Aveva appena finito di fare questo tremendo giuramento, che da un
cascinale lontano, dal tetto di tegoli rossi, partì il canto di un
gallo.
Il fantasma emise un riso prolungato, lento, amaro ed attese.
Attese un'ora, poi un'altra, ma non si sa per quali misteriose ragioni,
il gallo non cantò più.
Finalmente, verso le sette e mezzo, l'arrivo delle cameriere lo
costrinse a lasciare la sua fazione.
Rientrò nel suo asilo con fiero passo, pensando al suo inutile
giuramento ed al suo inutile e mancato progetto.
Quando vi giunse, consultò varie opere dell'antica cavalleria, la cui
lettura l'interessava enormemente, e vi lesse che Chanteclair aveva
sempre cantato due volte quando si era ricorso a quel giuramento.
-- Che il diavolo porti via questo stupidissimo animale -- mormorò egli.
Nel tempo passato sarei corso su lui con la mia buona lancia e gli
avrei passato la gola e l'avrei forzato a cantare un'altra volta per
me, avesse anche dovuto crepare...
Ciò detto, si ritirò in una comoda bara di piombo e vi rimase sino alla
sera.
IV.
Il giorno seguente il fantasma si sentiva debole e stanchissimo: le
terribili agitazioni delle ultime quattro settimane, cominciavano a
produrre su di lui il loro effetto.
Il suo sistema nervoso era completamente disordinato, e il minimo
rumore bastava a farlo trasalire.
Non uscì più dalla sua camera per cinque giorni e finì col decidersi di
non più curarsi della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca.
Dal momento che la famiglia Otis non la voleva, significava che non la
meritava; questo era chiaro.
Quella gente apparteneva evidentemente ad una razza inferiore, incapace
di apprezzare il valore simbolico di fenomeni sensibili.
Le apparizioni dei fantasmi, lo sviluppo di astrali, tuttociò era per
essi incomprensibile, non alla portata delle loro intelligenze.
Rimaneva quindi suo stretto dovere farsi vedere nel corridoio una volta
la settimana, e di gesticolare dalla finestra ogivale, il primo e il
terzo mercoledì d'ogni mese: non trovava nessuna ragione plausibile per
sottrarsi a tale obbligo.
In verità, la sua vita era stata molto colpevole, ma però egli era
coscienziosissimo in tutto quello che riguardava il soprannaturale; e
così i tre sabati successivi traversò, come al solito, il corridoio,
fra mezzanotte e le tre del mattino, prendendo tutte le possibili
precauzioni per non essere veduto nè sentito.
Si levava gli stivali, camminava il più leggermente che gli fosse
possibile sopra le vecchie tavole tarlate, s'involtava in un grande
mantello di velluto nero e non dimenticava di ungere col grasso -Soleil
Levant- le sue catene.
Solo dopo lunghe esitazioni egli si era deciso ad adottare questo mezzo
di protezione.
Una sera, mentre la famiglia pranzava, egli si era insinuato nella
camera da letto della signora Otis e ne aveva rubato una boccetta.
Al primo momento si era sentito umiliato, ma poi aveva dovuto
persuadersi che quella invenzione meritava i maggiori elogi e che
cooperava in un certo modo a favorire i suoi piani.
Non trascuravano frattanto gli Otis di mettere attraverso il corridoio
delle corde perchè egli potesse inciampare, nel buio, e una volta
infatti, dopo che egli si era vestito per la parte di «Isacco il Nero
o il Cacciatore del bosco di Hogsbery», era caduto per aver messo il
piede sopra delle tavole insaponate, poste dai due gemelli sulla soglia
della camera delle tappezzerie ed al principio della scala di quercia.
Quest'ultimo affronto lo mise in furore tale che risolvette di fare
uno sforzo supremo per imporre la sua dignità e riaffermare la sua
posizione sociale.
Si decise quindi di far visita la notte seguente agli insolenti giovani
Etoniani nella sua celebre parte di «Ruperto il Temerario o il Conte
senza testa».
Non si era più mostrato da settanta anni sotto tale travestimento,
e cioè dalla volta in cui aveva fatto una tal paura a lady Barbara
Modish, che essa aveva ritirata la sua promessa di matrimonio al nonno
dell'attuale lord Canterville, ed era fuggita a Gretna-Green con il
bel Giacomo Casteltown, giurando che per nessuna cosa al mondo avrebbe
più consentito di allearsi ad una famiglia che tollerava ad un orribile
fantasma di passeggiare al crepuscolo sulla terrazza del castello.
Il povero Giacomo era stato in seguito ucciso in duello da lord
Canterville sul prato di Wandsworth, e lady Barbara era morta di dolore
a Tunbridge Wells, prima della fine dell'anno.
Il suo successo non avrebbe quindi potuto essere più bello e più
completo.
Se mi è permesso di usare un termine teatrale parlando di uno dei
più grandi misteri del mondo soprannaturale, o un termine scientifico
parlando del mondo superiore alla natura, devo dire che era una delle
sue creazioni più difficili. Gli occorsero tre ore buone per terminare
i preparativi.
Gli stivaloni alla scudiera, facenti parte del costume, erano invero
un po' troppo larghi per lui e delle pistole da arcione non riuscì a
trovarne che una; ma insomma fu soddisfattissimo e alle una e un quarto
passò attraverso il muro e scese nel corridoio.
Giunto presso la camera occupata dai gemelli, che io chiamerò la camera
turchina dal colore delle tappezzerie, trovò la porta socchiusa.
Per fare un'entrata di grande effetto, spinse con forza l'uscio, e
stava per entrare, quando una pesante brocca piena d'acqua si rovesciò
su di lui, inzuppandolo fin dentro le ossa; nello stesso tempo scoppi
di risa soffocate partirono dal letto su cui sovrastava un grande
baldacchino.
Il suo sistema nervoso ne rimase così vivamente scosso, ch'egli rientrò
ne' suoi appartamenti a gambe levate e l'indomani dovè rimanere a letto
per un forte raffreddore.
La sola consolazione che provò, fu di non aver portato seco la sua
testa, perchè in tal caso le conseguenze sarebbero state assai più
gravi.
Dimessa ormai ogni speranza di poter terrorizzare quella terribile
famiglia americana, si limitò allora a percorrere il corridoio con
scarpe di corda, col collo avvolto in una grossa cravatta, per timore
delle correnti d'aria e munito sempre di un piccolo archibugio in caso
di attacco da parte dei gemelli.
Il diciannove settembre ebbe il colpo di grazia.
Egli era disceso per la scala, fin nel vestibolo, sicuro che almeno
in quel luogo non sarebbe stato tormentato, e si divertiva a fare
delle osservazioni satiriche sopra le fotografie del ministro degli
Stati Uniti e di sua moglie, fotografie che avevano preso il posto dei
ritratti della famiglia dei Canterville.
Indossava un costume semplicissimo, ma decente, un lungo sudario
cosparso di musco di cimitero, e teneva in mano una piccola lanterna
e una vanga da becchino, alla guisa di «Giovanni il dissoterrato o il
ladro di cadaveri di Chertsey Barw», una delle parti più famose, di cui
i Canterville avevano ragione di ricordarsi maggiormente, perchè era
stata la vera causa della loro querela col vicino lord Rufford.
E, così travestito, circa le due del mattino, si dirigeva
tranquillamente verso la biblioteca, per vedere ciò che ancora rimaneva
della macchia di sangue, quando a un tratto vide balzare contro di lui,
da un angolo scuro, due figurine che agitavano follemente le braccia
sopra la loro testa e gli gridavano negli occhi:
-- Buum!
Preso da panico, -- il che era naturale in quella circostanza, -- si
precipitò allora verso la scala, ma subito fu arrestato dalla vista di
Washington Otis che lo attendeva armato di un grande annaffiatoio da
giardino; circondato da ogni parte da nemici, e ridotto agli estremi,
non gli rimaneva che dileguarsi nella grande stufa di ghisa che, per
fortuna, non era accesa, e così fece, aprendosi un passaggio fino al
suo ritiro, attraverso i tubi e le cappe dei camini.
Vi giunse in uno stato di compassionevole disperazione; e da quel
momento non lo si rivide più in spedizione notturna.
I due gemelli si misero mille volte in agguato, onde sorprenderlo;
seminarono nel corridoio gusci di noce tutte le sere con grande noia
dei loro genitori e dei domestici, ma tutto invano.
L'amor proprio del fantasma era così profondamente ferito ch'egli non
volle più farsi vedere. Dato ciò, il signor Otis, si rimise a lavorare
alla sua grande opera sulla storia del partito democratico, opera cui
accudiva da oltre tre anni.
La signora Otis, da parte sua, organizzò uno straordinario manicaretto
americano, il -clan-cake-, che fece epoca in tutto il paese; i
ragazzi si dettero al gioco dell'-écarté-, del -poker- ed altri svaghi
americani; e Virginia cominciò a fare lunghe passeggiate a cavallo per
i boschi in compagnia del giovane duca di Creshire, venuto a passare
l'ultima settimana di vacanze a Canterville.
Tutti ormai ritenevano che il fantasma fosse scomparso ed anzi
il ministro scrisse a lord Canterville una lettera per informarlo
della cosa, e ricevette in risposta un'altra lettera dove questo
gli esprimeva tutto il piacere che gli aveva procurato tale notizia
e mandava le sue più sincere felicitazioni alla degna consorte del
ministro.
Ma gli Otis s'ingannavano.
Il fantasma era sempre nella casa, e, benchè ridotto male, non si
sentiva affatto disposto a farla finita, ora sopratutto che sapeva
trovarsi nel numero degli ospiti il giovane duca di Cheshire, un
prozio del quale, lord Francesco Silton, aveva una volta scommesso col
colonnello Carbury di giuocare ai dadi col fantasma di Canterville
e l'indomani era stato trovato sul pavimento della sala da giuoco,
paralizzato.
L'infelice, malgrado fosse vissuto ancora molti anni, non aveva mai più
pronunziato altra frase che questa:
-- Doppio sei!
La storia era molto nota a suo tempo, benchè, in riguardo ai sentimenti
che univano le due nobili famiglie, si fosse fatto di tutto per
metterla in tacere: anzi, un racconto particolareggiato di essa, si
trova nel terzo volume delle «Memorie di lord Tattle sul principe
reggente ed i suoi amici».
Il fantasma desiderava dunque di provare ch'egli non aveva perduta la
sua influenza sui Silton, coi quali del resto era parente per alleanza,
avendo una sua cugina germana sposato in seconde nozze il signor di
Bulkeley, del quale erano discesi, com'è noto, in linea diretta i duchi
di Cheshire.
Fece quindi i suoi preparativi per mostrarsi al piccolo innamorato
di Virginia, nella famosa parte del «Monaco Vampiro, o il Benedettino
svenato».
Si trattava di uno spettacolo terribile: infatti la vecchia lady
Startuy, quando l'aveva veduto rappresentare, alla vigilia del nuovo
anno 1764, si era messa ad urlare perdutamente ed aveva finito per
esser colta da un violento attacco di apoplessia, per cui era morta in
capo a tre giorni, dopo aver diseredato i Canterville e lasciato tutto
il patrimonio al suo farmacista di Londra.
Ma, all'ultimo momento, il terrore che gli incutevano i due gemelli,
gli impedì di uscire dalla sua stanza, e per quella notte il piccolo
duca dormì tranquillo nel gran letto a baldacchino, coperto di piume,
sognando Virginia.
V.
Pochi giorni dopo, Virginia e il suo innamorato dai capelli ricciuti
si recarono a fare una passeggiata a cavallo nei prati di Brockley,
e Virginia si produsse nel saltare una siepe un tale strappo alla
sua Amazzone, che, rientrando in casa, pensò di prendere la scala
posteriore per non essere veduta.
Mentre passava correndo davanti alla camera delle tappezzerie, la
cui porta era aperta, credette vedervi qualcuno e, persuasa che
fosse la cameriera di sua madre, la quale era solita ritirarsi ivi a
lavorare, si arrestò per pregarla di raccomodare il suo abito; ma, con
grande sorpresa, si avvide di trovarsi invece davanti al fantasma di
Canterville in persona.
Stava questi seduto presso la finestra a contemplare gli alberi che
ingiallivano e le foglie arrossate, svolazzanti nel grande viale.
Aveva la testa appoggiata alla mano, e tutto il suo atteggiamento
rivelava una profonda desolazione.
Il poveretto era così abbattuto, così demolito, che la piccola
Virginia, anzichè cedere ad un istintivo sentimento di paura e correre
a chiudersi nella sua camera, fu presa da compassione e volle provarsi
a consolarlo. Si avvicinò a lui in punta di piedi, così lievemente, che
egli sprofondato nella sua tristezza, non si accorse della sua presenza
se non quando la fanciulla gli volse la parola.
-- Sono addolorata per voi, -- disse; -- ma i miei fratelli torneranno
domani a Eton; se dunque vi condurrete bene, nessuno vi tormenterà più.
-- È assurdo domandare di condurmi bene, -- rispose il fantasma,
guardando con aria stupita la fanciulla che aveva avuto il coraggio di
rivolgergli la parola. -- È assolutamente assurdo, bisogna che scuota
le mie catene, che grugnisca dai buchi delle serrature, che cammini
la notte, che faccia tutto ciò che voi chiamate condursi male.... È
l'unica mia ragione di essere.
-- Non è affatto una buona ragione di essere; e siete stato ben cattivo,
sapete! Mistress Umney ci ha detto, lo stesso giorno del nostro arrivo,
che avete ucciso vostra moglie.
-- Sì, ne convengo, -- rispose storditamente il fantasma, -- ma fu un
affare di famiglia e non riguarda che me.
-- È sempre un delitto ammazzare una persona, -- sentenziò Virginia che
prendeva alle volte una graziosa piccola aria di gravità puritana,
ereditata certo da qualche avo venuto dalla Nuova Inghilterra.
-- Oh, io non posso soffrire la moralità a parole.... Mia moglie era
molto brutta, non stirava mai convenientemente i miei polsini e non
s'intendeva affatto di cucina. Ascoltate: un giorno avevo ucciso
un magnifico cervo maschio di due anni nei boschi di Hogley; non
indovinereste mai come lo cucinò!.... Ma lasciamo questo tema: è affare
finito, ormai, e trovo che non fu giusto da parte dei suoi fratelli
farmi morire di fame perchè l'avevo uccisa.
-- Farvi morire di fame?... Oh! Signor fantasma.... signor Simone,
volevo dire, avreste per caso ancora fame? Ho un sandwich nel mio
cestino.... vi piace?
-- No, grazie, ora non mangio più; ma è molto gentile da parte vostra
l'offerta. Voi siete più cortese di tutti gli altri della vostra
famiglia, ch'è volgare, rozza, disonesta....
-- Basta! -- gridò Virginia battendo il piede. -- Siete voi ora rozzo,
villano e volgare! quanto a disonestà, voi sapete bene di aver rubato
i colori della mia scatola per rifare quella ridicola macchia di
sangue nella biblioteca. Avete cominciato col prendermi tutti i rossi,
compreso il vermiglione, di modo che mi è impossibile ora dipingere i
tramonti. Poi avete preso il verde smeraldo e il giallo; infine non mi
è restato altro che l'indaco e il bianco di Cina. Non ho potuto più
dipingere che chiari di luna, i quali fanno sempre pietà a vederli
e sono difficili a dipingersi. Non ho mai detto nulla contro di voi,
benchè sia stata molto seccata e tutto questo per una cosa ridicola. Si
è mai visto del sangue verde smeraldo?
-- Vediamo, -- disse il fantasma molto cortesemente, -- come potevo
io fare? È difficile al giorno d'oggi procurarsi del vero sangue, e
poichè vostro fratello adoperava lo smacchiatore incomparabile, non
vedo perchè non avrei dovuto impiegare i vostri colori per resistere
a quello. Quanto alla tinta, è questione di gusto: così i Canterville,
per esempio, sono del sangue più turchino che vi sia in Inghilterra....
Ma so che voialtri americani non tenete conto di queste cose....
-- Che ne sapete voi? quello che potete fare di meglio ormai è di
emigrare: ciò vi formerà lo spirito.
Mio padre sarà ben contento di farvi dare un biglietto gratuito e,
benchè vi siano dei diritti di dazio molto alti per tutti gli spiriti,
non vi saranno fatte difficoltà alla dogana; tutti gli impiegati sono
democratici. Giunto a New York, voi potreste avere un grande successo:
conosco molta gente che darebbe centomila dollari per avere un avo e
che darebbe assai di più per avere un fantasma in famiglia.
-- Io, invece, sono persuaso, che non mi troverei bene in America.
-- Forse perchè non abbiamo delle rovine, delle cose strane? -- chiese
ironicamente Virginia.
-- Non avete rovine! Non cose strane! Ma avete bene la vostra marina e i
vostri modi.
-- Buona sera, vado a chiedere a mio padre di accordare una settimana di
più di vacanze ai miei due fratelli gemelli.
-- Vi prego, miss Virginia, non ve ne andate, sono così solo, così
infelice.... non so più come tirare avanti; vorrei andare a coricarmi e
non lo posso.
-- E perchè no? Non avete che a mettervi a letto e spegnere il lume.
Spesso è difficile restare svegli, specialmente in chiesa; ma non è
difficile affatto dormire.
-- Sono trecento anni che non posso dormire!
Questa triste esclamazione fece sgranare i begli occhi celesti di
Virginia.
-- Sono trecento anni che non dormo e mi sento tanto, tanto stanco!
-- ripetè il fantasma. Virginia divenne grave e le sue labbra fini si
agitarono come petali di rosa. Si avvicinò, s'inginocchiò accanto a lui
e ne contemplò la figura vecchia e grinzosa.
-- Povero, povero fantasma, -- mormorò; -- non vi è dunque un posto dove
possiate dormire?
-- Sì, ma lontano, al di là del bosco di pini, rispose egli con un fil
di voce, come in sogno. Vi è un piccolo giardino, dove l'erba cresce
alta e rigogliosa; colà si vedono le grandi stelle bianche della
cicuta; là l'usignolo canta tutta la notte; tutta la notte canta, e la
luna di cristallo opaco guarda, e il salcio stende le sue gigantesche
braccia sopra i dormienti.
Gli occhi di Virginia si velarono di lacrime; dovè nascondere la faccia
nelle mani.
-- Voi intendete parlare del Giardino della Morte, -- mormorò essa.
-- Sì, della Morte. Deve essere così bello riposare nella molle scura
terra, mentre le erbe ondeggiano sulla propria testa e ascoltare il
silenzio! Non aver più nè ieri, nè domani; scordare il tempo e la vita;
esistere nella pace eterna! Voi potreste aiutarmi, potreste aprirmi,
spalancarmi le porte della morte, perchè l'amore vi accompagna sempre;
l'amore è più forte della morte.
Virginia tremò; un fremito ghiacciato percorse il suo corpo; per
qualche istante regnò nella stanza un profondo silenzio. Le sembrò di
fare un terribile sogno.
Allora il fantasma riprese la parola, con una voce che sembrava il
sospiro del vento:
-- Avete mai letta la vecchia profezia scritta sui vetri della
biblioteca?
-- Oh! spesso. La conosco a memoria; essa è dipinta con lettere strane,
dorate, difficili a leggersi; non sono che sei versi:
«Quando una bionda giovinetta saprà richiamare sulle labbra del
peccatore la preghiera; quando il mandorlo sterile fiorirà e un
fanciulla piangerà, allora in tutta la casa ritornerà la calma, e la
pace rientrerà in Canterville...».
Ma non so che significhi....
-- Significa che voi dovete piangere con me sopra i miei peccati,
perchè io non ho lacrime; che dovete pregare con me per la mia anima,
perchè io non ho fede; e allora, se sarete stata sempre dolce, buona e
amorevole, l'angelo della Morte avrà pietà di me.
Voi vedrete esseri terribili nelle tenebre e voci funeste mormoreranno
alle vostre orecchie, ma non potranno farvi nessun male, perchè contro
la purezza di una fanciulla le potenze dell'inferno nulla possono.
Virginia non rispose e il fantasma si torse le mani nella violenza
della sua disperazione, guardando la bionda testa che si inchinava.
Ad un tratto, essa si riaddrizzò, pallidissima e con uno strano
luccicchio negli occhi:
-- Non ho paura, -- disse con voce ferma, -- e domanderò all'angelo di
aver pietà di voi.
Il fantasma si levò dal suo sedile, mandando un grido di gioia, prese
la testa bionda fra le sue mani, con una grazia che ricordava i tempi
passati, e la baciò. Le sue dita erano fredde come il ghiaccio e le
sue labbra bruciavano come il fuoco; ma Virginia restò forte ed egli le
fece traversare la camera scura.
Sulla tappezzeria, di un verde sbiadito, erano ricamati piccoli
cacciatori che soffiavano nei loro corni ornati di frangie e con le
loro piccole mani le facevano segno di retrocedere.
-- Ritorna sui tuoi passi, piccola Virginia. Vattene! vattene! vattene!
-- gridavano essi.
Ma il fantasma le serrava più forte la mano ed essa chiuse gli occhi
per non vederli.
Degli orribili animali, con la coda di lucertola, con gli occhi grossi
e sporgenti, ammiccavano dagli angoli del camino e le dicevano a voce
bassa:
-- Fa attenzione, piccola Virginia! Guardati! Potremmo anche non più
rivederti....
Ma il fantasma affrettò il passo e Virginia non diede ascolto.
Quando furono in fondo alla stanza, egli si arrestò e mormorò qualche
parola che la fanciulla non comprese.
Riaprì gli occhi e vide il muro svanire lentamente, come nebbia, e
aprirsi davanti a lei una nera caverna. Un forte vento ghiacciato
l'avvolse ed ella sentì che le tiravano la veste.
-- Presto! presto! gridò il fantasma, -- o sarà troppo tardi.
Allo stesso tempo, il muro si richiuse dietro di loro e la camera della
tappezzeria restò vuota.
VI.
Trascorsi appena due minuti, la campana suonò per il thè e Virginia non
comparve. La signora Otis mandò un domestico a cercarla e questi non
tardò a tornare dicendo che non aveva potuto trovare in nessuno posto
miss Virginia.
La signora Otis, sapendo che la figlia aveva l'abitudine di andare
tutte le sere in giardino a cogliere i fiori per il pranzo, non ne fu
inquieta; ma quando suonarono le sei e Virginia non comparve, cominciò
ad allarmarsi ed inviò i ragazzi a ricercarla, mentre essa e il marito
visitarono tutte le camere del castello.
Alle sei e mezzo i gemelli tornarono dicendo che non avevano trovata
traccia della loro sorella. A tale notizia tutti divennero inquieti;
pensavano al da farsi, quando il signor Otis si ricordò ad un tratto
che pochi giorni prima egli aveva dato il permesso ad una banda di
zingari di accampare nel parco del castello.
Partì subito per Blackfell-Holln, accompagnato dal suo primogenito e
da due contadini. Il duca di Cheshire, pazzo per l'agitazione, chiese
con insistenza di unirsi a lui, ma il signor Otis rifiutò temendo
una zuffa. Quando però giunse al posto dell'accampamento, vide che
gli zingari erano partiti precipitosamente: il fuoco ardeva ancora e
sull'erba restavano delle scodelle.
Dopo aver mandato Washington e i due uomini a frugare la campagna
circostante, il signor Otis si affrettò a far ritorno alla villa per
spedire telegrammi a tutti gli ispettori di polizia della contea,
pregandoli di ricercare una giovinetta che era stata rapita da
vagabondi o da zingari.
Fatto questo, si fece preparare il cavallo e, dopo aver insistito
perchè sua moglie e i suoi tre figli si mettessero a tavola, partì
col palafreniere per la strada di Ascot. Aveva fatto appena due miglia
che sentì galoppare dietro di sè; si voltò e vide il piccolo duca che
giungeva sopra un poney, tutto rosso in volto e col capo scoperto.
-- Ne sono proprio dolente, -- disse il giovane con voce ansante, -- ma
mi è impossibile di mangiare finchè non si sia ritrovata Virginia. Vi
prego di non adirarvi con me. Se ci aveste permesso l'anno scorso di
sposarci, questo fatto non sarebbe avvenuto. Non mi rimandate indietro,
ve ne prego, perchè non lo potrei, nè lo vorrei.
Il ministro non potè trattenersi dall'indirizzare un sorriso a
quel giovanotto bello e sventato. Come non rimanere commosso per la
devozione che egli dimostrava a Virginia! Si curvò quindi sul cavallo,
posò una mano sulla spalla del duca, affettuosamente, e disse:
-- Ebbene, Cecilio, dal momento che ci tenete tanto, bisognerà bene che
vi consenta di seguirmi; ma sarà necessario che vi trovi appena giunto
ad Ascot un cappello....
-- Al diavolo il cappello! È Virginia che io voglio trovare! -- esclamò
il piccolo duca ridendo.
Si rimisero al galoppo e presto ebbero raggiunto la stazione
ferroviaria, dove chiesero al capo se era stata vista sulla banchina
della partenza una fanciulla che rispondesse ai connotati di Virginia;
ma invano. Il capostazione inviò subito telegrammi a tutte le stazioni
lungo la linea e promise di esercitare una sorveglianza rigorosa.
Dopo ciò, comprato un cappello per il piccolo duca da un mercante di
novità che stava per chiudere la sua bottega, il ministro Otis proseguì
per Bescbey, villaggio posto quattro miglia più distante, che gli era
stato detto essere frequentato dagli zingari. Fatta levare dal letto
la guardia campestre, questa non potè dare nessun schiarimento e così,
dopo aver traversato la piazza del villaggio, i due cavalieri ripresero
la strada di corsa e arrivarono a Canterville alle 11, col corpo
spezzato dalla fatica e il cuore dall'inquietudine.
Giunti, trovarono Washington e i gemelli che li aspettavano al cancello
con delle lanterne, il viale essendo scurissimo.
Nessuno aveva trovato traccia di Virginia. Gli zingari erano stati
raggiunti nei prati di Brockley, ma la fanciulla non era con loro. Essi
avevano spiegato la ragione della loro partenza precipitata dicendo
che si erano sbagliati sulla data della fiera di Charton e che la paura
di non giungere in tempo li aveva obbligati ad affrettarsi. Inoltre si
erano mostrati desolatissimi della scomparsa della figlia del ministro,
il quale aveva loro accordato di accampare nel suo parco.
Purtroppo Virginia era perduta, almeno per quella notte, e fu con
profondo accasciamento che il padre e i giovani rientrarono in casa,
seguiti dal palafreniere che conduceva a mano il cavallo e il poney.
Nel vestibolo trovarono riuniti tutti i domestici spaventati.
La povera signora era stesa su un divano, nella biblioteca, quasi pazza
dal dolore, e la vecchia governante le inumidiva la fronte, con acqua
di Colonia.
Il ministro volle che essa mangiasse qualche cosa e fece servire la
cena per tutti: ma tutti erano muti e i gemelli stessi, sempre vivaci,
erano tristi e taciturni per la scomparsa dell'adorata sorellina.
Finita la cena, nonostante le preghiere del piccolo duca, il
signor Otis volle che tutti andassero a coricarsi, affermando che
non c'era nulla da fare per quella notte, e che il mattino dopo
avrebbe telegrafato a Scotland-jard perchè fosse subito posto a loro
disposizione qualche bravo agente.
Al momento in cui tutti uscivano dalla stanza da pranzo, l'orologio
della torre suonò mezzanotte e appena le vibrazioni dell'ultimo tocco
si spensero, fu inteso un rumore seguito da un grido acuto. Un tremendo
colpo di tuono scosse la casa; una musica celeste risuonò nell'aria;
un pezzo di muro si staccò rumorosamente in cima alle scale, e sul
pianerottolo apparve Virginia, pallida, quasi bianca, con una piccola
scatola in mano. Tutti si precipitarono verso di lei; la madre se la
strinse appassionatamente al cuore; il piccolo duca la soffocò sotto i
suoi baci e i gemelli eseguirono un selvaggio ballo di guerra intorno
al gruppo.
-- Gran Dio! figlia mia dove sei stata? -- chiese il padre con aria
burbera, persuaso che essa avesse voluto fare un brutto scherzo. --
Cecilio ed io abbiamo percorso tutta la campagna a cavallo per cercarti
e tua madre ha corso pericolo di morire di spavento. Non bisognerà far
mai più di tali scherzi!
-- Meno che col fantasma! -- gridarono i gemelli, continuando le loro
capriole.
-- Mia cara, grazia a Dio, eccoti ritrovata; non devi lasciarmi mai
più! -- mormorava la madre abbracciando la fanciulla, che tremava, e
lisciando i suoi capelli d'oro sparsi sulle spalle.
-- Papà, disse dolcemente Virginia, -- sono stata col fantasma; egli è
morto.... Vai a vederlo. È stato molto cattivo, ma si è sinceramente
pentito di tutto il male che ha fatto e, prima di morire, mi ha dato
questa scatola di gioielli.
Tutta la famiglia gettò su lei uno sguardo silenzioso e spaventato;
ma essa aveva il volto grave e serio. Muta si volse e li precedette
attraverso l'apertura fattasi nel muro, e li fece discendere per un
corridoio segreto. Washington seguiva con un candeliere acceso.
Giunti ad una gran porta di quercia ferrata con grossi chiodi, Virginia
la toccò, e quella girò sui grossi cardini. Apparve una stanza stretta
e bassa, col soffitto a volta e con uno spiraglio per finestra. Un
grande anello di ferro era attaccato nel muro e a questo anello era
incatenato un grande scheletro, steso tutto lungo sul pavimento e
che sembrava allungasse le sue scarne dita per arrivare ad un piatto
e una brocca di forma antica, posti in modo che egli non li potesse
toccare. La brocca doveva essere stata un tempo piena d'acqua, perchè
l'interiore era tutto verde di muffa e sul piano non rimaneva che della
polvere.
Virginia s'inginocchiò presso lo scheletro e giungendo le sue piccole
mani si mise pregare in silenzio, mentre la famiglia guardava con
stupore la scena terribile.
-- Oh! Oh! -- esclamò ad un tratto uno dei gemelli, che aveva gettato uno
sguardo alla finestra per cercare di capire in che parte della casa era
posta quella stanza. -- Oh! il vecchio mandorlo che era seccato è tutto
fiorito. Vedo benissimo i fiori al chiaro della luna....
-- Dio gli ha perdonato! -- disse gravemente Virginia alzandosi e la sua
fisonomia parve rischiarata da un vivo splendore.
-- Voi siete un angelo -- esclamò il duca, cingendola col braccio al
collo e baciandola.
VII.
Quattro giorni dopo questi strani avvenimenti, verso le undici di sera
un funebre corteggio usciva dal castello di Canterville.
Il carro era tirato da otto cavalli neri con la testa ornata di un
grosso pennacchio di penne di struzzo che ondeggiavano mollemente. La
bara di piombo era coperta da un ricco drappo scarlatto, sul quale
spiccavano, ricamate in oro, le armi dei Canterville. Ai lati del
carro camminavano a piedi i domestici, portando torcie accese. Tutta
questa processione era grandiosa e produceva profonda impressione.
Lord Canterville dirigeva le esequie; egli era venuto appositamente
dal paese di Galles per assistere alla sepoltura, e occupava la prima
vettura con la piccola Virginia; poi veniva il ministro degli Stati
Uniti e sua moglie; quindi Washington e i due ragazzi, nell'ultima
vettura stava la vecchia Umney.
Tutti avevano riconosciuto a lei il diritto di vedere scomparire per
sempre quel fantasma che l'aveva perseguitata per ben cinquant'anni.
Una profonda fossa era stata scavata in un angolo del cimitero,
precisamente in faccia alla siepe, e le ultime preci furono dette nel
modo più patetico dal reverendo Augusto Dampier.
Terminata la cerimonia, i domestici uniformandosi a un vecchio costume
nella famiglia Canterville spensero le loro torce.
Quando la bara fu calata nella fossa, Virginia si avanzò e vi pose
sopra una grande croce, fatta di fiori di mandorlo bianchi e rosei.
In quell'istante la luna uscì fuori dalle nuvole e inondò della sua
luce silenziosa e argentea il cimitero, mentre da un boschetto vicino
veniva il canto di un usignolo. Virginia ricordò allora la descrizione
che il fantasma aveva fatto del Giardino della Morte, e i suoi occhi si
empirono di lacrime.
L'indomani mattina, prima che lord Canterville partisse per la città,
il ministro s'intrattenne con lui a proposito dei gioielli dati dal
fantasma a Virginia, gioielli veramente magnifici, sopratutto una
collana di rubini, montati in stile veneziano, mirabile capolavoro del
sedicesimo secolo. L'insieme dei gioielli aveva un tale valore che il
signor Otis provava scrupolo a permettere che sua figlia li ritenesse.
-- Mylord, -- disse egli, -- so che in questo paese il diritto di
manomorta vale per i piccoli oggetti come per i terreni, ed è chiaro,
chiarissimo per me, che questi gioielli debbano rimanere a voi come
proprietà di famiglia. Vi prego quindi di portarli con voi a Londra e
di considerarli come parte della vostra eredità, restituitavi sia pure
in condizioni eccezionali. Quanto a mia figlia, essa è ancora fanciulla
e fino ad ora, sono superbo di dirlo, essa è poco attaccata a questi
gingilli di vanità.
Ho anche saputo da mia moglie, che è competente in cose artistiche,
avendo avuto la fortuna di passare varî inverni a Boston quando era
giovinetta, che queste pietre hanno un grande valore e che vendendole
frutterebbero una somma vistosa. Quindi, lord Canterville, voi
riconoscerete, ne sono sicuro, che è impossibile che io permetta di
lasciarle nelle mani di un membro della mia famiglia; d'altronde, poi,
tutti questi gingilli, giuocattoli, così appropriati, così necessari
alla aristocrazia britannica, sarebbero assolutamente fuori posto in
mezzo a persone allevate con severi principî e, posso proclamarlo, con
i principî immortali della semplicità repubblicana.
Oso confessarvi però che Virginia tiene molto allo scrigno contenente i
gioielli; le sarebbe caro conservarlo come ricordo degli errori e della
sventura del vostro avo.
Questo scrigno essendo antichissimo e per conseguenza molto sciupato,
mi sembra non abbia nessun valore.
Vi confesso anzi che sono molto stupito di vedere uno dei miei figli
mostrare dell'interessamento ad un oggetto dei tempi passati e non
saprei trovare altra spiegazione se non nel fatto che Virginia nacque
in uno dei vostri sobborghi di Londra, poco dopo il ritorno di mia
moglie da una escursione ad Atene.
Lord Canterville ascoltò senza interrompere, il discorso del degno
ministro, tirandosi di quando in quando i baffi grigi per nascondere
un involontario sorriso, e quando questi ebbe finito, gli strinse
cordialmente la mano e così rispose:
-- Mio caro signore, la vostra graziosa fanciulla ha reso all'infelice
mio avo un servizio grandissimo.
La mia famiglia ed io le siamo riconoscenti per il meraviglioso ardire
ed il sangue freddo di cui ella ha dato prova.
I gioielli le appartengono ed, in fede mia, sono convinto che se avessi
così poca riconoscenza da toglierglieli, il vecchio birbante sortirebbe
nuovamente dopo quindici giorni dalla sua tomba e mi renderebbe la vita
un'inferno. Quanto ad essere essi gioielli di famiglia, lo sarebbero
solo se fossero stati descritti come tali in un testamento, in un atto
legale, mentre l'esistenza di quei gioielli fu sempre ignorata. Vi
assicuro che sono tanto miei come del servo di casa.
Quando madamigella Virginia sarà grande, sarà incantata, oso
affermarlo, di essi; inoltre signor Otis, voi dimenticate di
aver comprato con la villa, anche il mobilio e il fantasma dietro
inventario. Dunque quello che ha appartenuto al fantasma è vostro.
Malgrado tutte le prove di attività che sir Simone ha dato di notte
nel corridoio, egli è legalmente morto e la vostra compra vi ha reso
proprietario di ciò che a lui apparteneva.
Il ministro rimase seccato del rifiuto di lord Canterville e lo pregò
a riflettere di nuovo sulla sua decisione, ma l'eccellente Pari tenne
fermo e finì per decidere il ministro ad accettare il regalo che il
fantasma aveva fatto alla figlia sua.
Quando nella primavera del 1890 la giovane duchessa di Cheshire fu
presentata al ricevimento della regina in occasione del suo matrimonio,
i gioielli che recava indosso furono oggetto di generale ammirazione.
Gli sposi erano così belli e si amavano tanto che tutti furono
incantati del loro matrimonio, eccettuata la vecchia marchesa di
Dembleton, che aveva fatto ogni sforzo per accaparrare il duca a fargli
sposare una delle sue sette figlie; a tale scopo anzi, aveva dato
nientemeno che tre pranzi costosissimi.
Cosa strana, il signor Otis aveva per il piccolo duca una viva simpatia
personale, malgrado che in teoria fosse nemico della nobiltà e per
esprimersi con le sue stesse parole, avesse ragione di temere che in
mezzo alle influenze snervanti di una aristocrazia fatta di piaceri,
fossero dimenticati i veri principî della semplicità repubblicana.
Ma non si tenne alcun conto delle sue osservazioni e quando egli
si avanzò, dando il braccio alla propria figlia, nella corsia di
San Giorgio in Hannover-Square, appariva l'uomo più fiero di tutta
l'Inghilterra.
Dopo la luna di miele, il duca e la duchessa tornarono alla villa di
Canterville e l'indomani del loro arrivo, nel pomeriggio si recarono a
fare una visita nel solitario cimitero presso il bosco di pini.
Da prima furono un poco imbarazzati circa l'epigrafe da porsi sulla
pietra del sepolcro dì Sir Simone, ma finirono per decidere che si
sarebbero limitati a farvi scolpire le iniziali del vecchio gentiluomo
e i versi scritti sulla finestra della biblioteca.
La duchessa aveva portato seco delle magnifiche rose e le cosparse
sulla tomba; poi proseguirono verso le rovine del coro della vecchia
abbazia; e infine andarono a sedersi sopra una colonna spezzata.
Suo marito, coricato ai suoi piedi, la fissava negli occhi luminosi. Ad
un tratto, gettando la sua sigaretta, le prese la mano ed esclamò:
-- Virginia; una donna non deve avere segreti per suo marito.
-- Cecilio mio, io non ne ho.
-- Sì, voi ne avete -- rispose egli sorridendo, -- non mi avete mai detto
ciò che seguì mentre voi eravate rinchiusa col fantasma.
-- Non l'ho mai detto a nessuno, replicò gravemente Virginia.
-- Lo so, ma a me potreste dirlo.
-- Vi prego, Cecilio; non me lo domandate, non posso dirvelo. Povero
sir Simone! gli devo molto; sì, Cecilio, non ridete, gli devo veramente
molto.... Mi ha mostrato ciò che è la vita; ciò che significa Morte e
perchè l'amore è più forte della morte.
Il duca si alzò e abbracciò amorosamente sua moglie.
-- Voi potete conservare il vostro segreto, finchè io possederò il
vostro amore -- egli disse a voce sommessa.
-- Voi l'avete sempre avuto, Cecilio.
-- E voi lo direte un giorno ai nostri figli, non è vero?
Virginia arrossì.
IL DELITTO DI LORD ARTURO SAVILE
I.
Era l'ultimo ricevimento che lady Windermere dava avanti che
s'iniziasse la primavera.
Bentinck House, più del solito, appariva piena di una folla di
visitatori, fra cui spiccavano sei membri del gabinetto, venuti
direttamente dall'udienza dello speaker, in abito di gala e
decorazioni.
Le belle signore indossavano costumi elegantissimi, e, all'estremità
della galleria dei quadri, la principessa Sofia di Carlrsühe,
una grossa dama dal tipo tartaro, con dei piccoli occhi neri e
meravigliosamente vellutati, parlava, con voce acuta, un cattivo
francese, ridendo sonoramente.
C'era in quelle sale uno strano miscuglio di società: delle orgogliose
paresse cicalavano cortesemente con dei violenti radicali; dei
demagoghi popolari si strisciavano a degli scettici famosi; una brigata
di vescovi seguiva una grande prima donna di salone in salone; sulla
scala, un gruppo di membri dell'Accademia reale discuteva animatamente,
e nella sala da pranzo i geni si spingevano fra loro.
Era quella insomma una delle più belle serate di lady Windermere e la
principessa vi si trattenne sino alle undici e mezzo passate.
Subito dopo la sua partenza, lady Windermere tornò nella galleria dei
quadri, dove un famoso economista stava esponendo, ad una virtuosa
ungherese, con aria solenne, la teoria scientifica nella musica.
Ella si mise a conversare con la duchessa di Paisley.
Era meravigliosamente bella, coll'opulento seno di un bianco avorio,
ed i grandi occhi azzurri, color miosotys, ed i pesanti fermagli in
brillanti de' suoi capelli d'oro; capelli d'oro puro, non di quella
tinta paglia pallida che usurpa oggi il bel nome dell'oro; capelli di
un oro che pareva tessuto coi raggi del sole, capelli che circondavano
il suo volto come d'un nembo di santa, con quel fascino che è proprio
della peccatrice.
Strano soggetto psicologico!
Di buon'ora, nella vita, ella aveva scoperto questa importante verità,
che, cioè, niente rassomiglia tanto all'innocenza quanto un'imprudenza
e, dopo una serie di avventure, -- la metà delle quali avute
innocentemente, -- era riuscita a conquistarsi tutti i privilegi di una
personalità.
Essa aveva più volte cambiato marito. Infatti, contava nel suo bilancio
tre matrimoni; ma siccome non aveva mai mutato amante, il mondo aveva
dopo qualche tempo smesso di sparlare sul suo conto.
Ora aveva quarant'anni, niente figli, ed in complesso una passione
sfrenata del piacere, passione che è il segreto di quelli che restano
sempre giovani.
Ad un tratto girò curiosamente lo sguardo per la sala e con la sua
limpida voce di contralto disse:
-- Dov'è il mio chiromante?
-- Il vostro?... esclamò la duchessa, trasalendo involontariamente.
-- Il mio chiromante, duchessa. Io ora non posso vivere senza di lui.
-- Cara Gladys, voi siete molto originale! -- mormorò la duchessa,
cercando ricordarsi ciò che veramente era un chiromante e sperando non
fosse la stessa cosa che un chiropodista.
-- Viene regolarmente a vedere la mia mano due volte la settimana, --
proseguì lady Windermere, -- e vi pone molto interesse.
-- Dio del cielo! deve essere certo qualche manicure. Ecco ciò che è
veramente terribile! Spero per lo meno che sia straniero: così riuscirà
un po' meno gradito.
-- Certo, è quì. Io non posso dare un ricevimento senza di lui. Egli mi
dice sempre che ho una mano veramente psichica e che se il mio pollice
fosse stato appena un poco più corto, sarei stata una pessimista
convinta e mi sarei rinchiusa in monastero....
-- Oh! comprendo... -- disse la duchessa che si sentiva molto più
sollevata. -- Egli dice la buona ventura, non è così?...
-- E la cattiva, e molte altre cose di questo genere.
L'anno venturo, per esempio, io correrò un grande pericolo, in terra,
o in mare. Bisognerà dunque che io viva in pallone e ogni sera faccia
salire in un cestino il pranzo. Tutto questo è scritto qui, sul mio
dito mignolo, o sul palmo della mano, non so più precisamente.
-- Ma cara duchessa, coi tempi che corrono, la Provvidenza può senza
dubbio resistere alle tentazioni. Io penso che ciascuno, una volta al
mese per lo meno, dovrebbe far leggere nella sua mano, per sapere ciò
che non deve più fare. Se nessuno non ha la bontà di andare a cercarmi
Podgers, andrò io stessa....
-- Lasciate fare a me, lady Windermere, -- interloquì un giovane piccolo,
grazioso, che stava vicino ed aveva seguito la conversazione con un
sorriso gioviale. -- Se è così singolare come voi dite, lady Windermere,
io riuscirò a riconoscerlo: ditemi solo come è ed io ve lo condurrò
subito.
-- Sia. Non ha nulla del chiromante; voglio dire, che non ha nulla di
misterioso, di estatico e che neppure ha una figura romantica. È un
uomo piccolo, grasso, con una testa comicamente calva e dei grandi
occhiali d'oro; è un tipo che sta fra il medico di famiglia ed il
pastore di villaggio. Io ne sono desolata, ma la colpa non è mia. Le
persone sono così noiose!... Le mie pianiste hanno tutte l'aria di
pianiste, e tutti i miei poeti, l'aria di poeti.
Io mi ricordo, che, nella stagione scorsa, avevo invitato a pranzo
un terribile cospiratore, un uomo che aveva versato il sangue di
un'infinità di persone e che portava sempre una cotta di maglia in
acciaio e teneva un pugnale celato nella manica della camicia. Ebbene!
Quando lo vidi, la sua figura mi sembrò quella di un vecchio e buon
pastore. In tutta la serata non fece che lanciare motti di spirito,
e se ciò mi divertì, mi deluse anche fortemente. Quando l'interrogai
sulla sua cotta di acciaio, si contentò di sorridere e mi disse che era
troppo fredda per poterla portare in Inghilterra.... Ah! ecco Podgers.
Ebbene, sig. Podgers, desidererei che leggeste nella mano della
duchessa di Paisley.... Duchessa, volete voi togliervi il guanto....
non quello della mano destra.... l'altro.
-- Mia cara Gladys, veramente io non credo che ciò sia conveniente, --
disse la duchessa, sbottonando a malincuore il guanto.
-- Tutto ciò che interessa è sempre conveniente, rispose lady
Windermere: -- on a fait le monde ainsi. Ma bisogna che io vi presenti,
duchessa... Ecco il signor Podgers, il mio chiromante; il signor
Podgers, la duchessa di Paisley... e se voi direte che essa ha un monte
della luna più sviluppato del mio, io non vi presterò più fede.
-- Sono sicura, Gladys, che non v'è niente di ciò sulla mia mano, --
pronunziò con tono grave la duchessa.
-- Vostra grazia ha infatti ragione, -- replicò Podgers gettando uno
sguardo sulla piccola mano grassoccia, dai diti corti e tozzi. -- La
montagna della luna non v'è sviluppata: però la linea della vita è
ottima. Volete avere la bontà di spiegare la giuntura della mano...
vi ringrazio... Tre linee distinte sopra la palma... voi vivrete
sino a tarda età, duchessa, e sarete grandemente felice... Ambizione
moderatissima, linea dell'intelligenza non esagerata, linea del
cuore...
-- Suvvia, siate discreto, signor Podgers! -- esclamò lady Windermere.
-- Niente mi potrebbe esser più caro, -- rispose Podgers inchinandosi,
-- se la duchessa me ne avesse dato motivo; ma io sono dolente di dover
dire che nella mano leggo una grande costanza di affetti insieme ad un
sentimento fortissimo del dovere.
-- Volete continuare, signor Podgers? -- disse la duchessa con uno
sguardo di soddisfazione.
-- L'economia non è la minore delle virtù di vostra grazia...
Lady diede in una forte risata.
-- L'economia è un'ottima cosa, -- osservò con una certa compiacenza la
duchessa. -- Quando sposai Paisley, egli aveva undici castelli e non una
casa che fosse abitabile.
-- Mentre ora, -- terminò lady Windermere, -- egli ha dodici case e
neppure un castello!
-- Eh!, mia cara, io amo...
-- Le comodità, -- rispose Podgers, -- tutte le comodità dei nostri tempi
ed i caloriferi in tutte le stanze... Vostra grazia infatti ha ragione:
le comodità sono ancora la sola cosa che la civiltà può darci.
-- Voi avete mirabilmente decritto il carattere della duchessa, signor
Podgers; volete dire quello di lady Flora?
E, rispondendo ad un cenno di testa della padrona di casa, una piccola
fanciulla, da capelli rossi di scozzese e dalle spalle altissime, si
alzò sgarbatamente da un divano e presentò una lunga mano ossuta.
-- Ah! una pianista suppongo... anzi una eccellente pianista, non è
vero? Chi sa, forse una musicista di prim'ordine. Riservatissima,
onesta e dotata di un vivo amore per gli animali... È giusto?
-- Perfettamente! -- esclamò la duchessa, volgendosi a lady Windermere. --
Assolutamente esatto.
Flora alleva infatti due dozzine di gatti a Maclosckie e sarebbe capace
di riempire la nostra casa di città di un vero serraglio di bestie se
suo padre glielo permettesse.
-- Bene! ma è appunto ciò che io faccio ogni giovedì sera in casa mia!
-- rispose ridendo lady Windermere. Solamente io preferisco i leoni ai
gatti.
-- È questo il vostro solo errore, lady Windermere, -- pronunziò Podgers
con un saluto cerimonioso.
-- Se una donna non può rendere incantevoli i suoi errori, non è che
una femmina qualunque... -- rispose essa, -- Podgers, esaminate ancora
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