(-immobile, la guarda.-)
SONIA
(-come se pregasse per ottenere indulgenza, insiste:-) Stasera, no!
ULRICO
(-la guarda, la guarda.-)
SIPARIO.
AVVERTENZA.--Le note del canto; nella pagina 135.
[Illustrazione: note del canto di Sonia]
TERZO ATTO
-Un vestibolo dall'architettura sobria, pulito, bianco, ridente, un po'
claustrale, che, per un ampio vano arcuato, aperto nel centro del muro
in fondo, comunica con un giardino, non ricco, ma molto alberato. A
sinistra una porta che dà accesso all'interno della Casa di Salute. A
destra una porta che dà accesso al quartierino abitato da Francesco
Floriani.--Dallo stesso lato un tavolino rettangolare e un paio di
sedie. Sul tavolino, un registro, l'occorrente per scrivere, un'anfora
con qualche fiore, il quadretto della soneria elettrica. Torno torno al
vestibolo, come in una sala d'aspetto, una fila di basse scranne. Dalla
volta pende una lampada elettrica.-
I.
-È il meriggio. Luce nel vestibolo. Luce nel giardino. Le ricoverate
della Casa di Salute sono in attesa del loro buon Direttore, sedute
sulle scranne o in piedi nel vestibolo, nel giardino, sotto l'arco del
vano. Donne giovani, donne giovanissime, donne mature. Vestono un
modesto ma decoroso abito grigio: una specie di uniforme. Son pettinate
con accurata semplicità. Non manca qualche pettinatura piú ricercata o
addirittura graziosa.--Alcune ricoverate sono un po' pallide, smunte,
avariate. Altre sembrano sane, quasi floride. Cinque o sei restano
appartate, in una tensione bisbetica, rivelata da qualche gesto, da
qualche smorfia, o in una sincera tranquillità.--La piú tranquilla è-
SONIA ZAROWSKA, -mite nel viso, piú appartata di tutte, con l'occhio
tranquillamente estraneo.-
SUORA MARTA
(-è ritta, in un angolo, oculata, non rigida, non severa.-)
(-Un vispo chiacchierio fiorisce tra le piú gaie, che formano un gruppo
in primo piano:-)
--Veramente?
--Da chi l'hai saputo?
--L'ho saputo da lei stessa in un momento in cui pareva trasognata.
--Ballerina, dunque? Ballerina!
--Ballerina, no. Non credo.
--A me piacerebbe di essere una ballerina!
--Meglio attrice, poi, come me... (-Declamando:-)
Non vuoi col brando uccidermi e coi detti
Mi uccidi, intanto?
--Stai zitta! E non venderci le solite fandonie! Non sei mai stata
attrice, tu.
--E lei, se non era ballerina, perché danzava?
--Questo è il mistero!
--Chi sa che danza faceva!
--Caruccia me la figuro nella danza, con quel suo corpo di ninfa
amorosa!
--Se la pregassimo di danzare?
--Si rifiuterebbe.
--Tentiamo!
--Tentiamo!
UNA DEL GRUPPO
(-la piú ardita--si avvicina, d'un tratto, imprudentemente, a Sonia.-)
Avresti la cortesia, piccola buona, di mostrarci come danzavi?
SONIA
(-con un sussulto e con un gesto di orrore-) Oh!...
SUORA MARTA
Non le date retta, Sonia Zarowska!
LA PIÚ AUDACE.
Almeno una volta, vogliamo vederla danzare, Suora Marta!
(-Animazione generale.-)
--Sí, sí, vogliamo vederla danzare!
--Vogliamo vederla danzare!
QUASI TUTTE
(-l'assediano.-)
--Sonia! Sonia!
--Piccola buona!
--Solamente una volta!
--Solamente un poco!
--Suvvia!
--Un poco poco!
--Ce ne accontentiamo!
SONIA
No! No! No! No! (-Come a schivare l'insistenza, indietreggia e si riduce
con la schiena a un muro.-)
SUORA MARTA
(-facendosi burbera-) Insomma, figliuole! Non è bello che vi sfreniate
cosí nell'ora in cui avete piú che mai l'obbligo della disciplina per
ascoltare la parola del nostro Direttore.
II.
(-Entra in tempo- FRANCESCO FLORIANI, -seguíto da- LORENZO GEMMI: -un
vecchietto dall'aria signorile, in lutto strettissimo. Sulla sua
fisonomia è l'impronta d'una ambascia inesauribile.-)
FRANCESCO
(-con familiare cordialità-) Ma, poiché il vostro Direttore è in
ritardo, voi non avete avuto troppo torto se alla disciplina vi siete
ribellate. È lui che dà il cattivo esempio.
SONIA
Non è vero.
TUTTE
(-all'istante, son divenute serie, riguardose, facendo largo al
Direttore.-)
SONIA
(-si è scostata dal muro, ravvivandosi alquanto, rassicurata dalla
presenza di lui.-)
FRANCESCO
Sonia Zarowska afferma che non è vero. Evidentemente, con la sua pronta
sensibilità, ha intuito che c'è una circostanza a mio discarico. La
quale è questa. Mi ha distolto dal quotidiano convegno un fatto che
concerne appunto voi e la Casa che vi ospita. E mi è, anzi, grato, oltre
che doveroso, darvene conto, in quanto ritengo che ciò varrà a blandirvi
il cuore e la mente piú della nostra abituale conversazione. Alla Casa
che vi ospita, sostenuta finora dalle mie esigue risorse finanziarie,
una piú solida prosperità sarà in avvenire garantita da una generosa
elargizione. È il dono d'un uomo elettissimo che fu già un grande amico
di quelle tra voi che erano presso di me prima della sua... volontaria
scomparsa. (-Rivolgendosi a una delle donne per sperimentarne la facoltà
mnemonica e quella affettiva-) Di chi parlo io, Giulia Vannelli?
GIULIA VANNELLI
(-súbito-) Di Paolo Gemmi.
FRANCESCO
Ve ne ricordate, senza dubbio, rimpiangendolo...
GIULIA VANNELLI
Era cosí benefico anche lui! cosí degno di starvi accanto!
FRANCESCO
(-indagando-) E non se ne ricordano egualmente tutte le vostre compagne
d'allora?
ALCUNE
(-fanno cenno di sí col capo.-)
UN'ALTRA
Sicuro!
UN'ALTRA
Sicuro!
UN'ALTRA
Con affetto e con reverenza ce ne ricordiamo!
FRANCESCO
(-indicando Lorenzo Gemmi-) Questi è suo padre.
LORENZO GEMMI
(-che era raccolto in sé stesso, alle spalle di Francesco, ascoltandolo,
s'imbarazza ora nel veder convergere sulla propria persona gli sguardi
di tutte le Ricoverate incuriosite.-)
FRANCESCO
(-continuando-) È il suo povero padre, che si è affrettato a
comunicarmene la lettera testamentaria rinvenuta appena stamane. Dopo
d'aver deciso di morire, egli dispose che l'ingente eredità già
trasmessagli dall'abnegazione paterna fosse destinata all'opera della
quale era stato valido apostolo. Nella medesima lettera--notate--ebbe
cura di esprimere la speranza di farsi perdonare da Dio, con
quell'estremo atto di carità e di tenerezza, «-la folle violazione del
maggior dovere d'ogni cristiano-»: il dovere, cioè, di aspettare che
l'ultima ora sia segnata dai poteri divini. Voi accoglierete
religiosamente la generosità la speranza e il monito di Paolo Gemmi. E
il suo nome--a cui questo asilo sarà intitolato--voi circonderete d'un
culto perenne.
LORENZO GEMMI
(-trattiene le lagrime.-)
(-Le Donne si piegano in una mesta commozione, Sonia piú di tutte.-)
FRANCESCO
Vi vedo commosse. È un dolce suffragio che inviate a quell'anima
inquieta.
LORENZO GEMMI
Vorrei...
FRANCESCO
Che desiderate, signor Lorenzo?
LORENZO GEMMI
Vorrei... che l'ispiratrice delle vostre azioni piú nobili fosse
informata immediatamente affinché si unisse, nel commemorare il
donatore, a queste umili creature.
FRANCESCO
Da qualche tempo, mia moglie non è con me. (-Nel suo accento è un
recondito spasimo.-)
SONIA
(-che gli è quasi vicina, lo fissa, con una particolare espressione
d'intelligenza.-)
LORENZO GEMMI
(-celando una viva sorpresa-) Tornerà presto, di certo...
FRANCESCO
Forse, no.
LORENZO GEMMI
(-discreto nel tono, che quasi protesta-) Ella vi è tanto devota!... Vi
ama tanto!...
FRANCESCO
Non mai abbastanza si ama, signor Lorenzo!
LORENZO GEMMI
(-rimane soprappensiero.-)
FRANCESCO
(-alle Donne, tagliando la commozione-) E per oggi, mie care, null'altro
ho da dirvi. Domani, ve lo prometto, staremo a lungo insieme, e a lungo
converseremo. Sicché, rientrate, adesso. Rientrate serenamente per
mettervi a lavorare o a leggere come di regola. (-Ostentando di
celiare-) Suora Marta è incaricata di arrabbiarsi se, per caso, non ne
avrete voglia. (-Alla Suora-) Precedetele, precedetele, amica mia.
Soltanto il gregge si conduce camminando in coda.
SUORA MARTA
(-s'inchina e infila l'uscio a sinistra.-)
(TUTTE---ad eccezione di- SONIA---s'inchinano anch'esse e, obbedienti,
affollandosi presso l'uscio, in ordine perfetto, seguono la Suora.-)
SONIA
(-è come fermata da una astrazione mentale.-)
FRANCESCO
(-a Sonia-) E voi, non andate?
SONIA
Chi?... Io?... Sí, vado. (-Con una vaga titubanza, esce.-)
LORENZO GEMMI
Io vi tolgo l'incomodo, dottore. Provvederemo tra giorni alle pratiche
legali per rendere effettiva la donazione.
FRANCESCO
Quando vi piacerà.
III.
(-Giunge- ULRICO -dal giardino-)
ULRICO
(-trafelando-) Si può?
FRANCESCO
(-si volta-) Oh, guarda! L'uomo-cometa!
ULRICO
Senza coda.
FRANCESCO
(-con disinvoltura non sincera-) Avanti! Avanti!... Era tempo che tu
tornassi!
LORENZO GEMMI
(-a Francesco-) Arrivederci, dunque.
FRANCESCO
Vi accompagno fino al cancello.
LORENZO GEMMI
Ma no. Conosco la strada. Vi prego di restare. (-Alludendo all'arrivo di
Ulrico-) Un po' per uno.
FRANCESCO
Per accontentarvi... (-Gli stringe le mani con cordiale rispetto.-) E
non dimenticate la mia venerazione: verso di lui e verso di voi.
LORENZO GEMMI
Abbiatela tutta per lui, dottore! Io non ne merito.
(-Si separano sulla soglia in fondo.-)
IV.
ULRICO
(-si è gettato a sedere su una panchetta. È stanco, torvo, scarruffato,
smagrito. Ha le guance incavate. Ha negli occhi l'incandescenza stramba
d'un tizzo ardente su cui si spruzzi, con alterna persistenza, acqua e
petrolio.--Il monocolo destinato all'occhio piú guercio gli pende, da un
laccio, sul petto.-)
FRANCESCO
(-osserva la fisonomia di lui. Ne è conturbato. Dissimula, scherzando-)
E cosí?... Che n'è del programma di ficcare il naso nei fatti miei e
d'essere il mio medico cotidiano, all'uso giapponese? Ai primi fiaschi
della tua psicoterapia naturalistica, mi hai abbandonato?
ULRICO
Ho dovuto servire il signor me stesso in questi giorni. E sono stati
giorni angosciosi.
FRANCESCO
(-intuisce, continua a dissimulare.-) Tuttora angosciato sei.
ULRICO
Io immagino già la conclusione d'un tuo prevedibile predicozzo. Mi
ronzano già nell'orecchio le tue parole:--«Non c'è modo di cavarsela,
mio caro Ulrico. Abolisci l'amore, con i suoi tormenti e con i suoi
pericoli d'ogni sorta? Caschi dalla padella nella bragia. La femmina a
cui ti attacchi sensualmente può lasciarti in asso, o può crepare, o può
sparire senza crepare, e allora, nonostante l'abolizione dell'amore, sei
anche tu un uomo spacciato!...» (-Con sofferente dispetto-) Ah, no!
Spacciato no, per tutti i diavoli! L'angoscia dei sensi non è meno
passeggera d'una cattiva digestione. Lei mi è piaciuta piú delle altre?
Me ne piacerà un'altra piú di lei.
LA VOCE DELLA SUORA
(-si ode di sfuggita-) Mi obbligherete a ricorrere al Direttore...
FRANCESCO
(-tende lo sguardo verso l'uscio a sinistra.--Indi, prudente, lo
chiude-)... Sicché?...
ULRICO
Sei nelle nuvole?... Ti disturbo? Sono di troppo? Ho da andarmene? Ho da
liberarti della mia presenza?...
FRANCESCO
Ma, scusa, a che proposito?... Mi è stato tanto gradito il rivederti! Ti
ho ricevuto festosamente!... E non ero nelle nuvole quando parlavi. Ero
invece attentissimo, e ho compreso quel che dicevi. Ho compreso che sei
incappato in un infortunio... a cui non annetti troppa importanza.
ULRICO
... a cui annetto una importanza relativa.
FRANCESCO
Tutto si limita, mi pare, a un episodio, a una parentesi:--le tue
dilettazioni di gaudente hanno avuto un arresto momentaneo perché ti è
mancata a un tratto Sonia Zarowska. Mi sbaglio?
ULRICO
(-stralunando gli occhi-) Irreperibile! Assolutamente irreperibile!...
Un enigma da far dare la testa nel muro! (-Ricorda e racconta:-) Mi
separo da lei alle nove di sera. Torno alle undici. Entrata libera, come
di solito. Illuminazione bianca. Lei, fuori, in giro. Niente di
straordinario. Rincaserà tardi? Mi è indifferente. E se non sarà sola,
pazienza, me la svignerò, visto o non visto. Nel suo salottino, aspetto
un'ora, aspetto due ore, aspetto tre ore. È notte avanzata. Cerco il mio
e il suo absinthe. Bevo, ribevo, mi addormento. Mi sveglio all'alba.
Lei, ancora fuori. Niente di straordinario. Tuttavia, sono inquieto.
Impossibile riaddormentarmi. Fumo, passeggio, apro le finestre, irrompo
nel quartierino recondito della padrona, la scuoto nel letto, la strappo
dal sonno, le chiedo se dubiti che Sonia abbia preso il volo. La sua
risposta è ambigua: «La bionda mi paga giorno per giorno, quindi può
andarsene quando vuole.» Dunque,--dico tra me--non è improbabile che se
ne sia andata. Ma ritrovo súbito, nel disordine che conosco, la sua
biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini, i suoi profumi, i suoi lapis,
i suoi cosmetici, e ciò mi rassicura. Ricomincio ad aspettare, con lo
sguardo attaccato all'orologio. Il moto delle sfere mi diventa
impercettibile. Cosí lento che in non meno di sessanta minuti me ne
misura appena uno!... Alle dieci del mattino io sono assalito dal
sospetto che Sonia sia stata còlta in flagrante come ladra e messa al
fresco. Corro all'ufficio centrale della Questura. Mi appiccico ai
funzionari. Li soffoco d'interrogazioni. Il mio sospetto non è punto
confermato. Precipito nel buio. E nel buio, senza un barlume che lo
attenui, mi do a una caccia affannosa, ininterrotta, vertiginosa,
inutile, insensata, che mi stremenzisce, che mi esaurisce. Lo vedi come
mi sono ridotto?
FRANCESCO
Lo vedo.
ULRICO
Giorno per giorno, come usava lei, pago la padrona affinché non disponga
delle due stanze che lei occupava. Mi reco tutte le sere a visitarle, a
guardarle, a sentirle. La sua biancheria, i suoi abiti, i suoi scarpini,
i suoi profumi, i suoi lapis, i suoi cosmetici, sono al posto dov'erano,
nel medesimo disordine, immobilizzato. Io contemplo e tocco un poco ogni
cosa, e bevo gli atomi che se ne distaccano. Non riesco a proibirmelo,
ma... ti confesso che ne provo una importuna malinconia. (-Gli passa
sulle pupille un velo di lagrime inconsapevoli.-) Ho ritardato a venire
da te... perché avevo ritegno di mostrarmiti in queste condizioni. Oggi,
ho superato il ritegno... e sono contento d'essere venuto.
FRANCESCO
(-vincendo un'esitazione-) Sonia Zarowska è qui.
ULRICO
(-con un violento stupore, si alza.-) È qui?! È qui, con te?!
FRANCESCO
È nel mio Ricovero, nel mio ospedale.
ULRICO
Ed hai tanto aspettato a dirmelo?!
FRANCESCO
Mi premeva anzitutto di sapere quale effetto avesse prodotto in te... la
dispersione della tua donna. E aggiungo, francamente, che dopo di averlo
saputo, se avessi sperato nella possibilità di celarti ch'ella è qui, te
lo avrei celato.
ULRICO
Ma come?!... Me lo avresti celato!
FRANCESCO
Te lo avrei celato per scansare lei dai tuoi tentativi di
riavvicinamento.
ULRICO
Un'angaria! Una crudeltà!
FRANCESCO
No, Ulrico.
ULRICO
Una crudeltà, sí, una crudeltà da sbirro, una crudeltà da carceriere!
FRANCESCO
Non avventare di queste sciocchezze, e ascoltami.
ULRICO
Io domando in qual modo si è potuta impigliare nelle tue grinfie! Il tuo
indirizzo io non gliel'ho dato. Chi te l'ha condotta? Chi l'ha costretta
a recarsi da te?
FRANCESCO
(-severo-) Se mi ascolti, la tua curiosità sarà soddisfatta.
ULRICO
(-stentando a contenere la collera, maltratta il cappello.--Risiede su
una seggiola presso il tavolino.-)
FRANCESCO
(-sedendo poco discosto da lui-) Nessuno l'ha costretta. Nessuno l'ha
condotta. Si recò da me spontaneamente. Il mio indirizzo, suppongo, lo
apprese da un tale che capitò lí, da lei, la sera famosa in cui mi
obbligasti a restare in sua compagnia. Costui ebbe agio di leggere la
mia carta di visita per un incidente che non ti raccontai perché non era
necessario raccontartelo. Quella sera, la pietà, che, sincera e anche
soccorrevole, non tardò a succedere in me al disgusto, la riempì d'una
intontita ammirazione mista a una specie di caparbia fiducia e ad una
esagerata gratitudine.
ULRICO
(-con una vivacità comprensiva-) Perciò quella sera la trovai
eccezionalmente distratta, eccezionalmente sviata!
FRANCESCO
Stammi attento, e non m'interromperei
ULRICO
Ammirazione, fiducia, gratitudine! Tutte cose mai provate da lei!
FRANCESCO
Mai provate, ne sono convinto come te, ed erano, forse, l'abbozzo vago
di una nascitura facoltà mentale. Un che di analogo si riscontra in un
bambino il quale abbia notato per la prima volta--che so?...--una
fiaccola, un albero, un lembo di mare, un volo di uccello. Ma è ozioso
vangare, ora, nel campo delle induzioni. Il fatto è che una
mattina--quella, di certo, in cui tu persistevi nell'attesa dopo
l'attendere di una notte interminabile--mi si presentò qui in preda a un
parossismo straziante. Usciva, indubbiamente, da una lunga orgia. Era
satura di alcool. Tra il nero del bistro i suoi occhi incavernati
avevano un luccicore vuoto di sguardi. Tra gli avanzi dei colori
posticci apparivano le due macchie paonazze degli zigomi accesi e il
livido delle labbra gonfie. Contro il letargo che le invadeva le membra
lottava in lei come un bisogno di non cedere ad esso; e contro lo
scompiglio del suo pensiero semispento lottava la sua volontà fissa di
ottenere il mio soccorso. In questa duplice lotta si dibatteva
spasimando. Pareva una povera bestiola idrofoba in agonia!
ULRICO
(-soggiogato da quella visione, balbetta:-) La volontà fissa di ottenere
il soccorso tuo! Perché non quello d'un altro?
FRANCESCO
Perché non un altro le aveva ispirata mai la fiducia a cui ho accennato.
L'idea che soltanto io potessi prestarle soccorso era già da lei
fermamente acquisita. Oltre di che, ritengo che quel signore dal quale
fu letta la mia carta di visita le abbia forniti degli schiarimenti
sulla mia professione e sullo scopo di questo Ricovero. Che la demenza
cerchi da sé la soglia d'un manicomio è meno insolito di quanto si
creda.
ULRICO
(-rintuzzando con pervicacia-) Sonia Zarowska non era una demente!
FRANCESCO
Era una demente tranquilla, inerte, chiusa nelle forme apatiche della
sua corruzione, dei suoi vizi, della sua mania di rubare. Poi, se è vero
che un po' di luce sia sopravvenuta a solcare quella sua demenza
compatta, appunto questo spiracolo di percezione deve aver mutata la
demente tranquilla in una demente agitata, paurosa, impaurita di sé
stessa. Ed eccola, in un accesso di agitazione, in una crisi di paura,
rivolgersi, anelante, verso il rifugio, verso il manicomio e verso colui
del quale conobbe la pietà. (-Breve pausa.-) Ora, l'agitazione è
cessata, ed è cessata la paura. La demente agitata non c'è piú. E non
c'è piú, neppure, la demente tranquilla. Il nemico è stato dominato
sommergendo in una atmosfera di gentilezze e di caste idealità le losche
abitudini contratte, delle quali non si colgono che rare e quasi puerili
reminiscenze in qualche parola, in qualche gesto, in qualche atto
fugace. Ma non m'illudo che sia la salvezza definitiva. Io temo che il
ricordarle vivamente le attrattive ch'ella esercitava su i corrotti e su
i corruttori, e su te piú che su gli altri, possa fare in lei
ripullulare d'un súbito l'antico veleno non del tutto eliminato. Questa
è la ragione per la quale mi sono preoccupato della eventualità che tu
la riavvicinassi. Ma, giacché sei rimasto molto impressionato da quanto
ti ho esposto, la mia preoccupazione dilegua, e fido in te. Mi prometti
di non tentare di riavvicinarla?
ULRICO
(-dolorosamente brusco-) Non te lo prometto! Non te lo devo promettere!
FRANCESCO
(-si percuote un ginocchio, e si leva, infastidito.-)
ULRICO
Promettere per non mantenere non sarebbe da galantuomo. E promettere per
mantenere, nel caso mio, sarebbe una imbecillità. Riguardo alle mie
impressioni, tu hai preso un granchio madornale. Le mie impressioni sono
precisamente opposte a quelle che mi hai attribuite. Ciò che mi ha
impressionato, ciò che mi ha fatto e mi fa fremere di dolore e di sdegno
è che la ostinata stoltezza ideologica, tra cui si aggira la demenza
tua, sia riuscita a sconnettere la vita naturale di quella donna e a
strappar lei al suo nulla, alla sua pace, alla sua indipendenza, al suo
destino--nel quale io mi dissetavo!... Ma, per fortuna, la tua opera è
tutt'altro che compiuta. Rilevo questa buona notizia dai tuoi timori.
(-Ride il suo vecchio riso divenuto piú acre:-) Eh eh eh eh!...
«L'antico veleno»?!... Parole convenzionali! A chi nuoceva il cosí detto
veleno?... Non a lei! Non a nessuno! E a chi nuocerebbe se tornasse a
possederla?... A me, intanto, arrecherebbe un gran bene, restituirebbe
il bene che ho perduto. E tu mi chiedi che io rinunzii alla speranza che
questo si avveri dopo che i tuoi stessi timori mi hanno incitato a
sperare?... Non ci rinunzio, no, non ci rinunzio! Io la voglio vedere.
Io le voglio parlare. E ti consiglio di astenerti dall'ostacolarmi!
FRANCESCO
(-recisamente-) Non è inopportuno, Ulrico, che io consigli te di
astenerti dal trascendere!
(-Un filo di pausa.-)
ULRICO
(-quasi pentito--si modera.-) Se trascendessi, ne avrei poi un rammarico
piú penoso del tuo. Evvia, Francesco! Accontentiamoci un po'
reciprocamente. Cediamo un po' tutti e due. Tu accondiscenderai a che
io--magari sotto la tua sorveglianza--abbia un colloquio con lei, e, per
parte mia, ti garantisco che non mi affaticherò punto a riconquistarla
al suo passato. (-Traspare ch'egli esprime una temperanza momentanea.-)
Mi limiterò a interrogarla sulle sue sensazioni attuali, sulle sue
intenzioni per l'avvenire, e il risultato di questo colloquio, da cui
sarà stimolata la sua sincerità, potrà servire, a guisa di scandaglio,
anche a te. Misurerai il valore dei tuoi criterii, la portata dei tuoi
metodi. Apprenderai se, dal tuo punto di vista, ella sia già guarita o
almeno avviata a guarire o se il mutamento verificatosi non sia che
effimero e occasionale. Dovrai riconoscere--ne sono sicuro--l'utilità
pratica della tua condiscendenza. E cessiamo di sperperare il nostro
tempo, te ne prego! Chiamala!
FRANCESCO
(-paziente, deferente-) Io non ho alcun diritto su lei, alcun diritto su
te. Ma è incluso nel mio assunto il diritto di proibire che
v'incontriate finché ella sarà qui. Tu la vedrai e le parlerai, altrove,
senza ambagi d'impegni e di controlli, quando io l'avrò congedata. Non
mi ostino a chiederti una rinunzia della quale non sei capace.
T'impongo, bensí, una dilazione per non essere il tuo complice.
ULRICO
(-levandosi di botto, con allucinata prepotenza-) E io ti risparmio di
essere il mio complice, poiché basterò io a chiamarla.
FRANCESCO
(-adiratamente-) Tu abusi dell'ospitalità che ti è concessa! Bada a
quello che fai!
ULRICO
(-con uno scoppio di stizza che geme di confessione-) Hai avuto, a modo
tuo, pietà di lei, e non sai averne di me!...
FRANCESCO
(-fervido e leale-) Ne ho di te, ne ho di te come di lei, a modo mio!
ULRICO
Sí, sí, abuso dell'ospitalità che mi è concessa. E cacciami via, se
questo esige la tua pietà!... (-Infrenabile, chiama, sbraitando:-) Sonia
Zarowska! Sonia Zarowska! Sonia Zarowska!
LA VOCE DI SONIA
(-lontana e vibrante d'immediata sorpresa-) Ulrico! Ulrico!
ULRICO
(-investendo- FRANCESCO) Hai udito come grida il mio nome nonostante il
bavaglio della tua tirannia?
FRANCESCO
(-sorgendo con fierezza-) Finiscila, adesso! Non tollero piú che tu
adoperi un simile linguaggio!
LA VOCE DI SUORA MARTA
(-vivacissima-) Chiunque sia che vi chiami cosí, restate al vostro
posto!
FRANCESCO
(-veemente-) Lasciatela libera, Suora Marta! Lasciatela andare dove
vuole!
ULRICO
(-sbraitando piú di prima-) Lasciatela libera! Lasciatela libera!
LA VOCE DI SONIA
(-vicina-) Ulrico!...
FRANCESCO
(-disdegnoso, a Ulrico-) Tu le potrai parlare come meglio ti aggrada. Io
non ti sorveglierò! (-Fugge per la porta a destra.-)
V.
SONIA
(-ancora di dentro-) Ulrico! Ulrico!... (-Giunge slanciandosi a
stringergli le mani.-) Ulrico!
ULRICO
(-stringendole a lei-) Finalmente! Finalmente!...
SONIA
Ti ritrovo? Ti rivedo?...
ULRICO
Mi credevi morto addirittura?
SONIA
Proprio morto di morte non ti credevo.
ULRICO
Mi avevi dimenticato, ecco.
SONIA
Non ti avevo dimenticato.
ULRICO
Mi pensavi!
SONIA
Ti pensavo, pensando che non esistevi piú.
ULRICO
Ma appena ti ho chiamata, hai sentito berne che tornavo a esistere.
SONIA
Questo ho sentito.
ULRICO
Molta meraviglia?
SONIA
Molta.
ULRICO
Anche molta gioia, se non m'inganno.
SONIA
Molta.
ULRICO
Non hanno potuto trattenerti dal correre a salutarmi risorto.
SONIA
Non l'hanno potuto.
ULRICO
E perché, dimmi, perché ti pareva che io non esistessi piú?
SONIA
Perché non esisteva piú nessuna delle cose d'allora.
ULRICO
Di allora, cioè di quando?
SONIA
Di quando si stava cosí spesso insieme.
ULRICO
Tutte sparite, dunque?
SONIA
Tutte sparite.
ULRICO
Da un giorno all'altro?
SONIA
Sparite a poco a poco.
ULRICO
E non le rievochi? Non le rimpiangi?
SONIA
Di tanto in tanto, sí, ma come in sogno.
ULRICO
(-frugando, guardingo-) Io credo che ci sia qualcuno che se ne accorge e
che ti sgrida.
SONIA
Per esempio, chi?
ULRICO
... Per esempio, Suora Marta, che ti sorveglia continuamente.
SONIA
Non se ne accorge Suora Marta.
ULRICO
(-accennando la porta a destra-) Oppure se ne accorge lui, che ha la
fissazione e la sapienza di scrutare.
SONIA
Nemmeno lui se ne accorge.
ULRICO
E se, per ipotesi, egli se ne accorgesse?...
SONIA
Si dorrebbe.
ULRICO
E ti toccherebbero, quindi, le durezze della sua severità.
SONIA
Severo, lui?... No, mai!
ULRICO
Non ti assilla, forse, non ti martirizza con i suoi rigori, con le sue
costrizioni?
SONIA
No!
ULRICO
Tuttavia, hai l'obbligo d'essergli sottoposta, hai l'obbligo di
obbedirgli.
SONIA
No!
ULRICO
Che tu neghi o non neghi, è certo che qui ti si tiene come in un
carcere.
SONIA
No!
ULRICO
Peggio che in un carcere ti si tiene. In un carcere non si perde che la
libertà esteriore, mentre qui ti si comanda e ti si spia perfino nel
cervello!
SONIA
No!
ULRICO
Io affermo che ne sei stanca! E con me tu fingi, tu fingi, tu mentisci!
SONIA
No, Ulrico! No! No! No!
ULRICO
(-in un muggito di esasperazione--tappandosi gli orecchi con le mani-)
Ah, sono esecrabili i tuoi «no»! Non farmene udire di piú!
SONIA
(-spaventata, si trae indietro.--Resta in pena, sospesa.-)
(-Un silenzio.-)
ULRICO
(-scaccia l'ira che lo pervade. Siede. Le parla con una specie di leale
remissività.-) Riconosco che farnetico. Riconosco che, immaginando
costrizioni e martirii, sono in errore. Ma è l'acredine! È la rabbia! È
la malignità della rabbia! Ricordo la tua vita d'un tempo non remoto, la
ricordo scorrere fluida come un fiume, apportatrice imperturbata di
godimenti, tra i rovi e le asperità delle tristezze altrui, degli altrui
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