-- «E mia madre?» -- chiese Ester.
-- «Udrai tutto, Ester, abbi pazienza. Prima ch'io abbia finito vedrai
come mi sarebbe più facile dimenticar me stesso che tua madre.... Al
finire del mio servizio venni a Gerusalemme per le feste di Pasqua.
Il mio padrone mi ospitò, e, poichè l'amavo chiesi di continuarlo a
servire. Egli acconsentì ed io lo servii altri sette anni, ma come
Ebreo e figlio di Israele, salariato. Per conto suo ebbi la direzione
d'imprese commerciali di mare e di terra, e mandai carovane oltre Susa
e Persepoli nei paesi della seta. Viaggi pericolosi erano quelli figlia
mia, ma il Signore benedì le mie fatiche. Procurai immensi guadagni al
principe e vaste cognizioni a me stesso, senza le quali non mi sarebbe
stato possibile assumere le responsabilità che mi presi in seguito. Un
giorno ch'io ero suo ospite in Gerusalemme, un'ancella entrò, portando
un vassojo. Essa si rivolse a me, e fu quella la prima volta che vidi
tua madre, e la amai.
Dopo qualche tempo andai dal principe e la chiesi in moglie. Egli mi
disse che essa era schiava a vita, ma che se io lo desiderava l'avrebbe
affrancata per compiacermi. Ma essa, Ebrea, pur corrispondendo al mio
amore, si disse felice nella condizione e nel luogo ove si trovava, e
rifiutò la libertà! La pregai, la scongiurai a più riprese, ma invano.
Avrebbe solo consentito a diventare mia moglie qualora io diventassi
suo compagno di servitù. Nostro padre Giacobbe servì sette anni per la
sua Rachele. Io avrei potuto fare altrettanto. Ma tua madre richiedeva
che io diventassi schiavo per tutta la mia vita. Mi strappai allora da
lei, mi recai in altre contrade cercando di dimenticarla; ma l'amor mio
fu troppo forte: ritornai. Guarda qui, Ester, Guarda!» --
E sollevando una ciocca di capelli le additò un buco nell'orecchio
sinistro.
-- «Vedi la cicatrice della lesina?» --
-- «La vedo» -- disse Ester -- «e vedo pure a qual punto tu amasti mia
madre!» --
-- «Amarla, Ester! -- Essa era per me più della Sulamita per il Re
Cantore; più bella, più pura di una fontana, di una sorgente del
Libano. Quando seppe la mia volontà, il padrone mi presentò ai giudici
davanti ai quali esposi la mia intenzione; poi mi condusse a casa,
e trapassando il mio orecchio colla lesina, la conficcò come è d'uso
nella porta. Così divenni suo schiavo per tutta la durata della vita.
Così conquistai la mia Rachele, e dimmi: vi fu mai amore come il
mio?» --
Ester si chinò sopra di lui e lo baciò. Tacquero entrambi pensando alla
tomba che aveva troncato quel grande amore.
-- «Il mio padrone annegò in mare; e fu questa la mia prima sventura»
-- continuò il negoziante. -- «Il lutto della sua famiglia fu lutto
mio, nella mia casa ad Antiochia dove già dimoravo. Ora ascoltami,
Ester. Quando il principe venne a morte, io era a capo della sua
amministrazione, e tutti i suoi beni erano nelle mie mani. Da questo
puoi argomentare l'affetto e la fiducia ch'egli riponeva in me.
Accorsi a Gerusalemme per render conto della mia gestione alla vedova
ed essa mi riconfermò al mio posto. Raddoppiai di diligenza e gli
affari prosperarono di anno in anno. Trascorsero così dieci anni. Poi
venne la catastrofe di cui il giovine parlò -- l'accidente, com'egli
disse, toccato al procuratore Grato. -- Il Romano invece lo chiamò un
tentativo d'assassinio e ne tolse pretesto, col consenso di Roma, di
confiscare a proprio beneficio l'immensa fortuna della vedova e dei
figli. Nè questo gli bastò. Per prevenire un'appello contro la sentenza
egli soppresse tutte le parti interessate. Da quel giorno nefasto
la famiglia di Hur scomparve. Il figlio, ch'io vidi fanciullo, fu
condannato alle galere. La vedova e la figlia si suppone siano state
sepolte in una delle molte carceri sotterranee di Giudea, veri sepolcri
per chi ne ha varcata la soglia. Esse scomparvero come se il mare
le avesse inghiottite. Non potemmo sapere come morirono, ma neppure
sappiamo se veramente sono morte.» --
Gli occhi di Ester erano gonfi di lagrime.
-- «Il tuo cuore è buono, Ester, buono come quello di tua madre; e prego
Iddio che non gli tocchi un simile destino -- d'essere calpestato dagli
spietati e dai ciechi. Ma ascoltami ancora: -- Andai a Gerusalemme per
soccorrere la mia benefattrice ma alle porte della città fui arrestato
e condotto nei sotterranei della Torre d'Antonia. Non ne seppi la
cagione, finchè Grato in persona venne a chiedermi i denari della
casa di Hur, poi ch'egli, conoscendo le pratiche ebraiche, sapeva che
io possedeva somme tratte sulle diverse piazze del mondo. M'impose
di firmare le tratte a suo favore. Rifiutai. Egli aveva le case, le
terre, le merci, le navi e tutta la proprietà mobile dei miei padroni,
meno i denari. Compresi che se continuassi a trovar grazia agli occhi
del Signore avrei potuto ricostruire la loro fortuna e respinsi la
richiesta del tiranno. Mi mise alla tortura, ma tenni fermo, cosicchè
dovette rilasciarmi senza aver nulla ottenuto. Ritornai a casa e
ricominciai a trafficare per conto e nel nome di Simonide d'Antiochia
anzichè in quello del principe Hur di Gerusalemme. Ester, tu sai come
prosperarono i miei affari, in che modo miracoloso si moltiplicarono
nelle mie mani i milioni del principe. Sai pure che, a capo di tre
anni, mentre mi recava a Cesarea, fui di nuovo arrestato e torturato
per la seconda volta da Grato. Neppur questa volta ottenne da me la
confessione intorno alla sorte dei denari di Hur. Fisicamente rovinato
feci ritorno a casa, dove trovai che la mia Rachele era morta di
dolore e di spavento per me. La volontà del Signore mi tenne in vita.
Dall'imperatore medesimo comperai una licenza di libero traffico in
ogni paese del mondo. Oggi -- sia lodato l'Altissimo! -- oggi, Ester, la
mia ricchezza è tale da far invidia a un Cesare.» --
Con un moto d'orgoglio sollevò il capo, e incontrò gli sguardi della
fanciulla.
-- «Che cosa intendo di fare con questa fortuna?» -- chiese,
interpretando i suoi pensieri.
-- «Padre mio, disse ella sommessamente, non venne oggi a chiederla
il legittimo proprietario? E non sono io pure, o padre, la sua
schiava? E non dobbiamo noi piegarci innanzi a lui come la legge
prescrive?» --
Un raggio d'ineffabile gioia rischiarò il volto dell'infermo.
-- «Il Signore è stato buono con me. In molti modi ha mostrato la
sua benevolenza, ma tu Ester, sei il dono più bello di quanti mi ha
prodigato.» --
Così dicendo l'attirò a sè e la baciò.
-- «Ascoltami,» -- proseguì -- «ed udrai perchè io risi poc'anzi. Quando
il giovane si presentò innanzi a me, mi parve di veder suo padre
ringiovanito. L'animo mio ebbe uno slancio, come se volesse andargli
incontro. Sentii entro di me che i miei giorni di prova e le mie
fatiche erano giunte al termine. A stento trattenni l'impulso del
mio cuore che mi spingeva a rivelare la mia gioia. Ero impaziente di
prenderlo per mano, di mostrargli i registri ed i conti e di dirgli:
-- «Tutto questo è tuo ed io sono il tuo schiavo. Ho compiuto il dover
mio, posso aspettare la voce del Signore che mi chiami a sè.» -- E così
avrei fatto, Ester, sì proprio così avrei fatto, se, tutto ad un tratto
tre pensieri non m'avessero assalito ad un tempo. Il primo diceva:
Assicurati prima ch'egli è proprio il figlio del tuo padrone. S'egli
è il figlio del tuo padrone, studia prima e conosci un poco l'indole
sua, -- mi suggerì il secondo. Pensa, Ester quanti sono gli eredi
di colossali ricchezze, che sperperano i loro denari, e li riducano
a semi di maledizioni.» -- La voce gli si fece stridula, e sostò un
momento, accasciato da questa riflessione. -- «Ester pensa ai patimenti
inflittimi dal Romano, e non solo da Grato; gli spietati esecutori
dei suoi ordini tanto la prima quanto la seconda volta erano tutti
Romani e tutti ridevano udendomi urlare dal dolore. Pensa alle mie
membra rotte, al mio corpo deformato; pensa a tua madre laggiù nella
tomba solitaria, ai dolori della famiglia del mio padrone, se è ancor
vivo o alla sua morte forse; pensa a tutto questo, o figliuola mia,
e dimmi tu s'è giusto che nulla succeda in espiazione e vendetta di
tante crudeltà? Non dirmi come ripetono i predicatori, che la vendetta
è del Signore. Non fa egli valere la sua volontà per mezzo degli uomini
nell'infliggere pene come nel conferire benefici? Non ha egli i suoi
guerrieri, più numerosi dei profeti? Non è sua la legge -- occhio per
occhio, mano per mano, piede per piede? Ah, nel corso di tanti anni ho
sospirata la vendetta, l'ho implorata nelle preghiere. Nell'accumular
le mie ricchezze, fu questo il mio pensiero, il mio sogno costante.
Come è vero che vi è Iddio, io mi diceva, esse dovranno servirmi per
castigare quei malfattori. E quando, accennando alla sua destrezza nel
maneggio delle armi, il giovane disse, ch'essa non aveva nessun scopo
definitivo, io indovinai quello scopo: era la vendetta! Fu questo,
o Ester, il terzo pensiero che mi impose il silenzio e mi diede la
forza di ascoltare impassibile la sua perorazione, finchè, partito il
giovane, le mie emozioni proruppero in un riso di giubilo.» --
Ester continuava ad accarezzargli le mani ischeletrite.
-- «Egli è partito o padre. Ritornerà ancora?» --
-- «Sì. Il fedele Malluch lo sorveglia e lo ricondurrà quando tutto sarà
pronto.» --
-- «E quando lo sarà, o padre? --
-- «Non subito, figlia mia. Egli crede che tutti i testimoni della sua
identità siano morti. Ma uno vive ancora, il quale non mancherà di
riconoscerlo, s'egli è veramente figlio di suo padre.» --
-- «Sua madre?» --
-- «No, io stesso gli presenterò quel testimonio. Intanto Dio ci
protegga. Chiama Abimelech.» --
Ester chiamò il servo, e i tre si ritrassero.
CAPITOLO V.
Allorchè Ben Hur uscì dal vasto magazzeno, il pensiero prevalente in
lui era quello di un altro disinganno aggiuntosi ai molti che aveva già
sofferto nella ricerca dei suoi cari. Questo pensiero lo riempì di una
grande desolazione. Si sentì solo al mondo, e, giovane e ricco com'era,
la vita gli parve divenuta un peso troppo grave da sopportarsi.
Facendosi strada fra la folla ed i mucchi di mercanzia, giunse al
termine dell'approdo. Le acque del fiume apparivano più profonde e più
oscure in quel punto per l'ombra delle case e degli alberi vicini:
ed egli ne provò il fascino insidioso. La pigra corrente sembrava
arrestarsi nel suo cammino, quasi lo attendesse; -- ma a rompere
l'incanto venne il ricordo delle parole del suo compagno di viaggio,
che gli parve di riudire:
-- «Meglio un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite di
un Re.» -- Si volse, e camminando rapidamente, fece ritorno al Khan.
-- «La via per Dafne?» -- esclamò l'albergatore, sorpreso dalla
domanda di Ben Hur. -- «È la prima volta che venite in questa città?
Allora questo giorno è fra i più felici della vostra vita. Non
potete sbagliare la strada. La prima via verso mezzogiorno conduce
direttamente al monte Sulpio sulla vetta del quale sono l'altare di
Giove e l'anfiteatro; pigliate la terza via trasversale chiamata la
colonnata d'Erode; là, voltate a destra e seguite la via attraverso la
grande città di Seleucia fino alle porte di bronzo d'Epifane. In quel
punto incomincia la via di Dafne -- e che gli Dei vi proteggano.» --
Dopo aver dato alcuni ordini relativi al suo bagaglio, Ben Hur si pose
in cammino.
Non ebbe difficoltà a trovare la colonnata d'Erode; da quella, alle
porte di bronzo correva un lungo porticato di marmo, che egli percorse
fra mezzo ad una folla di gente composta dei rappresentanti di tutte le
nazioni commerciali del mondo.
Era la quarta ora del giorno, quando oltrepassò le porte e si trovò
in mezzo ad una interminabile processione diretta al bosco famoso. La
strada era divisa in vie separate, una pei pedoni, una pei cavalieri
e i cocchi; ed anche queste erano suddivise in due altre vie parallele
per le quali due correnti di persone si movevano in direzione opposta.
Le linee di demarcazione erano segnate da basse balaustrate interrotte
da statue poggianti su solidi piedestalli. A destra ed a sinistra della
strada estendevansi magnifici prati ed aiuole, accuratamente tenuti,
alternati di quando in quando da gruppi di quercie, di siccomori e
da pergolati di viti che invitavano i passeggieri a riposare. Le vie
riservate ai pedoni erano lastricate di pietra rossiccia e quelle
pei cavalieri erano cosparse di bianca arena compressa in modo da
darle la consistenza di un marciapiede, senza però che, come questo,
echeggiasse lo scalpitar dei cavalli ed il frastuono delle ruote.
Innumerevoli fontane di varie e meravigliose foggie lanciavano i loro
zampilli nell'aria; erano doni di Re che avevano voluto così eternare
il ricordo delle loro visite. All'ingresso del bosco, a sud-ovest, fino
alla città, questa magnifica strada misurava oltre quattro miglia in
lunghezza.
Nello stato d'animo in cui si trovava Ben Hur, lo splendore regale
della via passò quasi inosservato; e i suoi sguardi non si arrestarono
neppure sulla folla che s'avviava insieme a lui come in processione.
A dire il vero alla sua preoccupazione si univa anche una buona dose
di quella compiacenza orgogliosa propria del Romano che visitava la
provincia, mentre erano ancora fresche in lui l'impressioni della vita
fastosa che s'agitava quotidianamente intorno alla colonna d'oro posta
da Augusto nel Foro, come per indicare il perno del mondo. Non era
possibile che le provincie offrissero uno spettacolo più grandioso.
Impaziente per la lentezza dei suoi vicini, egli spiava ogni varco
della folla, per approfittarne e portarsi avanti più rapidamente.
Quando giunse ad Eraclea, villaggio suburbano a mezza strada fra la
città ed il bosco, il movimento della folla festante cominciò a far
sentire i suoi effetti sopra di lui, predisponendo il suo animo ad
accogliere impressioni più gioconde. La sua attenzione fu dapprima
attirata da un paio di capre guidate da una avvenente fanciulla; tanto
le bestie come la loro guida erano festosamente ornate di nastri o
fiori. Poi si fermò ad osservare un toro immenso, bianco come la neve,
inghirlandato di viti e portante sull'ampia groppa un fanciullo nudo,
immagine del giovane Bacco, il quale, seduto in un canestro, teneva in
mano un calice colmo di vino.
A quali altari avrebbero servito quelle offerte? si domandò
rimettendosi in cammino. Passò un cavallo con la criniera mozzata come
lo esigeva la moda, montato da un cavaliere vestito con sfarzo. Ben Hur
sorrise vedendo l'orgoglio dell'uno rispecchiarsi nell'altro. Cavalli
e cocchi in grande numero continuarono a passare dinanzi a lui sulla
strada a loro riservata, e, inconsciamente, quel moto e quella festa
cominciarono ad interessarlo. Le persone che l'attorniavano erano di
tutte le età, sessi e condizioni, tutti vestiti dei loro abiti di
festa. Un gruppo era abbigliato uniformemente di bianco, un'altro
di nero; alcuni portavano bandiere, altri turribuli fumanti; altri
cantavano inni, ed eran seguiti da individui con flauti e tamburelli.
Quale luogo meraviglioso doveva essere questo di Dafne, se ogni giorno
vi si recava tanta gente!
Finalmente vi fu un batter di mani ed uno scoppio di grida gioconde;
e, seguendo l'indicazione di molte dita, egli scorse sulla cima di
una collina il tempio che serviva d'ingresso al bosco consacrato. Gli
inni s'inalzarono con maggior foga, la musica accelerò i tempi, e Ben
Hur, dividendo l'impazienza della folla, e trascinato dall'impetuosa
corrente, mosse verso il tempio, oltrepassata la soglia del quale,
romanizzato com'era nei costumi, il suo primo impulso fu quello di
cadere in adorazione davanti a quel luogo.
A tergo dell'edificio che ornava l'ingresso, d'una costruzione di
stile severamente greco, si stendeva una larga spianata lastricata di
pietre luccicanti, ora quasi nascoste sotto una moltitudine di persone
gaie ed irrequiete, spiccante sopra uno sfondo di iridescenti zampilli
prorompenti da fontane marmoree.
Dinanzi a lui in direzione di sud-ovest si diramavano gli innumerevoli
sentieri di un giardino, il quale si mutava più in là in una foresta,
sulla quale, in quel momento, aleggiava una nube di un leggero vapore
turchino. Ben Hur contemplava il panorama, pensoso ed incerto, quando
una donna vicino a lui esclamò: -- «Bellissimo spettacolo! ma dove si
deve andare adesso?» -- Un uomo col capo cinto di bacche d'alloro e
che la accompagnava, rise e rispose: -- «Bellissima barbara! La tua
domanda mi sa di paura terrena, e abbiamo convenuto di lasciare questi
pensieri in Antiochia. I venti che qui soffiano sono l'alito degli Dei.
Abbandoniamoci ad essi.» --
-- «Ma se ci smarrissimo?» --
-- «Oh, paurosa! nessuno si è mai perduto in Dafne eccetto quelli sui
quali le sue porte si sono chiuse per sempre.» --
-- «E chi son costoro?» -- chiese la donna tuttora conturbata.
-- Son quelli che si sono abbandonati al fascino del luogo e lo hanno
scelto a dimora per la vita e per la morte. Ascolta! Fermiamoci qui, e
ti mostrerò quelli di cui parlo.» --
Sul marmoreo pavimento risuonò uno stropiccìo di piedi calzati di
sandali; la folla si aprì e lasciò l'adito ad un gruppo di ragazze,
le quali, accerchiati i due interlocutori, intonarono un canto; indi
agitando i tamburelli cominciarono a ballare. La donna, sbigottita,
s'aggrappò all'uomo, il quale, cintale la vita con un braccio,
acceso in volto, batteva coll'altro il tempo della musica. I capelli
delle danzatrici svolazzavano liberamente e le loro membra rosee
s'intravvedevano sotto le vesti di garza che imperfettamente le
coprivano. Non è concesso alla parola il descrivere la voluttà di
quella danza.
Dopo un breve giro si aprirono un varco nella sala e scomparvero
rapidamente come erano venute.
-- «Che te ne pare?» -- chiese l'uomo alla sua compagna.
-- «Chi son desse?» -- chiese a sua volta la donna.
-- «Devadasi -- sacerdotesse dedicate al Tempio d'Apollo. Ve ne sono
eserciti. Sono esse che cantano in coro nelle feste. Questa è la loro
dimora. Qualche volta visitano altre città, ma tutto quanto raccolgono
è portato qui ad arricchire la casa del divino cantore. Dobbiamo
andare?» --
Ben Hur, lieto di sapere che nessuno s'era mai perduto nel bosco di
Dafne, infilò una qualunque delle vie che gli si aprivano dinanzi
e penetrò nel giardino. Una statua, innalzata sopra un magnifico
piedestallo attrasse per primo i suoi sguardi. -- Raffigurava un
centauro e un'iscrizione spiegava ai visitatori meno eruditi che quello
era Chirone, amato da Apollo e Diana, da loro iniziato ai misteri
della caccia, della medicina, della musica e della profezia. Nelle
mani teneva un rotolo sul quale erano incisi in caratteri greci alcuni
paragrafi di un avviso:
-- «-Viaggiatore!-
-- -Sei tu straniero?-» --
I. Ascolta il mormorìo dei ruscelli e non temere la pioggia delle
fontane. Così le naiadi impareranno ad amarti.
II. Zeffiro ed Austro sono le brezze amiche di Dafne; gentili
riformatrici della vita esse ti preparano infinite dolcezze.
Quand'Euro soffia, Diana è a caccia; se Borea sibila, nasconditi,
perchè Apollo è corrucciato.
III. Le ombre del Bosco sono tue di giorno: di notte appartengono
a Pane ed alle sue Driadi. Non turbarle.
IV. Cibati parcamente del loto lungo le sponde dei rivi, se non
vuoi perdere la memoria, il che equivale a diventare figlio di
Dafne.
V. Non toccare il ragno che tesse. È Aracne che lavora per
Minerva.
VI. Vuoi tu contemplare le lacrime di Dafne? Strappa un germoglio
da un ramoscello di lauro, e morrai.
-- «-Sta in guardia!-
-Fermati e sii felice.-» --
Ben Hur lasciò la cura d'interpretare il mistico avviso ad altri che
facevano ressa intorno a lui, e si ritrasse nell'istante stesso in cui
si avvicinava il toro bianco.
Il fanciullo sedeva sulla cesta seguito da una processione; dietro a
questa veniva la donna colle capre e dietro a lei i suonatori di flauto
e tamburelli, con un'altra processione di apportatori d'offerte.
-- «Ove vanno costoro?» -- chiese un astante.
Un altro rispose:
-- «Il toro al padre Giove; le capre...» --
-- «Non custodiva una volta Apollo il gregge di Admeto?» --
-- «Appunto, le capre sono per Apollo.» --
Alla bontà del lettore chiediamo indulgenza per concederci una
spiegazione. Una certa facilità di tolleranza in fatto di religione
suol formarsi in noi dopo aver per molto tempo praticato con persone
di divina fede; a poco a poco veniamo a riconoscere che ogni credenza
vanta uomini buoni e degni del nostro rispetto, e che non ci è
possibile rispettarli senza al tempo stesso estendere una certa
deferenza anche alla loro religione.
A questo punto era giunto Ben Hur. Gli anni trascorsi a Roma e quelli
vissuti nella galera avevano lasciato intatta la sua fede religiosa;
egli era sempre Ebreo, ma, a suo modo di vedere, non eravi empietà
alcuna nel contemplare il bello nel bosco di Dafne. -- Ciò non toglie
per altro che quand'anche, i suoi scrupoli fossero stati più rigidi,
egli li avrebbe in quel momento probabilmente soffocati. Era concitato,
non come gli esseri irascibili che un'inezia irrita; nè la sua collera
era quella dello stordito, che, attinta alla fonte del nulla, si
disperde in rimproveri e bestemmie; l'ira sua era quella propria delle
indoli ardenti, destatasi di soprassalto pel subitaneo annientamento
d'una speranza. --
In simili casi e con tali nature la lotta non termina perchè ha urtato
contro un ostacolo, ma continua col destino, e sarebbe bene il destino
medesimo rivestisse una forma materiale e tangibile, da potersi
spezzare con uno sguardo o con un colpo, ovvero quella di un essere
vivente col quale fosse possibile sfogarsi apostrofandolo con parole
roventi. L'anima umana soffrirebbe meno combattendo un tale avversario.
A mente fredda Ben Hur non si sarebbe recato solo al Bosco, o, se vi
fosse venuto solo, si sarebbe valso del posto da lui occupato nella
famiglia del console, per procacciarsi una specie di pianta della
località, facendosi indicare i punti di speciale interesse. Se poi
avesse voluto abbandonarsi più a lungo agli ozii ed alle delizie di
quel soggiorno, si sarebbe anzitutto presentato con una lettera di
credenza a chi ne aveva la direzione.
Ma nella condizione d'animo in cui si trovava, non era uno spettatore
uguale alla massa volgare che schiamazzava tutto all'intorno.
La Divinità del Bosco non gli ispirava rispetto, nè i misteri che vi si
celavano provocavano la sua curiosità. Era un uomo smarrito dal dolore
di un crudele disinganno, insofferente di indugi, animato da un cieco
desiderio di incontrare il proprio fato, e di sfidarlo.
Il suo era quello stato mentale che rende possibile di compiere atti
arditi con apparente tranquillità.
CAPITOLO VI.
Ben Hur s'inoltrò insieme alla processione. Non aveva la curiosità
di chiedere ove si andava, e bastava, per appagarlo, la vaga
impressione che fossero tutti avviati verso i templi, magnifici centri
d'attrazione.
Ad un tratto, egli tornò a mormorare: -- «Meglio essere un verme e
nutrirsi delle more di Dafne, che essere ospite d'un Re,» -- e ripetendo
quelle parole come un ritornello chiese fra sè: -- «Era poi così dolce
la vista nel Bosco? In che consisteva l'incanto? Forse in quella
dottrina filosofica spiegata dai sacerdoti dei templi? O era essa
una realtà, non percettibile ai sensi? Ogni anno migliaia d'esseri
rinunciavano al mondo per entrare qui. Lo trovavano essi il fascino?
E quando lo avevan trovato bastava esso a generare un oblìo tale da
escludere dalla mente tutti i tedi e i dolori della vita? Se il Bosco
era loro così benefico perchè non lo sarebbe anche a lui? Egli era
Ebreo: possibile che le cose buone del mondo fossero per tutti fuorchè
pei figli d'Abramo?
Le sue facoltà si concentrarono per sciogliere il quesito, senza badare
ai canti degli oblatori ne ai motteggi dei suoi compagni.
Volse gli occhi al cielo come per trovarci una soluzione; era turchino,
sì molto turchino; l'aria risuonava dei garriti delle rondini; ma lo
stesso colore aveva il cielo sovrastante alla città.
Più in là, fuori dei boschi, a destra, una deliziosa brezza, carica di
profumi, lo accarezzò per un istante, ed egli, insieme agli altri, si
fermò a guardare la direzione donde la brezza proveniva.
-- «Forse da quel giardino laggiù?» -- chiese ad un suo vicino.
-- « Piuttosto da qualche cerimonia sacerdotale: un sacrificio in onore
di Diana, di Pane o di qualche Divinità silvestre.» --
La risposta era nella sua lingua nativa. Ben Hur guardò sorpreso lo
sconosciuto.
-- «Un Ebreo?» -- gli chiese.
L'individuo rispose con un sorriso rispettoso.
-- «Nacqui a pochi passi dalla piazza di Gerusalemme.» --
Ben Hur era sul punto di continuare il discorso, quando, un
improvviso movimento della folla lo spinse da una parte e trascinò
in un'altra direzione il suo interlocutore. La solita veste, una
tela bruna in capo, legata con una corda gialla, ed un volto ebraico
pronunciatissimo, fu quanto Ben Hur potè ricordare dello sconosciuto.
Era arrivato a un punto ove i sentieri cominciavano a internarsi nei
boschi e offrivano pertanto una favorevole occasione per staccarsi
dall'assordante processione. Ben Hur non tardò ad approfittarne.
Incominciò col penetrare in una folta boscaglia, canora pei canti
di molti uccelli. I cespugli erano, o in fiore, o portavano frutti.
Al piede degli alberi si stendeva un soffice tappeto erboso, mentre
piante di gelsomini e d'edera si arrampicavano su tralci, ricadendo
dai rami in forma di pergolato. L'aria era pregna dei profumi della
siringa-persica, della rosa, del giglio, del leandro, della fragola,
e, perchè nulla mancasse alla felicità delle ninfe e delle najadi, un
ruscelletto serpeggiava lentamente frammezzo ai fiori.
Procedendo oltre lo salutò il grido del piccione e il tubare delle
tortorelle; alcuni merli non si mossero neppure al suo avvicinarsi
e un usignuolo rimase tranquillamente al suo posto, quantunque egli
passasse a un braccio di distanza dal ramo su cui posava. Una quaglia,
seguita dai suoi piccini, lo precedeva saltellando. Essendosi fermato
un istante per non spaventarli, vide improvvisamente sbucare da una
siepe una forma umana, trasalì. Gli era dato veramente di vedere un
satiro? Osservò più attentamente, e là suggestione del luogo essendosi
dissipata, rise fra di sè, vedendo un innocente agricoltore che teneva
in mano un falcetto da potar viti. La pace senza il timore, era questo
l'epitome e il significato del tempio di Dafne!
Sedette all'ombra di un cedro, le cui radici grigiastre pescavano
in parte nell'acque di un ruscello. Il nido d'una cingallegra si
specchiava nelle limpide onde, e la cingallegra stessa, facendo
capolino, lo fissava negli occhi, come esprimendo un muto invito. --
«Sembra che voglia dirmi:» -- pensò Ben Hur -- «Non ho paura di te. La
legge che governa questi luoghi è l'Amore.» -- Sì, l'incanto del bosco
gli appariva ormai chiaro; ne fu contento, e decise di unirsi alla
schiera dei perduti di Dafne. Incaricato della custodia dei fiori e
degli arbusti, cercando lo sviluppo delle miti bellezze di quei luoghi,
non potrebbe egli, come l'uomo del falcetto, rinunciare ai triboli
della vita, rinunciarvi dimenticando e dimenticato?
Ma il suo sangue Ebraico si ribellò a questo progetto. L'incanto di
Dafne poteva bastare a certa gente; sarebbe stato sufficiente per lui?
L'amore è delizioso, ah sì, massime dopo tante sofferenze che egli
aveva provate, ma era poi tutto nella vita, tutto?
Una profonda differenza correva fra di lui e quegli spensierati seguaci
di Dafne. Essi non avevano doveri, non potevano averne avuti mai,
mentre egli...
-- «Dio d'Israele!» -- gridò a voce alta, balzando in piedi con le
guancie infocate -- «Madre, Tirzah! Maledetto il luogo, maledetto il
pensiero, che mi distacca da voi!» --
A passi precipitati uscì dal boschetto degli aromi, e pervenne ad un
corso d'acqua dagli argini murati, sopra il quale metteva un ponte; vi
salì e da questo vide una serie di ponti, ciascuno di foggia diversa
dagli altri, prolungantisi infinitamente seguendo i molteplici meandri
del fiume. L'acqua limpida, profonda e tranquilla sotto di lui, un poco
più in giù si gettava rumorosa e spumeggiante da un banco di scogli,
formando una piacevole cascata. Il paesaggio che si stendeva davanti
ai suoi occhi era incantevole: ampie vallate e colline ondeggianti
con boschi, laghi, edifici fantastici, collegati gli uni con gli altri
da bianchi sentieri, e scintillanti torrenti. I prati erano verdi ed
ingemmati di fiori; qua e là greggi di pecore candide brucavano l'erba.
I loro belati, le voci e i canti dei pastori si udivano tratto tratto
portati dal vento. Sopra ogni sommità sorgevan altari a cielo scoperto,
ognuno dei quali era servito da una figura bianco-vestita, e ai quali
traevano numerose processioni di persone pure vestite di bianco. Quali
misteri dovevano celarsi in un quadro così meravigliosamente bello!
Lentamente Ben Hur ricuperò la padronanza de' suoi pensieri e si scosse
dalla specie di estasi in cui era caduto.
Una rivelazione gli balenò tutto ad un tratto alla mente. Allora
soltanto si accorse che il bosco era tutto un tempio, un tempio
vastissimo senza mura nè tetto!
Mai nessuno aveva veduto un simile tempio.
L'architetto non si era preoccupato di colonne e di porticati, di
proporzioni e di misure. Egli si era semplicemente ed assai bene
servito della natura. L'arte non poteva far dippiù. Fu così che
l'astuto figliuolo di Giove e di Calisto creò l'Arcadia, e, nell'un
caso come nell'altro, trionfò il genio ideatore Greco.
Dal ponte Ben Hur passò nella valle più vicina. Si appressò ad un
gregge di pecore, custodito da una fanciulla che con un gesto gli fece:
-- «Vieni!»
Più in là il sentiero circuiva un'altura, un piedestallo di nero
gnais, avente per cappello una lastra di marmo bianco artisticamente
tagliata, sopra il quale sorgeva un braciere di bronzo. Poco discosta,
una donna, vedutolo, agitò una verga di salice ed al suo passaggio
gli disse: -- «Fermati» -- accompagnando la parola con un'irresistibile
sorriso di voluttuose promesse. Più lungi ancora s'imbattè in una
delle processioni, alla testa della quale una turba di piccole
fanciulle, nude e inghirlandate, cantavano, con vocine stridule,
seguite da un gruppo di giovinetti, nudi anch'essi ed abbronzati dal
sole, accompagnanti colle danze il canto delle fanciulle; dietro ad
essi veniva la processione, formata tutta di donne che recavano agli
altari cesti di spezie e di dolci, donne vestite con una semplicità
che poco celava allo sguardo. Mentre egli passava, alzarono le mani ed
esclamarono in coro: -- «Fermati e vieni con noi!» -- ed una Greca recitò
una strofa d'Anacreonte:
Poichè oggi io prendo e dono,
Poichè lieto è il mio cammino,
Vieni e godi o pellegrino:
Chi t'accerta del diman?
Ma, indifferente, egli proseguì la sua via finchè si trovò all'ingresso
di un rigoglioso boschetto nel cuor della valle donde questa apparve
più bella ed incantevole all'occhio dell'osservatore.
Dall'ombra degli alberi emanava una molle seduzione. L'erba ai
loro piedi era pochissima e soffice. Tutte le varietà orientali
d'alberi e di cespugli erano rappresentate da splendidi esemplari,
che s'alternavano con piante esotiche e strane; gruppi di palme dai
pennacchi regali; siccomori e lauri; quercie frondose e cedri più
maestosi dei loro classici prototipi del Libano; gelsi e terebinti e
semprevivi; un paradiso terrestre. In mezzo ad una radura sorgeva una
statua di meravigliosa bellezza, raffigurante Dafne, la Dea protettrice
del luogo. Ai piedi della statua, coricati sopra una pelle di tigre,
addormentati, Ben Hur vide una fanciulla ed un giovane abbracciati in
un amoroso amplesso. Un falcetto ed un canestro rovesciato giacevano
loro appresso, e, da quest'ultimo, usciva un mucchio di rose formando
una cascata di fiori sopra il prato.
Ben Hur si ritrasse con un senso di profonda vergogna. Nel boschetto
degli aromi egli aveva creduto di scoprire l'incanto misterioso del
luogo ove regnasse pace senza timore e quasi aveva ceduto a quel
fascino dolce e sereno; ora, da quell'esotico amplesso in pieno
giorno, lì, ai piedi di Dafne, ebbe una nuova rivelazione. Il principio
imperante nel luogo era l'amore, ma l'amore fuori della legge.
Questa era la pace dolcissima di Dafne!
Questo lo scopo della vita dei suoi ministri!
A questo segno un clero astuto aveva asservito la natura, gli uccelli
dell'aria, i fiumi, i fiori, il lavoro dell'uomo, la santità degli
altari, il fecondo bacio del sole!
I seguaci della Ninfa, i devoti di quel gran tempio a cielo scoperto,
anche quelli che col lavoro delle loro braccia lo mantenevano in
quello stato di magnificenza e di perfezione, destarono un senso di
disgusto e di sdegno nel petto di Ben Hur, ora che il movente delle
loro azioni non gli era più un mistero. Certo v'eran stati alcuni
che, gemendo sotto un fardello di triboli troppo gravi a sopportarsi
si erano lasciati attirare dalle promesse di pace che offriva loro
il soggiorno in un luogo consacrato, alla cui bellezza, in mancanza
d'altri doni, essi pagavano un tributo col loro lavoro; ma, certamente,
non era di questi che si componeva la grande maggioranza dei fedeli.
Ampie e dorate erano le reti che Apollo tendeva in ogni parte ai suoi
seguaci, e sotto le maghe; ma nessuna eguagliava lo splendore del Bosco
di Dafne. A questo traevano tutti i libanti del mondo, i sensualisti
d'oriente e d'occidente. I loro voti non si ispiravano a nessuna
nobile esaltazione, a nessun zelo pel Dio del canto o per l'infelice
sua amante, a nessun principio filosofico che prescrivesse la calma
dell'eremo e il raccoglimento della natura, il conforto della religione
e i riti di un amore elevato e sereno. In quell'età due soli popoli
sarebbero stati capaci di assurgere a tale altezza di concezione:
quello retto dalle leggi di Mosè, e quello cui Brama reggeva. Essi soli
avrebbero potuto esclamare: -- «Meglio la legge senza amore che l'amore
senza la legge.» --
Ben Hur continuò la sua strada, tenendo la testa alta, come chi,
pure apprezzando le delizie che lo attorniano, sa contemplare con la
calma derivante da una chiara percezione del suo valore. Il pensiero
d'essersi quasi lasciato adescare da quelle fallaci insidie, richiamava
di tanto in tanto un sorriso sulle sue labbra.
CAPITOLO VII.
Giunse ad una foresta di cipressi alti e diritti come colonne, da cui
procedevano le note gaie d'una cornetta. Sdraiato sull'erba, all'ombra
di un albero, vide quel tale a lui incognito nel quale s'era imbattuto
poc'anzi.
Lo sconosciuto si alzò e gli venne incontro.
-- «Di nuovo la pace sia con voi.» -- disse in tono cordiale.
-- «Vi ringrazio» -- rispose Ben Hur -- «facciamo forse la stessa
strada?» --
-- «Io sono diretto allo stadio, e voi?» --
-- «Lo stadio?» --
-- «Sì; la cornetta che avete udito poc'anzi è un appello pei
competitori.» --
-- «Amico» -- fece Ben Hur -- «Confesso la mia ignoranza, e se vorrete
servirmi da guida, vi sarò grato.» --
-- «Volontieri. -- Ascoltate! -- Mi par di udire il rumore dei cocchi.
Stanno per entrare nella pista.» --
Ben Hur stette in ascolto un momento; poi riprese la presentazione
interrotta al crocicchio innanzi ai templi: -- «Io sono figlio del
duumviro Arrio -- e tu?» --
-- «Io mi chiamo Malluch, negoziante di Antiochia.» --
-- «Ebbene, buon Malluch; il corno, lo strepito delle ruote; la
prospettiva di uno spettacolo hanno destato la mia curiosità. Ho
qualche cognizione di quegli esercizî e non sono sconosciuto nelle
palestre di Roma. Andiamo alla gara.» --
Malluch lo guardò stupito: -- «Il duumviro era Romano; pure vedo suo
figlio vestito da Ebreo.» --
-- «L'illustre Arrio era mio padre adottivo.» -- spiegò Ben Hur.
-- «Ah, comprendo! Perdonate.» --
Uscendo dalla foresta la quale formava come il bordo di una vasta
radura si trovarono davanti a uno stadio. La pista era di terra
compressa e bagnata, ed il tracciato n'era segnato da corde appese
negligentemente fra lancie confitte nel suolo. Per gli spettatori si
erano eretti dei -podia- riparati da fitte tende e forniti di sedili
degradanti.
Sopra uno di quei podia i due nuovi arrivati si sedettero. Ben Hur
contò i cocchi mentre sfilavano -- erano nove.
-- «Mi piacciono!» -- esclamò, -- «Credeva che qui in Oriente non si
aspirasse oltre la biga, ma vedo che si è ambiziosi e che ci si
esercita anche colle quadrighe. Osserviamoli bene!» --
Otto quadrighe passarono, alcune al trotto, altre al passo e tutte
guidate in modo ineccepibile; la nona venne al galoppo ed al suo
apparire Ben Hur non potè trattenere la propria ammirazione.
-- «Sono stato nelle stalle dell'Imperatore, Malluch, ma, pel nostro
padre Abramo, di benedetta memoria, non ho mai veduto cavalli più
belli.» --
I quattro cavalli si trovavano proprio di fronte al podio dei due
ebrei, quando, tutto ad un tratto, si scompigliarono. Un grido
acuto partì da uno degli spettatori sul podio e Ben Hur vide un
vecchio alzarsi a metà dal suo sedile, stringere i pugni, mandar
lampi inferociti dagli occhi, mentre il tremolìo della lunga barba
bianca tradiva l'agitazione di tutta la sua persona. -- Alcuni vicini
incominciarono a ridere.
-- «Dovrebbero rispettare almeno le sue canizie. Chi è costui?» -- chiese
Ben Hur.
-- «Un potente del deserto, dimorante oltre il Moab, proprietario
di mandre di cammelli e di cavalli, e discendente, si afferma, dai
cavalieri del primo Faraone -- lo sceicco Ilderim.» -- rispose Malluch.
L'auriga frattanto faceva vani sforzi per domare i cavalli ed ogni
tentativo esacerbava sempre più lo sceicco.
-- «Che Abaddon se lo pigli!» -- urlò l'infuriato patriarca. «correte!
volate, figli miei!» l'ordine veniva dato ad alcuni servi, appartenenti
evidentemente alla sua tribù. «Ma non avete capito? Essi son figli del
deserto come voi. Animo, afferrateli subito!» --
Frattanto lo scompiglio andava aumentando.
-- «Maledetto romano!» -- continuò lo sceicco protendendo il pugno verso
l'auriga. -- «Non mi ha egli giurato che saprebbe guidarli -- sì, giurato
per tutti gli Dei bastardi del suo paese? Eh, dico, giù le mani! --
Mi ha assicurato ch'essi correrebbero colla velocità dell'aquila e
colla docilità delle pecore! Ch'egli sia maledetto e con lui quella
madre di menzogne di cui è figlio! Guardateli, che splendidi animali!
Ch'egli si permetta di solo toccarli colla frusta e....» e le sue
parole terminarono in un digrignar di denti. «Si metta alla loro
testa, uno di voi, e parli con essi: una sola parola nel linguaggio del
deserto basta ad acquetarli. Pazzo, pazzo che fui nell'affidarmi ad un
romano!» --
Alcuni fra i più accorti del suo seguito si cacciarono fra lui ed
i suoi cavalli mentre un violento colpo di tosse troncò la voce del
vecchio.
Ben Hur che credette di comprendere lo sceicco, si sentì attratto
verso di lui -- più che l'orgoglio della proprietà più che il timore pel
risultato della gara, scorgeva nel patriarca un'infinita tenerezza pei
suoi cavalli.
Erano tutti bai, senza una macchia, perfettamente accoppiati e di
splendide proporzioni. Delicatissime le orecchie e piccole le teste; i
musi larghi; le narici, quando s'arricciavano, mostravano la membrana
di un rosso vivo fiammante; arcati i colli e fregiati d'una criniera
così abbondante da coprirne le spalle ed il petto. Dalle ginocchia
in giù le gambe erano sottili e diritte, ma, al disopra, esse si
arrotondavano per lo sviluppo di forti muscoli, quali si richiedevano
per sopportare la bella e complessa corporatura superiore: gli
zoccoli splendevano come coppe di lucente agata; nell'impennarsi e nel
ricalcitrare i nobili corsieri sferzavano l'aria e qualche volta la
terra colle lunghe code. Lo sceicco li aveva chiamati splendidi, ed
aveva detto bene.
Un secondo e più attento esame dei cavalli rivelò a Ben Hur qual fosse
la ragione dell'affetto del loro padrone per essi: erano cresciuti
sotto i suoi occhi, oggetto delle sue cure durante il giorno, sogno
delle sue notti, sotto i padiglioni nel deserto, quasi fratelli coi
membri della sua famiglia, e da lui amati quali figli. Perchè essi
gli offrissero campo di riportare una vittoria sull'odiato romano,
quel vecchio li aveva condotti in città, non dubitando del loro
successo purchè guidati da mano esperta; ma qui stava la difficoltà,
poichè occorreva, oltre l'ordinaria esperienza, un intuito speciale,
una corrente di intima simpatia fra l'auriga e le bestie. Alla calda
natura dello sceicco non era possibile l'uniformarsi al costume dei
freddi abitatori d'occidente, di protestare cioè senz'altro l'auriga
e tranquillamente licenziarlo; come arabo e come sceicco gli era forza
dar clamoroso sfogo al suo risentimento e riempir l'aria d'improperii.
Prima ancora che il patriarca avesse vuotato il sacco d'ingiurie di
cui era ben fornito, una dozzina di mani aveva afferrati i cavalli pel
morso, e la quiete si era ristabilita. Nello stesso istante un nuovo
cocchio comparve sulla pista presentando un aspetto diverso dagli
altri in quanto che, cocchio, guidatore e corsieri, erano addobbati
come nel giorno della gara finale. Per una ragione, che apparirà in
seguito, fa d'uopo descrivere alquanto minutamente il nuovo arrivato.
Il veicolo apparteneva alla classica e ormai nota categoria di bighe
romane: Basse le ruote e unite da una sala larga, su cui poggiava
un cassone aperto di dietro. Tale era il modello primitivo delle
bighe: il genio artistico dei Greci e di Romani riuscì col tempo a
dare al rozzo veicolo quella forma elegante, che raggiunse la sua più
perfetta estrinsecazione, nella raffigurazione plastica del cocchio
dell'Aurora. I guidatori antichi, non meno accorti ed ambiziosi dei
moderni, solevano chiamare il loro più umile attacco una -biga- ed il
più signorile un -quadriga-; con quest'ultima essi concorrevano alle
solennità dei giuochi olimpici e ad altre gare sorte ad imitazione di
quelle.
Essi poi preferivano guidare i quattro cavalli allineati di fronte,
e per distinguerli solevano chiamare i due immediatamente vicini al
timone -cavalli da giogo- e gli altri -cavalli da tiro-. Era pure
loro avviso che col lasciare la massima libertà d'azione si ottenesse
la massima velocità, per cui i finimenti in uso erano d'una notevole
semplicità; essi si riducevano infatti ad un collare, ad un tirante
che teneva il collare alla cavezza, ed alle redini. Volendo attaccare
i cavalli si assicurava un giogo di legno all'estremità del timone
mediante cinghie passate entro appositi anelli. I tiranti dei cavalli
da giogo venivano assicurati alla sala, quelli degli altri alla
sporgenza superiore del telaio. In quanto alle redini esse venivano
raccolte da un'anello all'estremità del timone, donde si partivano in
forma di ventaglio in modo da terminare al morso di ogni cavallo. Il
lettore potrà facilmente rilevare ulteriori particolari in proposito
seguendo gl'incidenti che siamo sul punto di narrare.
I primi competitori erano stati accolti in silenzio, ma il nuovo
arrivato ebbe maggior fortuna. Il suo avanzarsi verso il podio dal
quale noi assistiamo alla scena, fu salutato da clamorose acclamazioni
che attirarono su di lui gli sguardi di tutti. I cavalli di mezzo erano
neri, quelli ai lati bianchi come la neve. In conformità alle esigenze
della moda romana, le loro code erano state tosate, mentre le mozze
criniere erano divise in treccie fregiate di nastri rossi e gialli.
Giunto ad un punto ove il cocchio si offriva tutto intiero alla
vista degli spettatori sul podio, questi dovettero convenire che le
grida d'ammirazione erano pienamente giustificate. Le ruote erano
di meravigliosa costruzione: robuste fascie di bronzo brunito ne
rinforzavano i perni leggerissimi; i raggi erano costituiti da zanne
d'avorio montate colla loro naturale curvatura all'esterno, onde
ottenere la maggior perfezione di concavità, considerata sin d'allora
cosa importantissima; i cerchi erano d'ebano colla lastra esterna
in bronzo; la sala, in armonia colle ruote, aveva alle estremità
una testa di tigre, e, tutta la parte superiore del cocchio era di
vimini dorati. L'arrivo di questo splendido equipaggio indusse Ben
Hur a guardare con qualche interesse l'auriga. Chi era egli? Mentre
facevasi questa domanda non poteva ancora vedergli il volto, e nemmeno
l'intiera figura, eppure qualche cosa nel suo aspetto generale e nelle
sue movenze non gli pareva nuovo. -- Chi poteva mai essere? I cavalli
si avvicinavano al trotto. Dallo splendore dell'equipaggio e dal
clamore ch'esso sollevava era lecito supporre si trattasse di qualche
gran dignitario o di un principe illustre. La presenza di un magnate
in quel posto non sarebbe stata in contraddizione alcuna con la sua
condizione sociale: è noto come più tardi Nerone e Commodo guidassero
i loro cocchi nel circo. Ben Hur si alzò e si fece strada fra la folla
fino ad arrivare davanti alla cancellata che divideva il podio dalla
pista. Il suo volto esprimeva serietà e i suoi movimenti tradivano
l'impazienza. Il cocchio passò davanti al cancello: su di esso erano
due persone; l'auriga e un compagno, il Mirtilo, come classicamente
solevano chiamarli i gran signori appassionati per le corse; ma Ben Hur
non aveva occhi che per il primo, ritto in piedi, colle redini avvolte
attorno al corpo formoso, solo in parte coperto da una tunica di panno
rosso-chiaro. Nella destra stringeva una frusta, nell'altra mano,
leggermente sollevata e protesa, le quattro redini. Piena di grazia è
di forza era la posa. Gli applausi non avevano la virtù di scuoterne
l'impassibilità. Ben Hur provò una fitta al cuore; il suo istinto e la
sua memoria non l'avevano ingannato -- -l'auriga era Messala!-
La rara bellezza dei cavalli, la magnificenza del cocchio,
l'atteggiamento altiero della persona, ma sopratutto la fredda
espressione del volto, le fattezze marcate ed aquiline, caratteristiche
della razza dominatrice, proclamavano a chiare note che il tempo non
aveva in nulla modificato il carattere sprezzante, audace, cinico, ed
ambizioso del giovanetto Romano.
CAPITOLO VIII.
Allorchè Ben Hur scese dai gradini del podio, un arabo sorse in piedi e
disse ad alta voce a guisa di proclama:
-- «Uomini d'oriente e d'occidente, statemi ad udire! -- Il buon sceicco
Ilderim vi saluta. -- Con quattro corsieri, figli dei favoriti di
Salomone il Sapiente, egli è venuto qui per gareggiare coi migliori
campioni. Egli ha bisogno di un auriga; grandi ricchezze aspettano chi
saprà guidare degnamente i suoi cavalli. Qui ed altrove, nella città
e nei circhi, ovunque sogliono adunarsi i forti, fate nota questa sua
offerta. Così vuole Ilderim, il generoso sceicco, mio signore.» --
L'invito sollevò un mormorio confuso nel popolo affollato sotto la
tenda. Prima di sera quell'invito sarebbe stato diffuso in tutti
i ritrovi frequentati dai dilettanti di giuochi olimpici e dai
professionisti. Ben Hur sostò un momento guardando indeciso ora
l'araldo ora lo sceicco, e Malluch credette ch'egli fosse sul punto
d'accettare l'offerta. Fu pertanto con un senso di sollievo ch'egli
lo vide invece rivolgersi a lui colla domanda: -- «Buon Malluch, ove
andremo ora?» --
Rispose Malluch ridendo: -- «Se volete seguire l'esempio di tutti quelli
che vengono qui per la prima volta andrete subito a farvi predire la
vostra fortuna.» --
-- «La mia fortuna? Per quanto il suggerimento m'abbia un certo sapore
d'infedeltà, andiamo pure dalla Dea.» --
-- «Adagio, adagio figlio d'Arrio: questi sacerdoti di Apollo non
fanno le cose così. Invece di mettervi a contatto con una Pizia o
con una Sibilla, essi vi vendono un papiro e v'invitano ad immergerlo
nell'acqua d'una certa fontana, dopo di che potrete leggere in versi il
vostro avvenire.» --
L'espressione di fugace curiosità che aveva animato il volto di Ben Hur
scomparve.
-- «Vi sono creature» -- osservò amaramente, -- «che non hanno bisogno di
preoccuparsi del loro avvenire.» --
-- «Allora preferite visitare i templi?» --
-- «I templi sono Greci, nevvero?»
-- «Li chiamano Greci.» --
-- «Gli Elleni erano in arte maestri del bello, ma nell'architettura
essi sacrificarono la varietà alla rigidità della linea. I loro templi
si rassomigliano tutti. Come chiamate la fontana?» --
-- «Castalia.» --
-- «Ah! la sua fama è universale. Andiamo colà.» --
Malluch il quale osservava il suo compagno lungo il cammino, s'accorse
ch'egli s'era fatto mesto e distratto. Non guardava le persone che
gli passavano vicino e mostravasi indifferente alle meraviglie che gli
sorgevano d'intorno; camminava silenzioso, rannuvolato, a passo lento.
Il fatto si è che la vista di Messala lo perseguitava evocando dolorose
memorie. Gli pareva che sole poche ore fossero trascorse dacchè egli
era stato strappato dalle braccia della madre ed i suggelli eran stati
apposti alla casa paterna. Ripensava ai sogni di vendetta maturati
durante i lunghi anni passati nella galera, e che avevano per oggetto
principale appunto quel Messala. Poteva esservi misericordia per
Grato, ma per Messala, mai! E per raffermarsi nella sua risoluzione
egli soleva ripetere a sè stesso: -- «Chi ci additò ai persecutori? e,
quando implorai soccorso, e non per me, chi mi abbandonò sogghignando?»
-- Sempre il sogno terminava colle stessa terribile invocazione: -- «Il
giorno ch'io m'imbatterò in lui, Dio dei miei padri, aiutami a compiere
adeguata vendetta!» --
E l'incontro era prossimo, imminente.
Forse s'egli avesse ritrovato Messala povero ed infelice, i suoi
sentimenti sarebbero stati diversi; ma così non era. Lo ritrovava più
prosperoso che mai, e più che mai insolente nella sua prosperità.
Così avvenne che mentre Malluch lo credeva distratto egli stava invece
pensando in qual modo avrebbe avuto luogo l'agognato incontro ed a
quali mezzi egli ricorrerebbe per renderlo memorabile.
Si diressero poco dopo verso un viale di quercie ove il pubblico andava
e veniva in gruppi di pedoni di cavalieri, e di donne in lettighe
portate da schiavi, e dove, di tempo in tempo, transitavano cocchi
trascinati con velocità vertiginosa da focosi cavalli. All'estremità,
del viale la strada, con lieve pendenza, scendeva fiancheggiata a
destra da un'irta scarpa di roccia grigia, ed, a sinistra, da un
vasto prato di singolare freschezza; qui si offriva alla vista dello
spettatore la famosa Fontana di Castalia.
Spintosi a forza di gomiti attraverso la folla, Ben Hur si trovò
dinanzi ad un getto d'acqua, che, dalla sommità di una roccia, si
versava in un bacino di marmo nero dove scompariva spumeggiante come in
un imbuto.
Presso al bacino, sotto un piccolo porticato scavato nel sasso, stava
seduto un sacerdote vecchio, barbuto, grinzoso ed incappucciato, un
vero tipo d'eremita. Dal contegno del pubblico sarebbe stato difficile
l'indovinare quale fosse la principale attrattiva, per esso: se la
fontana o il suo custode. Egli udiva, osservava ed era osservato, ma
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