Il perfetto amore (Dialogo in tre atti)
Roberto Bracco
ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME NONO
=IL PERFETTO AMORE= -- NEMMENO UN BACIO
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI-GENOVA-BOLOGNA-TORINO
Copyright by Roberto Bracco, 1917.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di Norvegia.-
È assolutamente proibito di rappresentare queste produzioni senza il
consenso scritto dell'Autore (-Art. 14 del Testo Unico 17 Settembre
1882-).
Copyright by Roberto Bracco, 1917.
Off. Tip. Sandron -- 311 -- I -- 291117
IL PERFETTO AMORE
-Dialogo in tre atti-
Rappresentato per la prima volta al Teatro -Manzoni- di -Milano- il -19
dicembre 1910-, dalla Compagnia di TINA DI LORENZO.
PERSONAGGI:
ELENA
UGO
-Un cameriere. -- Un'albergatrice. -- Uno -chauffeur-.
-- Le professoresse.-
ATTO PRIMO.
-Il salotto di un piccolo albergo elegante. -- Qualche canapè, seggiole a
sdraio, poltrone, poltroncine. Nel centro, una gran tavola, su cui sono,
bene ordinati, giornali, guide, riviste, orarii di ferrovie. Quasi
presso la parete sinistra, un po' di sbieco, un pianoforte col dorso
rivolto al muro. Dinanzi al pianoforte il relativo sediolino senza
spalliera. Verso lo stesso lato, un tavolino con su un mazzo di carte
francesi ed altri oggetti da giuoco. Al lato opposto, nel primo piano
del quadro scenico, uno scrittoio, che è diviso in due da un rialzo
intarsiato, sicchè due persone vi si possono sedere di faccia senza che
si diano soggezione. Nella parete destra due porte -- aperte. Nella
parete di fondo, poco discosta dall'angolo che questa forma con la
parete destra, un'altra porta coi battenti di vetro -- spalancati --, che
dà in una serra.-
SCENA UNICA.
ELENA, UGO, IL CAMERIERE, LE PROFESSORESSE.
ELENA
-(seduta al pianoforte, suona un brano del «Crepuscolo degli Dei.»)-
UGO
-(fa capolino dalla prima porta a destra, vede Elena, e si avanza. --
Resta lungamente ad ascoltare. Poi, mormora fra sè:)- Perbacco! Wagner a
memoria! -(Ascolta ancora. Riflette.)-... Wagnerofila!
ELENA
-(accorgendosi di non essere sola, si alza subito.)-
UGO
-(si dirige verso il pianoforte per incontrarla di fronte.)-
ELENA
-(deviando bruscamente, lo evita. -- Siede presso la tavola, sceglie fra
i giornali un fascicoletto pieno di piccole caricature, e, con
disinvoltura, lo sfoglia.)-
UGO
-(la contempla alle spalle. -- Si morde il labbro inferiore, e ha un moto
di ostinazione intraprendente. -- Assume un'aria d'indifferenza, siede
anche lui presso la tavola, e cerca tra i giornali. -- Con in mano una
rivista, ne legge il frontespizio, levando un po' la voce per farsi
udire:)- «La Rinascenza Latina, rivista di scienze, lettere ed arti».
-(Riponendola sulla tavola)- Non mi riguarda. -(Ne piglia un'altra)-
Vediamo questa. -(Ne legge il frontespizio:)- «La donna Italiana». «Esce
ogni due mesi». -(Comentando)- Esce molto di rado la donna italiana!
-(Sottecchi, guarda Elena con la speranza di sorprendere un sorriso o un
qualunque segno di approvazione o di protesta alla scipita
barzelletta.)-
ELENA
-(ha gli sguardi fissi sul piccolo fascicolo da lei sfogliato.)-
UGO
-(lascia cadere sulla tavola quest'altra rivista, e, dopo di aver notato
che il fascicolo che ella sfoglia è il «Punch», cerca di nuovo fra i
giornali parlando a sè stesso, sempre con lo scopo di costringere lei a
udire:)- È curioso!... In un hôtel così internazionale, manca il
«Punch»! Peccato!... Il «Punch» è il più ameno giornale di caricature
ch'io mi conosca! -(Poi, mostrando di accorgersi adesso che lo ha lei)-
Ah no, non manca. Lo ha la signora.
ELENA
-(getta su i giornali il fascicoletto e si allontana dalla tavola.)-
UGO
... Io avrei potuto bene aspettare.
ELENA
-(impassibile, non ha per lui neppure un cenno. -- Tocca il bottone del
campanello elettrico. -- Si sdraia in una poltrona.)-
UGO
Tuttavia, profitterò della cortese abnegazione. -(Si mette a guardare le
caricature del «Punch».)-
-(Un cameriere tedesco, biondo-rossastro, comparisce dalla seconda porta
a destra e si pianta come un soldato.)-
ELENA
-(al cameriere:)- Un caffè nero.
IL CAMERIERE
-Ja.-
UGO
Un caffè nero anche a me.
IL CAMERIERE
-Ja.-
ELENA
Un caffè nero -espresso-.
IL CAMERIERE
-Ja.-
UGO
-Espresso- anche a me.
IL CAMERIERE
-Ja.- -(Via.)-
ELENA
-(impulsivamente, ha lanciato a Ugo uno sguardo severo.)-
UGO
-(ha sorpreso lo sguardo, e coglie questa occasione per rivolgerle la
parola.)- Non c'è da aversela a male, signora. Dopo colazione io soglio
regalarmi un caffè nero, come fa quasi tutta l'umanità. E, siccome ella
ha avuta la buona idea di ordinarlo -espresso-, io, che mi son ricordato
d'aver preso stamane, in questo medesimo hôtel, un caffè non -espresso-
che era un veleno, ho adottata la sua buona idea immediatamente. È molto
semplice.
ELENA
-(fingendo di non badargli, si alza, e giunge, lenta, al tavolino su cui
è il mazzo di carte francesi. Lo prende, mescola le carte. Siede.
Comincia a fare un solitario: il «solitario di Napoleone».)-
UGO
Nondimeno, le chiedo scusa se mi sono permesso di non volermi avvelenare
una seconda volta.
IL CAMERIERE
-(ritorna, portando due -servizi- di caffè. Ne posa uno sul tavolino
dinanzi a Elena, l'altro sulla tavola dinanzi a Ugo. Indi, fa per
andare.)-
ELENA
-(chiamando:)- Cameriere!
IL CAMERIERE
-(si ferma, si volta.)- -Bitte?-
ELENA
-(versando il caffè)- Dite al Direttore che voglio mutare di camera. Al
primo piano si sta malissimo. È pieno di gente importuna e indiscreta.
IL CAMERIERE
-(serio e corretto, col suo duro accento di tedesco e con la sua
personale lingua italiana)- C'è soltanto unico signore qui presente.
UGO
Grazie mille per la delucidazione!
IL CAMERIERE
-(che non ha capito) Bitte?...- Prego ripetere a me ancora il
comandamento.
UGO
Ma che «comandamento»? Vi ho ringraziato. C'era proprio bisogno
d'indicare quale fosse la gente importuna e indiscreta?
IL CAMERIERE
Ah, ja. Non era bisogno perchè Signora già sapeva. -(La sua r
rumoreggia, il suo b diventa p, il suo g diventa c, il suo v diventa
quasi f.)-
UGO
Bravo! Di bene in meglio!
ELENA
-(spazientita -- al cameriere:)- Dunque, avete inteso? Mi farete dare una
camera al secondo piano.
IL CAMERIERE
Il secondo tutto preso da una società professoresse americane, -i quali-
sono arrivati pochi momenti avanti a questo giusto momento.
UGO
-(con viva compiacenza)- Professoresse americane? Graziosissime!
Professoresse di che?
IL CAMERIERE
-(si avvia in gran fretta verso la porta.)-
ELENA
-(irritandosi)- Ma dove andate?!
IL CAMERIERE
-(si ferma, si volta.)- Signore vuole precisi informazioni sopra
graziosissime professoresse: io vado a domandare preciso.
UGO
Ve ne dispenso, ve ne dispenso. State attento, invece, ai...
-comandamenti- della signora.
IL CAMERIERE
-Ja.-
ELENA
Se al secondo piano non ci sono più camere, me ne farete dare una al
terzo. Oppure al quarto. Oppure al quinto. Oppure in soffitta. Mi sono
spiegata?
IL CAMERIERE
-Ja. (Non si muove.)-
-(Un silenzio.)-
ELENA
-(vedendolo lì impalato)- Ora, potete andare.
IL CAMERIERE
-Iaaa! (Esce.)-
ELENA
-(continua a fare il suo solitario, e, di tanto in tanto, sorseggia il
caffè.)-
UGO
-(ha terminato di bere, e accende una sigaretta. Poi, togliendosela di
bocca)- La disturbo con la mia sigaretta?
ELENA
-(finge di non udire.)-
UGO
No? Grazie! -(Rimette la sigaretta in bocca e, fumando, si alza. Gira
per la stanza e parla con sè stesso mostrando d'inebriarsi.)-
Professoresse americane! Oh,... me le figuro queste gaiette
professoresse in vacanza! Una frotta di vezzose gazzelle dalla piccola
testa eretta, dal piedino irrequieto, dalle caviglie sottili e con negli
occhi tutta la schiettezza di una femminilità impavida -(sottolineando)-
che sfida gli uomini piuttosto che sfuggirli o guardarli in cagnesco!
-(Mutando e fermandosi avanti a Elena)- Disturbo con la mia voce?
ELENA
-(china esageratamente il capo, con l'intenzione di sembrare
attentissima al suo solitario.)-
UGO
No? Grazie! -(Breve pausa.) (Poi, gironzolando di nuovo per la stanza)-
D'altronde, è così. Non so pensare senza parlare. Ho l'istinto del
monologo. Come la signora, evidentemente, ha quello del solitario. Due
istinti che si somigliano, del resto. Io, talvolta, per frenare il
monologo che scappa fuori, canticchio, zufolo,... suono il pianoforte.
Ma, pensare in silenzio?... Impossibile! -(A Elena:)- Mi trova bizzarro?
Mi trova buffo?
ELENA
-(Nessun segno di risposta!)-
UGO
No? Grazie! -(Gironzola ancora, come assorto, canticchiando appena col
fiato la «Canzone del Premio» dei «Maestri Cantori». Poi, s'interrompe,
vigilando i moti di lei:)- «Das Preislied»!... La «Canzone del
Premio»!... Per me, la gemma più pura... -(sogguarda Elena)-... del
«Sigfrido»!
ELENA
-(correggendolo sùbito in un impulso quasi incosciente)- Dei «Maestri
Cantori»!
UGO
-(con prontezza, dissimulando che è felice di potere finalmente appiccar
discorso)- Scusi tanto, signora! La «Canzone del Premio» è nel
«Sigfrido».
ELENA
-(alza le spalle in atto di noncuranza, riunisce le carte, le rimescola
e comincia un altro solitario.)-
UGO
No, sa! Io non mi sbaglio. E stupisco che si sbagli lei, che conosce
Wagner a memoria. Io non sono che un musicista da strapazzo; ma questo è
un caso speciale perchè si tratta di note associate ai ricordi più
graditi del mio soggiorno in America. E appunto per ciò mi tornavano
dianzi all'orecchio. L'annunzio delle vispe professoresse mi ha fatto
ripensare all'immancabile successo di quelle note. Se in una qualunque
sala, in un qualunque hall di trattenimento, io toccavo la tastiera di
un pianoforte accennando con dolcezza italiana qualche battuta della
«Canzone del Premio», mi vedevo a poco a poco circondato di americanine,
le quali restavano ad ascoltarmi estasiate, immobili, quasi fossero
sospese -(imitandone l'atteggiamento)- in un fluido magnetico. La
consueta vivezza scintillante dei loro audaci corpicini, in quella
eccezionale immobilità estatica, diventava come un fulgore fisso di luce
elettrica intensificata nelle retine delle lampade Wallfram. Parevano
tanti campioni d'un incantevole tipo di donna costruito nel laboratorio
di Edison. Una delizia! Una meraviglia!
ELENA
-(questa volta non ha saputo fingere di non udire. A un certo punto, ha
interrotto il solitario e si è messa ad ascoltare, battendo una carta
sul margine del tavolino.)-
UGO
È persuasa, ora, che non posso sbagliarmi?
ELENA
-(con un sorriso sdegnosetto e canzonatorio -- disordinando le carte come
per rinunziare al solitario)- Ma lasci andare!
UGO
Vuole onorarmi d'una scommessa?
ELENA
-(alzandosi severa)- Non faccio scommesse con persone che non mi siano
state presentate. -(Passa dal tavolino allo scrittoio, e, in piedi, cava
dalla cartella dei foglietti.)-
UGO
Dio buono!... Non capisco da chi dovrei farmi presentare!
ELENA
Da qualcuno che la conosca bene.
UGO
L'unico qualcuno che mi conosca bene sono io stesso. E se ella non può
transigere sul convenzionalismo della presentazione, la servo
immantinente.
ELENA
-(ascoltandolo e guardandolo, resta in piedi, con le mani indietro,
appoggiate allo scrittoio.)-
UGO
-(va fino in fondo senza interrompersi)- Ho il piacere di presentarle in
me... il signor Ugo Ginetti, napoletano di nascita e cosmopolita di
elezione, uomo degnissimo di stima, con spiccate attitudini di
avventuriero e analoga elasticità di temperamento. Lei dice che la
qualifica di avventuriero fa a calci con la stimabilità? S'inganna,
perchè io non ho parlato che di attitudini. Si possono avere le
attitudini del ladro senza essere un ladro. E, anzi, fra tante persone
che non rubano, le sole che abbiano incontestabilmente diritto
all'ammirazione ed alla stima sono quelle che, volendo, saprebbero
rubare. Capirà che tutte quelle altre, che non saprebbero rubare, non
hanno nessun merito a non essere dei ladri. Io sono estremamente
stimabile perchè, sfornito, -ab origine-, di mezzi finanziari, ed
esposto a tutte le tentazioni del -globe-trotter-, non ho profittato con
larghezza delle mie attitudini di avventuriero. Le ho soltanto
utilizzate nei confini dell'onestà. Avrei saputo fare, al tavolo di
gioco, dei... -giochi- di prestigio; avrei saputo divertire un
miliardario per scroccargli i quattrini e la moglie; avrei saputo
documentare un falso titolo di marchese per sposarmi... i -titoli- di
rendita di una qualche stanca sfruttatrice di vapori transoceanici o di
una qualche stagionata ereditiera di miniere carbonifere, e, invece, mi
son limitato a imbrogliare il mondo facendo in Egitto il professore di
letteratura italiana senza aver mai letto un verso di Dante, in Grecia
il maestro di scherma senza aver mai conosciuta da vicino una sciabola,
a New-York e a Filadelfia il pianista... suonando a orecchio. Ho
imbrogliato il mondo, non lo nego, ma l'ho imbrogliato così onestamente
e ne ho tratto così poco vantaggio che sono stato assalito spesso dal
sospetto che l'imbroglione fosse il mondo e l'imbrogliato io. Tanto
imbrogliato, che sarei ancora un avventuriero al verde se un mio parente
superstite non avesse avuto il delicato pensiero di morire dopo di
essere stato fedele a due grandi virtù: a quella dell'avarizia e a
quella dell'infecondità. Ciò detto, o signora, io ho motivo di credere
che ella possa ritenere come perfettamente compiuta la formalità della
presentazione.
ELENA
Mi ha favorito addirittura la sua biografia!
UGO
Una presentazione abbondante, ecco. Non ho voluto lesinare.
ELENA
E si è data tutta questa pena... per fare una scommessa con me?!
UGO
Si fa una scommessa per guadagnar qualche cosa.
ELENA
Ma è una scommessa inverosimile, una scommessa già perduta!
UGO
Da quell'onestissimo avventuriero che mi pregio di essere, l'avverto che
-l'imbroglio c'è-.
ELENA
Lei può imbrogliare fin che vuole: con l'imbroglio non le riescirà certo
di fabbricare un Wagner per suo uso e consumo. -(Ridendo un po' e
burlandosi di lui)- Via!... «I Maestri Cantori» senza la «Canzone del
Premio»....
UGO
-(interrompendo)- È come dire un corpo senz'anima o... un pasticcio di
pernici senza pernici.
ELENA
Assolutamente!
UGO
Ma io non ho mai pensata una simile sciocchezza!
ELENA
-(con un salto di stupore)- E la scommessa?!
UGO
Un piccolo espediente, signora! Il culto wagneriano che ella professa me
lo ha felicemente ispirato soccorrendo l'ansia che avevo di vincere quel
suo mutismo ostile. Ora, il mio monologo e il suo solitario si sono
mutati in dialogo; io parlo con lei, lei parla con me: ciò che avevo
stabilito di guadagnare, l'ho guadagnato. Come vede, l'imbroglio c'era.
ELENA
-(allontanandosi un po' dallo scrittoio per allontanarsi da lui)- Molto
furbo!
UGO
Sì, non c'è male: abbastanza.
ELENA
E, con tutta la sua furbizia, non ha avuto il dubbio che della scommessa
mi sia servita io per appurare finalmente chi fosse lei?
UGO
... Confesso che a questo non avevo pensato. -(Poi, con sarcasmo
vendicativo)- D'altronde, io non potevo sperare che in lei destasse
tanta curiosità la mia povera persona. Ne sono orgoglioso!
ELENA
-(in uno stato di irrequietezza graziosa, va un po' di qua, un po' di
là, gingillandosi con un qualche oggetto preso a caso.)- Non incomodi il
suo orgoglio, sa. Non c'è di che. La mia curiosità? Sfido, io! Da che
sono in viaggio, dovunque io vada, mi trovo sempre lei davanti!
UGO
-(codiandola)- Dica piuttosto che mi trova sempre alle sue spalle.
-(Difatti, in questo punto, si trova precisamente alle spalle di Elena,
che guarda una carta di musica sul pianoforte.)- Io non faccio che
seguirla.
ELENA
-(con simulata ingenuità)- Davvero? Credevo che si trattasse di
coincidenze casuali.
UGO
Mi affaticai tanto per partire da Napoli col medesimo treno con cui
partì lei!
ELENA
-(continuando a simulare)- Si vanta di uno zelo del quale non la credo
capace. Alla stazione di Napoli, lei non c'era.
UGO
Io le dico che c'ero.
ELENA
Lei non c'era.
UGO
Ci ero! Ci ero! Le assicuro che ci ero!
ELENA
Ma no.
UGO
Cerchi di ricordare. Badi che avevo la barba.
ELENA
Una barba finta?!
UGO
Una barba vera. Una barba mia.
ELENA
E che ne ha fatto?
UGO
La lasciai a Roma.
ELENA
Al bagagliaio?
UGO
Mentre ella era al -restaurant-, andai a farmela radere.
ELENA
Perchè?
UGO
Credetti utile sembrare un po' meno brutto e un po' più giovane.
ELENA
A chi?
UGO
Non certo al capotreno. A lei, s'intende.
ELENA
Sicchè, con quel suo inseguimento senza barba, si riprometteva di
conquistarmi?
UGO
-(atteggiandosi a modesto)- Io non aspiravo che a farle tollerare la mia
presenza, di cui mi proponevo di offrirle la costante assiduità. La
disturbo con la mia presenza?
ELENA
Ogni tanto lei mi domanda se mi disturba. È lo stesso che domandare come
va l'appetito a un poveretto che stia soffrendo il mal di mare.
UGO
Io sarei il mal di mare?!
ELENA
Un ostinato corteggiatore è anche peggio per una signora che viaggia
sola.
UGO
Non tutte le signore che viaggiano sole sono afflitte da una simile
idiosincrasia.
ELENA
Tutte le signore rispettabili come me! Ma lei non lo sa nemmeno che io
sono una signora rispettabile!
UGO
Se non lo sapessi, le avrei già mancato di rispetto. In fondo, perchè
sono così noioso, io? Perchè so che lei è rispettabile. Vuol vedere che
lo so? Le mostrerò gli appunti da me raccolti sul conto suo quando a
Napoli cominciai ad occuparmi di lei. Monologavo... nel mio taccuino.
-(Lo cava di tasca.)-
ELENA
Il pigliare degli appunti sul conto d'una signora fa parte delle
attitudini di avventuriero?
UGO
Naturalmente. Legga queste paginette. -(Le porge il taccuino, aperto.)-
ELENA
-(sedendo sul bracciuolo d'una poltrona, prende il taccuino e guarda.)-
Ha una bruttissima calligrafia!
UGO
-(sedendole accanto, sopra una sedia.)- Sì, la calligrafia non è
bella....
ELENA
Ma come si fa a leggere?!
UGO
Non leggo io stesso perchè ella potrebbe credermi intento a mutare il
testo. Si regoli: ho un -g- che sembra una -f-, un -b- che sembra una
-h-, un -p- che sembra un -y-, e faccio allo stesso modo la -n-, la -r-,
le -s-, la -z-, il -v- e il -c-.
ELENA
Ma è un rompicapo!
UGO
Tutto sta a farci l'occhio.
ELENA
Mi ci proverò. -(Cerca di decifrare-:) Qua su, si capisce: è il mio
nome: «Elena Lamberti Ardori». Poi?... -(Continua a decifrare-:)
«Vedova... che ha avuto un...» -(A Ugo-:) Un che?
UGO
«Un marito».
ELENA
Ci sono delle vedove che non lo hanno avuto?
UGO
Sicuro! E non le nego che io, sulle prime, sospettai che lei appunto non
lo avesse avuto.
ELENA
-(offesa)- Mi meraviglio!
UGO
Ma visto che fu un sospetto passeggero....
ELENA
Andiamo avanti. -(Fissa un punto della paginetta)- Che dice qui?... «Il
quale marito....»
UGO
-(spiegando)- Il quale marito di questa vedova....
ELENA
-(decifrando:)- «il quale marito non è morto».... Eh?!
UGO
Lei ha troncata la frase. Riunisca le parole in un sol fiato: «Il quale
marito non è morto di morte naturale».
ELENA
Questo è vero. -(Con un sospiro)- Mah!... -(Poi, leggendo in un tono di
tristezza:)- «Egli si uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche
mese di manicomio». -(A Ugo:)- Di manicomio?!
UGO
«Di matrimonio». Io ricordo di avere scritto: «matrimonio».
ELENA
-(legge con la medesima intonazione malinconica ed enfatica:)- «Egli si
uccise con un colpo di rivoltella dopo qualche mese di matrimonio perchè
era... un areostatico».
UGO
Ma che areostatico! «Un nevrastenico».
ELENA
No: questo è inesatto.
UGO
Effettivamente, doveva essere non un nevrastenico, ma addirittura un
pazzo se preferì un colpo di rivoltella a una moglie come lei.
ELENA
Per sua norma, mio marito fu il più saggio degli uomini!
UGO
Mi affretto a crederlo, perchè riconosco una incontestabile competenza
nella donna che lo ha amato e che certamente lo ama tuttora.
ELENA
Anche questo è fantastico. Come fa a sapere che lo amo tuttora?
UGO
Ne dubiterei soltanto se egli fosse vivo.
ELENA
-(con severità)- Lei si permette delle insinuazioni!
UGO
Ma no.... Non si adombri. Legga ciò che segue. Nel mio taccuino è
consacrata la sua fedeltà coniugale. Sarà soddisfatta di me.
ELENA
Vediamo. -(Legge con facilità:)- «Per quanto riguarda la causa del
suicidio, risulta nettamente esclusa l'ipotesi che egli abbia avuto dei
dispiaceri da sua moglie....»
UGO
Ecco: ora ci ha fatto l'occhio.
ELENA
-(continuando:)- «La quale....»
UGO
(spiegando) La quale moglie del marito suicida....
ELENA
-(legge velocemente:)- «... avendo dato prova di serietà e di
rettitudine fin da quando, adolescente, rimase orfana e sola, era andata
a nozze con la reputazione di possedere tutte le qualità per renderlo
felice».
UGO
Ha capito?
ELENA
Sì, questo è carino. La ringrazio. -(Voltando la paginetta)- E che altro
c'è?
UGO
Più nulla. Punto e basta. -(Fa per riprendere il taccuino.)-
-(Si levano tutti e due con molto brio.)-
ELENA
-(guardando la paginetta seguente)- No, no!... Qui ce n'è dell'altro!
C'è un numero.
UGO
Non guardi, non guardi. Un numero scritto a casaccio.
ELENA
È l'età che mi ha attribuita: venticinque anni. -(Rendendogli il
taccuino)- Rinnovo i ringraziamenti. È stato generoso.
UGO
Glieli ho forse aumentati?
ELENA
È stato generoso, perchè me ne ha tolti.
UGO
Quanti ne ha, in sostanza?
ELENA
Io crederei di averne ventotto.
UGO
Il che significa che ne ha trenta.
ELENA
Ah, no. Adesso esagera!
UGO
Me ne duole per lei se non li ha.
ELENA
Perchè?
UGO
Perchè una vedova che non ha ancora trent'anni è una vedova immatura.
Troppo giovane. Non può avere l'esperienza necessaria per apprezzare
abbastanza lo stato vedovile!
ELENA
È una bella seccatura, sa, lo stato vedovile!
UGO
È lo stato ideale. Suol dirsi che la carriera della donna è il
matrimonio. Lo ammetto. Ma il matrimonio è poi anche il suo domicilio
coatto. Ebbene, la vedova è una donna che ha compiuta la sua carriera e
che dal domicilio coatto se l'è svignata. Conti giusti con la società e
indipendenza definitiva. Io mi riferisco, s'intende, ai costumi dei
nostri paesi. Altrove, è diverso. Altrove, la donna non ha nessuna
ragione di aspettare la morte dell'uomo. Essa, per avere la sua
indipendenza, fa una cosa un po' più allegra: non se lo piglia per
marito.
ELENA
Lei sta per regalarmi una seconda apologia delle americanine. È un vero
-tic- il suo!
UGO
Cioè... cioè... cioè.... Non vorrei essere frainteso. Io adoro la
fanciulla americana per tutti i vantaggi che la sua indipendenza offre a
noialtri uomini; ma sono troppo buongustaio per non preferire alla
fanciulla americana la vedovella italiana. Perchè, veda, la vedovella
italiana, per noi, è come la fanciulla americana... con quel tanto di
più che nella fanciulla americana dev'essere... quel tanto di meno.
ELENA
-(con disgusto)- «Quel tanto di meno, quel tanto di più»... Lei ostenta
un materialismo stucchevole!
UGO
Non so quello che intenda per materialismo; ma, senza dubbio, io non
vivo nelle nuvole. Mi ci troverei a disagio.
ELENA
Io, invece, ci vivo e mi ci trovo divinamente!
UGO
Ciò mi dispiace non poco, perchè non avrò modo di pervenire fino a lei.
ELENA
In areoplano.
UGO
Batterei il récord del capitombolo. Non mi conviene.
ELENA
Allora, si rassegnerà a guardarmi col canocchiale.
UGO
Il canocchiale è come la speranza: ci mostra vicine le cose che sono
lontane. Sicchè, guarderò e spererò.
ELENA
Che cosa?!
UGO
Non so.... Che lei, un giorno o l'altro, caschi....
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