avrebbe mosso. Ho detto.» --
Tacquero entrambi, aspettando.
Ben Hur osservava la nave. Arrio riposava con gli occhi chiusi,
indifferente.
-- «Sei sicuro che essa sia una vela nemica?» -- chiese Ben Hur.
-- «Lo credo» -- fu la risposta.
-- «Essa si è fermata e ha calato in mare una scialuppa.» --
-- «Vedi la sua bandiera?» --
-- «Non vi è altro segno da cui si potrebbe conoscere se essa sia
Romana?» --
-- «Se è Romana, porterebbe un elmo all'estremità dell'albero.» --
-- «Rallegrati allora; io vedo l'elmo.» --
Ma Arrio non si rasserenò.
-- «Gli uomini della scialuppa stanno raccogliendo i naufraghi. I
corsari non sarebbero così pietosi.» --
-- «Possono aver bisogno di rematori» -- rispose Arrio, pensando forse ad
occasioni in cui aveva fatto lo stesso egli medesimo.
Ben Hur osservava attentamente la nave.
-- «Essa si muove» -- disse.
-- «Per dove?» --
-- «Alla nostra destra vi è una galera abbandonata. La nave si avvicina
ad essa. Le è presso. Manda uomini a bordo.» --
Allora Arrio spalancò gli occhi e si alzò a sedere sulla trave.
-- «Ringrazia il tuo Dio,» -- disse a Ben Hur, -- «come io oggi ringrazio
i miei Dei. Un corsaro avrebbe affondata, non salvata quella nave. Da
quest'atto e dall'elmo sopra il suo albero, io la riconosco per una
galera Romana. La vittoria è mia. La Fortuna non mi ha abbandonato.
Siamo salvi. Agita la mano, chiamali. Io sarò duumviro, e tu! Io
conobbi tuo padre, e lo amai. Egli era un principe davvero! Egli
m'insegnò che un Ebreo non è un barbaro. Io ti condurrò con me, ti
adotterò per figlio. Ringrazia il tuo Dio, e chiama i marinai. Presto!
Dobbiamo inseguire i pirati. Non uno deve sfuggire.» --
Giuda si alzò sulla trave, agitò la mano, e chiamò con tutto il fiato
dei suoi polmoni. Finalmente i marinai della scialuppa lo videro e i
naufraghi furono tosto raccolti.
Arrio fu ricevuto a bordo della galera con tutti gli onori dovuti a un
vincitore così favorito dalla fortuna. Steso sopra un giaciglio sul
ponte udì i particolari della fine della battaglia. Quando gli altri
superstiti galleggianti furono salvati, e una guardia posta sulla nave
catturata, la galera issò la bandiera ammiraglia, e corse, con quante
navi potè raccogliere, a compiere la vittoria. Gli altri cinquanta
vascelli discendendo il canale, incontrarono i pirati fuggitivi, e
li sconfissero completamente. L'intera loro flotta fu sommersa, venti
galere furono catturate.
Al suo ritorno in patria Arrio ebbe una calda accoglienza a Miseno.
Il giovane che lo accompagnava attirò tosto l'attenzione degli amici,
e alle loro domande per sapere chi egli fosse, il tribuno rispose,
narrando con affetto e commozione la storia del suo salvataggio, e
presentò lo straniero, omettendo di accennare tutto ciò che si riferiva
alla sua vita di forzato. Terminato il suo racconto, chiamò a sè Ben
Hur, e disse, ponendogli la mano sulla spalla.
-- «Buoni amici, questo è mio figlio ed erede, il quale, dovendo
succedermi nella proprietà dei miei beni, -- se gli Dei permetteranno
ch'io ne lasci -- dovrà d'ora innanzi portare il mio nome. Io vi prego
di amarlo come amate me stesso.» --
A pena l'occasione si offrì, l'adozione fu formalmente eseguita.
In questo modo il nobile Romano tenne la sua promessa con Ben Hur,
presentandolo al mondo imperiale. Nel mese successivo al ritorno
di Arrio, nel teatro di Scauro fu celebrata con ogni solennità
la cerimonia dell'-Armilustrium-. Fra i trofei più ammirati che
occupavano un lato del vasto recinto, spiccavano venti prore e i loro
corrispondenti -Aplustra-, tolti dalle galere catturate; e sopra
di esse, in caratteri visibili a tutti gli ottantamila spettatori
risaltava scolpita l'iscrizione:
TOLTO AI PIRATI NEL GOLFO DI EURIPO
DA
QUINTO ARRIO
DUUMVIRO.
FINE DEL LIBRO TERZO.
LIBRO QUARTO
ALBA. Che se il monarca ingiusto
Si rivelasse?
REGINA. Allora attenderei
La sua giustizia; e quei felici i quali
Possono farlo con coscienza franca.
-Schiller- -- Don Carlos.
CAPITOLO I.
Il mese nel quale ci troviamo è quello di Luglio, nell'anno di grazia
29; il luogo Antiochia, allora regina d'oriente, e, dopo Roma, la più
potente, se non la più popolosa città del mondo.
Vuolsi da alcuni che la stravaganza e la dissolutezza di quell'età
abbiano avuto la loro origine in Roma, e che di là si siano diffuse in
tutto l'impero, di modo che le grandi città non facevano che riflettere
i costumi della metropoli Tiberiana.
Su ciò è permesso il dubbio. Sembra piuttosto che la reazione della
conquista si sia ripercossa sulla morale dei conquistatori, i quali, in
Grecia ed in Egitto, trovarono un'ampia fonte di corruzione; cosicchè
lo studioso, che consideri attentamente questo periodo, riporterà
l'impressione che la corrente demoralizzatrice movesse da oriente ad
occidente, e che appunto questa città di Antiochia, sede antichissima
della potenza e dello splendore Assiro, fosse una delle principali
sorgenti di questo fiume letale.
Una galera da trasporto avanzava nelle acque turchine del mare,
rimontando alla foce dell'Oronte. Era prima di mezzodì, e faceva
un caldo intenso, ma ciò non ostante tutti coloro cui era concesso
d'occupare il ponte vi si trovavano, e, fra essi, Ben Hur. Cinque anni
trascorsi avevano portato il giovane Israelita a perfetta maturità.
Quantunque la veste di tela bianca che lo avvolgeva, mascherasse in
parte le sue forme, l'aspetto suo poteva dirsi dei più attraenti.
Per oltre un'ora egli era rimasto a sedere all'ombra della vela e,
durante quel tempo, i suoi compagni di viaggio e i suoi connazionali
avevano indarno tentato di farlo parlare. Alle loro domande egli
aveva risposto con gravità cortese sì, ma brevemente ed in lingua
latina. La purezza del suo accento, la distinzione dei modi e la
sua riservatezza, stimolavano vieppiù la loro curiosità. Chiunque
attentamente lo osservava non poteva a meno di rimaner colpito del
contrasto fra il suo portamento che rispecchiava l'elegante semplicità
del patrizio, con certe particolarità personali. Per esempio le sue
braccia erano sproporzionatamente lunghe, ed allorquando il rullìo
della nave l'obbligava ad afferrare un punto d'appoggio, la grandezza
delle sue mani, e la loro straordinaria forza, risaltavano agli occhi;
per cui, alla curiosità di sapere chi egli fosse, aggiungevasi quella
di conoscere le vicende della sua vita. In altre parole l'aspetto suo
indicava chiaramente che egli era un uomo che aveva avuto un passato
pieno di avventure.
La galera, nel suo viaggio, aveva toccato uno dei porti di Cipro e
ricevuto a bordo un Israelita dall'aspetto rispettabile, tranquillo,
riservato e paterno; Ben Hur si azzardò a fargli qualche domanda; le
risposte sue gli ispirarono fiducia e diedero luogo ad un colloquio più
amichevole. Volle il caso che, mentre la galera avanzavasi nella baja
dell'Oronte, due altre navi, già scorte da lontano, la raggiungessero,
e nel passare spiegassero delle piccole bandiere gialle, provocando
infinite congetture circa il significato di quei segnali. Finalmente
un passeggiero si rivolse al rispettabile Israelita per chiedergli
schiarimenti in proposito.
-- «Sì, conosco benissimo il significato delle bandiere, egli rispose;
esse non indicano alcuna nazionalità ma solo i distintivi del
proprietario.» --
-- «E questo proprietario possiede molte navi?» --
-- «Sicuro.» --
-- «Voi lo conoscete? --
-- «Ho avuto con lui rapporti d'affari.» --
I passeggeri rivolsero uno sguardo interrogativo all'Israelita
come in attesa d'altri particolari. Ben Hur ascoltava con grande
interessamento.
-- «Egli abita in Antiochia» -- proseguì tranquillamente l'Ebreo. -- «Le
sue ricchezze lo hanno reso assai noto ed i commenti sopra il suo conto
non sono sempre benevoli.
V'era una volta in Gerusalemme un principe d'antichissima famiglia,
di nome Hur....» -- Giuda si sforzò di mostrarsi calmo, ma il suo cuore
batteva forte.
-- «Il principe era un negoziante dotato del genio degli affari. Iniziò
molte imprese tanto nel lontano Oriente quanto nei porti d'Occidente.
Nelle grandi città possedeva figliali, e quella d'Antiochia era
affidata ad un tale, portante il nome greco di Simonide, ma Ebreo di
nazionalità il quale si vuole fosse stato uno schiavo della famiglia.
Il padrone annegò in mare, ma, ciò non ostante, il commercio suo
continuò senza diminuzione di prosperità. Poco dopo una sventura colpì
la famiglia. L'unico figlio del principe, appena adolescente, attentò
alla vita del procuratore Grato in una delle vie di Gerusalemme. Il
colpo fallì, e del giovane si perdettero le traccie. La vendetta
del Romano coinvolse tutta la famiglia e nessun membro di essa fu
risparmiato. Il palazzo, chiuso, non serve ormai più che di rifugio ai
piccioni; le terre furono confiscate e così pure ogni possesso degli
Hur. Fu così che il Procuratore credette d'indennizzarsi della ferita
ricevuta, applicandovi un cataplasma d'oro.» --
I passeggieri ridevano.
-- «Volete dire ch'egli tenne per sè parte dei beni» -- esclamò uno di
loro.
« -- Così dicono,» -- replicò l'Ebreo; -- «ripeto solo ciò che ho udito
dire, e, per continuare la mia storia, aggiungerò che Simonide, già
agente del principe in Antiochia, si mise in breve a commerciare per
proprio conto ed in un lasso di tempo incredibilmente breve divenne
il primo negoziante della città. Seguendo l'esempio del suo padrone,
mandò carovane nell'India ed ora egli ha in mare tante galere quante
basterebbero a costituire una flotta regale. Dicono che nessun
affare gli sia mai andato a male. I suoi cammelli non muoiono che di
vecchiaia, le sue navi non fanno naufragio. Se egli getta un pezzo di
legno nel fiume, esso ritorna a lui cangiato in oro.» --
-- «E questo da quanto tempo dura?» --
-- «Da più di dieci anni.» --
-- «Deve pur aver avuto dei mezzi per incominciare.» --
-- «Già. Fu detto che il Procuratore non si pigliò che i beni del
principe che potè trovare pronti a soddisfare la sua rapacità, cioè
cavalli, bestiame, case, terre, stoviglie e messi. Di danaro contante
non si trovò traccia, quantunque ve ne debba essere stato in gran
quantità. Ciò che ne sia divenuto è tuttora un mistero.» --
-- «Ma non per me» -- interruppe con un sogghigno un passeggero.
-- «Capisco quello che volete dire» -- replicò l'Ebreo. -- «Lo stesso
sospetto è venuto ad altri; anzi è credenza generale che il denaro
scomparso abbia costituito il primo capitale del vecchio Simonide.
Lo stesso Procuratore è, o almeno era, del medesimo parere, poichè
due volte in cinque anni egli ha sottoposto il negoziante alla
tortura.» --
Ben Hur strinse con maggior forza la corda alla quale con una mano
s'era aggrappato.
-- «Si dice» -- continuò il narratore -- «che quell'uomo abbia tutte le
ossa spezzate. L'ultima volta ch'io lo vidi era seduto sopra un divano
e sembrava una massa informe sprofondata fra i guanciali.» --
-- «Torturato fino a tal punto!» -- esclamarono contemporaneamente alcuni
uditori.
-- «Gli acciacchi naturali non avrebbero potuto deformarlo in quella
guisa. Eppure le sofferenze non sortirono alcun effetto. Le uniche
parole che gli si poterono strappare, furono che tutto quanto egli
possedeva era legalmente suo e ch'egli ne faceva legittimo uso. Egli
però è ora garantito contro ogni ulteriore persecuzione da una licenza
di commercio firmata nientemeno che da Tiberio.» --
-- «Chi sa che cosa l'avrà pagata!» --
-- «Quelle navi sono sue» -- proseguì l'Israelita, senza badare
all'interruzione. -- «È uso dei naviganti, allorchè s'incontrano,
d'issare bandiere, come per dire: «abbiamo fatto una traversata
fortunata.» --
E qui finì la narrazione. Allorchè la galera si trovò più innanzi fra
le due sponde del fiume, Giuda chiese all'Ebreo.
-- «Come si chiamava il padrone del negoziante?» --
-- «Ben Hur, principe di Gerusalemme.» --
-- «Che avvenne della famiglia del Principe?» --
-- «Il figlio fu imbarcato sulle galere, il che equivale a dire che
è morto. Un'anno è il limite ordinario di resistenza. Della vedova e
della figlia non si ha contezza e chi ne sa qualcosa non vuol parlare.
Probabilmente perirono nelle celle d'uno dei castelli che costeggiano
le strade della Giudea.» --
Giuda salutò e si diresse verso il posto del pilota. Egli era così
profondamente assorto nei suoi pensieri, che appena s'accorse delle
amene sponde del fiume, che per tutto il tratto fra il mare e la città
apparivano di una sorprendente bellezza, adorne com'erano di ville
ricche al pari di quelle di Napoli, e circondate di orti abbondanti
di frutta e di vigneti. Neppure badò alle innumerevoli navi che
gli sfilarono davanti, nè ai canti dei marinai. Tutto il cielo era
illuminato di una luce rosea, che avvolgeva voluttuosamente la terra e
l'acqua; solo egli gemeva, cupo ed oscuro nel volto.
Un istante solamente si scosse, quando qualcuno additò il boschetto di
Dafne, visibile da un risvolto del fiume.
CAPITOLO II.
Allorchè la città fu in vista, i passeggeri, desiderosi di nulla
perdere dello spettacolo, si portarono tutti sopra coperta.
-- «Il fiume, qui, scorre verso occidente» -- spiegava l'Ebreo
dall'aspetto venerando, già presentato al lettore. -- «Io mi rammento
quando le sue acque bagnavano lo zoccolo delle mura; ma come sudditi
romani noi abbiamo vissuto in pace, e, come suol avvenire in tempi
tranquilli, il commercio si è imposto, ed ora tutta la riva del fiume
è occupata da moli e da cantieri. Là -- accennando verso mezzogiorno -- è
il monte Casio, o, come questo popolo preferisce chiamarlo, la montagna
d'Oronte, che guarda in faccia al suo gemmello Amno a settentrione; fra
loro due giace la pianura d'Antiochia. Più in giù sono le Montagne Nere
dalle quali gli acquedotti dei Re ci portano acqua freschissima per
inaffiare le strade e per bere, esse sono coperte da foreste piene di
uccelli e di belve.» --
-- «Ov'è il lago?» -- chiese qualcuno.
-- «Là, al nord. Vi ci potete recare a cavallo se desiderate vederlo, o
meglio, in battello, poichè è unito al fiume da un canale tributario.
-- «Il boschetto di Dafne» -- disse in risposta ad un terzo
interrogatore, -- «fu incominciato da Apollo e da lui condotto a
termine. Egli lo preferisce all'Olimpo. Chi vi ci si reca e gli dà uno
sguardo, uno solo, non se ne parte più. Vi è un proverbio che ne dà la
spiegazione:
-- «Meglio essere, un verme e nutrirsi delle more di Dafne, che esser
l'ospite d'un Re.» --
-- «Allora mi consigliate di starne lontano?» --
-- «Io no, vi andrete. Tutti ci vanno; filosofi cinici, baldi giovani,
donne e sacerdoti. Sono talmente certo di ciò che farete che oso darvi
un consiglio. Non alloggiate in città -- sarebbe una perdita di tempo;
andate direttamente al villaggio situato al confine del boschetto. Il
cammino conduce attraverso un giardino e fra amene fontane. Le amanti
del Dio e la figliuola di Peneo lo costruirono; nei suoi porticati, nei
sentieri e nei mille ritrovi voi v'imbatterete in tipi, in abitudini,
in attrattive, impossibili altrove. Ma ecco le mura della città! Ecco,
sono il capolavoro di Xeres, il maestro dell'arte muraria.» --
Tutti gli occhi seguirono la direzione della sua mano.
-- «Questa parte fu eretta per ordine del primo dei Seleucidi. Nel corso
di 300 anni ha finito col formare una massa sola colla roccia, sulla
quale riposa.» --
L'encomio era ben meritato. Alte, solide, e con molti angoli arditi, si
curvavano maestosamente in direzione di mezzogiorno.
-- «Là, in cima, vi sono quattrocento torri, ognuna delle quali è un
serbatoio d'acqua» -- continuò l'Ebreo. -- «State attenti e vedrete al di
là del muro, per quanto alto egli sia, due colline in lontananza, dette
le creste rivali di Sulpio, di cui avrete sentito parlare. L'edificio
su quella più lontana è la cittadella, occupata costantemente da una
legione romana. Dirimpetto, venendo verso di noi, è il tempio di Giove,
ed al disotto, la facciata del palazzo del legato, e insieme fortezza,
contro la quale un'attacco popolare riuscirebbe innocuo come un soffio
di scirocco.» --
Mentre i marinai cominciavano ad ammainare le vele, l'Ebreo proruppe in
queste parole: -- «Attenti! voi che odiate il mare, e voialtri che avete
fatto dei voti, preparate le vostre maledizioni e le vostre preghiere.
Quel ponte, laggiù, sul quale passa la strada che conduce a Seleucia,
segna il limite della nostra navigazione.
Qui le navi scaricano le merci che vengono poi trasportate a dorso di
cammello. Al di là del ponte incomincia l'isola sulla quale Calinico
costruì la sua nuova città, congiungendola con cinque grandi viadotti
così solidi che gli anni non vi lasciarono alcuna traccia, come nessuna
traccia vi lasciarono le innondazioni ed i terremoti. Quanto alla città
principale poi, amici miei, basti il dirvi che il ricordo d'averla
veduta sarà per tutta la nostra vita una sorgente di felicità.» --
Com'egli finiva di parlare, la nave girò e s'appressò lentamente al
molo volgendo il fianco alle mura, e ponendo così in maggior rilievo
lo spettacolo pieno d'ammirazione presentato dal fiume in quel punto.
Finalmente si gettarono le corde e si ritirarono i remi: il viaggio era
compiuto. Ben Hur andò in cerca dell'Ebreo.
-- «Permettetemi una parola, prima di accomiatarmi da voi.» --
L'altro acconsentì con un inchino.
-- «La storia del vostro negoziante mi ha reso desideroso di vederlo. Il
suo nome è Simonide non è vero?» --
-- «Sì. Egli è Israelita, quantunque il suo nome sia greco.» --
-- «Dove lo si può trovare?» --
L'interrogato gli diede uno sguardo scrutatore prima di rispondere,
poi disse: -- «Vorrei risparmiarvi una mortificazione. Egli non presta
danaro.» --
-- «Nè io ne voglio a prestito» -- rispose Ben Hur, cui la perspicacia
del compagno strappò un sorriso.
Quegli rialzò il capo e si trattenne un momento a riflettere.
-- «Si dovrebbe ritenere» -- riprese l'Ebreo -- «che il più ricco
negoziante d'Antiochia dimorasse in una casa degna di tanta ricchezza,
ma non è così. Se volete trovarlo di giorno, seguite il corso del fiume
fino a quel ponte, laggiù, poi ch'egli si è stabilito in una specie
di fabbricato che sembra il contrafforte della muraglia. Di fronte
all'entrata vi è un vasto approdo costantemente ingombrato da merci
che vanno e vengono. La flottiglia che vi è ancorata è sua. Non potete
sbagliare.» --
-- «Abbiatevi i miei ringraziamenti.» --
-- «La pace dei nostri padri vi accompagni.» --
-- «E accompagni voi pure.» --
Così dicendo si separarono.
Due facchini portanti il bagaglio di Ben Hur ricevettero da questi i
suoi ordini.
-- «Alla cittadella» -- esclamò, e quest'indirizzo dava a supporre che
egli avesse relazioni militari.
Due grandi vie intersecantisi ad angoli retti dividevano la città in
quartieri. Un curioso ed immenso edificio, detto il Ninfeo, sorgeva a
capo della via che correva da nord a sud. I facchini lo precedettero
camminando alacremente. Quantunque il nuovo arrivato giungesse da
Roma, rimase sbalordito alla vista della magnificenza di quella strada.
Dall'un lato e dall'altro sorgevano palazzi, e nel mezzo stendevansi
doppî colonnati di marmo, con divisioni speciali pel passaggio di
pedoni, animali e cocchi; alberi frondosi, fontane a getto continuo,
rinfrescavano l'aria. Ben Hur non era in vena di apprezzare pienamente
quello spettacolo. La storia di Simonide non gli dava pace. Giunto
all'Onfalo -- monumento a quattro arcate larghe come le stesse vie,
superbamente illustrate da bassorilievi, erette, ed a sè stesso
dedicate da Epifane, ottavo dei Seleucidi, -- mutò divisamento e disse
ai facchini: -- «Non andrò alla cittadella questa sera; conducetemi
al Khan più vicino al ponte sulla strada di Seleucia.» -- La comitiva
ritornò sopra i suoi passi ed in breve egli si trovò in una locanda
primitiva sì, ma di ampia struttura, a poca distanza dal ponte sotto il
quale il vecchio Simonide aveva stabilito la sua dimora. Tutta la notte
Ben Hur rimase a giacere sul terrazzo, sempre agitato dallo stesso
pensiero, e di tempo in tempo ripetendo a sè stesso «Ora, ora avrò
notizie dei miei, di mia madre, della cara piccola Tirzah. Se esse sono
ancora al mondo saprò trovarle!» --
CAPITOLO III.
All'indomani, per tempo, sprezzando le belle vie della città, Ben
Hur andò in cerca della casa di Simonide. Dopo essere penetrato sotto
l'arco di una torre merlata, passò una fila di moli: di là continuò
a camminare lungo il fiume fra una folla di affacendati, finchè,
raggiunto il Ponte Seleucio si fermò e diede un'occhiata all'ingiro.
Là, immediatamente sotto al ponte, stava la casa del negoziante, una
mole di pietra grigia a pareti ruvide, senza alcuno stile, e, come
disse appunto il viaggiatore, formando apparentemente il contrafforte
della muraglia alla quale s'appoggiava. Due portoni immensi aprentisi
sulla facciata, davano accesso al palazzo. Alcuni vani, nella parte
superiore muniti di forti inferriate tenevano luogo di finestre. Dai
crepacci dondolavano erbe ed arbusti mentre in altri punti un muschio
nerastro copriva la pietra nuda. Le porte erano spalancate: attraverso
ad esse fluiva ininterrotta e frettolosa la doppia corrente del vasto
commercio di Simonide.
Sul molo stavano ammonticchiate merci imballate in varia guisa, e
gruppi di schiavi, nudi sino alla cintola, si aggiravano intorno ad
esse, intenti al lavoro.
A valle del ponte trovavasi una flottiglia di galere, alcune in atto
di caricare, altre di scaricare merci. Da ogni albero sventolava una
bandiera gialla. Dalla flottiglia al molo, da nave a nave, gli schiavi
passavano e ripassavano chiassosamente. Sull'opposta sponda del fiume,
dall'altro capo del ponte, sorgeva dall'acqua una muraglia, al disopra
della quale dominavano i fantastici cornicioni e le torricelle del
palazzo imperiale occupante l'intiera area dell'isola di cui aveva
fatto cenno l'Ebreo nella sua descrizione. Ma per quanto suggestivo
fosse lo spettacolo Ben Hur, appena se ne accorse. Egli era tutto
assorto nel pensiero che fosse finalmente giunta l'ora d'avere contezza
dei suoi, se, come era certo, Simonide era stato in realtà lo schiavo
di suo padre. Ma riconoscerebbe egli questi rapporti passati? Ciò
equivarrebbe all'abbandono delle sue ricchezze e di quella sovranità
commerciale di cui facevan regal mostra il molo ed il fiume, e ciò
che era più doloroso ancora, rovinerebbe la sua fortuna, mentre si
trovava all'apice di una bellissima carriera. Sarebbe inoltre stato
un dichiararsi volontariamente schiavo. L'idea sola d'una tal domanda
appariva mostruosa: infatti, ridotta ai minimi termini, essa suonava
così: -- «Tu sei mio schiavo, dammi tutto quello che hai, te stesso
compreso.» -- Ciò nonostante Ben Hur attingeva forza per l'imminente
colloquio dalla coscienza dei proprii diritti e dalla speranza che gli
batteva in cuore. Se la storia narratagli era vera, Simonide e tutti
i suoi beni gli appartenevano. Ma le ricchezze, ad onor del vero, non
gl'importavano affatto. Allorchè si avanzò risoluto verso la porta
egli aveva già in cuor suo giurato, che, purchè ottenesse notizie di
sua madre e di Tirzah, avrebbe lasciato libero Simonide, nè altro gli
avrebbe chiesto.
Senza esitare più oltre, penetrò nella casa.
L'interno era semplicemente quello d'un vasto deposito, diviso
in riparti ove in buon ordine merci d'ogni genere si trovavano
immagazzinate. Quantunque la luce fosse fioca e l'aria soffocante,
vi si lavorava alacremente, e qua e là scorgevansi operai con seghe
e martelli occupati a preparare casse d'imballaggio. Egli seguì
lentamente una specie di sentiero attraverso i cumuli di merci,
chiedendo a sè stesso se veramente l'uomo, del cui genio vedeva intorno
a sè tante prove, era mai stato lo schiavo di suo padre: se sì, a
qual classe egli aveva appartenuto? Se Israelita, era egli figlio
d'un servo? Forse un debitore o figlio d'un debitore? ovvero sarebbe
egli mai stato condannato e venduto per furto? Questi pensieri, che
gli attraversavano la mente non scemarono -- forse sembrerà strano --
menomamente il rispetto e l'ammirazione che sentiva crescere in sè pel
negoziante.
Un uomo gli venne incontro e gli chiese:
-- «Che cosa desiderate?» --
-- «Vorrei parlare con Simonide, il negoziante.» --
-- «Favorite da questa parte.» --
Percorrendo parecchi vani, lasciati sgombri dalle casse o dalle balle
di mercanzia, arrivarono ai piedi di una scala, che li condusse sopra
il tetto del magazzeno. Ad un lato di questo sorgeva l'abitazione di
Simonide, un ampio fabbricato dal tetto pure terminante a terrazza,
dall'ampio cornicione del quale Ben Hur vide con sorpresa pendere
fiori ed arbusti bellissimi. Anche il terrazzo del magazzeno era
ordinato a giardino, adorno di cespugli di rose persiane, delle quali
Ben Hur aspirava con voluttà il dolcissimo profumo. Entrati nella
casa e passato una specie di corridoio, tenuto in semi-oscurità, si
arrestarono davanti ad una cortina in parte sollevata, mentre la guida
annunziò ad alta voce:
-- «Un forestiero che vuol vedere il padrone.» --
Una voce limpida rispose:
-- «Lasciatelo entrare, in nome di Dio.» --
Il locale in cui Ben Hur entrò sarebbe stato chiamato -atrium- da
un Romano. Le pareti erano rivestite di tavolati di legno, da cui
sporgevano scaffali e riparti, come si usano ancor oggi nelle case di
commercio, ripieni di fogli polverosi ed ingialliti dal tempo. Al di
sopra e al di sotto dei tavolati, correvano eleganti cornici di legno,
in origine bianche, ora brune e polite. Il soffitto era a volta, con
una cupola centrale ricoperta da centinaia di lastre di mica violacea,
che diffondeva una luce deliziosamente tranquilla per tutta la stanza.
Il pavimento era coperto da tappeti grigi, dal pelo così lungo e
morbido che i piedi vi si sprofondavano e il rumore dei passi era
inavvertibile. In mezzo alla camera, rischiarate da quella luce calma,
stavano due persone; un uomo seduto in un seggiolone dallo schienale
alto e foderato da soffici cuscini; alla sua destra, appoggiata alla
seggiola, una fanciulla nella primavera della età. Alla loro vista Ben
Hur sentì il sangue martellargli le tempie ed arrossirgli le gote. Si
inchinò, parte per rispetto, parte per guadagnar tempo. Così facendo
vide un gesto di sorpresa dell'individuo seduto, e un tremito che al
suo apparire ne scosse la persona. Quando Ben Hur rialzò il capo,
questi segni di emozione erano spariti, e l'unico cambiamento del
quadro dinanzi a sè era avvenuto nell'atteggiamento della giovinetta,
che ora teneva la mano appoggiata leggermente alla spalla del vecchio.
Entrambi lo guardavano attentamente.
-- «Se siete Simonide, ed Ebreo» -- Ben Hur esitò -- «che la pace del Dio
di nostro padre Abramo sia con voi e coi vostri.» -- Quest'ultima parte
era rivolta alla giovine.
-- «Io sono Simonide, Ebreo di nascita» -- rispose l'altro con voce
chiara e sonora. -- «Vi contraccambio i saluti e nello stesso tempo vi
prego di dirmi con chi ho l'onore di parlare.» --
Ben Hur guardò il suo interlocutore, e invece di una figura umana vide
un corpo deforme, sprofondato nei cuscini, coperto d'un mantello di
seta scura trapunta; ma su quelle povere carni si ergeva una testa
di apparenza regale -- la testa ideale d'un uomo di Stato o di un
conquistatore -- una testa larga alla base e dalla fronte nobile ed
ampia, quale Michelangelo avrebbe modellato in una statua di Cesare.
Bianchi capelli inanellati gli scendevano sulle tempie accentuando
l'intensità dello sguardo di due occhi nerissimi e lucenti. Il volto
era scolorito. Le gote gonfie erano poste in maggiore rilievo da
profonde rughe. In una parola la testa ed il volto indicavano essere
quegli un uomo più atto a muovere il mondo che a lasciarsene smuovere,
un uomo capace di sopportare dodici volte le torture che lo avevano
ridotto in quello stato, senza lasciarsi sfuggire un lamento e molto
meno una confessione; un uomo che rinuncerebbe alla vita ma non mai a
un suo proponimento; un uomo invulnerabile tranne nei suoi affetti. A
lui Ben Hur stese la mano col palmo rivolto all'insù come offrente pace
nel tempo stesso che pace chiedeva.
-- «Io sono Giuda, figliuolo di Ithamar, l'ultimo capo della casa di
Hur, principe di Gerusalemme.» --
La destra del negoziante uscì dal mantello; era una mano lunga e
sottile, dalle articolazioni deformate dai tormenti. Essa si schiuse
con forza, ma fu quello l'unico segno di sorpresa e d'emozione dato dal
vecchio. Con voce calma egli disse:
-- «I principi di Gerusalemme, principi del sangue, sono sempre i
benvenuti in questa casa; siatelo voi pure. Ester appressa una sedia
per questo giovane.» --
La fanciulla avanzò un'ottomana che le era vicina, ed in quest'atto i
suoi sguardi s'incontrarono con quelli di Ben Hur.
-- «La pace del Signore sia con voi» -- diss'ella modestamente -- «sedete
e riposate.» --
Essa non aveva indovinato lo scopo della sua visita. Le facoltà
della donna non si spingono molto lontano. È solo nei sentimenti più
delicati, come la pietà, la compassione, la riconoscenza che il suo
intuito ha del meraviglioso. La giovine era semplicemente convinta che
il forastiero soffrisse di qualche ignoto dolore, e che fosse venuto
in cerca di sollievo e di conforto. Ben Hur non approfittò del sedile
offertogli, ma continuò in tono di profondo rispetto.
-- «Prego messer Simonide di non ritenermi importuno. Nel risalire il
fiume appresi che egli conobbe mio padre.» --
-- «Conobbi infatti il principe Hur. Fummo associati in parecchie
imprese commerciali, in terre lontane, alcune oltre il mare e il
deserto. Ma vi prego, sedete; tu, Ester, dagli del vino. Neemia parla
di un figlio di Hur che ai suoi tempi era padrone di mezza Gerusalemme;
è una stirpe antica, molto antica ed illustre. Persino ai tempi di
Mosè e Giosuè qualcuno del loro sangue trovò grazia negli occhi del
Signore, e divise gloria ed onore con quei sommi. Non sia detto che
il discendente di una tal famiglia rifiuti un calice del puro vino di
Sorek, cresciuto sui fianchi delle colline di Ebron.» --
Appena terminate queste parole, Ester si avvicinò a Ben Hur con
un calice d'argento che essa aveva riempito da un'anfora posta sul
tavolo vicino e glielo presentò, abbassando gli occhi. Egli le toccò
leggermente la mano in segno di diniego. Di nuovo i loro sguardi si
incontrarono, e questa volta egli notò che la fanciulla era piccola di
statura, arrivando a pena alle sue spalle, ma assai graziosa, con un
volto regolare, al quale due occhi neri davano l'espressione di una
grande soavità. -- «Essa è bella e buona» -- mormorò Hur. -- «E forse
Tirzah le assomiglierebbe se fosse viva. Povera Tirzah!» -- Quindi a
voce alta:
-- «No. Tuo padre, se egli è tuo padre....» --
-- «Io sono Ester, figlia di Simonide» -- rispose con dignità la
fanciulla.
-- «In tal caso, buona Ester, tuo padre, dopo aver ascoltata la mia
storia, non mi stimerà meno per aver esitato ad accettare questo suo
prezioso liquore, come pure spero di non scapitare ai tuoi occhi. Ti
prego, rimani qui un istante ancora.» --
Entrambi, quasi provassero lo stesso impulso, si rivolsero
simultaneamente al negoziante: -- «Simonide!» -- esclamò con fermezza Ben
Hur -- «mio padre aveva alla sua morte un servo fidato dello stesso tuo
nome e mi si è detto che tu sei quello!» --
Vi fu un sussulto delle povere membra martirizzate e di nuovo la scarna
mano si chiuse.
-- «Ester, Ester!» -- tuonò la voce severa del vecchio -- «Qui, vicino a
me, se sei figlia di tua madre; Qui, dico, non là!» --
La ragazza guardò un istante or l'uno or l'altro; poscia ripose il
calice sulla tavola e, sommessa, riprese il suo posto presso il padre,
con un'espressione di meraviglia, non scevra di apprensione.
Simonide alzò la mano sinistra e la pose in quella della figlia
che affettuosamente gli accarezzò la spalla, indi soggiunse
tranquillamente: -- «Sono invecchiato nel commercio cogli uomini --
invecchiato innanzi tempo; è un'amara ma salutare lezione che ho
appreso con gli anni e la diffidenza verso i miei simili. Che il Dio
d'Israello abbia pietà di chi sul finire della vita è costretto a
parlare così! Gli oggetti della mia affezione sono pochi. Uno di essi
è questa creatura, la quale» -- qui avvicinò alle labbra la mano che
teneva nella propria, con un'espressione sul cui significato non poteva
esservi dubbio -- «a tutt'oggi fu disinteressatamente mia, e che mi fu
di sì dolce conforto che il suo abbandono mi ucciderebbe.» --
Il capo d'Ester s'abbassò e la guancia sua sfiorò il volto del padre.
-- «L'altro oggetto del mio affetto non è che una memoria, di cui posso
dire, che, pari a una benedizione di Dio, essa potrebbe abbracciare una
intera famiglia, purchè» -- qui la sua voce si fece fioca e tremula --
«purchè sapessi dove questa si trova.» --
Acceso in volto, Ben Hur fece un passo avanti e proruppe con impeto: --
«Mia madre e mia sorella! oh sì, è di loro che parlate!» --
Ester, quasicchè quelle parole fossero state rivolte a lei, alzò
il capo, ma Simonide, ripresa la sua calma abituale, rispose con
freddezza:
-- «Ascoltatemi fino alla fine. In nome di quegli oggetti del mio amore
a cui accennai, prima ch'io ti risponda circa i miei rapporti col
principe Hur, dammi le prove della tua identità. Le tue testimonianze
sono atti scritti o persone viventi?» --
La domanda era chiara e la sua ragionevolezza indiscutibile. Ben
Hur arrossì, giunse le mani, balbettò e si smarrì. Simonide continuò
incalzandolo.
-- «Le prove, le prove, dico! Portamele e mettile davanti ai miei
occhi.» --
Ben Hur ammutolì. Egli non aveva preveduto questa domanda, ed ora
per la prima volta gli si affacciò la terribile verità che i tre anni
trascorsi sulla galera lo avevano privato di tutte le prove circa la
sua identità. Quinto Arrio era il solo che conoscesse la sua storia
e che avrebbe potuto deporre in suo favore. Ma, come risulterà qui
appresso, il prode romano era morto. Giuda aveva altre volte provato il
peso della sua condizione solitaria, ma, mai come in questo momento, ne
provò tutta la gravezza.
Compreso della propria superiorità Simonide rispettò il suo dolore e lo
guardò in silenzio.
-- «Messer Simonide» -- diss'egli alfine. -- «Io posso narrarvi la mia
storia. Ma voi dovete promettermi di sospendere il vostro giudizio fino
al suo termine, e di ascoltarmi con benevolenza.» --
-- «Parla,» -- fece Simonide, ora padrone della situazione. -- «Parla,
ed io t'ascolterò tanto più volentieri che non ho negato che tu sia la
persona che affermi d'essere.» --
Ben Hur imprese a raccontare le sue vicende a sommi capi e rapidamente,
ma con quel calore e intensità di sentimento che sono fonte d'ogni
eloquenza.
Siccome i casi suoi ci sono noti fino al suo sbarco a Miseno in
compagnia di Arrio ritornato vittorioso dall'Egeo, lo seguiremo nel suo
racconto solo a partire da quel punto.
-- «Il mio benefattore era amato e stimato dall'imperatore il quale lo
colmò di meritate ricompense. I mercanti d'Oriente contribuirono con
magnifici doni ed egli divenne ricchissimo fra i ricchi di Roma. Ma
può un'Ebreo dimenticare la propria religione, o il proprio luogo di
nascita, la terra santa dei suoi padri? L'ottimo uomo mi adottò qual
figlio secondo il rito formale della legge ed io lo rimeritai del mio
meglio; nessun figlio fu più scrupoloso nell'adempiere ai suoi doveri
verso il proprio padre. Egli voleva fare di me un'erudito. Nell'arte,
nella filosofia, nella rettorica, e nell'eloquenza, egli m'avrebbe
fatto istruire da famosi maestri. Rifiutai perchè ero Ebreo, perchè non
potevo dimenticare il Signore Iddio, la gloria dei Profeti e la città
costruita sui colli da Davide e da Salomone. Oh, voi mi domanderete
perchè io accettai i beneficii del Romano? Io l'amava, e poi io pensava
mercè il suo aiuto, di porre in moto tali influenze che mi svelassero
il mistero avvolgente il destino di mia madre e di mia sorella. A
queste ragioni se ne aggiunse una terza, di cui altro non dirò se non
che io desiderava di conoscer l'arte della guerra. Nelle palestre e
nei circhi mi affaticai non meno che sul campo, e tanto negli uni come
negli altri resi illustre il mio nome, nome che però non è quello dei
miei padri. Meritai corone in gran copia, che ora fregiano le pareti
della villa di Miseno, e tutte mi vennero nella mia qualità di figlio
del duumviro Arrio. Solo sotto quel nome sono conosciuto dai Romani.
Io non perdeva mai di vista il mio segreto; intanto lasciai Roma
per venire ad Antiochia per accompagnare il console Massenzio nella
campagna ch'egli sta preparando contro i Parti.
Pratico dell'uso di tutte le armi, voglio ora procurarmi quelle
cognizioni superiori necessarie ad un duce alla testa di eserciti. Il
console mi ha ammesso nella sua famiglia militare. Ma ieri, mentre
la nostra nave entrava nell'oriente incontrammo due legni spieganti
bandiere gialle. Un mio connazionale, e compagno di viaggio da Cipro,
ci spiegò che quelle navi appartenevano a Simonide, il gran negoziante
d'Antiochia, ci parlò della sua vita e dei meravigliosi successi
ch'egli ha riportati nei suoi commerci, ci parlò delle sue flotte,
delle sue carovane e dei loro viaggi; finalmente, ignorando ch'io fossi
più interessato nell'argomento degli altri uditori, disse che Simonide
era un Ebreo, altre volte servo del principe Hur e neppure tacque delle
crudeltà di Grato nè dello scopo di tali crudeltà.» --
A quest'allusione Simonide lasciò cadere il capo fra le mani, e sua
figlia, come per nascondere l'emozione di entrambi abbassò il volto
sul collo del padre. Questi alzò subito gli occhi e con voce chiara
esclamò:
-- «Sto ascoltando.» --
-- «Oh, buon Simonide,» -- replicò Ben Hur facendosi avanti ed esprimendo
nel volto la sua interna commozione. -- «Io vedo che tu non sei convinto
e che ancora diffidi di me.» --
Il negoziante si mantenne rigidamente immobile e muto.
-- «E vedo non meno chiaramente le difficoltà della mia posizione» --
continuò Ben Hur. -- «Posso bensì provare le mie relazioni con Roma;
non ho che a rivolgermi al console attualmente ospitato dal governatore
della città, ma non posso darti le prove che tu mi domandi. Non posso
provare che io sono il figlio di mio padre. Coloro che lo potrebbero
attestare sono tutti morti o scomparsi.» --
Si nascose il volto fra le mani, finchè Ester, porgendogli nuovamente
il calice che prima aveva respinto, gli disse: -- «Il vino è della
patria nostra che tanto amiamo. Bevi, te ne prego.» --
La sua voce era dolce come quella di Rebecca quando offerse l'acqua al
pozzo di Nahor.
Egli scorse le lacrime che le inumidivano gli occhi, e bevve, dicendo:
-- «Figlia di Simonide, il tuo cuore è simbolo di bontà, e buona tu sei
davvero avendo compassione dello straniero. Il signore ti benedica. Io
ti ringrazio.» --
Indi, rivoltosi nuovamente al negoziante:
-- «Siccome io non ho prove d'esser figlio di mio padre, ritiro la
domanda che ti feci, o Simonide, e mi ritiro da questa soglia che la
mia persona non oscurerà più mai: solo lascia che io ti dica che non
ero venuto a ridurti in schiavitù e prendere la tua fortuna, che in
nessun caso toccherei: essa è il prodotto del tuo lavoro e del tuo
genio, e ti appartiene. Allorchè il buon Quinto, mio secondo padre,
s'imbarcò pel viaggio che gli fu fatale, mi lasciò erede di una fortuna
principesca. Se pertanto tu penserai qualche volta a me, ti sovvenga
della domanda che io ti feci e la quale, sui profeti di Jeova, tuo
Signore e mio, io giuro è l'unico scopo della mia visita: che cosa sai
dirmi di mia madre e di Tirzah, mia sorella, della fanciulla che per
anni e bellezza dovrebbe essere pari a questa tua figlia, consolazione
e nettare della tua vita? Oh, che cosa puoi dirmi di loro?» --
Le lacrime scorrevano lungo le guancie di Ester; ma il padre continuò a
rimanere impassibile, e con voce chiara e limpida rispose:
-- «Dissi d'aver conosciuto il principe Ithamar di Hur. Ricordo d'aver
udito parlare della disgrazia che colpì la sua famiglia e del dolore
che provai nell'apprendere quella notizia. Colui che fu causa di
tanta sciagura alla vedova e ai figli dell'amico mio, è quel medesimo
che mi colpì della sua ira implacabile. Io ho fatto indagini per
scoprire la sorte della famiglia, ma a nulla servirono; non ne rimase
traccia.» --
Ben Hur non potè reprimere un gemito di dolore.
-- «Un'altra speranza svanita!» -- articolò con voce strozzata. -- «Sono
abituato ai disinganni. Vi chiedo perdono del disturbo arrecatovi.
Ormai non mi resta che vivere per la vendetta. Addio!» --
Nell'atto di alzare le cortine della porta, si volse indietro
ancora una volta e disse con semplicità commovente: -- «Vi ringrazio
entrambi.» --
-- «La pace sia con voi» -- rispose il negoziante.
Ester non potè parlare per i singhiozzi.
E così si separarono.
CAPITOLO IV.
Appena Ben Hur fu partito, Simonide parve destarsi da un lungo sonno;
il suo volto si accese, gli occhi si animarono, e con voce tremante di
gioia chiamò:
-- «Ester, Ester! Presto!» --
Essa si avvicinò alla tavola e suonò un campanello. Uno dei tavolati
del muro si aperse per dare accesso ad un uomo, il quale inchinatosi
davanti a Simonide con rispetto orientale, aspettò i suoi ordini.
-- «Malluch, -- qui -- più vicino!» -- disse in tono di comando il
negoziante. -- «Ti devo dare una commissione, a cui non devi mancare
quandanche il sole si spegnesse in cielo. Ascolta. Un giovane sta
in questo istante scendendo nel magazzino. -- Alto, di bell'aspetto,
vestito alla foggia di Israele. Seguilo, come l'ombra del suo corpo,
ed ogni sera fammi sapere dove egli si trova, che cosa fa, con chi
pratica.
Cerca di avvicinarlo, di parlargli, se puoi, senza destar sospetto.
Ascolta le sue parole, e ritienile insieme ad ogni altro particolare
atto a rivelare l'indole sua, le sue abitudini, i suoi intenti. Hai
capito? Spicciati! E, senti Malluch, s'egli lasciasse la città, seguilo
e, nota bene Malluch, diventagli amico. S'egli ti interroga, digli
quello che ti sembra opportuno al momento, ma ch'egli non sappia che
tu sei al mio servizio; di questo non una parola.» -- L'uomo s'inchinò
nuovamente e sparì.
Allora Simonide si fregò le scarne mani e rise.
-- «Che giorno è questo, figliuola?» -- esclamò interrompendosi nella
sua manifestazione d'allegria. -- «Che giorno è? Desidero ricordarmene
come di un giorno di gioia. Va, cercalo ridendo, e ridendo dimmelo,
Ester.» --
Quest'allegria le ripugnava come cosa non naturale, e come per
distorvelo rispose melanconicamente: -- «Pur troppo, padre, non mi
sarebbe possibile dimenticare questo giorno.» --
Appena pronunciate queste parole, il vecchio lasciò cadere le mani, ed
il mento, appoggiandosi sul petto, si perdette nelle pieghe della carne
floscia che incorniciavano la parte inferiore del suo volto.
-- «Vero, verissimo, figlia mia!» -- esclamò senza alzare gli occhi. --
«Questo è il ventesimo giorno del quarto mese. In questo stesso giorno,
cinque anni addietro, la mia Rachele, tua madre, morì. Mi portarono a
casa ridotto qual tu mi vedi e la trovammo morta di dolore. Oh, essa
era per me come la canfora nei vigneti di Engaddi! Come il miele del
favo! -- L'abbiamo sepolta lontano, in luogo solitario, in una tomba
scavata nella montagna. Ed essa non mi lasciò che un lumicino ad
illuminare la scura notte, il quale è cresciuto con gli anni ed ora è
diventato il sole della mia vita.» --
Alzò la mano e l'appoggiò sul capo della figliuola. -- «Buon Dio, io
ti ringrazio di aver fatto rivivere nella mia Ester la mia perduta
Rachele!» --
Ad un tratto, sollevò il capo e disse, come colpito subitamente da
un'idea. -- «Il tempo è sereno?» --
-- «Così era, prima che entrasse il giovane.» --
-- «Allora chiama Abimelech, che mi conduca in giardino ond'io possa
vedere il fiume e le navi, e dove ti racconterò, mia diletta Ester,
il perchè poc'anzi il riso si posò sulle mie labbra, e la mia lingua
mosse al canto e lo spirito divenne leggiero quale gazzella o daino dei
monti.» --
In risposta al campanello, venne il servo che per ordine della giovane
spinse la seggiola munita appositamente di rotelle, fuori della camera,
sul tetto del caseggiato inferiore, e che il padrone chiamava giardino.
Simonide venne condotto ad una parte dove egli poteva vedere i tetti
dei palazzi dell'isola dirimpetto, il ponte di esso ed al disotto il
fiume, ove una nave solcava le onde scintillante sotto il magnifico
sole mattutino. Colà il servo lo lasciò solo con Ester.
Il gridìo degli operaj ed il rumoroso lavoro non li disturbavano
affatto come non li disturbava il movimento sul ponte che era quasi al
disopra di loro; il loro orecchio s'era assuefatto a quel frastuono
come il loro occhio s'era abituato alla vista che si stendeva loro
davanti.
Ester sedutasi accanto a lui gli accarezzava la mano in attesa della
comunicazione annunciata. Simonide incominciò con la sua consueta
calma:
-- «Mentre il giovane parlava, Ester, io ti osservava e mi parve ch'egli
ti piacesse.» --
Essa rispose abbassando gli occhi:
-- «Padre egli mi ispirò fiducia, e gli credetti.» --
-- «Ai tuoi occhi, egli sarebbe il perduto figlio del principe?» --
-- «S'egli non lo fosse....» -- si fermò esitando.
-- «S'egli non lo fosse?» -- ripetè Simonide.
-- «Io sono stata la tua ancella, padre, sin da quando mia madre morì,
e stando vicino a te, ti ho veduto ed udito trattare con saggezza con
ogni genere d'uomini, venissero per cause legittime od illecite; ed ora
ti dico, se quel giovine non è il principe Hur, la menzogna non ha mai
con tanta abilità indossata la veste della verità.» --
-- «Per la gloria di Salomone, figliuola mia, tu parli con convinzione.
Credi tu che tuo padre sia stato suo schiavo?» --
-- «Se ben mi ricordo egli non disse questo. Vi accennò come a cosa che
aveva udito dire.» --
Per qualche istante gli sguardi di Simonide andavano vagando fra le
navi sottostanti. Poi disse:
-- «Ester, tu sei una buona figliola, e possiedi in discreta dose il
nostro discernimento Ebraico; non sei una bambina ed hai abbastanza
forza d'animo per ascoltare un racconto doloroso. Sta attenta, e ti
narrerò la mia storia e quella di tua madre, ed altre vicende della
nostra vita a te sconosciute, e sospettate da nessuno.
Io nacqui in una capanna della valle di Hinnom, a mezzogiorno di Sion.
I miei genitori erano servi addetti alla coltivazione delle viti,
degli ulivi e dei fichi nel giardino reale di Siloam, e nella prima
giovinezza io li aiutai in quel lavoro. Essi erano schiavi a vita. Fui
raccomandato al principe Hur, allora, dopo re Erode, l'uomo più ricco
di Gerusalemme, il quale mi impiegò nei suoi magazzeni in Alessandria
d'Egitto, ove raggiunsi la maggiore età. Lo servii sei anni e nel
settimo, secondo la legge di Mosè, divenni libero.» --
Ester battè leggermente le mani:
-- «Oh, tu non sei adunque più il servo di tuo padre?» --
-- «Ascolta figliuola. V'erano in quei giorni degli avvocati nei
chiostri del Tempio i quali fieramente contesero essere i figli di
coloro che sono obbligati a servire per la durata della vita soggetti
alla stessa servitù, ma il principe Hur era uomo giusto in tutte
le cose, ed interpretava la legge secondo la setta più rigorosa,
quantunque non appartenesse ad essa. Egli disse ch'io ero un servo
ebreo comperato, nel vero significato del Gran Legislatore, e con
documenti suggellati che ancora conservo egli mi fece libero.» --
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