Infedele (Commedia in tre atti)
Roberto Bracco
ROBERTO BRACCO
TEATRO
VOLUME SECONDO
MASCHERE -- *INFEDELE* -- IL TRIONFO
3ª EDIZIONE RIVEDUTA.
REMO SANDRON -- Editore
Libraio della Real Casa
MILANO-PALERMO-NAPOLI-GENOVA-BOLOGNA-TORINO
Copyright by Roberto Bracco and Miss Dircé St. Cyr in the United States
of America.
PROPRIETÀ LETTERARIA
-I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, non escluso il Regno di Svezia e quello di
Norvegia.-
È assolutamente proibito di rappresentare queste produzioni
senza il consenso scritto dell’Autore -(Art. 14 del Testo Unico
17 Settembre 1882)-.
Off. Tip. Sandron -- 12 -- I -- 080817.
INFEDELE
-Commedia in tre atti-
Questa commedia fu rappresentata la prima volta al teatro -Sannazzaro-
di Napoli dalla Compagnia -Beltramo-Della Guardia- il -22 maggio- del
-1894-.
INDICE
ATTO PRIMO.
ATTO SECONDO.
ATTO TERZO.
PERSONAGGI:
-Contessa Clara Sangiorgi-, 24 anni.
-Conte Silvio Sangiorgi-, 29 anni.
-Gino Ricciardi-, 28 anni.
-Due- -Servi- -ed una- -Cameriera-.
ATTO PRIMO.
-Un salotto elegante, bene illuminato da lampadine elettriche. Una porta
in fondo; due porte laterali. Nel mezzo della stanza, fra le altre
suppellettili graziose, una doppia poltrona- dos-à-dos¹. -Su qualche
seggiola e su qualche tavolino, il mantello magnifico e la ciarpa di
merletto della contessa Clara, la pelliccia, il cappello, il
binoccoletto, i guanti e il bastone del conte Silvio.-
¹ -Si badi: le due persone che seggano su questa doppia poltrona
devono trovarsi proprio l’una con le spalle all’altra. Si può
anche comporla mediante due poltrone con le spalliere combacianti
coperte di stoffe e di piccoli cuscini-.
SCENA I.
CLARA -e- SILVIO, -poi- UN SERVO.
-Clara-
-(innanzi ad uno specchio, dopo di essersi lungamente mirata)- Che ne
dici? Ti va?
-Silvio-
-(seduto sopra una seggiola a sdraio, fumando una sigaretta)- Il
-Lohengrin-?
-Clara-
No. La mia acconciatura.
-Silvio-
Credevo che tu parlassi ancora del -Lohengrin-. Sì, mi va.... Io poi ho
una competenza molto limitata.
-Clara-
Per il ritratto a pastello vorrei posare proprio in questa -toilette-.
-Silvio-
De Negris è un provetto ritrattista... Ti rimetterai al suo parere.
-Clara-
-(sempre mirandosi allo specchio)- Non ti pare un po’ troppo scollata?
-Silvio-
Voltati, fammi vedere. -(Clara si volta. Egli dissimula il fastidio che
gli produce la eccessiva scollatura)- No... Troppo scollata non mi
pare....
-Clara-
Guardami bene in faccia.
-Silvio-
Ti guardo.
-Clara-
-(ridendo)- Ah! ah! ah!
-Silvio-
Che c’è?
-Clara-
I tuoi occhi non hanno la stessa opinione della tua bocca. Sai che
dicono essi?
-Silvio-
Sentiamo.
-Clara-
Dicono... dicono: «che indecenza!».
-Silvio-
Nondimeno, io non te ne faccio una colpa! La decenza non è che una
diplomazia delle donne, perchè tutto ciò che esse nascondono aumenta di
valore. Non è indispensabile, quindi, che alle fanciulle... affinchè
possano trovare marito.
-Clara-
Obbedisco alla moda, io!
-Silvio-
Ma la moda per le donne la fanno le donne.
-Clara-
Anche gli uomini, sai.
-Silvio-
Oh! gli uomini, al più al più, fanno la moda per le donne altrui.
-Clara-
Lo vedi, lo vedi che sei scontento!
-Silvio-
Dio mio, se mi stuzzichi, mi fai dire quel che non vorrei dire.
-Clara-
-(rimproverandolo con affetto)- E credi mi basti che certe cose tu non
le dica? Credi male. Io desidero che tu non le dica e non le pensi. -(Si
sdraia sopra un canapè.)-
-Silvio-
Sottilizzi sempre, tu. E sottilizzi troppo!
-Clara-
-(col tono con cui si parla ad un bimbo)- Poverino, poverino! Che
pretendono da lui?... Che pretendono? -(Pausa.)- Qui... vicino a me...
vicino a questo mostro di moglie....
-Silvio-
-(va a sederle accanto)-
-Clara-
-(lisciandogli la barbetta)- Passa?
-Silvio-
Tranquilla!...
-Clara-
Passa?
-Silvio-
Cosa passa?
-Clara-
Il malumore per la scollatura?
-Silvio-
-(sorridendo bonariamente)- Eh, sì! Il malumore passa..., ma la
scollatura resta.
-Clara-
Via, chiudi un po’ gli occhi....
-Silvio-
Preferirei, veramente, che li chiudessero gli altri. Ma purtroppo!...
-(Sospirando, si alza)- Di’: non è l’ora d’andare?
-Clara-
Sì: va pure.
-Silvio-
E tu?
-Clara-
Io aspetto Ricciardi. L’ho pregato di accompagnarmi.
-Silvio-
-(con falsa disinvoltura)- Sicchè... posso andare?
-Clara-
Ma sì.
-Silvio-
-(lentissimamente, prende il cappello, la pelliccia, i guanti, il
binoccoletto, il bastone. Poi, ad un tratto, rimette tutto sopra un
mobile. Poi, riprende la pelliccia e adagio adagio l’indossa. Poi,
riprende il bastone, il binoccoletto, i guanti, il cappello.)- Dunque,
vado!... -(Indugiando)- Buona sera, eh?
-Clara-
Verrai a farmi una visita, o resterai tutta la serata, come al solito,
sprofondato nella tua poltrona?
-Silvio-
Se non ci sarà troppa gente nel tuo palco, verrò. -(Si avvia per
andarsene.)-
-Clara-
-(quando egli è giunto all’uscio in fondo)- Silvio!...
-Silvio-
Clara? -(Ritorna.)-
-Clara-
Che è?
-Silvio-
Non mi hai chiamato?
-Clara-
No. Ho semplicemente pronunziato il tuo nome: «Silvio», così, per
tenerezza: non t’ho mica chiamato...
-Silvio-
Avevo creduto....
-Clara-
Va, va.
-Silvio-
-(arriva un’altra volta sino all’uscio: si sofferma)-.... E se Ricciardi
non venisse?...
-Clara-
Verrà, verrà.... Oh! non dubitare, verrà.
-Silvio-
Però... non sarebbe meglio che aspettassi anch’io?
-Clara-
Sarebbe meglio, perchè?
-Silvio-
Perchè... se, per una circostanza qualunque, egli non venisse,
t’accompagnerei io: è semplice.
-Clara-
Ti assicuro che verrà....
-Silvio-
D’altronde, si potrebbe andare tutti insieme....
-Clara-
-(recisa)- Questo, poi, no!
-Silvio-
In fin dei conti, non t’ho detto nulla di così strano.
-Clara-
Silvio! Silvio! Che hai stasera? Che significa questa recrudescenza?
-Silvio-
Recrudescenza di che?
-Clara-
Di che? Lo vuoi proprio sapere? Lo vuoi proprio sapere? Recrudescenza
di... ge-lo-si-a.
-Silvio-
Io, geloso!
-Clara-
Tu geloso, sì, tu, tu! E ciò non va bene! Di tanto in tanto, caro
Silvio, tu dimentichi il nostro patto.
-Silvio-
Io lo ricordo e lo mantengo.
-Clara-
Tu non lo mantieni niente affatto!
-Silvio-
-(col pretesto della briga, ritorna di nuovo, molto felice di restare)-
E io ti ripeto che lo mantengo. Oh bella! Dov’è questa mia famosa
gelosia? Tu vai, vieni, fai quello che ti pare e piace.... Io non sono
mai vicino a te.... Il tuo salotto è sempre pieno di giovanotti.... Te
li conduci a teatro, te li conduci alla passeggiata, te li metti in
carrozza, a tutte le ore, coi loro grandi carciofi all’occhiello e con
quell’aria sfiaccolata di conquistatori esausti.... Ti scrivono delle
lettere, tu ne scrivi a loro, e io non so che diamine avete da scrivervi
dopo che vi siete visti quattro volte in una giornata!... Essi ti
circondano, ti sequestrano, ti assediano, ti mangiano con gli occhi, ti
esaminano dalla testa ai piedi e... dai piedi alla testa, ti chiamano
confidenzialmente: Clara: Clara, -tout-court-, così come chiamerebbero
una di quelle donnine a cui..., quando non possono dare altro, si
contentano di dare del -tu-... e io? Io, zitto: lascio fare, lascio
dire, e non un lamento, non un rimprovero, non un’osservazione, e, con
una santa pazienza, aspetto ch’essi ne abbiano abbastanza per ricordarmi
d’essere tuo marito. Era questo il programma della nostra vita? Era
questo il programma enigmatico proposto... cioè, che dico?..., -imposto-
da te? E io mi ci sono uniformato....
-Clara-
Per forza....
-Silvio-
Ma giacchè vedo che è stato inutile, sì, te lo voglio dire: la corte di
Gino Ricciardi m’impensierisce, mi secca. Egli è più vanesio, ed è forse
meno imbecille degli altri. Anzi... è un giovane intelligente, esperto,
simpatico, colto, infarinato d’arte e di letteratura, ed è abituato a
non farsi canzonare. Sicuro! Gino Ricciardi è un pericolo:... è un
pericolo anche per una donna onesta.
-Clara-
Anche per me?
-Silvio-
Un uomo non sarebbe pericoloso se non lo fosse per tutte le donne!
-Clara-
E una donna non sarebbe onesta se non lo fosse per tutti gli uomini!
-(Pausa.)- Ma già, perchè discutere? -(Severa, nervosa)-.... Forse, non
ci tengo neppure a essere una donna onesta, e non so neppure se lo sono.
Ti sposai solamente perchè t’amavo; ti sono fedele solamente perchè
t’amo. Se questa è onestà, io sono onesta. -(Sempre acre, sempre
nervosa)- E del resto, tu lo sai, tu lo comprendi come e quanto io
t’ami. Se tu non lo comprendessi più, io non ti amerei più. Ed è questa,
in fondo, la chiave del sedicente enigma. Non mi basta, no, che tu non
sembri geloso; è necessario che tu non lo sii. Il nostro patto dovea
consistere non soltanto nella forma, ma anche nella sostanza. «Io,
fedele; tu, fiducioso....» Ma tu, a quale programma ti sei uniformato?
Sciocco! Credi tu che io non m’accorga delle tue continue indagini e di
tutto ciò che fai allo scopo di ricostruire minutamente la mia giornata,
di controllare quel che ti racconto, di tenermi d’occhio, di spiarmi?
-Silvio-
Di spiarti?!...
-Clara-
Di spiarmi, e peggio ancora. Un mese fa hai perfino aperta una lettera
diretta a me!
-Silvio-
Clara!
-Clara-
Eppure, finsi di niente, perchè... -(con un moto d’orgoglio e di
gentilezza pietosa)- perchè mi facesti pietà. Ma, bada, Silvio. Te lo
avvertii quando eravamo sposati da pochi giorni e te lo avverto ora,
solennemente, per l’ultima volta: la gelosia, a lungo andare, mi
renderebbe infelice, e la infelicità potrebbe rendermi colpevole. Tanto,
il mio carattere non so cambiarlo. Sono nata così. Io non commetterò mai
neanche un peccato di pensiero; ma non rinunzierò mai alla mia innocua
libertà!... Sono civetta? Meglio! La civetteria di una moglie serve a
tante cose! -- Prima di tutto la civetteria è la valvola di sicurezza
dell’onestà femminile, e poi è un eccellente regime per guarire la
gelosia d’un marito. Ti sono e ti sarò fedele illimitatamente; ma
saresti indegno di questa mia fedeltà se tu mi offendessi col dubbio,
con la diffidenza, col sospetto. E, vedi, -(molto energica)- ti giuro
che il giorno in cui tu osassi d’accusarmi davvero, io -- mettitelo bene
in mente, Silvio -- io mi risolverei a tradirti davvero. E adesso vattene
a teatro, e arrivederci.
-(Un silenzio.)-
-Silvio-
-(umile)- Arrivederci. -(Indugiando ancora)- Ora, sei in collera con
me?...
-Clara-
Non sono in collera, no.
-Silvio-
Mi perdoni?
-Clara-
Ti ho già perdonato: e ti perdonerò anche meglio....
-Silvio-
-(con ansia affettuosa)- Quando?
-Clara-
Più tardi, più tardi....
-Silvio-
Ma quando?
-Clara-
... Te lo dico all’orecchio....
-Silvio-
Dimmelo forte: non c’è nessuno.
-Clara-
Come! Ci sei tu in frac e cravatta bianca, e ci sono io in gran
-toilette-. In questi abiti, non si è mai veramente soli.
-Silvio-
E allora dimmelo all’orecchio.
-Clara-
-(gli dice qualche cosa all’orecchio con graziosità intima e
birichina.)-
-(Tutti e due ridono molto vivacemente.)-
-Clara-
Ti conviene?
-Silvio-
Altro che mi conviene!... -(Continuando a ridere)- Che matta!...
-Un servo-
-(annunzia)- Il signor Ricciardi. -(Via.)-
-Clara-
L’uomo del pericolo!
-Silvio-
Io te lo lascio tutto intero... sai... e me ne fuggo... perchè non
vorrei che egli s’illudesse di darmi delle preoccupazioni.... -(Si avvia
precipitosamente.)-
SCENA II.
GINO RICCIARDI, CLARA, SILVIO.
-Silvio-
-(incontrandosi con Gino Ricciardi ed esagerando eccessivamente la
fretta)- Oh! caro Gino... ti aspettavamo..., cioè, mia moglie
t’aspettava.... Io corro.... Non voglio perdere neanche una nota....
-Ricciardi-
Ma un momento... non scappare così ...
-Silvio-
Ho fretta... ho fretta.
-Ricciardi-
È inutile d’aver fretta: il -Lohengrin- di stasera è andato a monte.
-Silvio-
-(fermandosi)- Davvero?
-Ricciardi-
-(stringendo la mano a Clara)- L’ho saputo un’ora fa.
-Clara-
E invece del -Lohengrin-?
-Ricciardi-
Invece del -Lohengrin-... mi hanno annunziata la solita -Gioconda-.
-Clara-
Ah, io ve la regalo! Preferisco starmene in casa. Meno male per Silvio,
a cui la -Gioconda- piace.
-Silvio-
No... in verità... non ho mai detto che la -Gioconda- mi piace.
-Ricciardi-
A me lo hai detto.
-Silvio-
L’ho detto a te?!
-Clara-
-(guarda Silvio significativamente, avvertendolo così di non cercare
pretesti per rimanere.)-
-Silvio-
-(intende.)-
-Ricciardi-
-(celiando)- Tante volte!
-Silvio-
-(celiando anche lui, ma a malincuore)- Se tu mi assicuri... che io sono
entusiasta della -Gioconda-, me la vado subito a godere.
-Clara-
Divèrtiti. E ti raccomando le danze.
-Silvio-
Nella -Gioconda- non c’è che la danza... delle -Ore-.
-Ricciardi-
Bada: ore carine, ma -perdute-.
-Silvio-
Per conto mio, molto perdute!... Buona sera!
-Ricciardi-
Buona sera!
-Silvio-
-(esce.)-
SCENA III.
CLARA -e- RICCIARDI.
-Clara-
-(sedendo)- Venite qua, Gino. Avvicinatevi.
-Ricciardi-
-(resta in piedi, lontano.)-
-Clara-
Avvicinatevi.
-Ricciardi-
Non troppo, Clara. Stasera siete....
-Clara-
Sono?... Come sono?
-Ricciardi-
Stasera avete....
-Clara-
Cosa ho? -(Guardandosi)- Nulla più del solito.
-Ricciardi-
-(accennando appena con un gesto alla scollatura)- Anzi... qualche cosa
di meno....
-Clara-
Vi turba? Rimedieremo. Prendetemi quella ciarpa.
-Ricciardi-
-(prende la ciarpa di merletto che era sopra una sedia)- Questa?
-Clara-
Sì, questa.
-Ricciardi-
-(gliela porge.)-
-Clara-
-(senza prenderla)- Copritemi le spalle.
-Ricciardi-
Solamente... le spalle?
-Clara-
Sbrigatevi, e finite di dire delle sciocchezze!
-Ricciardi-
-(le avvolge la ciarpa di merletto intorno al collo con molta lentezza e
con lo sguardo argutamente indiscreto.)-
-Clara-
Mio Dio! Come siete lento!
-Ricciardi-
Se fossi cieco, potrei essere più svelto. Ecco... È fatto. -(Sospira.)-
-Clara-
Sedete. Parlate. Vi confesso che avrei preferito il -Lohengrin- a voi.
Ma vi confesso pure che esclusivamente voi potete in certo modo
sostituirlo. Siete mezzo poeta, e nelle vostre parole c’è sempre un po’
di musica. Parlate.
-Ricciardi-
-(siede)- Ma poichè -Lohengrin- è costretto ad andarsene quando rivela
il suo segreto, io, che non ho l’intenzione di andarmene, mi guarderò
bene dal rivelare il mio.
-Clara-
Voglio sapere il segreto.
-Ricciardi-
Vi ripeto che non ho punto l’intenzione d’andarmene.
-Clara-
Garantisco che resterete.
-Ricciardi-
Promettetemi che, in ogni caso, sarete voi che mi obbligherete a
restare.
-Clara-
Ve lo prometto! Fuori il segreto!
-Ricciardi-
Il segreto è che... il segreto è che io ho detto una bugia.... Stasera,
al San Carlo, niente -Lohengrin-... e niente -Gioconda-.
-Clara-
E che spettacolo c’è?
-Ricciardi-
Nessuno. Raffreddore generale a porte chiuse.
-Clara-
-(in collera)- E perchè avete mentito?
-Ricciardi-
Perchè?... Perchè, vedendo che vostro marito era molto disposto ad
andare a teatro, io, che volete?, non ho avuto il coraggio di
rinunziare... alla sua assenza.
-Clara-
Ma io non vi permetto di trattare mio marito come un fanciullo; no, non
ve lo permetto!...
-Ricciardi-
Ecco, vedete, ora state lì lì per mandarmene via.... Se ve l’ho detto
che dovevo tacere....
-Clara-
Non vi mando via; ma voi sarete punito lo stesso. E sapete come?...
Silvio sospetterà la ragione della vostra bugia, e tornerà subito.
-Ricciardi-
Non è geloso, e non sospetterà.
-Clara-
Tutt’i mariti sono gelosi quando -non- sono stati traditi.
-Ricciardi-
E vi dà delle noie la sua gelosia?
-Clara-
Non me ne dà, ma io me ne piglio.
-Ricciardi-
Ecco un inconveniente che voi potete eliminare con molta facilità. Se è
vero che i mariti sono gelosi proprio quando -non- sono traditi, per
ottenere che il vostro -non- sia geloso basterà... che prendiate un
piccolo provvedimento.
-Clara-
Tradirlo!
-Ricciardi-
Appunto!
-Clara-
Con voi!
-Ricciardi-
Con me, o con un altro. Io preferirei, s’intende, e lo faceste con me.
-Clara-
Avete ragione, mio caro Gino; ma non c’è nulla di più incomodo che un
tradimento.
-Ricciardi-
Non vi ci siete, finora, provata.
-Clara-
Chi ve l’ha detto?
-Ricciardi-
Ne sono convinto.
-Clara-
E mi fate la corte!
-Ricciardi-
Naturale!
-Clara-
Perchè me la fate?
-Ricciardi-
Perchè vi amo!
-Clara-
Senza speranze....
-Ricciardi-
È sempre probabile che accada precisamente quel che non è mai accaduto!
-Clara-
Ma, qualche volta, non è accaduto precisamente, -(sottolineando)- quel
che non può mai accadere.
-(Un silenzio.)-
-Ricciardi-
-(accostandosele di più)- Vi sentite così forte, Clara?
-Clara-
Fortissima!
-Ricciardi-
Proprio?
-Clara-
Inespugnabile!
-Ricciardi-
Addirittura!? -(Pausa.)- Mi permettete... -- per una vostra indulgente
concessione di gran signora dello spirito -- mi permettete di dirvi tutto
quello che penso?
-Clara-
Ve lo permetto.
-Ricciardi-
-(con un piccolo gesto descrittivo)- Anche se io debba rasentare...
l’impertinenza?
-Clara-
Rasentate -(imitandone il gesto)-... quel che volete.
-Ricciardi-
Voi vi sentite forte; ma -- scusate -- in che consiste la vostra forza?
-Clara-
Ho da rispondere?
-Ricciardi-
No. Rispondo io.
-Clara-
Ottimo metodo per discutere!
-Ricciardi-
La vostra forza, Clara, non consiste che nel sapervi debole.
-Clara-
Se desiderate ch’io capisca, siate più limpido.
-Ricciardi-
Mi spiego. Guardatemi negli occhi....
-Clara-
«Che sono tanto belli!»
-Ricciardi-
Non scherziamo!
-Clara-
Dunque?
-Ricciardi-
Voi siete inespugnabile, perchè il vostro nemico non è mai in condizione
di circuirvi, di assediarvi, di assaltarvi: non è mai in condizione
di... aprire la breccia.
-Clara-
Al contrario! Io vivo in un permanente stato d’assedio. Non faccio che
circondarmi di seduttori. Mi fareste l’offesa di non accorgervi della
mia civetteria?
-Ricciardi-
Ci tenete?
-Clara-
Ci tengo.
-Ricciardi-
Me ne dispiace tanto, perchè ho da dirvi che, vostro malgrado, voi non
appartenete alla categoria delle... delle civette autentiche. Voi siete
migliore di esse, cioè più donna, cioè più affine all’uomo, cioè più
attratta da lui, cioè... più pericolante. Esse, vedete, osano tutto;
eppure non c’è caso che caschino. Hanno il potere e lo serbano. Diamine!
Una civetta che finisce con l’avere un amante è come un sovrano che
abdica. Voi, invece, non lo avete per la semplice ragione... --
perdonatemi se abuso del permesso di rasentare l’impertinenza -- voi non
lo avete per la semplice ragione che... lo evitate. Infatti, quali sono
gli esperimenti della vostra resistenza? Quali sono? Il vostro -boudoir-
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