che pochissime ragazze dell'età sua sapessero ciò.
I dodici giurati erano occupatissimi a scrivere sulle lavagne. "Che cosa
fanno?" bisbigliò Alice all'orecchio del Grifone. "Non possono aver
nulla da scrivere, perchè il processo non è ancora cominciato."
"Scrivono i loro nomi," bisbigliò in risposta il Grifone: "temono di
scordarsene pria che il processo sarà finito."
"Sciocchi!" gridò Alice con voce disdegnosa, ma si fermò subito perchè
il Coniglio bianco, sclamò, "Silenzio nel Tribunale!" e il Re inforcò
gli occhiali e si mise a riguardare ansiosamente in ogni parte per
vedere chi parlasse.
Alice vedeva così bene come se fosse stata dietro le loro spalle, che
scrivevano "sciocchi," sulle loro lavagne: osservò altresì che uno di
loro non sapeva sillabare "sciocchi," e domandava al suo vicino come
dovea compitarlo. "Che ammasso di scarabocchi faranno sulle lavagne pria
che il processo sia terminato!" pensò Alice.
Uno de' giurati aveva una matita che scricchiolava. Alice -non- la
poteva soffrire, e perciò girò intorno al Tribunale, giunse alle spalle
di lui e colse tosto il destro per strappargliela. Ciò fece con tale
lestezza che il piccolo giurato (era Tonio, la Lucertola) non seppe che
fosse della sua matita; girò quà e là per ritrovarla, ma invano, perciò
dovette rassegnarsi a scrivere col dito in tutto il resto della
giornata. Ciò valse poco, perchè il dito non lasciava traccia alcuna
sulla lavagna.
"Usciere, leggete l'atto d'accusa!" disse il Re.
Allora il Coniglio diè tre squilli di tromba, poi aprì il ruotolo delle
pergamene, e lesse così:--
-"La Regina di Cuori
Fè delle torte in un bel dì d'està:
L'empio Fante di Cuori
Rubò le torte; e certo, a morte andrà!"-
"Ponderate il vostro verdetto," disse il Re a' giurati.
"Non tanta fretta!" interruppe vivamente il Coniglio. "Vi son molte cose
da fare prima!"
[Illustrazione]
"Chiamate il primo testimonio," disse il Re; e il Coniglio bianco diè
tre squilli di tromba, e gridò: "Il primo testimonio!"
Ora il primo testimonio era il Cappellaio. Venne con una tazza di tè in
una mano, una fetta di pane col burro nell'altra. "Domando perdono alla
Maestà Vostra," disse, "se vengo così impacciato; ma il fatto sta ch'io
non avea finito ancora di prendere il tè quando fui chiamato."
"Avreste dovuto finirlo," rispose il Re. "Quando avete cominciato a
prenderlo?"
Il Cappellaio guardò la Lepre-marzolina che l'avea seguito al Tribunale
andando a braccetto col Ghiro. "-Credo-, al quattordici di Marzo," disse
il Cappellaio.
"Al quindici," sclamò la Lepre-marzolina.
"Al sedici," soggiunse il Ghiro.
"Notate queste cose," disse il Re ai giurati, e questi si misero a
scrivere con molta premura le tre date, sopra le lavagne, e poi le
sommarono riducendole a lire e centesimi.
"Cavatevi il cappello," disse il Re al Cappellaio.
"Non è mio," rispose il Cappellaio.
"-È rubato!-" sclamò il Re, rivolto a' giurati, i quali subito presero
nota del delitto.
"Ne tengo per venderli," soggiunse il Cappellaio per spiegare il fatto:
"Non ne ho di mio. Sono un cappellaio."
Quì la Regina inforcò gli occhiali, guardò fieramente il Cappellaio che
allibbì di paura.
"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re; "e non siate spaventato,
altrimenti vi farò subito mozzare il capo."
Queste parole non incoraggirono punto il testimone: ei non si reggeva
più in gambe; guardava ansiosamente la Regina, e confuso, morsicò un bel
pezzo del labbro della tazza, invece del pane col burro.
Giusto allora Alice provò una sensazione curiosissima, che la riempì di
sorpresa, sino a che potette rendersene ragione: ella cresceva di nuovo;
pensò che sarebbe stato bene per lei di lasciare il Tribunale, ma poi
riflettendoci su, volle restare, almeno sino a che vi fosse spazio per
lei.
"Vorrei che non pigiaste tanto," disse il Ghiro che le sedeva vicino.
"Posso appena respirare."
"Non posso fare a meno," rispose soavemente Alice: "Vedete, stò
crescendo."
"Voi non avete nessun dritto di crescere -quì-," urlò il Ghiro.
"Non dite delle sciocchezze," gridò Alice, "sapete che anche voi
crescete."
"Sì, ma non tanto," soggiunse il Ghiro: "-io- non cresco a quel modo
ridicolo." E borbottando fra sè, si alzò, e andò a mettersi all'altro
lato del Tribunale.
Intanto la Regina non avea mai sviato il suo sguardo feroce dal
Cappellaio, e mentre il Ghiro traversava la sala del tribunale, disse ad
un usciere, "Recatemi la lista de' cantanti nell'ultimo concerto!" A
queste parole il Cappellaio tremò a verghe, così che le scarpe gli
scappavano da' piedi.
"Rendete la vostra testimonianza," ripetè fieramente il Re, "o vi farò
mozzare il capo, poco importa che tremiate o no."
"Maestà, sono un povero sventurato," cominciò il Cappellaio con voce
tremante, "ed ho appena cominciato a prendere il tè--non è ancora una
settimana--e in quanto al pane col burro che si assottiglia--e alla
testa soppressata."
"Che soppressata?" sclamò il Re.
[Illustrazione]
"La testa soppressata -cominciò- col tè," rispose il Cappellaio.
"Sicuro che 'testa' comincia con un T!" disse vivamente il Re. "M'avete
voi preso per un gonzo? Andate via!"
"Sono un povero sventurato," continuò il Cappellaio, "e dopo il tè,
tentennavano tutti,--solo la Lepre-marzolina disse----"
"Non dissi niente!" interruppe con impeto la Lepre-marzolina.
"Lo diceste!" disse il Cappellaio.
"Lo nego!" replicò la Lepre-marzolina.
"Lo nega," disse il Re: "ebbene lasciate andare."
"Bene, ad ogni modo il Ghiro disse----" e il Cappellaio lo guardò per
vedere s'egli pure volesse dargli una mentita: ma il Ghiro non negava,
dormiva profondamente.
"Dopo ciò," continuò il Cappellaio, "mi preparai un'altra fetta di pane
col burro----"
"Ma che cosa disse il Ghiro?" domandò un giurato.
"Non me lo posso ricordare," disse il Cappellaio.
"Voi -dovreste- ricordarlo," osservò il Re, "se no vi farò mozzare il
capo."
Il misero Cappellaio si lasciò cadere la tazza, il pane col burro, e le
ginocchia a terra, e sclamò: "Maestà, sono un povero mortale!"
"Siete un -povero oratore-," disse il Re.
Qui un porcellino d'India diè un applauso, ma subito fu soppresso dagli
uscieri del Tribunale. (Ed ecco come fecero: presero un sacco di
canavaccio con de' legacci all'orlo; vi gittaron giù capovolto il
porcellino d'India, e poi vi si sedettero sopra.)
"Son contenta d'aver veduto ciò," pensò Alice. "Ho letto tante volte ne'
giornali, alla fine de' processi, 'Vi fu un tentativo d'approvazione che
fu subito soppresso dagli uscieri del Tribunale,' ma sino ad ora non
potetti mai comprendere che volesse dire."
"Se è questo tutto quel che sapete, voi potete ritirarvi," continuò il
Re.
Quì un altro porcellino d'India diè un applauso, ma fu soppresso.
"Addio, porcellini d'India! non vi vedrò più!" disse Alice. "Ora le cose
andranno meglio."
"Vorrei piuttosto finire il mio tè," disse il Cappellaio, riguardando
con ansietà la Regina, la quale leggeva la lista de' cantanti.
"Potete andare," disse il Re, e il Cappellaio fuggì dal Tribunale, senza
nemmeno rimettersi le scarpe.
"---- e mozzategli il capo fuori," soggiunse la Regina indirizzandosi ad
un ufficiale; ma il Cappellaio era sparito dalla vista, pria che
l'ufficiale giungesse alla porta.
[Illustrazione]
"Chiamate l'altro testimonio!" gridò il Re.
Era la cuoca della Duchessa. Aveva la pepaiola in mano, e Alice indovinò
chi fosse, anche prima che entrasse nel Tribunale, perchè tutti coloro
ch'erano vicini all'uscio cominciarono a starnutire.
"Rendete la vostra testimonianza," disse il Re.
"No," rispose la cuoca.
Il Re guardò con ansietà il Coniglio bianco che mormorò a voce bassa,
"Maestà, esaminate da voi stesso -questo- testimone."
"Bene, se debbo farlo, mi converrà farlo," disse il Re con una ciera
malinconica, e dopo aver poste le braccia conserte al petto, e fatto gli
occhiacci alla cuoca, disse con voce profonda, "Di che sono composte le
torte?"
"Di pepe, per la maggior parte," rispose la cuoca.
"Di melazzo," soggiunse una voce sonnolenta dietro ad essa.
"Afferrate quel Ghiro!" gridò la Regina. "Tagliategli il capo! Fuori
quel Ghiro! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!"
Durante qualche istante il Tribunale fu una vera confusione, mentre il
Ghiro era preso; e quando si ristabiliva l'ordine, la cuoca era sparita.
"Non importa!" disse il Re con un'aria di sollievo. "Chiamate l'altro
testimone." E bisbigliò all'orecchio della Regina: "Cara mia dovreste
esaminar -voi- l'altro testimone."
Alice stava osservando il Coniglio che ripassava la lista, curiosa di
vedere chi mai sarebbe l'altro testimone--"perchè -sin' ad ora- non
hanno affatto prove," diceva fra sè. Figuratevi la sua sorpresa, quando
il Coniglio bianco chiamò con la sua voce stridula "Alice!"
CAPITOLO XII.
TESTIMONIANZA D'ALICE.
"Eccomi!" rispose Alice, e dimenticando che in quegli ultimi momenti era
cresciuta smisuratamente, saltò su molto lesta, rovesciando col suo
gonnellino il palchetto de' giurati, di tal che questi capitombolarono
con la testa in giù sulla folla ch'era di sotto, e restarono con le
gambe all'aria. Ciò le rammentò il rovescione che la settimana avanti
aveva casualmente dato a un globo di cristallo che conteneva de'
pesciolini dorati.
"Oh, vi -prego- d'avermi per iscusata!" sclamò con voce d'angoscia, e
cominciò a raccattarli con molta sollecitudine, perchè piena dell'idea
de' pesciolini dorati caduti dal globo, pensava che dovea prontamente
raccoglierli e rimetterli nel palchetto de' giurati, se no sarebbero
morti.
[Illustrazione]
"Il processo," disse il Re con voce autorevole e grave, "non potrà
andare innanzi, se non quando tutt'i giurati saranno rimessi ne' loro
proprii posti,--dico -tutti-" soggiunse con molta enfasi, riguardando
fieramente Alice.
Alice guardò il palchetto de' giurati, e vide che nella fretta, avea
rimessa la Lucertola col capo in giù, per cui la povera bestiolina
agitava la coda al di sopra ma in modo da eccitare la compassione,
perchè non poteva muoversi. Subito la estrasse, e la rimise
convenientemente; "non già perchè importi assai," disse fra sè, "poichè
nè la sua coda nè la sua testa recheranno vantaggio al processo."
Appena che i giurati si rimisero dal colpo che li avea rovesciati, e che
furono ritrovate le lavagne e le matite, e consegnate loro, si misero a
scarabocchiare con molta premura la storia del loro ruzzolone, salvo la
Lucertola che non s'era riavuta e sedeva con la bocca spalancata, e
guardando la volta.
"Che cosa sapete di quest'affare?" domandò il Re ad Alice.
"Niente," rispose Alice.
"Niente -affatto-?" replicò il Re.
"Niente affatto," soggiunse Alice.
"Ciò è molto importante," disse il Re, rivolgendosi a' giurati. Essi si
accingevano a scriverlo sulle lavagne, quando il Coniglio bianco li
interruppe: "-Non--importante, è questo il senso delle parole di Vostra
Maestà," disse con voce rispettosa, ma saettandolo col guardo e
facendogli il visaccio mentre parlava.
"-Non--importante, già è quel che volea dire," soggiunse in fretta il
Re; e poi si mise a recitar fra' denti "importante--non-importante--
non-importante--importante," come che volesse provare quale delle
due parole suonasse meglio all'orecchio.
Alcuni de' giurati scrissero "importante," altri "non-importante." Alice
potette osservarlo, poichè era vicina a loro e potea sbirciare sulle
lavagne; "ma non importa niente," pensò fra sè.
Allora il Re, che era stato occupatissimo a scrivere sul suo taccuino,
gridò "Silenzio!" e lesse dal suo libriccino "Regola quarantaduesima.
-Ogni persona, la cui altezza supera il miglio, deve uscire dal
Tribunale.-"
Ognuno riguardò Alice.
"Io -non sono- alta un miglio," disse Alice,
"Sì che lo siete," rispose il Re.
"Quasi due miglia d'altezza," soggiunse la Regina.
"Ebbene, poco mi cale, ma non andrò via," disse Alice, "oltre a ciò
quella non è una regola regolare; l'avete inventata ora."
"Che! è la più vecchia regola nel libro," rispose il Re.
"Allora dovrebbe essere la regola prima," disse Alice.
Il Re impallidì, e chiuse il taccuino in fretta. "Ponderate il vostro
verdetto," disse, rivolgendosi a' giurati, ma con voce sommessa e
tremolante.
"Maestà vi sono altre testimonianze," disse il Coniglio bianco,
sbalzando in piedi. "Giusto adesso abbiam trovato questo foglio."
"Che c'è dentro?" domandò la Regina.
"Non l'ho aperto ancora," disse il Coniglio bianco, "ma sembra una
lettera, scritta dal prigioniere a--a qualcheduno."
"Dev'essere così," disse il Re, "salvo che sia stata scritta a nessuno,
ciò che non si fa generalmente."
"A chi è indirizzata?" domandò uno de' giurati.
"Non ha indirizzo di sorta," disse il Coniglio bianco: "di fatti non c'è
scritto nulla -al di fuori-." E spiegò il foglio mentre parlava, e
soggiunse, "Somma tutto non è punto una lettera; è un accozzaglia di
versi."
"Son dessi scritti dalla mano del prigioniere?" domandò un giurato.
"Nò, non lo sono," rispose il Coniglio bianco, "ed è questa la più
strana di tutte le cose." (I giurati si riguardarono confusi).
"Forse egli ha imitata la scrittura di qualcheduno," disse il Re. (Quì i
giurati si rasserenarono).
"Maestà," disse il Fante, "non li ho scritti, e niuno potrebbe provarmi
l'opposto. E poi non c'è nessuna firma alla fine."
"Il non averlo firmato," rispose il Re, "prova doppiamente il vostro
delitto. Voi -dovevate- avere l'intenzione d'offendere, se no, da
galantuomo avreste firmato il foglio."
Tutti applaudirono, e con ragione, perchè era quello il primo detto
spiritoso che il Re avesse detto in quel giorno.
"Ciò -prova- il suo delitto," sclamò la Regina.
"Ciò non prova niente affatto!" disse Alice. "Ma se non sapete neppure
ciò che contiene il foglio!"
"Leggetelo," disse il Re.
Il Coniglio bianco inforcò gli occhiali, e domandò: "Maestà, dove debbo
incominciare?"
"Cominciate dal principio," disse il Re con tuono solenne, "e continuate
sino alla fine: poi fermatevi."
Or questi erano i versi letti dal Coniglio bianco:--
-"Ella vi fece un grazïoso invito,
Ed a lui mi voleste rammentar,
E quindi ella mi dètte il ben servito,
Ma mi disse: Non sai mica nuotar.-
-Ch'io non la visitai, disse pur dianzi,
(E questo è il vero, e ognun di noi lo sa),
Ma se lei spingerà la cosa innanzi,
Oh dite, allor di voi che ne avverrà?-
-Una a lei dètti, ed essi due le diêro,
E voi men deste tre col sopra più;
Tutte a voi ritornarono--oh mistero!
Eppure erano mie, or nol son più.-
-Se dessa od io per caso inopinato
Involti in quest'affare ci vedrem,
Confido in voi che ognun fia liberato;
Come prima fra noi li rivedrem.-
-Spiegarmi alfine mi sarà concesso;
(Già, sapete, un attacco ella, sentì),
Ma voi foste per lui, per noi, per esso
L'ostacolo fatal che la colpì.-
-Non gli dite giammai che preferisca
Costoro,--ciò debb'essere un mister,
Un secreto che altrui non apparisca,
Un secreto nascosto nel pensier."-
"È questo il più importante documento contro l'accusato," disse il Re,
stropicciandosi le mani; "or dunque i giurati----"
"Se uno di loro potesse spiegarmelo," disse Alice (la quale era talmente
cresciuta in quegli ultimi istanti che non avea più paura d'interrompere
il Re), "gli darei cinquanta centesimi. -Io- non credo che vi sia in
esso neppure un briciolo di senso comune."
I giurati scrissero tutti sulle lavagne, "-Ella- non crede che vi sia
in esso neppure un briciolo di senso comune," ma niuno cercò di spiegare
il senso di quel foglio.
"Se non c'è senso comune," disse il Re, "ciò ci toglie da un mondo
d'imbarazzi, e noi certo non ci affanneremo per trovarvene uno. Eppure
non saprei," continuò spiegando il foglio sul ginocchio, e sbirciando la
poesia; "ma mi pare di vedere un senso occulto in essi---'disse--Non sai
mica nuotar'---voi non potete nuotare, non è vero?" continuò,
rivolgendosi al Fante.
Il Fante scosse mestamente il capo, e disse, "Ne ho io l'apparenza?" (E
certamente, no, perchè era fatto tutto di cartone).
"Bene per ora," disse il Re, e continuò fra sè stesso a borbottare su'
versi: "-'E questo è il vero, e ognun di noi lo sa'---ciò si riferisce
a' giurati, non c'è dubbio---'Una a lei dètti, ed essi due gli
diêro'---ciò spiega l'uso ch'egli fece delle torte, intendete--"
"Ma," disse Alice, "continua con le parole -'Tutte a voi
ritornarono.'-"
[Illustrazione]
"Già, esse sono là," disse il Re con un'aria di trionfo, indicando le
torte ch'erano sulla tavola. "Niente di più chiaro di -ciò-.
Continua---'Già, sapete, un attacco ella sentì'---voi non aveste mai
degli attacchi nervosi, cara mia, non è vero?" soggiunse, rivolgendosi
alla Regina.
"Non mai!" tuonò furiosamente la Regina, e in quell'istante scagliò un
calamajo al capo della Lucertola. (Il povero Tonietto avea abbandonato
l'uso di scrivere col dito sulla lavagna, perchè s'era accorto che non
vi lasciava traccia alcuna; ma ora si rimise sollecitamente all'opera,
usando l'inchiostro che gli gocciolava sulla faccia, e l'usò sinchè
n'ebbe).
"Dunque queste parole non si -attaccano-, a voi," disse il Re, guardando
con la bocca sorridente tutt'intorno al Tribunale. E vi fu gran
silenzio.
"È un bisticcio!" soggiunse il Re, con voce irata, e tutti allora
risero. "Che i giurati ponderino il loro verdetto," ripetè il Re, forse
per la ventesima volta in quel giorno.
"No, no!" disse la Regina. "Prima la sentenza--poi il verdetto."
"Ma che sciocchezze!" sclamò Alice ad alta voce. "Che idea d'aver prima
la sentenza!"
"Tacete!" gridò la Regina, tutta infiammata in viso.
"No certo!" disse Alice.
"Decapitatela!" urlò la Regina con tutta la voce che aveva in gola. Ma
niuno si mosse.
[Illustrazione]
"Chi vi stima? chi vi teme?" disse Alice, (allora era cresciuta di tanto
che giungeva alla sua statura naturale). "Voi non siete altro che un
mazzo di carte!"
Appena disse queste parole tutto il mazzo si sollevò in aria
furiosamente, e poi si rovesciò sopra la fanciulla: essa dette un
piccolo strillo, un po' commossa dalla paura, un po' dall'ira, e cercò
di respingerle da sè, ma si ritrovò sul poggio, col capo appoggiato
sulle ginocchia di sua sorella la quale le toglieva con molta
delicatezza alcune foglie appassite ch'erano cadute sulla sua faccia.
"Risvegliati, Alice cara!" le disse la sorella; "che buona dormitona hai
fatto, eh!"
"Oh! ho avuto un sogno tanto curioso!" disse Alice, e raccontò alla
sorella, il meglio che per lei si potesse tutte le strane Avventure che
avete lette sino ad ora; e quando finì, sua sorella la baciò, e le
disse, "È -stato- davvero un sogno curioso, cara mia: ma ora, va' subito
a prendere il tè; è già tardi." E così Alice si levò, e, andò via,
pensando mentre correva, al sogno straordinario che aveva avuto.
* * * * *
Ma sua sorella rimase colà, e col capo appoggiato alla mano, tutta
intenta a riguardare il sol cadente, e riflettendo sulla piccola Alice e
sulle sue Avventure meravigliose, cadde in una specie d'assopimento, e
sognò talcosa simile a questo:--
Prima di tutto sognò la piccola Alice:--con le sue manine delicate e
congiunte sulle ginocchia di lei, e co' suoi grandi occhi lucenti fissi
in lei. Poteva sentire il vero suono della sua voce, e vedere quello
strano agitarsi della sua testolina per rigettare indietro i capelli
che -voleano- per forza velarle il viso:--e mentre era tutta intenta ad
ascoltare, o sembrava che fosse così, tutto il luogo che la circondava
si animò, popolandosi di quelle creature vedute nel sogno dalla sua
sorellina.
L'erba rigogliosa stormiva sotto di lei, mentre il Coniglio bianco
scappava via--il Sorcio spaventato s'apriva, sguazzando, una via in
mezzo dello stagno vicino--poteva sentire il rumore delle tazze, mentre
la Lepre-marzolina e gli amici suoi partecipavano a quel loro perenne
pasto--udiva la voce strillante della Regina che mandava i suoi invitati
al patibolo--anche una volta il bimbo porcellino starnutiva sulle
ginocchia della Duchessa, mentre i tondi e i piatti volavano d'ogni
intorno--anche una volta l'urlo del Grifone, lo scricchiolìo della
matita della Lucertola, la soppressione de' porcellini d'India
riempivano l'aria, sposati al singhiozzar lontano della miserabile
Falsa-Testuggine.
E sedette, con gli occhi a metà chiusi, e quasi si credette davvero nel
paese delle Meraviglie; benchè sapesse che, aprendo gli occhi, tutto
sarebbe mutato in realtà desolante--avrebbe sentito l'erba stormire
all'agitar del vento--avrebbe veduto lo stagno increspato a causa delle
canne--il rumore delle tazze si sarebbe mutato nel tintinnìo dei
campanelli delle pecore, e la voce stridente della Regina nella voce del
pastorello--e gli starnuti del bimbo, l'urlo del Grifone, e tutti gli
altri strepiti curiosi, si sarebbero mutati (e lei n'era persuasa) nel
rumore confuso d'una fattoria, e il muggito lontano degli armenti
avrebbe surrogato i profondi singhiozzi della Falsa-Testuggine.
Finalmente, volle figurarsi la sua sorellina già cresciuta e diventata
donna,--conservare ne' suoi anni maturi il cuore affettuoso e semplice
della sua fanciullezza--raccogliere intorno a sè altre fanciulle, e far
-loro- brillare gli occhi beandoli con istorielle curiose e strane, e
forse anche col sogno delle Avventure nel Paese delle Meraviglie; e con
quanta simpatica tenerezza avrebbe ella stessa partecipato alle loro
innocenti angosce, e con quanta letizia alle loro gioje, riandando i
beati giorni della fanciullezza, e le gioconde giornate dell'estate.
FINE.
LONDRA:
R. CLAY, FIGLI, E TAYLOR, STAMPATORI,
BREAD STREET HILL.
* * * * *
Nota del Trascrittore
La punteggiatura e l'ortografia originali sono state mantenute. Minimi
errori di stampa sono stati corretti senza annotazione. Sono stati
inoltre corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
mancò che non glielo [gielo] portasse via.
affissandola in faccia con un certo fare [faze] inquieto
bisbigliò all'orecchio della fanciulla, "È [E] sotto
che s'era avvicinato [avvicinata] ad Alice, ed osservava la
vuole [voule]."
fra [far] breve."
le [e] tre date, sopra le lavagne, e poi le sommarono [sommaronol]
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