Poi prese le redini di cuoio dalle mani di Giuseppe e disse a Maria:
-- «Pace a voi, o figli di Davide, -- poi rivolgendosi agli altri: -- Pace
a voi tutti! -- poi a Giuseppe: -- Rabbi, seguitemi.» --
La carovana fu condotta in un andito lastricato di pietra dal quale
entrarono nella corte del Khan. Per un forestiero la scena sarebbe
stata curiosa ma gli ospiti non osservavano che i porticati che si
offrivano ai loro sguardi da tutti i lati affollati come la corte.
Da un vicolo riservato a deposito di mercanzie, e poi da un passaggio
simile a quello dell'ingresso, essi entrarono nel recinto vicino alla
casa e passarono vicino ai cammelli, agli asini ed ai cavalli legati
a gruppi e assonnati; in mezzo ad essi v'erano guardiani e uomini di
paesi diversi; ed essi pure dormivano o sorvegliavano silenziosamente.
Gli ospiti andavano adagio adagio giù pel declivio del cortile
affollato, perchè gli asini, pigri, avevano dei ghiribizzi affatto
originali. Finalmente voltarono per una via che conduceva al grigio
promontorio calcareo dominante il Khan all'ovest.
-- «Andiamo nella grotta» -- disse Giuseppe laconicamente.
La guida indugiò finchè Maria gli giunse al fianco.
-- «La grotta alla quale noi andiamo -- egli le disse -- deve essere
stata un tempo appartenente al vostro antenato. Dal campo sotto di noi
e dal pozzo giù nella valle egli soleva condurvi il suo greggie per
sicurezza, e poi, quando fu Re, ritornò qui, nella vecchia casa, per
riposo e per salute portandosi dietro molti animali. Le mangiatoie sono
ancor tali e quali erano allora. È meglio un letto per terra dove dormì
lui che uno nel cortile o fuori sulla via. Ah! ecco la casa dinanzi
alla grotta!» --
Questo discorso non deve esser giudicato come giustificazione
all'alloggio offerto. Non v'era bisogno di giustificazioni. Il sito
era il migliore che ci fosse a loro disposizione. Gli ospiti eran gente
semplice che si accostumava facilmente alle evenienze della vita. Eran
Ebrei di Betlemme, abituati a quelle caverne, perchè le loro località
abbondavano di grotte grandi e piccole, alcune delle quali servivano di
abitazione fin dal tempo degli Emim e degli Horites. Non v'era alcuna
offesa per loro nel fatto che la caverna dove erano stati messi era
stata ed era una scuderia. Essi appartenevano ai discendenti di una
razza di pastori, le greggie dei quali abitualmente dividevano coi
padroni le abitazioni ed i viaggi.
Seguendo l'uso derivato da Abramo, i padiglioni dei Beduini ricevevano
tuttora egualmente cavalli e persone. Giuseppe e gli altri obbedirono
volentieri il guardiano, ed ammirarono la casa provando una gran
curiosità. Tutto ciò che si associava alla storia di Davide li
interessava.
L'edificio era basso e stretto, senza finestre, e di poco sporgente
dalla roccia alla quale era unito per di dietro. Nella bianca facciata
v'era una porta fissata su enormi cardini e imbrattata di creta
ocracea.
Mentre si toglieva la stanga di legno dalla serratura, le donne si eran
appoggiate ai loro cuscini. All'aprirsi della porta il guardiano gridò;
-- «Entrate!» --
Gli ospiti entrarono e si guardarono attorno. Capirono subito che la
casa non era che una fabbrica posta a dissimulare l'ingresso di una
caverna probabilmente di quaranta piedi di lunghezza, nove o dieci di
altezza e dodici o quindici di larghezza.
La luce raggiava attraverso alla porta sopra un pavimento ineguale,
piovendo sopra a dei mucchi di grano, di foraggio, di terraglie e di
masserizie che occupavano il centro della caverna.
Ai lati si trovavano delle mangiatoie abbastanza basse per le pecore,
e fatte di pietra, murate con della calcina resistente. Non vi
erano fiancate o stalli di alcun genere. Polvere e piccole paglie
ingiallivano il pavimento e riempivano tutti i crepacci ed i vani
ingombri di ragnatele che scendevano dal soffitto come pezzi di tela
sucida. Il luogo era abbastanza pulito ed in apparenza comodo quanto
può essere una qualunque delle stalle di un Khan vero e proprio.
Difatti il primo progetto dei costruttori era stato di fare una
caverna, non una stalla.
-- «Entrate -- disse la guida. -- Questi mucchi di paglia che son per
terra servono per far riposare dei viaggiatori quand'essi capitano qui
come siete capitati voi. Prendete tutto ciò che avete bisogno.» --
Poi si rivolse a Maria.
-- «Credete di poter riposare qui?» --
-- «Il sito è santificato» -- ella rispose.» --
-- «Allora io vi lascio. Pace sia con voi tutti!» --
Quando se ne fu andato essi si affaccendarono per rendere la caverna
abitabile.
CAPITOLO X.
Ad una certa ora, durante la sera, le grida e lo strepito della gente
cessarono. Ogni Israelita, se non era già in piedi, si alzò assumendo
un'aria solenne, e, guardando verso Gerusalemme, incrociò le mani sul
petto pregando: era la nona ora sacra allorchè i sacrifici venivano
offerti nel tempo sul Moriah e si supponeva che Dio fosse là. Quando
le mani degli adoratori s'abbassarono la commozione seguì di bel nuovo
e tutti si affrettarono a mangiare e a preparare il loro misero letto.
Poco più tardi i lumi vennero spenti, e tutti tacquero addormentandosi.
Verso la mezzanotte qualcuno sul tetto gridò:
-- «Che luce è quella del Cielo? Svegliatevi fratelli, svegliatevi e
guardate!» --
La gente, mezzo addormentata, s'alzò e guardò; poi si svegliò del
tutto, quasi sbalordita. E lo strepito si sparse per la corte a basso,
e nelle stalle; in breve tutti gli abitanti della casa, della corte e
del recinto, erano fuori fissando il cielo.
Un raggio di luce al di sopra delle più vicine stelle, declinava
obliquamente verso la terra; e diffondeva intorno un rosso di uno
splendore elettrico. L'apparizione parve riposarsi sulla vicina
montagna a sud-est della città formando una pallida corona lungo la
cima del colle. Il Khan fu toccato luminosamente di modo che quelli
che erano sul tetto si videro reciprocamente i visi tutti pieni di
meraviglia. Per parecchi minuti la luce rimase ferma, poi si affievolì
e allora la meraviglia si cangiò in terrore e timore; i timidi
tremarono; i più forti si parlarono a bassa voce.
-- «Vedeste voi mai nulla di eguale?» -- chiese uno.
-- «Sembrava proprio che la luce fosse su quelle montagne. Non posso
dire che cosa sia, nè vidi mai alcun che di simile» -- fu la risposta.
-- «Che possa essere una stella scoppiata e caduta?» -- chiese un altro.
-- «Quando una stella cade la sua luce si spegne.» --
-- «Ho capito! -- gridò uno. -- I pastori han visto un leone e hanno
acceso un fuoco per tenerlo lontano dal loro gregge.» --
Gli uomini che stavan dietro a chi aveva parlato così, diedero in un
lungo sospiro di sollievo e dissero:
-- «Si, dev'essere così. Le greggie pascolavano giù nella valle
oggi». --
Un astante tornò a rannuvolare gli animi.
-- «No, no; anche se tutte le legne che si trovan nella valle di Giuda
fossero riunite in un enorme fascio e venisse loro appiccato il fuoco,
la fiamma non darebbe una luce così intensa e così alta.» --
Dopo si fece un silenzio sul tetto della casa, interrotto solo una
volta, mentre il mistero continuava a rimaner impenetrato.
-- «Fratelli! -- esclamò un Ebreo di aspetto venerando: ciò che noi
vedemmo era la scala che nostro padre Giacobbe vide in sogno. Benedetto
sia il Signore dei nostri Padri!» --
CAPITOLO XI.
Ad un miglio e mezzo, forse a due miglia al sud-est di Betlemme, v'è
una pianura separata dalla città da una lieve salita. Essendo ben
riparata dai venti del nord, la valle era ricoperta di siccomori, di
quercie nane e di pini, mentre, nelle vallette e nei burroni attigui,
v'erano boschi d'olivi e di gelsi; tutto ciò insomma che in tale
stagione è prezioso per il sostentamento delle pecore, e delle capre.
Dalla parte più lontana della città, vicinissimo ad un promontorio,
v'era un altura detta -màràh- o capanna per le pecore, vecchia
di parecchi secoli. In qualche incursione, da lungo dimenticata,
l'edificio era stato scoperto e quasi demolito. L'umile recinto rimase
tuttavia intatto il che era la cosa più importante pei pastori che
pascolavan i loro armenti più in là della casa stessa. Il muro di
pietra, attorno al recinto era dell'altezza di un uomo, però non così
alto da impedire talvolta ad una pantera o ad un leone, affamati dalla
solitudine, di saltar dentro arditamente. Nella parte interna del muro,
come sicurezza maggiore al pericolo continuo, era stata piantata una
siepe, idea assai fortunata perchè ora una rondine non poteva penetrare
nei cespugli più alti, muniti com'erano di enormi spine puntute al
pari dei chiodi. Il giorno degli avvenimenti, che si compirono nei
precedenti capitoli, un certo numero di pastori in cerca di strade
nuove pel loro gregge, si dirigevano a questa pianura e sin dal mattino
di buon'ora i boschetti avevan echeggiato di chiamate, di colpi di
scure e di belati di pecore e di capre, dei tintinnii di campanelli,
del mugghiar del bestiame e dell'abbaiar dei cani.
Quando il sole tramontò, essi si diressero verso il -màràh- e verso
il cader della notte avevan tutto in salvo nei campi; poi accesero il
fuoco più vicino alla porta, fecero una modesta cena e si sedettero a
chiacchierare lasciando uno di essi a far la guardia. Ve n'erano sei
di codesti uomini, escludendo il guardiano, e, poco dopo, si riunirono
in gruppo vicino al fuoco, alcuni sedendosi, altri giacendo bocconi.
Siccome, abitualmente, essi andavano a capo scoperto, i loro capelli
pendevano a fitte ciocche, ruvidi, bruciati dal sole, sui loro colli.
La barba copriva loro le gole e scendeva fluente sul petto; mantelli
dalla pelle di capretto e di agnello, con sopra il vello, li coprivano
dalla nuca fino alle ginocchia lasciando le braccia scoperte; larghe
cinture attillavano il vestito alla vita; i sandali eran della qualità
più ordinaria; dalle loro spalle destre pendevano dei sacchetti
contenenti viveri e pietre, scelte per servire alle fionde, delle quali
eran armati; per terra, vicino a ciascuno, giaceva il proprio arco,
come arma di difesa.
Tali erano i pastori della Giudea!
In apparenza ruvidi e selvaggi come i cani magri che sedevano vicino a
loro, attorno al fuoco; venendoli però a conoscere erano schietti e di
cuore tenero: conseguenza questa dovuta in parte alla vita primitiva
che conducevano, ma principalmente al loro pensiero costante delle cose
belle e gentili.
Essi si posero a parlare fra loro; ed i loro discorsi non s'aggiravan
che sul loro greggie, tema alquanto arido pel mondo, pure un tema che
rappresentava tutto il mondo per essi.
I grandi eventi che maturarono le nazioni e cambiarono i padroni del
mondo, sarebbero state bagatelle per loro, se per caso essi fossero
venuti a conoscerli. Di quello che stava facendo Erode in questa
o quella città, costruendo palazzi e ginnasi e seguendo pratiche
proibite, giungeva loro notizia di tanto in tanto. Come era uso di
quei tempi, Roma non attendeva che le persone si informassero di lei:
essa faceva sì che tutti sapessero della sua potenza. Sopra le colline
lungo le quali egli conduceva il suo greggie, o nelle corti ov'egli lo
ricoverava, non di rado il pastore era sorpreso dal suono di trombe e
facendo capolino dalla capanna scorgeva una coorte, qualche volta una
legione in marcia; e quando i brillanti pennacchi scomparivano e le
truppe eran passate, egli pensava al significato delle aquile, agli
elmi dorati dei soldati, e alla bellezza di una vita così diversa dalla
sua.
Pure questi uomini, rozzi e semplici com'erano, avevano cognizioni e
saggezza tutte proprie.
Al sabato solevano purificarsi, ed andare nelle Sinagoghe, a sedersi
sulle panche più lontane dall'arca.
Quando il -hazan- portava la Torah in giro, nessuno la baciava con
maggior zelo; allorchè lo sheliach leggeva il testo, nessuno ascoltava
l'interprete con fede più assoluta; e nessuno riteneva più di lui del
discorso del predicatore, o se ne dava pensiero dopo. In un verso del
Shema essi trovarono tutte le dottrine e tutta la legge della loro
modesta vita; seppero che il loro Signore era un Dio, e che dovevano
amarlo con tutta l'anima. Ed essi l'amavano, e tale era la loro
saggezza, che sorpassava quelle dei Re.
Mentre chiaccheravano e avanti che la prima veglia fosse finita, uno
dopo l'altro, i pastori si addormentarono, ciascuno sdraiato nel posto
ove era seduto. La notte, come la maggior parte delle notti d'inverno
nei paesi montuosi, era chiara, frizzante, e splendente di stelle.
Non v'era vento. L'atmosfera non era mai stata così pura, e la calma
regnava silenziosa; era un sacro raccoglimento, pareva che il cielo si
chinasse per sussurrare qualche cosa di buono alla terra che ascoltava.
Presso la porta, rannicchiato nel suo mantello, il guardiano
passeggiava; a volte si fermava, attratto da un rumore fra il gregge
addormentato, o dallo strido di uno sciacallo vagante lontano sui
monti. La mezzanotte non giungeva mai; ma finalmente suonò. Il suo
compito era terminato; ora incominciava l'ora del sonno col quale
il lavoro benedice i suoi figli affaticati! Egli si mosse verso il
fuoco, ma si fermò; attorno a lui splendeva una luce delicata e bianca
come quella della luna. Aspettò ansioso. La luce si ingrandì; le cose
dapprima invisibili, apparvero; egli vide tutto il campo, e tutto ciò
che esso conteneva di messi. Un brivido più acuto di quello dell'aria
frizzante -- un brivido di timore -- lo pervase. Egli guardò in alto; le
stelle non c'erano più; la luce si affievoliva languidamente; mentre
egli guardava, assunse un color argenteo vivo: allora, terrorizzato,
gridò, -- «Svegliatevi, svegliatevi!» --
I cani si alzarono ed abbaiando si misero a correre. Il gregge si riunì
sbalordito.
Gli uomini balzarono in piedi, con le armi in mano.
-- «Cos'è accaduto?» -- domandarono ad una voce.
-- «Guardate!» -- gridò il guardiano, -- «il cielo arde!» --
Tutto ad un tratto la luce divenne di uno splendore abbagliante, e essi
si coprirono gli occhi, e s'inginocchiarono; poi, mentre le loro anime
erano accasciate dal timore, coprendosi il volto, caddero accecati e
tramortiti, e sarebbero certamente morti dallo spavento, se una voce
non avesse esclamato:
-- «Non temete!» --
Essi ascoltarono.
-- «Non temete. Porto delle buone nuove che procureranno a tutti una
gioia immensa.» --
La voce, d'una dolcezza e d'una serenità più che umana, bassa, e
chiara, penetrò in tutto il loro essere, e li rassicurò. Si alzarono
sulle ginocchia, e, guardando rispettosamente, videro, nel centro di un
globo luminoso, l'apparizione di un uomo, coperto di una veste tutta
bianca; sopra le spalle aveva le ali lucenti e spiegate; sulla fronte
gli splendeva una stella, di uno splendore incessante, lucente come
Espero le sue mani erano rivolte a loro in atto di benedizione; il suo
viso era sereno e divinamente bello.
Essi avevano sovente udito parlare, ed avevano loro stessi, nella loro
ignoranza, parlato di angeli; ed ora non dubitarono, ma si dissero
internamente che la gloria di Dio era a loro vicina, e che questi era
colui, che, in antico, era comparso innanzi al profeta, sulle rive
dell'Ulai.
Subito l'angelo continuò:
-- «Per voi è nato, in questo giorno, nella città di Davide, un
Salvatore, ch'è Cristo, il nostro Dio!» --
Ancora vi fu una pausa, mentre le parole si infiggevano nelle loro
menti.
-- «E questo sia per voi un indizio», -- disse poi il messo celeste.
-- «Voi troverete il bambino, avvolto in fascie, coricato in una
greppia.» --
L'angelo non parlò più; le buone nuove erano state date; però rimase
lì, per un po'. Ad un tratto la luce, della quale egli era il centro,
divenne rosea ed incominciò ad oscillare; poi, più in alto, a una
distanza visibile, gli uomini videro uno sfolgorìo di ali bianche, ed
un andirivieni di forme radiose, e udirono voci come di una riunione di
persone, che cantassero all'unisono.
-- «Gloria a Dio nel cielo, e sulla terra pace e benevolenza verso gli
uomini.» --
Non una volta ma molte volte ciò fu ripetuto, poi l'araldo, alzò
gli occhi; le sue ali si aprirono maestosamente, mostrando la parte
superiore bianca come la neve e l'inferiore variopinta come madreperla.
Quando furon aperte del tutto egli si librò lentamente, e, senza
sforzo, si allontanò cinto dalla luce come da un nembo sfolgorante. Per
lungo tempo ancora, dopo ch'egli se n'era andato, dal cielo si udì il
ritornello, diventato fioco per la distanza: -- «Gloria a Dio in cielo,
e in terra pace, e benevolenza verso gli uomini.» --
Allorchè i pastori ritornarono completamente in sè, si fissarono l'un
l'altro stupiti, finchè uno di essi disse: -- «Era Gabriele, il messo
che Dio invia agli uomini.» --
Nessuno rispose.
-- «Cristo il Signore, è nato; non disse egli così?» -- insistè quegli.
Allora un altro: -- «Questo è infatti ciò ch'egli disse.» --
-- «E non disse anche che egli nacque nella città di Davide, ch'è la
nostra Betlemme, laggiù? E che troveremmo un bambino in fascie?» --
-- «E coricato in una greppia.» --
Colui che aveva parlato per primo, contemplò pensosamente il fuoco, poi
finalmente disse, come uno cui fosse venuta un'improvvisa risoluzione:
-- «Non v'è che un sito in Betlemme ove siano greppie e, cioè la caverna
vicino al vecchio Khan. Fratelli, andiamo dunque a vedere questo
miracolo. I preti ed i dottori hanno, per lungo tempo, cercato Cristo.
Adesso egli è nato, ed il Signore ci ha dato un'indizio pel quale noi
lo conosceremo. Andiamo ad adorarlo.» --
-- «Ma il gregge?» --
-- «Il Signore lo proteggerà. Facciamo presto.» --
Allora tutti si alzarono e lasciarono il -màràh-.
. . . . . . .
Discesero il monte ed attraverso la città arrivarono alle porte del
Khan, ov'era un uomo che vigilava.
-- «Cosa volete?» -- egli domandò.
-- «Abbiamo visto ed udito delle grandi cose, stanotte,» -- essi
risposero.
-- «Ebbene, noi pure abbiamo visto grandi cose, ma non abbiamo udito
nulla. Che cosa avete udito?» --
-- «Andiamo nella caverna ch'è nel recinto, onde potercene accertare; là
vi diremo tutto.» --
-- «Guardate per conto vostro. Perderete il vostro tempo.» --
-- «No; Cristo è nato.» --
-- «Cristo? Come lo sapete voi?» --
-- «Andiamo, se volete, a vedere!» --
L'uomo rise ironicamente.
-- «Proprio Cristo? Come farete a conoscerlo?» --
-- «Egli nacque questa notte e giace in una greppia, così ci fu detto; e
non v'è che un sito in Betlemme con greppie.» --
-- «La caverna?» --
-- «Sì. Venite con noi.» --
Essi attraversarono la corte senza che alcuno se n'accorgesse, benchè
parecchi fossero alzati e parlassero della luce meravigliosa. La porta
della caverna era aperta. Una lanterna la rischiarava all'interno, ed
essi entrarono senza cerimonie.
-- «Pace a voi,» -- disse il guardiano a Giuseppe ed all'uomo di
Beth-Dagon. -- «Qui v'è della gente in cerca di un bambino, nato
stanotte, e che dovrà riconoscere col trovarlo in fascie e giacente
nella greppia.» --
Il viso del Nazareno ebbe una contrazione improvvisa, ma poi,
voltandosi, egli disse:
-- «Il bambino è qui.» --
Essi furono condotti davanti ad una delle greppie, dove era il bambino.
Fu portata una lanterna, ed i pastori rimasero muti. Il piccolo non si
mosse: era come tutti gli altri neonati.
-- «Dov'è la madre?» -- domandò il guardiano.
Una delle donne prese il bambino, ed andò da Maria, coricata lì vicino,
e lo mise nelle sue braccia. Allora gli astanti si riunirono vicino ai
due.
-- «È Cristo!» -- disse un pastore, infine.
-- «Cristo!» -- tutti ripeterono, inginocchiandosi in atto d'adorazione.
Uno di essi ripetè, per parecchie volte:
-- «È il Signore, e la sua gloria è al di sopra della terra e del
cielo.» --
E gli uomini, fiduciosi, baciarono l'orlo della veste di Maria, e, coi
visi radianti di gioia, partirono.
Nel Khan, a tutta la gente alzata, che si spingeva fra di loro, essi
raccontarono questa storia; per la città, e per tutta la via di ritorno
al -màràh-, essi cantarono il ritornello degli angeli: -- «Gloria a Dio
in cielo, e in terra pace e benevolenza verso gli uomini!» --
L'eco del fatto andò lontana, confermata dalla luce da tutti veduta;
ed il giorno appresso, e per i giorni seguenti, la caverna fu visitata
da folla curiosa, della quale alcune persone credettero, mentre, la
maggior parte, risero e canzonarono.
CAPITOLO XII.
L'undicesimo giorno dalla nascita del bambino nella caverna, press'a
poco a metà giornata, i tre Re Magi si avvicinarono a Gerusalemme,
per la via del Schekem. Dopo aver traversato Brook Cedron, essi
incontrarono molte persone, delle quali nessuna mancò di fermarsi e di
seguirli curiosamente con lo sguardo.
La Giudea era, per necessità, un passaggio internazionale; essa era
un rialzo stretto di terra, formato probabilmente dalla pressione del
deserto all'est e dal mare all'ovest; sopra l'altura, pertanto, la
natura aveva tracciato la linea di traffico tra l'est ed il sud; in
questo consistevano le sue ricchezze.
In altre parole, le ricchezze di Gerusalemme eran costituite dalle
tasse che essa metteva sul commercio di transito. In nessun altro
posto, per conseguenza, meno che in Roma, v'erano assemblee sì
costanti di tante persone di diverse nazioni; in nessun'altra città il
forestiero era più famigliare agli abitanti, che nelle sue mura e nei
suoi dintorni. Eppure questi tre uomini eccitarono la meraviglia di
tutti quelli che incontrarono sulla via che conduce alle porte.
Un bambino, che faceva parte di un gruppo di donne sedute sul
margine della strada, di faccia alle Tombe dei Re, e vide arrivare la
compagnia, immediatamente cominciò a battere le sue manine, e gridò: --
«Guarda, guarda! Che bei campanelli! Che enormi cammelli!» --
I campanelli erano d'argento; i cammelli, come già abbiamo veduto,
erano di una bianchezza e di una dimensione rara, e si movevano con
dignità singolare; i finimenti rivelavano la traversata fatta del
deserto, i lunghi viaggi, ed anche la ricchezza dei padroni, che
sedevano sotto ai loro piccoli baldacchini, precisamente come quando
si incontrarono al di là del Jebel. Pure non erano nè i campanelli nè
i cammelli, nè i loro finimenti, nè il portamento dei cavalieri, che
destarono tanto stupore; era la domanda che fece l'uomo che cavalcava
pel primo.
L'accesso a Gerusalemme, dal nord, si compie attraverso una pianura
che s'abbassa verso il sud, lasciando la porta che conduce a Damasco
in una valle o conca. La via è stretta, ma assai frequentata, ed in
certi punti alquanto difficile a cagione dei ciottoli sparpagliati qua
e là dall'acqua piovana. -- Tuttavia, sopra ogni lato, anticamente, si
estendevano dei campi ricchi e dei magnifici boschetti d'olivi, che
devono esser stati, per la rigogliosa vegetazione, molto ammirati,
specialmente dai viaggiatori stanchi della desolazione del deserto.
In questa via i tre uomini si fermarono davanti alla compagnia ch'era
di fronte alle Tombe.
-- «Buona gente» -- disse Balthasar, dando una lisciatina alla
sua barba increspata, e piegandosi sulla sella: -- «non è vicina
Gerusalemme?» --
-- «Sì,» -- rispose la donna, nelle braccia della quale erasi rifugiato
il bambino. -- «Se gli alberi, su quell'altura, fossero un po' più
bassi, potreste vedere le torri della piazza del mercato.» --
Balthasar lanciò un'occhiata al Greco ed all'Indiano, poi domandò:
-- «Dov'è colui che è nato Re degli Ebrei?» -- Le donne si guardarono
senza rispondere.
-- «Non avete udito parlare di lui?» --
-- «No.» --
-- «Ebbene; dite a tutti che noi abbiamo veduto la sua stella nell'est,
e che siamo venuti per adorarlo.» --
Dopo ciò gli amici proseguirono per la loro via. Ad altri essi fecero
la medesima domanda, con uguale risultato. Una gran compagnia che
incontrarono e che si recava alla grotta di Geremia, fu così stupita
dall'inchiesta e dall'aspetto dei viaggiatori, che tornò indietro, e li
seguì in città.
I tre uomini eran tanto preoccupati dall'idea della loro missione,
che non si accorsero del panorama che ora si offriva innanzi a loro,
in tutta la sua magnificenza: il villaggio che pel primo li ricevette
sul Bezetha; Mizpah e Olivet, alla loro sinistra; le mura dietro il
villaggio, con le sue quaranta alte e solide torri, costruite in parte
come fortificazioni ed in parte per ornamento; le stesse mura elevate,
piegantisi a destra, con parecchie svolte, e qua e là una porta che
conduceva ai tre bianchi e grandi edifizi, Fasel, Marianna, e Ippico;
Sion, la più alta delle colline, coronata di palazzi di marmo, e mai sì
bella; i terrazzi rilucenti del tempio sul Moriah, riconosciuti come
una delle meraviglie del mondo; le montagne regali che accerchiavano
la città sacra, la quale sembrava costruita nel fondo di un'immenso
bacino.
Essi arrivarono, alfine, ad una torre di grande altezza che dominava
la porta, la quale, a quel tempo, corrispondeva alla presente Porta
di Damasco, e segnava l'incontro delle tre vie da Sheckem, Serico, e
Gibeon. Una guardia romana custodiva il passaggio.
Intanto, le persone che seguivano i cammelli, formavano una carovana,
sufficiente per attirare gli oziosi sulla porta; cosicchè, quando
Balthasar si fermò per parlare alla sentinella, i tre uomini divennero
il centro di un circolo, ansioso di sapere tutto ciò che era accaduto.
-- «A voi sia pace», -- disse l'Egiziano, con voce chiara.
La sentinella non rispose.
-- «Noi siamo venuti da lontano in cerca di uno ch'è nato Re degli
Ebrei. Potete dirci dove egli sia?» --
Il soldato rialzò la visiera del suo elmo, e chiamò forte. Alla destra
del passaggio, apparve un ufficiale.
-- «Lasciate passare», -- egli gridò, alla folla che ora si era accostata
ancor più; e, siccome sembrava restia ad obbedire, si avanzò, facendo
girare rapidamente la sua lancia, ora a destra, ora a sinistra, e così
fece del largo.
-- «Che cosa vorreste?» -- domandò a Balthasar, parlando nella lingua
della città.
E Balthasar rispose nella medesima lingua:
-- «Dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» --
-- «Erode?» -- domandò l'ufficiale, confuso. -- «Il regno di Erode è di
Cesare; non di Erode. Non v'è altro Re degli Ebrei.» --
-- «Ma noi abbiamo visto la sua stella, e siamo venuti per
adorarlo.» --
Il Romano rimase perplesso.
-- «Proseguite», -- egli disse, finalmente. -- «Proseguite il vostro
cammino. Io non sono un Ebreo. Portate la questione davanti ai dottori,
nel tempio od a Hannas, il sacerdote, oppure, e ciò sarà meglio
ancora, a Erode stesso. Se v'è un'altro Re degli Ebrei egli lo saprà
trovare.» --
Ciò detto, fece largo agli stranieri, onde passassero oltre la porta.
Ma prima di entrare nella via angusta, Balthasar indugiò e trattenne
gli amici dicendo: -- «Ci siamo sufficientemente annunziati. A
mezzanotte tutta la città avrà udito parlare di noi e della nostra
missione. Adesso andiamo al Khan». --
CAPITOLO XIII.
Quella sera, prima del tramonto, alcune donne lavavano della
biancheria, sull'ultimo gradino della scalinata che conduceva allo
stagno di Siloam. Ognuna di esse era inginocchiata davanti ad un
gran vaso di terra. Una ragazzina ai piedi della scala, forniva loro,
dell'acqua, e riempiva l'anfore mentre cantava. La canzone era allegra,
e, senza dubbio, allietava il loro lavoro. Di tanto in tanto esse si
alzavano sulla punta dei piedi e guardavano su per l'altura di Ophel,
ed attorno alla cima di quel che ora è il monte dell'Offesa, allora
debolmente rischiarato dal sole morente. Mentre esse affaticavano le
mani, strofinando e torcendo la biancheria nei bacini, due altre donne
vennero a loro, ognuna con un'anfora vuota sulle spalle.
-- «La pace sia con voi» -- disse una delle nuove venute.
Le lavandaie tralasciarono il lavoro e si alzarono, asciugandosi le
mani, e scambiando il saluto.
-- «È quasi notte. -- È ora di tralasciare.» --
-- «Non v'è fine al lavoro,» -- fu la risposta.
-- «Ma v'è un'ora per riposare, e....» --
-- «Per sentire ciò che vi può esser di nuovo» -- suggerì un'altra.
-- «Che novità avete?» --
-- «Come? non avete sentito nulla?» --
-- «No.» --
-- «Dicono che sia nato Cristo,» -- disse l'altra principiando a
raccontare.
Era curioso il vedere i visi delle lavandaie illuminarsi per
l'interesse; le anfore, in un attimo, furono tramutate in sedili per le
proprietarie che sedettero in giro e si fecero attente.
-- «Cristo?» interruppero le ascoltatrici curiose.
-- «Così dicono». --
-- «Chi lo dice?» --
-- «Tutti; è una voce comune». --
-- «V'è almeno chi lo creda?» --
-- «Ieri tre uomini attraversarono Cedron sulla via di Sheckem» --
rispose l'oratrice cercando di dissipare l'incertezza. -- «Ognuno di
essi guidava un cammello d'un bianco candido e più grande di alcun
altro mai visto in Gerusalemme». --
Gli occhi e le bocche delle donne si spalancarono.
Per provare com'erano grandi e ricchi gli uomini la narratrice
continuò: -- «Essi sedevano sotto a tende di seta, le fibbie delle loro
selle erano d'oro, come la frangia delle loro briglie; i campanelli
erano d'argento, e sembravano produrre col loro suono una vera armonia.
Nessuno li conosceva. Uno di essi parlò e rivolse a tutti quelli che
si trovavano sulla strada, anche alle donne ed ai fanciulli, questa
domanda: -- «dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei?» -- Nessuno rispose,
nessuno capì quello che volevano dire; così essi passarono oltre
dicendo questa frase: -- «Noi abbiamo visto la sua stella a levante,
e siamo venuti ad adorarlo.» -- Lasciarono la questione da decidere al
Romano ch'era alla porta; e questi, certo sapiente non più dei semplici
viandanti, la lasciò chiarire ad Erode.» --
-- «Dove sono essi adesso?» --
-- «Al Khan. Centinaia di persone sono già state a vederli e ve ne vanno
ancora a centinaia.» --
-- «Chi sono?» --
-- «Nessuno lo sa. Si dice che siano Persiani, uomini sapienti i quali
parlano colle stelle. -- Profeti forse come Elia e Geremia.» --
-- «Che cosa vogliono dire, dicendo Re degli Ebrei?» --
-- «Intendono Cristo, e dicono ch'egli sia appena nato.» --
Una delle donne sorrise e riprese il suo lavoro dicendo:
-- «Bene, dopo che l'avrò visto ci crederò.» --
Un'altra seguì il suo esempio: -- «Bene, quando io lo vedrò far
risuscitare un morto ci crederò,» --
Una terza disse calmamente: -- «Egli è stato annunciato da molto tempo.
Mi basterà vedergli risanare un lebbroso.» --
Esse si fermarono a discorrere finchè calò la notte, e, favorite
dall'aria frizzante, si diressero verso casa.
. . . . . . .
A sera avanzata, sul principio della prima veglia, ebbe luogo nel
palazzo del monte Sion un'assemblea di forse cinquanta persone, le
quali non si riunivano mai se non per ordine d'Erode, e solo quando
egli chiedeva di conoscere qualcheduno dei misteri più profondi della
legge e della storia ebraica. Era insomma un'assemblea composta dei
maestri dei collegi sacri, dei principali sacerdoti e dei dottori più
conosciuti per fama nella città, dei capi dei differenti partiti, dei
commentatori delle differenti credenze, principi dei Sadduce, oratori
farisei, calmi e posati filosofi del Socialismo degli Esseni.
La camera dove si teneva l'adunanza apparteneva ad una delle corti
interne del palazzo. Essa era abbastanza vasta e di stile romano. Il
terreno era pavimentato in marmo; le pareti, senza finestre, erano
dipinte a quadri color giallo zafferano; un divano ricoperto di cuscini
gialli, formato in guisa da formare la lettera U, coll'insenatura
rivolta alla porta, occupava il centro della camera. Nell'arco del
divano, o per meglio dire nella curva della lettera, si trovava un
immenso tripode d'oro, curiosamente intarsiato d'oro e d'argento.
Appeso a metà del soffitto, con sette braccia, ognuna delle quali
portava una lampada accesa, v'era un gran lampadario trattenuto da una
corda. Tanto il divano come la lampada erano di stile ebraico puro. La
comitiva dai costumi uniformi, eccettuato nei colori, si accomodò sul
divano secondo l'uso Orientale. Era composta in gran parte di uomini
d'età avanzata; i loro visi erano coperti da folte barbe; avevano
nasi larghi e grandi occhi neri, ombreggiati da folte ciglia; il loro
portamento era grave, dignitoso, quasi patriarcale. In breve questa era
l'adunanza del Sinedrio.
Quegli che sedeva davanti al tripode, nel posto che si può chiamare
il centro del divano, avendo tanto a destra che a sinistra i suoi
colleghi, evidentemente era il presidente dell'adunanza, e avrebbe
subito attirata l'attenzione dello spettatore. Egli era di una
complessione gigantesca, ma ridotto ad una magrezza spaventosa; dalla
veste bianca, che gli scendeva dalle spalle formando profonde pieghe,
non si scorgevano indizi di carne: non si vedeva null'altro che un
orribile ed angoloso scheletro. Le sue mani, mezzo nascoste dalle
maniche di seta rigata in bianco e rosso, erano appoggiate sulle
ginocchia.
Mentre parlava alzava di quando in quando, tremando, il pollice della
mano destra e sembrava incapace d'altri movimenti. La sua testa era
calva e lucida; pochi capelli, d'un bianco argenteo, gli circondavano
la nuca; le sue tempia erano profondamente incavate; profonde rughe
gli solcavano la fronte sporgente; gli occhi avevano lo sguardo velato
e smarrito; il naso era affilato; la parte inferiore del volto era
coperta da una barba fluente e bianca come quella d'Aronne. Tale era
Hillele il Babilone! Alla stirpe dei profeti, da lungo tempo estinti
in Israele, succedettero molti dottori fra i quali egli primeggiava
per saggezza, e assomigliava ad un profeta in tutto, meno che nella
sua ispirazione divina. All'età di centosei anni, egli era ancora il
Rabbino maggiore del Grande Collegio.
Sulla tavola davanti a lui era disteso un rotolo di pergamena, vergata
in caratteri ebraici, e ritto, dietro a lui, stava un paggio riccamente
vestito.
Una discussione aveva avuto luogo, ed ora ch'era finita, ciascuno stava
in attitudine di riposo. Il venerando Hillele, senza muoversi, chiamò
il paggio:
-- «Vien qui.» --
Il giovane s'avanzò rispettosamente.
-- «Va e di' al Re che siamo pronti a dargli una risposta.» --
Il ragazzo ubbidì.
Poco dopo entrarono due ufficiali, e si fermarono ritti uno a ciascun
lato della porta. Li seguiva lentamente un personaggio strano: un
vecchio avvolto in un abito di porpora, orlato di scarlatto, stretto
alla vita da una fascia d'oro, sottile e pieghevole come pelle; le
fibbie delle sue scarpe luccicavano di pietre preziose, una stretta
corona di filigrana splendeva da una -tarbooshe- della più soffice
felpa cremisi, che, avvolgendogli la testa, gli scendeva sulle spalle e
sulla nuca, lasciando scoperti la gola ed il collo. Un pugnale pendeva
al suo fianco. Camminava con passo titubante appoggiandosi con tutto il
suo peso ad un bastone. Raggiunto il divano si fermò ed alzò gli occhi
da terra: accorgendosi solo allora della compagnia, vivamente eccitato
dalla presenza d'essa, si alzò volgendo lo sguardo altero, tetro,
sospettoso e minaccioso, come di persona spaventata ed in cerca d'un
nemico.
Tale era Erode il Grande, una persona avvilita dalle orribili malattie,
una coscienza macchiata di delitti, una mente intelligentissima,
un'anima gemella a quella di Cesare: aveva sessantatre anni, ma
custodiva con gelosa vigilanza il suo trono, spadroneggiando con
potenza assoluta e inesorabile crudeltà.
Vi fu un'agitazione generale nell'assemblea; i più vecchi si
inchinavano riverenti, i più nobili si alzavano, o s'inginocchiavano
colle braccia sul petto.
Dopo aver osservato intorno a sè, Erode s'avanzò sino al tripode
dirimpetto al venerabile Hillele che incontrò il suo freddo sguardo
abbassando la testa ed alzando le mani.
-- «La risposta» -- disse il Re, con aria altera, rivolgendosi a
Hillele, e, piantandoglisi davanti col suo bastone, ripetè: -- «La
risposta!» --
Gli occhi del patriarca, splendevano dolcemente: egli rispose
alzando la testa e fissando l'inquisitore, mentre i suoi colleghi gli
prestavano una speciale attenzione:
-- «La pace del Signore, d'Abramo, d'Isacco e di Giacobbe sia teco, o
Re!» --
Dal tono della voce sembrava che invocasse qualcheduno, poi, avendo
cambiato tono, continuò:
-- «Tu ci hai chiesto dove si suppone sia per nascere Cristo.» --
Il Re fece un segno d'approvazione, sebbene i suoi occhi malvagi
restassero fissi sul saggio: -- «Questa è la domanda» -- disse.
-- «Allora, o Re, io parlo per me e pei miei fratelli qui presenti, e
dico: -- «in Betlemme, nella Giudea.» -- Hillele diede un'occhiata alla
pergamena sul tripode, e facendo cenno col suo dito tremulo, continuò.
-- «In Betlemme nella Giudea, com'è scritto dal profeta: «E tu, Betlemme
nella terra di Giudea, non sei affatto l'ultima fra le terre di Giuda
perchè da te uscirà un governatore che saprà dominar il mio popolo
Israele.» --
Il viso d'Erode si rannuvolò, e mentre pensava i suoi occhi si
posarono sulla pergamena. I presenti non respiravano nemmeno, ed erano
silenziosi come lui. Finalmente egli si volse e lasciò la camera.
-- «Fratelli» -- Hillele disse -- «abbiamo terminato.» --
La compagnia si alzò e partì in gruppi.
-- «Simeone» -- chiamò Hillele.
Un uomo, sulla cinquantina, ma ancora nel fior della vitalità, gli
rispose e si diresse verso di lui che soggiunse: -- «Prendi la sacra
pergamena, figlio mio, ed arrotolala accuratamente.» --
L'ordine fu eseguito.
-- «Offrimi il tuo braccio; monterò in lettiga.» --
L'uomo robusto s'inchinò; il vecchio accettò l'aiuto offertogli, e si
diresse con fatica alla porta.
Così se ne andarono il famoso Rabbino e Simeone, suo figlio, il quale
doveva essere il suo successore in saggezza e sapienza.
. . . . . . .
I re magi si trovavano ancora svegli a sera avanzata sotto un'arcata
del Khan. Le pietre che servivano loro da giacigli erano alte in
modo ch'essi potevano guardare, attraverso l'arco della finestra,
l'immensità del cielo. Mentre ammiravano le stelle scintillanti,
pensavano alla prossima Rivelazione.
Cosa accadrebbe? Si trovavano alfine in Gerusalemme; alla porta avevano
chiesto di Colui che cercavano; avevano annunziata la sua nascita;
ora non restava loro che di trovarlo. Colla speranza di riuscire
s'affidarono allo Spirito, ed in attesa d'udire la voce di Dio od un
segno dal cielo, non potevano prender sonno.
Mentre si trovavano così agitati e commossi, un uomo s'avanzò:
-- «Svegliatevi» -- disse loro, -- «vi porto un messaggio che non può
essere protratto.» --
I tre si alzarono.
-- «Per parte di chi?» -- domandò l'Egiziano.
-- «Di Erode, il Re.» --
Ognuno si sentì correre un fremito nelle ossa.
-- «Siete forse il custode del Khan?» -- chiese Balthasar.
-- «Sì.» --
-- «Cosa desidera il Re?» --
-- «Il messaggero aspetta; egli vi risponderà.» --
-- «Allora ditegli d'attenderci.» --
-- «Voi avevate detto il giusto, buoni fratelli!» -- soggiunse il Greco
dopo che il custode se ne fu andato. -- «La domanda che fu diretta ai
viandanti ed alle guardie alla porta, ci ha resi oggetto di curiosità.
Io sono impaziente; facciamo presto.» --
Si alzarono; calzarono i loro sandali, si misero i mantelli e
s'avviarono.
-- «Vi saluto; la pace sia con voi, e scusatemi; il mio padrone, il
Re, mi ha mandato ad invitarvi al palazzo, dove egli desidera parlarvi
segretamente.» --
Così il messaggero adempì il suo dovere.
Essi si guardarono a vicenda, alla luce d'una lampada appesa
nell'entrata, e s'accorsero che lo Spirito era con loro.
L'Egiziano si diresse verso il custode, e disse piano, in modo da non
essere udito dagli altri: -- «Voi sapete in che posto si trova la nostra
roba nella corte, e dove riposano i nostri cammelli. Preparate, durante
la nostra assenza, tutto l'occorrente per la nostra partenza se essa
sarà necessaria.» --
-- «Potete andarvene sicuri; fidate in me,» -- rispose il custode.
-- «La volontà del Re è la nostra» -- disse Balthasar al messaggero. --
«Noi vi seguiremo.» --
Le strade della città santa erano strette come lo sono ora, ma non così
neglette e sudicie; perchè Erode non soddisfatto dalla sola bellezza,
voleva pulizia e comodità.
Guidati dalla luce pallida delle stelle essi ascesero lentamente
la collina. Giunsero, finalmente, ad una porta innalzata nel
mezzo della strada. Alla luce dei fuochi che ardevano in due gran
bracieri, intravvidero la struttura dell'edificio, e le guardie che
s'appoggiavano ai lati della porta.
Entrarono nell'edificio senza che la sentinella li fermasse;
attraversarono passaggi, porte e cortili, alcuni in piena oscurità;
salirono molte scale, passarono per innumerevoli corridoi e per
infinite camere, e furono condotti ad una torre d'una immensa altezza.
Ad un tratto la guida si fermò, ed additando una porta aperta, disse
loro:
-- «Entrate. Il Re è là.» --
L'aria della camera era impregnata dal profumo del legno di sandalo, e
tutto all'intorno era ordinato e disposto riccamente.
Un tappeto era disteso nel bel mezzo del pavimento, e, sopra al
tappeto, era collocato un trono. I visitatori ebbero solo il tempo di
ricevere una confusa idea del luogo, di un'insieme di ottomane e di
letti intarsiati e dorati, di ventagli, di vasi, di strumenti musicali,
di candele d'oro brillanti di luce intensa; di mura dipinte nello stile
della voluttuosa scuola Greca, un solo sguardo alle quali avrebbe fatto
nascondere con sacro orrore la testa ad un Fariseo. Erode ch'era seduto
sul trono per riceverli, vestito come alla conferenza coi dottori e coi
sacerdoti, richiamò tutta la loro attenzione.
Essi s'avanzarono e s'inginocchiarono, senza essere invitati, sull'orlo
del tappeto. Il Re toccò un campanello.
Un servitore entrò e posò tre sgabelli davanti al trono.
-- «Sedetevi» -- disse il monarca, benignamente.
-- «Dalla porta del Nord» -- egli continuò quando essi si furono
accomodati -- «ho avuto in questo pomeriggio l'avviso dell'arrivo di tre
stranieri, curiosamente vestiti come se fossero provenienti da lontani
paesi. Siete voi?» --
L'Egiziano, dopo di aver rivolto un'occhiata al Greco ed all'Indiano,
rispose facendo una profonda riverenza:
-- «Di certo se noi non fossimo quegli stranieri, il potente Erode, la
cui fama corre pel mondo intero, non ci avrebbe fatti chiamare.» --
Erode approvò con un cenno della mano.
-- «Chi siete, donde venite?» -- domandò, ed aggiunse in tono espressivo:
-- «Lasciate che ognuno parli di se stesso.» --
Essi si spiegarono, alludendo brevemente alle città, ai loro paesi
nativi ed alla strada percorsa sino a Gerusalemme. Non soddisfatto,
Erode aggiunse:
-- «Cosa domandaste all'ufficiale che si trovava alla porta?» --
-- «Gli domandammo dov'è colui ch'è nato Re degli Ebrei.» --
-- «Comprendo ora perchè il popolo era così curioso. Voi mi
meravigliate. C'è un'altro Re degli Ebrei?» --
L'Egiziano non impallidì:
-- «Ce n'è uno appena nato.» --
Il viso scuro del monarca assunse un'espressione di dolore come s'egli
si rammentasse d'un episodio straziante.
-- «Non a me, non a me» -- esclamò.
Forse gli passavano davanti le immagini accusatrici dei figli uccisi;
riavendosi dall'emozione chiese con voce ferma: -- «Dov'è il nuovo
Re?» --
-- «Questo, o Re, è ciò che desideriamo sapere.» --
-- «Voi mi dite di un miracolo -- un enigma di molto superiore a quello
di Salomone» -- disse poi: -- «Come vedete, sono in quel periodo di vita
in cui la curiosità è sfrenata come lo è nell'infanzia, allorchè lo
scherzare con essa è crudeltà. Proseguite, ed io vi rispetterò come i
Re si rispettano l'un l'altro. Ditemi tutto ciò che sapete del nuovo
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