ancora con chi. Passò qualche giorno prima ch'io fissassi le mia scelta fra le tre o quattro celebrità che m'erano state additate. Diedi finalmente la preferenza a uno ch'era allora in gran voga e che abitava in Firenze, e risolsi di fare una corsa io stesso in quella città affine di condurlo meco. -- Portami un gingillo nuovo da Firenze, -- disse Giovannino. Egli aveva intorno a sè una collezione di giocatoli, parte interi, parte sciupati. C'era una dozzina di soldatini di piombo, c'eran fantocci che a dar loro una spinta facevan prodigi acrobatici, e agnelli belanti, e sorci che si caricavano e correvano per la camera, c'era un convoglio di strada ferrata, un paio di cavalli zoppi, un pesce dalle squame d'argento, un teatrino cogli scenari a colori, una cucina di stagno, alcune scatole di cubi da costruzione, una lanterna magica coi vetri rotti, tutta roba accumulata giorno per giorno in questi mesi di malattia. Ma qualunque cosa Giovannino ci avesse chiesto, l'Adele ed io ci saremmo gettati nel fuoco per contentarlo. Io gli promisi il gingillo nuovo, ed egli mi baciò sorridente. Era magro, era pallido. Povero Giovannino! Quel sorriso su quel volto bianco e sparuto mi fece un senso!... -- Torna presto, -- mi raccomandò l'Adele accompagnandomi fino alla scala. -- Posdomani son qui.... E tu, se c'è qualche cosa di nuovo, telegrafa all'-Albergo del Nord-. -- S'intende. Ci stringemmo la mano senz'aggiunger parola. In verità nessuno avrebbe creduto che noi fossimo due coniugi risoluti a dividersi. Il diavolo ci aveva messo la coda. Io avevo fatto i conti senza la politica; il mio Ippocrate era senatore, e come tale si trovava a Roma. In quel momento devono essermi scappate fuori delle grandi eresie. Devo essermela presa coi medici senatori, e fin qui manco male, ma poi devo aver imprecato anche al trasporto della sede del governo a Roma, e, Dio non voglia, persino al regime parlamentare. Stetti un po' perplesso sul da farsi, ma m'ero tanto incaponito nell'idea di questo consulto che finii per prendere il treno diretto per Roma. Naturalmente, prima di partire, telegrafai all'Adele affinchè non si mettesse in pena pel mio ritardo. A Roma, un nuovo contrattempo. Era domenica e il mio grand'uomo era andato a pigliar aria a Frascati. Lo si aspettava di ritorno la sera a mezzanotte. E io fin dalle undici ero nel suo salottino a contare i minuti. A mezzanotte e un quarto il luminare della scienza medico-chirurgica italiana arrivò e parve bastantemente annoiato di trovar gente in casa sua. Quando gli ebbi esposto il motivo della mia venuta e la mia intenzione di condurlo meco: -- Impossibile, -- egli disse, -- assolutamente impossibile. Domani va in discussione al Senato il codice sanitario, e io devo sostenere il lavoro della Commissione di cui faccio parte. -- Ma posdomani? -- Oh non son cose che si spicciano in un giorno, -- egli rispose con una cert'aria, come se volesse dire: «da che mondo viene?» Poi soggiunse, guardando verso un uscio che doveva esser quello della sua camera da letto: -- Mi dispiace.... Io non sapevo risolvermi ad andar via, e volli almeno riferire succintamente il caso, e sentire un parere. -- Quando non si vede il malato, -- egli disse, -- è molto difficile pronunciarsi. Ma la cura seguìta mi par la migliore. Lei è benissimo appoggiato.... il dottor Allinori sopratutto è un uomo di polso.... Dissentiamo su alcuni principii fondamentali della scienza, ma nel resto siamo d'accordo.... In questo caso poi avrei fatto anch'io come lui. -- Ma adesso? Che farebbe adesso? -- Eh, ritengo che farei l'amputazione. -- Si alzò dalla sedia, mi accompagnò cortesemente fino all'uscio, rifiutò qualunque compenso per le sue chiacchiere e mi diede la buona notte. Di lì a un paio di settimane, forse, se avessi ancora avuto bisogno di lui, avrebbe potuto venire... Grazie tante. -- Bel costrutto ch'io avevo cavato dal mio viaggio a Roma! Ero assente di casa da quattro giorni e non sapevo nulla di Giovannino. L'Adele, anche volendo telegrafarmi a Roma, non avrebbe saputo dove dirigermi il dispaccio, perch'io m'ero dimenticato di dirle ove andavo ad alloggiare. Le inviai un altro telegramma annunziandole che rinunciavo per forza al nuovo consulto e che mi rimettevo tosto in cammino per ripatriare. Mi facesse trovar notizie alla stazione di Firenze. Alla mattina presi la prima corsa per l'Alta Italia. Fatalità su fatalità! Un disgraziato ritardo a Orte ci fecer perder la coincidenza a Firenze. Bisognava aspettare cinqu'ore. Trovai alla stazione un telegramma così concepito: -Non ci sono guai. Ti attendo. Hai ricevuto un altro dispaccio che ti spedii due giorni fa all'Albergo del Nord?- ADELE. Un altro dispaccio? Non seppi resistere alla curiosità di leggerlo e presi un -fiacre- che mi conducesse al -Nord-. Avevo tempo d'avanzo d'andare e tornare. Ecco il dispaccio che s'era incrociato col mio e che quindi era stato spedito prima che l'Adele sapesse della mia partenza per Roma: -Il dottore Allinori, il quale anticipò la sua venuta, dice che non c'è più tempo da perdere. Torna subito, subito, subito.- Queste parole mi misero la morte nell'anima. Cos'era successo di nuovo? È vero che il dispaccio posteriore era molto più tranquillante, ma in ogni modo, senza una grave ragione, Adele non mi avrebbe scritto così. Non c'era tempo da perdere! Ciò significava che era necessario di far tosto l'amputazione, quell'orribile, quell'abbominevole amputazione! E mi si chiamava ad assistere a tanto strazio, si voleva ch'io fossi presente mentre si storpiava mio figlio! Non c'era tempo da perdere! E intanto io avevo fatto perdere due giorni con la mia gita a Roma, e ne facevo perdere un terzo colla mancata coincidenza di Firenze! Mi pareva di vederlo il dottor Allinori, in camera del malato, coi suoi strumenti di tortura in mano, non aspettando altro che la mia venuta per tagliare senza misericordia. E se non ci fosse più tempo davvero? Se i miei indugi fossero stati fatali? Se ormai io non avessi che da veder morire Giovannino? Volli persuadermi di nuovo che era meglio vederlo morto che storpio, ma non ci riuscii. Anzi mi adirai meco stesso per le mie esitanze passate e dicevo: -- Sì, sì, lascerò che gli facciano l'amputazione, lascerò che gli facciano tutto quello che vogliono pur che me lo salvino. Viaggiai in uno stato d'inquietudine, d'ansietà ch'è facile immaginare. Alla stazione non c'era nessuno; infatti non si sapeva con che corsa sarei arrivato. Giunto a casa, salii le scale in un lampo. Adele m'aveva sentito e m'era venuta incontro sul pianerottolo. Il suo aspetto mi fece paura, ella era bianca come un cencio lavato. -- Ebbene? -- chiesi con voce soffocata. -- Ora dorme. Speriamo.... Entra.... Dio, povero Roberto, come hai la cera scomposta! -- E tu Adele, se ti guardassi nello specchio.... Ma cos'è nato? Dimmi tutto. -- Adesso; vieni dentro. Mi lasciai condurre macchinalmente in salotto da pranzo. -- Avrai fame, -- osservò l'Adele andando verso la credenza. -- No, non ho fame, non ho nulla. Voglio saper la verità vera su Giovannino. Dov'è il dottore Allinori? -- È partito. -- Come partito? Bisogna richiamarlo subito. Non c'è tempo da perdere, me l'hai telegrafato tu stessa.... Non mi oppongo più, sai, non mi oppongo più all'amputazione.... -- Ah no! -- ella esclamò con un accento di gioia che mi parve molto singolare, in quell'istante, alla vigilia d'una prova così terribile. -- Ma facciamo presto, -- soggiunsi. -- Voglia il cielo che non si sia aspettato anche troppo. -- Roberto, -- ripigliò l'Adele afferrandomi tutte due le mani, -- tu mi perdonerai dunque? -- Perdonarti? Perdonarti che? Parla per amor del cielo.... C'è qualche disgrazia che non osi parteciparmi? -- No, te lo giuro, disgrazie no.... Anzi.... -- Sei così imbarazzata.... Oh insomma voglio veder Giovannino. E mi svincolai a forza da lei. -- Un momento, -- ella gridò. -- Ascolta. Mi trattenni sulla soglia. -- Ti telegrafai a Firenze che il dottor Allinori diceva non esserci tempo da perdere, e, aggiungevo: -torna subito, subito, subito-. -- Sì. -- Quel telegramma non l'hai ricevuto allora? -- No. Ero partito per Roma, e lo trovai al mio ritorno, di passaggio per Firenze. -- Esso s'è incrociato con un dispaccio tuo che mi annunziava appunto questa partenza per Roma senz'indicarmi dove potessi farti avere mie notizie. -- È vero; l'avevo dimenticato. -- Pensa com'io rimanessi apprendendo che, invece di tornare immediatamente, ti allontanavi. -- È stata una fatalità. -- Il dottor Allinori aveva consentito a rimanere un giorno, ma non più d'un giorno, perchè serii impegni lo chiamavano altrove. Poi c'era urgenza.... le cose s'erano aggravate nella settimana.... d'ora in ora poteva formarsi la cancrena. Io cominciavo a presentire il vero, ma non avevo forza di articolare una parola. Ero tutt'orecchi, respiravo appena. Mia moglie continuò: -- Mi si disse: signora Adele, si sente in grado di prender sopra di sè una grande responsabilità? -- Dio! Credo d'aver capito. -- Ma me lo salveranno? -- io gridai. -- E i medici tutti e tre d'accordo: Sì, glielo salveremo, vedrà. Abbia fede in noi, abbia fede nella Provvidenza.... Se non ci lascia fare, quello è un bambino morto. Morto! Intendi, Roberto? Morto! -- E tu? -- Io risposi: la grande responsabilità me l'assumo. Facciano.... Ti vien male, Roberto? -- No. Continua.... L'amputazione? -- Fu eseguita or sono due giorni. L'Adele era ritta davanti una seggiola tenendosi forte alla spalliera. Io mi copersi il viso con le mani ed esclamai: -- Povero il mio Giovannino! Povera creatura! E ha potuto resistere? -- Gli si fece respirare il cloroformio. Egli mi guardò co' suoi begli occhi pieni d'affetto e di sgomento, e mi disse: «Mamma, cos'è questo? No, mamma, no.» Scosse il capo due volte, alzò la mano come chi vuol scacciar via un insetto molesto, e poi cadde in un letargo. Allora.... -- Oh taci. Eri presente? -- Volevano mandarmi in un'altra camera. Figurati se ci sono andata. Rimasi là sino alla fine, pochi minuti, un secolo, non so.... Vidi tutto, sentii tutto.... oh il suono stridulo di quella sega l'ho qui nell'anima.... quel sangue lo vedrò scorrer sempre, sempre.... E quando l'operazione fu terminata, e quella povera gamba che aveva tanto patito fu gettata in un angolo come un inutile arnese, oh te lo giuro, credetti che la mia forza d'animo m'abbandonasse e fui lì lì per cadere come corpo morto. Ma mi sostenne un pensiero. Giovannino era assopito; bisognava farlo rinvenire. Non dovevo esserci io, la sua mamma? Ce ne volle a svegliarlo, sai. Due volte i medici si guardarono muti; io guardavo loro; che momenti! che spasimo! Alla fine il bimbo mosse un poco le braccia, aperse a fatica gli occhi e mi cercò, oh mi cercò subito. «Mamma, non voglio più quel cattivo odore.» -- Ma alla gamba non si sentiva uno strazio? -- No.... allora no.... Più tardi.... -- Oh basta, basta.... E mi misi a piangere come un fanciullo. -- Adesso, -- ella soggiunse per consolarmi, -- egli non sente quasi più dolore; s'è rassegnato alla perdita della sua gamba; dice: «Brutta gamba, han fatto bene a buttarti via.» Io seguitavo a piangere. -- Proprio non mi perdoni? -- ella riprese timidamente. -- Perdonarti? -- io proruppi. -- Perdonare io a te?... Sei tu che devi perdonarmi, Adele.... E avrei continuato. Ma ella m'impose silenzio. -- Non una parola di più, Roberto, non una parola, per carità.... almeno finchè Giovannino non sia fuori di pericolo.... Sei convinto che ho agito pel meglio e mi basta. Qualunque cosa tu soggiungessi, mi sarebbe oggi di cattivo augurio. -- E questo pericolo fino a quando durerà? -- Altri otto, altri dieci giorni, non si può dire con precisione. S'è avuta tanta pazienza, abbiamone ancora. . . . . . . . Gli otto, i dieci giorni passarono, non senza che di tratto in tratto Giovannino ci desse qualche ragione d'inquietudine e mettesse in pensiero i medici. Ma, in capo a due settimane, ogni traccia di febbre svanì, e il sedicesimo giorno, un mercoledì, oh me lo ricorderò sempre, il dottor Allinori, che era venuto a visitare il suo piccolo malato, strinse la mano a mia moglie in aria di trionfo, esclamando: -- Non glielo avevo detto, signora Adele, che lo avremmo salvato? Metta dunque il suo cuore in pace dopo tante burrasche; il suo Giovannino è salvo. Pur troppo egli crescerà senza una gamba, ma crescerà sano e diverrà un bel ragazzo ugualmente. -- Quindi, indirizzandosi a me, soggiunse, da quell'uomo franco ch'egli era: -- E lei, ringrazi sua moglie; senza la signora Adele, il fanciullo sarebbe morto da un pezzo. Io n'ero tanto convinto che mi voltai verso l'Adele dispostissimo a gettarmele ai piedi. Dovetti invece correre a sostenerla. Le sue forze che avevano così mirabilmente resistito al dolore, sembravano non saper resistere alla gioia. Alle parole del medico, ella era divenuta prima rossa, poi bianca come la cera: s'era sforzata di sorridere, di dir qualche cosa, ma invano. Fu allora che, sentendosi mancare il terreno, ella cercò un appoggio, e sarebbe caduta s'io non fossi stato pronto a sorreggerla. -- Non sarà nulla, sarà la commozione, -- disse il dottore, facendole, fiutare una boccetta d'ammoniaca. Ella si risentì, si passò la mano sulla fronte e susurrò con un filo di voce. -- È una cosa del momento.... Ma son così debole, così stanca.... Andrei a letto.... Non c'è Norina? -- La chiameremo, ma intanto son qua io. E la condussi quasi di peso nella sua camera, ove non c'era che un letto, ove da quattro anni ella dormiva sola come una fanciulla, come una vedova, peggio ancora, come una ripudiata. La spogliai con l'aiuto della Norina, e coricata che fu, le rassettai io stesso le coltri intorno alla persona, e sedetti accanto al suo capezzale. -- Veglierò io, -- dissi alla cameriera, -- andatevene pure. Vegliai tutta la notte, pensando a Giovannino ch'era guarito, ahimè, a qual prezzo! all'Adele che stava forse per ammalarsi, ma sopratutto pensando alle colpe enormi che avevo sulla coscienza, e all'impossibilità di espiarle. Io aveva potuto disprezzar l'Adele, aveva potuto preferirle delle donne da trivio, avevo potuto proporle una separazione! Ella aveva finito col prender sonno; il suo respiro, affannoso sul principio, s'era fatto a poco a poco calmo e regolare: l'espressione della sua fisonomia era tranquilla; eppure io ero tanto inquieto! Ogni dieci minuti m'alzavo dalla sedia e andavo e guardar l'orologio dell'Adele ch'era posato sul cassettone vicino al lume da notte, e il suo uniforme -tic tac-, non so perchè, mi riempiva di tristezza. -Tic tac-, -tic tac-. I secondi succedevano ai secondi, ma le pulsazioni nel mio cuore eran molto più rapide! Era strano. Non mi pareva d'esser degno di trovarmi a quell'ora nella camera di mia moglie, che era pur stata la mia camera nuziale, ma ch'io avevo stolidamente abbandonata. Quel profumo di donna onesta che spirava intorno m'involgeva tutto, mi penetrava per tutti i pori. Io carezzavo con la mano il semplice vestito dell'Adele gettato attraverso la spalliera d'una poltrona, toccavo la sua biancheria raggomitolata a' piedi del letto e involontariamente il mio pensiero correva ad altre alcove men pure, piene di una luce insidiosa, piene d'odori acuti, inebbrianti, sotto i quali s'indovinava però l'aria putrida e malsana. Vedevo agitarmisi davanti agli occhi le turpi visioni di nudità procaci, di veli ingialliti dai vapori della bettola, d'abiti dissimulanti le rattoppature sotto i lustrini, e mi vergognavo all'idea d'essermi ravvoltato in quella sozzura, io, marito, io, padre! La mia donna, la madre del mio bambino era lì, ma non avrei osato d'alzare un lembo delle sue coperte, non avrei osato deporre un bacio sulle sue labbra, più caste di quelle d'una vergine. Le ero vicino perchè la credevo malata; ma ella avrebbe potuto, svegliandosi, cacciarmi via e dirmi: Che libertà ti prendi? che fai, di notte, accanto al mio letto? L'alba cominciava a penetrar nella camera attraverso le imposte socchiuse, e affacciandosi alla finestra si vedeva l'orizzonte listarsi di rosa. Un po' prima delle sei, l'Adele si mosse, aperse gli occhi e scorgendomi ritto al suo capezzale, diede un sobbalzo. -- Tu, Roberto. Che ora è? -- Son quasi le sei. -- Ti sei alzato così presto?... Giovannino forse non istà bene? -- Giovannino ha sempre dormito, Giovannino dorme sempre come un angelo, -- io risposi accostando l'orecchio all'uscio della camera attigua ove c'era il fanciullo con la bambinaja. -- E allora, -- ella soggiunse cercando di raccapezzarsi, -- non capisco.... Perchè sei qui? -- Ma tu come stai? -- io chiesi. -- Oh.... Adesso mi ricordo.... Jersera debbo aver avuto un capogiro.... Ormai è passato.... Era una cosa da nulla.... Non c'era ragione che tu ti alzassi prima di giorno. -- Non mi sono alzato, -- dissi timidamente, -- Com'è? dov'eri? Eri uscito di casa? -- Ero.... qui. -- Sei rimasto qui tutta la notte? Non risposi nulla, ma il mio silenzio valeva quanto una risposta affermativa. -- Oh.... Roberto! -- ella esclamò. -- E mi fissò in viso i suoi belli occhi inteneriti. Non ne potei più e mi gettai in ginocchioni appiedi del letto e, rompendo in singhiozzi, dissi tutto quello che mi stava sull'anima da tanto tempo. Le parole non me le rammento; so che non mi risparmiai nessun'accusa, che non tacqui nessuna bruttura della mia vita. E davo all'Adele i titoli più dolci: la chiamavo angelica, santa, divina, la dicevo salvatrice di nostro figlio, degna d'un uomo che avesse saputo comprenderla mentre io.... Ella faceva di tutto per calmarmi. -- No, Roberto, non è vero, ho avute le mie colpe anch'io; ero fredda, ero sprezzante, mi pareva di abbassarmi a confessarti il bene che ti volevo.... la disgrazia del nostro Giovannino ci avrà corretti tutti e due.... Ci ameremo di più e in questo amore intenso cercheremo tutti e due l'espiazione dei nostri peccati.... L'Adele parlava de' suoi peccati! -- Non mi respingi dunque? -- io insistevo. -- Non la esigi tu stessa la separazione...? Ella non mi lasciò finire la frase. Chinandosi con mezza la persona dalla sponda del letto, mi cinse il collo con le sue morbide braccia; i suoi lunghi e folti capelli, sprigionatisi dalla cuffia che li teneva stretti, scesero a lambirmi le spalle, le sue lagrime si confusero con le mie, mentr'ella ripeteva con voce commossa: -- Povero Roberto, hai patito tanto anche tu in questi mesi! I primi raggi del sole tremolavano sulla parete, una luce allegra innondava la stanza; di fuori gli uccelletti salutavano la primavera. E la primavera esultava nel mio cuore. * * * Son passati da quella mattina degli anni parecchi. Giovannino porta con disinvoltura la sua gamba di legno; è di statura piuttosto alta, di viso bellissimo, di umore uguale e sereno, è buono, è intelligente, è studioso. Alla scuola lo proclamano sempre il primo della classe; i suoi condiscepoli lo adorano, i suoi professori lo amano e lo stimano ed egli dice con un po' di baldanza: -- Posso far quel che voglio, fuorchè il militare. -- È l'unica allusione ch'egli faccia alla sua disgrazia. Giovannino ha dei fratelli minori, vispi, sani, con tutte le loro membra intatte, e si può credere se l'Adele e io abbiamo cara quest'allegra nidiata di bimbi ch'è la miglior prova della nostra riconciliazione. Eppure, quando sentiamo batter sul pavimento la gamba di Giovannino, c'invade una tenerezza più profonda, una corrente elettrica passa attraverso di noi e ci ravvicina. Noi ci sforziamo di non mostrar nessuna preferenza, ma Arturo, ch'è il più malizioso dei nostri figliuoli, dice qualche volta: -- Oh se parla Giovannino, gli si dà sempre ragione. Il nostro primogenito ricambia liberalmente l'immenso affetto de' suoi genitori. Forse egli predilige un poco sua madre. E come potrebb'essere altrimenti? Le impressioni della prima infanzia non si scancellano; sua madre lo adorava quand'io affettavo verso di lui una indifferenza superba; e nella sua lunga infermità, chi lo assistette, chi vegliò al suo letto, chi seppe sorridergli, pur avendo la morte nell'anima? Cinta da un ambiente di simpatia, l'Adele ha smesso l'eccessivo riserbo che la faceva apparir fredda e insignificante. Non v'ha nessuno ormai che non pregi la rettitudine e la sicurezza del suo criterio, e quando in casa mia si raccolgono alcuni amici fidati, è invalsa la consuetudine di lasciare a lei l'ultima parola in quasi tutte le discussioni. E la sua parola è sempre così temperata, così giusta! Io ho trentacinque anni; ella ne ha trentadue, e ci amiamo come due sposi novelli, anzi nel caso nostro, ben più che quando eravamo sposi novelli. E dire che fummo in procinto di separarci! Ah! Giovannino non saprà mai che miracoli la sua gamba abbia fatto. IL FRATELLO DEL GRAND'UOMO Il signor Isidoro non è un grand'uomo, proprio no. Nessuno tra' suoi intimi amici ha mai arrischiato una proposizione così temeraria, nessuno tra' suoi conoscenti ha mai avuto il più lontano sospetto d'una cosa simile. Ma se il signor Isidoro non è un grand'uomo, egli è fratello di un grande uomo, e questa fortunata combinazione lo toglie alla sua oscurità. Il commendatore senatore Filiberto, fratello del signor Isidoro, è uno tra i personaggi più imbottiti di titoli che vi siano in Italia, e bisogna confessare che questi titoli egli non li deve alla fortuna, ma al merito. S'egli è oggi un pezzo grosso, è divenuto tale a forza d'ingegno, di studio e di perseveranza, e anche riconoscendogli i suoi difettucci conviene fargli di cappello e dire che egli è figlio delle sue opere. I suoi lavori scientifici gli apersero le porte delle principali accademie, la sua eloquenza gli aperse la carriera politica ov'era destinato a salire ai primi posti, gli eccelsi servigi resi al paese fregiarono il suo petto di croci. Se il signor Isidoro non fosse stato fratello di un commendatore e senatore, egli sarebbe cresciuto tranquillamente in mezzo alle cassette di petrolio, ai barili di acciughe e alle botti di zucchero della sua casa Claudio Ferrarecci e figli, negozianti in più rami, casa fondata dal nonno suo, il signor Claudio, e continuata sotto la medesima ragione dai discendenti di costui. Tutt'al più il signor Isidoro avrebbe obbedito alla sua naturale inclinazione pavoneggiandosi dinanzi ai suoi avventori e trinciando giudizi sulle cose del giorno nella cameretta blù del caffè al -Mercurio Risorto-, ordinario convegno dei più cospicui rappresentanti del commercio locale. Ma il signor Isidoro è fratello di un grande uomo, e ciò gli impone obblighi speciali e lo sforza a sollevarsi sopra le cassette di petrolio, i barili di acciughe e le botti di zucchero, e a tener d'occhio la situazione. Sarebbe errore gravissimo il credere che il periodo più brillante dell'anno sia pel signor Isidoro quello in cui suo fratello viene a riposarsi in grembo della famiglia. Certo, in siffatte occasioni, il signor Isidoro si tiene stretto quanto più può ai panni del commendatore e senatore, e allorchè gli è a fianco saluta gli amici con un benevolo cenno della mano e con un sorrisetto di superiorità. Certo, in quell'epoca meglio che mai, egli può allargare la cerchia delle sue conoscenze, perchè il commendatore Filiberto incontra naturalmente per via molte persone autorevoli; e l'altro, se non è ancora in relazione con esse, tanto si agita, si dimena, si raschia, si soffia il naso, da attrarre la loro attenzione e da costringere il commendatore ad aprire una proposizione incidente e a dire a bocca stretta: -Mio fratello-. Il signor Isidoro s'inchina, ammiccando con l'occhio, come a significare: Egli è celebre, io no, perchè non ho voluto. Soddisfazioni magre. In complesso, quando c'è il commendatore senatore, il nostro signor Isidoro è sacrificato, è schiacciato. Tutta la luce si concentra sul grand'uomo e a lui ne resta pochina davvero. Poi gli tocca tacere, e che supplizio è per lui! Poi gli tocca assentire ogni volta che il fratello parla, e anche questo gli pesa, perchè nel resto dell'anno egli dice sempre: Io sono indipendente. Senza contare un'umiliazione più grossa. Talora, anche in mezzo della strada, il commendatore Filiberto, volendo conferire con qualcheduno, lo manda via senza tanti preamboli, e il signor Isidoro dopo uno di questi brutti congedi si trova assai sbilanciato. Qualcheduno, vedendolo, gli chiede maliziosamente: -- E vostro fratello? -- Avevo un affare e ho dovuto lasciarlo -- egli risponde scambiando le parti. Ma la bugia gli lega la lingua, ed egli incespica, diventa rosso e coglie il primo pretesto per svignarsela. È ben altra cosa quando il commendatore Filiberto è alla capitale. Allora il signor Isidoro diventa il legittimo rappresentante del grand'uomo, allora porta le ambasciate di lui a Caio ed a Tizio, ha ingresso libero dal prefetto, dal sindaco, dai giornalisti. E coi cittadini autorevoli per posizione o per influenza ama mostrarsi in pubblico, e li visita in teatro, e delizia della sua conversazione le loro consorti, nè abbandona il palco finchè non ha potuto in un modo o nell'altro affacciarsi al parapetto ed esser ben sicuro che trenta o quaranta individui almeno l'han visto. Le signore arricciano il naso e non nascondono la loro noia ai rispettivi mariti, ma i rispettivi mariti sono uomini pubblici, e il signor Isidoro è fratello di un uomo pubblico, di un uomo grande, influente, che ha lo zampino nei ministeri, ch'è un po' ombroso e con cui non bisogna guastarsi. -- Bella seccatura questi uomini grandi! -- dice la consorte del sindaco, che ha la lingua lunga. La -prefettessa-, più prudente, si guarda attorno e soggiunge a bassa voce. -- Io li venero e li rispetto, ma vorrei che fossero figli unici. Del resto, il commendator Filiberto non tien mica in gran conto il fratello e non gli affida mai uffizi i quali richiedano un singolare acume d'ingegno. L'indole degli incarichi è, su per giù, la seguente: consegnare in proprie mani una lettera chiusa, annunziare che il commendatore arriverà in tal giorno alla tale ora, e fissare un abboccamento, portare qualche rettifica alla redazione di un giornale. Ma il signor Isidoro attraversa la città come una nube grave di fulmini e sa dare a ogni inezia le apparenze di affari di stato. -- Novità? -- gli si chiede per via vedendolo così misterioso e impettito. -- Ma!... Io non so nulla. -- Queste elezioni, eh? -- Chi può farsi un criterio?... C'è una confusione.... -- Confusione grande, non è vero? -- Altro!... Vengo via adesso dal Prefetto dopo una conferenza di un'ora. -- Nespole! Di un'ora? -- Sì... Oh!... Chiacchiere!... Quel benedetto uomo non mi lascerebbe mai andarmene pei fatti miei.... Io gli dico sempre: -Tu- sei un individuo meraviglioso, lavori tanto e trovi anche tempo da far queste lunghe cicalate. Scopo del signor Isidoro, come si capisce, è quello d'incastonare nel discorso il pronome personale -tu-, a testimonianza della sua dimestichezza col Prefetto. Pur si vorrebbe ricondurre la conversazione sul primo terreno. -- Dunque, di queste elezioni, che dice il signor Prefetto? -- Uhm!... Sa... dice e non dice.... -- Capisco.... Lei non vuol parlare.... -- Oh non creda! -- interpone il signor Isidoro facendo il bocchino da ridere. E si accommiata lietissimo di lasciare nel suo interlocutore la convinzione ch'egli sappia molte cose, ma -non voglia parlare-. Talvolta lo si ferma per domandargli notizie del grand'uomo. -- E il commendatore sta bene? -- Bene, grazie. -- E non lo si vedrà per ora da queste parti? Il signor Isidoro piega la testa da un lato, la sprofonda nella spalla, alza le due mani fino all'altezza delle orecchie, e tenendole aperte con le palme in fuori dice: -- Mah! -- Potrebbe farmi il piacere, -- prosegue timidamente l'altro guardandosi le punte delle dita -- di fargli pervenire una lettera?... A mandargliela sciolta.... m'intende già.... uomini come il suo signor fratello ne ricevono ogni giorno a dozzine, e molte vanno a finire nella paniera.... Invece per mezzo d'un fratello che gode.... meritamente.... di tanta influenza.... è un'altra cosa. Il signor Isidoro fa il prezioso, solleva dubbi, scrupoli, obbiezioni, ma finisce col lasciarsi persuadere, e conclude: -- Insomma, mi mandi la lettera.... Vede, se ho fatto difficoltà non è per la cosa in sè.... ma pare che si voglia esercitare pressione.... -- Dio guardi.... -- E io invece non ho mai voluto ingerirmi in nulla.... Non ho voluto favori, nè onorificenze.... -- Se avesse voluto.... -- Non dico questo.... ma infine.... Gli è che io preferisco l'oscurità.... Basta, siamo intesi.... Detto ciò, il signor Isidoro si allontana pomposamente, superbo di vedere sollecitata la sua protezione. Il signor Isidoro legge dalla prima all'ultima riga i discorsi che suo fratello pronuncia in Senato, legge i fogli politici tanto ministeriali che di opposizione, e se in questi ultimi vede qualche volta tartassato il grand'uomo, spiega una temperanza, un'equanimità da lasciare edificato l'uditorio. -- Io non appartengo a nessun partito.... io sono indipendente.... non guardo in viso a nessuno, io.... Mio fratello è una bravissima persona, ma anch'egli i suoi errori li avrà commessi.... Io non ho certo tutte le sue opinioni, nemmen per idea, e posso dire che nelle occasioni gli ho detto l'animo mio, e in qualche caso egli non ebbe a dolersi di avermi abbadato.... Non lo dico già per vantarmi.... Tutto dipende dal non essere uomo di partito.... -- Sicuro; il partito rovina tutto, -- osservano, sorseggiando il caffè i sapientoni del -Mercurio Risorto-. Durante un cosidetto rimpasto ministeriale si diffuse la voce che il commendatore Filiberto potesse esser chiamato a formar parte del Gabinetto. Bisognava vedere il signor Isidoro in quei giorni. Che maestà olimpica nella sua persona, che gravità piena di significato nelle sue frasi, che eloquenza nei suoi saluti e nelle sue strette di mano! Gli adoratori del sole che sorge gli si affollavano intorno più ossequiosi che mai, serii s'egli era serio, faceti s'egli era faceto, sollecitanti il suo patrocinio con lo sguardo e con le parole. -- Chiacchiere dei giornali, -- diceva l'egregio uomo, -- tutte chiacchiere.... Non c'è nulla di positivo.... Mio fratello non si è ancora deciso.... Ha scritto anche a me per domandare il mio parere.... Io sono franco.... l'ho sconsigliato.... -- Oh.... questo poi.... -- Ma, caro signor Isidoro.... -- Sì, sì.... Il potere?.. Brighe, fastidi.... niente altro.... Esser servi di tutti, avere una folla di nemici, vedersi messi in berlina per le gazzette, ecco ciò che significa stare in certi posti.... Meglio l'essere oscuri, mille volte meglio.... Almeno io la ho sempre pensata così. Ma mentre parlava in pubblico su questo tuono, il signor Isidoro scriveva due volte al giorno al senatore commendatore per eccitarlo a romper gli indugi, ad accettare il portafoglio, a dar questo nuovo lustro al nome dei Ferrarecci. La combinazione ministeriale in cui doveva entrare il commendatore Filiberto andò fallita, e svanirono con essa le splendide prospettive del signor Isidoro. Egli cercava di fare il disinvolto e diceva: -- Meglio così.... L'avevo sconsigliato anch'io.... Quindi riscaldandosi da sè, come avviene sovente, egli si scagliava contro la politica. -- Io predico sempre a mio fratello che si ritiri, che di gloria ne ha ormai abbastanza, che avrebbe diritto di riposarsi.... Tanto e tanto nessuno gli è grato perchè si ammazza lavorando da mattina a sera. Però quando un giorno un suo conoscente gli fece la burletta di dirgli a bruciapelo: -- Mi assicurano di aver letto in un giornale che tuo fratello rinuncia a tutti i suoi uffici e rientra nella vita privata, -- il signor Isidoro divenne bianco come un cencio lavato, corse prima a casa a veder se ci fossero lettere del commendatore, poi al caffè a leggere i fogli e non ebbe pace finchè non acquistò la certezza che in quella notizia non c'era ombra di vero. Eppure, alla stretta dei conti, che cosa ci guadagna il signor Isidoro dalla posizione di suo fratello, se in tanti anni non è stato fatto nemmeno cavaliere della Corona d'Italia? Non inarchi le ciglia, gentile lettrice; pare impossibile, ma è così. Il commendatore Filiberto, scrupoloso com'è, vedrebbe malvolentieri accordato a un membro della sua famiglia uno speciale favore che si potesse ritenere attribuibile all'influenza di lui. Meglio quindi non recargli questo dispiacere, perchè se il dare una croce costa poco, il non darla costa ancora meno. Infine, siam giusti, il signor Isidoro è persona discreta. Gli basta farsi credere depositario di segreti che non ha, stromento di concessioni che non può ottenere, gli basta sopratutto poter seccare il prossimo all'ombra della riputazione fraterna. E in quest'ultimo punto egli riesce a maraviglia, ve lo assicuro. Ci riesce quando vi trova per la strada e quando viene a visitarvi a casa, ci riesce quando vi dice le sue opinioni e quando vi domanda le vostre, ci riesce quando è loquace e quando è taciturno, quando parla grave e quando vuol essere arguto, quando è lusinghiero e quando è accigliato. Dio buono! Ho paura che ci riesca anche quando inspira le pagine d'uno scrittore. Signora lettrice, se si è annoiata davvero, non se la pigli meco, ma ne dia la colpa a -lui-, al fratello del grand'uomo. Egli ha tanti di questi peccatacci sulla coscienza che si può affibbiargliene un altro senza rimorso. IL COLPO DI STATO DI CLARINA Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne stupita, poi gliene dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la cosa era naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi per mezzo suo. -- Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo? Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole.... . . . . . . . Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore. Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il signor Emilio bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni, sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che simpatica, intelligente e leale. Tiene, in bocca il sigaro, in mano una gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... il -rêve-, come dicono i Francesi, o -el fila caligo-, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure li ha, con occhi pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folti capelli di color castagno, colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi nell'-Ora della mia giovinezza-) non si vuol celebrare, ma che incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto, ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir tisica, e se fu malata, oggi sta perfettamente. Infine, ho l'onore di presentarvi l'Angelica, zitellona che ha compito ormai i nove lustri, che tiene il -quid medium- tra la cameriera e la dama di compagnia, che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità; un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000