dalla miseria!» --
Se la rapidità delle sue parole erano un semplice artificio allo scopo
di non lasciargli il tempo di pensare, fa duopo ritenere ch'ella
ignorasse o avesse dimenticato, esservi certe commozioni affatto
indipendenti dal pensiero, che penetrano senza preavviso alcuno e sono
irremovibili. Mentr'essa parlava, parve a Ben Hur di vedere il volto
di Messala dietro le spalle dell'Egiziana e l'espressione del Romano
non era certamente quella di un mendicante o d'un amico; le labbra
del patrizio erano sempre atteggiate al solito sorriso sardonico, e lo
sguardo nulla aveva perduto della sua irritante alterigia.
-- «L'appello è già stato deciso allora, e per una volta almeno
Messala è stato sconfitto. -- Andrò a scrivere nel mio diario il
grande avvenimento, che un Romano ha pronunciato giudizio contro un
Romano! Ma dimmi, fu Messala a mandarti a me con questo messaggio, o
Egitto?» --
-- «La sua è una nobile indole, e alla stregua di essa giudicò la
tua.» --
Ben Hur prese la mano poggiata leggermente sopra il suo braccio.
-- «Dal momento che tu sembri avere rapporti di così intima amicizia
con lui, bella Egiziana, dimmi, credi che egli farebbe per me ciò che
egli mi chiede, in caso che le sorti fossero invertite? Rispondimi, per
Iside! Rispondimi, se ami la verità!» --
La mano e lo sguardo insistevano del pari che la voce.
-- «Oh! -- essa cominciò -- egli è...» --
-- «Un Romano, stavi per dire; significando con ciò, che io, un Ebreo,
non posso paragonarmi a lui; che, essendo Ebreo, io devo restituirgli
i miei guadagni, perchè egli è Romano. Se tu hai altro da dire, o
figlia di Balthasar, spicciati, spicciati; perchè, per il Signore
Dio d'Israele, questo mio sangue comincia a bollire, e potrò forse
dimenticare che tu sei una donna, e bella! Io non vedo che la spia
di un padrone doppiamente odioso perchè mio nemico e perchè Romano.
Spicciati, ti dico.» --
Essa si liberò della sua mano, facendo un passo indietro nel cerchio di
luce, e con tutta la malignità della sua natura raccolta negli occhi e
nella voce, disse:
-- «Vile bevitor di feccie, cane Israelita! Nella tua smisurata
presunzione tu hai creduto che io potessi amarti dopo aver veduto
Messala? I pari tuoi sono nati per strisciare a suoi piedi. Ed ora
ascolta: Egli sarebbe stato contento che tu restituissi i sei talenti;
ma io ti dico che ai sei devi aggiungerne venti -- venti, mi intendi tu?
Uno per ogni bacio che tu gli hai rubato, quantunque col mio permesso.
Io t'ho seguita con protestazioni d'affetto ho simulato un'amore
che non sentivo, ho sopportato la tua compagnia così a lungo, per
servire Messala. Il negoziante è l'amministratore della tua fortuna.
Se per domani, a mezzodì, egli non ha la tua cambiale in favore del
mio Messala per ventisei talenti -- nota la somma! -- avrai da fare con
Sejano. Sii saggio. Addio.» --
Mentre essa si avviava all'uscio, egli le si piantò innanzi,
sbarrandole il cammino.
-- «Il vecchio Egitto vive in te!» -- egli disse. -- «Sia che tu veda
Messala domani o dopodomani, qui o in Roma, fagli questa ambasciata:
Digli che ho ricuperato tutto il denaro, compresi i sei talenti, di cui
egli mi spogliò, confiscando i miei beni paterni; digli che, superstite
alle galere a cui mi condannò, nel pieno vigore delle mie forze, io
rido della sua miseria e del suo disonore; digli che io credo che
quella infermità di corpo che lo astringe, eterno invalido, alla sua
poltrona, e che il mio braccio cagionò, è la maledizione del nostro
Signore Iddio d'Israele, giusta ricompensa pei suoi delitti contro i
deboli e gl'infelici; digli che mia madre e mia sorella, ch'egli fece
rinchiudere in una cella nella Torre d'Antonia affinchè vi morissero
della lebbra, sono vive e guarite, grazie alla potenza del Nazareno
che tu disprezzi; digli che per colmare la coppa della mia felicità,
esse sono state restituite alle mie braccia, e che nel loro affetto io
troverò largo compenso alle impure passioni che tu rechi a Messala;
digli -- e questo anche per tuo conforto -- o tigre in forma d'angelo,
digli, che quando Sejano verrà a spogliarmi, egli non troverà nulla,
perchè l'eredità ch'io ebbi dal duumviro, compreso la villa di Miseno,
è stata venduta, e il ricavo della vendita è fuori della sua portata,
in giro pei mercati del mondo, sotto forma di tratte; e che questa
casa, e i beni, e le merci, e le navi, e le carovane, che ogni giorno
portano a Simonide così principeschi guadagni, sono protetti da una
salvaguardia imperiale, perchè una testa più saggia della tua ha
trovato il prezzo dei favori di Sejano, e il ministro preferisce un
guadagno onestamente procurato, a tesori macchiati di sangue; digli,
che se anche non fosse così, se il denaro ed i beni fossero tutti miei,
egli non ne avrebbe la benchè minima parte, perchè, quando, trovasse le
nostre tratte Ebraiche, e obbligasse i detentori a consegnare le somme
equivalenti, un altro mezzo mi rimane -- un atto di donazione a Cesare;
-- questo almeno appresi negli atti della grande metropoli; digli infine
che, insieme alla mia sfida, io non gli mando la mia maledizione a
parole, ma quale migliore espressione del mio odio eterno, io gli
invio qualche cosa che sarà per lui la somma di tutte le maledizioni;
e quand'egli ti vedrà ripetere questo messaggio, figlia di Balthasar,
la sua astuzia Romana gli indicherà ciò ch'io intendo di dire. Ora va,
come io vado.» --
Egli la condusse verso l'uscio, e sollevando la cortina con cerimoniosa
cortesia, la lasciò passare per la prima.
-- «La pace sia con te» -- egli disse, mentre essa spariva.
CAPITOLO VII.
Quando Ben Hur abbandonò la stanza degli ospiti, il suo passo era meno
fermo di quando vi era entrato, e la testa gli era caduta sul petto.
Aveva fatto la scoperta che un uomo, inchiodato sul letto, con la
schiena rotta, poteva dalle nere profondità della sua anima, trarre
forze sufficienti per nuocere ai suoi nemici, e stava riflettendo su
questa scoperta.
È facile, dopo che una calamità ci ha colpiti, rivolgere lo sguardo
indietro, e scorgere tutte le fila della trama prima nascoste.
Il pensiero che egli non aveva neppure sospettato la complicità
dell'Egiziana nei disegni di Messala, e che per anni egli aveva
ciecamente fidato in lei, mettendo a repentaglio la propria vita e
quella degli amici, ferì profondamente il suo orgoglio. -- «Ora mi
ricordo» -- egli diceva fra sè -- «che essa non ebbe una parola di sdegno
quando il perfido Romano minacciò la sua vita alla fonte di Castalia!
Io ricordo come essa lo esaltava quella notte di luna nell'Orto delle
Palme! Ed, ah...» -- egli si fermò battendosi violentemente il pugno
sulla fronte -- «ah! il mistero dell'appuntamento al palazzo di Idernee,
non è più un mistero per me!» --
La ferita, dobbiamo osservare, toccava il suo orgoglio e la sua vanità,
e per fortuna gli uomini non muoiono spesso di simili mali, e neppure
ne soffrono molto a lungo. Nel caso di Ben Hur, poi, v'era compenso
nella riflessione a cui egli diede voce improvvisamente esclamando, --
«Lodato sia il Cielo che quella donna non s'è impadronita maggiormente
del mio cuore! Ora m'accorgo che non l'ho mai veramente amata!» --
E come se si fosse liberato da un grave peso, arrivato con passo
leggero all'estremità del terrazzo, dove terminava la scala che metteva
sul tetto, la prese, e cominciò a salire rapidamente. Ma all'ultimo
gradino s'arrestò di nuovo: Poteva Balthasar esser complice di questa
fitta rete di frodi e menzogne da lei tessute? No, no. L'ipocrisia
accompagna raramente l'età venerabile come la sua. Balthasar era un
uomo onesto.
Con questa ferma convinzione raggiunse il tetto. V'era luna piena, ma
la volta del cielo era luminosa pei riflessi delle migliaia di fuochi
ardenti nelle strade e nei piazzali della città, intorno ai quali
salivano i cantici e i cori dei vecchi salmi d'Israele. Quelle meste
armonie che molcevano il suo orecchio, prendevano parole e significato
nell'animo suo, e gli sembravano dire: -- «Così, o figlio di Giuda, noi
facciamo omaggio al Signore Iddio, e dimostriamo la nostra lealtà alla
patria ch'egli ci ha dato. Venga Gedeone, o Davide, o un Macabeo, e ci
troverà pronti.» --
E subito, come in un sogno, quasi a scherno, gli apparve l'uomo di
Nazareth.
La dolorosa, quasi femminile immagine di Cristo, lo accompagnò, mentre
attraversò la terrazza fin sopra alla via a settentrione della casa.
In quel volto non appariva segno di guerra; ma piuttosto la calma e
la rassegnazione di un tranquillo cielo lunare, provocando di nuovo la
vecchia angosciosa domanda: -- «Che sorta di uomo è egli mai?» --
Ben Hur diede uno sguardo sopra il parapetto, e poi si volse
meccanicamente verso il Padiglione.
-- «Facciano il loro peggio;» -- egli disse, camminando a passi lenti --
«io non perdonerò al Romano. Io non dividerò la sua sorte, e neppure
fuggirò da questa città de' miei padri. Farò appello alla Galilea e di
là comincierò la battaglia. Con la fama di gesta eroiche chiamerò tutte
le tribù dalla mia parte. Quegli che diede Davide e Mosè, ci troverà
un condottiero, e se non sarà il Nazareno, sarà un altro dei molti che
anelano di morire per la libertà.» --
L'interno del padiglione, verso il quale moveva Ben Hur era scarsamente
illuminato, e le colonne del lato occidentale gettavano lunghe ombre
sul pavimento. La poltrona solitamente occupata da Simonide era vicino
alla finestra dalla quale si godeva la più ampia vista della città in
direzione del Mercato.
La poltrona era occupata. -- «Il buon uomo è ritornato» -- pensò, -- «Gli
parlerò, se non dorme.» --
Entrò, e con passo leggiero si avvicinò alla poltrona. Chinandosi sopra
la spalliera, vide Ester, addormentata e ravvolta nello scialle del
padre. I capelli sciolti e disordinati piovevano sopra il suo volto.
Il suo respiro era irregolare e affannoso: Un lungo sospiro terminante
in un singhiozzo rompeva tratto tratto dal suo petto. Qualchecosa -- la
solitudine forse, o quei sospiri -- diedero a Ben Hur l'idea che quel
sonno fosse piuttosto il riposo del dolore più che il ristoro dopo
la fatica. La natura manda questo sollievo ai fanciulli, ed egli era
solito considerare Ester come quasi una bambina. Appoggiò le braccia
alla spalliera e pensò:
-- «Io non voglio svegliarla. Non ho nulla da dirle -- nulla -- se
non ch'io la amo. Essa è figlia di Giuda, bella, e come diversa
dall'Egiziana! Quella è tutta vanità, ambizione, egoismo; questa è
tutta verità, dovere, abnegazione. No, il problema non è se io l'ami
-- ma se essa ama me. Sul principio mi era amica. Quella notte sul
terrazzo ad Antiochia, con quale infantile ardore mi pregò di non
inimicarmi Roma, e di parlarle della villa di Miseno, e della mia vita
tranquilla colà! Io la baciai allora. Può essa aver scordato quel
bacio? Io non l'ho dimenticato. Io l'amo. -- Nessuno sa in città che
ho ritrovato la mia famiglia. Non l'ho detto all'Egiziana; ma questa
piccina si rallegrerà della mia gioia e darà loro il benvenuto con
la mano e col cuore. Essa sarà un'altra figlia per mia madre, e una
sorella per Tirzah. Io vorrei svegliarla e dirle tutte queste cose, ma
-- o maledetta maga d'Egitto! -- come potrei avere il coraggio di parlare
a lei? Io andrò via, aspetterò un'occasione migliore. Dormi in pace
Ester, figlia amorosa, fiore di Giuda!» --
E, in silenzio, camminando in punta di piedi, si ritirò.
CAPITOLO VIII.
Le vie e i ritrovi pubblici della città rigurgitavano di gente, che
andava e veniva, attorniava cantando e felice i grandi fuochi, e mirava
i pezzi di carne che giravano allo spiedo.
L'aria era impregnata dell'odor di carne abbruciata e del fumo del
legno di cedro. Era questa l'occasione in cui ogni figlio d'Israele era
fratello ad ogni figlio d'Israele, e l'ospitalità non conosceva limiti;
da ogni parte sorgevano grida verso Ben Hur. -- «Fermati e godi con noi.
Siamo tutti fratelli nell'affetto del Signore!» -- Ringraziando con la
voce e col gesto, egli continuava frettolosamente la sua strada verso
il Khan, con l'intenzione di montar subito a cavallo e raggiungere le
tende del Cedron.
Il suo cammino lo condusse ad attraversare la via che doveva diventare
così mestamente celebre nel mondo cristiano. Anche qui fervevano le
liete cerimonie. Guardando su per la strada, vide le fiamme di alcune
torcie in movimento, svolazzanti al vento come pennoni; ed osservò che
dove passavano le torcie, i canti e le risa tacevano. La sua meraviglia
raggiunse il colmo però, quando, attraverso il fumo e le scintille
turbinanti, scorse il luccichio di lancie e di corazze, rivelanti
la presenza di soldati Romani. Che cosa facevano essi, i beffardi
legionari, in mezzo ad una processione Ebrea?
Era una cosa inaudita, ed egli si arrestò, fremendo.
La luna brillava; ma, come se la sua luce e quella delle torcie,
e il bagliore dei fuochi nella strada non bastassero, alcuni della
processione recavano lanterne. Pensando che in questo fatto avrebbe
potuto trovare una spiegazione dell'enigma, Ben Hur si avanzò nella
via in modo da poter osservare da vicino i componenti la processione.
Le torcie e le lanterne erano portate da schiavi ciascuno armato con
mazze ferrate e giavellotti. Il compito di questi mazzieri sembrava
esser quello di rischiarare la strada e di indicare gli ostacoli ad
alcuni dignitari che li seguivano -- sacerdoti e dottori, rabbini dalle
lunghe barbe, fitte sopraciglie e nasi a becco, personaggi influenti
nei consigli di Hannas e Caifa. Dove potevano andare? Non al Tempio
certamente, perchè la via da Sion, donde questi sembravano venire, alla
sacra casa, conduceva lungo lo Xisto. E il loro scopo? Non pacifico --
altrimenti, perchè la presenza dei soldati?
Mentre la processione passava, l'attenzione di Ben Hur era specialmente
attratta da tre uomini, camminanti l'uno vicino all'altro, alla
testa del corteo, immediatamente preceduti dai lampadofori, i quali
sembravano usar loro speciale deferenza. Nel personaggio a sinistra
del gruppo egli riconobbe il capo dei custodi del Tempio: quello a
destra era un sacerdote; l'uomo nel mezzo non era così facilmente
classificabile, poichè camminava pesantemente, appoggiandosi alle
spalle degli altri due, con la testa piegata innanzi sul petto.
La sua apparenza era quella di un prigioniero non ancora rinvenuto
dallo spavento dell'arresto, o che veniva condotto a qualche cosa
di terribile -- la tortura, o la morte. I due dignitari a destra e a
sinistra lo aiutavano premurosamente, rivelando che, s'egli non era il
personaggio principale della processione, aveva certamente rapporti
importanti con essa -- forse era un testimonio o una guida -- forse un
delatore.
Con perfetta disinvoltura Ben Hur si insinuò nel corteo, camminando
a fianco del sacerdote. Se soltanto l'uomo avesse sollevato la testa?
E dopo qualche passo il suo desiderio fu esaudito. La testa si alzò,
rivelando, alla luce delle lanterne, un volto pallido, magro, contratto
dal terrore; la barba arruffata; gli occhi velati, infossati, portanti
l'espressione della disperazione. Seguendo davvicino il Nazareno, Ben
Hur aveva imparato a conoscere i discepoli, come il Maestro; ed ora,
vedendo quel triste volto, esclamò:
-- «L'Iscariota!» --
Lentamente l'uomo girò il capo verso di lui, fissandolo con i grandi
occhi sbarrati, e le labbra si mossero, come per pronunciare qualche
parola; ma il sacerdote si interpose.
-- «Chi sei tu? Va per i fatti tuoi!» -- disse a Ben Hur, sospingendolo
con violenza.
Il giovine prese lo spintone di buon umore, e aspettando l'occasione,
si frammischiò nuovamente al corteo. In questo modo percorse tutta la
lunghezza della via, l'affollata pianura fra la collina di Bezetha
e il Castello di Antonia, fino alla Porta delle Pecore. Dappertutto
s'incontravano gruppi di persone, intente a celebrare riti religiosi.
Essendo la notte di Pasqua, i battenti della Porta erano spalancati. I
custodi se n'erano andati e la processione passò liberamente. Davanti
ad essa si stendeva il profondo burrone del Cedron, ombreggiato dal
Monte Oliveto, coi suoi boschi di cedro e di ulivi, neri, e spiccanti
sinistramente contro il cielo illuminato dalla luna. Due strade
s'incrociavano davanti alla Porta, una a nord ovest, e l'altra verso
Bethania. Prima che Ben Hur avesse tempo di capire se la processione si
fermerebbe, o, proseguendo, quale delle due strade avrebbe preso, fu
spinto da essa giù verso la vallata. Nessun indizio rivelava lo scopo
della marcia misteriosa.
Giù nel burrone e sopra il ponte, passò la comitiva, con le torce
fiammeggianti e le mazze ferrate calpestando rumorosamente il terreno;
poi piegò a sinistra, nella direzione di un orto d'ulivi, chiuso da
un muro bianco. Ben Hur sapeva che quel luogo era deserto, tranne
per alcuni tronchi nodosi e un grande triangolo di pietra, usato dai
contadini per schiacciare l'olio dalle bacche. Mentre stava pensando,
pieno di meraviglia, che cosa potesse cercare la comitiva in un tal
luogo, tutti si fermarono. Si udirono voci concitate partire dalla
testa della processione; un fremito corse di uomo in uomo; vi fu una
confusione e un rinculare generale; solo i soldati rimasero fermi al
loro posto.
In un attimo Ben Hur si liberò dalla folla, e corse innanzi. Si trovò
davanti a una porta di cui il cancello era stato abbattuto, e con uno
sguardo dominò tutta la scena.
In mezzo all'orto stava un uomo, in bianche vesti, il capo scoperto,
le mani incrociate sul petto -- una figura esile e curva, coi lunghi
capelli e il volto scarno -- in atto di rassegnazione e di attesa.
Era il Nazareno!
Dietro di lui, in gruppo, stavano i discepoli. Essi sembravano in preda
ad una grande agitazione. Egli invece appariva assai calmo. La luce
delle torcie illuminava il suo volto e dava ai suoi capelli una tinta
più rossa del naturale; ma l'espressione del volto, era come sempre,
piena di bontà e di compassione.
Davanti a questa mite apparizione stava la plebaglia, muta, umiliata,
atterrita -- pronta al primo segno d'ira a voltare le spalle e fuggire.
Da quella a lui, da lui a Giuda Iscariota, Ben Hur guardò con rapido
sguardo. E comprese.
Là era il traditore, qua il tradito; e questi schiavi, con torcie e
mazze, e questi legionarî, dovevano eseguire l'arresto.
Un uomo non può sempre dire in precedenza ciò che farà in una data
circostanza. Questa era l'occasione che Ben Hur aveva atteso, per cui
s'era da tanti anni preparato. L'uomo, la cui causa egli aveva sposata,
e sulla cui vita aveva costruito un tanto edificio, era in pericolo:
pure egli stette dubbioso. Tali contraddizioni esistono nella natura
umana! Inoltre quella stessa calma con la quale l'essere misterioso
fronteggiava la turba e la teneva in soggezione, persuadeva Ben Hur
della presenza di una forza superiore e secreta, sulla quale il tradito
poteva fare affidamento. Pace ed amore e abnegazione avevano formato il
substrato delle dottrine del Nazareno; avrebbe messo in pratica i suoi
insegnamenti? Egli era padrone della vita, poteva toglierla e ridarla
a piacimento: quale uso avrebbe fatto di questa forza? Difendersi?
E come? Una parola, un respiro, un pensiero bastavano. Nella sicura
fiducia che egli stava per assistere ad una manifestazione stupefacente
di questa forza, Ben Hur attese immobile. E in tutto questo, egli non
pensava al Maestro che come a un uomo, e lo misurava alla stregua dei
propri sentimenti.
Chiara e distinta si levò la voce di Cristo.
-- «Chi cercate?» --
-- «Cristo di Nazareth» -- rispose il sacerdote.
-- «Io sono quegli.» --
A queste semplici parole, pronunciate senza passione o paura, la turba
si ritrasse di parecchi passi, e i più timidi fra essa si gettarono a
terra tremando. Forse lo avrebbero lasciato stare e sarebbero partiti,
se Giuda non si fosse avvicinato a lui.
-- «Salve, Maestro!» --
E con questo saluto amichevole, lo baciò.
-- «Giuda!» -- disse il Nazareno con mitezza, -- «tradisci tu il Figlio
dell'uomo con un bacio? Perchè sei tu, venuto?» --
Non ricevendo risposta, il Maestro si volse nuovamente verso la folla:
-- «Chi cercate?» --
-- «Cristo di Nazareth.» --
-- «Vi ho detto ch'io sono colui. Se mi cercate, lasciate dunque che
questi partano in pace.» --
A quelle parole i Rabbini si avanzarono, e indovinando il loro scopo,
alcuni dei discepoli, pei quali Egli aveva supplicato, balzarono
innanzi a lui: uno di essi troncò l'orecchio ad un assalitore, senza
per questo salvare il Maestro. E Ben Hur non si mosse! No. Neppure
quando gli ufficiali apprestarono le corde per legare il Nazareno, e
questi compì l'atto sublime di carità, ahimè! uno degli ultimi della
sua vita.
-- «Non soffrire più oltre» -- egli disse all'uomo ferito, e lo guarì col
contatto della sua mano.
Amici e nemici si guardarono stupefatti -- gli uni che egli potesse fare
un tale atto, gli altri ch'egli lo facesse in tali circostanze.
-- «Certamente egli non si lascierà legare!» --
Così pensò Ben Hur.
-- «Deponi la tua spada; la coppa che mio Padre mi tende, non dovrò io
vuotarla?» -- Dal suo seguace il Nazareno si volse agli assalitori.
-- «Perchè siete venuti incontro a me come contro un ladro, con spade
e bastoni? Io fui con voi tutti i giorni nel Tempio, e non m'avete
arrestato; ma questa forse è l'ora vostra e della potenza delle
tenebre.» --
La pattuglia riprese coraggio e lo circondò; e quando Ben Hur girò gli
occhi in cerca dei fedeli -- essi erano spariti, -- non uno rimaneva.
Intorno all'uomo abbandonato si agitava la folla, rumorosa,
affaccendata. Di tanto, in tanto fra le torcie, e il fumo, e il mare di
teste ondeggianti, egli intravvedeva il prigioniero, e una grande pietà
gli stringeva il cuore per quell'uomo senza amici e derelitto. Ma pure
egli pensava -- quell'uomo avrebbe potuto difendersi, avrebbe potuto
uccidere con uno sguardo i suoi avversari, e non aveva voluto. Qual'era
questa coppa che suo padre gli aveva dato da vuotare? E qual'era il
padre al quale si doveva una tale obbedienza? Mistero sopra mistero.
Appena la plebaglia si volse per tornare in città, i soldati si misero
alla testa della comitiva. Ben Hur era irrequieto, malcontento di sè
stesso. Egli sapeva che dove le torcie erano più fitte, là si trovava
il Nazareno. Lo avrebbe ricercato, gli avrebbe fatto una domanda.
Spogliandosi della lunga sopraveste e del fazzoletto da capo, che gettò
sopra il muro dell'orto, egli rincorse la processione e si mescolò con
essa. Facendosi strada faticosamente fra la calca, pervenne alla fine
presso all'uomo che teneva i capi della corda con cui il prigioniero
era legato.
Il Nazareno camminava lentamente, con la testa piegata, le mani
annodate dietro la schiena; i capelli piovevano con disordine sopra
il suo viso, e la curva delle spalle era più accentuata del solito.
Apparentemente era inconscio di quanto avveniva intorno a lui. Lo
precedevano, di pochi passi, sacerdoti e patriarchi, che discorrevano
animatamente fra loro e di tanto in tanto si voltavano indietro. Quando
arrivarono sul ponte sopra la gora, Ben Hur prese la corda di mano allo
schiavo, e si avvicinò al Nazareno.
-- «Maestro, maestro!» -- egli sussurrò frettolosamente. -- «M'odi,
Maestro? Una parola -- una parola. -- Parla!» --
L'uomo della corda la pretendeva violentemente.
-- «Dimmi,» -- continuò Ben Hur -- «vai tu con questi uomini di tua libera
volontà?» --
Il popolo lo attorniava iracondo e gli urlava nelle orecchie:
-- «Chi sei tu? Che cosa vuoi?» --
-- «O Maestro» -- proseguì Ben Hur, con voce piena di angoscia. -- «Io
sono un tuo amico e seguace. Dimmi, ti supplico: se io ti porto aiuto,
lo accetterai?» --
Il Nazareno non alzò il capo, nè diede alcun segno di avere inteso.
Ma una voce sussurrava a Ben Hur giustificando questo silenzio: --
«Lascialo stare» -- essa sembrava dirgli. -- «I suoi amici lo hanno
abbandonato; il mondo lo ha rinnegato; nell'amarezza del suo cuore egli
ha detto addio agli uomini; egli va verso un destino ignoto, e non gli
importa di conoscerlo. Lascialo stare.» --
Ben Hur dovette desistere. Una ventina di pugni erano tesi contro di
lui da ogni parte. La plebaglia urlava: -- «Egli è uno dei suoi amici!
Ammazzatelo! -- a morte, a morte!» --
L'ira accrebbe forza a Ben Hur, il quale liberandosi con violenza dalle
mani che lo afferravano, giuocò vigorosamente di mulinello col pugno
e riuscì a farsi strada attraverso la turba che lo stringeva da ogni
banda. Con la tunica a brandelli, quasi nudo, e grondante di sudore
dalla fatica riuscì finalmente a fuggire nel burrone, che nascondendolo
con le sue ombre amiche gli offrì temporaneo asilo e salvezza.
Quando il pericolo fu sparito, Ben Hur riprese la veste che aveva
lasciata sul muro dell'orto e rientrò in città, al suo Khan, donde,
fattosi sellare il cavallo, partì alla volta delle tende presso la
tomba dei Re.
Cavalcando, egli si promise di rivedere il Nazareno all'indomani.
Lo promise, non sapendo che il povero derelitto era stato condotto
immediatamente in casa di Hannas, per essere giudicato quella stessa
notte.
Il cuore del giovane era pesante, e quando egli si distese sopra il
suo giaciglio, non potè per lungo tempo prender sonno; perchè ora
veramente questo rinnovellato regno Giudeo si risolveva nella sua vera
essenza, ed appariva un sogno. È terribile vedere gli edifici che la
nostra speranza innalza, precipitare l'uno dopo l'altro, senza dar
tempo all'anima di riaversi, all'orecchio di dimenticare il frastuono
della prima ruina; ma quando tutti quanti precipitano insieme -- come
navi che affondano, -- come case che crollano in un terremoto -- lo
spirito che sa sopportare il disastro con calma, è dotato di una
tempra superiore alla comune -- e Ben Hur non era di quelli. Fissando
gli sguardi nell'avvenire egli cominciò a intravvedere i brani di una
vita serenamente bella, con un tranquillo focolare invece di un palazzo
reale, e con Ester sua sposa. Più volte nel lento volgere delle ore
notturne, egli pensò alla villa di Miseno, immaginando la figura della
sua bella compagna aggirantesi in quei superbi atri Romani, per quei
sentieri fioriti, per la spiaggia di quel mare così azzurro, sotto alla
volta del bel cielo Napoletano.
In altre parole una nuova crisi sconvolgeva Ben Hur, crisi che solo
l'incontro col Nazareno all'indomani, poteva risolvere.
CAPITOLO IX.
La mattina appresso, circa all'ora seconda, due uomini giunsero di
galoppo alla tenda di Ben Hur, e, smontando, chiesero di parlargli.
Egli non era ancora alzato, ma ordinò che fossero subito ammessi.
-- «Pace a voi, fratelli» -- egli disse, poichè erano dei suoi Galilei,
ufficiali fidati. -- «Sedete.» --
-- «No» -- disse il più anziano bruscamente, -- «sedersi e fare il proprio
comodo significa lasciar morire il Nazareno. Alzati, figlio di Giuda, e
vieni con noi. Il giudizio è stato pronunciato. L'albero della croce è
già pronto sul Golgota.» --
Ben Hur sbarrò gli occhi.
-- «La croce!» -- era tutto quanto potè dire al momento.
-- «Lo presero ieri notte e lo processarono» -- continuò l'uomo. --
«All'alba lo condussero davanti a Pilato. Due volte il Romano negò
la sua colpa; due volte si rifiutò di condannarlo. Finalmente se ne
lavò le mani, e disse: -- «La responsabilità sia vostra.» -- Ed essi
risposero...»
-- «Chi rispose?» --
-- «Essi -- i sacerdoti ed il popolo -- «Il suo sangue cada su di noi e
sopra i nostri figli.» --
-- «Santo padre Abramo!» -- esclamò Ben Hur. -- «Un Romano più benigno con
un Israelita che i suoi compaesani? E se -- ah, se egli fosse veramente
il figlio di Dio, chi laverà mai da quel sangue i loro figliuoli? Non
deve essere -- è tempo di combattere!» --
Il suo volto assunse un'espressione di risolutezza, ed egli battè le
mani.
-- «I cavalli -- presto!» -- gridò all'Arabo che si presentò a quel
segnale. -- «E di' ad Amrah di mandarmi abiti nuovi, e di portarmi
la mia spada! È tempo di morire per Israele, amici. Aspettatemi di
fuori.» --
Mangiò un tozzo di pane, trangugiò una ciotola di latte, ed uscì.
-- «Dove vuoi andare?» -- chiese il Galileo.
-- «A raccogliere le legioni!» --
-- «Ahimè!» -- rispose l'uomo, giungendo le mani.
-- «Che cosa è successo?» --
-- «Maestro» -- l'uomo disse vergognosamente -- «io ed il mio amico siamo
i soli rimasti fedeli. Gli altri hanno seguito i sacerdoti.» --
-- «Perchè?» -- chiese Ben Hur, arrestando il cavallo.
-- «Per ucciderlo.» --
-- «Il Nazareno?» --
-- «Hai detto.» --
Ben Hur guardò lentamente dall'uno all'altro. Gli sembrava di udire le
parole della notte scorsa: -- «La coppa che mio Padre mi ha dato, non
dovrò io vuotarla?» --
Ed egli ripeteva di nuovo nell'orecchio al Nazareno: -- «Dimmi, se io ti
porto aiuto, lo accetterai?» -- Allora vide chiaro dinanzi agli occhi.
La sua morte era decisa. Quell'uomo l'aveva preveduta e le era andato
incontro con piena coscienza, dal primo giorno della sua missione.
Essa gli era imposta da Dio, ed egli l'aveva spontaneamente accettata:
che cosa potevano fare gli uomini per impedirla?
Con infinita amarezza pensò alla rovina del suo disegno, al tradimento
dei Galilei. Strano che dovesse capitare proprio quella mattina!
Un senso di paura lo colse.
Era possibile che tutto il suo lavoro, i tesori profusi, le sofferenze
patite, non fossero stati che un empio contendere con la volontà
divina?
Quando raccolse le redini, e disse -- «Andiamo avanti, fratelli» -- egli
non scorgeva innanzi a sè che dubbio ed incertezza. Le sue facoltà
s'erano ottuse, e non sapeva prendere una risoluzione.
-- «Andiamo fratelli; andiamo sul Golgota.» --
Passarono attraverso gruppi di persone eccitate che traevano come essi
verso sud. In tutta la parte occidentale della città regnavano insolito
subbuglio e agitazione.
Avendo udito che la processione con il condannato sarebbe passata in
prossimità alle grandi torri bianche costruite da Erode, i tre amici
volsero i cavalli in quella direzione, passando a sud ovest di Akra.
Nella valle sotto lo stagno di Ezechia, la moltitudine era così densa,
che essi, non potendo farsi strada, dovettero smontare e rifugiarsi
dietro all'angolo di una casa.
Sembrava loro di trovarsi sulle sponde d'un fiume, ad osservare la
corrente che passava; tale era il flusso continuo del popolo.
Vi sono alcuni capitoli nel Primo Libro di questo racconto, che furono
scritti con l'intenzione di dare al lettore un'idea degli elementi che
componevano la nazione Ebraica ai tempi di Cristo.
Furono anche scritti in previsione di questa scena, e chi li ha letti
attentamente, può immaginarsi lo spettacolo che si offriva a Ben Hur --
lo spettacolo di tutto un popolo che accompagnava un uomo alla morte.
Per mezz'ora, la corrente passò davanti a Ben Hur ed ai suoi compagni,
incessante, varia, agitata. Alla fine di quel tempo egli avrebbe
potuto dire: -- «Io ho veduto tutte le caste di Gerusalemme, tutte le
sette della Giudea, tutte le tribù d'Israele, tutte le nazionalità
della terra! Ebrei della Libia, Ebrei d'Egitto, Ebrei d'Antiochia e
del Reno, di tutti i paesi dell'Oriente e dell'Occidente, sfilavano,
senza posa; a piedi, a cavallo, sopra cammelli, in lettighe, su cocchi,
con tutta la infinita varietà di costumi, e, allo stesso tempo, con
quella meravigliosa rassomiglianza di fisionomia che ancor oggi è
caratteristica ai figli d'Israele, sparsi come sono in tutte le regioni
del mondo, sotto climi, e in ambienti diversi; sfilavano, parlando ogni
lingua conosciuta, in fretta, ansiosi, pigiandosi -- e tutti per veder
morire il povero Nazareno, crocefisso come un malfattore.
Ma non tutti erano Ebrei. Ad ingrossare la folla venivano migliaia di
Greci, Romani, Arabi, Siri, Africani, Egiziani, Persiani. Cosicchè,
studiando quella massa, sembrava che tutto il mondo vi fosse
rappresentato, e volesse assistere alla crocifissione.
La turba era stranamente tranquilla. Il calpestìo di qualche cavallo,
il rumore delle ruote e qualche grido, erano i soli suoni che si
distinguevano sopra il sordo fruscio di quella immensa massa in moto.
I volti di tutti portavano l'impressione di uomini che si affrettavano
a vedere un terribile spettacolo, qualche improvvisa rovina, una
ignota calamità. E da questi segni Ben Hur giudicò che si trattasse
di forestieri venuti per Pasqua in città, estranei alla condanna del
Nazareno, possibilmente suoi amici.
Finalmente, nella direzione delle grandi torri, Ben Hur udì, dapprima
fievole per la distanza, poi più distinto, il clamore di molti uomini.
-- «Attenti! Essi vengono!» -- disse uno dei Galilei.
Il popolo nella via si fermò ad ascoltare, ma, quando quelle grida
furono vicine, ognuno si guardò in volto atterrito, e tremando proseguì
la sua strada.
Il vociare cresceva di minuto in minuto, e tutta l'aria ne risuonava,
quando Ben Hur vide i servitori di Simonide avanzare col loro padrone
in portantina, ed Ester che gli camminava al fianco.
Li seguiva una lettiga coperta.
-- «Pace a te, o Simonide -- e a te, Ester» -- disse Ben Hur, andando
loro incontro. -- «Se siete diretti al Golgota, fermatevi finchè passa
la processione, ed io vi accompagnerò. Qui all'ombra della casa potete
riposare.» --
Il capo del negoziante era chino sul petto. -- «Parla a Balthasar» --
rispose, -- «la sua volontà sarà la mia. Egli è nella lettiga.» --
Ben Hur si affrettò ad alzare le cortine. L'Egiziano vi giaceva dentro,
col volto così sparuto e pallido come quello di un cadavere.
La proposta gli fu comunicata.
-- «Possiamo vederlo?» -- chiese con un fil di voce.
-- «Il Nazareno? sì; egli deve passare a pochi passi da noi.» --
-- «O Signore» -- esclamò il vecchio con ardore. -- «Mi sia dato di
vederlo una sol volta, una sol volta ancora! Oh qual giorno terribile
per il mondo!» --
Poco dopo, tutta la comitiva aspettava dietro all'angolo della casa.
Poche parole furono scambiate. Balthasar uscì a stento dalla lettiga, e
rimase in piedi, sorretto da un servitore. Ester e Ben Hur si strinsero
intorno a Simonide.
Intanto la sfilata continuava, se possibile, più fitta di prima. Le
grida risuonavano vicine, alte, crudeli, beffarde. Finalmente giunse la
processione.
-- «Guarda!» -- disse Ben Hur con amarezza. -- «Questa gente che viene
adesso rappresenta Gerusalemme!» --
Alla testa della processione veniva un esercito di ragazzi urlando
e schiamazzando: -- «Il Re degli Ebrei! Largo, largo per il Re degli
Ebrei!» --
Simonide li osservò, e con voce grave, disse: -- «Quando questi saranno
uomini, figlio di Hur, che sventura per la città di Salomone!» --
Una schiera di legionari, in armature scintillanti, seguì in file
serrate, stolidi e indifferenti.
Poi venne il NAZARENO!
Era quasi morto. Ad ogni passo barcollava come se volesse cadere.
Una veste macchiata e a brandelli pendeva dalle sue spalle, sopra la
semplice tunica grigia.
I piedi nudi lasciavano chiazze di sangue sul lastricato. Un'iscrizione
sopra un asse era appesa al suo collo, e una corona di spine era stata
calcata sulle sue tempie, producendo crudeli ferite, dalle quali il
sangue era uscito a rigagnoli, ed ora coagulato e secco gli imbrattava
il viso e il collo.
La pelle, dove appariva, aveva un pallore spettrale.
Le sue mani erano legate.
Un contadino portava la sbarra trasversale della croce, sotto il
peso della quale egli era caduto poco prima. Quattro soldati lo
accompagnavano quale guardia contro la plebaglia, che, ciò non ostante,
di tanto in tanto si rompeva un passaggio fino a lui e lo percuoteva
con bastoni e gli sputava addosso.
Non un suono sfuggiva dalle sue labbra, nè d'ira, nè di lamento.
Quando passò davanti a Ben Hur e la sua compagnia egli alzò gli occhi.
Ester si aggrappò al padre; ed egli stesso tremò. Balthasar cadde a
terra senza una parola.
Anche Ben Hur gridò: -- «O mio Dio, mio Dio!» -- Allora, come se intuisse
i loro sentimenti o avesse udito l'esclamazione, il Nazareno voltò la
sua faccia sparuta verso di essi, e girò gli occhi lentamente dall'uno
all'altro. Quello sguardo rimase scolpito nel loro cuore per tutta la
vita. Essi vedevano ch'egli pensava a loro, non a sè, ed i suoi occhi
moribondi esprimevano la benedizione che le sue labbra non potevano
profferire.
Simonide si scosse: -- «Dove sono le tue legioni, figlio di Hur?» --
-- «Chiedilo ad Hannas; egli potrà risponderti meglio di me.» --
-- «Chè? Infedeli?» --
-- «Tutti, tranne questi due.» --
-- «Allora tutto è perduto e il buon uomo deve morire!» --
Il volto del negoziante si contrasse nervosamente, e il capo gli
ricadde sul petto. Egli aveva compiuto la sua parte nell'opera di Ben
Hur, e, come quegli, provava tutta l'angoscia davanti alla ruina del
comune edificio.
Due altri uomini seguivano il Nazareno, ciascuno con le sbarre della
loro croce.
-- «Chi sono questi?» -- chiese Ben Hur ai Galilei.
-- «Ladri, condannati a morire col Nazareno» -- risposero essi.
Poi veniva un personaggio, nei ricchi abbigliamenti di Primo Sacerdote,
con la mitra sul capo, circondato dai custodi del Tempio; e dopo di
lui, in gruppi, venivano i membri del Sinedrio, e un lungo corteo di
sacerdoti, in semplici vestaglie bianche, e mantelli variopinti.
-- «Il genero di Hannas,» -- mormorò Ben Hur.
-- «Caifa? L'ho veduto» -- rispose Simonide, aggiungendo, dopo una
pausa, in cui aveva esaminato l'orgoglioso pontefice. -- «Ed ora sono
convinto. Con la sicurezza che scaturisce dalla coscienza illuminata,
con assoluta certezza -- ora so, che Colui che precede gli altri, è ciò
che l'iscrizione intorno al suo collo lo proclama -- RE DEGLI EBREI.
-- Un uomo volgare, un impostore, un malfattore non fu mai scortato
alla morte da un tale corteo. Perchè guarda! Qui sono le nazioni --
Gerusalemme, Israele. Qui è l'efodo, qui l'azzurro mantello con l'orlo
d'oro, e gli ornamenti non mai visti in istrada dal giorno che Jaddua
andò incontro al Macedone -- tutte prove che il Nazareno è Re. O se
potessi alzarmi e seguirlo!» --
Ben Hur lo ascoltò meravigliato; e subito Simonide continuò
impazientito: -- «Parla a Balthasar, ti prego, e andiamo. Ora viene la
feccia di Gerusalemme.» --
Allora Ester parlò:
-- «Io vedo alcune donne che si avanzano piangendo. Chi sono
esse?» --
Seguendo la direzione della sua mano, essi videro quattro donne in
lacrime; una di esse si appoggiava al braccio di un uomo, d'apparenza
non dissimile al Nazareno. Ben Hur diede risposta:
-- «Quell'uomo è il discepolo favorito del Nazareno. Colei che si
appoggia al suo braccio è Maria, madre del Maestro, e le altre sono
donne amiche, della Galilea.» --
Ester seguì il triste gruppo con gli occhi pieni di lacrime, finchè la
folla glielo nascose.
Il lettore non deve immaginare che questi discorsi venissero profferiti
in mezzo alla quiete; al contrario, le parole venivano gridate ad
alta voce, come da gente che parla in alto mare, quando i marosi si
scagliano spumeggiando contro gli scogli. Solo a questo frastuono si
può paragonare il clamore della folla.
La dimostrazione era il prodromo di quei tumulti, che trent'anni
più tardi, sotto il dominio delle fazioni, dovevano dilaniare la
Città Sacra; era numerosa al pari di quelli, e i suoi elementi più
clamorosi erano i medesimi -- schiavi, guidatori di cammelli, custodi,
carrettieri, venditori ambulanti, vinajoli, proseliti, e forastieri
non proseliti, guardiani, e operai del Tempio, ladri, predoni, e
quelle centinaia di persone non appartenenti a nessuna professione
stabile, lecita od illecita, che ingrossano sempre una folla come
questa, gente uscita non si sa da dove, affamata, spirante il tanfo di
tombe e di caverne; miserabili seminudi, dai capelli arruffati, dai
volti sinistri, con bocche spalancate da cui uscivano urli selvaggi
come ruggiti di belve. Alcuni erano armati di spade; la maggior parte
brandiva lancie e giavellotti, mentre non mancavano armi d'altro
genere, mazze, bastoni, pugnali, frombe. Fra questa massa abbietta,
apparivano di tanto in tanto personaggi di alto bordo, -- scribi,
dottori, rabbini, Farisei austeri, Sadducei in ricchi vestiti, che
pel momento sembravano essere i capi e i direttori della plebaglia.
-- Se una gola si stancava d'un grido, essi ne inventavano uno nuovo;
se qualche polmone di bronzo cessava di urlare, erano essi che lo
stimolavano a nuovi sforzi; eppure, quel clamore, così terribile e
assordante era prodotto dalla ripetizione di poche sillabe: -- «Re degli
Ebrei! -- Largo al Re degli Ebrei! Abbasso il contaminatore del Tempio!
Alla Croce, alla Croce!» -- Quest'ultimo era il grido più alto e più
comune come quello che meglio esprimeva l'odio del popolo contro il
Nazareno.
-- «Vieni,» -- disse Simonide, quando Balthasar fu pronto -- «Vieni,
continuiamo.» --
Ben Hur non udì l'appello. L'aspetto di quella parte di processione
che allora passava, la sua brutalità, la sua sete di sangue, gli
ricordavano il Nazareno -- la sua mitezza, i molti atti di carità
ch'egli aveva veduto compiere da lui per gli infelici e per i
sofferenti. Di pensiero in pensiero, egli si ricordò il proprio
debito di riconoscenza verso quell'uomo; la volta ch'egli medesimo,
giovinetto, scortato da soldati Romani, era condotto ad un supplizio
ch'egli supponeva non meno certo e terribile di questo della croce; il
sorso d'acqua alla fonte di Nazareth, e la divina espressione del volto
di colui che gliela offrì; più tardi, il miracolo della domenica delle
Palme. Di fronte a questi ricordi, la propria impotenza di rendere
aiuto al suo benefattore lo punse amaramente, ed egli si fece mille
accuse. Egli non aveva fatto tutto quanto gli era stato possibile;
avrebbe potuto vigilare i suoi Galilei, mantenerli fedeli e pronti; e
questo -- ah! questo era il momento di colpire! Una carica bene eseguita
in questo momento, non avrebbe soltanto disperso la plebaglia e
liberato il Nazareno: sarebbe stata la fanfara che chiamava a raccolta
Israele, e avrebbe precipitato quella sognata guerra d'indipendenza, da
troppo tempo differita. L'occasione stava svanendo; i minuti volavano,
e una volta perduta.... -- Dio d'Abramo! Non c'era nulla da fare --
nulla?
In quella il suo occhio scorse un gruppo dei suoi Galilei. Egli si
gettò attraverso la folla, e li raggiunse.
-- «Seguitemi,» -- egli disse -- «ho bisogno di parlarvi.» --
Gli uomini obbedirono, e quando furono sotto l'asilo della casa, egli
disse.
-- «Voi siete di quelli che presero le mie spade, e giuraste con me di
combattere per la libertà e per il Re che doveva venire. Ora avete le
spade, e il tempo di usarle è giunto. Andate, cercate dappertutto,
chiamate a raccolta i vostri fratelli, e dite loro di trovarsi
all'albero della croce, che stanno apprestando pel Nazareno. Presto,
andate! Il Nazareno è il Re, e la libertà muore con lui.» --
Essi lo guardarono rispettosamente, ma non si mossero.
-- «Avete inteso?» -- egli gridò.
Uno di essi rispose:
-- «Figlio di Giuda» -- sotto questo nome essi lo conoscevano -- «Figlio
di Giuda, tu sei stato ingannato, con noi e i nostri fratelli, che
abbiamo le tue spade. Il Nazareno non è il Re, e non ha l'animo di un
Re. Noi eravamo con lui il giorno che entrò in Gerusalemme; lo vedemmo
nel Tempio, ed egli ha mancato a sè, a noi, ad Israele; alla Porta
Magnifica egli voltò le spalle a Dio, e rifiutò il trono di Davide.
Egli non è Re, e la Galilea non è con lui. Ch'egli muoia. Ma odimi,
figlio di Giuda. Noi abbiamo le tue spade, e siamo pronti a sfoderarle
per la causa della libertà! Noi ti aspetteremo sotto l'albero della
croce.» --
Ben Hur sentiva che questo era il momento supremo della sua vita. Se
egli avesse accettato quest'offerta, e detto una parola, la storia
della Giudea e forse quella del mondo sarebbero state diverse; ma
sarebbe stata storia fatta dagli uomini, e non ordinata da Dio, una
cosa che non poteva essere, nè sarà mai. Un insolito turbamento lo
assalì, di cui egli non seppe allora spiegare la ragione, ma che più
tardi attribuì al Nazareno; perchè, quando il Nazareno era risorto,
egli comprese come la sua morte fosse stata necessaria per la fede
della risurrezione, senza la quale la religione Cristiana sarebbe
ancor oggi una vuota parola. Questo turbamento lo privò della facoltà
di raccogliere i suoi pensieri, di prendere una decisione; -- egli si
sentì inetto e debole, quasi senza parola. Coprendosi il volto con le
mani, egli tremò, mentre l'animo suo era dilaniato, combattuto fra il
desiderio di accettare la proposta del Galileo, e la forza occulta che
ne lo distoglieva.
-- «Vieni; noi ti aspettiamo» -- disse Simonide per la quarta volta.
Meccanicamente egli si mosse e seguì la portantina e la lettiga. Ester
camminava presso di lui. Come Balthasar e i suoi amici, il giorno in
cui i tre saggi movevano all'appuntamento nel deserto, una mano ignota
lo guidava.
CAPITOLO X.
Quando la comitiva -- Balthasar, Simonide, Ben Hur, Ester e i due fedeli
Galilei -- giunse sul luogo della crocifissione, Ben Hur ne era alla
testa e la guidava. Come aveva potuto farsi strada attraverso la densa
calca del popolo agitato, egli non seppe mai; e neppure seppe quale
strada avesse seguito. Camminava in uno stato di completa incoscienza,
senza vedere, senza udire, senza un pensiero per ciò che avveniva
intorno a lui, senza la minima traccia di un proposito nella sua mente.
Un fanciullo non avrebbe potuto fare di meno per impedire il terribile
delitto a cui egli doveva assistere. Le intenzioni di Dio ci sono
sempre oscure e spesso incomprensibili, e tali sono i mezzi con cui
sono messi in attuazione.
Ben Hur si arrestò; coloro che lo seguivano fecero lo stesso. Come
si alza il sipario davanti agli spettatori, così la malìa di quel
dormiveglia lo abbandonò, ed egli riebbe la chiara percezione delle
cose.
Sulla sommità della collina, arrotondata come un teschio, era uno
spazio aperto, arido, polveroso, senza traccia di vegetazione. Limitava
questa radura una fitta siepe umana, urtata di dietro da una folla
tumultuante e curiosa. Una schiera di soldati Romani, disposti in
quadrato, teneva a distanza questo muro esterno. Un centurione vegliava
sui soldati.
Contro a questo muro rigido Ben Hur era stato sospinto, ed ora sostava,
col viso rivolto ad occidente. Quella collina era il Golgota degli
antichi Caldei, Calvario in latino e in italiano.
Il suo pendìo, con tutti gli avallamenti e tutte le sporgenze del suolo
presentavano uno strano spettacolo. Dovunque Ben Hur girava gli occhi,
non un palmo di terra, non una roccia, non un filo d'erba, ma solo un
mare sterminato di visi umani. Erano i volti di tre milioni d'uomini,
e tre milioni di cuori battevano nei loro petti. Ogni occhio era
rivolto con appassionato interessamento verso la scena che si svolgeva
sulla collina. Indifferenti, quanto ai ladri, tutti erano intenti alla
figura del Nazareno, oggetto di odio, di paura e di curiosità. -- Egli
che tutti li abbracciava col suo affetto e che stava per morire per
essi. --
Lo spettacolo di una grande assemblea di persone ha lo stesso fascino
straordinario che esercita su di noi il mare agitato; ma Ben Hur
degnò la folla di un solo sguardo passeggiero, tutta la sua attenzione
essendo attratta a ciò che avveniva nello spazio vuoto prima descritto.
Sulla collina, più alto del muro vivente che lo circondava, attorniato
da un gruppo di dignitari, stava il primo sacerdote, distinto dagli
altri per la sua mitra, le sue ricche vestimenta e il portamento
orgoglioso. Più alto ancora, si scorgeva il Nazareno, curvo e
sofferente, ma silenzioso. Una guardia beffarda aggiungendo l'ironia
alla corona di spine, gli aveva messo in mano una verga, a guisa
di scettro. Il clamore di quelle miriadi di persone giungeva a lui
come fiotti di mare che si abbattono ad uno scoglio. Risa, urla,
maledizioni, piovevano da ogni parte, e tutti gli occhi erano rivolti a
lui.
Fosse la pietà che lo commoveva, o un altro sentimento, Ben Hur si
avvide che un mutamento avveniva nel suo interno. Più chiara e più
nitida di mano in mano che vi pensava, cominciava ad albeggiare nella
sua mente la percezione di qualche cosa di più grande e migliore di
questa vita, di qualche cosa di tanto elevato, che poteva dare ad un
corpo debole la forza di sopportare le maggiori agonie sì morali che
fisiche, e tali da rendere fine la morte accetta -- forse un'altra
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