Dopo l'esame locale vi fu l'esame generale che parve dar risultati
soddisfacenti. Malgrado delle sue tendenze linfatiche, Giovannino era
robustissimo. I tre medici si ritirarono in un angolo della camera a
conferir tra loro; poi suggerirono d'accordo una nuova cura. Se non
riuscirà nemmen questa.... -- disse il dottor Allinori, ch'era l'ultimo
chiamato.
-- Allora? -- chiese mia moglie con un filo di voce.
-- Allora sarà necessario pensare a qualcos'altro -- soggiunse il
chirurgo senza spiegarsi di più.
Quand'egli s'accomiatò, io lo seguii nell'andito, gli misi in mano un
biglietto di banca di grosso taglio, e susurrai: -- Ebbene?
-- Eh, si fa un altro esperimento...
-- Ma non crede che se ne verrà a capo?
-- Speriamo di sì... Se no bisognerà prendere un partito estremo...
-- Quale?
-- Oh!... Adesso è inutile... Se ne riparlerebbe...
-- No, dica dica... Quale partito?
Il dottor Allinori abbassò la voce.
-- L'amputazione.
S'intese un grido represso. Era mia moglie. Ella ci era venuta dietro
in punta di piedi, e perchè l'andito era buio, aveva potuto avvicinarsi
inavvertita e sentir la terribile parola pronunziata dal dottore.
-- Signora, signora, -- disse costui dolente dell'accaduto. -- Non si
sgomenti... Sono eventualità remote... Noi medici dobbiamo preveder
tutti i casi.
L'Adele si era già ricomposta.
-- Lo so, -- ella rispose. -- Ma tornerà, non è vero?
Si stabilì che il dottor Allinori sarebbe tornato di lì a quindici
giorni. E intanto si sperò nella nuova cura.
L'idea dell'amputazione era orribile. Io non riuscivo nemmeno a
concepire quel demonietto di Giovannino senza una gamba. E dire che
quelle sue belle coscie di rosa e di latte, que' suoi polpacci sodi
erano il grande orgoglio di sua madre, la quale, appena capitava
un conoscente, non sapeva far di meglio che alzare il gonnellino
del bimbo e magnificarne le forme piene e rotonde. Tutte cose ch'io
avevo apprezzate poco finchè Giovannino era sano, ma che apprezzavo
moltissimo oggi che la fatalità veniva a colpir così crudelmente
la povera creaturina. Sì, lo confesso, ora soltanto cominciavo a
provar davvero il sentimento della paternità; la gamba di Giovannino
m'apparteneva; io non dovevo permetter che il ferro d'un chirurgo la
tagliasse. E cercavo di tirar dalla mia parte mia moglie, di strapparle
una feroce, una decisiva protesta contro la barbarie che si tramava a
nostro danno. Ella si contentava di rispondere: -- Speriamo che non ce
ne sia bisogno.
Giovannino non soffriva sempre. Egli aveva i suoi lucidi intervalli,
in cui rideva, scherzava come una volta. Avevamo fatto fare apposta per
lui una carrozzetta a molle, da tirarsi a mano, ch'era una maraviglia.
E quando il tempo era bello, lo si conduceva in giardino e anche
fuori di casa, ed egli beveva avidamente l'aria libera e il sole, e si
deliziava nel profumo dei fiori e nel volo capriccioso delle farfalle,
egli che, fino a poco tempo addietro, era una farfalla ed un fiore.
Bisognava tenerlo fermo sul sedile, perch'egli, dimenticando il suo
male, avrebbe voluto ogni momento saltar giù e mettersi a correre
come facevano gli altri fanciulli. O perchè doveva egli esser diverso
dagli altri fanciulli? Del resto, egli non aveva alcuna coscienza
della gravità del suo stato. Calcolava sempre di alzarsi -domani-,
di tornar -domani- quello ch'era una volta. La sua mamma secondava
queste fantasie; io, quand'ero presente a tali discorsi, duravo fatica
a frenar le lagrime. Allorchè la bambinaia era stanca di tirar la
carrozza, Adele, ch'era la sola ad aver autorità sul piccolo malato
e che doveva quindi stargli sempre a fianco per impedir ch'egli si
movesse, mi diceva: -- Roberto, mettiti un po' tu al posto della Lisa.
-- Io obbedivo, e principiavo a far confidenza con mio figlio. Era pur
bello Giovannino! Il vento scompigliava sulla sua candida fronte i
suoi ricciolini biondi e tingeva in rosa le sue guancie pallide. Gli
occhi perdevano per un istante la loro espressione di sofferenza e
riacquistavano un raggio dell'antica luce. I suoi braccetti sottili si
agitavano con voluttà e le sue manine battevano una contro l'altra.
-- Com'è bello! -- esclamai un giorno davanti all'Adele.
-- Oh! -- ella rispose. -- Adesso?
E le sue pupille s'inumidirono e parvero guardar nel passato.
Ella intendeva dire: -- Una volta era bello!
E io una volta ci badavo appena!
Ogni mattina, anche quando non veniva alcuno dei dottori, l'Adele
medicava la gamba del bimbo, ed ella si disimpegnava dell'ufficio
delicato con una sicurezza, con una calma, con una sollecitudine
ammirabili. Si sarebbe detto ch'ella fosse vissuta dieci anni in
un ospitale come assistente chirurgica. Era innegabile; mia moglie
aveva le sue buone qualità, ed era per lo meno strano ch'io volessi
separarmi da una donna simile, mentre tanti mariti... basta.... Ma
d'altra parte, c'era quella benedetta incompatibilità di carattere. E
poi la separazione era desiderata dall'Adele quanto da me!... Beninteso
che non si poteva pensarci finchè durava la malattia di Giovannino.
Quand'egli fosse guarito, sarebbe stata altra cosa.... Ma se non
fosse guarito?... Era una idea ch'io respingevo da me, ma che tornava
inesorabilmente ad angosciarmi.... Se non fosse guarito?... Certo
allora la separazione sarebbe stata ancora più facile; che vincolo
avrebbe tenuti stretti l'Adele e me?... Se non fosse guarito?... Oh!
Era orribile!
Io che non mi sentivo in grado di star presente alla medicatura,
domandavo sempre all'Adele: -- Dunque? -- Ma pur troppo nè da lei, nè dai
medici mi riusciva ottenere una risposta favorevole.
La nuova visita del dottor Allinori ebbe un risultato sconfortantissimo.
-- Pur troppo non c'è nessun miglioramento, -- egli disse, rispondendo
agli sguardi ansiosi dell'Adele e di me.
E tentennò il capo e discorse sottovoce co' suoi colleghi.
-- Si può aspettare ancora un poco, -- egli concluse prendendomi da
parte. -- Chi sa?... La natura fa miracoli.... Ma se il miracolo non
viene, è inutile, bisogna ricorrere all'ultimo mezzo che suggerisce la
scienza.
Gli altri assentirono.
-- L'amputazione! -- esclamai.
La tremenda parola m'abbruciava la lingua e io attorcigliavo
rabbiosamente il fazzoletto intorno alle dita.
Mia moglie non tardò a raggiungerci. Ella aveva indovinato tutto. Mi
pose la mano sulla spalla, e bisbigliò:
-- Coraggio!
Era lei che faceva coraggio a me!
-- Urgenza vera non ce n'è, -- riprese il dottor Allinori. -- Ma non
bisogna attender che il male sia eccessivamente progredito, se non si
vuol trovare il corpo esausto di forze.... Io devo esser qui di nuovo
verso la fine della ventura settimana, e allora....
-- Sono poi sicuri di salvarlo con l'amputazione? -- interruppe mia
moglie con voce più ferma di quella che avrei avuto io.
-- La sicurezza assoluta non si ha mai, ma si può avere una sicurezza
relativa.... Se il bambino non fosse robusto, se tutti i suoi visceri
non fossero sani, se il male che gli si è manifestato non avesse
avuto una causa traumatica, confesso che non oserei consigliar questa
prova.... che è grave.... Ma insomma, nel caso nostro, un sessanta per
cento di probabilità favorevoli ci deve pur essere.
-- Un sessanta per cento! -- diss'io cupamente. -- E gli altri quaranta?
-- Caro ingegnere, -- ripigliò il dottore, -- siamo in burrasca e non
dobbiamo farci illusione.... Un sessanta per cento di probabilità
favorevoli val meglio che un novantanove per cento di probabilità
sfavorevoli.
-- Dunque non c'è altra uscita? -- chiesi di nuovo con l'angoscia
nell'anima.
-- Se in otto o dieci giorni non nasce una crisi benefica, non ne vedo
altre, -- replicò il dottore. -- Almeno questo è il mio parere. Che ne
dicono i miei colleghi?
I suoi colleghi dicevano quello che diceva lui. Parevano due pappagalli.
Non ne potevo più e uscii dalla camera, mentre mia moglie ripeteva al
dottore Allinori:
-- Dunque lei tornerà nella settimana ventura?
Nella giornata colsi un momento in cui Giovannino dormiva per parlare
a quattr'occhi con l'Adele.
-- No, no, -- dissi, -- i medici possono predicar finchè vogliono, noi
non dobbiamo lasciar tagliare la gamba a Giovannino. Farne uno storpio,
farne un infelice... no, no, non lo dobbiamo assolutamente.
-- Ma se ci muore?
-- Sarà una disgrazia, sarà una disgrazia immensa, ma non avremo
commesso una barbarie.... Non lo avremo sacrificato al nostro
egoismo....
-- Roberto! Roberto! E si può lasciarlo morire? -- ella proruppe con un
grido straziante.
Io volevo risponder di sì, ma invece mi presi la testa fra le mani e la
scossi con violenza.
-- Maledetta la medicina, maledetti i medici. Tutti ignoranti, tutti
impostori, tutti ciarlatani!... Uno non ce n'ha da essere a modo?
A un tratto scattai dalla sedia esclamando con logica ammirabile:
-- Voglio consultarne un altro ancora.... sarà il quarto.... Tanto
fa.... Andrò a cercarlo in capo al mondo, se occorre.
L'Adele non mi contraddisse, ma evidentemente ella non isperava nulla
da questo nuovo consulto ch'io ero deciso a fare, non sapevo ancora con
chi.
Passò qualche giorno prima ch'io fissassi le mia scelta fra le tre
o quattro celebrità che m'erano state additate. Diedi finalmente la
preferenza a uno ch'era allora in gran voga e che abitava in Firenze, e
risolsi di fare una corsa io stesso in quella città affine di condurlo
meco.
-- Portami un gingillo nuovo da Firenze, -- disse Giovannino.
Egli aveva intorno a sè una collezione di giocatoli, parte interi,
parte sciupati. C'era una dozzina di soldatini di piombo, c'eran
fantocci che a dar loro una spinta facevan prodigi acrobatici, e
agnelli belanti, e sorci che si caricavano e correvano per la camera,
c'era un convoglio di strada ferrata, un paio di cavalli zoppi, un
pesce dalle squame d'argento, un teatrino cogli scenari a colori, una
cucina di stagno, alcune scatole di cubi da costruzione, una lanterna
magica coi vetri rotti, tutta roba accumulata giorno per giorno
in questi mesi di malattia. Ma qualunque cosa Giovannino ci avesse
chiesto, l'Adele ed io ci saremmo gettati nel fuoco per contentarlo. Io
gli promisi il gingillo nuovo, ed egli mi baciò sorridente. Era magro,
era pallido. Povero Giovannino! Quel sorriso su quel volto bianco e
sparuto mi fece un senso!...
-- Torna presto, -- mi raccomandò l'Adele accompagnandomi fino alla scala.
-- Posdomani son qui.... E tu, se c'è qualche cosa di nuovo, telegrafa
all'-Albergo del Nord-.
-- S'intende.
Ci stringemmo la mano senz'aggiunger parola. In verità nessuno avrebbe
creduto che noi fossimo due coniugi risoluti a dividersi.
Il diavolo ci aveva messo la coda. Io avevo fatto i conti senza la
politica; il mio Ippocrate era senatore, e come tale si trovava a Roma.
In quel momento devono essermi scappate fuori delle grandi eresie. Devo
essermela presa coi medici senatori, e fin qui manco male, ma poi devo
aver imprecato anche al trasporto della sede del governo a Roma, e, Dio
non voglia, persino al regime parlamentare.
Stetti un po' perplesso sul da farsi, ma m'ero tanto incaponito
nell'idea di questo consulto che finii per prendere il treno diretto
per Roma. Naturalmente, prima di partire, telegrafai all'Adele affinchè
non si mettesse in pena pel mio ritardo.
A Roma, un nuovo contrattempo. Era domenica e il mio grand'uomo
era andato a pigliar aria a Frascati. Lo si aspettava di ritorno
la sera a mezzanotte. E io fin dalle undici ero nel suo salottino a
contare i minuti. A mezzanotte e un quarto il luminare della scienza
medico-chirurgica italiana arrivò e parve bastantemente annoiato di
trovar gente in casa sua. Quando gli ebbi esposto il motivo della mia
venuta e la mia intenzione di condurlo meco:
-- Impossibile, -- egli disse, -- assolutamente impossibile. Domani va
in discussione al Senato il codice sanitario, e io devo sostenere il
lavoro della Commissione di cui faccio parte.
-- Ma posdomani?
-- Oh non son cose che si spicciano in un giorno, -- egli rispose con una
cert'aria, come se volesse dire: «da che mondo viene?» Poi soggiunse,
guardando verso un uscio che doveva esser quello della sua camera da
letto: -- Mi dispiace....
Io non sapevo risolvermi ad andar via, e volli almeno riferire
succintamente il caso, e sentire un parere.
-- Quando non si vede il malato, -- egli disse, -- è molto difficile
pronunciarsi. Ma la cura seguìta mi par la migliore. Lei è benissimo
appoggiato.... il dottor Allinori sopratutto è un uomo di polso....
Dissentiamo su alcuni principii fondamentali della scienza, ma nel
resto siamo d'accordo.... In questo caso poi avrei fatto anch'io come
lui.
-- Ma adesso? Che farebbe adesso?
-- Eh, ritengo che farei l'amputazione.
-- Si alzò dalla sedia, mi accompagnò cortesemente fino all'uscio,
rifiutò qualunque compenso per le sue chiacchiere e mi diede la buona
notte.
Di lì a un paio di settimane, forse, se avessi ancora avuto bisogno di
lui, avrebbe potuto venire... Grazie tante.
-- Bel costrutto ch'io avevo cavato dal mio viaggio a Roma! Ero assente
di casa da quattro giorni e non sapevo nulla di Giovannino. L'Adele,
anche volendo telegrafarmi a Roma, non avrebbe saputo dove dirigermi
il dispaccio, perch'io m'ero dimenticato di dirle ove andavo ad
alloggiare. Le inviai un altro telegramma annunziandole che rinunciavo
per forza al nuovo consulto e che mi rimettevo tosto in cammino per
ripatriare. Mi facesse trovar notizie alla stazione di Firenze.
Alla mattina presi la prima corsa per l'Alta Italia. Fatalità su
fatalità! Un disgraziato ritardo a Orte ci fecer perder la coincidenza
a Firenze. Bisognava aspettare cinqu'ore.
Trovai alla stazione un telegramma così concepito:
-Non ci sono guai. Ti attendo. Hai ricevuto un altro dispaccio
che ti spedii due giorni fa all'Albergo del Nord?-
ADELE.
Un altro dispaccio? Non seppi resistere alla curiosità di leggerlo e
presi un -fiacre- che mi conducesse al -Nord-. Avevo tempo d'avanzo
d'andare e tornare. Ecco il dispaccio che s'era incrociato col mio
e che quindi era stato spedito prima che l'Adele sapesse della mia
partenza per Roma:
-Il dottore Allinori, il quale anticipò la sua venuta, dice che
non c'è più tempo da perdere. Torna subito, subito, subito.-
Queste parole mi misero la morte nell'anima. Cos'era successo di nuovo?
È vero che il dispaccio posteriore era molto più tranquillante, ma in
ogni modo, senza una grave ragione, Adele non mi avrebbe scritto così.
Non c'era tempo da perdere! Ciò significava che era necessario di far
tosto l'amputazione, quell'orribile, quell'abbominevole amputazione!
E mi si chiamava ad assistere a tanto strazio, si voleva ch'io fossi
presente mentre si storpiava mio figlio!
Non c'era tempo da perdere! E intanto io avevo fatto perdere due giorni
con la mia gita a Roma, e ne facevo perdere un terzo colla mancata
coincidenza di Firenze! Mi pareva di vederlo il dottor Allinori,
in camera del malato, coi suoi strumenti di tortura in mano, non
aspettando altro che la mia venuta per tagliare senza misericordia.
E se non ci fosse più tempo davvero? Se i miei indugi fossero stati
fatali? Se ormai io non avessi che da veder morire Giovannino? Volli
persuadermi di nuovo che era meglio vederlo morto che storpio, ma non
ci riuscii. Anzi mi adirai meco stesso per le mie esitanze passate e
dicevo:
-- Sì, sì, lascerò che gli facciano l'amputazione, lascerò che gli
facciano tutto quello che vogliono pur che me lo salvino.
Viaggiai in uno stato d'inquietudine, d'ansietà ch'è facile immaginare.
Alla stazione non c'era nessuno; infatti non si sapeva con che corsa
sarei arrivato.
Giunto a casa, salii le scale in un lampo. Adele m'aveva sentito e
m'era venuta incontro sul pianerottolo. Il suo aspetto mi fece paura,
ella era bianca come un cencio lavato.
-- Ebbene? -- chiesi con voce soffocata.
-- Ora dorme. Speriamo.... Entra.... Dio, povero Roberto, come hai la
cera scomposta!
-- E tu Adele, se ti guardassi nello specchio.... Ma cos'è nato? Dimmi
tutto.
-- Adesso; vieni dentro.
Mi lasciai condurre macchinalmente in salotto da pranzo.
-- Avrai fame, -- osservò l'Adele andando verso la credenza.
-- No, non ho fame, non ho nulla. Voglio saper la verità vera su
Giovannino. Dov'è il dottore Allinori?
-- È partito.
-- Come partito? Bisogna richiamarlo subito. Non c'è tempo da perdere,
me l'hai telegrafato tu stessa.... Non mi oppongo più, sai, non mi
oppongo più all'amputazione....
-- Ah no! -- ella esclamò con un accento di gioia che mi parve molto
singolare, in quell'istante, alla vigilia d'una prova così terribile.
-- Ma facciamo presto, -- soggiunsi. -- Voglia il cielo che non si sia
aspettato anche troppo.
-- Roberto, -- ripigliò l'Adele afferrandomi tutte due le mani, -- tu mi
perdonerai dunque?
-- Perdonarti? Perdonarti che? Parla per amor del cielo.... C'è qualche
disgrazia che non osi parteciparmi?
-- No, te lo giuro, disgrazie no.... Anzi....
-- Sei così imbarazzata.... Oh insomma voglio veder Giovannino.
E mi svincolai a forza da lei.
-- Un momento, -- ella gridò. -- Ascolta.
Mi trattenni sulla soglia.
-- Ti telegrafai a Firenze che il dottor Allinori diceva non esserci
tempo da perdere, e, aggiungevo: -torna subito, subito, subito-.
-- Sì.
-- Quel telegramma non l'hai ricevuto allora?
-- No. Ero partito per Roma, e lo trovai al mio ritorno, di passaggio
per Firenze.
-- Esso s'è incrociato con un dispaccio tuo che mi annunziava appunto
questa partenza per Roma senz'indicarmi dove potessi farti avere mie
notizie.
-- È vero; l'avevo dimenticato.
-- Pensa com'io rimanessi apprendendo che, invece di tornare
immediatamente, ti allontanavi.
-- È stata una fatalità.
-- Il dottor Allinori aveva consentito a rimanere un giorno, ma non
più d'un giorno, perchè serii impegni lo chiamavano altrove. Poi c'era
urgenza.... le cose s'erano aggravate nella settimana.... d'ora in ora
poteva formarsi la cancrena.
Io cominciavo a presentire il vero, ma non avevo forza di articolare
una parola. Ero tutt'orecchi, respiravo appena.
Mia moglie continuò:
-- Mi si disse: signora Adele, si sente in grado di prender sopra di sè
una grande responsabilità?
-- Dio! Credo d'aver capito.
-- Ma me lo salveranno? -- io gridai. -- E i medici tutti e tre d'accordo:
Sì, glielo salveremo, vedrà. Abbia fede in noi, abbia fede nella
Provvidenza.... Se non ci lascia fare, quello è un bambino morto.
Morto! Intendi, Roberto? Morto!
-- E tu?
-- Io risposi: la grande responsabilità me l'assumo. Facciano.... Ti
vien male, Roberto?
-- No. Continua.... L'amputazione?
-- Fu eseguita or sono due giorni.
L'Adele era ritta davanti una seggiola tenendosi forte alla spalliera.
Io mi copersi il viso con le mani ed esclamai:
-- Povero il mio Giovannino! Povera creatura! E ha potuto resistere?
-- Gli si fece respirare il cloroformio. Egli mi guardò co' suoi begli
occhi pieni d'affetto e di sgomento, e mi disse: «Mamma, cos'è questo?
No, mamma, no.» Scosse il capo due volte, alzò la mano come chi vuol
scacciar via un insetto molesto, e poi cadde in un letargo. Allora....
-- Oh taci. Eri presente?
-- Volevano mandarmi in un'altra camera. Figurati se ci sono andata.
Rimasi là sino alla fine, pochi minuti, un secolo, non so.... Vidi
tutto, sentii tutto.... oh il suono stridulo di quella sega l'ho
qui nell'anima.... quel sangue lo vedrò scorrer sempre, sempre.... E
quando l'operazione fu terminata, e quella povera gamba che aveva tanto
patito fu gettata in un angolo come un inutile arnese, oh te lo giuro,
credetti che la mia forza d'animo m'abbandonasse e fui lì lì per cadere
come corpo morto. Ma mi sostenne un pensiero. Giovannino era assopito;
bisognava farlo rinvenire. Non dovevo esserci io, la sua mamma? Ce
ne volle a svegliarlo, sai. Due volte i medici si guardarono muti;
io guardavo loro; che momenti! che spasimo! Alla fine il bimbo mosse
un poco le braccia, aperse a fatica gli occhi e mi cercò, oh mi cercò
subito. «Mamma, non voglio più quel cattivo odore.»
-- Ma alla gamba non si sentiva uno strazio?
-- No.... allora no.... Più tardi....
-- Oh basta, basta....
E mi misi a piangere come un fanciullo.
-- Adesso, -- ella soggiunse per consolarmi, -- egli non sente quasi più
dolore; s'è rassegnato alla perdita della sua gamba; dice: «Brutta
gamba, han fatto bene a buttarti via.»
Io seguitavo a piangere.
-- Proprio non mi perdoni? -- ella riprese timidamente.
-- Perdonarti? -- io proruppi. -- Perdonare io a te?... Sei tu che devi
perdonarmi, Adele....
E avrei continuato. Ma ella m'impose silenzio.
-- Non una parola di più, Roberto, non una parola, per carità.... almeno
finchè Giovannino non sia fuori di pericolo.... Sei convinto che ho
agito pel meglio e mi basta. Qualunque cosa tu soggiungessi, mi sarebbe
oggi di cattivo augurio.
-- E questo pericolo fino a quando durerà?
-- Altri otto, altri dieci giorni, non si può dire con precisione. S'è
avuta tanta pazienza, abbiamone ancora.
. . . . . . .
Gli otto, i dieci giorni passarono, non senza che di tratto in tratto
Giovannino ci desse qualche ragione d'inquietudine e mettesse in
pensiero i medici. Ma, in capo a due settimane, ogni traccia di febbre
svanì, e il sedicesimo giorno, un mercoledì, oh me lo ricorderò sempre,
il dottor Allinori, che era venuto a visitare il suo piccolo malato,
strinse la mano a mia moglie in aria di trionfo, esclamando:
-- Non glielo avevo detto, signora Adele, che lo avremmo salvato? Metta
dunque il suo cuore in pace dopo tante burrasche; il suo Giovannino
è salvo. Pur troppo egli crescerà senza una gamba, ma crescerà sano
e diverrà un bel ragazzo ugualmente. -- Quindi, indirizzandosi a me,
soggiunse, da quell'uomo franco ch'egli era: -- E lei, ringrazi sua
moglie; senza la signora Adele, il fanciullo sarebbe morto da un pezzo.
Io n'ero tanto convinto che mi voltai verso l'Adele dispostissimo a
gettarmele ai piedi. Dovetti invece correre a sostenerla. Le sue forze
che avevano così mirabilmente resistito al dolore, sembravano non saper
resistere alla gioia. Alle parole del medico, ella era divenuta prima
rossa, poi bianca come la cera: s'era sforzata di sorridere, di dir
qualche cosa, ma invano. Fu allora che, sentendosi mancare il terreno,
ella cercò un appoggio, e sarebbe caduta s'io non fossi stato pronto a
sorreggerla.
-- Non sarà nulla, sarà la commozione, -- disse il dottore, facendole,
fiutare una boccetta d'ammoniaca.
Ella si risentì, si passò la mano sulla fronte e susurrò con un filo di
voce. -- È una cosa del momento.... Ma son così debole, così stanca....
Andrei a letto.... Non c'è Norina?
-- La chiameremo, ma intanto son qua io.
E la condussi quasi di peso nella sua camera, ove non c'era che un
letto, ove da quattro anni ella dormiva sola come una fanciulla, come
una vedova, peggio ancora, come una ripudiata. La spogliai con l'aiuto
della Norina, e coricata che fu, le rassettai io stesso le coltri
intorno alla persona, e sedetti accanto al suo capezzale.
-- Veglierò io, -- dissi alla cameriera, -- andatevene pure.
Vegliai tutta la notte, pensando a Giovannino ch'era guarito,
ahimè, a qual prezzo! all'Adele che stava forse per ammalarsi, ma
sopratutto pensando alle colpe enormi che avevo sulla coscienza, e
all'impossibilità di espiarle.
Io aveva potuto disprezzar l'Adele, aveva potuto preferirle delle donne
da trivio, avevo potuto proporle una separazione!
Ella aveva finito col prender sonno; il suo respiro, affannoso sul
principio, s'era fatto a poco a poco calmo e regolare: l'espressione
della sua fisonomia era tranquilla; eppure io ero tanto inquieto!
Ogni dieci minuti m'alzavo dalla sedia e andavo e guardar l'orologio
dell'Adele ch'era posato sul cassettone vicino al lume da notte, e il
suo uniforme -tic tac-, non so perchè, mi riempiva di tristezza. -Tic
tac-, -tic tac-. I secondi succedevano ai secondi, ma le pulsazioni nel
mio cuore eran molto più rapide!
Era strano. Non mi pareva d'esser degno di trovarmi a quell'ora nella
camera di mia moglie, che era pur stata la mia camera nuziale, ma
ch'io avevo stolidamente abbandonata. Quel profumo di donna onesta che
spirava intorno m'involgeva tutto, mi penetrava per tutti i pori. Io
carezzavo con la mano il semplice vestito dell'Adele gettato attraverso
la spalliera d'una poltrona, toccavo la sua biancheria raggomitolata
a' piedi del letto e involontariamente il mio pensiero correva ad
altre alcove men pure, piene di una luce insidiosa, piene d'odori
acuti, inebbrianti, sotto i quali s'indovinava però l'aria putrida
e malsana. Vedevo agitarmisi davanti agli occhi le turpi visioni di
nudità procaci, di veli ingialliti dai vapori della bettola, d'abiti
dissimulanti le rattoppature sotto i lustrini, e mi vergognavo all'idea
d'essermi ravvoltato in quella sozzura, io, marito, io, padre! La mia
donna, la madre del mio bambino era lì, ma non avrei osato d'alzare
un lembo delle sue coperte, non avrei osato deporre un bacio sulle
sue labbra, più caste di quelle d'una vergine. Le ero vicino perchè la
credevo malata; ma ella avrebbe potuto, svegliandosi, cacciarmi via e
dirmi: Che libertà ti prendi? che fai, di notte, accanto al mio letto?
L'alba cominciava a penetrar nella camera attraverso le imposte
socchiuse, e affacciandosi alla finestra si vedeva l'orizzonte listarsi
di rosa. Un po' prima delle sei, l'Adele si mosse, aperse gli occhi e
scorgendomi ritto al suo capezzale, diede un sobbalzo. -- Tu, Roberto.
Che ora è?
-- Son quasi le sei.
-- Ti sei alzato così presto?... Giovannino forse non istà bene?
-- Giovannino ha sempre dormito, Giovannino dorme sempre come un angelo,
-- io risposi accostando l'orecchio all'uscio della camera attigua ove
c'era il fanciullo con la bambinaja.
-- E allora, -- ella soggiunse cercando di raccapezzarsi, -- non
capisco.... Perchè sei qui?
-- Ma tu come stai? -- io chiesi.
-- Oh.... Adesso mi ricordo.... Jersera debbo aver avuto un capogiro....
Ormai è passato.... Era una cosa da nulla.... Non c'era ragione che tu
ti alzassi prima di giorno.
-- Non mi sono alzato, -- dissi timidamente,
-- Com'è? dov'eri? Eri uscito di casa?
-- Ero.... qui.
-- Sei rimasto qui tutta la notte?
Non risposi nulla, ma il mio silenzio valeva quanto una risposta
affermativa.
-- Oh.... Roberto! -- ella esclamò. -- E mi fissò in viso i suoi belli
occhi inteneriti.
Non ne potei più e mi gettai in ginocchioni appiedi del letto e,
rompendo in singhiozzi, dissi tutto quello che mi stava sull'anima da
tanto tempo. Le parole non me le rammento; so che non mi risparmiai
nessun'accusa, che non tacqui nessuna bruttura della mia vita. E davo
all'Adele i titoli più dolci: la chiamavo angelica, santa, divina, la
dicevo salvatrice di nostro figlio, degna d'un uomo che avesse saputo
comprenderla mentre io....
Ella faceva di tutto per calmarmi.
-- No, Roberto, non è vero, ho avute le mie colpe anch'io; ero fredda,
ero sprezzante, mi pareva di abbassarmi a confessarti il bene che ti
volevo.... la disgrazia del nostro Giovannino ci avrà corretti tutti e
due.... Ci ameremo di più e in questo amore intenso cercheremo tutti e
due l'espiazione dei nostri peccati....
L'Adele parlava de' suoi peccati!
-- Non mi respingi dunque? -- io insistevo. -- Non la esigi tu stessa la
separazione...?
Ella non mi lasciò finire la frase. Chinandosi con mezza la persona
dalla sponda del letto, mi cinse il collo con le sue morbide braccia;
i suoi lunghi e folti capelli, sprigionatisi dalla cuffia che li teneva
stretti, scesero a lambirmi le spalle, le sue lagrime si confusero con
le mie, mentr'ella ripeteva con voce commossa:
-- Povero Roberto, hai patito tanto anche tu in questi mesi!
I primi raggi del sole tremolavano sulla parete, una luce allegra
innondava la stanza; di fuori gli uccelletti salutavano la primavera.
E la primavera esultava nel mio cuore.
*
* *
Son passati da quella mattina degli anni parecchi. Giovannino porta
con disinvoltura la sua gamba di legno; è di statura piuttosto alta,
di viso bellissimo, di umore uguale e sereno, è buono, è intelligente,
è studioso. Alla scuola lo proclamano sempre il primo della classe; i
suoi condiscepoli lo adorano, i suoi professori lo amano e lo stimano
ed egli dice con un po' di baldanza: -- Posso far quel che voglio,
fuorchè il militare. -- È l'unica allusione ch'egli faccia alla sua
disgrazia.
Giovannino ha dei fratelli minori, vispi, sani, con tutte le loro
membra intatte, e si può credere se l'Adele e io abbiamo cara
quest'allegra nidiata di bimbi ch'è la miglior prova della nostra
riconciliazione. Eppure, quando sentiamo batter sul pavimento la
gamba di Giovannino, c'invade una tenerezza più profonda, una corrente
elettrica passa attraverso di noi e ci ravvicina. Noi ci sforziamo di
non mostrar nessuna preferenza, ma Arturo, ch'è il più malizioso dei
nostri figliuoli, dice qualche volta: -- Oh se parla Giovannino, gli si
dà sempre ragione.
Il nostro primogenito ricambia liberalmente l'immenso affetto de' suoi
genitori. Forse egli predilige un poco sua madre. E come potrebb'essere
altrimenti? Le impressioni della prima infanzia non si scancellano;
sua madre lo adorava quand'io affettavo verso di lui una indifferenza
superba; e nella sua lunga infermità, chi lo assistette, chi vegliò al
suo letto, chi seppe sorridergli, pur avendo la morte nell'anima?
Cinta da un ambiente di simpatia, l'Adele ha smesso l'eccessivo
riserbo che la faceva apparir fredda e insignificante. Non v'ha nessuno
ormai che non pregi la rettitudine e la sicurezza del suo criterio,
e quando in casa mia si raccolgono alcuni amici fidati, è invalsa
la consuetudine di lasciare a lei l'ultima parola in quasi tutte le
discussioni. E la sua parola è sempre così temperata, così giusta!
Io ho trentacinque anni; ella ne ha trentadue, e ci amiamo come due
sposi novelli, anzi nel caso nostro, ben più che quando eravamo sposi
novelli. E dire che fummo in procinto di separarci! Ah! Giovannino non
saprà mai che miracoli la sua gamba abbia fatto.
IL FRATELLO DEL GRAND'UOMO
Il signor Isidoro non è un grand'uomo, proprio no. Nessuno tra' suoi
intimi amici ha mai arrischiato una proposizione così temeraria,
nessuno tra' suoi conoscenti ha mai avuto il più lontano sospetto
d'una cosa simile. Ma se il signor Isidoro non è un grand'uomo, egli è
fratello di un grande uomo, e questa fortunata combinazione lo toglie
alla sua oscurità. Il commendatore senatore Filiberto, fratello del
signor Isidoro, è uno tra i personaggi più imbottiti di titoli che
vi siano in Italia, e bisogna confessare che questi titoli egli non
li deve alla fortuna, ma al merito. S'egli è oggi un pezzo grosso,
è divenuto tale a forza d'ingegno, di studio e di perseveranza, e
anche riconoscendogli i suoi difettucci conviene fargli di cappello
e dire che egli è figlio delle sue opere. I suoi lavori scientifici
gli apersero le porte delle principali accademie, la sua eloquenza gli
aperse la carriera politica ov'era destinato a salire ai primi posti,
gli eccelsi servigi resi al paese fregiarono il suo petto di croci.
Se il signor Isidoro non fosse stato fratello di un commendatore e
senatore, egli sarebbe cresciuto tranquillamente in mezzo alle cassette
di petrolio, ai barili di acciughe e alle botti di zucchero della sua
casa Claudio Ferrarecci e figli, negozianti in più rami, casa fondata
dal nonno suo, il signor Claudio, e continuata sotto la medesima
ragione dai discendenti di costui. Tutt'al più il signor Isidoro
avrebbe obbedito alla sua naturale inclinazione pavoneggiandosi dinanzi
ai suoi avventori e trinciando giudizi sulle cose del giorno nella
cameretta blù del caffè al -Mercurio Risorto-, ordinario convegno dei
più cospicui rappresentanti del commercio locale.
Ma il signor Isidoro è fratello di un grande uomo, e ciò gli impone
obblighi speciali e lo sforza a sollevarsi sopra le cassette di
petrolio, i barili di acciughe e le botti di zucchero, e a tener
d'occhio la situazione.
Sarebbe errore gravissimo il credere che il periodo più brillante
dell'anno sia pel signor Isidoro quello in cui suo fratello viene a
riposarsi in grembo della famiglia. Certo, in siffatte occasioni,
il signor Isidoro si tiene stretto quanto più può ai panni del
commendatore e senatore, e allorchè gli è a fianco saluta gli amici con
un benevolo cenno della mano e con un sorrisetto di superiorità. Certo,
in quell'epoca meglio che mai, egli può allargare la cerchia delle sue
conoscenze, perchè il commendatore Filiberto incontra naturalmente per
via molte persone autorevoli; e l'altro, se non è ancora in relazione
con esse, tanto si agita, si dimena, si raschia, si soffia il naso, da
attrarre la loro attenzione e da costringere il commendatore ad aprire
una proposizione incidente e a dire a bocca stretta: -Mio fratello-. Il
signor Isidoro s'inchina, ammiccando con l'occhio, come a significare:
Egli è celebre, io no, perchè non ho voluto.
Soddisfazioni magre. In complesso, quando c'è il commendatore senatore,
il nostro signor Isidoro è sacrificato, è schiacciato. Tutta la luce
si concentra sul grand'uomo e a lui ne resta pochina davvero. Poi gli
tocca tacere, e che supplizio è per lui! Poi gli tocca assentire ogni
volta che il fratello parla, e anche questo gli pesa, perchè nel resto
dell'anno egli dice sempre: Io sono indipendente.
Senza contare un'umiliazione più grossa. Talora, anche in mezzo della
strada, il commendatore Filiberto, volendo conferire con qualcheduno,
lo manda via senza tanti preamboli, e il signor Isidoro dopo uno
di questi brutti congedi si trova assai sbilanciato. Qualcheduno,
vedendolo, gli chiede maliziosamente: -- E vostro fratello? -- Avevo un
affare e ho dovuto lasciarlo -- egli risponde scambiando le parti. Ma la
bugia gli lega la lingua, ed egli incespica, diventa rosso e coglie il
primo pretesto per svignarsela.
È ben altra cosa quando il commendatore Filiberto è alla capitale.
Allora il signor Isidoro diventa il legittimo rappresentante del
grand'uomo, allora porta le ambasciate di lui a Caio ed a Tizio, ha
ingresso libero dal prefetto, dal sindaco, dai giornalisti. E coi
cittadini autorevoli per posizione o per influenza ama mostrarsi in
pubblico, e li visita in teatro, e delizia della sua conversazione le
loro consorti, nè abbandona il palco finchè non ha potuto in un modo o
nell'altro affacciarsi al parapetto ed esser ben sicuro che trenta o
quaranta individui almeno l'han visto. Le signore arricciano il naso
e non nascondono la loro noia ai rispettivi mariti, ma i rispettivi
mariti sono uomini pubblici, e il signor Isidoro è fratello di un
uomo pubblico, di un uomo grande, influente, che ha lo zampino nei
ministeri, ch'è un po' ombroso e con cui non bisogna guastarsi.
-- Bella seccatura questi uomini grandi! -- dice la consorte del sindaco,
che ha la lingua lunga.
La -prefettessa-, più prudente, si guarda attorno e soggiunge a bassa
voce. -- Io li venero e li rispetto, ma vorrei che fossero figli unici.
Del resto, il commendator Filiberto non tien mica in gran conto il
fratello e non gli affida mai uffizi i quali richiedano un singolare
acume d'ingegno. L'indole degli incarichi è, su per giù, la seguente:
consegnare in proprie mani una lettera chiusa, annunziare che il
commendatore arriverà in tal giorno alla tale ora, e fissare un
abboccamento, portare qualche rettifica alla redazione di un giornale.
Ma il signor Isidoro attraversa la città come una nube grave di fulmini
e sa dare a ogni inezia le apparenze di affari di stato.
-- Novità? -- gli si chiede per via vedendolo così misterioso e impettito.
-- Ma!... Io non so nulla.
-- Queste elezioni, eh?
-- Chi può farsi un criterio?... C'è una confusione....
-- Confusione grande, non è vero?
-- Altro!... Vengo via adesso dal Prefetto dopo una conferenza di un'ora.
-- Nespole! Di un'ora?
-- Sì... Oh!... Chiacchiere!... Quel benedetto uomo non mi lascerebbe
mai andarmene pei fatti miei.... Io gli dico sempre: -Tu- sei un
individuo meraviglioso, lavori tanto e trovi anche tempo da far queste
lunghe cicalate.
Scopo del signor Isidoro, come si capisce, è quello d'incastonare
nel discorso il pronome personale -tu-, a testimonianza della sua
dimestichezza col Prefetto.
Pur si vorrebbe ricondurre la conversazione sul primo terreno. --
Dunque, di queste elezioni, che dice il signor Prefetto?
-- Uhm!... Sa... dice e non dice....
-- Capisco.... Lei non vuol parlare....
-- Oh non creda! -- interpone il signor Isidoro facendo il bocchino da
ridere. E si accommiata lietissimo di lasciare nel suo interlocutore la
convinzione ch'egli sappia molte cose, ma -non voglia parlare-.
Talvolta lo si ferma per domandargli notizie del grand'uomo.
-- E il commendatore sta bene?
-- Bene, grazie.
-- E non lo si vedrà per ora da queste parti?
Il signor Isidoro piega la testa da un lato, la sprofonda nella spalla,
alza le due mani fino all'altezza delle orecchie, e tenendole aperte
con le palme in fuori dice: -- Mah!
-- Potrebbe farmi il piacere, -- prosegue timidamente l'altro
guardandosi le punte delle dita -- di fargli pervenire una lettera?...
A mandargliela sciolta.... m'intende già.... uomini come il suo
signor fratello ne ricevono ogni giorno a dozzine, e molte vanno a
finire nella paniera.... Invece per mezzo d'un fratello che gode....
meritamente.... di tanta influenza.... è un'altra cosa.
Il signor Isidoro fa il prezioso, solleva dubbi, scrupoli, obbiezioni,
ma finisce col lasciarsi persuadere, e conclude: -- Insomma, mi mandi la
lettera.... Vede, se ho fatto difficoltà non è per la cosa in sè.... ma
pare che si voglia esercitare pressione....
-- Dio guardi....
-- E io invece non ho mai voluto ingerirmi in nulla.... Non ho voluto
favori, nè onorificenze....
-- Se avesse voluto....
-- Non dico questo.... ma infine.... Gli è che io preferisco
l'oscurità.... Basta, siamo intesi....
Detto ciò, il signor Isidoro si allontana pomposamente, superbo di
vedere sollecitata la sua protezione.
Il signor Isidoro legge dalla prima all'ultima riga i discorsi che suo
fratello pronuncia in Senato, legge i fogli politici tanto ministeriali
che di opposizione, e se in questi ultimi vede qualche volta tartassato
il grand'uomo, spiega una temperanza, un'equanimità da lasciare
edificato l'uditorio.
-- Io non appartengo a nessun partito.... io sono indipendente.... non
guardo in viso a nessuno, io.... Mio fratello è una bravissima persona,
ma anch'egli i suoi errori li avrà commessi.... Io non ho certo tutte
le sue opinioni, nemmen per idea, e posso dire che nelle occasioni
gli ho detto l'animo mio, e in qualche caso egli non ebbe a dolersi di
avermi abbadato.... Non lo dico già per vantarmi.... Tutto dipende dal
non essere uomo di partito....
-- Sicuro; il partito rovina tutto, -- osservano, sorseggiando il caffè
i sapientoni del -Mercurio Risorto-.
Durante un cosidetto rimpasto ministeriale si diffuse la voce che
il commendatore Filiberto potesse esser chiamato a formar parte del
Gabinetto. Bisognava vedere il signor Isidoro in quei giorni. Che
maestà olimpica nella sua persona, che gravità piena di significato
nelle sue frasi, che eloquenza nei suoi saluti e nelle sue strette di
mano!
Gli adoratori del sole che sorge gli si affollavano intorno più
ossequiosi che mai, serii s'egli era serio, faceti s'egli era faceto,
sollecitanti il suo patrocinio con lo sguardo e con le parole.
-- Chiacchiere dei giornali, -- diceva l'egregio uomo, -- tutte
chiacchiere.... Non c'è nulla di positivo.... Mio fratello non si è
ancora deciso.... Ha scritto anche a me per domandare il mio parere....
Io sono franco.... l'ho sconsigliato....
-- Oh.... questo poi....
-- Ma, caro signor Isidoro....
-- Sì, sì.... Il potere?.. Brighe, fastidi.... niente altro.... Esser
servi di tutti, avere una folla di nemici, vedersi messi in berlina
per le gazzette, ecco ciò che significa stare in certi posti.... Meglio
l'essere oscuri, mille volte meglio.... Almeno io la ho sempre pensata
così.
Ma mentre parlava in pubblico su questo tuono, il signor Isidoro
scriveva due volte al giorno al senatore commendatore per eccitarlo
a romper gli indugi, ad accettare il portafoglio, a dar questo nuovo
lustro al nome dei Ferrarecci.
La combinazione ministeriale in cui doveva entrare il commendatore
Filiberto andò fallita, e svanirono con essa le splendide prospettive
del signor Isidoro. Egli cercava di fare il disinvolto e diceva: --
Meglio così.... L'avevo sconsigliato anch'io....
Quindi riscaldandosi da sè, come avviene sovente, egli si scagliava
contro la politica. -- Io predico sempre a mio fratello che si
ritiri, che di gloria ne ha ormai abbastanza, che avrebbe diritto
di riposarsi.... Tanto e tanto nessuno gli è grato perchè si ammazza
lavorando da mattina a sera.
Però quando un giorno un suo conoscente gli fece la burletta di dirgli
a bruciapelo: -- Mi assicurano di aver letto in un giornale che tuo
fratello rinuncia a tutti i suoi uffici e rientra nella vita privata,
-- il signor Isidoro divenne bianco come un cencio lavato, corse prima
a casa a veder se ci fossero lettere del commendatore, poi al caffè a
leggere i fogli e non ebbe pace finchè non acquistò la certezza che in
quella notizia non c'era ombra di vero.
Eppure, alla stretta dei conti, che cosa ci guadagna il signor Isidoro
dalla posizione di suo fratello, se in tanti anni non è stato fatto
nemmeno cavaliere della Corona d'Italia? Non inarchi le ciglia, gentile
lettrice; pare impossibile, ma è così. Il commendatore Filiberto,
scrupoloso com'è, vedrebbe malvolentieri accordato a un membro della
sua famiglia uno speciale favore che si potesse ritenere attribuibile
all'influenza di lui. Meglio quindi non recargli questo dispiacere,
perchè se il dare una croce costa poco, il non darla costa ancora meno.
Infine, siam giusti, il signor Isidoro è persona discreta. Gli
basta farsi credere depositario di segreti che non ha, stromento di
concessioni che non può ottenere, gli basta sopratutto poter seccare il
prossimo all'ombra della riputazione fraterna. E in quest'ultimo punto
egli riesce a maraviglia, ve lo assicuro. Ci riesce quando vi trova
per la strada e quando viene a visitarvi a casa, ci riesce quando vi
dice le sue opinioni e quando vi domanda le vostre, ci riesce quando è
loquace e quando è taciturno, quando parla grave e quando vuol essere
arguto, quando è lusinghiero e quando è accigliato. Dio buono! Ho paura
che ci riesca anche quando inspira le pagine d'uno scrittore. Signora
lettrice, se si è annoiata davvero, non se la pigli meco, ma ne dia
la colpa a -lui-, al fratello del grand'uomo. Egli ha tanti di questi
peccatacci sulla coscienza che si può affibbiargliene un altro senza
rimorso.
IL COLPO DI STATO DI CLARINA
Quando Clarina se ne avvide, cominciò coll'esserne stupita, poi gliene
dispiacque, e finalmente, a forza di pensarvi, giudicò che la cosa era
naturalissima, che doveva farsi, e doveva farsi anzi per mezzo suo.
-- Se ne avvide? E di che? E che modo di raccontare è questo?
Il lettore ha ragione. Mi pento, e comincio secondo le regole....
. . . . . . .
Il salotto da pranzo non è nè troppo grande, nè troppo piccolo, è
ammobiliato senza lusso, ma con discreta eleganza: un lume a petrolio
in mezzo alla tavola vi spande un sufficiente chiarore.
Regna un silenzio profondo, interrotto soltanto dal crepitar della
fiamma nel camminetto. In una poltrona vicina alla tavola è sdraiato il
signor Emilio bell'uomo che a vederlo non mostra più di quarant'anni,
sebbene abbia già qualche capello grigio in testa, e qualche piega
un po' risentita sulla fronte. Del resto, ha fisonomia, oltre che
simpatica, intelligente e leale. Tiene, in bocca il sigaro, in mano una
gazzetta, ma nè fuma, nè legge.... il -rêve-, come dicono i Francesi, o
-el fila caligo-, come si dice espressivamente in Venezia. Dirimpetto
a lui, e fissandolo ad ogni tratto senza lasciarsi scorgere, è seduta
la Clarina, avvenente ragazza sui diciotto, seppure li ha, con occhi
pieni a un tempo di vivacità e di dolcezza, labbretti di rosa fatti
apposta per sorridere e per dare e ricever baci, e folti capelli
di color castagno, colore che dai poeti (ad eccezione dell'Aleardi
nell'-Ora della mia giovinezza-) non si vuol celebrare, ma che
incornicia in guisa mirabile un leggiadro visino. È pallida alquanto,
ma non datevi pensiero, io non ho punto intenzione di farvela morir
tisica, e se fu malata, oggi sta perfettamente. Infine, ho l'onore di
presentarvi l'Angelica, zitellona che ha compito ormai i nove lustri,
che tiene il -quid medium- tra la cameriera e la dama di compagnia,
che ha visto nascere la Clarina e morir la povera mamma di lei, e che è
trattata a buon dritto come un membro della famiglia. Oltre all'affetto
sviscerato pe' suoi padroni, l'Angelica va distinta per tre qualità;
un abborrimento smisurato pel matrimonio, una tenerezza grandissima
per un pingue gatto soriano che porta il nome singolare di Artaserse
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