di terra cotta che coprivano i tetti, e una grandine di proiettili
discese sopra i legionari sottostanti. Ne seguì una battaglia,
nella quale, naturalmente, prevalsero la disciplina e le armi della
truppa. Sorvoliamo la lotta, la strage, l'abilità dall'una parte, la
disperazione e il coraggio dall'altra, inutili al nostro racconto.
Osserviamo piuttosto l'infelice autore di tutto questo male.
Egli si ritrasse dal parapetto, pallido come un morto.
-- «O Tirzah, Tirzah, che avverrà di noi?» --
Ella non aveva veduto l'incidente, ma con le orecchie intente alle
grida e al clamore seguiva con l'occhio la pazza attività della gente
sui tetti.
Sapeva che qualche cosa di terribile avveniva, ma ignorava chi ne era
stata la causa o in che modo la disgrazia potesse toccare i suoi cari.
-- «Che cosa è stato? Che cosa significa?» -- chiese, presa da subito
terrore.
-- «Ho ucciso il governatore Romano. La tegola gli è caduta
addosso.» --
Il volto di lei si fece color cenere. Gli gettò le braccia al collo e
lo fissò, senza dir parola, negli occhi. I timori di lui erano passati,
in lei, ma il veder Tirzah atterrita infuse coraggio in Giuda.
-- «Non l'ho fatto a bella posta, Tirzah -- è stato un accidente,» -- egli
disse con più calma.
-- «Che cosa faranno?» -- chiese la giovinetta.
Egli si chinò nuovamente e guardò il tumulto crescente nella via
pensando alla faccia imbronciata di Grato. Se non fosse morto, quale
vendetta sarebbe stata la sua? E, se fosse morto, a quali estremità la
furia e la violenza del popolo non spingerebbe i legionari? Guardò giù
nella strada e vide le guardie che aiutavano a rimettere il Romano a
cavallo.
-- «Egli vive, egli vive, Tirzah! Benedetto sia il Signore Iddio dei
nostri padri!» --
Con questo grido, e rasserenato in volto, si ritrasse e rispose alle
domande di lei.
-- «Non temere, Tirzah. Gli spiegherò come avvenne; si ricorderà di
nostro padre e dei suoi servigi, e non ci farà del male.» --
Stava conducendola verso il padiglione, quando il tetto tremò sotto i
loro piedi, e udirono un fracasso come di legna spaccata, seguito da
grida di sorpresa e di agonia, provenienti dal cortile sottostante.
Si arrestarono e stettero in ascolto. Le grida furono ripetute; poi
intesero lo stropiccìo di molti piedi, e il suono di voce iraconde
mescolate ad altre come di preghiera; poi urli di donne prese da pazzo
terrore. I soldati avevano sfondata la porta settentrionale e si erano
impadroniti della casa.
L'affanno che coglie una belva inseguita lo prese. Il primo impulso fu
di fuggire; ma dove? Solo le ali lo avrebbero salvato. Tirzah, cogli
occhi dilatati dalla paura, lo afferrò per il braccio e gli chiese:
-- «O Giuda, che avviene?» --
I servitori venivano ammazzati -- e sua madre? Non era quella la sua
voce? con tutta la forza di volontà che gli rimaneva, Giuda esclamò: --
«Fermati qui, Tirzah. Io vado a vedere che cosa succede laggiù, e poi
tornerò da te.» --
La sua voce tremava. Essa gli si avvicinò di più.
Alto, stridulo, non più opera della sua fantasia, sorse il grido di sua
madre. Egli non esitò più a lungo:
-- «Vieni, andiamo insieme!» --
Il terrazzo ai piedi della scala era gremito di soldati. Altri soldati,
con le spade sguainate frugavano nelle stanze. Un gruppo di donne
inginocchiate piangeva in un angolo. In disparte, una donna, con le
vesti stracciate, i capelli in disordine, si dibatteva fra le braccia
di un soldato che stentava a trattenerla. Le sue grida erano più acute
di tutte, ed erano pervenute fin sopra il tetto. Giuda si slanciò
verso di essa. -- «Madre, Madre!» -- gridò. Essa gli stese le braccia,
ma quando stava quasi per toccarla, egli fu allacciato da due braccia
robuste e respinto da lei. Una voce disse:
-- «È lui!» --
Giuda guardò, e vide.... Messala!
-- «Che! l'assassino quello?» -- esclamò un uomo di alta statura, a
giudicarsi dall'armatura un legionario. -- «Ma se è un ragazzo!» --
-- «O Dei!» -- replicò Messala col solito tono affettato -- «Che cosa
direbbe Seneca a questa nuova teoria che un uomo debba esser vecchio
prima di odiare ed uccidere? Voi lo tenete; questa è sua madre, e
quella sua sorella. Avete tutta la famiglia.» --
Per amore d'essi Giuda dimenticò la sua disputa.
-- «Aiutali, o mio Messala! Rammenta la nostra infanzia, e aiutali. Io,
Giuda, ti prego.» --
Messala gli voltò le spalle.
-- «Io non posso servirvi più oltre» -- disse all'ufficiale. -- «C'è da
divertirsi di più là abbasso. Eros è morto, evviva Marte!» --
Con queste parole sparì. Giuda lo comprese, e nell'amarezza dell'anima
sua pregò il Cielo:
-- «Nell'ora della tua vendetta, o Signore, sia mia la mano che lo
colpisca.» --
Con grande sforzo si avvicinò all'ufficiale.
-- «O signore quella donna è mia madre. Risparmiatela, risparmiate mia
sorella. Dio è giusto e compenserà la vostra pietà.» --
L'ufficiale sembrò commuoversi.
-- «Conducete le donne alla Torre» -- esclamò -- «ma non fate loro
del male. Voi ne rispondete.» -- Poi voltosi a quelli che tenevano
Giuda: -- «Legategli i polsi colle corde. Il castigarlo è serbato ad
altri.» --
La madre fu condotta via. La piccola Tirzah, nelle sue vesti di casa,
stupita pel terrore, accompagnò passivamente i suoi custodi. Giuda
gettò ad esse un ultimo sguardo, e coprì gli occhi con le mani, come
per imprimersi indelebilmente quella scena nel cervello. Forse pianse,
ma nessuno vide le lacrime.
Una metamorfosi avveniva in lui. Il lettore che avrà studiato con
attenzione queste pagine avrà conosciuto abbastanza il carattere del
giovane Ebreo, per discernere la mitezza e la bontà quasi femminili,
qualità che l'amore produce ed alimenta. Le circostanze non avevano
mai svegliato gli elementi più aspri della sua indole, se pur ne aveva.
Qualche volta aveva provato il pungolo dell'ambizione, e aveva sognato
grandi cose, come sognano i fanciulli che passeggiano lungo la riva
del mare e vedono arrivare e partire navi maestose. Ma ora, era un caso
diverso. Se possiamo immaginare un idolo, consapevole dell'adorazione
quotidiana di cui è fatto segno, strappato improvvisamente dal suo
altare e giacere in mezzo alle rovine del suo piccolo mondo di affetti,
potremo farci un'idea di quanto era accaduto a Ben Hur, e l'impressione
che ne riportava. Nessun segno esteriore tradiva questo mutamento,
tranne che, quando alzava il capo nell'atto di stendere le mani alle
corde che lo legavano, le labbra avevan perduto la loro somiglianza
con l'arco di Cupido. In quell'istante aveva abbandonato la sua
fanciullezza, e s'era fatto un uomo.
Una tromba squillò nel cortile. Quando tacque, la stanza si vuotò dei
soldati, molti dei quali, non osando comparire nella fila col bottino,
lo gettarono per terra, coprendo il suolo di oggetti preziosi. Quando
Giuda discese, il quadrato era già formato, e l'ufficiale attendeva
all'esecuzione dei propri ordini. La madre, la figlia, e tutta la
servitù furono fatti uscire dalla porta settentrionale, le cui rovine
ingombravano ancora il passaggio. Le grida di alcuni domestici, nati
e cresciuti nella casa, erano strazianti. Quando anche i cavalli e
gli altri animali furono cacciati via, Giuda cominciò a comprendere
la portata della vendetta del Procuratore. L'edificio stesso sarebbe
sacro a quella. Nessun essere vivente doveva rimanere fra le sue mura.
Se nella Giudea si fosse trovato un altro temerario che vagheggiasse
l'assassinio di un governatore Romano, la sorte della principesca
Casa di Hur, doveva servirgli di ammonimento, e la rovina della dimora
avrebbe perpetuato la memoria della vendetta.
L'ufficiale aspettava di fuori, mentre un distaccamento dei suoi
soldati accomodava temporaneamente la porta. Nella strada il
combattimento era quasi cessato. Sopra le case nuvole di polvere
indicavano i luoghi dove continuava la lotta sui tetti. La coorte,
immobile e risplendente nelle sue armi, stava in posizione di riposo.
Giuda non aveva occhi che pei prigionieri, ma invano cercò di sua madre
e di Tirzah.
Improvvisamente, dal suolo dove giaceva, una donna si alzò e ritornò
rapidamente verso la porta. Alcune guardie cercarono di afferrarla, e
un grande clamore salutò il mancato tentativo. Essa corse verso Giuda
e cadendogli ai piedi, gli abbracciò le ginocchia, mentre i suoi ruvidi
capelli neri bruttati di polvere le velavano gli occhi.
-- «O Amrah, buona, Amrah» -- egli le disse. -- «Dio ti aiuti; io non lo
posso.» --
Essa non potè articolar parola.
Egli si chinò su di lei, e sussurrò: -- «Vivi, Amrah, per Tirzah e per
mia madre. Esse torneranno, e....» --
Un soldato la afferrò. Essa si divincolò e corse attraverso la porta,
nella casa vuota.
-- «Lasciatela andare!» -- gridò l'ufficiale. -- «Suggelleremo la casa, e
morrà di fame.» --
Gli uomini ripresero il loro lavoro, e, quando fu terminato, passarono
dalla parte occidentale. Anche questa porta fu inchiodata, e il palazzo
dei Hur chiuso per sempre.
La coorte ritornò alla Torre, dove giaceva il Procuratore per guarire
delle sue ferite e disporre dei prigionieri. Il decimo giorno dopo
questi avvenimenti rientrò in città.
CAPITOLO VII.
All'indomani una pattuglia di legionarii si avvicinò al palazzo
desolato. Dopo aver chiuse le porte, stuccò i lati con cera, e sul
tavolato inchiodò il seguente cartello in latino:
-Proprietà dell'Imperatore-
Il giorno susseguente, verso mezzodì, un decurione col suo seguito di
dieci cavalieri, si avvicinò a Nazareth da oriente, cioè in direzione
di Gerusalemme. La località era allora occupata da un piccolo villaggio
appollaiato sopra una collina, e così insignificante che la sua unica
via era appena battuta dagli zoccoli dei cavalli dei soldati, e dai
piedi dei pochi abitanti. La grande pianura di Esdraelon si stendeva
a sud, e dalle alture orientali si potevano scorgere le coste del
Mediterraneo e le regioni oltre il Giordano e il Hermon. La vallata
sottostante e la campagna tutto all'ingiro erano coltivate a giardini,
vigne, orti e prati. Gruppi di palme davano un colorito orientale al
paesaggio. Le case, irregolarmente disposte, erano povere d'apparenza,
quadrate, a un sol piano, inghirlandate da viti verdissime. La siccità
che aveva ridotto le colline della Giudea ad una tinta bruna, uniforme,
s'era arrestata ai confini della Galilea.
Lo squillo di una tromba, suonata all'appressarsi dei cavalieri, ebbe
un magico effetto sopra gli abitanti, che affollarono le porte e i
cancelli, curiosi e desiderosi di afferrare il significato di una
visita così nuova.
Dobbiamo ricordare che Nazareth, non solo si trovava lontano dalle vie
maestre, ma apparteneva al dominio di Giuda di Gamala; quindi possiamo
immaginare quali impressioni destò l'appressarsi dei legionari. Ma
quando furono più vicini, e il loro scopo divenne manifesto, la paura e
l'odio cedettero il posto alla curiosità, sotto l'impulso della quale,
il popolo sapendo che i loro ospiti si sarebbero fermati alla fonte
nella parte settentrionale della città, abbandonò la case e seguì i
soldati.
L'oggetto della loro curiosità era un prigioniero che camminava in
mezzo alla truppa, colla testa scoperta, mezzo nudo, le mani legate
sulla schiena. Una coreggia assicurata ai suoi polsi lo avvinceva alla
sella di uno dei cavalieri. La polvere che sollevavano i cavalli lo
avviluppava tratto tratto come una nube gialla.
Si trascinava a stento, penosamente. Sembrava molto giovane. Alla
fontana il decurione si fermò, e, insieme alla maggior parte dei
soldati, scese da cavallo. Il prigioniero si lasciò cadere sulla
polvere della strada, istupidito, senza chiedere nulla. Era affranto.
I popolani avvicinatisi e vedendo che egli era quasi un ragazzo
avrebbero voluto soccorrerlo, ma non osavano.
Mentre stavano dubbiosi, e mentre le anfore correvano di mano in mano
fra i soldati, fu visto venire un uomo per la strada di Sephoris. Al
vederlo una donna esclamò: -- «Guardate! Ecco il falegname che viene;
ora sapremo qualche cosa!» --
La persona a cui si alludeva era un vecchio di venerabile aspetto.
Rari riccioli bianchi uscivano dal suo turbante e un'ampia barba ancor
più bianca gli fluiva sopra il petto e sopra la ruvida tunica grigia.
Procedeva lentamente, perchè, oltre al peso dei suoi anni portava
parecchi utensili, un'ascia, una sega, un coltello di rozza fattura, ed
evidentemente veniva da lontano. Si arrestò, osservando la folla.
-- «O Rabbi, buon Rabbi Giuseppe!» -- esclamò una donna, correndogli
incontro. -- «Qui c'è un prigioniero; domandane conto ai soldati,
affinchè sappiamo ciò che ha commesso, e chi egli sia.» --
Il volto del Rabbi rimase impassibile; guardò il prigioniero e quindi
si avvicinò all'ufficiale.
-- «La pace del Signore sia con te!» -- disse con inflessibile gravità.
-- «E quella degli Dei con voi» -- rispose il decurione.
-- «Venite da Gerusalemme?» --
-- «Sì» --
-- «Il vostro prigioniero è giovane.» --
-- «D'anni, sì» --
-- «Posso domandare ciò che egli ha commesso?» --
-- «È un assassino» --
Il popolo ripetè la parola con stupore, ma Rabbi Giuseppe proseguì le
sue domande.
-- «Egli è un Israelita?» --
-- «È un Ebreo,» -- ripetè il Romano seccamente.
La compassione degli spettatori riprese il sopravvento.
-- «Io non so nulla delle vostre tribù, ma posso dirvi qualcosa della
sua famiglia. Avete sentito parlare di un principe di Gerusalemme, di
nome Hur? -- Ben Hur lo chiamavano. Visse ai tempi di Erode.» --
-- «Io l'ho veduto» -- disse Giuseppe.
-- «Questi è suo figlio.» --
Vi fu uno scoppio generale di esclamazioni, che il decurione si
affrettò a frenare.
-- «Nelle strade di Gerusalemme, avant'ieri, egli cercò di assassinare
il nobile Grato, lanciandogli una tegola sul capo dal tetto di un
palazzo, -- dal palazzo di suo padre, credo.» --
-- «Lo uccise?» -- domandò il Rabbi.
-- «No» --
-- «La sua condanna?» --
-- «Le galere a vita.» --
-- «Il Signore lo aiuti» -- esclamò Giuseppe, scosso dalla sua
immobilità. Nel mentre, un giovane che aveva accompagnato Giuseppe,
ma che si era tenuto modestamente dietro di lui, depose la scure che
teneva in mano, e avvicinandosi alla fonte, ne tolse una ciotola piena
d'acqua. L'atto fu così tranquillo, che prima ancora che le guardie
intervenissero, o avessero voluto intervenire, egli si era già chinato
sopra il prigioniero, offrendogli un sorso d'acqua.
La mano leggermente posata sulla sua spalla destò il misero Giuda, che
alzando gli occhi vide un volto che non dimenticò mai più, il volto di
un ragazzo della sua età, incorniciato da riccioli castani con riflessi
biondi; un volto illuminato da due occhi azzurri, così dolci, così
traboccanti d'amore e di santità di propositi da posseder tutta la
potenza di un comando e d'una volontà. L'anima dell'Ebreo indurita da
giorni e notti di sofferenze, e così amareggiata da abbracciare tutto
il mondo nei suoi pensieri d'odio e vendetta, si intenerì sotto lo
sguardo dello straniero, e divenne timida come quella di un fanciullo.
Appressò il suo labbro alla ciotola e bevve a larghi sorsi. Nessuna
parola corse fra di loro.
Quando ebbe terminato, la mano che riposava sulla sua spalla si pose
sopra il suo capo e rimase fra i riccioli polverosi il tempo necessario
per impartirvi una benedizione; quindi lo straniero riaccostò la
ciotola alla pietra della fontana, e riprendendo la sua scure, ritornò
al fianco di Giuseppe. Tutti gli sguardi lo seguirono, quelli dei
popolani come quelli del decurione.
La scena pietosa ebbe termine. Quando gli uomini e i cavalli ebbero
bevuto, la marcia fu ripresa. Ma un mutamento era avvenuto nell'animo
del decurione; egli stesso sollevò il prigioniero dalla polvere e
lo aiutò a salire sopra il cavallo di uno dei soldati. I Nazareni
ritornarono alle loro dimore, e insieme ad essi Rabbi Giuseppe e il suo
discepolo.
Così avvenne il primo incontro di Giuda col figlio di Maria.
FINE DEL LIBRO SECONDO.
LIBRO TERZO
CLEOPATRA.. . . . Se la misura
Del dolor nostro la sua fonte eguaglia
Oh come grande...
(-entra Diomede-)
È dunque morto? Parla!
DIOMEDE. La morte il tiene nei ferrati artigli,
Ma non è morto ancora.
-Ant. e Cleopatra.- -- Atto IV. -- Scena VIII.
CAPITOLO I.
La città di Miseno corona il promontorio dello stesso nome alcune
miglia a sud-est di Napoli. Oggi non rimangono che poche rovine
ad attestarne l'esistenza, ma nell'anno di grazia 24, al quale
trasportiamo ora il lettore, era uno dei porti più importanti del
litorale occidentale d'Italia.
Il viaggiatore che si fosse recato al promontorio per godere la vista
che esso offriva, avrebbe dovuto salire sopra un muro, e, volgendo le
spalle alla città, avrebbe spaziato con gli occhi sulla baia di Napoli,
bella allora come oggi; avrebbe ammirata la linea impareggiabile
della costa, avrebbe veduto il cono fumante del monte, l'azzurro
dolcissimo e profondo del cielo e del mare; ma, abbassandoli verso il
mare sottostante, avrebbe osservato uno spettacolo ignoto al turista
moderno; metà della flotta Romana di riserva, ancorata ai suoi piedi.
Considerata da questo punto, Miseno non sembrava un teatro indegno per
l'incontro dei tre padroni di Roma, intenti a spartirsi il dominio del
mondo.
In quei tempi il muro era interrotto ad un certo punto in faccia al
mare, formando una specie di passaggio cui metteva capo una via, la
quale, quindi, a forma di un grande molo, si stendeva per parecchi
stadii nel mare.
La sentinella di guardia a questo passaggio, fu destata dal suo riposo
una fresca mattina di settembre da una compagnia che discendeva,
conversando animatamente e rumorosamente, la piccola via. La degnò di
uno sguardo e quindi ritornò ai suoi sogni interrotti.
Era una ventina di persone, la maggior parte costituita da schiavi,
con torcie che illuminavano poco, ma, in compenso, fumavano molto, e
che lasciavano nell'aria un acre profumo di nardo Indiano. I padroni
li precedevano tenendosi a braccetto. Uno di essi, dall'apparente età
di cinquanta anni, alquanto calvo, e portante fra i radi capelli una
corona d'alloro, sembrava, dalle attenzioni prodigategli, l'oggetto
di qualche affettuosa cerimonia. Portavano tutti ampie toghe di lana
bianca con larghe balze di porpora. Uno sguardo era bastato alla
sentinella. Conobbe, senza domandare, che erano personaggi di alta
condizione che scortavano un loro amico al porto, dopo una notte
festevolmente trascorsa. Spiegazioni più ampie potremo trovare seguendo
i loro discorsi.
-- «No, mio Quinto» -- disse uno, parlando all'uomo dalla corona d'alloro
-- «è crudele la Fortuna che ti strappa così presto da noi. Solo ora
tornasti dai mari oltre le Colonne. Non hai neppure avuto il tempo di
abituarti alla terra ferma.» --
-- «Per Castore! -- se un uomo può adoperare la bestemmia di una donna!»
-- esclamò un altro, alquanto alticcio. -- «Non lamentiamoci. Il nostro
Quinto va a ricuperare nel mare ciò che ha perduto in terra ieri sera.
Giuocare a dadi sopra una nave che rulla, è qualche cosa di diverso dai
dadi giuocati qui. Non è vero Quinto?» --
-- «Non ingiuriare la Fortuna!» -- esclamò un terzo. -- «Essa non è nè
cieca nè, incostante. Ad Anzio quando il nostro Arrio la interroga, gli
risponde annuendo, e sul mare lo accompagna, dirigendo il timone della
sua nave. Essa lo strappa dalle nostre braccia, è vero, ma non ce lo
riconduce poi sempre ricco di nuovi allori?» --
-- «Sono i Greci che lo portano via» -- interruppe un altro. -- «Accusiamo
loro, non gli Dei. Con l'apprender l'arte del commercio, dimenticarono
quella del combattere.» --
Con queste parole, la brigata attraversò il passaggio, e giunse al
molo prolungantesi innanzi a loro nella baia bellissima, che l'alba
incominciava a illuminare. Per le orecchie del vecchio marinaio la
risacca delle onde era come il saluto dell'amico. Respirò a lungo, come
per riempire i polmoni del profumo delle acque, ed alzò la mano:
-- «I miei doni io li ebbi a Preneste, non ad Anzio, -- ma vedete! spira
vento di ponente. Io ti ringrazio, o Fortuna, mia madre!» -- egli disse
con riverenza.
Gli amici ripeterono l'esclamazione, e gli schiavi agitarono le torcie.
-- «Eccola, viene!» -- continuò, indicando una galera che si moveva
dall'estremità del molo. -- «Un marinaio non ha bisogno di altra amante.
La tua Lucrezia è forse più graziosa, mio Caio?» --
Osservò la nave, che avanzava, con uno sguardo pieno di giustificato
orgoglio. All'albero più basso era fissata una sola vela, e i remi si
tuffavano, si alzavano, scintillavano un istante, immobili nell'aria,
poi si immergevano nuovamente, come le ali di un uccello, con ritmo
perfetto.
-- «Sì, rispettate gli Dei» -- egli disse con gli occhi rivolti alla
nave -- «essi ci mandano buone occasioni. Nostra è la colpa se le
trascuriamo. Quanto ai Greci, tu dimentichi, o mio Lentulo, che i
pirati che vado a punire sono Greci. Una vittoria sopra di essi ne vale
cento sugli Africani.» --
-- «Allora ti rechi nell'Egeo?» --
Il marinaio non aveva occhi che per la nave.
-- «Che grazia, che venustà! un cigno non si muoverebbe più maestoso
sulle onde. Guardate!» -- Ma tosto aggiunse: -- «Perdonami Lentulo. Io
vado nell'Egeo; e siccome la mia partenza è ormai vicina, ve ne dirò
la ragione -- soltanto tenetela segreta. Io non vorrei che incontrando
il mio buon amico il duumviro gliene faceste una colpa. Voi sapete che
il commercio fra la Grecia ed Alessandria non è inferiore a quello
fra Alessandria e Roma. Il popolo in quelle parti del mondo si è
dimenticato di celebrare le feste Cereali, e Trittolemo li ha puniti
con un miserabile raccolto. Ad ogni modo il commercio è così cresciuto
da non arrestarsi per un sol giorno. Avrete anche sentito parlare
dei pirati del Chersoneso, che si annidano nell'Eusino; gente audace,
per le Baccanti! Giorni fa arrivò la notizia a Roma che, riunitisi in
una flotta numerosa, avevano disceso il Bosforo, affondate le galere
davanti a Bisanzio e a Calcedonia, invasa la Propontide, occupato
l'Egeo. I mercanti di grano che hanno navi nel Mediterraneo sono
spaventati. Ottennero udienza dall'Imperatore medesimo, ed oggi da
Ravenna partono cento galere, e da Miseno -- fece una breve pausa, come
per pungere maggiormente la curiosità degli amici -- una.» --
-- «Beato Quinto! Le nostre congratulazioni!» --
-- «Bene auguriamo per questa scelta. Ti salutiamo sin d'ora
duumviro.» --
-- «Quinto Arrio duumviro, suona meglio di Quinto Arrio tribuno.» --
Con queste parole si strinsero festosamente intorno a lui.
-- «Io mi rallegro insieme agli altri» -- disse l'amico avvinazzato -- «mi
rallegro assai. Ma voglio essere pratico, o mio duumviro, e finchè io
non vedrò che la promozione ti abbia valso una maggior conoscenza delle
-tesserae- riservo il mio giudizio sulla tua fortuna, in questo... in
questo affare.» --
-- «Vi ringrazio tutti!» -- disse Arrio rivolgendosi collettivamente ad
essi -- «se aveste delle lanterne, direi che siete auguri. Farò di più.
Vi mostrerò che avete colpito nel segno. Qui, leggete.» --
Dalle pieghe della sua toga estrasse un rotolo di carta e lo porse
a loro, dicendo: -- «L'ho ricevuto ieri mentre ero a tavola, da
Seiano.» --
Questo nome era già grande nel mondo Romano; grande e non ancora così
infame come divenne di poi.
-- «Seiano!» -- esclamarono in coro, stringendosi attorno a chi leggeva
la lettera. Ecco il tenore di essa:
Seiano a C. Cecilio Rufo, Duumviro,
Roma, XIX Kal. Sept.
Cesare conosce l'abilità di Quinto Arrio, tribuno, e, specialmente, ha
udito esaltare il coraggio manifestato da lui nei mari d'occidente. È
sua volontà che il detto Arrio sia sull'istante trasferito in Oriente.
È ancora volontà di Cesare che raduniate cento triremi di prima classe,
perfettamente allestite, e le spediate senza indugio contro i pirati
dell'Egeo, e che Quinto sia posto al comando di tale flotta.
I dettagli sono tua cura, mio Cecilio.
Il momento è urgente, come vedrai dalle relazioni che accludo per te, e
pel nominato Quinto.
SEIANO.
Arrio non badò alla lettura. A mano a mano che la nave si avvicinava
crebbe il fascino che essa esercitava sopra di lui. Ne seguiva i
movimenti con l'occhio di un innamorato. Finalmente agitò le falde
della sua toga; in risposta al segnale, sopra l'-aplustre-, arnese
in forma di ventaglio sulla poppa della nave, sventolò una bandiera
scarlatta; nel mentre parecchi marinai apparvero sul ponte, si
arrampicarono rapidamente sulle corde fino all'antenna, ed ammainarono
la vela. La prua fu girata, e la velocità dei remi crebbe di mezzo
tempo, cosicchè la nave si avvicinò al molo con la rapidità di un
uccello.
Egli osservò la manovra con gli occhi scintillanti. La pronta risposta
al timone, la docilità e fermezza con cui la nave teneva la sua rotta,
sarebbero state qualità di grande importanza in battaglia.
-- «Per le Ninfe!» -- disse uno degli amici, restituendo la lettera.
-- «Non possiamo più dire che l'amico sarà grande; egli lo è già. Il
nostro amore deve esser contemperato di rispetto. Che altro hai da
dirci?» --
-- «Null'altro!» -- replicò Arrio. -- «Ciò che voi avete appreso oggi è
già roba vecchia a Roma, specialmente nel palazzo di Cesare e nel foro.
Il duumviro è un uomo discreto. Le mie istruzioni, la località dove
dovrò incontrare la flotta, si trovano a bordo in un plico suggellato.
Se però questa sera sacrificate agli altari, non dimenticate di
innalzare una preghiera per un amico che i remi e il vento sospingono
alla volta di Sicilia. Ma ecco la nave che sta per approdare. I suoi
ufficiali mi interessano, poichè dovrò combattere e viaggiare con
essi. Non è cosa facile approdare con una nave di questa mole ad una
spiaggia come questa. Lasciatemi giudicare la loro disciplina e la loro
abilità.» --
-- «Come, ti è nuova la nave?» --
-- «Non l'ho mai veduta prima d'oggi, e non so ancora se vi troverò un
solo amico.» --
-- «È bene questo?» --
-- «Non importa. Noi uomini del mare facciamo presto conoscenza. Il
nostro amore e i nostri odii nascono nei comuni pericoli.» --
La nave apparteneva alla classe chiamata -naves liburnicae-, lunghe,
strette, basse ai lati, e foggiate per velocità di corso e rapidità di
manovra. I suoi fianchi eran stupendi. Un doppio getto d'acqua saliva
spumeggiando, dinanzi ad essa, e spruzzando le curve audaci della
prora, i lati della quale erano adorni di figure di Tritoni soffianti
in conchiglie marine.
Sotto la prua, infissa nella chiglia e spingentesi infuori, sotto il
livello del mare, era il -rostrum-, ordigno di legno rinforzato ed
armato di ferro, che in battaglia adoperavasi come un ariete.
Una poderosa cornice, artisticamente scolpita partendo dalla prua
abbracciava tutta la lunghezza della nave, e, sorpassando la coperta,
serviva di baluardo. Sotto la cornice correva un triplice ordine di
vani, ciascuno protetto da uno scudo di cuoio, dai quali si scorgevano
i remi, sessanta per ciascun lato. La prora torreggiante era inoltre
ornata di caducei, mentre due corde, raccolte ai fianchi, segnavano il
numero delle ancore assicurate sul ponte di trinchetto.
La semplicità dell'attrezzatura rivelava che la nave si affidava
principalmente al lavoro dei remi. L'albero, piantato bene innanzi,
era assicurato da spranghe e gomene agli anelli fissi alle pareti
interne del baluardo. Il sartiame era quello strettamente necessario
per manovrare l'unica grande vela rettangolare e l'antenna da cui
dipendeva.
Eccettuati i marinai, che erano saliti per ammainare la vela ed
indugiavano ancora fra le sartie, un sol uomo era visibile sul ponte,
presso la prora, completamente armato, con elmo, spada e scudo.
Le centoventi lame di quercia, che le onde e le frequenti puliture di
pomice avevan rese bianche e lucenti, si alzavano e cadevano come mosse
da una mano sola, e spingevano innanzi il battello con la velocità di
un vapore moderno.
Così rapido, e, apparentemente, così temerario, era il corso della
nave, che gli amici del tribuno se ne spaventarono. Improvvisamente
l'uomo a prua tese la mano con un gesto speciale; tosto tutti i remi si
alzarono, si librarono un istante nell'aria, poi caddero verticalmente.
L'acqua si agitò spumeggiando intorno ad essi, e la galera ebbe un
tremito, e s'arrestò come atterrita. Un altro gesto della mano, e i
remi si alzarono di nuovo, ma, questa volta, quelli di destra, spinsero
avanti, mentre i remi di sinistra, avanzando verso la prua, lavorarono
contr'acqua. Tre volte i remi ripeterono questa manovra. La nave girò
come su un cardine; poi, favorita dal vento, approdò dolcemente al
molo.
Una tale mossa mise in vista la poppa, con tutti i suoi ornamenti.
V'erano dei tritoni come quelli di prua; il nome era scritto in lettere
cubitali in rilievo; il timone, la piattaforma elevata su cui sedeva
il timoniere, maestosa figura ricoperta da un'armatura, la mano sulle
corde del timone; e l'-aplustre-, alto, dorato, scolpito, che si
curvava sopra il timoniere come una grande foglia arabescata.
Si udì lo squillo acuto di una tromba, e, dai boccaporti si riversarono
sul ponte i soldati, tutti superbamente armati, con elmi di bronzo,
scudi e giavellotti scintillanti. Mentre essi si schieravano sul ponte
in ordine di battaglia, i marinai si arrampicarono sulle sartie e si
allinearono lungo l'antenna.
Gli ufficiali e i suonatori di tromba occuparono i loro posti senza
confusione e senza rumore. Quando i remi toccarono il molo, una
passerella fu abbassata dal ponte del timoniere.
Il tribuno si volse ai compagni e con una gravità dapprima non
dimostrata, disse:
-- «Ora mi attende il dovere, o miei amici!» --
Si tolse la corona dal capo e la porse al giuocatore di dadi.
-- «Prendi questo mirto, o favorito dalle -tesserae-! -- esclamò. Se
ritorno, verrò a riprendere i miei sesterzii: se la vittoria non
m'arride, non ritornerò. Appendi la corona nel tuo atrio.» --
Spalancò le braccia agli amici, ed essi vennero ad uno a ricevere
l'abbraccio dell'addio.
-- «Gli Dei ti accompagnino, o Quinto!» -- esclamarono.
-- «Salvete!» -- rispose.
Salutò con la mano gli schiavi, che agitarono le torcie; poi si volse
alla nave, bellissima per l'ordine perfetto del suo equipaggio, in
ranghi serrati, coi cimieri che ondeggiavano e gli scudi e le lancie
scintillanti. Quando mise il piede sul ponte, le trombe squillarono,
e sopra l'-aplustre- sventolò il -vexillum purpureum-, bandiera
dell'ammiraglio della flotta.
CAPITOLO II.
Il tribuno, ritto sul ponte del timone, con l'ordine del duumviro
spiegato nelle mani, parlò all'-hortator-, o capo dei rematori.
-- «A che forza comandi?» --
-- «Duecento cinquantadue rematori; dieci supplenti.» --
-- «Con ricambi di....» --
-- «Ottantaquattro uomini.» --
-- «E il servizio che adottavi?» --
-- «Due ore di lavoro, due di riposo.» --
Il tribuno pensò alquanto.
-- «La disposizione è dura, ed io la riformerò, ma non ora. I remi
devono lavorare giorno e notte. Il vento è favorevole: la vela aiuti i
remi.» --
Poi voltosi al primo pilota, o -rector-, gli chiese:
-- «Quanti anni hai servito?» --
-- «Trentadue anni.» --
-- «In quali mari principalmente?» --
-- «Fra Roma e l'Oriente.» --
-- «Tu sei l'uomo che fa per me.» --
Il tribuno consultò gli ordini ricevuti.
-- «Dopo la punta della Campanella la nostra rotta sarà verso Messina.
Quindi seguendo la curva della costa Calabra fino a Melito, poi...
conosci tu le costellazioni che governano il Mar Jonio?» --
-- «Le conosco.» --
-- «Allora da Melito piega a levante, verso Citera. Se gli Dei sono
propizi getterò àncora solo nella baia di Antimona. Il tuo compito è
importante, e io mi fido di te.» --
Un uomo prudente era Arrio; e mentre arricchiva gli altari di Anzio e
Preneste, stimava che il favore della Dea bendata dipendesse più dal
giudizio e dalla cura del fedele che dai proprî doni votivi. Tutta
notte, quale anfitrione della cena, egli aveva banchettato e giocato,
ma l'odore del mare gli fece rinascere l'istinto e l'abitudine del
marinaio, e non volle riposare finchè non conoscesse perfettamente la
sua nave. La scienza nulla abbandona al caso. Avendo principiato col
capo dei vogatori, e col pilota, in compagnia degli altri ufficiali,
cioè il comandante della truppa, il custode dei viveri, il capo delle
macchine, il sopraintendente delle cucine e dei fuochi, visitò i varî
quartieri della nave. Nulla sfuggiva alla sua ispezione. Quando ebbe
terminato, egli solo di tutta la piccola società chiusa fra quelle
anguste mura di legno, conosceva a puntino tutta la potenzialità della
nave, le sue provvigioni, le sue eventuali risorse in guerra. Non gli
mancava che la conoscenza esatta dell'equipaggio sotto il suo comando,
la parte più delicata e difficile del suo compito.
A mezzogiorno la galera si trovava all'altezza di Pesto. Il vento
continuava a soffiare da occidente, gonfiando le vele ed aiutando
materialmente i rematori. Le sentinelle erano state poste sopra
coperta. L'altare sul ponte di trinchetto era stato cosparso di sale e
di avena; davanti ad esso il tribuno aveva alzate preghiere solenni a
Giove, a Nettuno, e a tutte le Oceanine, confermando i suoi voti con
vino ed incenso. Ed ora, per meglio studiare i suoi uomini, sedeva
nella sua grande cabina.
Questa cabina si trovava nel mezzo della galera, e misurava
settantacinque piedi di lunghezza per trenta di larghezza. Era
illuminata da tre ampi boccaporti, sostenuta da una doppia fila di
vigorosi puntelli, nel centro dei quali appariva l'albero della nave,
tutto adorno di ascie, lancie e giavellotti. A ciascun boccaporto si
accedeva da due scale mobili, che erano allora sollevate e fissate al
soffitto.
Questo era il centro della nave, il ritrovo comune di tutto
l'equipaggio, la sala da pranzo, il dormitorio, il campo
d'esercitazione e il luogo di riposo e di recreazione in quanto questa
era permessa dalla dura e implacabile disciplina di bordo.
In fondo alla cabina si trovava una piattaforma alla quale conducevano
parecchi gradini. Su questa sedeva il capo dei rematori, che aveva
dinanzi a sè un tavolo sonoro sul quale batteva il tempo con un
martello di bronzo, e, a sinistra una clessidra, od orologio ad acqua,
per distribuire le ore di lavoro e stabilire i cambi. Sopra di lui,
su un'altra piattaforma ancora più rialzata, protetta da una ringhiera
dorata, era il quartiere del tribuno, fornito di un letto, un tavolo,
una -cathedra-, o scranna bene imbottita, il tutto di squisita e ricca
eleganza.
Seduto comodamente in questa poltrona, cullato dal rullìo uniforme
della nave, il mantello militare negligentemente gettato sopra una
spalla, e colla spada al fianco, Arrio osservava con occhio vigile il
suo equipaggio, e ne era con uguale attenzione osservato. L'occhio
critico di lui abbracciava ogni cosa, ma con maggiore insistenza si
posava sopra i rematori. I lettori avrebbero fatto lo stesso; soltanto
che nel loro interessamento ci sarebbe stata della simpatia e della
compassione; mentre il pensiero del tribuno li considerava soltanto
come ingranaggi importanti della grande macchina alla quale era
preposto.
Lo spettacolo era abbastanza semplice. Lungo i lati della cabina,
fisso al pavimento della nave, correva ciò che a prima vista sembrava
una triplice fila di banchi; un esame più attento rilevava invece
molte serie di sedili, in ciascuna delle quali il secondo sedile
era posteriore e più alto del primo, il terzo posteriore e più alto
del secondo. Per collocare i sessanta rematori di ciascun lato, lo
spazio ad essi destinato era diviso in venti banchi ad un intervallo
di un metro l'uno dall'altro. Questa disposizione dava ampio spazio
ai rematori che dovevano prendere il tempo l'uno dagli altri come
una schiera di soldati marcianti con passo cadenzato in fila serrata.
Questa disposizione permetteva ancora un eventuale aumento dei sedili,
limitati soltanto dalla lunghezza della galera.
Quanto ai rematori, quelli del primo e secondo sedile, erano seduti,
quelli del terzo, dovendo maneggiare remi più lunghi, stavano in
piedi. I remi avevano all'impugnatura contrappesi di piombo, ed erano
appesi a correggie mobili, che rendevano possibili i più delicati
movimenti, ma, d'altra parte, richiedevano una abilità maggiore,
perchè una ondata violenta da un momento all'altro poteva cogliere il
rematore sbadato e scaraventarlo dal suo sedile. Dalle finestre entrava
aria in abbondanza, mentre la luce pioveva attraverso il graticcio
che costituiva il pavimento del passaggio tra il ponte e i baluardi
laterali. Sotto alcuni riguardi dunque la condizione di questi uomini
non poteva dirsi cattiva. Ma non dobbiamo per questo credere che fosse
una vita di piacere. Era loro interdetto di parlarsi. Giorno e notte
occupavano i proprî posti senza scambiarsi una parola, senza vedere i
volti dei vicini. I brevi momenti di intervallo erano dati al sonno, o
al cibo. Non ridevano mai; nessuno li aveva sentiti cantare. La vita di
quei miserabili era come un fiume sotterraneo che muova lentamente, a
fatica, verso una foce ignota.
O Figlio di Maria! Oggi anche i soldati hanno un cuore, e tua ne è la
gloria! Ma in quei giorni prigionia significava una vita di stenti
sulle mura, nelle strade, nelle miniere, nelle navi. Quando Duilio
vinse la prima battaglia navale del suo popolo, Romani maneggiavano
i remi, e la gloria della giornata era divisa fra il rematore e il
soldato. Questi banchi, che ora osserviamo, erano indizii delle mutate
sorti di Roma, seguite alla conquista del mondo, ed illustravano
insieme la politica e il coraggio dei Romani. Quasi tutti i popoli vi
erano rappresentati da qualcuno dei loro figli, per lo più prigionieri
di guerra, scelti per la loro forza. Qui un Britanno; più innanzi
un Libio, più indietro un Sarmata, più in là uno Scita, un Gallo,
un Greco. Forzati romani insieme a Goti, Longobardi, Ebrei, Etiopi,
Egiziani, e barbari delle rive della Meotide. Qui un Ateniese, là un
selvaggio dell'Ibernia rosso-chiomato, là un gigante Cimbro dagli occhi
azzurri.
Il lavoro dei rematori era troppo materiale per dare occupazione
alla loro intelligenza. Spingere innanzi il corpo, sollevare il
remo, librarlo, immergerlo, ecco tutto; movimenti che raggiungevano
la massima perfezione quando diventavano automatici. Anche la
sollecitudine del pericolo derivante dalle onde riottose divenne
col tempo meramente istintiva. Il risultato del lungo servizio era
un armento di povere creature abbrutite, pazienti, avvilite; corpi
muscolosi e intelligenze esaurite, che vivevano di memorie, poche in
genere, ma care, decadendo finalmente ad uno stato semi-incosciente,
in cui il dolore si ottunde e diventa abitudine e l'anima acquista una
straordinaria tenacia.
Da destra a sinistra, un'ora dopo l'altra, il Tribuno volgeva i suoi
sguardi, pensoso di tutto tranne dell'infelicità degli schiavi sopra
i loro banchi. I loro movimenti precisi, uguali dall'una e dall'altra
parte del bastimento, in breve divennero monotoni; allora egli si
divertì ad osservare i singoli individui. Col suo stilo notava tratto
tratto le deficienze di alcuni, pensando che avrebbe trovato fra i
pirati dei sostituti migliori.
Non v'era bisogno di ricordare i nomi degli schiavi, che entravano
nella galera come in un sepolcro; bastavano, per distinguerli, dei
numeri segnati sopra i sedili ai quali ciascuno era destinato. Nel loro
viaggio di esplorazione gli occhi del grand'uomo arrivarono finalmente
sopra il numero sessanta, e vi si arrestarono.
Il sedile del numero sessanta era alquanto più alto della piattaforma
e distava da lei pochi passi. La luce che scendeva attraverso il
graticcio sul capo del rematore lo rivelava intieramente allo sguardo
del Tribuno -- dritto, e nudo fino alla cintola come i suoi compagni.
Parecchi tratti parlavano tuttavia in suo favore. Era molto giovane,
non più che ventenne. Arrio non era poi solamente dedito ai dadi, ma
era conoscitore di uomini fisicamente, e, quando era a terra, amava
visitare i ginnasi e le palestre per vedere ed ammirare gli atleti più
famosi. Un professore gli aveva detto una volta che la forza dipendeva
piuttosto dalla qualità che dalla quantità dei muscoli, e che qualunque
esercizio richiedeva una certa dose di intelligenza come di forza.
Avendo fatto sua questa teoria, come la maggior parte degli uomini che
hanno un'idea fissa, cercava continuamente illustrazioni pratiche in
suo appoggio.
Nel corso di questi studi raramente aveva incontrato un soggetto che
lo soddisfacesse completamente; certo era che nessuno aveva arrestato i
suoi sguardi così a lungo come questo.
Al dar mano ad ogni movimento del remo, il corpo ed il volto del
rematore, apparivano di profilo all'osservatore sulla piattaforma;
l'azione terminava col corpo spinto innanzi. La grazia e la facilità
di questo movimento dapprima suggerivano dei dubbi intorno all'onestà
dello sforzo; ma questi venivano subito dissipati: la fermezza con
cui il remo era afferrato in ciascun movimento, il piegarsi che
faceva sotto la spinta, rivelavano la forza impiegata; allo stesso
tempo provavano l'arte del rematore, e indussero tosto il critico
a riflettere dalla poltrona sull'unione di forza e intelligenza che
formava il nocciolo della sua teoria.
Pensando a ciò Arrio osservò la giovinezza dell'uomo; senza provar
soverchia tenerezza per questa scoperta, vide che la sua statura era
alquanto superiore della media altezza, e che le membra, tanto le
superiori che le inferiori erano, di singolare bellezza. Forse le
braccia erano troppo lunghe, ma questo difetto scompariva sotto la
mole dei muscoli, che in alcuni movimenti si gonfiavano come gruppi di
corde. Ogni costola si disegnava chiaramente sopra al corpo rotondo; ma
questa era la sana magrezza tanto ricercata nelle palestre. Finalmente,
nel complesso dei movimenti del rematore, vi era una tale armonia, che
oltre combaciare con la nota teoria del tribuno, stimolava vivamente la
sua curiosità.
Provò il bisogno di vedere il volto dell'uomo, di cui non scorgeva che
la testa formosa piantata sopra un collo, largo alla base, ma di grande
pieghevolezza e grazia. I tratti osservati di profilo erano orientali,
e avevano quella delicatezza di espressione che accompagna solitamente
l'aristocrazia del sangue e dello spirito. Queste osservazioni resero
più intenso l'interessamento del tribuno.
-- «Per gli Dei» -- pensò fra sè -- «quell'individuo ha fatto colpo! Egli
promette bene. Voglio conoscerlo.» --
In quella il rematore si voltò, guardandolo, e il tribuno potè
contemplarne il viso.
-- «È Ebreo ed è un ragazzo!» --
Sotto lo sguardo scrutatore fissato sopra di lui, gli occhi dello
schiavo si allargarono e il sangue gli imporporò le gote. Il remo
rimase inerte nelle sue mani, ma tosto il martello dell'-hortator-,
cadendo rumorosamente, lo richiamò al dovere. Il vogatore trasalì, e,
come se il rimprovero fosse stato personalmente indirizzato a lui,
immerse il remo. Quando guardò nuovamente il tribuno, fu stupito di
incontrare un sorriso.
Frattanto la galera entrava nello stretto di Messina, e, passando
davanti alla città di quel nome, volse la prora verso oriente, finchè
la nuvola sopra l'Etna divenne come una macchia sull'orizzonte.
Spesso mentre Arrio dalla piattaforma scendeva alla cabina, si voltava
per studiare il rematore, dicendo fra sè:
-- «È un giovane animoso. Un Ebreo non è un barbaro. Voglio conoscerlo
meglio.» --
CAPITOLO III.
Da quattro giorni durava il viaggio, e l'-Astraea- -- così si chiamava
la galera -- solcava rapidamente le onde del mar Ionio: il cielo era
sereno, ed il vento, soffiando costante dall'occidente attestava il
favore degli Dei.
Arrio sperava di raggiungere la flotta prima che questa toccasse la
baia ad oriente dell'isola di Citera, designata per l'incontro, e,
impaziente della lunga attesa, passava tutta la giornata sopra coperta,
notando con diligenza ogni particolare della sua nave. Nella cabina,
seduto sopra il suo seggio, i suoi pensieri correvano sovente al
rematore numero sessanta.
-- «Conosci tu quell'uomo che ha abbandonato or ora quel banco?» --
chiese finalmente all'hortator.
Gli schiavi s'erano appunto dato il cambio.
-- «Numero sessanta?» -- domandò il capo.
-- «Sì.» --
Il capo guardò attentamente il rematore che passava.
-- «Come tu sai, la nave è uscita dal cantiere un mese fa, e gli uomini
mi sono nuovi come il bastimento.» --
-- «È un ebreo» -- osservò Arrio, pensoso.
-- «Il nobile Arrio ha l'occhio penetrante.» --
-- «È molto giovane» -- continuò Arrio.
-- «Ma è il nostro miglior rematore» -- disse l'altro. -- «Ho veduto il
suo remo piegarsi quasi a rompersi in due.» --
-- «Come si comporta?» --
-- «È obbediente; altro non so. Una volta mi chiese un favore.» --
-- «Quale?» --
-- «Voleva che gli cambiassi posto, alternandolo da destra a
sinistra.» --
-- «Spiegò le sue ragioni?» --
-- «Aveva osservato che gli uomini che lavorano sempre dalla
medesima parte diventano deformi. Aggiunse che in un giorno di
tempesta o di battaglia avrebbe potuto sorgere la necessità di
cambiargli improvvisamente di posto, e allora egli sarebbe stato
inservibile.» --
-- «-Per Pol!- L'idea è nuova. Che altro hai osservato in lui?» --
-- «È più pulito dei suoi compagni.» --
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