Udendo quella voce, la solita voce buona di sua madre, Loredana s'avvicinò, si mise in ginocchio presso la poltrona, ricinse con le braccia il busto di Emma; e mentre le scendevan le lagrime silenziose per le gote, susurrò: --Sì, mamma. Io ti voglio tanto e tanto bene.... Esitò un istante, poi aggiunse con qualche incertezza: --Ma per Filippo è un'altra cosa; non lo amo di più, lo amo diversamente. E non posso, credimi, abbandonarlo in questo modo.... Tu mi hai perdonato, mamma; e sono così felice! Ma non posso abbandonare Filippo senza dirgli una parola.... Ah tu non sai come voglio bene a te, come voglio bene a lui! Ho tanto sofferto, pensando a te, che eri sola; non ho mai avuto un giorno di requie; non dirmi che io ti ho dimenticata.... Cautamente, mentre Loredana parlava, Emma le tolse il lungo spillo e le liberò la testa dal cappello, posandolo sulla tavola vicina; poi con la mano leggera le accarezzò i bei capelli dai riflessi dorati. --Lo so,--disse,--che mi vuoi bene. E per ciò ti ho perdonato. Ma il mio perdono, vedi, non servirà a nulla, se non potrò aiutarti.... --Aiutarmi, come?--interrogò Loredana stupita. --Nessuno sa che tu sei fuggita col conte. A tutti io ho narrato che sei fuori, in campagna, presso una famiglia amica. La cosa è parsa vera, e non si parla più della tua assenza; ma i giorni passano, e se tu non torni, verrà il momento ch'io dovrò confessare la tua fuga.... Hai capito, Lori? Io dovrò confessare la tua fuga, e tu non potrai più tornare a Venezia, se non vorrai che tutti ti segnino a dito, e ridano di me e di te. Hai capito, Lori? Ecco perchè son venuta a prenderti; siamo ancora in tempo; il tuo ritorno sembrerà naturale, e con l'aiuto di Dio, se nulla di peggio avverrà, questa brutta pagina della tua giovinezza sarà un mistero per tutti. Hai capito, Lori? Loredana tentennò il capo, e si alzò, asciugandosi gli occhi. --Non me ne importa niente,--disse poi.--Perchè devo occuparmi di ciò che si dirà un giorno?... Tu agisci, mamma, come se io un giorno dovessi sposare Adolfo Gianella o qualche altro. Io appartengo a Filippo, e apparterrò sempre a lui. Non si tratta d'una pagina della mia giovinezza; si tratta della mia vita intera, che ho donata a Filippo.... Gli altri non esistono più per me. La madre sospirò, mulinando di pronunziar qualche parola decisiva, e temendo di pronunziarla; fece sedere la fanciulla sulle ginocchia, le fece appoggiar la testa alla sua spalla, e osservò cautamente: --Dici bene, Lori. Hai dato la tua vita intera al conte. Ma se il conte si stancasse di te, e se tu comprendessi un giorno che gli sei di peso? Loredana balzò in piedi, guardando sua madre con gli occhi spalancati. --Non dirlo, mamma! Non lo pensare nemmeno!--esclamò.--Sai qualche cosa tu? Ti hanno raccontato qualche cosa di lui? Emma allungò le braccia, fece sedere di nuovo la figlia in una poltroncina ch'ella aveva avvicinato; e di nuovo con voce dolce e piana, disse: --Non so nulla, cara, non mi hanno raccontato nulla. Ma gli uomini sono facili a stancarsi e a mutare.... --Filippo è diverso, sentenziò Loredana prontamente. --Il conte,--osservò Emma,--gode una posizione privilegiata, ha abitudini signorili; può stancarsi non di te, ma della vita che per te sarà costretto a condurre; forse i parenti gli daranno dei dispiaceri, e, non conoscendoti, giudicheranno che tu sia una donna cattiva. Il conte è ricco, e si fa presto a supporre che una ragazza viva con lui non per amore, ma per calcolo. Loredana ascoltava inorridita, con le mani strette, fremendo come l'avessero obbligata a piegarsi e a guardare in un gorgo minaccioso, dal quale presto ella doveva essere ingoiata. --Che cose ripugnanti mi dici, mamma!--esclamò, torcendo istintivamente la bocca. Ma Emma sorrise con tristezza, e accarezzò le mani della figlia, bianche, dalle lunghe dita. --Son cose vere, di tutti i giorni,--ella disse poi.--Ed è per questo ch'io son venuta a prenderti. Ah, imagina, Lori, che sarebbe di me, se dovessero accusarti non solo di aver gettato il tuo onore, ma di esserti venduta a un ricco! E non pensi che potrebbero sospettare anche di me, come se io avessi visto, compreso e permesso? Io sola conosco la verità; io sola ho udito le tue parole e le parole del conte.... Si morse le labbra, volle aggiustar la frase, ma già Loredana l'aveva afferrata e già di nuovo, con un balzo, era dritta innanzi a sua madre. --Di Filippo?--gridò.--Hai udito le parole di Filippo? L'hai visto, dunque? È stato da te? Che cosa ti ha detto?... Anch'egli mi ama, non è vero? Me l'aveva promesso, che ti avrebbe fatto giungere mie notizie; ma egli è venuto a trovarti.... Vedi come è leale? Se volesse abbandonarmi, se pensasse di potere stancarsi di me, non verrebbe a parlarti.... Dimmi quando l'hai veduto; che cosa ti ha detto? Emma dovette raccontare, e raccontò della visita e del colloquio avuto con Filippo; la fanciulla stava attenta, quasi senza respirare, accompagnando la narrazione di sua madre con brevi cenni del capo; e quando Emma ebbe finito, Loredana tornò a sedersi e restò a lungo muta e cogitabonda. --Infine,--ella osservò a un tratto,--egli ha acconsentito alla tua idea, e ti ha permesso di venire a prendermi. È molto strano il suo amore.... --Io l'ho persuaso,--disse Emma. --Oh aveva paura, dunque?--domandò Loredana.--Di che cosa aveva paura? Io non ho avuto paura di nulla, quel giorno.... Tacque nuovamente; a poco a poco l'espressione del suo viso mutava, diventando chiusa e dura, come se uno spasimo contraesse i muscoli del bel volto giovanile; la fronte bianca e fresca fu solcata da una ruga, e le labbra si strinsero, mostrando agli angoli una piega di disgusto. Ella s'alzò. --Aspettami,--disse.--Mi svesto, indosso il mio vestitino nero, e poi partiamo! Emma, che aveva colto con l'occhio intento la mutazione rapidissima di quel viso, che aveva notato la inflessione recisa della voce, che vedeva la figlia impallidire, volle seguirla. Loredana entrò nella sua camera da letto, si guardò intorno come avesse sentito tremare il pavimento sotto i piedi; s'avvicinò a un baule per aprirlo; poi si fermò ancora, passandosi una mano sul volto e sulla fronte. --Ora partiamo,--ella ripeteva.--Ora partiamo. Aspettami. Ma, d'un tratto, mentre s'inchinava per sollevare il coperchio del baule nel quale conservava il suo povero abito nero, mandò un grido e cadde a terra di schianto. XIV. L'albergo fu sossopra; accorsero alle grida della signora De Carolis l'albergatrice e la signora Teobaldi; poi uscirono ambedue, soffiando e galoppando, e tornarono l'una con una bacinella d'acqua fresca, l'altra con una boccetta di sali. In ginocchio presso la figlia sempre immobile a terra, Emma le aveva slacciato il busto; ma non riusciva a sollevarla. La Teobaldi si provò a darle mano, e mentre s'affannava all'opera pietosa, udì il laceramento del corpetto alla Pompadour, che non aveva potuto resistere agli sforzi inusitati della cantatrice. Allora ella uscì, ancora galoppando, con la faccia color paonazzo, e tornò seguita dall'albergatore; il quale sollevò Loredana come un fuscello, l'adagiò sul letto, e si ritirò subito. --Lori,--susurrava la madre,--Lori, tesoro mio, amore mio.... --Le faccia fiutar questa boccetta,--consigliò la Teobaldi,--è miracolosa! Povera fantolina; le sarà rimasta la colazione sullo stomaco.... --Ma no,--rispose Emma.--Mi dia dell'acqua fresca. La Teobaldi recò la bacinella, e con la mano Emma spruzzò il viso della figlia, due, tre volte. Loredana sospirò infine, profondamente, e il seno bianco si sollevò come per un singulto. --Lori,--susurrò Emma,--amore mio, sono qui. --Ecco, ecco!--esclamò la Teobaldi.--Rinviene; apre gli occhi.... Apriva gli occhi, infatti, Loredana, e li volgeva intorno senza raccapezzarsi; ma incontrò lo sguardo di sua madre e sorrise, allungando una mano per prender la mano di lei. Emma le coprì il viso di baci, piangendo e balbettando parole di tenerezza. --Che bella scena!--osservò la Teobaldi, colpita nel suo sentimento estetico.--Che bella scena d'amor materno! Loredana riconobbe la voce, e mormorò a sua madre: --Mandala via! Emma si volse. --Io la ringrazio, signora,--disse alla Teobaldi.--Lei è stata molto gentile.... --Non lo dica, non lo dica,--interruppe Clarice,--io voglio molto bene a sua figlia. Come si fa a non volerle bene? Si avvicinò al letto e si rivolse a Loredana: --Sta meglio, signora? Ah, ma com'è bella, così!... È vero che sta meglio? Un po' d'imbarazzo, forse. E poi, nella sua condizione di giovane sposa, un malessere momentaneo può avere tanti significati.... Emma fremette da capo a piedi, quasi fosse stata punta. Quell'udir chiamare sua figlia «giovane sposa», quell'allusione a una maternità possibile, la richiamarono d'improvviso alla realtà senza illusioni. --Lasciamola, lasciamola,--disse alla Teobaldi,--ha bisogno di riposare, adesso. La ringrazio di nuovo, signora. La Teobaldi salutò ancora Loredana, salutò Emma, ed uscì tra il fruscìo dell'abito alla Pompadour e della sottana inamidata. --Non ti spaventare,--disse la fanciulla a sua madre, non appena l'uscio fu chiuso alle spalle della cantatrice.--Sto bene, ora; possiamo partire.... E fece l'atto di scendere, ma Emma la rattenne. --No,--disse.--Puoi aspettare; partiremo stasera. Ella avvicinò una poltrona e sedette; Loredana chiuse gli occhi, e per lungo tempo le due donne non pronunziarono verbo, seguendo ciascuna i proprii pensieri. Il silenzio era pesante; non risonava nell'albergo alcun rumore, e appena dal basso veniva il mormorìo del lago, che lambiva la casa; di tanto in tanto, s'udiva l'ultimo frinire delle cicale, salutanti il sole ch'era presso al tramonto. A un tratto Loredana volse il capo, e domandò: --Ti ha detto lui, che io era qui? Ne sei ben sicura, mamma? --Come potrei ingannarti, amore mio?--rispose Emma. --E ti ha permesso di venire a prendermi? --Ha dovuto cedere; ha pianto, ha pregato, ma ha dovuto cedere.... La fanciulla sorrise con amarezza. --Io,--disse poi,--io non ti avrei detto nulla, se fossi stata Filippo; o se per disgrazia mi fosse avvenuto di dirtelo, sarei partita subito, subito, avrei preso con me colei che amavo, e mi sarei nascosta ben bene. Io avrei fatto così. Emma non rispose, e vi fu un'altra pausa lunga. --Ma che cosa fa, a Venezia?--riprese Loredana.--Te lo ha detto? --No. --È tornato nella società elegante,--mormorò la fanciulla, quasi parlando con se stessa.--Dice che non può muoversi, perchè deve rispondere alle cortesie e agli inviti che gli fanno; e io ero qui, sola, di giorno e di notte, in un paese che non conosco, dove tutti mi guardano in così strana maniera! Tacque; poi, d'improvviso, domandò: --Che cosa voleva dire quella sciocca? --Chi, Lori?--chiese Emma. --La Teobaldi. --Non ho udito nulla. --Ma sì: ha detto che il mio malessere può avere tanti significati.... Emma alzò le spalle con disdegno. --E una sciocca, lo hai detto,--mormorò. Verso le otto, pranzarono in silenzio, rapidamente. L'albergatrice, che le serviva ella stessa a tavola, indovinò qualche avvenimento grande, e, chieste notizie della «signora contessa», non domandò altro; poi dispose per avere una carrozza che le conducesse a Desenzano, dove avrebbero preso il treno; e fu stupita, apprendendo che lasciavano i bauli e le valigie. Era un'idea di Emma, la quale non voleva portarsi a casa i regali e il corredo fatti dal conte a sua figlia. --Vuol dire che tornano?--osservò l'albergatrice. --Senza dubbio,--rispose Emma.--In ogni modo, il conte s'incaricherà lui di dare ordini pel bagaglio. Appena la donna fu uscita, Loredana svestì l'abito di seta color d'oro, indossò presto l'abituzzo nero, che agli occhi della madre la ringiovaniva e quasi la purificava. La fanciulla non parlava, come avesse avuto bisogno del silenzio per sostenere la sua volontà e per trovare forza in quegli istanti crudeli, in quell'ora in cui il passato cadeva nel nulla e un avvenire torbidamente incerto le si spalancava innanzi. Quando fu pronta, disse: --Aspettami, torno subito. E prima che la madre pensasse a trattenerla, Loredana uscì, discese le scale, andò in cerca della Teobaldi. Era ripresa dalla necessità di dire una parola a Filippo, di mandargli un saluto; non poteva, da un istante all'altro, staccarsi da lui e dimenticarlo; tutta la sua anima, tutto il suo corpo gli appartenevano ancora, quantunque egli le apparisse ora così diverso da quello che aveva sognato, così cattivo e vile. Trovò la Teobaldi in cucina; parlava sommessamente con l'albergatrice, presso la tavola, sulla quale eran disposti i piatti e le posate sporche. Loredana s'affacciò alla soglia, e con voce che fece dare un sobbalzo alla Teobaldi, chiamò: --Signora Clarice! L'altra le si avvicinò senza rispondere, e la fanciulla la condusse fuori, nell'atrio; poi prese una matita, vergò alcune parole sopra un pezzo di carta, e disse: --Di lei mi posso fidare? La Teobaldi mise una mano sul petto esuberante, e rispose: --Tesoro mio, che cosa domanda? Io darei la vita per farle piacere. --Bene: lei deve spedirmi domattina questo telegramma; vada a Peschiera e lo spedisca di là; qui non c'è telegrafo. Ma non dica parola ad anima viva. Mi posso fidare? Clarice ripetè il gesto, e rispose: --Le ho detto: per farle piacere, darei la vita; che cosa devo dirle di più? Domattina alle nove sarà fatto tutto. --Prenda,--soggiunse Loredana,--questo è il telegramma, questi sono i denari per la carrozza. Su, su, non voglio che rifiuti. Perchè deve spender lei? E la ringrazio di cuore. Ma non parli nemmeno con l'aria. La Teobaldi afferrò la mano della fanciulla, e domandò inquieta: --Ci rivedremo? Tornerà? --Sì, ci rivedremo.... Addio, grazie! Allora Clarice non si rattenne, allungò le braccia, si strinse Loredana al petto, baciandola sulle guancie impallidite. --Addio, tesoro! Addio, bellezza! Che la Madonna l'aiuti.... Sentendo in quell'abbraccio il calore d'una affezione sincera, d'una simpatia verace, Loredana si liberò dalla stretta dolcemente, e sorrise con malinconia. --Che la Madonna l'aiuti!--ripetè Clarice. Ma già la fanciulla saliva rapida le scale e tornava presso sua madre, la quale le veniva incontro, inquieta. XV. Le emozioni della signora Clarice Teobaldi non dovevano finir così presto. Quella sera stessa vide partire Loredana con sua madre nella carrozzella che le conduceva a Desenzano. La fanciulla, vestita d'un abito nero, inelegante e povero, mostrava gli occhi stanchi per il pianto, e tutto il suo corpo si reggeva a mala pena, quasi che un peso invisibile e intollerabile le gravasse le spalle. Salita nella carrozza, fece alzare il soffietto, si rincantucciò al suo posto, abbassò il capo, e parve con la mente allontanarsi subito da tutto quanto la circondava. Sua madre non apriva più bocca, ma aveva sguardi lunghi e meditabondi per la figliuola. La vettura, partì, s'avviò per la strada sulla quale Loredana aveva il giorno stesso incontrata la mamma; sparve nell'oscurità della sera calante; qualche tempo ancora risonò il tintinnìo dei campanelli, poi il silenzio ricadde come un velo fitto, che separasse per sempre il passato da ciò che doveva avvenire. La Teobaldi, rimasta sola, col cuore gonfio di gratitudine per la missione delicata affidatale da Loredana, col cuore gonfio di sconforto per la partenza della fanciulla, disdegnando esprimersi con l'albergatrice, salì nelle camere di Loredana, ne trovò l'uscio aperto, entrò. Sulla tavola stava un doppiere, che la Teobaldi ravvisò nella penombra; ella lo accese, gettò un'occhiata in giro, afferrò il senso di desolazione ond'erano invase quelle camere, nelle quali s'era svolto un poema d'amore. Il piano era tuttavia aperto; in un angolo stava un grosso baule; sul divano giacevano un cappello bianco, una cintura rossa, un ombrellino scarlatto, gettati alla rinfusa, quasi con rabbia. Nella camera da letto, dove la Teobaldi si recò, portando con mano incerta il doppiere pesante, restavano sul cassettone ancora tutti gli oggetti graziosi, ch'ella aveva ammirato altra volta; spazzole e pettini d'avorio, uno spruzzatore d'argento, un bruciaprofumi in bronzo; innanzi al letto le pantofoline trapunte d'oro; a terra giaceva anche una camicia da notte, che la Teobaldi raccolse, piegandosi dopo non pochi sforzi, e ammirò per i bei merletti che l'ornavano. Aleggiava nell'aria un profumo tenue, come la persona che era vissuta nella camera avesse lasciato dietro di sè un solco misterioso, fatto di olezzo inafferrabile e penetrante. La Teobaldi ritornò nel salottino, depose sulla tavola il doppiere, e si mise al piano. Le tornarono alla mente le note di quella romanza, «Mon rêve», che aveva cantato a Loredana; e le richiamò, dolcemente, stonando con delicatezza, quasi che la fanciulla avesse potuto ancora udirla. Ella se l'imaginava come allora, distesa sul divano, tutta bella, tutta superba del suo amore, nervosa per l'impazienza di riveder presto il conte. Ma volgendosi, Clarice sentì il vuoto che la circondava, e restò al piano assorta.... Ah, essa aveva capito subito un mistero nella giovane esistenza di Loredana, e aveva tremato subito per lei! Chi le avrebbe detto ch'ella stessa, Clarice, sarebbe stata la confidente in quel dramma, troppo semplice per non essere compreso? Di quella fiducia insperata, la Teobaldi conservava così profonda l'impressione, ch'ella si sarebbe ormai fatta uccidere piuttosto di parlarne. Non le era mai avvenuto d'essere messa a parte d'un segreto, perchè i maligni la dicevano pettegola; soltanto Loredana aveva improvvisamente, istintivamente avvertito ch'ella sarebbe stata capace, per amor proprio e per gratitudine, d'un silenzio eroico. Non aveva nemmeno letto il telegramma affidatole da Loredana, e l'avrebbe spedito senza leggerlo. Presa questa risoluzione, ella passeggiò con le mani sulla tastiera ingiallita e suonò lentamente la «Serenata» di Schubert, che le spezzava sempre il cuore, e che in quell'occasione le fece piover dagli occhi lagrime abbondanti. Pareva l'addio alla fanciulla lontana, che nel frattempo viaggiava, viaggiava, verso un destino crudele, verso una città nella quale non avrebbe trovato se non memorie di giorni cancellati per sempre; pareva il grido d'un'anima stanca e delusa.... Ma la Teobaldi si destò di soprassalto dal suo sogno. Aveva udito la voce dell'ostessa, la quale stava ritta sul limitare, e le diceva: --Che le viene in mente, signora Clarice? Bisogna chiudere, qui, perchè mi hanno affidata tutta la roba.... --Non penserà mica ch'io son venuta a portarla via?--osservò la Teobaldi alteramente. --Dio me ne guardi!--esclamò l'ostessa. --Bene, bene, me ne vado,--concluse Clarice. Si alzò e si avviò verso l'uscio, per recarsi nella sua camera; ma l'albergatrice aveva voglia di chiacchierare, e riprese: --Che ne dice? --Di che? --Ma di questa partenza. Ha visto com'era disfatta la signora contessa? Che ne dice, lei? --Io? Io ho l'abitudine di non impacciarmi degli affari altrui,--sentenziò la Teobaldi. E aggiunse, con una occhiata di traverso:--E lei farebbe bene a imitarmi, per rispetto ai suoi ospiti! L'albergatrice rimase intontita, fulminata da tanta austerità, alla quale non trovava altra spiegazione se non che gli artisti son tutti pazzi da catena. Ma intanto la Teobaldi l'aveva piantata sulla soglia; e quasi ad aumentar la stupefazione della femmina, riprese con tono imperativo: --Domattina alle otto, una carrozza per Peschiera! L'ostessa spalancò la bocca, e allargò le braccia. --Come, signora Clarice, vuol partire anche lei!--esclamò la povera donna.--Sarebbe offesa per quel che le ho detto, senza intenzione...? --Che partire! Faccio una scappata e torno; starò fuori poco più d'un'ora in tutto. L'ostessa respirò e non rispose altro, racconsolata. La Teobaldi fece come aveva detto. La mattina seguente, alle otto, montò in carrozza, giunse a Peschiera, spedì il telegramma senza leggerlo, si fece rilasciare una ricevuta, e tornò a Sirmione. Sulla soglia dell'albergo trovò l'ostessa, che appena la vide, le andò incontro col più schietto de' suoi sorrisi, e le disse: --Veda, signora Clarice. Io ho chiuso l'appartamento del conte Vagli. Queste sono le chiavi, e vorrei pregarla di tenerle lei. Clarice le prese, le mise in tasca, e rispose: --La ringrazio; penserò io a tutto. La ringrazio molto. L'ostessa aveva parecchie domande da fare, ma non osò. --Anche la signora contessa,--osservò rientrando,--sarà contenta che le tenga lei, perchè le voleva bene. --Ah sì, che sia benedetta!--esclamò la Teobaldi.--Mi voleva bene, mi stimava, mi considerava. Giovane come l'acqua, ma testa fina!... E a vincer la tentazione di spiattellare ogni cosa, s'arrampicò bofonchiando per le scale, e riparò nella sua camera. Vi sarebbe restata tutto il giorno, contentandosi di mangiare il prosciutto e l'uva che s'era comprato a Peschiera, se verso le quattro non fosse accorsa l'ostessa trafelata a chiamarla. --Venga, signora Clarice,--ella disse alla Teobaldi.--È arrivato il signor conte, e desidera parlarle. La Teobaldi arrossì per l'emozione. --Il signor conte?--ripetè.--È già arrivato? Desidera parlarmi?... Si diede un'occhiata, per incosciente civetteria, in uno specchio che la faceva verde; si aggiustò i cernecchi grigi, si diede un colpo di mano alla veste, e finalmente seguì l'altra, che aveva frenato a stento l'impazienza. Sotto l'atrio trovarono Filippo, che passeggiava nervosamente, a testa bassa, arricciandosi i mustacchi. La Teobaldi si sentì stringere il cuore, vedendo quel viso sbiancato: si sarebbe detto che in così poco tempo Filippo fosse dimagrito e che una mano invisibile lo curvasse un poco. XVI. --È lei la signora Teobaldi?--egli domandò con voce spenta a Clarice.--Ha lei le chiavi dell'appartamento? Clarice si presentava già, le chiavi in una mano e la ricevuta del telegramma nell'altra. --E questo, che cosa è?--domandò Filippo guardando il pezzetto di carta. --È la ricevuta del telegramma, che ho spedito stamane per ordine della signora contessa,--rispose Clarice, pensando che non le conveniva far comprendere al conte tutto ciò ch'ella aveva imaginato. --Ah, l'ha spedito lei! Loredana ha dato a lei questo incarico!--disse Filippo.--Lei è stata a Peschiera? --Sì, signore,--confermò Clarice.--La signora contessa era molto buona con me. Filippo diede un'occhiata alla Teobaldi, poi, come colpito da un pensiero improvviso, soggiunse: --Io devo ritirare i bauli; vuole aiutarmi a mettere un po' d'ordine, signora Teobaldi? Clarice non credeva alle proprie orecchie; le maniere cortesi di Filippo, l'accoglienza gentile, l'invito a dargli mano, la mandavano in visibilio. Ella squadrò l'ostessa, ch'era rimasta in disparte, e rispose: --Io sono molto onorata, signor conte.... Filippo la precedette sulle scale, arrivò al primo piano, aperse, fece entrare la Teobaldi, richiuse. Egli, che pur sentiva crescergli in cuore una disperata amarezza, non battè ciglio, vedendo sul divano il cappellino dell'amante. --Si sieda,--disse alla Teobaldi.--Mi aiuterà quando le dirò io. Da un largo baule pendeva il mazzo delle chiavi; Filippo aperse, e riprese: --Ecco, signora Teobaldi; qui occorre la sua opera. Il baule della biancheria non può essere spedito così. Clarice si alzò dalla poltrona, quasi spinta da una molla, e corse a vedere: la biancheria era magnifica, in tela finissima, ornata di merletti e di fettucce. --Ora ci penso io,--dichiarò la Teobaldi. E mentre con cura meticolosa estraeva dal baule la biancheria, per riporvela poi sapientemente, Filippo prese una sedia e si mise a sedere vicino. --È partita ieri sera, con sua madre?--egli domandò in capo a un attimo d'esitazione. --Sì, signore. Sono andate in carrozza a Desenzano, e di là hanno preso il treno, io credo.... Ma che stupende sottane!... --Ed era allegra?--chiese Filippo. Clarice, che passava con un carico di sottane bianche sulle braccia, si fermò. --Ah no, signor conte! Anzi, è stata malissimo, durante il giorno. Filippo diventò subitamente pallido. --È stata male?--ripetè.--Per carità, mi racconti, mi racconti tutto. Allora la Teobaldi depose cautamente le sottane sulla tavola, prese una sedia ella pure, e raccontò dell'arrivo di Emma, dello svenimento di Loredana, dell'invio del telegramma, senza obliare l'incidente più piccolo, senza dimenticar parola, quasi avesse scritto ogni cosa ed ora rileggesse. --Ma come ha potuto sua madre ricondurla a Venezia, se stava male?--esclamò Filippo, quando l'altra ebbe finito.--Come ha osato commettere questa cattiveria?... Ah Loredana, Loredana, Loredana!... Egli chiamò l'amante a voce alta, quasicchè ella avesse potuto rispondergli, ed era nel suo viso una tale espressione d'ambascia, che la Teobaldi restò inchiodata sulla sedia, senza trovare una frase di conforto. --Lei non sa,--riprese Filippo,--lei non sa, non imagina che cosa sia Loredana per me: è la vita, capisce? Me l'han portata via, come si strappa un balocco dalle mani di un fanciullo, e vorrebbero ch'io tacessi, che figurassi anzi quasi un complice, che non la vedessi più.... Non veder più Loredana, le pare possibile? La Teobaldi fece un gesto disperato con le mani, come a dire: «Impossibile», ma il gesto richiamò Filippo alla percezione della realtà; sentì quasi meraviglia di trovarsi di fronte alla vecchia dalle sopracciglia al nerofumo e di sorprendersi a parlarle con tanta confidenza. Mutò voce, e disse: --Vogliamo riprendere il lavoro? Clarice riprese tosto, e, curva sul baule, sostando ad ogni poco, trasse tutta la biancheria e ve la rimise lentamente. --Lei è di Venezia?--domandò Filippo, dopo una pausa. --No, signore; son di Verona; ma ho a Venezia qualche parente.... --Ah!--mormorò Filippo.--Allora conosce bene Venezia? La Teobaldi sbuffò, perchè si rialzava, dopo aver collocato nel baule una bella collezione di calze di seta. --Certo,--disse.--Vado a Venezia almeno due volte all'anno.... Queste calze rappresentano un tesoro; la calza di colore per l'estate è l'ultima parola della moda. --Se viene a Venezia,--interruppe il conte,--non si dimentichi di me: avrò piacere di vederla.... --Ah, conte!--esclamò la Teobaldi.--Metter piede a palazzo Vagli, io, povera meschina! Ella s'era fatta più rossa pel piacere, e s'imaginava già d'arrivare in gondola al palazzo, di salirne le scale preceduta da un valletto in livrea, di incontrarsi con qualche dama dal nome sonante, e di potere un giorno destar l'eco delle ampie vôlte con le note d'una romanza, probabilmente intitolata «Mon rêve».... --Che idee!--osservò Filippo.--Perchè non dovrei io trattarla come la trattava Loredana? Il nome della fanciulla risonò di nuovo nella camera, risonò dolorosamente nel cuore dell'uomo. Egli ripetè: --Venga a trovarmi, venga a trovarmi. E alzandosi, andò alla finestra a guardare il lago, placido nel suo denso color di cobalto. Clarice intuì ch'egli era caduto di nuovo in preda al dolore e ai ricordi, e non volendo riuscire importuna, si studiò di lavorar presto, senza chiasso, ma con precisione. Riempito un baule, passò nella camera da letto, raccolse le spazzole, i pettini, le fiale, tutti i preziosi gingilli ch'eran rimasti sul cassettone e ne fece un imballaggio accurato; poi guardò gli altri bauli, accomodò quelli ch'erano in disordine. E mentre, sudando e soffiando, faticava con tanto entusiasmo e con sì accorta discrezione, pensava che alla sua non più giovane età--ella non confessava gli anni nemmeno a se stessa--aveva finalmente il conforto d'esser compresa. Prima Loredana, poi il conte, uno dei più nobili patrizii veneziani, riconoscevano in lei la donna saggia, prudente, fidata; e, oltre la soddisfazione di quella tarda vittoria, ella gustava la voluttà di vivere in pieno romanzo, tra una tempesta di passione, della quale sentiva la rossa fiamma, sognava i vaghi episodii. La voce di Filippo, che le risonava alle spalle, la fece trasalire. --Io credeva di trovarla qui,--egli disse, pensando a Loredana.--Il suo telegramma non era chiaro. Se lo ricorda? --Io non l'ho letto, signor conte,--dichiarò Clarice con solennità.--Ho eseguito l'incarico affidatomi, e mi sarebbe parsa indiscrezione riprovevole gettar l'occhio sul.... --Bene,--interruppe Filippo.--Diceva: «Un addio prima di partire». Credevo d'arrivare in tempo. Ah se non ci fosse stato di mezzo Candriani con quella sua stupida compagnia e quella gita, e quel pranzo! Ma non è possibile finirla così.... Che cosa devo fare, che cosa devo fare? Clarice Teobaldi, udendo parlare di Candriani, di compagnia, di gite e di pranzi, ebbe la vertiginosa impressione di trovarsi già a piene vele nell'oceano della grande società; e sedette, si asciugò la fronte con la pezzuola, ripetè guardando per terra: --Che cosa dobbiamo fare? XVII. «Non si tratta d'una pagina della mia giovinezza; si tratta della mia vita intera». Le amare parole che la figlia aveva pronunciato in un grido di dolore, tornarono alla mente di Emma De Carolis non appena ebbe varcata la soglia di casa a Venezia. Tutto era mutato. Loredana trascinava con sè, in quelle camere già piene delle sue risa e del suo canto, qualche cosa d'infinitamente triste, qualche cosa che non si poteva vincere, qualche cosa che mutava il senso della vita, rimanendo immutabile. Emma la guardava camminare, parlare, vivere, senza riconoscerla; la fanciulla d'un giorno era spenta. Subito, appena arrivata, Loredana s'era messa a letto con la febbre; quel viaggio di sera, da Desenzano a Venezia, quella strada già percorsa in senso inverso con Filippo, e tutta piena di episodii memorabili, le avevano suscitato in cuore un tale spavento, una tale disperazione, da farle perdere conoscenza appena tornata nella sua casetta sul campiello muto. E di quello strazio le eran rimasti in mente una lettera e un numero, «a 3622 a», ch'erano segnati all'interno sulla portiera del vagone, e che ella aveva fissato per tutto il tempo del viaggio attraverso la campagna scura. Furono giorni orrendi. La canicola mozzava il respiro; Venezia era deserta; i vaporetti portavano al Lido orde di disperati in cerca d'aria più leggera; e lo scirocco pesava, spietatamente, fiaccando il corpo e lo spirito di giorno e di notte. Per un mese intero, Loredana non volle uscir di casa; la gente le incuteva paura, i discorsi la irritavano; se la madre era intorno a lei con mille piccole cure insolite, ella sentiva la pietà pel suo dolore, e il dolore le tornava più vivo; se la madre si sforzava di fingersi lieta, Loredana si sentiva sola, avvilita, torturata da un sogno e da un rimpianto inutili. Ad ogni tentativo di sollevarsi, di liberarsi, di rivivere, s'agitavano in lei i ricordi minuti del suo amore, ed era come chi non potendo retrocedere, nè avanzare, nè durare sul posto, si dispera in cerca d'un aiuto o d'una idea o d'un'illusione. Di Filippo, non più notizie. Che pensava? Che contava di fare? L'aveva abbandonata così, approfittando dello insperato intervento della madre? Il suo amore era stato anche più vile e più rapido d'un capriccio; Filippo aveva voluto il corpo della fanciulla, lo aveva corrotto per la sua libidine, lo aveva foggiato a strumento di piacere; e, subito stanco, non tentava nemmeno difendere la sua conquista. Tre anni di finta amicizia gli avevan dato finalmente il possesso di Loredana; e pochi giorni eran bastati a saziarlo; essa era stata il suo zimbello per tutto quel tempo; e non aveva memorie che di Filippo, perchè tre anni addietro era una piccoletta, che confondeva ancora il conte con le bambole. Come vivere, ormai? Che cosa poteva sperare? Aveva provato ogni gaudio nel giro di brevi giorni; il suo corpo sentiva ancora la carezza lunga e morbida, che l'aveva iniziata all'amore, dando al sangue un moto più vivo, più gagliardo, più impetuoso; e tutto d'improvviso le era stato tolto; e le notti insonni erano insopportabili per lo spasimo del desiderio che le ricordava una bocca ardente, un abbraccio violento, una preghiera e un dominio. Ma non era possibile che Filippo fosse così repentinamente scomparso dalla sua esistenza. Doveva tornare; sarebbe tornato domani, doman l'altro, un altro giorno prossimo; l'avrebbe richiamata, per continuare quel gaudio, per confondere le anime loro.... Il passo di sua madre la faceva trasalire. La mamma aveva snebbiato il sogno, e invece dell'amore di Filippo le aveva recato il perdono. Chi chiedeva il suo perdono? Erano felici; lassù, ai piedi delle Grotte, non si ricordava la madre, non si ricordava il mondo; le acque del lago erano limpide e gli amanti vi si specchiavano, e le loro voci avevano toni d'infinita sollecitudine, e le giornate erano brevi, e le notti erano brevi. Egli la spogliava con quelle sue mani esperte, e ogni sera ella arrossiva, fremendo e sentendo il fremito di Filippo, che voleva indugiare e far presto, contemplare e possedere, allontanar la coppa e bere avidamente. Il mattino, sempre lieto, ascoltava i loro discorsi; dovevano partire di giorno in giorno. Filippo parlava di Roma con un entusiasmo che nessuno avrebbe mai supposto in lui; Roma tutta dorata d'un sole giallo e abbagliante, Roma stupenda a dispetto degli uomini e del tempo, Roma che ha visto milioni di pellegrini d'amore, sperduti e obliati nei secoli, contenti e umili, Roma appariva anche nei sogni di Loredana. E dovevano andarvi di giorno in giorno, ma intanto le acque limpide del lago e la quiete del paese e il bel silenzio e le care abitudini di giorno in giorno li trattenevano. Che importava? Vi sarebbero giunti, più tardi; come presente e come avvenire non avevano che il loro amore, il quale pervadeva anche tutto il passato di Loredana; sarebbero giunti più tardi a Roma, col loro amore, grande abbastanza per così grande teatro.... Invece di quell'arcano, di quell'intimo poema, fatto di realtà e d'illusione, forte e inebbriante questa come quella, la vita s'era chiusa d'un tratto. Pareva a Loredana d'essere stata colta nel sonno e trasportata a Venezia; e nessuna di tante delizie esisteva più; non restava che il perdono di sua madre e l'obbligo di tacere, simulando una verginità di corpo e di mente, che aveva offerto da tempo in olocausto, tutta vibrante di gioia, al solo uomo degno d'insignorirsene. Poi cominciarono i pettegolezzi. Emma De Carolis s'accorse in breve, con terrore, che tutti sapevano. Che cosa sapevano? Ogni cosa e niente. Ma nessuno aveva creduto al soggiorno di Loredana a San Donà; avevan fatto finta di credere per convenienza; si era notato che a San Donà Loredana non aveva messo piede quell'anno, e che sua madre era turbatissima, e che rifuggiva dal parlarne; e che una notte era tornata da un paese misterioso, con la figlia, che non pareva più quella, che alcuni dicevano malata, che altri affermavano essersi imbruttita e che gli uomini esperti giudicavan bella, degna di concupiscenza e già istruita per l'amore. S'era saputo che anche quel signore, un conte, il conte Filippo Vagli, il quale frequentava la casa da amico intimo, anch'egli era stato assente da Venezia tutto il tempo ch'era mancata Loredana.... Come s'era saputo? Per quella misteriosa catena di parole e di chiacchiere, che ha talvolta il primo anello in un'alcova e l'ultimo in una bottega. La famiglia Gianella, avuto appena sentore di qualche diceria, soffiò sotto, perchè il giovane Adolfo non tornasse a incapricciarsi di quella svergognata, non pensasse alle volte di sposarsi quella disperazione. Si determinarono i fatti: Loredana era scomparsa qualche tempo per mettere alla luce un figlio, che aveva abbandonato in campagna, presso una contadina; il figlio era nato dalla tresca tra la ragazza ed il conte, il quale aveva coronato l'opera abbandonando la sedotta. E vennero fuori i testimonii improvvisati di quell'amorazzo: chi aveva visto Filippo entrar nella casa a notte fatta e non partirsene che all'alba; chi aveva notato che la madre lasciava gli amanti soli, chiusi in camera, per lunghe ore; una vicina, affacciandosi alla finestra, aveva dovuto assistere agli amplessi dei due, che si davan baci spudoratamente; un'altra invece affermava che non appena giungeva in casa Filippo, le finestre del salotto si chiudevano e si tiravan cortine e tende. Questa marea di fango saliva, saliva, a poco a poco; forse in qualche anima di ragazza brutta o di donna volgare rodeva anche l'invidia per l'avventura, qualunque ella fosse stata, e ciascuna, pensava che al posto di Loredana avrebbe ceduto, ma più sapientemente, così da provvedere anche al proprio domani; e ciascuna si rammaricava di non aver trovato un ricco signore per amarlo, esserne amata e metter da parte un peculio. Onde, allo sdegno per la verecondia calpestata, non andava disgiunto in quelle donne un certo senso di commiserazione sprezzante per l'idealismo di Loredana, che seminava figlioli senza assicurarsi l'avvenire. Ma quella madre! Quella madre che non aveva occhi nè orecchie, e si lasciava sedurre in casa la figlia, e se la riprendeva poi con tanto agio! Che pensare di quella madre, se non che ella avesse trovato il suo tornaconto nell'affaraccio? Una comare, la signora Opimia Incudi, un vero chiodo dalla testa piccola sopra il corpo allungato, si presentò finalmente a Emma De Carolis, la quale non ricordava bene dove l'avesse conosciuta; e avvisò la signora delle voci che correvano, perchè sapesse regolarsi, perchè non si fidasse della gente, perchè provvedesse a tutelare l'onore suo e della figliola, perchè era tempo di metter fine a tanta cattiveria. E nel frattempo la signora Opimia stava a guardar l'effetto delle notizie sulla faccia di Emma, e aspettava qualche risposta che servisse a nuovi comenti e a nuove induzioni. La faccia di Emma era pallidissima, gli occhi le si appannavano per lo sdegno; ma mentre appunto doveva venir la risposta, la difesa, la confessione, qualche cosa che ripagasse la signora Incudi della sua buona opera, comparve in salotto Loredana, la quale si fece ripetere tutta la storia. E fu un colpo per la signora Incudi, quando la fanciulla si mise a ridere. Anche la mamma la guardò con un senso di sollievo, perchè aveva temuto che Loredana soffrisse acerbamente. Loredana rideva, senza ostentazione, trovando nuova cagione d'allegria e di risa nell'aspetto stralunato della signora, alla quale traballava la punta del naso lunghissimo sotto l'impressione della maraviglia. Poi, senza dir parola, Loredana uscì, lasciando che sua madre s'indignasse per le calunnie riferite; e non fu mai così allegra come quel giorno. La visita della signora Incudi le aveva fatto bene, le aveva recato un alito di vita; il susurro di quei pettegolezzi la ristorava. Non aveva cercato di meglio; ora sapeva, ora aveva il concetto chiaro di quel che poteva aspettarsi. Era contenta che si mormorasse; ciò le risparmiava la commedia che sua madre aveva ingenuamente pensato, quella commedia di verginità, che le ripugnava. Era stata l'amante di Filippo, non aveva amato che lui ed era ancora sua.... Doveva fingere per la signora Incudi e per le sue amiche, doveva far loro intendere la nobiltà del suo sentimento, se quelle femmine per poco non l'accusavano di avere ucciso un figlio? Ormai, al confronto di tutto ciò che si narrava, esser l'amante di Filippo sembrava quasi una virtù; e lieta di quella strana liberazione dalle paure del mondo, che la malignità del mondo le offriva, Loredana sentì crescere il coraggio per sostener meglio lo sguardo di sua madre, per attendere ciò ch'ella sperava in segreto ostinatamente, per vivere della sua vita, senza curarsi del giudizio altrui. La collana d'oro a maglie piccoline con la medaglia era diventata un talismano, e la fanciulla aspettava, credeva, perchè la medaglietta diceva: «Sempre» e recava una data, che Filippo non doveva dimenticare. Si rimise a vivere; andò a trovar qualche amica, la quale non pareva saper nulla, ma non domandava nulla intorno a quanto aveva fatto Loredana in quell'ultimo tempo; uscì a passeggio, e perfino un giorno, un giorno dal sole furioso, le salì alle labbra un motivo che non le piaceva e che pur l'inteneriva, e si provò a cantare, e tacque subito, perchè quell'aria le rammentava la cameretta cara di Sirmione e la povera signora Teobaldi, tanto maltrattata in principio, che si girava sullo sgabello di reps rosso, e diceva, aspettando un elogio: --Eh? XVIII. Poi, d'un tratto, Loredana si rintanò in casa di nuovo, come impaurita, e non volle più uscirne. Aveva incontrato Adolfo Gianella per istrada e s'era rifugiata in un negozio a comprar bottoni e nastri; ma non così presto che Adolfo non avesse potuto vederla, sentire il sangue avvampargli la faccia e il cuore martellargli in petto. Gli avevano tanto e tanto parlato di Loredana, delle sue colpe, dei suoi amori, della sua perfidia, che mentre egli lavorava a tutt'uomo per dimenticarla, essa gli tornava alla mente con acre persistenza; e la fantasia s'infervorava a seguirla nel turbine della nuova vita, tra i divertimenti che il seduttore prodigava certo intorno a lei, per ubbriacarla di gioia e avvincerla a sè tenacemente. Poi Adolfo apprese la notizia del suo ritorno, e ne fu percosso come da un gran colpo; il ritorno scombuiava tutte le visioni fantastiche. Era un pentimento? Era una sconfitta? Era una sosta? E i pettegolezzi incalzavano; il conte l'aveva abbandonata, l'aveva gettata da banda, come un cencio. Tornava povera come prima, e non era più come prima.... Adolfo imaginò la disperazione di colei ch'egli chiamava un giorno sua fidanzata; e s'alternava nel suo animo il piacere della vendetta insperata con la vergogna per quel piacere; e, quando meno se l'aspettava, s'imbattè in lei, e sentì il cuore martellargli in petto e il sangue avvampargli la faccia. Allungò il passo, non sapendo egli medesimo che volesse fare, spinto dal bisogno di leggere la verità su quel viso, di rintracciare dentro gli occhi della ragazza la parola suprema dell'enigma; ma Loredana, al vederlo, si gettava nel primo negozio che le si parava innanzi, e Adolfo non osava aspettarla all'uscita. Di quell'incontro egli non soffiò verbo ad alcuno; in casa Gianella, del resto, dopo un uragano di romanzesche calunnie e di drammatiche imprecazioni, il nome di Loredana non si pronunziava più; la madre di Adolfo per poco non spingeva l'ostentato disdegno per la perduta fino a vestir di gramaglia, come si usa nelle case principesche. Ma la visione della ragazza bruciava dentro, nel cuore di Adolfo; ed egli cominciò a gironzare intorno alla casetta bianca, a guardar le finestre, ad aspettare. E tremava e sperava di rivederla, perchè tutte quelle avventure, vere o false, gliel'avevano ingigantita nel pensiero, ed egli temeva di subirne il fascino, come se Loredana avesse compiuto qualche grande impresa della quale nessuno l'avrebbe detta capace. In quell'andirivieni intorno alla casa di Loredana avvenne ad Adolfo 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000