voglio vederlo, mi chiudo nella mia camera!
La mamma sospirò e alzò lo sguardo al soffitto. Loredana tornò da
Filippo, gli strinse le mani, mentr'egli la baciava ancora sulla bocca.
--Pensaci!--ripetè Filippo.
Ella fece un gesto vago e scomparve, per chiudersi nella sua cameretta.
Adolfo Gianella saliva le scale, e Filippo udendone il passo, diceva con
la signora De Carolis:
--Mi dispiace molto che la signorina sia indisposta; spero non sarà
nulla....
--È malata?--chiese Adolfo sopraggiungendo e salutando Filippo con un
saluto freddo e un'occhiata di sbieco.--Dov'è stata iersera? Avrà preso
freddo, o avrà mangiato qualche cosa d'indigesto....
Filippo se ne andò subito, e senza volerlo si disse, ridendo dentro:
--Tu, dovrai mangiare fra poco qualche cosa d'indigesto!...
Ripensò, quella notte, all'idea della fuga, balenatagli così di repente;
e più vi pensava e più gli pareva buona. La signora De Carolis non
avrebbe osato nulla contro la figlia adorata; Adolfo avrebbe trovato una
consolazione nel pensiero che una fanciulla capace di scappar col conte
Vagli non era degna di lui.... Infine, la cosa si sarebbe saputa da
pochi, malamente, e si sarebbe sminuita, polverizzata per così dire, nel
classico pettegolezzo veneziano. Filippo trovava l'onestà della sua
disonestà; amava Loredana; sentiva che le sarebbe stato fedele, che
l'avrebbe fatta contenta, ch'ella non avrebbe sofferto, e poichè di
matrimonio era assurdo parlare a causa dell'opposizione formidabile che
avrebbe trovato in famiglia, la fuga, una fuga prudente, senza troppo
scandalo, senza chiasso, metteva termine a una situazione insopportabile
per lui e per la piccola amica.
Gli venne anche il pensiero di Fausta; ma la disgraziata donna s'era in
quel periodo di tempo totalmente perduta agli occhi di lui, pel suo
strano contegno d'umiltà, nel quale egli non capiva nulla. Egli pensava
con rammarico alla devozione della sua amante: Fausta non era fatta per
obbedire, per tacere, per soffrire; ogni donna ha il suo fascino e il
suo destino. L'asservimento aveva smorzato la bella fiamma di quegli
occhi cilestri e tolto al viso il colorito della fresca giovinezza.
--È veramente doloroso,--pensava Filippo,--ch'io non possa amarla!
A poco a poco, ribadita dal conte, l'idea della fuga conquistava anche
Loredana; nulla pareva più dolce che la vita con Filippo, e la fanciulla
non trovava termini di paragone se non nella paura di quel matrimonio.
Adolfo aveva svelato un nuovo difetto, insolito in un giovane:
l'avarizia. Egli spiegava certe sue miserabili economie con la necessità
di aver denaro pel giorno degli sponsali, d'aver molto denaro per far
bella figura; ma la fidanzata gli credeva poco, e notava, senza volerlo,
quasi arrossendo, che intanto lo spirito gretto di lui si rivelava nei
regalucci ch'egli le faceva e che sarebbero rimasti in casa a fare non
bella, ma triste figura. Egli anche--aveva scoperto Loredana, ormai
maestra di scoperte incresciose--egli mangiava troppo, ingordamente,
magnificando la bontà delle salse e dei sughi. La madre sua si beava
vedendolo così allegro, con un appetito quasi insaziabile; e Loredana,
per non odiare l'uno e l'altra, inventava un'emicrania ogni qualvolta la
signora Gianella l'invitava a pranzo.
Sui primi di maggio, quando la ragazza pensava di farsi qualche abitino
nuovo e di comperarsi qualche piccolo oggetto d'eleganza, Adolfo decretò
che gli abiti e i cappelli dell'anno precedente, ritoccati qua e là,
potevano servire ancora; e la petulanza del fidanzato le sembrò tanto
grave, che senza ribatter verbo, ella si ritirò nella sua camera e vi
restò fin che Adolfo non se ne fu andato.
Ma egli giudicava quei malumori con la presunzione di un esperto
conoscitore di donne, sorridendo e aspettando che la bufera si calmasse.
Era ben lungi dall'imaginare che proprio quel giorno, otto maggio,
qualche cosa di terribile e d'irreparabile doveva avvenire nella vita di
Loredana.
Sua madre l'aveva lasciata sola in casa, dopo la visita di Adolfo; la
donna di servizio era andata alla stazione a incontrare il fidanzato che
giungeva a Venezia per passarvi alcuni giorni di vacanza. Loredana non
doveva aprire ad alcuno e stava nella sua camera, sdraiata sul
lettuccio, leggendo un romanzo. Verso le quattro udì una scampanellata;
corse al balcone, vide Filippo, e la tentazione fu troppo forte: andò
subito a tirare il cordone e la porta si spalancò innanzi al conte, che
credeva di trovar la fanciulla con la mamma.
Quando seppe ch'era sola, egli la guardò in silenzio ed ella guardò lui;
le loro bocche si unirono e così, dopo tre anni, la piccola amica
diventò la piccola amante.
Quella medesima sera, la fanciulla andò a teatro con la madre e un'altra
signora. Aveva il suo abitino rosa lievemente scollato e un cappellino
di paglia rossa a tricorno, sotto il quale i capelli parevan più bruni e
i riflessi più dorati. Ella stava attentissima alla rappresentazione,
«L'amore ricama», una commedia francese in tre atti; teneva gli occhi
fissi alla scena, la bocca dalle labbra purpuree un poco schiusa.
Filippo la vide e fu colpito da quell'atteggiamento ingenuo, quasi
infantile, come se un'altra anima, la vera anima della giovinezza
indifesa, si fosse sovrapposta a quella ch'egli conosceva. Sentì il
rimorso per ciò che aveva osato poche ore innanzi, nella cecità della
passione e dell'egoismo.
Ma l'atto finiva e parecchi spettatori alzandosi e volgendosi guardavano
la fanciulla con ammirazione.
--Imbecilli!--mormorò Filippo, guardando a sua volta Loredana,
sorridente e bianca sul fondo scuro del palchetto.--È mia!
E la certezza di quell'amore tacito e misterioso, pericoloso e crudele,
potè meglio d'ogni altro pensiero. Filippo stette un istante a fissar
la folla in platea, la quale, ammirando la piccola amante non osava
sospettare ch'ella conoscesse già i baci, tutti i baci d'un uomo; e la
stupidità della moltitudine non gli sembrò mai più amena.
Due mesi eran passati da quel giorno indimenticabile, quando, sui primi
di luglio, Loredana si decise, e abbandonò la casetta bianca sul
campiello solitario per seguire Filippo Vagli.
V
La mattina dopo l'arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone
dell'albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di
cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua
di terra molto innanzi nell'acqua.
--Andremo laggiù,--disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi,
ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi
chilometri.
Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all'acqua una densità
materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere
della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per
quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.
Filippo bussò discretamente all'uscio ed entrò.
--Amore mio, come sei elegante!--disse.
Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe
bianche, e sorrideva all'amico, il quale era superbo della sua candida
bellezza.
--Ogni cosa fatta a pennello!--dichiarò Loredana, indicando l'abito; e
soggiunse, dopo una lieve esitazione:--Tu mi portavi con te, nella tua
mente, quando ordinavi i miei abiti!
Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un
senso di molestia per quella strana perizia dell'amico suo, la quale
svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare
esperienza d'anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò
che era finito ieri: ma domani?
Ella disse, attirando Filippo sul balcone:
--Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?
--No,--rispose Filippo.--Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a
Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva....
--Che peccato! Dev'essere molto bello, laggiù.
--Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo,
ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono
alloggi....
Mandarono a vedere; partì un uomo dell'albergo con la vettura; tornò
dopo colazione. V'erano alloggi, modesti ma puliti, nell'unica trattoria
del paese; si poteva tentare....
La cosa piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava
ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano
di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le
grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il
piroscafo v'approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo.
Tutto questo, raccontato dal direttore dell'Albergo Reale, accese la
fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella
penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e
felici....
Nel pomeriggio, sotto un sole rovente, per la strada piana e bianca di
polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione,
seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte
Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada
provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la
fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell'albergo di Desenzano non
avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i
rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque
del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a
un gomito di quella strada che s'incontra una casetta modesta, con uno
svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto
di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da
sapienti e da timidi pennelli.
--Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù!--disse Loredana,
indicando i gruppi di case sulla sponda veronese.--Voglio veder tutto il
lago.
--Ti piace?--domandò Filippo.
--Ah, immensamente! Sarò felice!--esclamò la fanciulla in un impeto di
gioia, battendo le mani.
Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui
non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta.
Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a
guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.
Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura
grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di
legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve
lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall'acqua; lo
stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in
rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti
simmetricamente sull'alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre
dominii che si susseguirono.
Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono
l'equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non
avevano alcun bisogno dei forestieri. L'acqua li faceva liberi, e
quell'anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.
Si fece incontro alla vettura il proprietario dell'albergo, e aiutò
Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non
abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che
gli «sposi» si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto
approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto
guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane
chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza
ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell'albergatore,
più timorosa per l'aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un
batter d'occhio l'abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la
bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti
tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.
Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder
le camere, e sulla scala s'imbatterono in una signora ampia di forme,
col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella
salutò chinando la testa, e si fece da un lato.
--È la signora Teobaldi, di Verona,--disse l'albergatrice, che
seguiva.--Una buona e bella signora.
Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana
sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca
e di belletto che le deturpava la faccia.
Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a
specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta
da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a
fiori d'oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine
scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d'abbandono,
quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale
Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere
Loredana.
--Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza
degli oggetti utili,--osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata
dell'albergatrice.--Va bene,--seguitò con quest'ultima.--Faccia portare
subito i bauli....
--Sì, signor conte,--disse la donna.
--A proposito: sa il mio nome?
--Me lo ha detto l'uomo che è venuto stamane a vedere le
camere,--rispose l'albergatrice.--Il signor conte Filippo Vagli e la
signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora
contessa se suona il piano....
--Perchè?--domandò la giovane.
--Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po' scordato.
--Lo faccia accomodare,--disse Filippo.
E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l'amica sua, che si
toglieva il cappello:
--Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole....
--Dove sarebbero?--domandò la fanciulla stupita.
--Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o
Ribaldi....
--L'albergatrice ha detto che è buona....
--Sì,--osservò Filippo,--ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo
freschi!
Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia
immobili. Ella s'era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi
della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea
onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva
frinir le cicale sugli alberi.
Ad un tratto si volse e disse:
--Oggi scrivo alla mamma.
--Appunto,--rispose Filippo.--Anch'io....
E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli
uomini con un baule.
--Che cosa dicevi?--domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per
prender gli altri bagagli.
--Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche
giorno. Bisogna ch'io sappia ciò che si dice,--dichiarò Filippo, sedendo
in una poltroncina.--La mia assenza non può essere stata notata: a
Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest'epoca,
tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno
chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.
--Come farai?...
Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di
deporre nella sua camera.
--Non dev'esser difficile,--egli continuò poscia,--mandare qualcuno da
lei con un pretesto. Anzi, servendomi d'una persona fidata, potrei farle
consegnare la tua lettera.
La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico
e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente
sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all'idea che
Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì
sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.
Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva
nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le
era parsa sfavillante....
--Che pazza!--disse a sè medesima.--Come potrebbe abbandonarmi, se mi
ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre
anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la
piccola amante?
Udì che gli uomini, recato l'ultimo baule, salutavano e uscivano
ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un
po' debole:
--Sì, è giusto. Devi andare.
Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivato a Fasano in carrozza,
spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del
quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: «Non ho visto
nessuno. Lascia fare».
E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel «Lascia fare»
significasse «Fida in me» o non piuttosto: «Lascia che ciascuno viva a
modo suo».
Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.
VI.
A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato
rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra
poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società.
I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone
come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre,
atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua
complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva
ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.
In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi
all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole,
che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non
poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua
figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.
Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie:
Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a
un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in
tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che
voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato
un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e
infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio
stupenda,--qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo
si voleva ingannare.
E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non
era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non
voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un
colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la
esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto
precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la
fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.
Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti
di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al
tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle
mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e
seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non
voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera
provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma
non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli
non era men roseo o meno grasso del consueto.
--Vedremo,--egli diceva,--vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua
figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!
Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe
mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un
principio di consolazione.
--Non era degna di te!--dichiarava la signora Gianella ad Adolfo.--Forse
è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!
--Non era degna!--pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al
suicidio.--Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!
I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per
quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non
trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la
quale aveva respinto un così bel «partito». I più allegri furono i
colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando
seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò
l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia
del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di
molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo
di una «minestrina» che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò
ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.
--Perdio!--esclamò quest'ultimo.--Bisogna dire ch'egli avesse ragione,
perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente
davvero!
Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli
impiegati della Banca.
VII.
Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza
pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un
dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano.
Tutto era bello.
Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda,
che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa
divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato
con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e
seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce
levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in
silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere
troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.
Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto,
che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa,
dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era
ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da
Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per
mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non
un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che
la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le
notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e
a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non
faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva
leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia
tornasse, che la solitudine finisse.
Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a
recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a
Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare
mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in
cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla
mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse
più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse
ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla,
come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.
Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò
intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.
Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento
lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la
padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle
sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.
--Lasci, lasci, signora contessa,--ella pregò con la voce forte e
melata.--Mi permetta che le presti io....
Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale,
gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora
contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì
per vincerla.
--Con questa gente bisogna andar cauti,--osservò poi, mentre si metteva
a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo.--Sono abituati coi
forestieri; ma noi siamo italiani....
Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:
--E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?
--Sì,--disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto
esprimeva ingenuamente una noia senza pari.
--Tornerà presto, si capisce,--seguitò la signora Clarice per conto
proprio.--Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello,
abbandonato in questo selvaggio paese.
--Oh il paese è magnifico!--rimbeccò la ragazza, offesa che si
criticasse ciò che piaceva a Filippo.
--Sì, ma in due lo si ammira meglio!--disse argutamente la signora
Clarice.
--Mi perdoni,--interruppe Loredana, salendo le scale.--Le manderò subito
ciò che mi ha prestato. La ringrazio....
--Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia
amica, come d'una mamma....
Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda.
Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la
madre sua, tanto buona?
Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.
Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore.
Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di «signora contessa» che le
facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un
significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.
Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a
fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in
lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a
guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli
occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione,
disponendola sulla tavola del salotto.
La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che
Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di
caffè, che udì battere all'uscio.
--Avanti!--disse.
E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente
e incerta.
--Mi perdoni, signora contessa,--cominciò questa, ferma sul
limitare.--Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di
scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella
povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo,
ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi
permette?
--Prego....--mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non
aveva ancora idea.
La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.
--Ah, molto ben messo, molto carino!--disse.--Come si sente la mano
della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei,
indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci
sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel
Caucaso....
Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva
che cosa dire e che cosa fare.
--Oh ecco il pianoforte!--esclamò la Teobaldi.--Lei suona il pianoforte?
--No,--rispose la fanciulla.
--Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a
parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me.
Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.
Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano
sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra
distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava
l'anello nuziale.
La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di
sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva
pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse
Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva
l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.
--Ah, lei canta!--disse.
Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col
laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono
sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.
--Canto per diletto, da povera vecchia,--seguitò malinconicamente.
S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte,
sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera,
mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.
--«Mon rêve»,--annunziò d'un tratto.--Il mio sogno!
Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli
preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia
lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da
capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa
aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli
arabeschi stampati del soffitto.
A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla
non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita
sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a
Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan
desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era?
Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col
cuore? E aveva visto la mamma sua?
Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito
e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i
riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla
passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo
sgabello, guardò la ragazza, e disse:
--Eh?...
--Canta molto bene,--rispose Loredana.
--No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?
--Bellissima.
--C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!
Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le
lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel «Mon
rêve» ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.
La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al
piano e cominciò un -galopp-.
--«Folletto!»--disse, enunziandone il titolo.--Le piace ballare?
La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo
e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il
ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.
Ma quel fracasso e la vista della donna che nell'ebbrezza di una danza
imaginaria dimenticava anche la presenza di lei, crebbero la tristezza
di Loredana; ella si alzò, fece cadere a bella posta il coltellino
delle frutta, smosse le sedie e riuscì ad interrompere la musica del
«Folletto», che già le pareva interminabile.
--Ho un po' di emicrania e desidero riposare,--disse alla Teobaldi, che
s'era rigirata sullo sgabello.--Spero che scuserà....
--L'emicrania! Ha l'emicrania e non me lo dice!--esclamò l'altra,
drizzandosi in piedi.--Vada, vada a riposare; io le porterò una boccetta
di sali, un rimedio infallibile.... Esco e torno subito....
--No!--disse Loredana bruscamente, atterrita dal nuovo supplizio che la
vecchia le minacciava.--Ho bisogno di stare sola. La ringrazio!
La Teobaldi guardò la fanciulla e capì che avrebbe insistito vanamente;
la voce l'aveva scossa, aveva sentito un fremito di sdegno e di
antipatia in quella che pareva la più docile e la più timida delle
ragazze.
--Va bene, va bene,--mormorò.--Buon riposo, dunque; sarà cosa da nulla.
Arrivederla, signora....
I suoi occhi cercarono istintivamente di nuovo la mano sinistra di
Loredana; e la vecchia non aggiunse «contessa».
Ma il supplizio della sua presenza, evitato pel momento, si rinnovò più
tardi, si rinnovò nei giorni successivi. La Teobaldi, non avendo
assolutamente nulla da fare, s'appiccicava alla giovane, l'accompagnava
alle Grotte, la seguiva sulla strada di Sirmione, veniva a coglierla
quando stava sola in giardino, si presentava in salotto chiedendo di
rievocare al piano qualche ballabile antico o qualche canzone della sua
giovinezza.
E parlava, parlava, parlava, in dialetto veronese, infaticabilmente;
parlava di sè, degli amici suoi, di Loredana, del conte, dei pescatori,
di gente del paese che la ragazza non conosceva affatto, dell'orario dei
piroscafi, dei trionfi del defunto Teobaldi tenore, dei vini e dei cibi
dell'albergo, dei dissapori tra l'oste e l'ostessa, della moda e della
cucina, della vita di Venezia, dell'amore antico e dell'amore moderno; e
di tutto a rifascio, senza nesso, passando dall'uno all'altro argomento
e non mutando mai voce....
Una volta domandò:
--Lei, quando si è sposata?
Loredana fremette e sentì che impallidiva; ebbe la tentazione di
rispondere seccamente, brutalmente: «Non sono sposata; non voglio
commedie!» Ma gliene mancò l'ardire, e balbettò, guardando in un angolo:
--Il mese scorso....
--A Venezia non è vero?--incalzò la Teobaldi.
Loredana non rispose.
Le due donne erano in giardino; la fanciulla sedeva sul parapetto,
fissando l'acqua verdastra del lago e i piccoli e i grossi pesci che
passavano aspettando qualche manciata di briciole; la vecchia, adagiata
in una poltroncina di vimini, lavorava all'uncinetto.
--Già,--disse, tanto per concludere qualche suo pensiero. Poi
aggiunse:--Io mi sono sposata a sedici anni, nel.... nel....
Ma non trovò subito una data decente, s'imbrogliò e corresse:
--Bei tempi! Si figuri ch'io era bionda come il grano, avevo un busto
così, un piedino così....
Loredana, senza badarle, raccolse un pugno di ghiaia e lo gettò nel
lago, scompigliando il corteo dei pesci.
VIII.
Arrivato a Venezia, Filippo si recò a palazzo Vagli.
Erano le cinque; sua madre riceveva.
Egli, indugiatosi un istante nella grande sala, nella quale non era
alcuno, udì le voci che provenivano dal salotto attiguo. Parlavano, a
volta a volta, sua sorella contessa Ada de Idris, la contessa Osvaldi,
la contessina Fioresi, e dall'acciottolìo di chicchere e di piattini si
comprendeva che le gentildonne stavano bevendo il tè.
Filippo era per ritirarsi e salire nel suo appartamento, allorchè la
contessina Fioresi, tutta vestita d'azzurro, uscì correndo dal salotto,
vide Filippo che s'era messo innanzi a uno specchio il quale occupava
intera una parete, e si mise a ridere.
--Colto in flagrante!--esclamò.--Si fa bello, qui, solo? Ma la contessa
Bianca ci annunciava poco fa che lei era in campagna....
--Dalla campagna non si può tornare?--disse Filippo, sorridendo e
stringendo la mano alla fanciulla dai capelli fulvi.
--Chi c'è? Chi c'è, Giselda?--chiesero più voci dal salotto.
--C'è Flopi che si arriccia i baffi!--rispose Giselda Fioresi; e ridendo
uscì per andare a prendere una cartella di musica.
--Davvero, Flopi?--esclamò la contessa Bianca, apparsa subito sul
limitare.
Ella era alta e magra, vestita di scuro; dal volto pallido spirava
un'aria di maestà e di dolcezza insieme; gli occhi castani avevano
sguardi placidi e dritti; la bocca ben disegnata, col labbro inferiore
un po' sporgente, sorrideva volontieri. Tutti i capelli della contessa
Bianca erano candidi come neve e un poco ondulati.
Filippo si chinò a baciarle la mano; ella lo baciò in fronte e gli
disse, presto, sottovoce:
--Che hai fatto? Che hai fatto?
Ma anche le altre signore apparvero sulla soglia, e Filippo si avanzò
per salutarle.
--Dove sei stato fino a oggi?--domandò la contessa Ada de Idris, ch'era
bionda e aveva una carnagione rosea delicatissima.
--In giro, sono stato,--rispose Filippo.--Avevo qualche cosa da sbrigare
a Milano e a Torino.
La contessa Osvaldi, piccoletta, irrequieta, bruna, diede in una risata;
ma Filippo non se ne curò, perchè quella rideva sempre.
Tornarono nel salotto, tappezzato di stoffa antica, giallina ad
arabeschi tenuemente rosei, che un raggio di sole, penetrando dal
balcone prospiciente il Canalazzo, sembrava cospargere d'una
imponderabile polvere d'oro.
Ada de Idris, ripreso un discorso interrotto dall'arrivo di Filippo,
parlò della campagna. Il conte de Idris era in campagna, e Ada doveva
raggiungerlo; poi sarebbero andati a Lucerna, dove l'anno prima s'erano
molto affaticati e punto divertiti.
--O perchè vi ritorni?--domandò Filippo, prendendo una tazza di tè dalle
mani di sua madre.
--Sai che Leopoldo non vuol campagne romantiche; odia le
-chaumières-....
--E anche -ton coeur-?--chiese sbadatamente la contessa Osvaldi.
Ma le chiacchiere furono interrotte di nuovo.
Entrò il conte Lombardi, alto e calvo, che, vedendo Filippo, fece un
gesto di piacevole maraviglia, andò a baciar la mano alle signore, e
disse:
--Tornato?... Io ti faceva così lontano!
--E perchè?--rispose Filippo.--L'ultima volta che ci siamo visti....
--Ma sì, alla stazione,--seguitò il conte Lombardi.--Mi sembravi
nervoso, allegro, inquieto....
Filippo, che stava in piedi presso un alto stipo di mogano a fregi d'oro
sbiadito, sentì gli sguardi di sua madre.
--Anzi,--continuò il Lombardi,--ti avevo invitato a pranzo, tu avevi
accettato, noi ti abbiamo atteso.... e ti rivedo ora, da quel giorno!
--Questa è grossa, Flopi!--disse Ada.
--Hai ragione; non so come scusarmi,--convenne Filippo, sorridendo, ma
noiato per quel ricordo.
--Ti dirò io come puoi essere scusato,--rispose il conte
Lombardi.--Vieni a pranzo da noi, domani. È detta?
--È detta!--ripetè Filippo, pensando che aveva sperato di ripartire
subito, ma che a quel secondo invito bisognava arrendersi.
--Ecco, benissimo,--osservò Ada de Idris.--Domani vai a pranzo da
Lombardi, e domani l'altro mi accompagni a Vittorio, da Leopoldo, e ti
fermi da noi.
--No, cara,--disse Filippo recisamente.--Ho da fare qui.
--Ha da fare a Venezia, in luglio!--esclamò la contessa Osvaldi,
ridendo.--Voi avete da fare a Milano, a Torino, a Venezia! Mi sembrate
un ministro....
--Anzi, la negazione d'un ministro,--corresse il conte Lombardi.--Un
ministro non ha mai da far nulla, in nessun paese del mondo!
Filippo non seguì oltre la conversazione; s'avvicinò a uno dei
poggiuoli, gettò un'occhiata distratta in Canalazzo, dove non passava
che una gondola lenta.
Quei discorsi, quegli accenni a persone e ad abitudini familiari, quelle
amiche, tutto lo noiava. All'infuori di sua madre, nessuno pareva
conoscere l'ultima scappata di lui; ma le poche parole scambiate in quei
brevi istanti, gli facevan comprendere che si sarebbe saputo tutto da
tutti, poco più tardi.
La sua vita, la vita a Venezia, tra quella società aristocratica tanto
esigua di numero, era troppo nota, confidenziale, metodica. Si svolgeva
sempre tra le medesime persone, che ripetevano, senz'accorgersi forse,
le medesime occupazioni, ogni anno, ogni giorno. Le donne erano strette
in gruppi; gli uomini erano stretti in gruppi; nulla poteva sfuggire in
quel circolo nel quale egli pure era chiuso da anni.
Giselda Fioresi gli passò daccanto col suo fascicolo di musica.
--Dunque,--ella disse.--È stato in campagna? Ora si ferma?
--Le pare?--rispose Filippo.--Fermarmi a Venezia? Credo che la mamma
parta a giorni; e io rimarrei qui solo?
--Allora accompagna la mamma, come sempre?...
Come sempre! Egli guardò la fanciulla, che gli stava innanzi, col suo
fascicolo sotto l'ascella, il busto eretto, i capelli fulvi arruffati
sulla fronte. Era graziosa; gli occhi avevano qualche lampo di malizia,
e la bocca, schiudendosi, mostrava bei denti.
Filippo si mise a ridere.
--Come sempre?--ripetè.--Io vorrei invece quest'anno far qualche cosa di
diverso.
--Ah, bene!--esclamò Giselda.--Allora al Polo Nord, in cerca
d'avventure.
--Già, in cerca d'avventure!--mormorò Filippo.
--Mi dispiace. Speravo vederla in campagna!
Filippo s'inchinò leggermente.
--Lei è molto gentile. Ma, le avventure? Le avventure a San Donà?
La fanciulla scosse la testa, lo guardò un attimo, rise con gli occhi:
--Eh, siamo d'accordo!--disse.--Se ha intenzione di fare il matto, San
Donà non le conviene. Mi dispiace, ripeto!
Veramente non sapeva nemmen lei, Giselda, perchè la partenza di Filippo
le spiacesse, e non sapeva perchè andasse ripetendoglielo; ma la vita di
quell'uomo aveva il curioso potere di irritarla, a quando a quando.
Avrebbe voluto mettersi a cavalcioni d'una sedia, accendere una
sigaretta e udirlo raccontare ciò che faceva e ciò che pensava.
L'ignoranza alla quale era costretta, la pungeva continuamente.
--Bene,--concluse.--Buone avventure, dunque!
--Ma no; non vorrei che desse alle mie parole un significato che non
hanno. Intendo fare un piccolo viaggio, ecco tutto!--spiegò Filippo.
--E a me lo racconta?--esclamò Giselda, allontanandosi.
--Che originale!--pensò Filippo con un sorriso, mentre la seguiva con
gli occhi.
Ella andò a parlare con la contessa Bianca.
--La ringrazio,--disse, mostrando il fascicolo di musica.--Fra un paio
di giorni glielo rendo!
--Ma non importa, bambina!--esclamò la contessa Bianca ridendo.--Fra un
paio di giorni io sarò già forse in campagna.
--Sola; perchè Filippo va a fare un viaggio. Al Polo Nord, mi ha
detto....
La contessa lanciò un'occhiata interrogativa a suo figlio, che finse di
non vedere e di non comprendere.
Ma quando le dame e il conte Lombardi si congedarono, verso le sette,
Filippo si avvicinò a sua madre, le baciò di nuovo la mano sorridendo, e
disse:
--Ebbene, mamma, so che tu sei inquieta....
--Sono sdegnata, Flopi,--rispose la contessa Bianca, severamente, pur
non potendo abbandonare il diminutivo col quale sempre aveva chiamato il
figliuolo.--Sono sdegnata per quello che so e per quello che si dice....
--Quanto a quello che si dice,--osservò Filippo,--non è il caso di
curarsene; a Venezia si dice sempre qualche cosa di qualcuno, per ozio e
per abitudine. Quanto a quello che sai....
--È questo!--interruppe la contessa, con gli occhi vivi di luce,
fissando il figlio.--Tu hai fatto fuggire di casa una onesta ragazza e
te la sei portata via; con quale coscienza, con quale diritto? Che ne
farai, quando il vergognoso capriccio sarà sazio e non potrai più
mentire? Mi spaventa l'idea che tu sia di quelli i quali, per un istante
di concupiscenza, osano spezzar la vita d'una donna e abbandonarla a un
destino orrendo; e mi sembra anche ridicolo che tu, a trentasei anni,
non sappia calcolar l'importanza delle tue azioni e non veda dove tu
vai....
Filippo, ch'era seduto in una poltroncina assai bassa, quasi alle
ginocchia di sua madre, la guardò più inquieto per la verità semplice e
logica delle sue parole, che non per lo sdegno onde s'era imporporato il
bel viso pallido di lei.
--Bisogna conoscere gli ambienti,--egli osservò.
--Gli ambienti?--ripetè la contessa.--C'è dunque un ambiente nel quale
tu abbia il diritto di non essere onesto? Se questo ambiente esiste, un
gentiluomo non deve mettervi piede.
--E dàlli!--esclamò Filippo, allungando la mano fino a togliere da un
tavolino un astuccio, e accendendo una sigaretta.--Tu sei rigida come la
matematica! Non ti dico che io abbia il diritto di essere disonesto; ti
dico che ogni colpa ha le sue attenuanti.
La contessa si alzò, passeggiò lentamente pel salotto, a capo chino,
meditando; e dopo un istante di silenzio, disse:
--Forse noi non ci comprendiamo. Tu credi che io voglia ascoltare le
attenuanti della tua colpa per giudicarti. No, di questo non mi occupo,
perchè le tue attenuanti non mi commoverebbero, e la colpa è, in ogni
caso, alla tua età, nella tua posizione, imperdonabile ed enorme.
Fece una pausa; sedette di nuovo, sopra un divano, all'altro angolo del
salotto. La luce morente che entrava dai poggiuoli aperti illuminò i bei
capelli candidi della signora e il viso un po' roseo per l'interna
agitazione; c'era in quella donna forte ancor qualche cosa di giovane e
di fresco, una purezza di linea e d'espressione, che pareva riflettere
la purezza del sentimento e del pensiero. Nei suoi occhi non era mai
passata un'ombra.
Soggiunse:
--Ma è di lei, capisci? che io mi preoccupo! Di quella, giovinetta, di
quella illusa, di quella tua vittima, io voglio sapere. Che ne farai? È
spaventevole pensare che tu non abbia il concetto giusto della vita....
Filippo, che stava scuotendo la cenere della sigaretta in un piattino
d'argento, alzò la testa.
--No, tu non sai, ancora oggi, che cosa sia la vita, perchè non sai che
valga una creatura di Dio. Credi che quella fanciulla sia nata pel tuo
piacere, che il suo corpo, la sua anima, la sua intelligenza, i suoi
sentimenti, le sue speranze, i suoi sogni giovanili, tutto quanto è più
misterioso, più delicato, più nobile ed alto in una creatura umana,
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