Aveva appena finito di fare questo tremendo giuramento, che da un cascinale lontano, dal tetto di tegoli rossi, partì il canto di un gallo. Il fantasma emise un riso prolungato, lento, amaro ed attese. Attese un'ora, poi un'altra, ma non si sa per quali misteriose ragioni, il gallo non cantò più. Finalmente, verso le sette e mezzo, l'arrivo delle cameriere lo costrinse a lasciare la sua fazione. Rientrò nel suo asilo con fiero passo, pensando al suo inutile giuramento ed al suo inutile e mancato progetto. Quando vi giunse, consultò varie opere dell'antica cavalleria, la cui lettura l'interessava enormemente, e vi lesse che Chanteclair aveva sempre cantato due volte quando si era ricorso a quel giuramento. -- Che il diavolo porti via questo stupidissimo animale -- mormorò egli. Nel tempo passato sarei corso su lui con la mia buona lancia e gli avrei passato la gola e l'avrei forzato a cantare un'altra volta per me, avesse anche dovuto crepare... Ciò detto, si ritirò in una comoda bara di piombo e vi rimase sino alla sera. IV. Il giorno seguente il fantasma si sentiva debole e stanchissimo: le terribili agitazioni delle ultime quattro settimane, cominciavano a produrre su di lui il loro effetto. Il suo sistema nervoso era completamente disordinato, e il minimo rumore bastava a farlo trasalire. Non uscì più dalla sua camera per cinque giorni e finì col decidersi di non più curarsi della macchia di sangue sul pavimento della biblioteca. Dal momento che la famiglia Otis non la voleva, significava che non la meritava; questo era chiaro. Quella gente apparteneva evidentemente ad una razza inferiore, incapace di apprezzare il valore simbolico di fenomeni sensibili. Le apparizioni dei fantasmi, lo sviluppo di astrali, tuttociò era per essi incomprensibile, non alla portata delle loro intelligenze. Rimaneva quindi suo stretto dovere farsi vedere nel corridoio una volta la settimana, e di gesticolare dalla finestra ogivale, il primo e il terzo mercoledì d'ogni mese: non trovava nessuna ragione plausibile per sottrarsi a tale obbligo. In verità, la sua vita era stata molto colpevole, ma però egli era coscienziosissimo in tutto quello che riguardava il soprannaturale; e così i tre sabati successivi traversò, come al solito, il corridoio, fra mezzanotte e le tre del mattino, prendendo tutte le possibili precauzioni per non essere veduto nè sentito. Si levava gli stivali, camminava il più leggermente che gli fosse possibile sopra le vecchie tavole tarlate, s'involtava in un grande mantello di velluto nero e non dimenticava di ungere col grasso -Soleil Levant- le sue catene. Solo dopo lunghe esitazioni egli si era deciso ad adottare questo mezzo di protezione. Una sera, mentre la famiglia pranzava, egli si era insinuato nella camera da letto della signora Otis e ne aveva rubato una boccetta. Al primo momento si era sentito umiliato, ma poi aveva dovuto persuadersi che quella invenzione meritava i maggiori elogi e che cooperava in un certo modo a favorire i suoi piani. Non trascuravano frattanto gli Otis di mettere attraverso il corridoio delle corde perchè egli potesse inciampare, nel buio, e una volta infatti, dopo che egli si era vestito per la parte di «Isacco il Nero o il Cacciatore del bosco di Hogsbery», era caduto per aver messo il piede sopra delle tavole insaponate, poste dai due gemelli sulla soglia della camera delle tappezzerie ed al principio della scala di quercia. Quest'ultimo affronto lo mise in furore tale che risolvette di fare uno sforzo supremo per imporre la sua dignità e riaffermare la sua posizione sociale. Si decise quindi di far visita la notte seguente agli insolenti giovani Etoniani nella sua celebre parte di «Ruperto il Temerario o il Conte senza testa». Non si era più mostrato da settanta anni sotto tale travestimento, e cioè dalla volta in cui aveva fatto una tal paura a lady Barbara Modish, che essa aveva ritirata la sua promessa di matrimonio al nonno dell'attuale lord Canterville, ed era fuggita a Gretna-Green con il bel Giacomo Casteltown, giurando che per nessuna cosa al mondo avrebbe più consentito di allearsi ad una famiglia che tollerava ad un orribile fantasma di passeggiare al crepuscolo sulla terrazza del castello. Il povero Giacomo era stato in seguito ucciso in duello da lord Canterville sul prato di Wandsworth, e lady Barbara era morta di dolore a Tunbridge Wells, prima della fine dell'anno. Il suo successo non avrebbe quindi potuto essere più bello e più completo. Se mi è permesso di usare un termine teatrale parlando di uno dei più grandi misteri del mondo soprannaturale, o un termine scientifico parlando del mondo superiore alla natura, devo dire che era una delle sue creazioni più difficili. Gli occorsero tre ore buone per terminare i preparativi. Gli stivaloni alla scudiera, facenti parte del costume, erano invero un po' troppo larghi per lui e delle pistole da arcione non riuscì a trovarne che una; ma insomma fu soddisfattissimo e alle una e un quarto passò attraverso il muro e scese nel corridoio. Giunto presso la camera occupata dai gemelli, che io chiamerò la camera turchina dal colore delle tappezzerie, trovò la porta socchiusa. Per fare un'entrata di grande effetto, spinse con forza l'uscio, e stava per entrare, quando una pesante brocca piena d'acqua si rovesciò su di lui, inzuppandolo fin dentro le ossa; nello stesso tempo scoppi di risa soffocate partirono dal letto su cui sovrastava un grande baldacchino. Il suo sistema nervoso ne rimase così vivamente scosso, ch'egli rientrò ne' suoi appartamenti a gambe levate e l'indomani dovè rimanere a letto per un forte raffreddore. La sola consolazione che provò, fu di non aver portato seco la sua testa, perchè in tal caso le conseguenze sarebbero state assai più gravi. Dimessa ormai ogni speranza di poter terrorizzare quella terribile famiglia americana, si limitò allora a percorrere il corridoio con scarpe di corda, col collo avvolto in una grossa cravatta, per timore delle correnti d'aria e munito sempre di un piccolo archibugio in caso di attacco da parte dei gemelli. Il diciannove settembre ebbe il colpo di grazia. Egli era disceso per la scala, fin nel vestibolo, sicuro che almeno in quel luogo non sarebbe stato tormentato, e si divertiva a fare delle osservazioni satiriche sopra le fotografie del ministro degli Stati Uniti e di sua moglie, fotografie che avevano preso il posto dei ritratti della famiglia dei Canterville. Indossava un costume semplicissimo, ma decente, un lungo sudario cosparso di musco di cimitero, e teneva in mano una piccola lanterna e una vanga da becchino, alla guisa di «Giovanni il dissoterrato o il ladro di cadaveri di Chertsey Barw», una delle parti più famose, di cui i Canterville avevano ragione di ricordarsi maggiormente, perchè era stata la vera causa della loro querela col vicino lord Rufford. E, così travestito, circa le due del mattino, si dirigeva tranquillamente verso la biblioteca, per vedere ciò che ancora rimaneva della macchia di sangue, quando a un tratto vide balzare contro di lui, da un angolo scuro, due figurine che agitavano follemente le braccia sopra la loro testa e gli gridavano negli occhi: -- Buum! Preso da panico, -- il che era naturale in quella circostanza, -- si precipitò allora verso la scala, ma subito fu arrestato dalla vista di Washington Otis che lo attendeva armato di un grande annaffiatoio da giardino; circondato da ogni parte da nemici, e ridotto agli estremi, non gli rimaneva che dileguarsi nella grande stufa di ghisa che, per fortuna, non era accesa, e così fece, aprendosi un passaggio fino al suo ritiro, attraverso i tubi e le cappe dei camini. Vi giunse in uno stato di compassionevole disperazione; e da quel momento non lo si rivide più in spedizione notturna. I due gemelli si misero mille volte in agguato, onde sorprenderlo; seminarono nel corridoio gusci di noce tutte le sere con grande noia dei loro genitori e dei domestici, ma tutto invano. L'amor proprio del fantasma era così profondamente ferito ch'egli non volle più farsi vedere. Dato ciò, il signor Otis, si rimise a lavorare alla sua grande opera sulla storia del partito democratico, opera cui accudiva da oltre tre anni. La signora Otis, da parte sua, organizzò uno straordinario manicaretto americano, il -clan-cake-, che fece epoca in tutto il paese; i ragazzi si dettero al gioco dell'-écarté-, del -poker- ed altri svaghi americani; e Virginia cominciò a fare lunghe passeggiate a cavallo per i boschi in compagnia del giovane duca di Creshire, venuto a passare l'ultima settimana di vacanze a Canterville. Tutti ormai ritenevano che il fantasma fosse scomparso ed anzi il ministro scrisse a lord Canterville una lettera per informarlo della cosa, e ricevette in risposta un'altra lettera dove questo gli esprimeva tutto il piacere che gli aveva procurato tale notizia e mandava le sue più sincere felicitazioni alla degna consorte del ministro. Ma gli Otis s'ingannavano. Il fantasma era sempre nella casa, e, benchè ridotto male, non si sentiva affatto disposto a farla finita, ora sopratutto che sapeva trovarsi nel numero degli ospiti il giovane duca di Cheshire, un prozio del quale, lord Francesco Silton, aveva una volta scommesso col colonnello Carbury di giuocare ai dadi col fantasma di Canterville e l'indomani era stato trovato sul pavimento della sala da giuoco, paralizzato. L'infelice, malgrado fosse vissuto ancora molti anni, non aveva mai più pronunziato altra frase che questa: -- Doppio sei! La storia era molto nota a suo tempo, benchè, in riguardo ai sentimenti che univano le due nobili famiglie, si fosse fatto di tutto per metterla in tacere: anzi, un racconto particolareggiato di essa, si trova nel terzo volume delle «Memorie di lord Tattle sul principe reggente ed i suoi amici». Il fantasma desiderava dunque di provare ch'egli non aveva perduta la sua influenza sui Silton, coi quali del resto era parente per alleanza, avendo una sua cugina germana sposato in seconde nozze il signor di Bulkeley, del quale erano discesi, com'è noto, in linea diretta i duchi di Cheshire. Fece quindi i suoi preparativi per mostrarsi al piccolo innamorato di Virginia, nella famosa parte del «Monaco Vampiro, o il Benedettino svenato». Si trattava di uno spettacolo terribile: infatti la vecchia lady Startuy, quando l'aveva veduto rappresentare, alla vigilia del nuovo anno 1764, si era messa ad urlare perdutamente ed aveva finito per esser colta da un violento attacco di apoplessia, per cui era morta in capo a tre giorni, dopo aver diseredato i Canterville e lasciato tutto il patrimonio al suo farmacista di Londra. Ma, all'ultimo momento, il terrore che gli incutevano i due gemelli, gli impedì di uscire dalla sua stanza, e per quella notte il piccolo duca dormì tranquillo nel gran letto a baldacchino, coperto di piume, sognando Virginia. V. Pochi giorni dopo, Virginia e il suo innamorato dai capelli ricciuti si recarono a fare una passeggiata a cavallo nei prati di Brockley, e Virginia si produsse nel saltare una siepe un tale strappo alla sua Amazzone, che, rientrando in casa, pensò di prendere la scala posteriore per non essere veduta. Mentre passava correndo davanti alla camera delle tappezzerie, la cui porta era aperta, credette vedervi qualcuno e, persuasa che fosse la cameriera di sua madre, la quale era solita ritirarsi ivi a lavorare, si arrestò per pregarla di raccomodare il suo abito; ma, con grande sorpresa, si avvide di trovarsi invece davanti al fantasma di Canterville in persona. Stava questi seduto presso la finestra a contemplare gli alberi che ingiallivano e le foglie arrossate, svolazzanti nel grande viale. Aveva la testa appoggiata alla mano, e tutto il suo atteggiamento rivelava una profonda desolazione. Il poveretto era così abbattuto, così demolito, che la piccola Virginia, anzichè cedere ad un istintivo sentimento di paura e correre a chiudersi nella sua camera, fu presa da compassione e volle provarsi a consolarlo. Si avvicinò a lui in punta di piedi, così lievemente, che egli sprofondato nella sua tristezza, non si accorse della sua presenza se non quando la fanciulla gli volse la parola. -- Sono addolorata per voi, -- disse; -- ma i miei fratelli torneranno domani a Eton; se dunque vi condurrete bene, nessuno vi tormenterà più. -- È assurdo domandare di condurmi bene, -- rispose il fantasma, guardando con aria stupita la fanciulla che aveva avuto il coraggio di rivolgergli la parola. -- È assolutamente assurdo, bisogna che scuota le mie catene, che grugnisca dai buchi delle serrature, che cammini la notte, che faccia tutto ciò che voi chiamate condursi male.... È l'unica mia ragione di essere. -- Non è affatto una buona ragione di essere; e siete stato ben cattivo, sapete! Mistress Umney ci ha detto, lo stesso giorno del nostro arrivo, che avete ucciso vostra moglie. -- Sì, ne convengo, -- rispose storditamente il fantasma, -- ma fu un affare di famiglia e non riguarda che me. -- È sempre un delitto ammazzare una persona, -- sentenziò Virginia che prendeva alle volte una graziosa piccola aria di gravità puritana, ereditata certo da qualche avo venuto dalla Nuova Inghilterra. -- Oh, io non posso soffrire la moralità a parole.... Mia moglie era molto brutta, non stirava mai convenientemente i miei polsini e non s'intendeva affatto di cucina. Ascoltate: un giorno avevo ucciso un magnifico cervo maschio di due anni nei boschi di Hogley; non indovinereste mai come lo cucinò!.... Ma lasciamo questo tema: è affare finito, ormai, e trovo che non fu giusto da parte dei suoi fratelli farmi morire di fame perchè l'avevo uccisa. -- Farvi morire di fame?... Oh! Signor fantasma.... signor Simone, volevo dire, avreste per caso ancora fame? Ho un sandwich nel mio cestino.... vi piace? -- No, grazie, ora non mangio più; ma è molto gentile da parte vostra l'offerta. Voi siete più cortese di tutti gli altri della vostra famiglia, ch'è volgare, rozza, disonesta.... -- Basta! -- gridò Virginia battendo il piede. -- Siete voi ora rozzo, villano e volgare! quanto a disonestà, voi sapete bene di aver rubato i colori della mia scatola per rifare quella ridicola macchia di sangue nella biblioteca. Avete cominciato col prendermi tutti i rossi, compreso il vermiglione, di modo che mi è impossibile ora dipingere i tramonti. Poi avete preso il verde smeraldo e il giallo; infine non mi è restato altro che l'indaco e il bianco di Cina. Non ho potuto più dipingere che chiari di luna, i quali fanno sempre pietà a vederli e sono difficili a dipingersi. Non ho mai detto nulla contro di voi, benchè sia stata molto seccata e tutto questo per una cosa ridicola. Si è mai visto del sangue verde smeraldo? -- Vediamo, -- disse il fantasma molto cortesemente, -- come potevo io fare? È difficile al giorno d'oggi procurarsi del vero sangue, e poichè vostro fratello adoperava lo smacchiatore incomparabile, non vedo perchè non avrei dovuto impiegare i vostri colori per resistere a quello. Quanto alla tinta, è questione di gusto: così i Canterville, per esempio, sono del sangue più turchino che vi sia in Inghilterra.... Ma so che voialtri americani non tenete conto di queste cose.... -- Che ne sapete voi? quello che potete fare di meglio ormai è di emigrare: ciò vi formerà lo spirito. Mio padre sarà ben contento di farvi dare un biglietto gratuito e, benchè vi siano dei diritti di dazio molto alti per tutti gli spiriti, non vi saranno fatte difficoltà alla dogana; tutti gli impiegati sono democratici. Giunto a New York, voi potreste avere un grande successo: conosco molta gente che darebbe centomila dollari per avere un avo e che darebbe assai di più per avere un fantasma in famiglia. -- Io, invece, sono persuaso, che non mi troverei bene in America. -- Forse perchè non abbiamo delle rovine, delle cose strane? -- chiese ironicamente Virginia. -- Non avete rovine! Non cose strane! Ma avete bene la vostra marina e i vostri modi. -- Buona sera, vado a chiedere a mio padre di accordare una settimana di più di vacanze ai miei due fratelli gemelli. -- Vi prego, miss Virginia, non ve ne andate, sono così solo, così infelice.... non so più come tirare avanti; vorrei andare a coricarmi e non lo posso. -- E perchè no? Non avete che a mettervi a letto e spegnere il lume. Spesso è difficile restare svegli, specialmente in chiesa; ma non è difficile affatto dormire. -- Sono trecento anni che non posso dormire! Questa triste esclamazione fece sgranare i begli occhi celesti di Virginia. -- Sono trecento anni che non dormo e mi sento tanto, tanto stanco! -- ripetè il fantasma. Virginia divenne grave e le sue labbra fini si agitarono come petali di rosa. Si avvicinò, s'inginocchiò accanto a lui e ne contemplò la figura vecchia e grinzosa. -- Povero, povero fantasma, -- mormorò; -- non vi è dunque un posto dove possiate dormire? -- Sì, ma lontano, al di là del bosco di pini, rispose egli con un fil di voce, come in sogno. Vi è un piccolo giardino, dove l'erba cresce alta e rigogliosa; colà si vedono le grandi stelle bianche della cicuta; là l'usignolo canta tutta la notte; tutta la notte canta, e la luna di cristallo opaco guarda, e il salcio stende le sue gigantesche braccia sopra i dormienti. Gli occhi di Virginia si velarono di lacrime; dovè nascondere la faccia nelle mani. -- Voi intendete parlare del Giardino della Morte, -- mormorò essa. -- Sì, della Morte. Deve essere così bello riposare nella molle scura terra, mentre le erbe ondeggiano sulla propria testa e ascoltare il silenzio! Non aver più nè ieri, nè domani; scordare il tempo e la vita; esistere nella pace eterna! Voi potreste aiutarmi, potreste aprirmi, spalancarmi le porte della morte, perchè l'amore vi accompagna sempre; l'amore è più forte della morte. Virginia tremò; un fremito ghiacciato percorse il suo corpo; per qualche istante regnò nella stanza un profondo silenzio. Le sembrò di fare un terribile sogno. Allora il fantasma riprese la parola, con una voce che sembrava il sospiro del vento: -- Avete mai letta la vecchia profezia scritta sui vetri della biblioteca? -- Oh! spesso. La conosco a memoria; essa è dipinta con lettere strane, dorate, difficili a leggersi; non sono che sei versi: «Quando una bionda giovinetta saprà richiamare sulle labbra del peccatore la preghiera; quando il mandorlo sterile fiorirà e un fanciulla piangerà, allora in tutta la casa ritornerà la calma, e la pace rientrerà in Canterville...». Ma non so che significhi.... -- Significa che voi dovete piangere con me sopra i miei peccati, perchè io non ho lacrime; che dovete pregare con me per la mia anima, perchè io non ho fede; e allora, se sarete stata sempre dolce, buona e amorevole, l'angelo della Morte avrà pietà di me. Voi vedrete esseri terribili nelle tenebre e voci funeste mormoreranno alle vostre orecchie, ma non potranno farvi nessun male, perchè contro la purezza di una fanciulla le potenze dell'inferno nulla possono. Virginia non rispose e il fantasma si torse le mani nella violenza della sua disperazione, guardando la bionda testa che si inchinava. Ad un tratto, essa si riaddrizzò, pallidissima e con uno strano luccicchio negli occhi: -- Non ho paura, -- disse con voce ferma, -- e domanderò all'angelo di aver pietà di voi. Il fantasma si levò dal suo sedile, mandando un grido di gioia, prese la testa bionda fra le sue mani, con una grazia che ricordava i tempi passati, e la baciò. Le sue dita erano fredde come il ghiaccio e le sue labbra bruciavano come il fuoco; ma Virginia restò forte ed egli le fece traversare la camera scura. Sulla tappezzeria, di un verde sbiadito, erano ricamati piccoli cacciatori che soffiavano nei loro corni ornati di frangie e con le loro piccole mani le facevano segno di retrocedere. -- Ritorna sui tuoi passi, piccola Virginia. Vattene! vattene! vattene! -- gridavano essi. Ma il fantasma le serrava più forte la mano ed essa chiuse gli occhi per non vederli. Degli orribili animali, con la coda di lucertola, con gli occhi grossi e sporgenti, ammiccavano dagli angoli del camino e le dicevano a voce bassa: -- Fa attenzione, piccola Virginia! Guardati! Potremmo anche non più rivederti.... Ma il fantasma affrettò il passo e Virginia non diede ascolto. Quando furono in fondo alla stanza, egli si arrestò e mormorò qualche parola che la fanciulla non comprese. Riaprì gli occhi e vide il muro svanire lentamente, come nebbia, e aprirsi davanti a lei una nera caverna. Un forte vento ghiacciato l'avvolse ed ella sentì che le tiravano la veste. -- Presto! presto! gridò il fantasma, -- o sarà troppo tardi. Allo stesso tempo, il muro si richiuse dietro di loro e la camera della tappezzeria restò vuota. VI. Trascorsi appena due minuti, la campana suonò per il thè e Virginia non comparve. La signora Otis mandò un domestico a cercarla e questi non tardò a tornare dicendo che non aveva potuto trovare in nessuno posto miss Virginia. La signora Otis, sapendo che la figlia aveva l'abitudine di andare tutte le sere in giardino a cogliere i fiori per il pranzo, non ne fu inquieta; ma quando suonarono le sei e Virginia non comparve, cominciò ad allarmarsi ed inviò i ragazzi a ricercarla, mentre essa e il marito visitarono tutte le camere del castello. Alle sei e mezzo i gemelli tornarono dicendo che non avevano trovata traccia della loro sorella. A tale notizia tutti divennero inquieti; pensavano al da farsi, quando il signor Otis si ricordò ad un tratto che pochi giorni prima egli aveva dato il permesso ad una banda di zingari di accampare nel parco del castello. Partì subito per Blackfell-Holln, accompagnato dal suo primogenito e da due contadini. Il duca di Cheshire, pazzo per l'agitazione, chiese con insistenza di unirsi a lui, ma il signor Otis rifiutò temendo una zuffa. Quando però giunse al posto dell'accampamento, vide che gli zingari erano partiti precipitosamente: il fuoco ardeva ancora e sull'erba restavano delle scodelle. Dopo aver mandato Washington e i due uomini a frugare la campagna circostante, il signor Otis si affrettò a far ritorno alla villa per spedire telegrammi a tutti gli ispettori di polizia della contea, pregandoli di ricercare una giovinetta che era stata rapita da vagabondi o da zingari. Fatto questo, si fece preparare il cavallo e, dopo aver insistito perchè sua moglie e i suoi tre figli si mettessero a tavola, partì col palafreniere per la strada di Ascot. Aveva fatto appena due miglia che sentì galoppare dietro di sè; si voltò e vide il piccolo duca che giungeva sopra un poney, tutto rosso in volto e col capo scoperto. -- Ne sono proprio dolente, -- disse il giovane con voce ansante, -- ma mi è impossibile di mangiare finchè non si sia ritrovata Virginia. Vi prego di non adirarvi con me. Se ci aveste permesso l'anno scorso di sposarci, questo fatto non sarebbe avvenuto. Non mi rimandate indietro, ve ne prego, perchè non lo potrei, nè lo vorrei. Il ministro non potè trattenersi dall'indirizzare un sorriso a quel giovanotto bello e sventato. Come non rimanere commosso per la devozione che egli dimostrava a Virginia! Si curvò quindi sul cavallo, posò una mano sulla spalla del duca, affettuosamente, e disse: -- Ebbene, Cecilio, dal momento che ci tenete tanto, bisognerà bene che vi consenta di seguirmi; ma sarà necessario che vi trovi appena giunto ad Ascot un cappello.... -- Al diavolo il cappello! È Virginia che io voglio trovare! -- esclamò il piccolo duca ridendo. Si rimisero al galoppo e presto ebbero raggiunto la stazione ferroviaria, dove chiesero al capo se era stata vista sulla banchina della partenza una fanciulla che rispondesse ai connotati di Virginia; ma invano. Il capostazione inviò subito telegrammi a tutte le stazioni lungo la linea e promise di esercitare una sorveglianza rigorosa. Dopo ciò, comprato un cappello per il piccolo duca da un mercante di novità che stava per chiudere la sua bottega, il ministro Otis proseguì per Bescbey, villaggio posto quattro miglia più distante, che gli era stato detto essere frequentato dagli zingari. Fatta levare dal letto la guardia campestre, questa non potè dare nessun schiarimento e così, dopo aver traversato la piazza del villaggio, i due cavalieri ripresero la strada di corsa e arrivarono a Canterville alle 11, col corpo spezzato dalla fatica e il cuore dall'inquietudine. Giunti, trovarono Washington e i gemelli che li aspettavano al cancello con delle lanterne, il viale essendo scurissimo. Nessuno aveva trovato traccia di Virginia. Gli zingari erano stati raggiunti nei prati di Brockley, ma la fanciulla non era con loro. Essi avevano spiegato la ragione della loro partenza precipitata dicendo che si erano sbagliati sulla data della fiera di Charton e che la paura di non giungere in tempo li aveva obbligati ad affrettarsi. Inoltre si erano mostrati desolatissimi della scomparsa della figlia del ministro, il quale aveva loro accordato di accampare nel suo parco. Purtroppo Virginia era perduta, almeno per quella notte, e fu con profondo accasciamento che il padre e i giovani rientrarono in casa, seguiti dal palafreniere che conduceva a mano il cavallo e il poney. Nel vestibolo trovarono riuniti tutti i domestici spaventati. La povera signora era stesa su un divano, nella biblioteca, quasi pazza dal dolore, e la vecchia governante le inumidiva la fronte, con acqua di Colonia. Il ministro volle che essa mangiasse qualche cosa e fece servire la cena per tutti: ma tutti erano muti e i gemelli stessi, sempre vivaci, erano tristi e taciturni per la scomparsa dell'adorata sorellina. Finita la cena, nonostante le preghiere del piccolo duca, il signor Otis volle che tutti andassero a coricarsi, affermando che non c'era nulla da fare per quella notte, e che il mattino dopo avrebbe telegrafato a Scotland-jard perchè fosse subito posto a loro disposizione qualche bravo agente. Al momento in cui tutti uscivano dalla stanza da pranzo, l'orologio della torre suonò mezzanotte e appena le vibrazioni dell'ultimo tocco si spensero, fu inteso un rumore seguito da un grido acuto. Un tremendo colpo di tuono scosse la casa; una musica celeste risuonò nell'aria; un pezzo di muro si staccò rumorosamente in cima alle scale, e sul pianerottolo apparve Virginia, pallida, quasi bianca, con una piccola scatola in mano. Tutti si precipitarono verso di lei; la madre se la strinse appassionatamente al cuore; il piccolo duca la soffocò sotto i suoi baci e i gemelli eseguirono un selvaggio ballo di guerra intorno al gruppo. -- Gran Dio! figlia mia dove sei stata? -- chiese il padre con aria burbera, persuaso che essa avesse voluto fare un brutto scherzo. -- Cecilio ed io abbiamo percorso tutta la campagna a cavallo per cercarti e tua madre ha corso pericolo di morire di spavento. Non bisognerà far mai più di tali scherzi! -- Meno che col fantasma! -- gridarono i gemelli, continuando le loro capriole. -- Mia cara, grazia a Dio, eccoti ritrovata; non devi lasciarmi mai più! -- mormorava la madre abbracciando la fanciulla, che tremava, e lisciando i suoi capelli d'oro sparsi sulle spalle. -- Papà, disse dolcemente Virginia, -- sono stata col fantasma; egli è morto.... Vai a vederlo. È stato molto cattivo, ma si è sinceramente pentito di tutto il male che ha fatto e, prima di morire, mi ha dato questa scatola di gioielli. Tutta la famiglia gettò su lei uno sguardo silenzioso e spaventato; ma essa aveva il volto grave e serio. Muta si volse e li precedette attraverso l'apertura fattasi nel muro, e li fece discendere per un corridoio segreto. Washington seguiva con un candeliere acceso. Giunti ad una gran porta di quercia ferrata con grossi chiodi, Virginia la toccò, e quella girò sui grossi cardini. Apparve una stanza stretta e bassa, col soffitto a volta e con uno spiraglio per finestra. Un grande anello di ferro era attaccato nel muro e a questo anello era incatenato un grande scheletro, steso tutto lungo sul pavimento e che sembrava allungasse le sue scarne dita per arrivare ad un piatto e una brocca di forma antica, posti in modo che egli non li potesse toccare. La brocca doveva essere stata un tempo piena d'acqua, perchè l'interiore era tutto verde di muffa e sul piano non rimaneva che della polvere. Virginia s'inginocchiò presso lo scheletro e giungendo le sue piccole mani si mise pregare in silenzio, mentre la famiglia guardava con stupore la scena terribile. -- Oh! Oh! -- esclamò ad un tratto uno dei gemelli, che aveva gettato uno sguardo alla finestra per cercare di capire in che parte della casa era posta quella stanza. -- Oh! il vecchio mandorlo che era seccato è tutto fiorito. Vedo benissimo i fiori al chiaro della luna.... -- Dio gli ha perdonato! -- disse gravemente Virginia alzandosi e la sua fisonomia parve rischiarata da un vivo splendore. -- Voi siete un angelo -- esclamò il duca, cingendola col braccio al collo e baciandola. VII. Quattro giorni dopo questi strani avvenimenti, verso le undici di sera un funebre corteggio usciva dal castello di Canterville. Il carro era tirato da otto cavalli neri con la testa ornata di un grosso pennacchio di penne di struzzo che ondeggiavano mollemente. La bara di piombo era coperta da un ricco drappo scarlatto, sul quale spiccavano, ricamate in oro, le armi dei Canterville. Ai lati del carro camminavano a piedi i domestici, portando torcie accese. Tutta questa processione era grandiosa e produceva profonda impressione. Lord Canterville dirigeva le esequie; egli era venuto appositamente dal paese di Galles per assistere alla sepoltura, e occupava la prima vettura con la piccola Virginia; poi veniva il ministro degli Stati Uniti e sua moglie; quindi Washington e i due ragazzi, nell'ultima vettura stava la vecchia Umney. Tutti avevano riconosciuto a lei il diritto di vedere scomparire per sempre quel fantasma che l'aveva perseguitata per ben cinquant'anni. Una profonda fossa era stata scavata in un angolo del cimitero, precisamente in faccia alla siepe, e le ultime preci furono dette nel modo più patetico dal reverendo Augusto Dampier. Terminata la cerimonia, i domestici uniformandosi a un vecchio costume nella famiglia Canterville spensero le loro torce. Quando la bara fu calata nella fossa, Virginia si avanzò e vi pose sopra una grande croce, fatta di fiori di mandorlo bianchi e rosei. In quell'istante la luna uscì fuori dalle nuvole e inondò della sua luce silenziosa e argentea il cimitero, mentre da un boschetto vicino veniva il canto di un usignolo. Virginia ricordò allora la descrizione che il fantasma aveva fatto del Giardino della Morte, e i suoi occhi si empirono di lacrime. L'indomani mattina, prima che lord Canterville partisse per la città, il ministro s'intrattenne con lui a proposito dei gioielli dati dal fantasma a Virginia, gioielli veramente magnifici, sopratutto una collana di rubini, montati in stile veneziano, mirabile capolavoro del sedicesimo secolo. L'insieme dei gioielli aveva un tale valore che il signor Otis provava scrupolo a permettere che sua figlia li ritenesse. -- Mylord, -- disse egli, -- so che in questo paese il diritto di manomorta vale per i piccoli oggetti come per i terreni, ed è chiaro, chiarissimo per me, che questi gioielli debbano rimanere a voi come proprietà di famiglia. Vi prego quindi di portarli con voi a Londra e di considerarli come parte della vostra eredità, restituitavi sia pure in condizioni eccezionali. Quanto a mia figlia, essa è ancora fanciulla e fino ad ora, sono superbo di dirlo, essa è poco attaccata a questi gingilli di vanità. Ho anche saputo da mia moglie, che è competente in cose artistiche, avendo avuto la fortuna di passare varî inverni a Boston quando era giovinetta, che queste pietre hanno un grande valore e che vendendole frutterebbero una somma vistosa. Quindi, lord Canterville, voi riconoscerete, ne sono sicuro, che è impossibile che io permetta di lasciarle nelle mani di un membro della mia famiglia; d'altronde, poi, tutti questi gingilli, giuocattoli, così appropriati, così necessari alla aristocrazia britannica, sarebbero assolutamente fuori posto in mezzo a persone allevate con severi principî e, posso proclamarlo, con i principî immortali della semplicità repubblicana. Oso confessarvi però che Virginia tiene molto allo scrigno contenente i gioielli; le sarebbe caro conservarlo come ricordo degli errori e della sventura del vostro avo. Questo scrigno essendo antichissimo e per conseguenza molto sciupato, mi sembra non abbia nessun valore. Vi confesso anzi che sono molto stupito di vedere uno dei miei figli mostrare dell'interessamento ad un oggetto dei tempi passati e non saprei trovare altra spiegazione se non nel fatto che Virginia nacque in uno dei vostri sobborghi di Londra, poco dopo il ritorno di mia moglie da una escursione ad Atene. Lord Canterville ascoltò senza interrompere, il discorso del degno ministro, tirandosi di quando in quando i baffi grigi per nascondere un involontario sorriso, e quando questi ebbe finito, gli strinse cordialmente la mano e così rispose: -- Mio caro signore, la vostra graziosa fanciulla ha reso all'infelice mio avo un servizio grandissimo. La mia famiglia ed io le siamo riconoscenti per il meraviglioso ardire ed il sangue freddo di cui ella ha dato prova. I gioielli le appartengono ed, in fede mia, sono convinto che se avessi così poca riconoscenza da toglierglieli, il vecchio birbante sortirebbe nuovamente dopo quindici giorni dalla sua tomba e mi renderebbe la vita un'inferno. Quanto ad essere essi gioielli di famiglia, lo sarebbero solo se fossero stati descritti come tali in un testamento, in un atto legale, mentre l'esistenza di quei gioielli fu sempre ignorata. Vi assicuro che sono tanto miei come del servo di casa. Quando madamigella Virginia sarà grande, sarà incantata, oso affermarlo, di essi; inoltre signor Otis, voi dimenticate di aver comprato con la villa, anche il mobilio e il fantasma dietro inventario. Dunque quello che ha appartenuto al fantasma è vostro. Malgrado tutte le prove di attività che sir Simone ha dato di notte nel corridoio, egli è legalmente morto e la vostra compra vi ha reso proprietario di ciò che a lui apparteneva. Il ministro rimase seccato del rifiuto di lord Canterville e lo pregò a riflettere di nuovo sulla sua decisione, ma l'eccellente Pari tenne fermo e finì per decidere il ministro ad accettare il regalo che il fantasma aveva fatto alla figlia sua. Quando nella primavera del 1890 la giovane duchessa di Cheshire fu presentata al ricevimento della regina in occasione del suo matrimonio, i gioielli che recava indosso furono oggetto di generale ammirazione. Gli sposi erano così belli e si amavano tanto che tutti furono incantati del loro matrimonio, eccettuata la vecchia marchesa di Dembleton, che aveva fatto ogni sforzo per accaparrare il duca a fargli sposare una delle sue sette figlie; a tale scopo anzi, aveva dato nientemeno che tre pranzi costosissimi. Cosa strana, il signor Otis aveva per il piccolo duca una viva simpatia personale, malgrado che in teoria fosse nemico della nobiltà e per esprimersi con le sue stesse parole, avesse ragione di temere che in mezzo alle influenze snervanti di una aristocrazia fatta di piaceri, fossero dimenticati i veri principî della semplicità repubblicana. Ma non si tenne alcun conto delle sue osservazioni e quando egli si avanzò, dando il braccio alla propria figlia, nella corsia di San Giorgio in Hannover-Square, appariva l'uomo più fiero di tutta l'Inghilterra. Dopo la luna di miele, il duca e la duchessa tornarono alla villa di Canterville e l'indomani del loro arrivo, nel pomeriggio si recarono a fare una visita nel solitario cimitero presso il bosco di pini. Da prima furono un poco imbarazzati circa l'epigrafe da porsi sulla pietra del sepolcro dì Sir Simone, ma finirono per decidere che si sarebbero limitati a farvi scolpire le iniziali del vecchio gentiluomo e i versi scritti sulla finestra della biblioteca. La duchessa aveva portato seco delle magnifiche rose e le cosparse sulla tomba; poi proseguirono verso le rovine del coro della vecchia abbazia; e infine andarono a sedersi sopra una colonna spezzata. Suo marito, coricato ai suoi piedi, la fissava negli occhi luminosi. Ad un tratto, gettando la sua sigaretta, le prese la mano ed esclamò: -- Virginia; una donna non deve avere segreti per suo marito. -- Cecilio mio, io non ne ho. -- Sì, voi ne avete -- rispose egli sorridendo, -- non mi avete mai detto ciò che seguì mentre voi eravate rinchiusa col fantasma. -- Non l'ho mai detto a nessuno, replicò gravemente Virginia. -- Lo so, ma a me potreste dirlo. -- Vi prego, Cecilio; non me lo domandate, non posso dirvelo. Povero sir Simone! gli devo molto; sì, Cecilio, non ridete, gli devo veramente molto.... Mi ha mostrato ciò che è la vita; ciò che significa Morte e perchè l'amore è più forte della morte. Il duca si alzò e abbracciò amorosamente sua moglie. -- Voi potete conservare il vostro segreto, finchè io possederò il vostro amore -- egli disse a voce sommessa. -- Voi l'avete sempre avuto, Cecilio. -- E voi lo direte un giorno ai nostri figli, non è vero? Virginia arrossì. IL DELITTO DI LORD ARTURO SAVILE I. Era l'ultimo ricevimento che lady Windermere dava avanti che s'iniziasse la primavera. Bentinck House, più del solito, appariva piena di una folla di visitatori, fra cui spiccavano sei membri del gabinetto, venuti direttamente dall'udienza dello speaker, in abito di gala e decorazioni. Le belle signore indossavano costumi elegantissimi, e, all'estremità della galleria dei quadri, la principessa Sofia di Carlrsühe, una grossa dama dal tipo tartaro, con dei piccoli occhi neri e meravigliosamente vellutati, parlava, con voce acuta, un cattivo francese, ridendo sonoramente. C'era in quelle sale uno strano miscuglio di società: delle orgogliose paresse cicalavano cortesemente con dei violenti radicali; dei demagoghi popolari si strisciavano a degli scettici famosi; una brigata di vescovi seguiva una grande prima donna di salone in salone; sulla scala, un gruppo di membri dell'Accademia reale discuteva animatamente, e nella sala da pranzo i geni si spingevano fra loro. Era quella insomma una delle più belle serate di lady Windermere e la principessa vi si trattenne sino alle undici e mezzo passate. Subito dopo la sua partenza, lady Windermere tornò nella galleria dei quadri, dove un famoso economista stava esponendo, ad una virtuosa ungherese, con aria solenne, la teoria scientifica nella musica. Ella si mise a conversare con la duchessa di Paisley. Era meravigliosamente bella, coll'opulento seno di un bianco avorio, ed i grandi occhi azzurri, color miosotys, ed i pesanti fermagli in brillanti de' suoi capelli d'oro; capelli d'oro puro, non di quella tinta paglia pallida che usurpa oggi il bel nome dell'oro; capelli di un oro che pareva tessuto coi raggi del sole, capelli che circondavano il suo volto come d'un nembo di santa, con quel fascino che è proprio della peccatrice. Strano soggetto psicologico! Di buon'ora, nella vita, ella aveva scoperto questa importante verità, che, cioè, niente rassomiglia tanto all'innocenza quanto un'imprudenza e, dopo una serie di avventure, -- la metà delle quali avute innocentemente, -- era riuscita a conquistarsi tutti i privilegi di una personalità. Essa aveva più volte cambiato marito. Infatti, contava nel suo bilancio tre matrimoni; ma siccome non aveva mai mutato amante, il mondo aveva dopo qualche tempo smesso di sparlare sul suo conto. Ora aveva quarant'anni, niente figli, ed in complesso una passione sfrenata del piacere, passione che è il segreto di quelli che restano sempre giovani. Ad un tratto girò curiosamente lo sguardo per la sala e con la sua limpida voce di contralto disse: -- Dov'è il mio chiromante? -- Il vostro?... esclamò la duchessa, trasalendo involontariamente. -- Il mio chiromante, duchessa. Io ora non posso vivere senza di lui. -- Cara Gladys, voi siete molto originale! -- mormorò la duchessa, cercando ricordarsi ciò che veramente era un chiromante e sperando non fosse la stessa cosa che un chiropodista. -- Viene regolarmente a vedere la mia mano due volte la settimana, -- proseguì lady Windermere, -- e vi pone molto interesse. -- Dio del cielo! deve essere certo qualche manicure. Ecco ciò che è veramente terribile! Spero per lo meno che sia straniero: così riuscirà un po' meno gradito. -- Certo, è quì. Io non posso dare un ricevimento senza di lui. Egli mi dice sempre che ho una mano veramente psichica e che se il mio pollice fosse stato appena un poco più corto, sarei stata una pessimista convinta e mi sarei rinchiusa in monastero.... -- Oh! comprendo... -- disse la duchessa che si sentiva molto più sollevata. -- Egli dice la buona ventura, non è così?... -- E la cattiva, e molte altre cose di questo genere. L'anno venturo, per esempio, io correrò un grande pericolo, in terra, o in mare. Bisognerà dunque che io viva in pallone e ogni sera faccia salire in un cestino il pranzo. Tutto questo è scritto qui, sul mio dito mignolo, o sul palmo della mano, non so più precisamente. -- Ma cara duchessa, coi tempi che corrono, la Provvidenza può senza dubbio resistere alle tentazioni. Io penso che ciascuno, una volta al mese per lo meno, dovrebbe far leggere nella sua mano, per sapere ciò che non deve più fare. Se nessuno non ha la bontà di andare a cercarmi Podgers, andrò io stessa.... -- Lasciate fare a me, lady Windermere, -- interloquì un giovane piccolo, grazioso, che stava vicino ed aveva seguito la conversazione con un sorriso gioviale. -- Se è così singolare come voi dite, lady Windermere, io riuscirò a riconoscerlo: ditemi solo come è ed io ve lo condurrò subito. -- Sia. Non ha nulla del chiromante; voglio dire, che non ha nulla di misterioso, di estatico e che neppure ha una figura romantica. È un uomo piccolo, grasso, con una testa comicamente calva e dei grandi occhiali d'oro; è un tipo che sta fra il medico di famiglia ed il pastore di villaggio. Io ne sono desolata, ma la colpa non è mia. Le persone sono così noiose!... Le mie pianiste hanno tutte l'aria di pianiste, e tutti i miei poeti, l'aria di poeti. Io mi ricordo, che, nella stagione scorsa, avevo invitato a pranzo un terribile cospiratore, un uomo che aveva versato il sangue di un'infinità di persone e che portava sempre una cotta di maglia in acciaio e teneva un pugnale celato nella manica della camicia. Ebbene! Quando lo vidi, la sua figura mi sembrò quella di un vecchio e buon pastore. In tutta la serata non fece che lanciare motti di spirito, e se ciò mi divertì, mi deluse anche fortemente. Quando l'interrogai sulla sua cotta di acciaio, si contentò di sorridere e mi disse che era troppo fredda per poterla portare in Inghilterra.... Ah! ecco Podgers. Ebbene, sig. Podgers, desidererei che leggeste nella mano della duchessa di Paisley.... Duchessa, volete voi togliervi il guanto.... non quello della mano destra.... l'altro. -- Mia cara Gladys, veramente io non credo che ciò sia conveniente, -- disse la duchessa, sbottonando a malincuore il guanto. -- Tutto ciò che interessa è sempre conveniente, rispose lady Windermere: -- on a fait le monde ainsi. Ma bisogna che io vi presenti, duchessa... Ecco il signor Podgers, il mio chiromante; il signor Podgers, la duchessa di Paisley... e se voi direte che essa ha un monte della luna più sviluppato del mio, io non vi presterò più fede. -- Sono sicura, Gladys, che non v'è niente di ciò sulla mia mano, -- pronunziò con tono grave la duchessa. -- Vostra grazia ha infatti ragione, -- replicò Podgers gettando uno sguardo sulla piccola mano grassoccia, dai diti corti e tozzi. -- La montagna della luna non v'è sviluppata: però la linea della vita è ottima. Volete avere la bontà di spiegare la giuntura della mano... vi ringrazio... Tre linee distinte sopra la palma... voi vivrete sino a tarda età, duchessa, e sarete grandemente felice... Ambizione moderatissima, linea dell'intelligenza non esagerata, linea del cuore... -- Suvvia, siate discreto, signor Podgers! -- esclamò lady Windermere. -- Niente mi potrebbe esser più caro, -- rispose Podgers inchinandosi, -- se la duchessa me ne avesse dato motivo; ma io sono dolente di dover dire che nella mano leggo una grande costanza di affetti insieme ad un sentimento fortissimo del dovere. -- Volete continuare, signor Podgers? -- disse la duchessa con uno sguardo di soddisfazione. -- L'economia non è la minore delle virtù di vostra grazia... Lady diede in una forte risata. -- L'economia è un'ottima cosa, -- osservò con una certa compiacenza la duchessa. -- Quando sposai Paisley, egli aveva undici castelli e non una casa che fosse abitabile. -- Mentre ora, -- terminò lady Windermere, -- egli ha dodici case e neppure un castello! -- Eh!, mia cara, io amo... -- Le comodità, -- rispose Podgers, -- tutte le comodità dei nostri tempi ed i caloriferi in tutte le stanze... Vostra grazia infatti ha ragione: le comodità sono ancora la sola cosa che la civiltà può darci. -- Voi avete mirabilmente decritto il carattere della duchessa, signor Podgers; volete dire quello di lady Flora? E, rispondendo ad un cenno di testa della padrona di casa, una piccola fanciulla, da capelli rossi di scozzese e dalle spalle altissime, si alzò sgarbatamente da un divano e presentò una lunga mano ossuta. -- Ah! una pianista suppongo... anzi una eccellente pianista, non è vero? Chi sa, forse una musicista di prim'ordine. Riservatissima, onesta e dotata di un vivo amore per gli animali... È giusto? -- Perfettamente! -- esclamò la duchessa, volgendosi a lady Windermere. -- Assolutamente esatto. Flora alleva infatti due dozzine di gatti a Maclosckie e sarebbe capace di riempire la nostra casa di città di un vero serraglio di bestie se suo padre glielo permettesse. -- Bene! ma è appunto ciò che io faccio ogni giovedì sera in casa mia! -- rispose ridendo lady Windermere. Solamente io preferisco i leoni ai gatti. -- È questo il vostro solo errore, lady Windermere, -- pronunziò Podgers con un saluto cerimonioso. -- Se una donna non può rendere incantevoli i suoi errori, non è che una femmina qualunque... -- rispose essa, -- Podgers, esaminate ancora 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000