-Silvio-
Che te ne pare?
-Ricciardi-
Cioè... non lo so. Perdona.... Ero distratto: non so nulla.
-Silvio-
Te lo racconto io. È tutto un romanzo.
-Ricciardi-
-(irrequieto, agitato, andando su e giù)- Ah?
-Silvio-
Un lungo romanzo.
-Ricciardi-
Lungo? Meglio!
-Silvio-
Avrai sentito parlare qualche volta d’una certa viscontessa
d’Aribert...: quella che stette a Napoli una ventina d’anni fa e che
all’improvviso se n’andò... non si è mai saputo dove.... La sua casa era
una specie di lanterna magica.... Già, le case delle viscontesse sono
sempre così! Allora io ero un ragazzetto, come te. Pure, ricordo tutti
gli aneddoti piccanti che venivano fuori sul conto di lei....
-Ricciardi-
-(nervosissimo, alla chetichella, guarda il suo orologio.)-
-Silvio-
-(se ne avvede e guarda il suo)-... meno dieci. Mio nonno faceva una
gran collezione di quegli aneddoti.... E li smaltiva poi con quel suo
accento insinuante, bonario.... Ah, che delizioso raccontatore! Che
raccontatore efficace!... Per esempio....
-Ricciardi-
Ma, dico, non mi parlavi di Ridolfi?
-Silvio-
Ci vengo, ci vengo. Ridolfi frequentava appunto il salone della
viscontessa... e non soltanto il salone.... Te ne meravigli?....
Perchè?... Era troppo giovane? Ma ti prego di considerare che oramai
Ridolfi ha cinquant’anni suonati.... Dici di no? -(Pausa.)- Dici di no?
-Ricciardi-
-(che non lo ha ascoltato)- Cosa?
-Silvio-
Secondo te, non ha cinquant’anni?
-Ricciardi-
-(prendendo un’improvvisa risoluzione, tra sè:)- Coraggio! -(A Silvio)-
Sì, ce ne ha cinquanta, ce ne ha settanta, ce ne ha cento, ma io,
Silvio, ti confesso che aspetto qualcuno, e tu... te ne devi andare!
-Silvio-
-(colpito, contenendosi, si alza)- Ah, perdio! Avevo indovinato!
-Ricciardi-
Ed ora ti dico anche la causa del mio imbarazzo.... Io avevo un
appuntamento alle due... con... la tua signora... allo -skating-..., e
non mi ci posso recare.
-Silvio-
-(battendosi la fronte con subitanea contentezza)- Ah! Ora capisco! Alle
due?!
-Ricciardi-
Sì.... Che capisci?
-Silvio-
Niente.... Lei mi aveva accennato.... Ma perchè non dirmelo prima?
-Ricciardi-
Mi sembrava strano di rivelare proprio a te la scortesia che io stavo
per commettere a tua moglie.... Le avevo promesso di darle oggi la prima
lezione di pattinaggio, con la speranza....
-Silvio-
-(ridendo)-... di farla cadere....
-Ricciardi-
Forse; e invece....
-Silvio-
Non preoccuparti....
-Ricciardi-
Senti, senti, Silvio mio: aiutami un po’: corri allo -skating-: la
troverai già lì, e, che so!, inventa tu, col tuo spirito, qualche cosa
per farmi perdonare. Ma subito, perchè già sono le due....
-(Insieme, guardano l’orologio.)-
-Silvio-
... meno cinque. Non darti pena.... Vado io, vado io....
-Ricciardi-
Ti raccomando.... Ed ora che esci, prendi la via a destra... scendi per
la scalinata che fiancheggia il West-End-Hôtel.... -(Accompagnandolo
alla porta)- È una scorciatoia.... Arriverai in un lampo....
-Silvio-
Non dubitare.... Corro.... Volo.... Lascia fare a me.... Buona fortuna,
cattivo soggetto! -(Esce correndo.)-³
³ -Nota per gl’interpreti.- Dalle parole «-Ed ora ti dirò anche la
causa del mio imbarazzo-» sino all’uscita di Silvio il dialogo
deve essere animato, molto colorito e legatissimo.
-Ricciardi-
-(sulla soglia)- Mi affido alla tua fantasia.... E grazie, sai! -(Tra
sè, trepidando:)- Dio voglia che non s’incontrino dinanzi al
cancello!... -(Presso la finestra, ansiosamente, segue Silvio con lo
sguardo.)- Se ne va.... Se ne va.... -(Pausa. Indi, parla dalla
finestra:)- Lorenzo,... vieni qui:... accòstati. Il conte Sangiorgi è
uscito dal giardino?
-Lorenzo-
-(da fuori)- Eccellenza sì.
-Ricciardi-
Da che parte è andato?
-Lorenzo-
Ha voltato a destra ed è sceso a rotta di collo per lo scalone.
-Ricciardi-
È venuto qualcuno, intanto?
-Lorenzo-
Eccellenza, no.
-Ricciardi-
Ah! Respiro!... -(A Lorenzo, sempre dalla finestra:)- Adesso, a te.
Ricòrdati tutte le mie disposizioni. Attento, eh? -(Tra sè:)- Non mi par
vero! -(Passeggia per la stanza, fantasticando e febbrilmente
aspettando. Siede. Si alza. Va alla porta. Va alla finestra. Guarda.
Torna a sedere, inquietissimo. Torna ad alzarsi. Ad un tratto, scorge
Clara, e, al colmo dell’emozione, esclama:)- Ah, ci siamo! -(Corre in
giardino.)-
SCENA III.
RICCIARDI -e- CLARA. -Poi, il servo- LORENZO.
-Clara-
-(ha una graziosa e semplice- toilette -da mattino. Indossa un piccolo
paltò. Entra, con le mani nel manicotto, con un’aria di persona molto
affaccendata e frettolosamente va difilata a sedere sopra una delle
seggiole che sono nel centro della stanza.)-
Ah! Eccomi qui....
-Ricciardi-
-(seguendola con pari velocità, chiude subito la porta d’ingresso, e,
con evidente sodisfazione, s’inchina a lei in un atteggiamento galante e
sentimentale.)- Prima di tutto, lasciate che io vi ringrazi della
cortese puntualità con la quale....
-Clara-
-(interrompendolo, sempre con la stessa aria frettolosa)- Basta, basta!
Eccomi qui: -- Seducetemi!
-Ricciardi-
-(tentando di sottrarsi alla burletta)- Ma io, contessa....
-Clara-
Non ci sono -ma- e non ci sono -contesse-. Io, mio buon Gino, non ho
tempo da perdere. Sono in casa vostra, sono nelle vostre mani, le porte
sono chiuse... almeno lo spero; nessuno ci vede e nessuno ci sente.
Poche chiacchiere, e procedete subito alla seduzione.
-Ricciardi-
E voi credete ch’io abbia avuta davvero l’ingenuità di vagheggiare una
seduzione?! Come v’ingannate! Il sedotto, purtroppo, senza che voi ne
abbiate colpa, veh!, il sedotto sono io. Clara, voi lo avete capito che
io vi amo. Voi lo avete capito che la mia sfida e la mia baldanza non
erano che l’artifizio del mio amore. Io ho desiderato che voi veniste in
casa mia, questo sì, ma perchè? Per avere agio di vedervi e di parlarvi
liberamente, fuori dell’ambiente in cui voi ed io abbiamo il dovere
d’essere delle persone di spirito. L’ho desiderato per potermi
confessare a voi, l’ho desiderato per dirvi ch’io sono null’altro che un
povero innamorato, -(scaldandosi di proposito)- l’ho desiderato per....
-Clara-
Per... per... per.... Tutto questo è completamente inutile!
-Ricciardi-
Inutile!?
-Clara-
Sì, inutile!, inutile!
-Ricciardi-
-(con slancio)- Eppure....
-Clara-
Sentite, caro Gino: io sono venuta da voi per essere sedotta: se voi non
avete voglia di sedurmi, io me ne vado.
-Ricciardi-
Ah! Clara! Clara! Voi siete venuta da me per umiliarmi, ecco, e ci
riuscite perfettamente. Ma se l’insistenza del vostro sarcasmo potrà
almeno esaurire la vostra crudeltà, io lo accetto come un beneficio.
-Clara-
-(guardandolo e ascoltandolo con curiosità birichina)- E poi? Avanti!...
E poi?
-Ricciardi-
Sì, sì, voi avete l’aria di non credere alle mie parole!... E avete
torto. Ridete, ridete anche, se vi piace: ridete della mia pochezza e di
questo mio pazzo innamoramento: tormentatemi se il tormentarmi vi
diverte: ma non mi attribuite la volgare puerilità di una finzione....
No! Voi non potete attribuirmela. La vostra intelligenza non può non
intendere -(esagerando la propria eccitazione sincera)- che in questo
momento io sono schietto! Clara, scusatemi, siete voi, siete voi che
fingete! Fingete di -non- intendermi, fingete di -non- credermi,
fingete....
-Clara-
Ma no: rassicuratevi! Io vi dichiaro formalmente d’intendervi, di
credervi e di non mettere in dubbio il vostro amore. Voi siete
innamorato di me; e ciò mi fa molto piacere. Parola d’onore, vedete, ne
sono contenta. E appunto perciò sono venuta. Io ho fiducia nelle vostre
forze, ho fiducia nelle vostre seduzioni, ho fiducia nel vostro fascino.
Sono qui, sola, solissima, nel vostro incantevole salotto, e son piena
di buona volontà. Ora spetta a voi di fare il resto. Su, via, caro Gino,
ve ne prego, innamoratemi, e non ci pensiamo più.
-Ricciardi-
-(scoraggiato, si lascia cadere sopra una seggiola, sospirando:)- Siete
inesorabile!
-Clara-
-(crucciandosi ostentatamente)- No! no! no!... Così non ne faremo
niente! Quell’aria di martire non vi si addice.... E poi, che so?, io mi
aspettavo tutt’altra cosa! Troppa prudenza!... Troppa mitezza!... Troppa
umiltà!... -(Impaziente, si alza.)- Non ne faremo niente, vi dico, non
ne faremo niente!... -(Pausa.)- Che bel sole!... Che aria tiepida!...
-(Lo guarda con civetteria lievemente beffeggiatrice.)- Sembra
primavera! -(Butta via il manicotto, e comincia a togliersi il
paltoncino, accostandosi molto a lui.)- Ho perfino caldo. Tiratemi
queste maniche. -(Allunga un braccio per farsi aiutare.)-
-Ricciardi-
-(le toglie del tutto il paltoncino, lo mette in un angolo, e siede
un’altra volta, accasciato.)-
-Clara-
Come vedete, non ho ancora perduta ogni speranza!... Non me ne vado.
Resto, e mi metto -à mon aise-.... Lo permettete? -(Un silenzio. -- Va in
giro per la stanza, osservando, curiosando. Presso il pianoforte, si
ferma, guarda l’album aperto sul leggìo, con caricata sentimentalità.)-
Chopin!... Secondo notturno. Ah! quello in cui è un delizioso effetto
d’organo, così pieno di misticismo.... Che soavità! -(Con una mano
accenna sul pianoforte le prime note d’una volgare canzone napolitana:
«La ritirata».)- Che dolcezza!... -(Continua la rassegna.)- Questa
stanza è il simbolo del vostro cervello: c’è tutto!... -(Si ferma presso
la scrivania)- Laboratorio letterario. Officina epistole e annessi.
-(Prende il foglio scritto.)- Si può?
-Ricciardi-
Scarabocchi.... Robuccia appena abbozzata.... -(Con la speranza ch’ella
legga)- Non voglio che leggiate.
-Clara-
Ci scommetto che l’avete lasciata quassù apposta per farmela leggere....
Vediamo.
-Ricciardi-
Io vi prego, invece, di non leggere.
-Clara-
-(senza dargli ascolto, legge:)- «O voi, madonna.... -(A Ricciardi, con
curiosità:)- Dice... -madonna-?
-Ricciardi-
Forse.
-Clara-
-(ricomincia con enfasi e gesticola seguendo il senso di ogni parola:)-
«O voi, madonna, che vivete dove
giammai non giunge alcuna umana cosa,
dite: la vostra immagine che move
dall’alto e scende a me più luminosa
del sole, e più gentile e pura e bianca
d’una bianca colomba immacolata,
darà a la vita mia giovane e stanca
la morte che, sognandovi, ho sognata?»
Punto interrogativo! -(A Ricciardi:)- Versi?
-Ricciardi-
Pare.
-Clara-
Sì, me ne sono accorta. Volevo dire: versi che scrivete per me?
-Ricciardi-
Probabilmente.
-Clara-
«La morte che, sognandovi, ho sognata?...» Brrr.... Questa faccenda
della morte si riferisce proprio a me? Vi faccio un bello effetto!...
Meno male che ve lo faccio in sogno. Non siete un poeta decadente. Io
adoro i decadenti. -(Con declamatoria intonazione laudativa)- Quelli lì
dicono tutto ciò che vogliono, ma almeno nessuno li capisce! -(E
continua a gironzolare, osservando.)- Quanti bei ritratti di donne!
Tutte vostre amanti... beninteso!... Tutte più fortunate di me....
Questo, per esempio, di chi è? -(Prende un grandissimo ritratto di
vecchio con una immensa barba bianca e lo mostra a Ricciardi.)-
-Ricciardi-
-(alzando le spalle)- È il ritratto d’un uomo.
-Clara-
Marito d’una vostra amante?
-Ricciardi-
Ma che!
-Clara-
Padre d’una vostra amante? -(Pausa.)- Fratello?
-Ricciardi-
Mio Dio, contessa, non siate così ingenerosa! Basta, ora!
-Clara-
Basta che cosa? Fra tante donne trovo un uomo: è naturale che io me ne
interessi. Chi è?
-Ricciardi-
Non lo so.
-Clara-
Come non lo sapete?
-Ricciardi-
È un russo.... Lasciatelo in pace.
-Clara-
Il nome?
-Ricciardi-
-(paziente)- Paikowsky.
-Clara-
Paikowsky? Ho capito: musicista. Che ha composto?
-Ricciardi-
-(trattenendo l’irritazione)- Non è musicista!
-Clara-
Poeta?
-Ricciardi-
-(rabbioso)- Nemmeno!
-Clara-
Pittore?
-Ricciardi-
-(quasi tra sè:)- C’è da morirne!
-Clara-
-(accalorandosi)- Ma si può almeno sapere che diamine fa il vostro
russo?
-Ricciardi-
-(scattando)- E da voi si può sapere quando finirete di torturarmi così
atrocemente?
-Clara-
In fede mia, voi siete un bel tipo! Io vi dico tutto ciò che mi riesce
dirvi di più lusinghiero, io rinunzio ad ogni resistenza, io mi metto a
disposizione del vostro valore e del vostro amore, io, come meglio so e
posso, v’incoraggio a tutto; e voi ve ne state lì, timido e vergognoso,
peggio d’uno scolaretto che, non avendo imparato bene a mente la
lezione, tema d’essere interrogato; e per giunta?... Per giunta poi ve
la pigliate con me. Ah, questo è incredibile! E che vorreste? Vorreste
ch’io vi saltassi al collo? o che mi gettassi ai vostri piedi? o che
cascassi in convulsioni e, contorcendomi e dibattendomi, pronunziassi il
vostro nome adorato?... Che vorreste?... Queste cose dovrei farle, al
più al più, con un collegiale, con un novizio; ma con voi! con voi! Io
vi domando: siete o non siete quello che mi avete detto di essere?
-Ricciardi-
Contessa,... voi scherzate male!... È vero, io fui uno sciocco sfidando,
apparentemente, il vostro spirito e la vostra virtù. Benchè io non sia
stato consigliato, in fondo, che dalla speranza di potervi commuovere e
non da quella di potervi conquistare, pure... riconosco il mio errore,
riconosco la mia goffaggine. Sì, voi mi avete fatto riconoscere l’uno e
l’altra. Dell’errore, quasi offensivo, vi chiedo perdono; ma, quanto
alla goffaggine, dovrei chiedere perdono a me stesso, e non lo faccio.
Notate. L’uomo che conviene d’essere goffo e che ci si rassegna, ha un
gran vantaggio: -- Non teme più di diventarlo. Ed è perciò che scherzate
male!
-Clara-
-(fredda)- Se non mi sbaglio, lo sfidante cambia le armi, ma resta sul
terreno.
-Ricciardi-
-(eccitandosi sinceramente)- A chi è innamorato come lo sono io, come lo
sono oggi più che mai, come lo sono divenuto sotto la sferza del vostro
scherno, come lo sarei diventato anche se fino a ieri non vi avessi
conosciuta, non bisogna chiedere audacia neanche scherzando!
-Clara-
Armi da fuoco!
-Ricciardi-
E sia! Armi da fuoco, che potrei usare, mio malgrado, involontariamente.
L’idea di essere ridicolo non mi trattiene più. Il mio sangue, i miei
nervi, Clara, non mi consentono più la riflessione dell’uomo galante, nè
la preoccupazione di parervi uno scienziato dell’amore. Voi sogghignate?
E non me ne importa. Io vi sembro grottesco? E non me ne importa. Io vi
sembro un cattivo commediante? E non me ne importa. Io vi sembro uno
stolto, un imbecille, un fanciullo, un uomo volgare? E non me ne
importa! Non m’importa più di niente, non capisco più niente, e,
vedendovi vicino a me, bella, sorridente, sprezzante, disdegnosa, vi
giuro Clara, vi giuro ch’io perdo la ragione! -(Si slancia verso di
lei.)-
-Clara-
-(ferma, piega le braccia in un atteggiamento ad un tempo altero e
burlesco.)-
-Ricciardi-
-(soggiogato, si trattiene e indietreggia.)-
-Clara-
Lo vedete che non sapete usare neanche le armi da fuoco? Molto rumore, e
in conclusione?... Nulla!... Nulla!
-Ricciardi-
-(abbassando la fronte e un po’ mordendosi le labbra)- Nulla!
-(Si sente picchiare alla gran porta in fondo.)-
-Ricciardi-
Chi è, chi è che si permette di picchiare così?
-Lorenzo-
-(di fuori)- Sono io: Lorenzo.
-Ricciardi-
E che vuoi, noioso? Vattene!
-Lorenzo-
Debbo dire qualche cosa a vostra eccellenza.
-Ricciardi-
No! Vattene.
-Lorenzo-
Vostra eccellenza mi perdonerà, ma io debbo dirle qualche cosa.
-Ricciardi-
Insomma, che c’è?
-Lorenzo-
Posso parlare?
-Ricciardi-
Parla.
-Lorenzo-
È ritornato il signore di poco fa. Io gli ho detto che vostra eccellenza
era uscita e che in casa non c’era più nessuno.
-Clara-
-(va sollecitamente a spiare dalla finestra.)-
-Ricciardi-
-(a Lorenzo:)- Hai fatto bene.
-Lorenzo-
Ma egli ha risposto che aspetterà. E s’è messo di piantone dinanzi al
cancello chiuso.
-Clara-
-(allontanandosi dalla finestra, dispiacevolmente sorpresa)- È mio
marito!
-Ricciardi-
-(allarmato)- Sì, vostro marito. È venuto qui prima di voi,
evidentemente sospettoso.
-Clara-
-(con irritazione)- E non me l’avete detto?!
-Ricciardi-
Era inutile d’impensierirvi. Ho deviato la sua attenzione dicendogli che
mi aspettavate allo -skating-.
-Clara-
Impostore!
-Ricciardi-
Dovevo piuttosto fargli capire la verità per rovinarvi?!
-Lorenzo-
-(di fuori)- Vostra eccellenza ha ordini da darmi?
-Ricciardi-
Non so.... Lasciami riflettere....
-Clara-
-(costringendosi a parere spensierata e birichina come dianzi e
rivelando invece di stare sulle spine)- Ma non c’è da riflettere....
Ripigliamo piuttosto il discorso dove lo avevamo interrotto.... Voi non
ve ne siete accorto, ma io cominciavo, finalmente, ad essere commossa
dalle vostre parole. Credo che le armi da fuoco avevano toccate le mie
corde sensibili. -(Ride)- Ah! ah! ah!
-Ricciardi-
Ridete ancora?
-Clara-
Non rido che adesso....
-Ricciardi-
-(con delicata malignità)- Ma non ne avete punto voglia.
-Clara-
V’ingannate! L’intervento di mio marito, il vostro smarrimento, questa
faccia da cospiratore: tutto ciò mi diverte un mondo. -(Impallidisce,
lasciandosi un po’ vincere dalla paura.)-
-Ricciardi-
No, no! Tutto ciò non vi diverte!... Contessa, il vostro spirito è
finito. Voi non vi riafferrate più!
-Lorenzo-
-(di fuori)- Vostra eccellenza ha ordini da darmi?
-Ricciardi-
Aspetta, Lorenzo! -(Abbassando la voce, con un’aria di uomo sagace)-
Quel che sentite, lo so; quel che temete, lo so; quel che vi addolora,
lo so.... E io... desidero salvarvi.
-Clara-
-(in un istantaneo lampo di gioia)- Che?!
-Ricciardi-
Ah, vi siete tradita!... Ebbene sì, voglio salvarvi. -(Cava di tasca una
piccola chiave tersa.)- Questa chiave apre un piccolo uscio alle spalle
della mia palazzina.... Voi potete uscire di qui non vista da vostro
marito.... Vi troverete in un viottolo che sta costruendosi....
Camminerete diritto; e in pochi passi giungerete al Corso Vittorio....
Così, egli vi aspetterà invano due, tre, quattro ore, quanto vorrà, e
dovrà finire col convincersi d’avere sospettato ingiustamente.... -(Le
porge la chiave con galanteria.)-
-Clara-
-(stendendo subito la mano per prenderla)- Ah! Grazie!
-Ricciardi-
-(ritirando un po’ il braccio per impedirglielo pur tenendo sempre la
chiave sotto gli occhi di lei come per tentarla)- Un momento. Avete ben
compreso che vi salvo?
-Clara-
Sì... l’ho compreso.... E vi confesso che sono pentita della grave
imprudenza.... Abbiatevi la mia gratitudine, e datemi la chiave.
-(Stende di nuovo la mano per prenderla.)-
-Ricciardi-
-(di nuovo glielo impedisce)- Un momento.... La gratitudine è una
bellissima ricompensa. Senonchè, io esigo qualche cosa di più concreto.
Disposto a salvarvi; ma -(con molta grazia)- non dimenticate che io vi
amo, contessa, e il mio amore non saprebbe perdonarmi questa eccessiva
generosità.
-Clara-
-(contraendo le linee del viso, e, aggrottando, severa, le
sopracciglia)- Che intendete dire?
-Ricciardi-
-(con dolcezza incalzante e con fine intenzione vendicativa)- È il mio
amore che mi costringe a patteggiare. Io non vi -offro-, bensì io vi
-vendo- questa chiave.... Vi vendo la salvezza.... Siete voi pronta a
comperarla?
-Clara-
-(indietreggiando con ribrezzo)- Io!
-Ricciardi-
Non gridate.... C’è di là il servo che attende... Pensateci, contessa.
Pensateci bene.... La chiave è qui. La salvezza è qui. Se non volete
comperarla, siete... compromessa!
-Clara-
-(prorompendo)- Ah! vi....
-Ricciardi-
-(immediatamente)- Vigliacco!!!
-Clara-
Sì, sì, vigliacco!
-Ricciardi-
-(scherzoso)- Se lo sapevo!... È la parola adeguata. In simili
situazioni, specialmente a teatro, è la parola tradizionale. E difatti,
in questo momento, voi siete un po’... Tosca, ed io sono un poco...
assai poco... il barone Scarpia. Non è vero? Eh!... Sicuro!...
«Vigliacco!» -(Sogghigna. -- Pausa. -- Indi, assai gentilmente)- Meno
vigliacco, però, di quanto voi mi fate l’onore di credermi.... Il mio
amore, v’ho detto, mi costringe a patteggiare, e non ci è scampo! La
salvezza ve la vendo, e a caro prezzo!... Ve la vendo, contessa... ve la
vendo... ve la vendo... -(con ostentata umiltà)- per un bacio. Come
uomo, chiedo troppo, è vero; ma, come vigliacco, via, convenitene,
chiedo pochino. Volete pagare?
-Clara-
-(con uno scoppio di sdegno feroce)- No!
-Ricciardi-
Possibile?!.... Preferite di compromettervi?
-Clara-
Sì!
-Ricciardi-
Preferite uno scandalo?
-Clara-
Sì!
-Ricciardi-
-(pazzo di meraviglia e di rabbia)- È tanto, dunque, il disgusto che
provereste concedendomi o prendendo da me il più semplice e il più lieve
dei baci... che vi decidete piuttosto a compromettervi, a perdervi! Ah!
vivaddio, nessun proposito cavalleresco può resistere a tale prova. Via
questa chiave! -(Sta per gettarla dalla finestra.)-
-Clara-
-(corre alla porta e chiama:)- Ehi! Cameriere.... Servitore....
-Ricciardi-
No! Clara.... Perdonatemi... prendete... salvatevi....
-Clara-
Nessun beneficio da voi. Non voglio! -(Con la bocca all’uscio)- Dite al
conte Sangiorgi che ci è qui sua moglie, e che lo aspetta. Andate.
-Ricciardi-
E che avverrà adesso?!
-Clara-
-(calma)- O una catastrofe, o niente: è semplice.
-Ricciardi-
-(pentito, esasperandosi)- Dio! Dio! Che avete fatto!... Ma siete ancora
in tempo.... Fuggite... prima ch’egli arrivi!
-Clara-
Se gli ho mandato a dire che sono qui....
-Ricciardi-
Maledizione! Allora, che risolvere? -(.... Aprendo la porta in fondo)-
Sì, gli vado incontro....
-Clara-
È peggio! State tranquillo. -(Con accento tragicomico)- Non vi sorride
il pensiero ch’egli ci uccida insieme?
SCENA IV.
RICCIARDI, CLARA, SILVIO.
-Silvio-
-(entra dal fondo, pallidissimo, contenendosi, padroneggiandosi. -- A
Clara:)- Mi hai fatto chiamare?
-Ricciardi-
-(dopo un istante di trepidazione)- La contessa ti ha visto dalla
finestra, e... e.... Veramente non capisco perchè passeggiavi in istrada
invece di raggiungere qui tua moglie.... Cioè, lo capisco
perfettamente.... Il mio servo t’avrà detto che in casa non c’era
nessuno.... Ma è stato uno strano equivoco.... Io sono uscito, e poi
sono rientrato in casa per un’altra porta.... E la contessa ci è
entrata....
-Clara-
-(con comica pacatezza)- Per la finestra.
-Ricciardi-
Gli è che la contessa è giunta allo -skating- troppo presto e,
impaziente com’è, ha voluto... sì dico.... Ed io stesso, intendi, l’ho
accompagnata. Anzi, no: non l’ho proprio accompagnata io stesso; ma l’ho
incontrata.... Sai dove? L’ho incontrata precisamente....
-Silvio-
Ma va bene, va bene.... Hai l’aria di voler giustificare te e la
contessa.... E non è il caso.... Lo hai già detto: è stato un
equivoco.... Nè più, nè meno.... Lo abbiamo chiarito....
-Clara-
... completamente....
-Silvio-
... e adesso non c’è bisogno d’altro. Sapevo benissimo che Clara era
qui, e perciò ci sono venuto....
-Ricciardi-
Ah! Lo sapevi?!
-Silvio-
È naturale!
-Clara-
Gino, il mio paltò, il mio manicotto....
-Ricciardi-
Sùbito! -(Cerca paltò e manicotto.)-
-Silvio-
-(avvicinandosi a Clara, con voce minacciosa e soffocata)- Io ti
ammazzerò!
-Clara-
-(pianissimo e flemmatica)- A casa. Qui, no. Però bada che da questo
momento io non sono più tua moglie!
-Silvio-
Lo spero!
-Ricciardi-
-(perdendo tempo apposta)- Il paltò l’ho trovato, ma dov’è quel
benedetto manicotto?!
-Clara-
-(sempre pianissimo a Silvio)- Intanto, per non farti sembrar
ridicolo... fingerò d’essere d’accordo con te.... Comprendimi...,
secondami....
-Silvio-
-(con accento iroso e sommesso)- Ma che dici?!
-Clara-
Ora ti parlerò in modo ch’egli senta....
-Ricciardi-
-(con in mano il paltò e il manicotto)- Ah, finalmente! Ecco!
-Clara-
-(alzando un po’ la voce per farsi udire da Ricciardi pur mostrando di
voler parlare piano a Silvio)- Non ridere!... Sii più tragico.
-Ricciardi-
-(trasalendo, tra sè:)- Che!
-(Lunghissima pausa.)-
-Clara-
Dunque, Gino?
-Ricciardi-
-(guardandola attonito)- Ai vostri comandi, contessa....
-Clara-
-(infilando il paltò)- Aiutatemi bene....
-Ricciardi-
-(aiutandola, le dice tra i denti:)- Ho buone orecchie, sapete.... Voi e
vostro marito vi siete presi giuoco di me....
-Clara-
-(senza scomporsi, a fior di labbra)- Può darsi....
-Silvio-
-(nota ch’essi si scambiano delle parole, e freme.)-
-Ricciardi-
-(ancora tra i denti e ancora aiutandola)- Ma questo è troppo!
-Clara-
Può darsi.... -(A voce alta)- Silvio, andiamo, eh?
-Silvio-
Andiamo....
-Clara-
-(si mette al braccio di Silvio.)-
-(Tutti e due si avviano verso il giardino.)-
-Ricciardi-
Grazie, contessa, dell’onore.... -(A Silvio, con asprezza)- E grazie
anche a te....
-Silvio-
A me!?
-Ricciardi-
-(nervoso, accompagnandoli)- Sì, sì, anche a te....
-Silvio-
-(scattando)- Ricciardi!...
-Clara-
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