OTTAV. Di me, Neron, come piú il vuoi, disponi.
Ma di ogni moto popolar, deh! credi
che innocente son io. Nulla (tel giuro)
chieggo, né spero, io dalla plebe: e dove
nuocerti pur, mal grado mio, potessi,
col mio supplizio il non mio error previeni.
NER.Rea, qual ti sei, pria di punirti, io voglio
che ogni uom te sappia.
SENECA Ed ingannar tu speri
con sí turpe menzogna il popol tutto?
NER.Tu pur, tu pure, instigator codardo
dei tumulti, che sfuggi; ascoso capo
di ribellanti moti; all'ira mia
tu pur vendetta un dí sarai; ma, poca.
SCENA TERZA
TIGELLINO, NERONE, OTTAVIA, SENECA.
TIGEL. Signor...
NER. Che rechi, o Tigellin? favella.
TIGEL. Vieppiú feroce la tempesta ferve:
rimedio sol, resta il tuo senno.--Appena
ode la plebe, che un sovran comando
Ottavia in Roma ha ricondotto, a gara
chiede ogni uom di vederla. In te cangiato
credono, stolti, il tuo primier consiglio:
e v'ha chi accerta, che di nuovo accolta
nel tuo talamo l'hai. Chi corre insano
al Campidoglio, e gioja sparge, e voti;
altri di alloro trionfal corona
ripon sopra le immagini neglette
di Ottavia: altri, ebro d'allegrezza, ardisce
atterrar quelle di Poppea: tant'oltre
giunge l'audacia, che infra grida ed urli
nel limo indegnamente strascinate
giacciono infrante. Ogni piú infame scherno
di lei si fa: colmo è Neron di laudi:
ma in bando almen voglion Poppea: né manca
chi temerario anco sua morte grida.
Inni festivi, e in un minacce udresti;
poi preghi, indi minacce, e preghi ancora.
Arde ogni cor; dell'obbedire è nulla.
Tentan duci e soldati argine farsi
alla bollente rapidissim'onda;
invan; disgiunti, sbaragliati, o uccisi,
è un sol momento.--Omai, che far? Che imponi?
NER.Che far?... Si mostri or questa Ottavia al volgo;
su via, si mostri;--indi si sveni.
OTTAV.Il petto
eccoti inerme: svenami, se il vuoi.
Pur che a te giovi!... Alla infiammata plebe
mostrami spenta: ogni colpevol gioja
rintuzzerai tosto cosí. Sol chieggio,
che un'urna stessa il freddo cener mio
di Britannico in un col cener serri.
Base al tuo seggio alta e perenne il nostro
sepolcro avrai. Perché piú indugi? or questo
mio capo prendi; al tuo furore il debbo.
SENECA Se perder vuoi seggio ad un tempo e vita,
Neron, sicuro è il mezzo; Ottavia uccidi.
NER.Vendetta avronne ad ogni costo.
OTTAV.Ah! mille
morti vogl'io, non ch'una, anzi che danno
lieve arrecare al signor mio.
TIGEL. Ma il tempo
piú stringe ognora. Odi tu gli urli atroci?
Impeto tal non vidi io mai; di tanto
meno affrontabil, che di gioja è figlio.
Sceglier partito è forza.
OTTAV.E dubbio fia?
Nerone, a tor per ora ogni tumulto,
ei t'è mestier l'uccidermi, o l'amarmi:
l'uno, né mai pur finger tu il potevi;
l'altro brami, è gran tempo: osa tu dunque;
svenami; ardisci: o se da ciò l'istante
fausto or non è, temporeggiar momenti
ben puoi. La plebe credula, e ognor vinta
pur che deluso sia l'impeto primo,
per te s'inganni: è lieve assai; sol basta,
ch'io m'appresenti in placida sembianza,
come se in tuo favor tornata io fossi;
sol, ch'io mi finga tua. Cosí la calca
fia spersa tosto; ogni rumor fia queto;
tempo cosí di sguainar tua spada,
e di segnar tue vittime t'acquisti.
NER.A Roma, io sí, te mostrerò: ma pria
chiarir voglio, se in Roma il signor vero
son io.--Tu corri, Tigellino, al campo;
tacitamente i pretoriani aduna;
terribil quindi esci improvviso in armi
sovra gli audaci; e i passi tuoi sien morte
di quanto incontri.
TIGEL.Io l'ardirò; ma incerto
ne fia l'evento assai. Feroce l'atto
parrá, col ferro il rintuzzar la gioja.
E se in furor si volge? è breve il passo.--
Mal si resiste a una cittá; supponi
ch'io co' miei forti cada; in tua difesa
chi resta allora?
NER.È ver... Ma, il ceder pure
parrebbe...
TIGEL. Or credi a me: periglio grave
non far di lieve: il sol tuo aspetto forse
può dissiparli appieno.
NER.... Io di costei
rimango a guardia. In nome mio tu vanne,
mostrati lor: ben sai che sia la plebe;
seco indugiar fia il peggio. A piacer tuo,
fingi, accorda, prometti, inganna, uccidi:
oro, terror, ferro, parole adopra;
pur che sien vinti. Va, vola, ritorna.
SCENA QUARTA
NERONE, OTTAVIA, SENECA.
NER.Seneca, e tu, guai se d'uscir ti attenti
della reggia:... ma statti da me lungi,
ch'io non ti vegga. Iniqui voti intanto
fare a tua posta puoi; spera, desia;
giá giá si appressa anco il tuo dí.
SENECA Lo aspetto.
SCENA QUINTA
NERONE, OTTAVIA.
NER.E tu, fia questo il tuo trionfo estremo,
godine pur; che breve...
OTTAV. Il dí, ma tardo,
anco verrá, che Ottavia a te fia nota.
SCENA SESTA
POPPEA, NERONE, OTTAVIA.
POPPEA Dimmi, o Nerone: al fianco tuo m'hai posto
sul trono tu, perch'io bersaglio fossi
alla insolenza del tuo popol vile?
Ma che veggio? mentr'io son presa a scherno,
tacito, e dubbio, e inulto, stai tu appresso
alla cagion d'ogni tuo danno? In vero,
signor del mondo egli è Nerone! il volgo
pur la sua donna a lui prefigge.
OTTAV. Hai sola
tu di Nerone il core: omai, che temi?
Io prigioniera vile, io son l'ostaggio
della ondeggiante fe d'audace plebe.
Ti allegra tu: queta ogni cosa appena,
le tue superbe lagrime rasciutte
tosto saranno con tutto il mio sangue.
NER.Tosto in luce verran gli obbrobrj tuoi;
Roma vedrá qual sozzo idol s'ha fatto.
Gli avuti oltraggi, a te, Poppea, verranno
ascritti a onor; a infamia sua gli onori.
OTTAV. E se pur v'ha chi me convincer possa
d'infamia a schiette prove, io giá t'ho scelta,
in mio pensier, Poppea; giudice sola
te voglio. Il variar del cor gli affetti,
tu sai qual sia delitto, e qual mercede
a chi n'è rea si debba.--Ma innocente
io son, pur troppo, anco ai vostr'occhi. Or via,
tu, che sí altera in tua virtú ti stai;
tu, né pur osi or sostener miei sguardi.
NER.Che ardisci tu? Del tuo signor rispetta
la sposa; trema...
POPPEA Eh! lascia. Ella ben sceglie
il suo giudice in me: qual mai ne avrebbe
benigno piú? qual potrei dare io pena
a chi l'amor del mio Neron tradisce,
quale altra mai, che il perderlo per sempre?
E pena a te, qual fia piú lieve? il vile
tuo amor, che ascondi invano, appien ti fora
per me concesso il pubblicarlo: degna
d'Eucero amante, degnamente io farti
d'Eucero voglio sposa.
OTTAV.Eucero è velo
a iniquitá piú vil di lui. Ma teco
io non contendo: a ciò non nacqui: ardita
non son io tanto...
NER. A chi se' omai tu pari?
Te fa minor d'ogni piú vile ancella
tua turpe fiamma: appien dal prisco grado,
dalla tua stirpe appien scaduta sei.
OTTAV. Tu meno assai mi abborriresti, s'io
scaduta fossi or d'ogni cosa; o s'anco
tu il pur credessi. Ma, se il vuoi, ti dono,
tranne sol l'innocenza, ogni mia cosa.--
Crudel Neron, qual che tu sii, né posso
cessar d'amarti, né arrossirne: immensa
ben m'è vergogna in ver, rival nomarmi
di Poppea: ma nol son; mai non ti amava
costei: tuo grado, il trono, e quanto intorno
ti sta, ciò tutto, e non Nerone ell'ama.
NER.Perfida, or ora...
OTTAV. E tu, quand'io t'impresi
ad amar, tale, ah! tu non eri: al bene
nato eri forse: indole tal ne' primi
anni tuoi, no, mai non mostrasti. Or, ecco
chi cangia in te l'animo, e il cor; costei
ti affascinò la mente; ella primiera,
ella ti apprese a saporare il sangue:
l'eccidio ell'è di Roma. Io tacio i danni
miei, che i minori fieno: ma sanguigno
corre il Tebro per te; fratello, e madre...
NER.Cessa, taci, ritratti, o ch'io...
POPPEA Lo sdegno
merta costei del signor mio? Gli oltraggi
son le usate de' rei discolpe vane.
Se offendermi ella, o se prestarle fede
potessi tu, solo un de' motti suoi
punto m'avria. Che disse? ch'io non t'amo?
tu sai...
OTTAV. Tu il sai piú ch'egli: ei lo sapria,
se il trono un dí perdesse: appien qual sei
conosceriati allora.--Ahi! perché il trono,
sola cagion per cui Neron mi abborre,
era mia culla? ah! che non nacqui io pure
di oscuro sangue! a te spiacevol meno,
meno odíosa, e men sospetta io t'era.
NER.Meno odíosa a me? Tu sempre il fosti;
e il sei vieppiú: ma, omai per poco.
POPPEA E s'io
avi non vanto imperíali, nata
di sangue vil son io perciò? Ma, s'anco
il fossi pur, non figlia esser mi basta
di Messalina.
OTTAV.Avean miei padri regno;
noti ad ogni uomo i loro error son quindi:
ma, degli oscuri o ignoti tuoi chi seppe
cosa giammai? Pur, se librar te meco
alcun si ardisse, a Ottavia appor potria
gli scambiati mariti? avanzo forse
son io d'un Rufo, o d'un Ottone?
NER.Avanzo
di morte sei, per breve tempo. Omai
del tuo perire, incerto è solo il modo;
ma nol cangi, che in peggio.--Esci: e frattanto
t'abbian tue stanze: va; ch'io piú non t'oda.
SCENA SETTIMA
NERONE, POPPEA.
NER.Poppea, te meglio, e il tuo Neron conosci.
Roma dovessi a fuoco e a sangue io porre,
meco il mio impero seppellir dovessi,
non ti fia fatto oltraggio piú (tel giuro)
per cagion di costei; né a me di mano
ella fia tratta mai.--Ti acqueta; in calma
ritorna; in me ti affida...
POPPEA Altro non temo,
che di morir non tua...
NER.Deh! cessa. Insorto
rapidamente è il rio tumulto, e ratto
disperderassi: all'opra anch'io mi accingo.--
Secura sta: d'ogni tua ingiuria e danno
vendicator me rivedrai, fra breve.
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
POPPEA, SENECA.
POPPEA Da me che vuoi?
SENECA Scusa, importuno io vengo:
ma forse, io vengo in tuo vantaggio...
POPPEA Or, donde
tal cura in te dell'util mio? Mi fosti
amico mai, né il sei? Cagion qual altra,
che di volermi nuocere?...
SENECA Giovarti
mai non vorrei, per certo, ove non fosse
misto per or di Ottavia il minor danno
all'util tuo. Pietá della innocente
illustre donna, amor del giusto, e lungo
tedio d'ingrata vergognosa vita,
parlar mi fanno: ad ascoltar ti muova
tuo interesse, e null'altro.
POPPEAUdiam: che dirmi
puoi tu?
SENECA Che molto increscerai tu tosto
a Neron, s'ei pur vede il popol fermo
tenacemente in odiarti. Il vero
ti dico in ciò: sai ch'io Neron conosco,
Roma, i tempi, e Poppea.
POPPEA Tutto conosci,
fuorché te stesso.
SENECA Al mio morir vedrassi,
s'io me pure conobbi. Odimi intanto,
odimi, prego.--A tua rovina or corri
col bramar troppo tu d'Ottavia i danni.
Roma te sola e del ripudio incolpa,
e dell'esiglio suo: se infamia, o pena
maggior le tocca, ascritta a te fia sempre.
Quindi l'odio di te, giá grave, in mille
doppj or si accresce, e il susurrare. Ancora
spersa non è l'ammutinata plebe:
ma pur, poniam che il sia: non riede il giorno
ch'ella temer vie piú si fa? Poppea,
trema per te; che il tuo Nerone è tale
da immolar tutto, per salvar se stesso.
Esca è forse ad amore ostacol lieve;
ma invincibile ostacolo, ben presto
lo spegne in cor che non sublime sia.
Or, non farti lusinga: assai piú in conto
(e di gran lunga) tien Nerone il trono,
ch'ei non ti tiene. E guai, se a tale eletta
lo sforza Roma.
POPPEA Ed io Neron piú assai
tengo in conto, che il trono. Ov'io credessi
porlo per me in periglio... Ma, che narri?
Assoluto signor non è di Roma
Nerone? e fia ch'ei curi un popol vile,
pien di temenza, che a Tiberio, a Cajo
muto obbedia?...
SENECATemerlo assai tu dei,
se non fai che Neron per se ne tremi.
Osa pur, osa; il freno sol che avanza,
togli a Neron; ne proverai tu prima
i tristi effetti. Inutil tutto è il sangue,
che alle fatali nozze tue fu sparso,
se aggiunger v'osi oggi d'Ottavia il sangue.
Mira Agrippina: ella il feroce figlio
amava sí, ma il conoscea; né il volle
mai dall'angoscia del rival fratello
liberar, mai. Sua feritade accorta
prevalse poscia; e il rio velen piombava
all'infelice giovinetto in seno.
Vana fu l'arte della madre; e il fio
tosto ella stessa ne pagava. Allora
di sangue in sangue errar vieppiú feroce
Neron vedemmo. Ottavia or sola resta,
freno a tal mostro; Ottavia, idol di Roma,
e di Neron terrore. Ottavia togli;
fa, ch'ei di te sia possessor tranquillo,
sazio tosto il vedrai. Cara ei ti tiene,
perché a lui tante uccisíon costasti;
ma se un periglio, anco leggier, gli costi,
spento è l'amore. Allor mercede aspetta,
quella, onde avaro mai Neron non fia;
a chi piú l'ama piú crudel la morte.
POPPEA Ecco Neron; prosiegui.
SENECAAltro non bramo.
SCENA SECONDA
NERONE, POPPEA, SENECA.
NER.Perfido; ed osi al mio divieto?...
POPPEAAh! vieni;
vieni, ed udrai...
NER. Che udir? fra poco anch'egli
la ragion stessa, che alla plebe appresto,
udrá da me.--Ma, oh rabbia! ancor non cessa
il popolar tumulto: i preghi chiusa
trovan la via: verrá tra breve il ferro,
e sgombrerassi ampio sentiero. Acqueta
l'alma, o Poppea: domani al ciel risorte
tue immagini vedrai: nel fango stesso,
ma d'atro sangue intriso, strascinate
vedrai le altrui.
POPPEA Che che ne avvenga, Roma
sappia or da te, ch'io non ti ho chiesto sangue
ad espiare il ricevuto oltraggio;
benché a soffrir grave mi fosse. Ardisce
pur crude mire la ria plebe appormi:
e costui pure, il precettor tuo, m'osa
ciò appor, bench'ei nol creda. Io te, mio primo
Nume, ne attesta: il sai, s'altro ti chiesi,
che l'esiglio d'Ottavia. Erami duro
vedermi innanzi ognor colei, che s'ebbe,
non lo mertando, il mio Neron primiera:
ma, del suo esiglio paga, a' suoi delitti
stimai che pena ella ben ampia avesse,
nel perder te: pena, qual io...
NER. Deh! lascia
parlar Seneca, e il volgo. A Roma or ora
chiaro farò, qual sia quest'idol suo.
SENECA Bada, Neron; piú che ingannar, t'è lieve
Roma atterrir: l'uno assai volte festi;
l'altro non mai.
NER. Ma, di te pur mi valsi
ad ingannarla io spesso; e a ciò pur eri
arrendevole tu...
SENECA Colpevol spesso
anch'io: ma in corte di Nerone io stava.
NER.Vil servo...
SENECA Il fui, finch'io mi tacqui; or sorge
il dí, ch'io sciolgo a non piú intesi detti
libera lingua. Al mio fallire ammenda
fian lieve i detti, è ver; ma in fama forse
tornar potrammi alto morire.
NER. In fama
io ti porrò, qual merti...
SENECA Infin che grida
di plebe ascolto, che il furor tuo crudo
col tuo timor rattemprano, t'è forza
soffrirmi ancora: e l'irritarti intanto
giova a me molto; e il farti udir sí il vero,
che al ritornar del tuo coraggio io cada
vittima prima: e, se me pria non sveni,
Ottavia mai svenar non puoi, tel giuro.
Io trar di nuovo, e a piú furore, io posso
la giá commossa plebe; appien svelarle
io posso i nostri empj maneggi: io, trarti,
piú che nol credi, ad ultimo periglio.--
Io di Neron fui consigliero; e m'ebbi
vestito il core dell'acciar suo stesso.
Io, vil, credei per compiacerti, o finsi
creder, (pur troppo!) del perduto trono
reo Britannico pria; quindi Agrippina
d'avertel dato; e Plauto e Silla rei
d'esserne degni reputati; e reo
di piú volte serbato avertel, Burro:
ma, reo stimai me piú di tutti, e stimo;
e apertamente, a ogni uom che udire il voglia,
in vita, e in morte, io 'l griderò. Tua rabbia,
sbramala in me; securo il puoi: ma trema,
se Ottavia uccidi: io te l'annunzio; tutto
sovra il tuo capo tornerá il suo sangue.--
Dissi; e dir m'importava.--A me in risposta
manderai poscia, a tuo grand'agio, morte.
SCENA TERZA
NERONE, POPPEA.
POPPEA Signor, deh! frena il furor tuo...
NER. Tai detti
scontar farotti in breve.--Oh rabbia!... Oh ardire!
Finché non giungon l'armi, io son quí dunque
minor d'ogni uomo? Or da ogni parte ho stretta
di diversi rispetti: ad uno ad uno,
costor che a un tratto io svenerei, m'è forza,
con lunghi indugj, ad uno ad un svenarli.
POPPEA Oh quai punture al cor mi sento! oh quanto
meco mi adiro! Io son la ria cagione
d'ogni tuo affanno, io sola.
NER. A me piú cara
sei, quanto piú mi costi.
POPPEAÈ tempo al fine,
tempo è, Neron, ch'alto rimedio in opra
da me si ponga, poiché sola io 'l tengo.
Queta mai non sperar l'audace plebe,
finch'io son teco. Ah! generosa prole,
qual darle io pur di Cesari son presta,
Roma or la sdegna. Alla prosapia infame
di egizio schiavo un dí pervenga, è meglio,
la imperial possanza.--Animo forte,
qual non m'avrò fors'io, sveller può solo
or da radice il male.--Ancor ch'io presti
velo, e non altro, al popolar tumulto
che altronde vien, pure in mio core ho fermo,...
ahi, sí, pur troppo!... e il deggio, e il voglio...
NER. Ah! cessa.
Tempo acquistar m'era mestier col tempo;
e giá ne ottenni alquanto. Omai, che temi?
Trionferemo, accertati...
POPPEADeh! soffri,
che, s'io pure a' tuoi piedi ora non spiro,...
l'ultimo addio ti doni...
NER. Oh! che favelli?
Deh! sorgi. Io mai lasciarti?...
POPPEA A te che giova
meco infingerti? Appien fors'io non veggo,
signor, che tu, sol per calmar miei spirti,
or di celarmi il tuo timor ti sforzi?
Non leggo io tutti i tuoi piú interni affetti
nel volto amato? occhio di donna amante,
sagace vede.--Attonito, da prima,
dalle insolenti popolari grida
fosti, al tornar di Ottavia; or, crescer odi
l'ardire; onde atterrito...
NER. Atterrito io?...
POPPEA So, che il forte tuo core ognor persiste
nella vendetta: ma, son dubbj i mezzi:
e intanto esposto a replicati oltraggi
rimani tu. Le irriverenti fole
per anco udir di un Seneca t'è forza:
ben vedi...
NER.Atterrito io?
POPPEASí; per me il sei:--
né in te potrebbe altro timor; tu tremi,
che il popolar furore in me non cada.--
Amar potresti, e non tremare? Il tuo
stato mi è lieve argomentar dal mio.
Del tuo periglio, e di tua immago io piena,
e di me stessa immemore, ad un lampo
di passeggiera pace, or non mi acqueto.
Ai terror nostri io vo' dar fine, e trarre
te d'ogni rischio, a costo mio. Per sempre
perder ti vo', per conservarti il core
del popol tuo.
NER.Ma che? mi credi?...
POPPEA Ah! lascia:
farti in tuo pro forza vogl'io: son ferma
di abbandonare il trono tuo; sbandirmi
di Roma; e, s'uopo fia, dal vasto impero.
Quella che il volgo in seggio or vuole, in seggio
donna rimanga, poiché il volgo è fatto
l'arbitro del tuo core: abbiasi il trono,
(ma questo è il men) del mio Nerone ell'abbia,
e il talamo, e l'amore... Ahi me infelice!...
Cosí tu pace, e sicurezza avrai.--
Sollievo a me, s'io pur merto sollievo,
e s'io posso non tua restare in vita,
bastante a me sollievo fia, l'averti,
col mio partir, tolto ogni danno...
NER.Ai preghi
del tuo consorte arrenditi; o i comandi
del tuo signor rispetta. A me non puoi,
neppur tu stessa, toglierti; né il puote
umana forza, se il mio impero pria
non m'è tolto, e la vita. All'ira immensa
ch'entro in petto mi bolle, alla vendetta
ch'esser de' tanta, (anch'io lo veggio) i mezzi
son lenti; e il pajon piú: ma il venir tarda
nocque a vendetta mai?
POPPEACredi, a salvarti,
o a piú tempo acquistar, giovar può solo
il mio partir: vuoi che sforzata io parta,
mentre il posso buon grado? Il popol s'ode
ciò minacciare; e la minor fia questa
di sue minacce: a Ottavia altro marito
sceglier pretende, e che con essa ei regni.
Sta il trono in lei; tu il vedi. Or, ch'io ti lasci
scambiar Poppea pel trono? Ah! Neron, prendi
l'ultimo addio...
NER.Non piú: troppo m'irrita...
POPPEA E s'anco il dí pur giunge, ove tu palma
abbi d'Ottavia, e della plebe a un tempo,
odio pur sempre ne trarrai, non poco.
E allor; chi sa? ne incolperesti forse
la misera Poppea. Quel ch'or mi porti
verace amor, chi sa se in odio allora
nol volgeresti, ripentito? Oh cielo!...
A un tal pensier di tema agghiaccio. Ah lungi
io da te morrò pria;... ma intero almeno
cosí il tuo amor ne porto io meco in tomba...
NER.Basta omai, basta; in me giá l'ira è troppa...
d'abbandonarmi ogni pensier deponi.
E Roma, e il mondo, e il ciel nol voglian, mia
sarai tu sempre: a te Neron lo giura.
SCENA QUARTA
TIGELLINO, NERONE, POPPEA.
TIGEL. Viva Neron.
NER. Gli hai tu dispersi? spenti?
Signor son io di Roma?--E che? tu torni
senza sangue sul brando?
TIGEL. Ancor di sangue
tempo non è; ma ben si appressa, io spero.
Pur, grand'arte esser vuole: io fei piú grida
sparger fra 'l volgo: or, che ti appresti forse
a ripigliare Ottavia; ov'ella possa
d'alcune taccie di maligne lingue
purgar sua fama: or, che gli oltraggi insani
fatti a Poppea, destato a nobil ira
aveano il cor d'Ottavia stessa; e ch'ella
di pace in Roma apportatrice riede,
non di scompiglio...
POPPEA E crede il popol stolto,
ch'io la di lei pietá?...
NER. Sempre arte, sempre?
Non ferro mai?
TIGEL. La men probabil cosa,
vera talvolta al popol pare. O stanco
fosse, o convinto, a queste varie voci,
ei rattemprò di sua ribelle gioja
il gran bollore in parte. Il dí frattanto
si muore; e fian segnal funesto l'ombre
di ragioni ben altre. Giá giá taciti
i pretoriani schieransi; proscritte
giá son piú teste. Il nuovo sol vedrassi
sorger nel sangue; e nel silenzio, quindi.
Ma, se pur spento ogni tumulto affatto
doman tu vuoi; se a breve gaudio falso,
lungo terribil lagrimar verace
vuoi che sottentri; ad evidenza piena
or t'è mestiero trar le accuse gravi
giá intentate ad Ottavia: in altra guisa
mai non verresti del tuo intento a fine.
Tutti uccider non puoi...
NER. Men duol.
TIGEL. Ma tutti
convincer puoi. L'ultima strage è questa,
ove adoprar l'arte omai debbi.
NER. Vanne,
poich'è pur forza; e le intentate accuse
caldamente prosiegui. Andiam, Poppea;
vendetta avrem di quest'iniqua. Intanto
il di verrá, che compier mie vendette,
piú mestier non mi fia l'altrui soccorso.
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
OTTAVIA.
Ecco, giá il popol tace: ogni tumulto
cessò; rinasce il silenzio di morte,
col salir delle tenebre. Quí deggio
aspettar la mia sorte; il signor mio
cosí l'impone.--Or, mentre sola io piango,
che fa Nerone? In rei bagordi egli apre
la notte giá. Securo stassi ei dunque?
sí tosto? appieno?... E in securtá pur viva!
Ma, a temer pronto, e a distemer del pari,
nulla ei piú crede ad un lontan periglio:
di un tanto error, deh, non glien torni il danno!--
Fra disoneste ebrezze, e sozzi giuochi
di scurril mensa, or (qual v'ha dubbio?) orrenda
morte ei mi appresta. Il fratel mio giá vidi
cader fra le notturne tazze spento;
scritto in note di sangue a mensa anch'era
d'Agrippina l'eccidio: ognor la prima
vivanda è questa, che a sue liete cene
imbandisce Neron; le palpitanti
membra de' suoi.--Ma, il tempo scorre; e niuno
venire io veggio,... e nulla so... Del tutto
Seneca anch'egli or mi abbandona?... Ah, forse
piú non respira... Oh cielo!... ei sol pietoso
era per me... Neron giá forse in lui
il furor suo... Ma, oh gioja! Eccolo, ei viene.
SCENA SECONDA
OTTAVIA, SENECA.
OTTAV. Seneca, oh gioja! ancor sei dunque in vita?
Vieni, o mio piú che padre... E che? nel volto
men tristo sembri: oh! che mi arrechi?
SENECA Intatta,
godi, è pur sempre la innocenza tua.
Le tue tante virtú d'alcun lor raggio
infiammato a virtude hanno i piú bassi
servili cori. Infra martíri atroci,
fra strazj orrendi, le tue ancelle a un grido,
tutte negaro il tuo supposto fallo.
Marzia fra loro era da udirsi: in fermo
viril libero aspetto (e da far onta
a noi schiavi tremanti) in Neron fitti
gl'imperterriti sguardi, ora a vicenda
Tigellino, or Nerone, ad alta voce
mentitor empj iva nomando: e piena
di generosa rabbia, inni solenni
di tua santa onestá cantando, salda
ella ai tormenti, da forte spirava.
OTTAV. Misera! ahi degna di miglior destino!...
Ma ciò, che vale? A ricomprar mio sangue,
havvi sangue che basti?
SENECA Or, piú che pria,
scabro a Neron fassi il versarlo. Hai tratto
lustro ed onor donde sperò l'iniquo
che infamia trar tu ne dovresti, e morte.
Eucero stesso, benedire ei s'ode
il suo morire. Or giuramenti orrendi,
per cui sua testa agli infernali Numi
consacra; or spande liberi, e feroci
detti, che attestan tua virtude; or giura
piú a grado aver e funi, e punte, e scuri,
che l'oro offerto di calunnia in prezzo.
Di Tigellino ei le promesse infami
chiare ad ogni uomo fa; lo ascoltan pieni
d'inusitato orror gli stessi feri
suoi carnefici, e quasi le lor mani
trattengon, mal loro grado. In fretta io vengo
il grato avviso a dartene.
OTTAV. Deh! mira,
chi viene a me: miralo, e spera.
SENECA Oh cielo!
SCENA TERZA
TIGELLINO, OTTAVIA, SENECA.
TIGEL. Il tuo signor ver te m'invia.
OTTAV. Deh! rechi
tu almen mia morte? Or che innocente io sono,
grata sarammi.
TIGEL. Il tuo signor per anco
tal non ti crede; e, ad innocente farti,
non bastava il munir di velen pria
Eucero, e tutte le tue conscie ancelle,
sí, che ai martir non resistesser: gli hai
tolti ai tormenti, ma a te stessa il mezzo
di scolparti toglievi...
OTTAV. Or, qual novella
menzogna?...
TIGEL. Omai vieta Neron, che fallo
non ben provato a te si apponga. Or altra,
ben altra accusa or ti s'aspetta; e il reo,
non fra' martir, ma libero, e non chiesto,
viene a mercé.
OTTAV. Qual reo? Parla.
TIGEL.Aniceto.
SENECA D'Agrippina il carnefice!
OTTAV.Che sento?
TIGEL. Quei, che Neron d'alto periglio trasse:
fido era allora al suo signor; tu, donna,
traditor poscia il festi. Ei ripentito,
vola or sull'orme tue; primo ei s'accusa;
e tutto svela: ma non men sua pena
ne avrá perciò.
OTTAV. Quale impostura?...
TIGEL. Ei forse
l'armata, ond'è duce in Miseno, a un cenno
tuo ribellar non prometteati?--E dirti
deggio, a qual patto?
OTTAV. Ahi! lassa me! Che ascolto?
Oh scellerata gente! oh tempi!...
TIGEL. Impone
a te Nerone, o di scolparti a un tempo
dei sozzi amori, e de' sommossi duci,
e degli audaci motti, e delle tante
tese a Poppea, ma invano, insidie vili,
e del tumulto popolare; o vuole,
che rea ti accusi: a ciò ti dona intero
questo venturo dí.
OTTAV. ... Troppo ei mi dona.--
Vanne, a lui torna: e pregalo, ch'ei venga
quí con Poppea. Narrar vo' solo ad essi
i miei tanti delitti: altro non chieggo:
tanto impetrami; va. Dell'onta mia
lieta a gioir venga Poppea; l'aspetto.
SCENA QUARTA
OTTAVIA, SENECA.
SENECA E che vuoi far?
OTTAV. Morir; sugli occhi loro.
SENECA Che parli?... Oimè! tel vieterá, se il brami...
OTTAV. E un sí gran dono da Neron vogl'io?--
Ad altri il chieggo; e spero...
SENECAErami noto
Nerone assai; ma pur, nol niego, or sono
d'atro stupor compreso. Ognor piú fero
ch'altri nol pensa, egli è.
OTTAV. --Seneca, ad alta
impresa, io te nel mio pensiero ho scelto.
S'hai per me stima, amor, pietade in petto,
oggi men puoi dar prova. A me giá fosti
mastro di onesta, e d'incorrotta vita;
di necessaria morte esser mi dei
or tu ministro.
SENECA Oh ciel!... Che ascolto?... Morte
d'impeto insano esser de' figlia?
OTTAV. A vile
tanto mi hai tu, che d'immutabil voglia
non mi estimi capace? Or, non è forse
morte il minor dei minacciati danni?
Ch'altro mi resta? di'.--Tu taci?
SENECA ... Oh giorno!
OTTAV. Su via, rispondi: altro che far mi avanza?
SENECA ... Mi squarci il cor... Ma, poss'io mai sí crudo
esser da ciò?...
OTTAV.Saviezza in te fallace
or tanto fia? Puoi dunque esser sí crudo
da rimirarmi straziata in preda
della rival feroce, a cui mia vita
poco par, se mia fama in un non toglie?
Lasciarmi esposta alle mal compre accuse
d'ogni ribaldo hai core? alla efferata
del rio Nerone insazíabil ira?
SENECA ... Oh giorno infausto! Or perché vissi io tanto?
OTTAV. Ma, e che t'arresta?... e che paventi?... Ancora
forse hai speme?
SENECAChi sa?...
OTTAV. Tu, men ch'ogni altri,
speri: Neron troppo conosci: hai fermo
tu per te stesso (e certo a me nol nieghi)
sfuggir da lui con volontaria morte:
tu, fermo in ciò, da men mi credi; e m'ami?
Tremendo ei m'è, fin che dell'alma albergo
queste misere mie carni esser veggio.
Oh qual può farne orrido strazio! e s'io
alle minacce, ai tormenti cedessi?
Se per timor mi uscisse mai del labro
di non commesso, né pensato fallo,
confessíon mendace?... Da lunghi anni
uso a mirar dappresso assai la morte,
tu stai securo: io non cosí; d'etade
tenera ancor, di cor mal fermo forse;
di delicate membra; a virtú vera
non mai nudrita; e incontro a morte cruda
ed immatura, io debilmente armata;
per te, se il vuoi, fuggir poss'io di vita;
ma, di aspettar la morte io non ho forza.
SENECA Misero me! co' miei cadenti giorni
salvar sperava i tuoi. Dovea la plebe
udir da me le ascose, inique, orrende
arti del rio Neron;... ma invano io vissi:
tace la plebe; ed altro omai non ode
che il timor suo. Di questa orribil reggia
mi è vietato l'uscire... Oh ciel! chi vale
contro empio sir, s'empio non è?
OTTAV. Tu piangi?...
Me dall'infamia e dai martír, deh! salva:
da morte, il vedi, ogni sperarlo è vano.
Salvami, deh! pietade il vuole...
SENECA E quando...
io pur volessi,... in sí brev'ora,... or... come?...
Meco un ferro non ho; giunge a momenti
Nerone...
OTTAV. Hai teco il velen sempre: usbergo
solo dei giusti in queste infami soglie.
SENECA Io,... con me?...
OTTAV. Sí; tu stesso, altra fíata,
tu mel dicesti. I piú segreti affetti
del travagliato animo tuo, qual padre
tenero a figlia, a me svelavi allora.
Rimembra, deh! ch'io teco anco ne piansi.--
Ma, il nieghi? Io giá maggior di me son fatta.
Necessitá fa prodi anco i men forti.
Giunge or ora Nerone; al fianco ei sempre
cinge un acciaro: io mi v'avvento, e il traggo,
e men trafiggo... La mia destra forse
mal servirammi: io ne farò pur l'atto.
Di aver tentato di trafigger lui,
mi accuserá Nerone: e ad inaudita
morte dannar tu mi vedrai...
SENECADeh! donna,
quai strali di pietade a me saetti?...
Per me il vorrei... Ma,... t'ingannasti; io meco
non ho veleno...
OTTAV.... E ognor non rechi in dito
un fido anello? eccolo; il voglio...
SENECA Ah! lascia...
OTTAV. Invano... Io 'l tengo. Io ne so l'uso: ei morte
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