vita più pura di questa, forse quella vita spirituale a cui Balthasar
credeva. Questo concetto si faceva strada in lui, insieme all'altro suo
corollario, che, dopo tutto, la missione del Nazareno era quella di
una guida attraverso il confine che separava i suoi fedeli dal regno
celeste. Allora, come un ricordo che sorga indistinto da dimenticate
profondità, gli parve di udire nell'aria il detto del Nazareno.
-- «IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.» --
Queste parole continuavano a ripetersi nelle sue orecchie, prendevano
forma e consistenza, ed assumevano un nuovo significato. E come gli
uomini ripetono una domanda per meglio afferrare e fissarne la portata,
egli chiese, guardando la figura sulla collina, curva sotto il peso
della croce: -- «Chi è la Resurrezione? Chi è la Vita?» --
-- «IO LO SONO,» --
sembrava rispondergli la figura -- e subito una ineffabile pace gli si
diffuse nel cuore, una pace ch'egli non aveva mai provato -- la pace che
segna il termine e lo svanire di ogni dubbio e di ogni mistero, e il
principio di una fede nuova, di una più limpida conoscenza.
Da questo stato di estasi Ben Hur fu destato dal rumore di colpi di
martello. Sul vertice del colle egli osservò ciò che prima gli era
sfuggito: -- alcuni soldati ed operai che preparavano le croci. I buchi
per affondare gli alberi erano pronti, ed ora stavano inchiodando le
travi orizzontali.
-- «Ordina a quegli uomini di spicciarsi» -- disse il Primo Sacerdote
al centurione. -- «Questi» -- indicando al Nazareno -- «deve esser morto
e seppellito prima del tramonto, affinchè la terra non sia profanata.
Così dice la legge.» --
Preso da un senso di compassione, un soldato si avvicinò al Nazareno e
gli offrì da bere, ma egli rifiutò la coppa. Quindi un altro andò a lui
e gli tolse dal collo l'asse con l'iscrizione, e la inchiodò all'albero
della croce. I preparativi erano completi.
-- «Le croci sono pronte» -- disse il centurione al pontefice, che con un
gesto della mano rispose:
-- «Venga prima il bestemmiatore. Il figlio di Dio dovrebbe esser capace
di salvarsi. Vedremo.» --
Il popolo, al quale i preparativi erano chiaramente visibili, e che
fin qui aveva assalito il colle con un clamore continuo di urli e di
fischi, tacque.
La parte più terribile del supplizio stava per cominciare -- gli uomini
dovevano venire inchiodati sulle croci. Quando i soldati afferrarono
il Nazareno a questo scopo, un fremito corse nella folla, e i più
abbrutiti provarono un senso di terrore. Alcuni dissero poi che l'aria
era diventata più gelida e li aveva fatti tremare.
-- «Come tutto è tranquillo!» -- disse Ester, cingendo il collo del padre
con le sue braccia.
Ricordando la tortura che egli stesso aveva sofferto, il vecchio si
strinse al petto la figliuola, dicendo con voce tremante:
-- «Non guardare, Ester, non guardare! Forse tutti noi, spettatori
di questa scena, gli innocenti come i rei, saremo maledetti da
quest'ora.» --
Balthasar cadde in ginocchio.
-- «Figlio di Hur» -- disse Simonide con crescente agitazione -- «figlio
di Hur, se Jeova non s'affretta a stendere la sua mano, Israele, tutti
noi siamo perduti.» --
Ben Hur rispose con calma: -- «Simonide, io mi sono destato da un
lungo sonno, e, come in sogno, mi sono apparse le ragioni per cui
questo si compie, e si deve compiere. È la volontà del Nazareno, è la
volontà di Dio. Seguiamo l'esempio del buon Egiziano, e preghiamo in
silenzio.» --
E quando sollevò gli occhi verso la collina, di nuovo gli giunsero,
attraverso l'aria tranquilla, le parole:
IO SONO LA RESURREZIONE E LA VITA.
Ed egli chinò il capo riverente, come davanti ad uno che gli parlasse.
Intanto sulla sommità del poggio il lavoro continuava. Una guardia
tolse le vesti al Nazareno, dimodochè rimase nudo al cospetto
dei milioni di spettatori assiepati sul Golgota. I segni della
flagellazione che aveva ricevuto quella mattina rosseggiavano
sanguigni sulla sua schiena; nondimeno fu brutalmente gettato a terra
e disteso sulla croce, e le braccia aperte sulla sbarra trasversale;
i chiodi erano acuti, e in pochi colpi furono cacciati attraverso le
scarne palme; quindi gli alzarono le ginocchia fin che le piante dei
piedi riposavano sull'albero della croce, indi sovrapposero un piede
all'altro, e con un chiodo li fissarono entrambi al legno. Il sordo
rumore dei martelli si udiva a grande distanza, in quel terribile
silenzio, e anche coloro che non l'intesero ma vedevano il martello
sollevarsi e cadere, ebbero un brivido di paura. E con tutto ciò non
un grido, non un lamento, non una parola d'ira o di dolore sfuggì al
paziente; nulla per cui un nemico potesse beffeggiarlo, nulla che un
suo fedele potesse rimpiangere.
-- «Da che parte vuoi che lo si rivolga?» -- chiese un soldato
bruscamente. -- «Verso il Tempio» -- rispose il pontefice. -- «Ch'egli
veda morendo la santa casa che egli ha voluto profanare.» --
Gli operai sollevarono la croce e la portarono di peso sul luogo dove
doveva esser piantata. Ad un cenno del pontefice, la lasciarono cadere
nella buca; e il corpo del Nazareno cadde anch'egli pesantemente, e
rimase appeso alle mani sanguinanti. Ma neppure allora gli sfuggì un
grido, solo la frase sublime:
-- «Padre, perdona ad essi, perchè non sanno quello che fanno.» --
La croce, innalzata sopra tutti gli altri oggetti vicini, risaltava
nera contro lo sfondo del cielo, e al suo apparire fu accolta con un
urlo di gioia selvaggia. Tutti quelli che potevano vedere e leggere
l'inscrizione sull'asse, sopra il capo del Nazareno, la ripetevano ad
alta voce, e passando di bocca in bocca fino agli estremi confini della
folla, tosto, tutta l'aria risuonò del grido beffardo e fatidico -- «Re
degli Ebrei! Salve, Re degli Ebrei!» --
Il pontefice, con più fine intuito, comprese quale significato si
sarebbe potuto dare all'iscrizione, e protestò affinchè la levassero,
ma invano. Così il Re, col titolo che gli era dovuto, guardò con gli
occhi moribondi la città dei suoi padri, tranquillamente stesa ai suoi
piedi, essa -- che con tanta ignominia lo aveva cacciato e rinnegato.
Il sole era già alto in cielo, e i suoi raggi ardenti tingevano d'oro
le sommità delle colline, e di porpora le vette delle montagne lontane.
Nella città, i templi, i palazzi, le torri, le guglie ed i pinnacoli
sembravano sollevarsi orgogliosamente verso il cielo, consci del loro
splendore e della loro inarrivabile magnificenza. Improvvisamente
un leggiero velo sembrò scendere dall'alto e avviluppare la terra,
dapprima come un impercettibile svanire del giorno, indi come un
crepuscolo precoce; poi si fece più denso e cominciò ad attirare
l'attenzione degli spettatori, sì che tacquero le grida e si spensero
le risa, e gli uomini, dubitando dei loro sensi, si fissavano in viso
l'un l'altro; poi guardarono di nuovo il sole, poi le montagne che
sembravano allontanarsi, e il cielo che l'ombra cominciava a coprire,
poi la collina dove si svolgeva il triste dramma. Dall'uno all'altro
oggetto si volgevano i loro sguardi, attoniti, pieni di una ignota
paura.
-- «Non è che un po' di nebbia, o una nube passeggiera» -- disse
Simonide, cercando di calmare Ester, che s'era spaventata. -- «Passerà
quanto prima.» --
Ben Hur la pensava diversamente.
-- «Non è nebbia, nè una nuvola» -- egli disse. -- «Gli spiriti dell'aria,
i santi ed i profeti, cercano di nascondere l'obbrobrio di questa
scena. Io ti dico, o Simonide, che com'è vero che esiste Dio, quello
che pende colà è il figlio di Dio.» --
E mentre Simonide rifletteva, stupito, sopra quelle parole, Ben Hur
si avvicinò a Balthasar, inginocchiato lì presso, e gli pose una mano
sulla spalla.
-- «O saggio Egiziano, ascolta! Tu solo avevi ragione! Il Nazareno è
davvero il Figlio di Dio.» --
Balthasar rispose con voce fioca: -- «Io lo vidi tenero fanciullo nella
greppia; non è strano ch'io l'abbia riconosciuto prima di te. Ma perchè
doveva io vedere questo giorno? Oh se fossi morto come i miei compagni!
Felice Melchiorre! Felice Gaspare!» --
-- «Ti conforta!» -- disse Ben Hur. -- «Senza dubbio anch'essi sono
qui.» --
L'oscurità si faceva d'istante in istante più fitta, senza che perciò
il lavoro sul poggio venisse interrotto. Uno dopo l'altro, i due ladri
vennero inchiodati sulle loro croci, e queste infisse nel terreno.
Quindi la guardia si ritirò, e il popolo, come un'onda che salga e
converga da tutte le parti, si spinse fin sotto le croci. Risa di
scherno e motteggi beffardi salivano contro il Nazareno.
-- «Ah, ah! Salvati, se sei Re degli Ebrei!» -- gridò un soldato.
-- «Sì» -- disse un sacerdote -- «se egli discenderà ora, noi gli
crederemo.» --
Altri crollarono il capo sapientemente, dicendo: -- «Egli potrebbe
distruggete il Tempio e riedificarlo in tre giorni, ma non può salvar
sè stesso.» --
Nessuno ha mai saputo valutare l'oscura potenza del pregiudizio. Il
Nazareno non aveva mai fatto male al popolo, anzi lo aveva aiutato in
più d'un caso; molti lo vedevano allora per la prima volta, eppure,
strana contraddizione! lo colmavano di insulti e di maledizioni, e
compiangevano invece i due ladri.
Le tenebre, che scendevano sempre più dense, spaventarono Ester, come
atterrivano le altre migliaia di spettatori, più coraggiosi e più forti
di lei.
-- «Andiamo a casa» -- essa supplicò due, tre, volte. -- «Questa è la
minaccia di Dio, padre. Chi sa che terribili cose potranno accadere? Io
ho paura.» --
Simonide era ostinato. Parlava poco, ma appariva assai agitato.
Osservando che sulla fine della prima ora la calca intorno alle croci
era alquanto diminuita, suggerì che la comitiva si avvicinasse alla
sommità. Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, ma l'Egiziano compì
la salita senza difficoltà. Dalla loro nuova posizione, il Nazareno
non era chiaramente visibile, scorgendosi solo un'indistinta figura
sospesa. Ma lo potevano udire, udivano i suoi sospiri che rivelavano un
esaurimento maggiore che non quello dei suoi compagni, i quali di tanto
in tanto riempivano l'aria di lunghi gemiti ed urli.
La second'ora passò come la prima. Per il Nazareno furono ore di
contumelie, di provocazione e di lenta morte. Egli non parlò che una
sola volta in questo intervallo. Alcune donne vennero ad inginocchiarsi
ai piedi della sua croce. Fra di esse egli riconobbe sua madre in
compagnia del proprio discepolo favorito.
-- «Donna,» -- egli disse alzando il capo -- «guarda tuo figlio!» -- E al
discepolo: -- «Guarda tua madre!» --
Giunse la terza ora e ancora il popolo s'assiepava intorno al colle,
attratto da una forza misteriosa. Ma era più tranquillo ora; solo
ad intervalli si udiva nell'oscurità qualche grido. Avvicinandosi al
Nazareno passavano in silenzio, e in silenzio lo fissavano negli occhi.
Questo cambiamento s'era esteso anche alle guardie, che solo poco tempo
prima avevano giuocato a sorte le vesti del crocifisso; soldati ed
ufficiali stavano ora in un piccolo gruppo in disparte, vigili più di
quell'uno condannato, che non di tutta la moltitudine; se un sospiro
gli sfuggiva dalle labbra, se in un parossismo di dolore, moveva la
testa, erano subito all'erta. Più meraviglioso di tutti era il mutato
portamento del Primo Sacerdote e del suo seguito, i dottori che lo
avevano assistito nel giudizio notturno ed erano stati i più zelanti
persecutori della vittima. Quando cadde l'oscurità, cominciarono a
smarrirsi d'animo. V'erano fra essi alcuni, profondamente versati
in astronomia e famigliari coi fenomeni celesti in quei tempi così
terribili alle masse; gran parte della loro scienza era ad essi discesa
dai loro padri remoti, vissuti prima ancora della Cattività, e nel
servizio del Tempio avevano avuto spesso occasione di applicarla.
Questi, quando il sole cominciò a spegnersi e le montagne ed i colli si
dileguarono alla vista, si raccolsero in gruppo intorno al Pontefice,
discutendo sul fenomeno. -- «La luna è piena,» -- dicevano -- «e questa
non può essere un eclissi.» -- Poi, non potendo nessuno rispondere
alla domanda che tutti li agitava, non riuscendo nessuno a spiegare
la crescente oscurità, nel secreto dei loro cuori cominciarono a
connetterla col Nazareno, e un grande terrore li prese. Rannicchiati
dietro ai soldati, intenti ad ogni movimento e spiando ogni parola
del Nazareno, dicevano a bassa voce: -- «Quell'uomo potrebbe essere il
Messia, e allora...» --
Nel frattempo, Ben Hur, cui quel nuovo sentimento di pace non aveva
abbandonato, pregava a che la fine si accelerasse. Egli comprendeva lo
stato d'animo di Simonide, in cui la fede lottava col dubbio; vedeva la
grande fronte corrugata nello sforzo del pensiero, lo vedeva gettare
sguardi interrogativi al sole, come se cercasse la ragione di quelle
tenebre. E neppure gli sfuggiva la sollecitudine con cui Ester lo
guardava, cercando di soffocare i suoi timori per accondiscendere ai
desideri del padre.
-- «Non aver paura» -- diceva Simonide a lei, -- «ma sta attenta con me.
Tu potrai vivere due volte la durata della mia vita, ma tu non vedrai
mai una meraviglia maggiore. Fermiamoci sino alla fine, forse verranno
altre rivelazioni.» --
Quando la terza ora era trascorsa a metà, alcuni uomini, miserabili
della più bassa specie, abitatori delle tombe fuori della città,
vennero a piantarsi davanti alla croce centrale.
-- «Eccolo» -- disse uno -- «ecco il nuovo Re degli Ebrei.» --
Gli altri gridarono, ridendo: -- «Salve, salve, Re degli Ebrei!» --
-- «Se tu sei veramente Re dei Giudei, o Figlio di Dio, discendi» --
dissero ad alta voce.
Al che uno dei ladri cessò di lamentarsi, e gridò al Nazareno: -- «Sì,
se tu sei Cristo, salva te stesso e noi.» --
Il popolo rise ed applaudì; ma mentre aspettavano la risposta, si
udì l'altro malfattore dire al primo: -- «Non temi tu Dio? Noi abbiamo
ricevuto il giusto castigo dei nostri misfatti; ma quest'uomo non ha
fatto nulla di male.» --
Gli spettatori rimasero stupiti, e nel silenzio che seguì, il secondo
malfattore parlò ancora, rivolgendosi al Nazareno:
-- «O Signore,» -- egli disse -- «ricordati di me quando entrerai nel tuo
regno!» --
Simonide trasalì. -- «Quando entrerai nel tuo regno!» -- Era proprio
questo il dubbio che angosciava la sua mente in quell'istante, il
dubbio di cui tanto aveva discusso con Balthasar.
-- «Hai udito?» -- gli disse Ben Hur. -- «Il regno non può essere di
questa terra. Quel testimonio, sulla soglia della tomba, affermò che
il Re prenderà possesso del suo regno, e lo stesso ho udito io nei miei
sogni.» --
-- «Silenzio!» -- disse Simonide, con tono imperioso. -- «Taci, ti prego!
Se il Nazareno rispondesse...» --
E mentre parlava, il Nazareno rispose, e con voce chiara e limpida
disse:
-- «Veramente io ti dico che tu oggi sarai con me in Paradiso.» --
Simonide giunse le mani e disse: -- «Non più, non più, mio Dio! Le
tenebre sono disperse; io vedo con altri occhi -- come Balthasar, vedo
con gli occhi della vera fede!» --
Finalmente il vecchio servitore aveva conseguito la meritata
ricompensa. Il suo corpo rotto dalla tortura non sarebbe mai
più guarito, e la memoria delle passate sofferenze rimarrebbe
incancellabile; ma improvvisamente una nuova vita gli appariva, più
bella di questa terrena -- e il suo nome era: Paradiso. Là egli avrebbe
trovato il Regno che sognava, e il Re per cui aveva lavorato. Una
grande pace lo invase.
Ma fra i dottori e i sacerdoti ai piedi della croce regnava la
costernazione e lo spavento. Essi avevano condannato il Nazareno per
aver predicato in tutto il paese che egli era il Messia; ed ecco,
che sulla croce, con maggior sicurezza che mai, non solo egli aveva
riaffermato la sua missione, ma prometteva il godimento del suo regno
ad un malfattore. Essi tremarono davanti alle conseguenze del loro
atto. Lo stesso superbo pontefice ebbe paura. Donde traeva quell'uomo
la sua convinzione se non dalla verità! E da chi la verità se non da
Dio?
Il respiro del Nazareno diventava più affannoso: i suoi sospiri erano
rantoli. Solo tre ore sulla croce, e stava già per morire!
La notizia corse di bocca in bocca e tutti tacquero; il vento cessò di
soffiare, un'afa soffocante era nell'aria e si aggiungeva all'oscurità.
Nessuno che non lo avesse saputo, avrebbe detto che sul pendio di
quella collina vi erano tre milioni di persone atterrite -- così
tranquille se ne stavano.
Attraverso le tenebre, sopra il capo ai più vicini, venne il grido di
disperazione, se non di rimprovero del moribondo:
-- «Mio Dio! Mio Dio! Perchè mi hai tu abbandonato?» --
La voce fece trasalire quanti la udirono, Ben Hur ne fu
irresistibilmente commosso.
I soldati avevano portato con se un recipiente di vino e di acqua, e lo
avevano collocato a poca distanza dalla croce. Con una spugna immersa
nel liquido, e attaccata all'estremità di un bastone, essi potevano
inumidire la lingua dei torturati. Ben Hur pensò al sorso d'acqua
ch'egli aveva ricevuto alla fontana di Nazareth; un'impulso lo assalì;
afferrando la spugna, la tuffò nel recipiente, e corse verso la croce.
-- «Lascialo stare» -- gridò il popolo con collera -- «lascialo
stare!» --
Senza badare alle grida, egli continuò, e bagnò le labbra al Nazareno.
Troppo tardi, troppo tardi!
Tuttavia il volto, chiaramente visibile a Ben Hur, bruttato com'era
dal sangue e dalla polvere, si illuminò di un subito sorriso; gli occhi
si spalancarono, e si fissarono su un punto che essi soltanto vedevano
lontano nel cielo; e un grido di gioia, di trionfo quasi, sfuggì dalle
labbra della vittima.
-- «È finito! È finito!» --
Così un eroe, morendo, celebra con un ultimo urrà l'estrema impresa.
La luce degli occhi si spense; lentamente la testa incoronata cadde sul
petto ansante. Ben Hur credette che tutto fosse finito; ma la grande
anima si raccolse in un ultimo sforzo; sicchè egli, e quelli che gli
stavano vicino poterono udire le parole estreme, pronunciate a bassa
voce, come ad uno che stesse ad ascoltarle lì presso:
-- «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.» --
Un fremito scosse le membra martirizzate; vi fu un grido di terribile
angoscia, e la sua missione, e la sua vita erano terminate. Il suo gran
cuore, così traboccante d'affetto, s'era spezzato. Perchè di questo o
lettore, quell'uomo morì!
Ben Hur ritornò presso gli amici e disse semplicemente: -- «È finito.
Egli è morto.» --
In un attimo la moltitudine seppe la nuova; ma nessuno la ripetè ad
alta voce; non si sentì che un lungo sommesso mormorio che si propagò
in ogni direzione: -- «Egli è morto! Egli è morto!» -- La volontà del
popolo era fatta; il Nazareno era morto; ma ogni viso guardava il suo
vicino con terrore. Il sangue di lui ricadrebbe sul loro capo! E mentre
essi si fissavano l'un l'altro, il suolo cominciò a tremare, e un urlo
di spavento uscì da ogni bocca. Tosto l'oscurità si dissipò, e alla
chiara luce del sole ricomparso, ognuno col medesimo sguardo vide le
croci vacillare sotto la scossa del terremoto. Quella di mezzo sembrava
inalzarsi gigante sopra le altre, come volesse sollevare il suo peso
verso il cielo. E tutti coloro che avevano vilipeso il Nazareno, tutti
quelli che lo avevano battuto, tutti quelli che lo avevano condannato
alla croce, tutti quelli che nel profondo del cuore lo volevano morto,
si sentivano personalmente additati all'ira Divina, e minacciati dal
cielo.
Allora cominciò una pazza fuga di uomini, a piedi, a cavallo, su
cammelli e su cocchi; e, come se la natura fosse adirata contro
di essi, e volesse essa medesima assumere la difesa e la vendetta
della vittima innocente, l'onda del terremoto li inseguì, facendo
traballare la terra sotto i loro piedi, gettandoli l'uno contro
l'altro, urlanti per folle terrore. Il suo sangue ricadeva sul loro
capo! Cittadini e forestieri, sacerdoti e laici, mendicanti, Sadducei,
Farisei si urtavano, si percotevano nella loro corsa disperata. Se
essi imploravano il nome di Dio, la terra, rispondeva all'oltraggio
con nuovi scoppi di furore, colpendo tutti senza distinzione. Il gran
Sacerdote fu gettato a terra come gli altri, le sue splendide vesti
imbrattate, la sua bocca riempita di polvere. Egli e il suo popolo
erano uguali in una cosa almeno: Il sangue del Nazareno era sul capo di
entrambi.
Quando il sole riapparve sulla scena della crocefissione, la madre
del Nazareno, il discepolo e le donne di Galilea, il centurione coi
suoi soldati, e Ben Hur e la sua compagnia, erano i soli rimasti sulla
collina. Essi non avevano badato alla fuga generale, troppo occupati
nel provvedere alla propria salvezza.
-- «Siediti qui» -- disse Ben Hur ad Ester, obbligandola a sedere
ai piedi del padre. -- «Ora copriti gli occhi, e non guardare; ma
poni tutta la tua fiducia in Dio -- e nell'anima dell'uomo, così
ingiustamente assassinato.» --
-- «No,» -- disse Simonide con riverenza. -- «D'ora innanzi parliamo di
lui come del Cristo.» --
-- «Sia» -- disse Ben Hur.
In questa un onda di terremoto urtò la collina. Le urla dei ladri sulle
croci barcollanti erano terribili. Quantunque stordito dai movimenti
del suolo, Ben Hur trovò tempo di dare uno sguardo a Balthasar, e lo
vide disteso a terra e immobile. Egli si piegò su di lui, lo chiamò --
non rispose. Il buon uomo era morto! Allora Ben Hur si ricordò di aver
udito un grido, quasi in risposta all'estremo appello del Nazareno;
egli non s'era voltato per veder d'onde procedesse; ma, fino all'ultimo
giorno di sua vita serbò la convinzione che lo spirito dell'Egiziano
avesse accompagnato il suo Maestro alla soglia del Regno Promesso.
Quest'idea non riposava soltanto sul grido che aveva udito. Se la fede
fu meritata ricompensa nella persona di Gaspare, e l'amore in quella
di Melchiorre, era giusto che colui che nella sua vita così nobilmente
aveva compenetrato ed illustrato le tre virtù riunite -- Fede, Amore e
Buone opere, fosse stato prescelto per un premio maggiore.
I servitori di Balthasar avevano abbandonato il loro padrone; e, quando
tutto fu finito, i due Galilei riportarono alla città il vecchio nella
sua lettiga, come in una bara.
Era una triste processione quella che entrò nella porta meridionale del
palazzo dei Hur, al tramonto di quella memorabile giornata. Circa alla
stessa ora il corpo di Cristo fu levato dalla croce.
Le spoglie di Balthasar furono deposte nella stanza degli ospiti.
Tutti i servitori lo attorniarono piangendo, perchè tutti lo avevano
amato in vita; ma quando videro il suo viso composto ad un sorriso
di ineffabile beatitudine, asciugarono le lacrime e dissero: --
«Sta bene -- Egli è più felice stasera, che non lo fosse quando uscì
stamattina.» --
Ben Hur non volle confidare ad un domestico il compito di partecipare
ad Iras la morte del padre. Andò egli stesso per condurla presso il
cadavere. Egli s'immaginava il dolore della giovane, lasciata ormai
sola nel mondo; era questo un momento di oblìo e di perdono.
Si ricordò che non aveva chiesto perchè essa non aveva fatto parte
della comitiva quel mattino, e dove fosse; si ricordò che non aveva
nemmeno pensato a lei, e riflettendo con rimorso a questa dimenticanza,
era disposto a far pace, anche in vista del grande dolore che veniva ad
arrecarle.
Egli scosse le tende della sua porta; e quantunque udisse il tintinnire
dei campanelli, nell'interno, non ebbe nessuna risposta; la chiamò per
nome, ad alta voce -- nessuno rispose. Sospinse la portiera, ed entrò
nella stanza. Essa non c'era. Salì rapidamente sul terrazzo, ma non la
trovò. Interrogati i domestici, seppe che non era stata veduta in tutta
la giornata.
Dopo avere invano frugato in ogni angolo della casa, Ben Hur ritornò
nella stanza degli ospiti e prese il posto che sarebbe spettato alla
figlia, vicino al corpo del genitore. Il suo cuore era pieno della
bontà di Cristo, che sulla soglia del paradiso aveva voluto chiamare a
sè l'anima del suo vecchio e fedele servitore.
Quando il lutto del funerale era già quasi dissipato, al nono giorno
della guarigione, come prescriveva la legge, Ben Hur ricondusse a casa
la madre e Tirzah; e da quel giorno, i due maggiori nomi che la lingua
umana sappia pronunciare, furono sempre riverentemente accoppiati,
-- «DIO PADRE E CRISTO FIGLIO» --
. . . . . . .
Cinque anni erano trascorsi dal giorno della crocefissione, ed Ester,
la moglie di Ben Hur, sedeva nella sua stanza nella bellissima villa
di Miseno. Era un caldo pomeriggio di primavera e il sole d'Italia
splendeva fervido sopra i mirti e le rose del giardino. Tutto quanto
l'appartamento era Romano, solo l'abbigliamento di Ester era di foggia
Ebraica. Tirzah e due fanciulli, che giocavano sopra una pelle di leone
sul pavimento, le tenevano compagnia, e non si aveva che ad osservare
con quale cura essa vegliava sopra i piccini, per conoscere che quelli
erano suoi figli.
Il tempo era stato generoso con essa, e gli anni non avevano diminuita
la sua bellezza. Nel diventare padrona della villa, aveva attuato uno
dei suoi sogni più cari.
Ad interrompere questa semplice scena domestica, un servitore apparve
sull'uscio e disse:
-- «Una donna nell'atrio desidera di parlare con la padrona.» --
-- «Lasciala entrare. La riceverò qui.» --
Dopo pochi istanti comparve la straniera. Nel vederla, l'Ebrea si
alzò e stava per parlare; poi esitò, cambiò colore, e finalmente
disse, tirandosi indietro: -- «Mi pare di riconoscervi, buona donna --
siete....» --
-- «Iras, la figlia di Balthasar.» --
Ester celò la sua sorpresa, ed ordinò al domestico di portare una sedia.
-- «No,» -- disse Iras, freddamente -- «parto subito.» --
Le due donne si guardarono in viso. Sappiamo ciò che fosse Ester -- una
bellissima donna, una madre felice, una sposa contenta. D'altra parte
era chiaro che la sorte non aveva trattato con egual favore la sua
antica rivale. La figura alta e slanciata riteneva ancora parte della
sua grazia; ma una vita cattiva aveva impresso le sue traccie su tutta
la persona. Il viso s'era fatto volgare; i grandi occhi erano rossi, e
gonfie le palpebre; le guancie erano pallide ed infossate, le labbra
dure e ciniche, e la generale trascuratezza la invecchiarono anzi
tempo. La veste era laida e bruttata dal fango della via. Iras ruppe
per prima il silenzio penoso.
-- «Sono questi i tuoi bimbi?» --
Ester li guardò e sorrise.
-- «Si. Vuoi parlare con essi?» --
-- «Li spaventerei» -- rispose Iras. Poi si avvicinò ad Ester, e
vedendola indietreggiare lievemente, disse, -- «Non aver paura. Io reco
un messaggio per tuo marito. Digli che il suo nemico è morto, e che,
per la miseria che mi ha fatto soffrire, io l'uccisi.» --
-- «Il suo nemico?» --
-- «Messala. Digli inoltre, che per il male che io gli ho voluto
sono stata punita così amaramente, che anch'egli ne avrebbe
compassione.» --
Le lacrime spuntarono negli occhi di Ester, ed essa voleva parlare.
-- «No» -- disse Iras. -- «Io non voglio nè pietà nè lacrime. Digli in
ultimo che ho fatto la scoperta che l'essere Romano equivale ad essere
bruto. Addio.» -- Essa fece per andarsene. Ester la trattenne:
-- «Fermati, e parla con mio marito. Egli non nutre rancore contro di
te. Egli sarà tuo amico. -- Noi siamo Cristiani.» --
L'altra rimase ferma.
-- «No; io sono ciò che ho voluto essere. Fra breve tutto sarà
terminato.» --
-- «Ma...» -- disse Ester, esitando -- «Non possiamo... Non c'è nulla che
desidereresti... nulla che...» --
Il volto dell'Egiziana tradì la sua commozione, e l'ombra di un sorriso
le sfiorò le labbra. Essa guardò i fanciulli sul pavimento.
-- «Vi è qualche cosa» -- disse.
Ester seguì la direzione del suo sguardo, e con rapido intuito,
comprese, e disse:
-- «Puoi farlo.» --
Iras si avvicinò ad essi, e inginocchiandosi sulla pelle di leone, li
baciò entrambi. Alzandosi lentamente, li guardò ancora; poi andò verso
la porta ed uscì, e senza una parola d'addio, camminando rapidamente,
prima che Ester si decidesse a seguirla, era sparita.
Ben Hur, quando intese della visita, ebbe la prova di ciò che aveva
sospettato da lungo tempo, che cioè il giorno della crocefissione, Iras
aveva abbandonato suo padre per gettarsi nelle braccia di Messala. Ciò
non ostante, egli uscì subito coi suoi servi e frugò la contrada, in
cerca di lei, ma invano. La baia azzurra che ride così innocente sotto
i baci del sole, cela oscuri segreti. Se potesse parlare, ci saprebbe
narrare la fine dell'Egiziana.
. . . . . . .
Simonide visse fino a tarda età. Nel decimo anno del regno di Nerone,
egli abbandonò la direzione della sua colossale azienda di Antiochia.
Fino all'ultimo il suo commercio fu prosperoso.
Una sera di quell'anno, egli sedeva nella sua poltrona sul terrazzo
del magazzeno. Ben Hur ed Ester coi loro tre bambini erano con lui.
L'ultima delle sue navi galleggiava nella rada del fiume; tutte le
altre erano state vendute. Dall'epoca della crocefissione, un solo
grande dolore aveva turbato la calma serenità della loro vita, -- il
giorno che morì la madre di Ben Hur; ed anche allora il lutto sarebbe
stato maggiore, senza il conforto della loro fede Cristiana.
La nave menzionata era arrivata il giorno precedente da Roma, recando
la notizia delle persecuzioni dei Cristiani cominciate da Nerone nella
capitale, e il crocchio sopra il terrazzo stava discutendo la nuova,
quando Malluch, che si trovava ancora al loro servizio, si avvicinò,
presentando un plico a Ben Hur.
-- «Chi lo porta?» -- chiese Ben Hur, dopo aver letto.
-- «Un Arabo.» --
-- «Dov'è?» --
-- «È partito subito.» --
-- «Ascolta!» -- disse Ben Hur a Simonide.
E lesse la seguente lettera.
-- «Io, Ilderim, figlio di Ilderim il Generoso, e sceicco della tribù
di Ilderim, a Giuda, figlio di Hur.
Sappi, o amico di mio padre, quanto mio padre ti amava. Leggi lo
scritto che io t'accludo, e saprai. La sua volontà è la mia; quindi
ciò ch'egli ti diede, è tuo.
Tutto quanto i Parti gli tolsero nella grande battaglia in cui lo
uccisero, io ho ripreso -- questo scritto fra le altre cose, e la
vendetta, e tutta la discendenza di quella Mira, che ai suoi tempi
fu madre di altrettante stelle.
Pace sia con te e coi tuoi.
La voce del deserto è la voce di
ILDERIM, Sceicco.» --
Ben Hur svolse un rotolo di papiro ingiallito come un'avvizzita foglia
di gelso, e lo spiegò con la massima cura. Poi lesse:
-- «Ilderim, chiamato il Generoso, sceicco della tribù di Ilderim, al
mio figlio e successore.
Tutto ciò ch'io posseggo, o mio figlio, sarà tuo, al giorno della
mia morte, eccettuata la proprietà presso Antiochia, conosciuta
sotto il nome di Orto delle Palme. Questa io lascio al figlio di Hur
che tanta gloria ci procurò nel Circo -- a lui ed ai suoi in eterno.
Non disonorare tuo padre.
ILDERIM il GENEROSO, Sceicco.» --
-- «Che ne dici?» -- chiese Ben Hur a Simonide.
Ester prese con gioia le carte, e le rilesse a bassa voce. Simonide
rimase silenzioso. I suoi occhi erano fissi sulla nave, ed egli stava
pensando. Finalmente parlò. -- «Figlio di Hur» -- egli disse con gravità.
-- «Il signore è stato molto buono con te in questi ultimi anni, e tu
gli devi profonda riconoscenza. Non è giunto il tempo finalmente di
decidere a quale scopo dobbiamo volgere la grande fortuna che la sua
bontà ha voluto accumulare nelle tue mani?» --
-- «Io l'ho deciso da molto tempo. La fortuna fu concessa perchè
servisse a chi la diede; non una parte di essa, Simonide, ma tutta.
Il problema sta soltanto in questi termini: Qual'è il miglior modo di
metterla a profitto della nostra causa? Consigliami, ti prego.» --
Simonide rispose:
-- «Io posso attestare alle ingenti somme che tu hai largito alla Chiesa
qui in Antiochia. Ora, quasi contemporaneamente al dono del generoso
sceicco, arriva la notizia delle persecuzioni dei nostri fratelli
in Roma. Un nuovo orizzonte ci si schiude dinanzi. La luce non deve
spegnersi nella capitale.» --
-- «Dimmi che cosa devo fare per ravvivarla.» --
-- «Te lo dirò. I Romani, anche questo Nerone, tengono due cose per
sacre -- le sole che io sappia. -- Esse sono le ceneri dei morti, ed i
sepolcri. -- Se non puoi costruire templi pel Signore sopra il suolo,
fabbricali sotto terra, e per salvarli dalla profanazione, sepellisci
in essi i cadaveri di tutti coloro che muoiono nella vera fede.» --
Ben Hur balzò in piedi, ed esclamò commosso:
-- «È un'idea grandiosa! Non porrò tempo in mezzo per attuarla. La
necessità è urgente. La nave che recò la notizia dei patimenti dei
nostri confratelli, mi porterà a Roma. Io partirò domani.» --
Si rivolse a Malluch.
-- «Attendi all'allestimento della galera, e fa ch'essa sia pronta per
domattina. Tu m'accompagnerai.» --
-- «Sta bene» -- disse Simonide.
-- «E tu, Ester, che ne dici?» -- chiese Ben Hur.
Ester gli si strinse al fianco, e pose una mano sulla sua spalla.
-- «Questo è il miglior modo per servir Cristo. O mio marito, io non
ti voglio essere di ostacolo, ma lasciami partire con te, onde ti
aiuti.» --
. . . . . . .
Se qualcheduno dei miei lettori, di passaggio a Roma, visiterà le
Catacombe di San Calisto, che sono più antiche di quelle di San
Sebastiano, egli vedrà ciò che avvenne della fortuna di Ben Hur, e lo
ringrazierà. Da quella vasta tomba uscì il Cristianesimo a soppiantare
i Cesari.
FINE DELL'OTTAVO ED ULTIMO LIBRO.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.
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