-- Un giorno -- riprese il signor Maurizio tra un sorso e l'altro -- il
mio amico arrivò in casa d'Alberto inatteso, e quindi più festeggiato
che mai. Si deliberò di fare pel dì seguente (ch'era una domenica) una
escursione a una villa poco discosta, e si passò la sera pregustando il
divertimento del domani. La Giulietta non era mai stata più ilare, nè
Alberto più espansivo, nè Ugo più amabile....
-- Ve l'ha detto lui?
-- Sicuro!
-- Beati gli uomini franchi!
-- Al mattino del dì appresso (era in primavera avanzata, poco importa
il mese) Ugo fu in piedi all'ora stabilita, e fece la sua -toilette-
con grande accuratezza e sollecitudine vicino alla finestra aperta
della sua stanza che dava anch'essa sopra il giardino. Faceva un
bellissimo tempo: però l'orizzonte non era tutto sereno, e qualche
nube percorreva il cielo con insolita rapidità a simiglianza di persona
affaccendata. La moda di quarant'anni addietro, e voi lo sapete meglio
di me, non era la moda dell'anno 1870, e se il mio amico vi comparisse
dinanzi acconciato nella foggia di quel dì, voi non potreste certo
trattenere una sonora risata. Un cappello di paglia con cupola alta
e larghe tese orizzontali, un vestito color caffè con le maniche
attillatissime e col bavero di smisurata altezza, una cravatta bianca
che si attortigliava al collo come il serpente del Laocoonte, e che
scendeva a riempire tutto lo sparato del panciotto chiaro di fondo
e stampato di gran fioroni gialli, un paio di calzoni d'una tinta
sentimentale stretti alla gamba ecco a un dipresso il figurino del
mio amico in quel giorno memorabile. E in quel giorno, ve lo assicuro
io, egli era bello, e aveva ben ragione di sorridere guardandosi
nello specchio. La giovinetta che acquista la coscienza della propria
bellezza non può vincere un vago presentimento di arcani pericoli, e
in mezzo all'orgoglio del sapersi regina chiede talvolta a sè stessa
se il suo scettro non sarà bagnato di lagrime. Nei mille occhi che
l'affisano, nelle mille labbra che si muovono a susurrarle una parola
gentile, ella indovina un'insidia al suo pudore, alla pace dell'animo
suo; insidia che tanto più la sgomenta quanto più le versa nel cuore
un'incognita voluttà. L'uomo invece, a torto o a ragione, non è
assalito da questi scrupoli: l'avvenenza è per lui un dono che non ha
mistura d'amarezza; un sorriso non gli fa salire i rossori sul volto,
uno sguardo non gli fa chinare la fronte. Nel suo aspetto raggiante è
la gioia del dominio o la certezza della conquista; sulla sua bocca sta
il grido di Schiller -- -Ich bin ein Mann, wer ist es mehr-? Io sono un
-uomo-, chi lo è più di me?
«Ecco ciò che Ugo, contemplandosi nello specchio, andava in quel
mattino ripetendo a sè medesimo.
«Mise il capo fuori della finestra, aspirò a larghi tratti l'aria
frizzante della campagna, e cominciò a solfeggiare la deliziosa romanza
dell'-Anna Bolena-:
Oh! non voler costringere
A finta gioia il viso,
Son belle le tue lagrime
Siccome il tuo sorriso,
con quel che segue. Proprio sotto della sua finestra un'imposta
si aprì, e un bel visino arrovesciato apparve sul davanzale. Era
Giulietta.
« -- Bravissimo -- esclamò la giovane con quella sua vocina melodiosa ed
insinuante.
« -- Oh diamine! già vestita, -- rispose Ugo balzando subitamente, senza
saperne il perchè.
« -- Ma certo; e già nel mio santuario -- soggiunse Giulietta accennando
al suo gabinetto da lavoro e da studio. -- Quegli che non è pronto è
Alberto, il quale, per miracolo, vuol terminare una scrittura prima
di partire. Anzi dovreste fare una bella cosa, andare a sollecitarlo
voi stesso; già a me non abbada. -- Guardò l'orologio e disse. -- Sono
le sette e mezzo. Mi pare che bisognerebbe mettersi in carrozza fra
un'ora. Andate, andate, -- Fece un cenno garbato col capo, sorrise in
modo da mostrare, certo senza volerlo, una doppia fila di denti candidi
come l'avorio, e sparì.
«Vi sono cose curiosissime a questo mondo. Ugo aveva visto Giulietta
un centinaio di volte, e la gli era sembrata, come a tutti, un'assai
avvenente donnina; ma, bella come in quel momento, egli non l'aveva
trovata mai. Del resto, bella o brutta, egli non ci aveva che fare. Si
guardò un momento nello specchio, e scorse un leggiero rossore diffuso
nelle sue guance; onde divenne ancora più rubicondo, perchè arrossì
di avere arrossito. Nondimeno, obbediente al comando ricevuto, fece in
quattro salti le scale, e andò nello studio dell'amico.
«Alberto era difeso da un intero sistema di fortificazioni. Aveva
dinanzi a sè un tavolino su cui i libri stavano ammonticchiati
l'uno sull'altro sino ad altezze portentose; ai lati due scaffali
pieni anch'essi di libri e di scartafacci. La poderosa persona era
sprofondata in una scranna a bracciuoli assai bassa e larga, foderata
di pelle nera, e tre o quattro sedie appoggiate al tavolino con le
due gambe anteriori all'aria come persone svenute costituivano le
opere avanzate della fortezza. Alquanto miope, egli teneva la testa
china in modo da toccar quasi col naso la carta; con le dita sudicie
d'inchiostro si carezzava i capelli che parevano acquistare a poco a
poco delle dimensioni spropositate come il can barbone di Fausto.
«Ugo non potè trattenersi dal ridere quando entrò nella stanza. Ma
Alberto non si scompose menomamente, e rivolto all'amico: «Vuoi udire
-- gli disse -- questo passo d'una memoria sulla legislazione mineraria
che debbo mandare stasera all'-Antologia- di Firenze? Io muovo dalla
considerazione che il possessore del soprassuolo....
« -- Senti -- interruppe Ugo -- la tua considerazione sarà giustissima,
ma mi pare che non sarebbe mal fatto di rimettere la legislazione
mineraria ad un altro giorno, e di disporsi alla partenza. Si fa, o non
si fa questa gita?.... Ebbene: che cosa c'è?
« -- Nulla, nulla -- rispose Alberto, sollevando alquanto il capo e
ravviando la chioma disordinata -- penso alla grande mutazione che si
è fatta in te da qualche tempo a questa parte. Tu non ti appassioni
più per niente, e basta discorrerti di una questione seria perchè tu
mi scappi di mano come un'anguilla. O dove sono i bei giorni nei quali
si passavano insieme lunghe ore a ragionare de' nostri studi? Allora
si trovava pur la maniera di vincere il tuo scetticismo. Lasciatelo
dire... tu ti sciupi, l'aria della città ti fa male, la vita elegante
ti ammazza l'intelligenza, gli amici scipiti ti riducono al loro
livello....
«Così dicendo tuffò la penna d'oca nel calamaio, e poi la portò con
tanto impeto sulla carta che ne cadde una grossa goccia d'inchiostro,
la quale imbrattò tutto il foglio. Con la rapidità del lampo, Alberto
vi corse sopra con la lingua, locchè finì col dare a quella macchia
l'aspetto di una stella cometa.
« -- Grazie pe' miei amici, che sono, o erano almeno, anche i tuoi --
disse Ugo con un grande inchino. -- E a proposito di che mi fai questa
patetica perorazione? Io capito qui a ricordarti un impegno che hai
preso iersera con me e con Giulietta... capito anzi per ordine di
lei...
«Alberto fece una piccola smorfia col labbro, tantochè l'altro
soggiunse:
« -- Non ti darà noia, spero a sentirti parlar di tua moglie?
« -- Hai ragione, hai ragione: il torto l'ho io che mi sono
ammogliato... E non mica per lei -- continuò poscia in un tuono di
onesto candore -- ...... non mica per lei che è un angiolo, ma per me
che non ero fatto pel matrimonio. Ho bisogno di studiare io, ho bisogno
di farmi una riputazione.... altro che di andare a spasso con donne.»
La signora Anna si morse le labbra, e proruppe:
-- Proprio così diceva?
-- Proprio così. Vi fa maraviglia forse?
-- Punto, punto: continuate.
Il signor Maurizio non se lo fece ripetere un'altra volta e riprese.
« -- Ma Ugo era invece un uomo estremamente compito, e lascio pensare a
voi se rimproverò il suo amico di queste sue parole. Fatto si è che, a
capo di cinque minuti, Alberto che s'era ritto in piedi ed era uscito
fuori delle sue fortificazioni, pose una mano sul braccio di Ugo (che
la sbirciò con inquietudine per vedere se fosse sporca d'inchiostro) e
concluse così il suo discorso: «Fammi questo piacere; sinchè io termini
di scrivere, e in meno d'un'ora spero d'essere sbrigato, va a tener
compagnia alla Giulietta, e pregala che mi scusi, e dille che dopo
verrò con voi altri, e staremo tutta la giornata di buon umore. E non
si parlerà più di cose serie....»
«Le ultime parole furono pronunciate spingendo leggiermente Ugo verso
l'uscio, tantochè questi capì l'antifona, e se la svignò.
«Egli si avviò per un corridoio che conduceva ad un salottino,
dal salottino passò in un'altra stanza, ascese pochi gradini, e si
trovò dinanzi a un gabinetto che aveva l'uscio aperto. Era quello il
soggiorno preferito da Giulietta. Ella sedeva con un libro in mano
volgendo il dorso alla porta in modo da non poter vedere chi entrava.
Però, al suono dei passi d'Ugo, girò rapidamente la testa, si fece
rossa, e disse:
« -- Oh! siete qui?
« -- Appunto; e non dovevo rendervi conto della mia ambasciata?
« -- È vero: e dunque?
« -- Vuol finire un lavoro, ma promette che in un' ora sarà sbrigato.»
«Giulietta scrollò leggiermente le spalle in atto di impazienza,
mormorando: « -- Sempre così.»
«Vi fu un momento di silenzio, durante il quale Ugo fisò uno sguardo
abbastanza lungo sulla simpatica donnina. «Vergini e spose, griderei
io, se per avventura fossi un predicatore, diffidate degli sguardi
lunghi. Gli occhi che cominciano a guardare con curiosità finiscono
a guardare con desiderio e allora...» Ma qui non siamo in chiesa, e
posso risparmiarvi il sermone. Vi dirò piuttosto che la mia Giulietta,
sempre cara e leggiadra, era quel giorno più seducente che mai. Ella
indossava un abito di mussolina -lilla-, col corpetto tagliato sul
davanti dell'incollatura e guernito intorno intorno di una trina
sottile e candidissima, la quale armonizzava col roseo della fresca
carnagione. Una lista di raso violetto oscuro, movendo dal punto in cui
si chiudeva il corpetto, scendeva sino alla cintura snella, attillata e
stretta da un nastro della medesima stoffa e del medesimo colore: indi
bipartivasi, e così divisa in due si prolungava sul dinanzi fino alla
base del vestito. Le maniche erano secondo la moda d'allora, rigonfie
nel mezzo e strettissime ai polsi. Ella era calzata....»
-- Per carità, Maurizio, si direbbe che aveste copiato un figurino --
interruppe la signora Anna.
-- Se non volete saperne della calzatura, mi permetterete almeno di
parlarvi dei capelli, neri, lucidi, e fini ch'erano una maraviglia
a vedersi. Essi non erano imprigionati in una di quelle bizzarre
acconciature che si usavano allora, ma si sollevavano a buffi sul
fronte, per ricader poscia dietro la nuca in apparente disordine
e avvolgersi intorno ad un bel pettine di tartaruga, così piccino
ch'io non so -- diceva il mio amico -- come esso potesse essere argine
sufficiente a quel mare in tempesta. Un bocciuolo di rosa che era tra i
primi della stagione, colto forse il mattino stesso da una pianticella
precoce, faceva capolino al lato sinistro poco sopra l'orecchio,
staccandosi con leggiadro contrasto dalla tinta delle chiome d'ebano.
In verità, avere una sposa così, e preferirle la legislazione mineraria
come faceva il nostro amico, è un peccato imperdonabile, pel quale non
v'è al mondo sufficiente penitenza.
« -- Ebbene, prendete una sedia -- disse Giulietta -- e fatemi un po' di
conversazione. Se no, io finisco col perder l'uso della parola... Non
siete mica dotto voi? -- soggiunse poscia con una specie di sgomento
infantile.
« -- Non sono davvero -- rispose Ugo sorridendo. -- Ma, perdonate, non
ista a voi di mostrarvi tanto sospettosa della dottrina, cinta come
siete da biblioteche e, quel che più vale, con un libro in mano....
In fatti ella aveva sulle ginocchia un volumetto socchiuso sull'indice,
nell'atto di chi interruppe solo momentaneamente una sua lettura.
« -- Ah! questo libro -- ripigliò la giovine -- è un libro anche per voi
che siete poeta.
«E glielo porse aprendolo appunto alla pagina su cui teneva il dito.
«Ugo lesse.
«-O mes lettres d'amour, de vertu, de jeunesse,...-»
« -- -Les feuilles d'automne-; una primizia -- disse poi continuando a
leggere.
« -- Una primizia affatto. L'ebbi ieri dal libraio. Io non me ne
intendo, ma mi pare tra le più belle cose di Vittore Hugo. Ma quel
mio benedetto Alberto non ci ha gusto per questa roba: ha sfogliato
il libro in fretta e in furia, e poi lo gettò in un canto senza che si
capisse se gli sia piaciuto sì o no.
« -- Ha torto.
« -- Non è vero? -- proruppe vivamente Giulietta -- ha grandissimo torto,
perchè la poesia, quando è bella, è qualche cosa che tocca l'animo e ci
fa più grandi e più buoni. Vedete; io non so stancarmi di leggere quei
versi che vi stanno sotto gli occhi, e (mi direte fanciulla) ho frugato
nei miei vecchi quaderni, e provai quello che prova il poeta....
« -- Sì, ma egli richiama i suoi diciott'anni, e voi, se è lecito
investigare l'età di una donna, li avete appena sentiti suonare....
« -- Forse -- rispose Giulietta -- ma in noi la vita è più precoce, e i
nostri quattordici anni corrispondono ai vostri diciotto. O le soavi
fantasie, o i cari sogni de' miei quattordici anni! Lungo i corridoi
del convento, nel giardino, sotto il pergolato, a braccietto d'un'amica
o in frotte di cinque o sei seguite a stento dal passo grave e ammonite
invano dalla voce nasale d'una monaca gialla e stecchita; che schietta
allegria, che ridda irrequieta di speranze, di desiderii, d'affetti!
Come si deludeva la disciplina claustrale, come si subiva senza rancore
e senza tedio quella sequela interminabile di pratiche religiose che
ci erano imposte! La campana del convento veniva ad ogni tratto a
interrompere il corso dei nostri pensieri ma non ne lacerava la tela.
Le fantasie accarezzate dell'anima sotto i rami frondosi delle acacie
e dei carpini, mentre il vento mormorava, e gli uccellini, cantando,
saltavano d'arbusto in arbusto, ci seguivano poscia pei bruni corridoi
e sui rustici banchi della chiesa. Nelle penombre delle ampie navate,
nel raggio di luce che, scendendo dal finestrone a colori, andava a
spezzarsi sul fusto d'una colonna o sugli angoli d'un confessionale,
c'era un mondo misterioso ed affascinante che riempiva di sè il nostro
spirito, che ci faceva sorridere e piangere quasi tutto ad un tempo.
Le labbra mormoravano intanto la solita salmodia, ma la mente era
altrove, il prete cantava messa, ma noi stavamo più compunte di viso
che d'anima. E, si sospirava alla cara libertà, e al calar della sera,
guardando il muro che ci contendeva tanta parte dell'orizzonte, si
gridava tra noi fanciulle -- O non cadrà mai quel maledetto muro, o non
potremo mai andare dove ci piace e adoperare a pro di qualche cosa e di
-qualcheduno- tutto quello che sentiamo qui dentro?
-- E chi avrebbe voluto esser Giovanna d'Arco, e chi santa Teresa, e chi
Laura o Beatrice, perchè, di contrabbando, erano entrati in convento
Dante e Petrarca, e, Dio cel perdoni, anche l'Ariosto....
«Giulietta s'interruppe un istante, arrossì leggermente e poi ripigliò:
-- E si diceva: la bella cosa che dev'essere l'avere un poeta che sia
tutto per voi, e vi scriva de' versi che passeranno all'immortalità;
onde, dopo tanti secoli il vostro nome confuso col nome di lui ricorra
frequente su mille labbra gentili e faccia piangere de' cari occhi
malinconici! E come dev'esser bello il morire per esso, lo spirare
l'ultimo fiato fra le sue braccia!... oh insomma quante deliziose
sciocchezze si dicevano in quel tempo!...
«La giovine, discorrendo, si era accesa singolarmente nel volto e
l'ondeggiare delle bianche trine sul petto mostrava quant'ella fosse
agitata.
«Ugo non sapeva che rispondere, perplesso dinanzi a questa volubile
facilità di parola, ma guardava trasognato la sua interlocutrice che
gli appariva sotto una luce affatto nuova.
« -- E in quell'età -- proseguì ella, abbassando la tendina per ripararsi
dal sole che cominciava ad entrar nella stanza -- in quell'età la penna
corre spontanea sulla carta per riprodurvi le idee che vi germinano
nella mente, spesso puerili, ma più spesso generose; maligne giammai,
poichè a me pare che il tempo della malignità principî quando si
principia a dubitare di sè. Credere in sè medesimi vuol dire credere
anche negli altri..... -- Tacque un momento, giocherellò col fiocco
della tendina, quindi bisbigliò a mezza voce... -- E poi?
«Ugo, sempre più attonito, insinuò timidamente: -- O sareste divenuta
scettica, così presto?
Ella scosse il capo con una certa espressione di tedio, e disse: -- Che
so io?... vorrei vedere l'effetto che produrrebbe ad uno il diventar
più piccolo della persona, se mai questo fenomeno fosse possibile. Io
tengo per fermo che sarebbe un effetto analogo a quello che si prova
nel sentirsi diminuir l'animo e l'ingegno. Ciò accade a me. Sì, sì;
non istudiate una galanteria; ciò accade a me con una progressione
che mi sgomenta. La mia immaginazione s'è fatta sterile, il mio cuore
alberga dei rancori, dei sospetti che un giorno non avrebbero potuto
allignarvi.
« -- O Giulietta -- proruppe Ugo -- voi sposina di pochi mesi, voi che
avete raggiunto ciò che dev'esser l'ideale di una fanciulla par vostra,
unendo la vostra sorte alla sorte d'un uomo degno di voi, avete già di
questi scoramenti nell'anima?
«Ella sorrise tristamente, dicendo:
« -- Ma sono scorata appunto perciò, appunto perchè, avendo conseguito
ciò che dovrebbe essere la felicità, mi sento oppressa da una
malinconia nuova e invincibile. Ho unito la mia sorte a quella d'un
uomo che avrebbe onorato del suo nome ben altra donna che me. Eppure,
che sono io nella sua vita? Ho io saputo prendere il posto della
più piccola fra le sue ambizioni?... O miei poveri sogni, come siete
svaniti! -- E accompagnò la frase con quel gesto della mano, e quel
movimento delle labbra con cui suolsi accennare a una cosa che sfuma.
«Io vorrei pigliare a quattr'occhi il più virtuoso uomo che vi sia
sulla terra, intendiamoci bene, un uomo che abbia vissuto, e che
in omaggio a una virtù ideale non abbia soffocato tutte le proprie
passioni, vorrei avere sovr'esso una potestà che lo inducesse a nulla
celarmi, e vorrei chiedergli quale effetto egli proverebbe sentendo una
donna attraente e leggiadra lagnarsi, in un istante di soave abbandono,
della sua esistenza coniugale. Scommetto cento contr'uno ch'egli mi
risponderebbe che nella sua prima impressione vi fu un lampo di gioia
satanica. Egli l'avrà prontamente repressa, io l'ammetto, e qui sta la
differenza tra l'uomo onesto e chi non è tale; ma non avrà potuto far
sì che quelle rivelazioni non lusingassero il suo amor proprio, non
gli aprissero l'anima a una speranza colpevole. Questa donna che vi
mette a parte delle sue sofferenze ha dunque un alto concetto di voi,
questa donna che vi parla del vuoto del suo cuore crede dunque che voi
potreste riempirlo!... Mia cara amica, Ugo era virtuoso, ma uomo... Ed
ora permettetemi di prendere un'altra tazza di tè.»
La signora Anna si era fatta pensosa: appoggiando il gomito al tavolino
sosteneva con una mano il capo, e con l'altra moveva macchinalmente le
forbici che le stavano dinanzi.
-- E non potreste venire a dirittura alla morale della vostra storia?
-- Oibò, oibò -- rispose il signor Maurizio aprendo la chiavetta della
macchina e chinandosi alquanto a guardar con occhio di compiacenza lo
spillo dorato che si precipitava nella tazza. -- Protesto contro chi mi
volesse togliere la parola. -- E continuò: -- Ugo era virtuoso ma uomo,
ho detto poco fa. E quello stato cominciava a riuscirgli piuttosto
imbarazzante. D'altronde a una certa età vi è una paura che assedia
l'uomo: è la paura d'essere ridicolo. Ora, prendetevela col mondo
finchè volete, ma non vi è dato negarmi che un giovinotto il quale si
lascia sfuggire il destro d'insinuarsi nell'animo d'una bella donna
passa per ridicolo presso alla grande maggioranza de' propri simili.
« -- Povera Giulietta! -- egli mormorò dolcemente avvicinandosele
alquanto.
«Ella lo guardò, e poi gli chiese:
« -- Non sarete mica così se prenderete moglie voi?
« -- Se trovassi una Giulietta, no certo.
«La giovine si fece rossa rossa e vi fu un istante di silenzio. Indi
balzò subitamente dalla sedia e disse:
« -- Scendiamo in giardino. Sentite come fa fresco.
«Ugo la precedette officioso nell'andito, aprendo per lei l'uscio a
vetri che dava sulla scaletta. Scesero entrambi.
«Ai due pilastrini dell'ultimo gradino erano due vasi di geranii.
Giulietta si abbassò con la persona ad odorarne i fiori cosparsi di
rugiada: i capelli bruni le svolazzavano sul collo candidissimo, le
trine ondeggianti lasciavano indovinare allo sguardo le curve dilicate
del seno. Una panchina di marmo si trovava all'altro capo del giardino
sotto un padiglione d'acacie. Giulietta prese là via più breve per
giungervi, attraverso un praticello smaltato di margherite: l'erba
era umida, ond'ella raccolse le vesti, e le tenne sollevate alquanto
sopra il piede. Si assise sulla panchina e Ugo le fu vicino. Di repente
cominciò a soffiare un vento gagliardo, e delle grandi masse di nubi
si videro avanzarsi rapidissime sull'orizzonte. Il sole brillava
per poi tornava a nascondersi un istante in uno squarcio azzurro del
firmamento, poi faceva capolino di nuovo, sinchè scomparve del tutto.
Gli alberi dondolavano il capo con un gemito sordo, la polvere saliva
con un moto turbinoso, le gallinelle sbucando dai cespugli correvano
sbigottite a ripararsi nel pollaio. Ugo e Giulietta si affrettarono a
rientrare in casa: stettero in forse se prendere un'altra scaletta che
metteva allo studio di Alberto, ma questi comparve sulla soglia per
assicurare le imposte sbattute, e fe' loro segno che lo lasciassero
ancora un poco tranquillo. Onde ritornarono dond'erano venuti, con una
mano tenendosi uniti, con l'altra facendosi scudo agli occhi contro
la polvere. Quand'ebbero salito i pochi gradini che conducevano al
gabinettino di Giulietta, si volsero indietro un istante come per
guardare l'insieme dello spettacolo.... Io non so se tutti lo provino,
ma mi sembra che il trovarsi all'aperto allo scoppiare d'un uragano
abbia un fascino indescrivibile... Si direbbe che la vita fisica
si raddoppi. Spirar quell'aria frizzante e piena d'elettricità che
v'investe la persona e gli abiti, veder tutte le cose mutar tinte e
contorni secondo l'oscurarsi o schiarirsi del cielo, e il rabbonire,
o l'imperversare del vento, essere, insomma, in mezzo a tutta quella
commozione della natura, vi fa provare, non so perchè, un senso
d'orgoglio. È un orgoglio irragionevole, lo capisco, perchè in fin dei
conti non si compie menomamente un atto di coraggio, ma non sarà la
sola cosa di cui non si possa rendersi ragione a questo mondo.
«I due giovani non poterono rimanere a quel mondo che pochi secondi.
La temperatura s'era fatta più rigida, il cielo più buio, la pioggia
sembrava imminente, e anzi aveva principiato a caderne qualche grossa
goccia isolata. Si ritirarono di nuovo nello stanzino di Giulietta, e
si posero un istante al davanzale della finestra, rapiti in apparenza
nella scena che avevano dinanzi agli occhi, ma in fatto assorti in ben
altri pensieri. Pure nemmen lì poterono trattenersi, quantunque agli
ultimi lembi dell'orizzonte ricomparisse il sereno, e la pioggia avesse
cessato; tanta era ancora la furia del vento.
« -- Che tempo indemoniato! -- disse Giulietta con un accento di vaga
inquietudine.
«E si ritrasse alquanto.
« -- È vero, -- rispose Ugo seguendola.
«La finestra si chiuse con impeto e poco mancò che le impannate non
andassero in frantumi. La rosa che Giulietta aveva intrecciata ai suoi
capelli cadde a terra col gambo spezzato. Si chinò a raccoglierla,
ma Ugo era stato più pronto di lei e l'aveva ghermita, dicendo: --
Lasciatela a me. -- Intanto l'uscio, che fino a quel punto aveva serbato
un'assoluta neutralità, si serrò per propria iniziativa con grande
furia e fracasso.
«Giulietta si scosse impaurita, tanto che il suo compagno stimò
opportuno di sorreggerla.
«Ella si svincolò, e disse con voce rotta e velata: -- O Dio, si
soffoca. -- Fece alcuni passi verso la porta, smarrita, confusa; poi si
arrestò ad un tratto e ruppe in un pianto dirotto.
« -- Giulietta, Giulietta, che avete mai? -- esclamò Ugo correndo a
sostenerla.
«Fece un debole tentativo per allontanarlo da sè, ma quindi ristette
come persona sfiduciata delle proprie forze e si lasciò condurre sul
divano.
« -- Giulietta, Giulietta, perchè piangete? -- continuò a chiedere Ugo,
piegandosi su di lei, e sfiorandole con la bocca i capelli.
«Ella sollevò alquanto il viso, egli si abbassò un poco di più: le
loro mani s'erano intrecciate, le loro labbra stavano per toccarsi;
quand'ecco... il più virtuoso e impertinente raggio di sole che si sia
mai cacciato nei fatti altrui inondò d'un tratto la stanza.
«Una bomba che scoppia in mezzo a un gruppo di soldati non produce un
effetto più subitaneo. Quasi nello stesso punto Giulietta ritrasse
il viso vergognosa, sgomenta, supplichevole, e Ugo, rizzandosi con
la persona, lasciò andare la mano di lei ch'egli teneva nella sua
mano. Molti e molti anni dopo egli mi confidava i pensieri che gli
erano passati nell'anima in quell'istante solenne. Vi sono di questi
momenti che decidono dell'avvenire, e nei quali le impressioni più
disparate si succedono, si accumulano, si combattono nella mente con
la rapidità della folgore, lasciandovi un solco che il tempo non potrà
cancellare. E abbenchè la vecchiezza inesorabile lo abbia raggiunto,
infiacchendogli le membra, imbiancandogli la chioma, Ugo rivive ancora
a quei sentimenti, a quelle impressioni. Egli la vede ancora, la donna
bellissima, com'ella era in quel giorno, spaventata, indifesa contro
le seduzioni che ella infantilmente aveva evocate, la vede ancora con
la chioma disordinata, con gli occhi pieni di lacrime, di voluttà, di
terrore, con le labbra scolorite, tremanti, che parevano dire: -- Se tu
non hai pietà di me, io non ho più forza per resistere. -- Ugo rammenta
ancora la lotta breve ma terribile ch'egli dovette durare, quando a
fronte della sperata ebbrezza dei sensi, egli pensò all'ignominia di
cui stava per macchiarsi sorprendendo la virtù di una soave ed ingenua
creatura, al disprezzo eterno ch'egli avrebbe provato di sè medesimo
se avesse tradito l'ospitalità di un amico d'infanzia, al lutto che
sarebbe piombato per colpa sua in quella casa. Due voci gli parlavano
al cuore: l'una gli diceva -- -osa- -- l'altra lo ammoniva -- -fuggi-.
-- Beato lui che udì la voce più onesta, beato lui che, composto il
volto a una dignità dolce a un tempo e severa, potè fisar con ferma
pupilla la smarrita giovinetta, e prendendole ambe le mani, esclamar
-- -Perdonate-. -- Uscì frettoloso di quella stanza senza più guardar
indietro a sè, e sceso nello studio dell'amico suo subì pazientemente
la lettura della sua memoria sulla legislazione mineraria, facendo le
viste di approvarla quantunque avesse ben altro pel capo. Il tempo
minaccioso aveva fatto metter da parte la gita ideata, onde Ugo ed
Alberto s'intrattennero a lungo di vari argomenti. Non oserei dire
che le risposte d'Ugo fossero tutte a proposito, ma l'altro era così
dolcemente maravigliato di poter discorrere de' suoi soggetti favoriti
che non s'accorgeva nemmeno delle distrazioni del suo interlocutore.
Il fruscio d'una veste femminile interruppe quel colloquio, e una
vaga e spigliata personcina comparve sulla soglia. Era Giulietta. Ugo
impallidì, ma quand'ebbe posto gli occhi sulla donna leggiadra, vide
ch'ella non serbava più traccia del passato turbamento, ch'ella era
tornata la semplice e leale Giulietta del tempo addietro. E si propose
di non esser da meno di lei. Ella si fece strada in mezzo a quella
grande confusione di seggiole, e venne direttamente verso suo marito
che, infatuato nella discussione com'era, avrebbe avuto una voglia
matta di corrucciarsi, ma fu disarmato dalla bellezza di lei e da un
certo che di malinconico che v'era nel suo sorriso.
«Giulietta pose una mano sulla spalliera della seggiola e guardando
gli scartafacci pieni di scancellature che stavano in disordine sul
tavolino, chiese:
« -- Si potrebbe sapere che cosa hai scritto di bello questa mattina?
«Egli si girò con mezza la persona, e fisando sua moglie con faccia
sorridente, le porse l'ultimo foglio che aveva vergato, e le disse:
« -- Guarda.
« -- Oh, Dio buono -- esclamò Giulietta -- chi vuoi che possa capir nulla
in mezzo a tutti questi sgorbi?
« -- E bisogna pur che capiscano -- rispose Alberto -- perchè questo
manoscritto, come tu lo vedi, deve andare a Firenze.
« -- Impossibile, impossibile; ce ne va di mezzo il tuo decoro.
« -- Carina mia, convien fare di necessità virtù. Sai pure che non ho
segretario.
«Giulietta si chinò verso suo marito, e bisbigliò a mezza voce:
« -- E se mi provassi io medesima a copiare questi tuoi geroglifici? Tu
lodavi tanto la mia calligrafia.
«Alberto la guardò trasognato.
« -- È la prima volta che tu mi fai una di queste offerte.
« -- Perchè è la prima volta che tu mi fai una di queste confidenze.
« -- Ma parli proprio sul serio?
« -- Serissimamente.
«Alberto, egoista come tutti gli uomini affaccendati, non se lo fece
dire due volte, ma dando anzi una più larga interpretazione alle parole
di lei, soggiunse vivamente:
«Sei la più cara e gentile sposina del mondo. Dunque sarai proprio il
mio segretario?
« -- Veramente non avevo detto questo -- osservò ella con grazia -- ma,
insomma, non voglio dire di no.
« -- Ah mio caro Ugo -- proruppe Alberto fuori di sè per la contentezza
-- quando tu capiti in casa mia ogni cosa mi va a seconda.
«Ugo scrollò le spalle un po' infastidito da questo complimento,
e la Giulietta si fece di porpora. Ma Alberto, da buon marito, non
vi pose mente, e fu per tutto il giorno d'una festività insolita ed
esemplare, manifestata in ispecial modo nella disinvoltura con cui
lasciò mettere in canzone da Ugo i suoi difettucci d'erudito. E in Ugo,
lo si vedeva a mille miglia, l'allegria non era mica di schietta lega.
Mordace per indole, egli condiva in quella occasione i suoi frizzi
con qualche granellino di dispetto. Bisogna scusarlo. Certo egli si
era levato con onore da una grande difficoltà, certo egli doveva, per
esser imparziale seco medesimo, confortarsi nel plauso della propria
coscienza; ma via, siamo sinceri, alla sua età non son già quelle le
vittorie che si accolgono con entusiasmo. A quella guisa che le città
non fanno luminarie per ricevere un esercito il quale si sia ritirato
spontaneamente da un assedio ingiusto, i giovinotti di venticinque a
ventisei anni non menano troppo scalpore d'un'avventura lasciata andare
per riguardi di moralità. Malissimo, direte voi, e avrete ragione; ma
il mondo è così e non lo si cambia.
«Si accomiatò da Giulietta con una cordialità senza affettazione
e con un riserbo senza imbarazzo. Aggiunger parole sarebbe stata
una goffaggine, e nè dall'una parte nè dall'altra si fece allusione
all'accaduto.
«Però Ugo lasciò scorrere parecchi mesi prima di rivedere i suoi
amici, per quanto Alberto lo sollecitasse con lettere frequenti,
e si maravigliasse del suo strano contegno. Finalmente, non senza
peritanza, cedette all'invito. Alberto era sempre lo stesso; espansivo,
affettuoso, ma in pari tempo pieno di sè, e de' suoi studi, e della
sua crescente riputazione, e beato di poter lasciar sdrucciolare
fuori delle tasche del soprabito o dei calzoni le lettere degli uomini
illustri che mantenevano seco una corrispondenza epistolare. Giulietta
invece appariva grandemente mutata. Forse ella era meno florida e men
bella di prima, ma una calma più soave le si diffondeva sul volto;
forse il suo sguardo era meno affascinante, ma più fermo e più sicuro.
Si capiva ch'esso non ondeggiava più fra cento immagini vaporose e
sfumate, ma mirava invece a una meta, a uno scopo.
«Stava assai di rado nel suo antico salottino, e invece soleva
trattenersi lunghe ore nello studio di Alberto che ormai aveva bisogno
di lei. E quello studio aveva cangiato interamente aspetto. Non v'era
più lo spaventevole disordine del tempo addietro, nè le sedie con le
gambe all'aria, nè i libri sparsi in confusione sulla tavola come le
rovine d'una città devastata, nè la parete tutta piena di macchie
d'inchiostro. Un occhio attento, una mano discreta avevano saputo
riparare a questi guai, e rimettere i libri nei loro scaffali, e ridar
pace e simmetria alle sedie, e regolare i bruschi movimenti della
penna di Alberto che quando si trovava fra le sue dita aveva un fremito
nervoso e mandava spruzzi d'inchiostro da tutte le parti. Insomma in
quella stanza si sentiva il soffio vivificatore della donna.
«E la donna c'era; raccolta, composta, per lo più taciturna, quantunque
serena; ella era lì aiutando suo marito senza ostentazione e senza
pedanteria, e assegnando a sè una parte femminile e modesta; quella
del buon angelo della casa. Il suo ingegno naturalmente perspicacissimo
s'era nudrito di nuove cognizioni vivendo in quell'atmosfera di studi;
ma ella non lo lasciava parere, e nulla aveva perduto della semplicità
d'una volta.
«Allorchè il mio amico fu per prender congedo, Alberto gli strinse la
mano, e gli disse:
« -- Fra sette mesi ci sarà una persona di più in casa nostra. Ricordati
che tu devi esser padrino al neonato.
«Ugo esitò un istante, ma quando s'incontrò nello sguardo calmo e
sicuro di Giulietta capì che il passato era svanito per sempre, che
-quel cattivo quarto d'ora- non sarebbe mai ritornato. Se la sua vanità
fu punta, la sua coscienza ne rimase più tranquilla, e rispose di
sì.... Ah, cara Anna, ma se non ci fosse stato quel raggio di sole?...
Oh! nel corso della sua vita ormai lunga e volgente al suo termine,
se sapeste quante volte l'amico mio si è indirizzato questa domanda;
se sapeste quante volte egli ha benedetto quel raggio di sole che
salvò lui dalla colpa e una cara persona dall'onta, che gli permise
di guardare l'amico suo senza vergogna e di stringergli la mano senza
rimorso.»
La signora Anna, ch'era stata silenziosa ed immobile per alcun tempo,
si scosse, e disse con una certa emozione.
-- Ma al vostro amico non è mai venuto in capo che la virtù di quella
donna potesse resistere anche senza l'aiuto d'un raggio di sole? Egli
la stima sì poco da voler ascrivere a un caso fortuito s'ella non
macchiò il suo onore, s'ella non tradì la sua fede?
-- Cara Anna -- rispose il signor Maurizio -- voi avete nella vostra
piccola biblioteca un romanzo ch'è tra i più belli che si pubblicassero
in questi ultimi anni, -Monsieur de Camors-. Rileggetevi l'episodio
della signora Lescande, buona, vereconda, tenerissima di suo marito,
eppur così miseramente caduta. Non sempre la purezza dell'animo e
la severità dei principi bastano a salvare la donna, che è tanto
meno preparata alla difesa quanto più è inconscia del male. La donna
sregolata cerca la colpa, ma s'avvede quand'ella viene; la donna
onesta la fugge, ma non riconoscendo nè gli aspetti ch'ella riveste,
nè le sorprese ch'ella prepara, la incontra talvolta per via allorchè
stima d'esserne le mille miglia lontana. Date per compagna alla virtù
una operosità feconda e contenta di sè, e ne avrete fatto una rocca
inespugnabile.
-- Or via -- disse la signora Anna con un garbato movimento del capo, e
prendendo la mano al suo interlocutore -- or via, gettiamo la maschera.
Voi avete voluto darmi una lezione rifacendo, un po' a vostro modo, una
storia di quarant'anni addietro. La mia memoria è meno felice della
vostra, e vi confesso che molti degli incidenti da voi narrati, o mi
sono sfuggiti, o non mi sembrano d'una scrupolosa esattezza. Nondimeno,
la lezione io me l'ero meritata, e ve ne ringrazio. La Giulietta di cui
parlate può avere avuto un momento di debolezza, ma non ebbe e non avrà
mai riluttanza a confessare i propri errori. La Dio mercè, essi non
sono di quelli che hanno bisogno d'esser ravvolti d'un pietoso mistero.
Ella non si rammentava d'essere stata salvata da un raggio di sole, ma
si rammenta bensì che non trovò la pace dell'animo finchè non diede uno
scopo alla propria esistenza, un sicuro indirizzo ai propri pensieri.
È vero, Maurizio; sotto la vostra buccia di scettico si nasconde un
animo nobile ed elevato, e non è la prima volta ch'io debba far tesoro
dei vostri consigli. È vero, i pericoli che minacciavano Giulietta
quarant'anni fa, minacciano forse oggi Evelina, e non tutti gli uomini
possono aver la lealtà del vostro Ugo...
-- Dite piuttosto che non sempre capita un raggio di sole così a
proposito.
-- Non ischerziamo: lasciatemi credere piuttosto che i due personaggi
del vostro racconto avevano entrambi abbastanza virtù da arrestarsi
sull'orlo del precipizio....
-- Ma di che diamine andate discorrendo da mezz'ora a questa parte?
-- saltò a dire il professore Everardo che aveva chiuso in quel punto
una sapientissima dissertazione sull'-habeas corpus- inglese, e che
finalmente stava per alzarsi dalla seggiola.
-- Oh bella -- rispose sorridendo il signor Maurizio -- si discorreva d'un
milione di cose. E si diceva, oltre al resto, che il marito della tua
nipote ha un grandissimo torto.
-- E quale, di grazia? -- soggiunse Everardo, avvicinandosi.
-- Quello di somigliarti;... di ricordarsi di tutto, fuorchè di avere
una moglie.
-- Ma io di mia moglie me ne sono ricordato.
-- Ah sì -- interpose la signora Anna -- da quando ella si è risolta a
farti da segretario.
-- E perchè Evelina non potrebbe far lo stesso con suo marito?
-- Lo farà, lo farà: vedrò io medesima di persuaderla. Me ne ha
consigliato Maurizio.
-- Pare impossibile -- osservò il Professore -- Maurizio con
quell'affettazione di spensieratezza ha sempre de' buoni consigli da
dare.
-- Sicuro, e se fossi stato in tempo di darne uno a te e a tuo nipote,
vi avrei dato quello di non prender moglie.
-- E perchè?
-- Perchè siete bravissime persone, arche di scienza, membri di
più accademie, insigniti di più ordini, ma non siete nati per fare
i mariti. Via, non ti corrucciare -- concluse il signor Maurizio,
levandosi da sedere, e mettendo una mano sulla spalla del professore
Everardo -- gli uomini grandi vedono troppo di lontano, son presbiti, e
invece per esser mariti bisogna veder da vicino, esser miopi.
-- L'ho sempre detto anch'io -- osservò con gravità il commendatore
Brullo, aspirando una grossa presa di tabacco.
-- C'era da scommettere -- borbottò il signor Maurizio -- che l'aveva
detta lui anche questa!
Il dottor Belgini, imperturbabile come Farinata degli Uberti, disse
dopo essersi raschiato in gola:
«Del resto, caro professore, io non sono certamente della vostra
opinione sul carattere e le origini dell'-habeas corpus-....
La signora Anna guardò alla sfuggita l'orologio e stimò opportuno di
chiamare a raccolta:
-- Signor Belgini, del vostro -habeas corpus- parlerete un altro giorno:
intanto, se non vi dispiace, venite tutti a bevere una tazza di tè.
Si avvicinarono al tavolino, e con dottrinale posatezza sorbirono la
bibita aromatica preparata dalla padrona di casa.
Nell'uscire, Maurizio si fece all'orecchio della signora Anna e in
tuono semiserio le disse:
-- Ricordatevi del raggio di sole.
LA GAMBA DI GIOVANNINO
Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele....
(Prego il lettore di credere che non sono io, autore, che parlo; in
quanto a me, quest'Adele non la ho conosciuta nemmeno di vista. Parla
il signor Roberto Cefali, ingegnere e possidente, marito della signora
Adele).
Io non avevo nulla di serio da rimproverare all'Adele; l'Adele non
aveva nulla di serio da rimproverare a me, ma non potevamo soffrirci.
Ossia, bisogna esser giusti, ero io che non potevo soffrir lei;
l'Adele era così flemmatica da non esser nemmeno capace di una vigorosa
antipatia. Discorrendone co' miei amici, io la chiamavo -poggiapiano-,
non già perchè la credessi fragile. Dio guardi, ma perchè nel muoversi,
nell'aprir la bocca, la mi aveva sempre l'aria d'una persona che ha
paura di romper qualche cosa.
Confesso ch'ero un giovine alquanto leggero; m'ero ammogliato
spensieratamente e adesso mi atteggiavo a vittima del matrimonio.
Alla mia età, col mio ingegno (scusate la modestia), col mio titolo di
dottore in matematica, con una discreta sostanza, con un'indipendenza
assoluta (chè pur troppo i miei genitori eran morti da un pezzo) avrei
potuto far la prima figura nel mondo, senza quella benedetta consorte
che non aveva un filo d'ideale. Basti dire che durante la luna di
miele, quando avevo l'ingenuità di leggerle i miei versi, non ci fu mai
caso di strapparle un grido d'ammirazione. Non vorrei che questa fosse
stata la prima origine della mia antipatia. Si dice sempre: -Cherchez
la femme-. Io direi: cercar la donna va benissimo, ma non è male cercar
la ragione delle cose anche nella vanità umana. Vanità ferita, vanità
soddisfatta, ecco la sorgente di tanti amori e di tanti odi. Come
vedete, diventando vecchio, son diventato filosofo.
Insomma era difficile trovare un connubio più annoiato del nostro.
Quando eravamo insieme, l'Adele ed io, ci si sbadigliava in faccia
ch'era un piacere a vederci. L'arrivo di Giovannino non cambiò questa
situazione interessante; tutt'altro. L'Adele volle esser la balia del
suo bambino; si fece camera a parte durante il tempo dell'allattazione,
e poi non si provò nessun bisogno di tornar alle prime abitudini. Tocca
a lei a parlare, -- dicevo io nella mia sapienza, mentre cercavo fra
le quinte del teatro numerose distrazioni al mio talamo solitario. Ma
l'Adele non parlava; oh sì era dura più d'un macigno. Come la maggior
parte delle mogli virtuose, le bastava d'aver un figliuolo.
Bisogna confessare che Adele amava il suo Giovannino e ne aveva
grandissima cura; gli era sempre intorno a lisciarlo, a mutarlo di
biancheria, a farlo saltare sulle ginocchia. A me pareva ch'ella
giocasse alla bambola. Io nutrivo per mio figlio un affetto pieno di
dignità; ero un uomo troppo superiore alle svenevolezze. I grandi
sacrifizi, le grandi virtù, quelle le capivo benissimo e mi ci
sentivo adattato... ma il secolo è tanto prosaico! E sì che Giovannino
cresceva bene; a tre anni e mezzo era bello, vispo, un vero bocciuolo
di rosa che avrebbe fatto la delizia d'un uomo più serio di me. Ma
io gli badavo poco; anche quel bimbo, poveretto, mi pareva complice
dell'esaurimento della mia fantasia. Nè egli mi faceva troppo feste;
non aveva in bocca che la sua mamma. Con l'Adele ci bisticciammo
appunto a proposito di Giovannino, nè ricordo nemmeno perchè, tanto
la ragione era futile. Una parola tira dietro l'altra. -- La bella vita
che si fa insieme! -- disse l'Adele. -- E allora ognuno se ne vada dalla
sua parte, -- risposi. -- Oh quanto a me, -- ella soggiunse. Io colsi la
palla al balzo e spiattellai la mia idea di separazione; ella divenne
un po' pallida, ma quando seppe che tutto si compirebbe in silenzio e
che le avrei lasciato Giovannino fino a dodici anni, senz'altro obbligo
che di mandarlo da me quindici giorni ogni sei mesi, concluse che,
forse, per me, era meglio così. Io compii il suo pensiero. -- Meglio per
tutti e due. -- Poi continuai: -- Bisognerà scrivere a tuo padre che ti
venga a prendere. -- Gli scriverò io stessa domani. -- Non occorre dirgli
tutto. -- No, certo; gli dispiacerebbe. -- Si trova un pretesto. La tua
salute... il bisogno d'un po' d'aria nativa... anche a Giovannino il
cambiamento farà bene... -- Oh, Giovannino non può star meglio di così.
-- Non importa, son cose che si dicono... Una volta arrivati, a grado a
grado, si mettono le faccende in chiaro.
Ella non rispose, ma parve persuasa delle mie osservazioni. Io uscii
leggero come una piuma. Ero sul punto di riacquistar la mia libertà, e
pensavo al miglior modo di usarne. Ormai m'era concesso tutto fuorchè
prender moglie. E questa impossibilità non m'era affatto sgradevole.
Del resto, io non intendevo certo di nasconder il mio stato coniugale;
non ero poi un furfante a questo segno. Ma lo ripeto; l'essenziale era
l'esser libero. La presenza di Adele, che, a parlar sinceramente, era
tutt'altro che brutta, mi tagliava i nervi e le ali. Fatalità!
I miei amici, tutti scapoli, si congratularono meco della mia
risoluzione. A questa bisognava venirci; quando non si sta bene insieme
il meglio è dividersi -- fu la profonda sentenza d'un dottorino in
filosofia ch'era il Solone della brigata. Poi ognuno disse la sua.
Il più vecchio tra noi aveva trentadue anni; io, ammogliato con un
figlio, non ne avevo che ventisette. M'ero sposato a ventidue anni e
mezzo, prima ancora d'aver compiuto gli studi universitari. Si può dar
di peggio? -- A quell'età non si è responsabili delle proprie azioni, --
disse il nostro sapiente. -- Verissimo, non si è responsabili.
La mia coscienza era tranquilla, il mio spirito era elastico come non
era stato da un pezzo. Voglio esser sincero; quella sera si sturò una
bottiglia di sciampagna in onore della mia emancipazione, si bevette a'
miei futuri trionfi letterari. Chi poteva dubitare di questi trionfi?
Gli altri, forse; io no sicuramente.
Ero uscito di casa subito dopo desinare; rientrai a notte avanzata. Con
mio grande stupore mia moglie mi venne incontro.
-- Giovannino è caduto, -- diss'ella, -- e ha riportato una terribile
contusione a un ginocchio.
-- Caduto? Come? Dio buono!... I bimbi... si sa... bisogna avere un po'
d'attenzione.
-- Non ne ha colpa nessuno, -- ella rispose calma ma seria. -- Chiamai
subito il medico.
-- Soliti casi. Bastava un bagno d'arnica.
-- Non è vero... Il medico dice che bisogna star a vedere...
-- Oh!... I medici...
-- Ha fatto una fasciatura e tornerà domattina.
-- Roba da nulla... Perchè stai alzata?
-- Perchè quel benedetto bimbo non s'è quietato un momento.... Sentilo
come strilla.... Vado di là.... Vuoi vederlo?
-- Adesso mi pare inutile... Lo vedrò domani.
E mi ritirai nella mia camera ch'era all'angolo opposto
dell'appartamento. Ne chiusi bene i due usci in modo da non sentir
rumore di sorta, e dopo essermi spogliato, mi cacciai sotto le coperte.
-- Le donne! -- riflettei tra me, -- fanno un chiasso d'inferno per ogni
bazzecola. E i medici gettan olio sul fuoco... Tutto per darsi aria
d'importanza, tutto per tirar acqua al proprio mulino... Il mondo è
pieno d'egoisti.
Stirai le braccia voluttuosamente, mi acconciai meglio il guanciale
sotto la testa, e non istetti molto ad addormentarmi, persuasissimo
di tre cose: -primo-, che Giovannino non s'era fatto quasi niente;
-secondo-, che l'Adele aveva esagerato il male apposta per darmi noia;
-terzo-, che io ero la sola persona savia ed equanime della famiglia.
La mattina, alzatomi abbastanza tardi, mi recai nella camera di
Giovannino, dove mia moglie aveva vegliato tutta la notte. Giovannino
si lamentava sommessamente, ma era rosso in viso, e aveva un po' di
febbre.
Il medico esaminò la gamba, ch'era tutta gonfia intorno al ginocchio,
e ordinò l'applicazione delle sanguisughe.
-- C'è frattura? -- io chiesi.
-- Frattura, no...
-- Quando non c'è frattura.... -- diss'io gravemente.
-- Oh! -- rispose il dottore. -- Ci son contusioni peggiori delle fratture.
-- Che strambo gusto hanno i medici di metter le pulci nell'orecchio! --
io pensai.
Ad ogni modo, finchè non ci si vedeva chiaro, non era possibile
scrivere a mio suocero che venisse a prendersi l'Adele.
E Giovannino non migliorava punto. Era sempre gonfio, non poteva
appoggiare la gamba in terra, non poteva muoversi senza provare uno
spasimo. Avvezzo com'era a correre e a saltar tutto il giorno, doveva
essere una gran pena pel povero piccino quello starsene duro stecchito
nel letto o sul canapè. Pochi giorni avevano bastato a fargli perdere
i suoi rosei colori, a infossargli le guancie, a illanguidire i suoi
occhi vivi e lucenti. L'Adele non si moveva più dal suo fianco, faceva
di tutto per tenerlo allegro, e ogni volta ch'io uscivo mi diceva: --
Porta dei balocchi nuovi a Giovannino. -- E lo diceva come la cosa più
naturale del mondo, come se fosse proprio un obbligo per me di andar in
persona nei negozi dei giuocatoli, e come se tra me e lei non si fosse
ormai d'accordo di separarci. Dal canto mio che dovevo fare? Comperavo
i balocchi a dispetto delle grasse risate de' miei amici. Altro che
l'emancipazione! Questa malattia di Giovannino era pure un brutto
contrattempo.
La cosa andava in lungo. Il medico curante desiderò un consulto, e
chiamammo uno tra più distinti chirurghi del paese, il quale, dopo
molti preamboli, concluse che s'era formato un tumore, che il bambino
doveva aver tendenze linfatiche, che occorreva per lo meno una cura
lunga, e altre allegrezze consimili.
Da quel momento la gamba del povero Giovannino fu martoriata in tutte
le maniere. Empiastri, vescicanti, tagli, iniezioni caustiche, ogni
mattina c'era una nuova tortura.
Era uno strazio superiore alle mie forze, tantochè quando veniva
il dottore, io sentivo un bisogno prepotente di prender aria. Mia
moglie, beata lei, col suo carattere flemmatico poteva assistere
alla medicatura, tener ferma la gamba del povero malato, e meritarsi
il titolo d'infermiera modello. Quand'io, addolorato davvero dalle
sofferenze del bambino, lasciavo scapparmi dal labbro due o tre
imprecazioni, ella trovava ancora il modo di sorridere, e di dire: Che
ci si guadagna a prendersela con la Provvidenza?
Del resto io non mi meravigliavo della sua calma ma della sua
robustezza fisica. A primo aspetto, la si sarebbe giudicata piuttosto
una donna gracile, ma conveniva pur ch'ella avesse una fibra d'acciaio
per non ammalarsi vegliando quasi tutte le notti, standosene sempre
chiusa fra quattro muri. Ero molto più patito io che pure mi coricavo
regolarmente ogni sera e passavo fuori di casa la maggior parte della
giornata. Questione di temperamento, di nervi: mia moglie non aveva
nervi.
Erano passate quattro settimane dacchè Giovannino s'era fatto male
alla gamba, e il nefasto tumore che gli si era formato non accennava
menomamente a guarire. I due medici alla cura si mostravano un po'
imbarazzati a rispondere alle nostre interrogazioni; -speravano- che
tutto sarebbe finito bene, ma dovevano convenire che la cosa tirava
assai in lungo, e che s'erano manifestate delle complicazioni inattese.
Su un milione di cadute che fanno i bimbi, appena una porta simili
conseguenze. Questo colpo di fortuna era toccato a noi.
L'Adele, seria ma tranquilla, espresse il desiderio di sentire un terzo
parere. Questa volta si ricorse a un chirurgo celeberrimo d'un'altra
città, uno di quegli omenoni le cui parole valgon tant'oro. E lo dico
senza metafora.
Egli esaminò per un'ora buona la gamba di Giovannino, toccando,
premendo, introducendo la sonda senza misericordia. Giovannino avrebbe
fatto pietà ai sassi. Io sudavo freddo e dovetti uscir di camera a tre
riprese. Mia moglie, tenendo strette le mani del povero martire, non
faceva un movimento, non diceva una parola. Aveva gli occhi asciutti,
le labbra inchiodate.
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