perplessità fu di brevissima durata; voltasi a Tirzah esclamò:
-- «Costui non può essere che il Messia!» -- e non pronunciò quelle
parole colla freddezza di chi razionalmente risolve un dubbio, ma da
donna d'Israele versata nelle promesse di Dio alla sua razza, da donna
giudiziosa e pronta a rallegrarsi del più piccolo sintomo che accenna
al compimento di quelle promesse. Poscia proseguì, con crescente
animazione: -- «Mi ricordo di un tempo in cui a Gerusalemme e in tutta
la Giudea correva la notizia della sua nascita, sì me lo ricordo. A
quest'ora egli deve essersi fatto uomo; dev'essere così, sì sì, è lui!
Amrah, noi verremo teco. Portaci l'anfora d'acqua che troverai nel
sepolcro e prepara il cibo; mangeremo e poi partiremo.» --
La refezione, anche perchè l'agitazione aveva tolto alle donne
l'appetito, fu brevissima, e presto furono in cammino. Un sol dubbio le
tormentava. L'uomo veniva da Bethania: ora da quella città tre strade
conducevano a Gerusalemme, una sul primo altipiano dell'Oliveto, la
seconda al piede dello stesso monte, la terza passava fra il secondo
altipiano ed il monte denominato dell'Offesa. Non distavano molto l'una
dall'altra, ma pure abbastanza per impedire a quelle sventurate di
vedere il Nazareno caso mai non seguissero la strada da lui percorsa.
Poche parole bastarono a convincere la madre che Amrah non conosceva
affatto il paese oltre la valle di Cedron, e ch'essa ignorava del pari
le intenzioni dell'uomo atteso. Incombendo pertanto a lei il dirigere
la spedizione, non si perde' in vane congetture.
-- «Andremo prima a Bethfage» -- esclamò. -- «Giunte colà, se il Signore
vorrà aiutarci, apprenderemo ciò che ci converrà di fare.» --
Scesero la collina fino a Tophet, presso il giardino del Re, e
sostarono sul sentiero segnato nel corso dei secoli dai passi di
innumerevoli viandanti.
-- «Non credo che prenderà questa strada,» -- osservò la vedova --
«sarà meglio scegliere la campagna fra le roccie e gli alberi. Oggi è
giorno di festa e vedo su quel versante indizii di folla che attende;
valicando qui il monte dell'Offesa potremo schivar la gente.» --
Tirzah, che aveva finora camminato con difficoltà, all'udire quella
proposta si sentì mancare.
-- «Il monte è ripido, madre, non potrò mai salirlo.» --
-- «Ricordati che andiamo a ricevere salute e vita. Guarda, figliuola
mia, come già splende il giorno, e se quelle donne laggiù, che vengono
al pozzo qui vicino, ci scorgono, ci scaglieranno contro delle pietre.
Andiamo, sii forte per questa volta.» --
Così la povera madre, quantunque essa stessa soffrisse atroci torture,
si provò ad infondere coraggio nella sua creatura. Amrah venne in suo
soccorso. Finora quest'ultima non aveva toccato le persone delle due
lebbrose, ma ora, a dispetto delle conseguenze, nonchè degli ordini
della padrona, quella donna sublime per abnegazione, s'appressò a
Tirzah, le prese amorosamente un braccio che si pose attorno al collo
sussurrando: -- «Appoggiati a me, sono forte, sai, quantunque vecchia,
la strada è breve. Andiamo, coraggio!» --
Il versante della collina ch'esse s'accingevano a salire, era spesso
interrotto da fossati e da ruderi d'antiche costruzioni, ma quando
finalmente si fermarono sulla vetta per riprendere lena e si trovarono
di fronte allo splendido panorama limitato dal Tempio coi suoi nobili
terrazzi, dal monte Sion, e dalle bianche sue torri confondentisi colle
nubi, la madre attinse nuova forza dal desiderio di vivere.
-- «Guarda, Tirzah» -- esclamò -- «come le lastre d'oro della Porta
Magnifica riflettono i raggi del sole quasi volessero rendere lo
splendore che ricevono! Non ti ricordi del tempo quando solevamo
andarvi insieme? Oh come sarà dolce il farvi ritorno! Pensa, cara, che
la nostra casa non è lontana! mi pare di vederla al di là del tetto del
Tempio santissimo! e Giuda che sarà là a riceverci!» --
Dal versante dell'altipiano di mezzo, ornato di mirti e d'olivi, videro
sorgere sottili colonne di fumo annuncianti l'attività mattutina dei
pellegrini ed avvertenti le donne della necessità di far presto.
Ma per quanto la buona Amrah s'affaticasse ad agevolare la discesa alla
fanciulla, questa mandava un gemito di dolore ad ogni passo, e quando
a stento fu raggiunta la strada fra il Monte dell'Offesa ed il secondo
altipiano dell'Oliveto, essa cadde a terra spossata.
-- «Va tu avanti con Amrah, madre, e lasciami qui,» -- mormorò con un fil
di voce.
-- «No, no, Tirzah! A che mi gioverebbe la salute, se io sola guarissi?
Allorchè Giuda mi domanderà di te, che gli risponderò io, se ora ti
abbandono?» --
-- «Digli che l'ho amato.» --
La madre, che s'era chinata sull'affranta figliuola, s'alzò, e volse lo
sguardo attorno disperata. La gioia che la speranza d'una guarigione
aveva accesa in lei, era più per la figlia che per se stessa. Tirzah
era giovine ed avrebbe avuto tutto il tempo per dimenticare gli anni
terribili.
Nell'istante in cui quella donna eroica stava per rinunciare ad ogni
ulteriore tentativo, abbandonandosi alla volontà di Dio, vide un uomo a
piedi avanzarsi a passi rapidi sulla strada da oriente.
-- «Coraggio, Tirzah! confortati!» -- disse, sentendosi rinascere in seno
la speranza, -- «vedo qualcuno, che, ne sono certa, ci darà notizia del
Nazareno.» --
Amrah aiutò la fanciulla a sedere, e la sostenne in attesa dell'uomo
che continuava ad avvicinarsi.
-- «Nella tua bontà, madre, dimentichi che cosa noi siamo. Quello
straniero ci fuggirà dopo aver imprecato contro di noi, se pur non ci
prenderà a sassate.» --
-- «Vedremo.» --
Era tutto quanto essa poteva rispondere, ben sapendo la povera madre
quale trattamento veniva riservato dai suoi concittadini ai poveri
lebbrosi.
Come già dicemmo, la strada sul ciglio della quale stavano aggruppate
le tre donne, non era che un sentiero formatosi naturalmente dal
passaggio dei viandanti, e serpeggiante fra cumuli di pietra calcarea.
Se quello sconosciuto seguiva il sentiero, non poteva mancare di
trovarsi faccia a faccia colle tre infelici. Così avvenne infatti.
Egli continuò sul sentiero finchè fu a portata d'udire il grido che
la legge obbligava i lebbrosi ad emettere. La vedova s'era scoperta il
capo e gridava: -- «Siamo infette, siamo infette!» --
Con sua infinita sorpresa, lo sconosciuto non si fermò, ma venne
tranquillamente a loro.
-- «Che volete?» -- chiese egli quando si trovò a soli quattro passi di
distanza da loro.
-- «Tu vedi il nostro stato. Sta in guardia» -- disse la vedova.
-- «Donna, io sono messaggero di colui il quale non ha che a parlare una
volta a gente come te per guarirla. Non ho paura.» --
-- «Il Nazareno?» --
-- «Il Messia» -- rispose.
-- «È vero ch'egli verrà oggi alla città?» --
-- «Egli è in questo momento a Bethfage.» --
-- «E per qual via verrà?» --
-- «Per questa.» --
La donna giunse le mani ed alzò gli occhi al cielo.
-- «Chi credi tu ch'egli sia?» -- chiese lo sconosciuto, in tono di
commiserazione.
-- «Il Figlio di Dio» -- rispose con convinzione l'interrogata.
-- «Attendilo qui allora, e poichè egli è accompagnato da una grande
moltitudine, appoggiati a quella roccia bianca, sotto l'albero;
quand'egli passerà non devi esitare a chiamarlo; chiamalo e non
abbi timore. Se la tua fede è pari alla tua convinzione egli ti udrà
quand'anche tuonasse il cielo in tempesta. Io vado ad annunciare il suo
arrivo ad Israele raccolto dentro le mura e fuori della città. Pace, o
donna, a te ed ai tuoi» -- ed il messo proseguì la sua strada.
-- «Hai udito Tirzah? Hai udito! Il Nazareno è in cammino, qui, per
questa strada, e ci ascolterà. Vieni, figliuola; là, sino a quella
roccia, -- coraggio, non è che un passo.» --
Tirzah fece uno sforzo, e aiutata da Amrah si alzò, ma mentre si
movevano, Amrah disse: -- «Un momento! Quell'uomo ritorna» -- e si
fermarono ad aspettarlo.
-- «Perdono, buona donna» -- fece il messo allorchè le ebbe di nuovo
raggiunte -- «ma ho pensato che il sole sarà cocente prima dell'arrivo
del Nazareno e che alla vicina città io potrò facilmente trovar ristoro
se ne avessi bisogno, per cui quest'acqua ti sarà più necessaria che
a me. Prendila e buon pro' ti faccia. Non mancare di chiamarlo quando
passa.» --
Così dicendo, le porse una zucca piena d'acqua, ed invece di porla a
terra, gliela mise in mano.
-- «Sei tu Ebreo?» -- chiese essa con sorpresa.
-- «Sono Ebreo, e meglio d'un Ebreo, sono un discepolo di Cristo, il
quale giornalmente insegna colla parola e coll'esempio ciò che io in
questo momento faccio per te. Da lungo tempo il mondo conosce la parola
-Carità- senza mai averla compresa. Di nuovo dico pace a te ed ai
tuoi.» --
Egli se ne andò, e le tre donne si trascinarono alla roccia
loro additata, distante circa trenta passi dalla strada. Vi si
accovacciarono all'ombra di un albero i cui rami sporgevano sopra
la roccia, e assaggiarono l'acqua della zucca, che fu loro di gran
sollievo.
In breve Tirzah s'addormentò. Le altre tacquero, perchè essa potesse
dormire tranquilla.
CAPITOLO IV.
Durante la terza ora la strada in faccia al luogo ove riposavano
le lebbrose incominciò ad animarsi pel crescente concorso di gente
incamminata verso Bethfage e Bethania, ma al principio dell'ora quarta
una folla straordinaria comparve sulla vetta dell'Oliveto, e le due
donne veglianti videro con meraviglia che tutta quella gente portava in
mano rami di palme tagliati di fresco. Mentre cercavano di indovinarne
il significato, il rumore d'un altra moltitudine, proveniente da
oriente, attirò in quella direzione i loro sguardi. Fu allora che la
madre stimò bene di svegliare Tirzah.
-- «Che vuol dire tutto ciò?» -- chiese quella.
-- «Egli viene» -- rispose la madre. -- «Costoro che noi vediamo escono
dalla città e gli vanno incontro; quegli altri di cui udiamo il rumore
sono gli amici che l'accompagnano, per cui è probabile che l'incontro
abbia luogo proprio qui in faccia a noi.» --
-- «Se è così, temo assai ch'egli ci possa udire.» --
Lo stesso timore aveva assalito la vedova.
-- «Amrah,» -- domandò, -- «allorchè Giuda parlò della guarigione dei
dieci, con quali parole disse egli che i lebbrosi chiamarono il
Nazareno?» --
Essi dissero -- «Signore abbi pietà di noi,» -- oppure -- «Maestro abbi
pietà.» --
-- «Null'altro?» --
-- «Giuda non riferì altre parole.» --
-- «Infatti non ne occorrono altre» -- mormorò fra di sè la vedova.
Lentamente intanto, s'avanzava la moltitudine che proveniva da oriente;
quando finalmente arrivò a una distanza relativamente vicina, gli occhi
dei lebbrosi si fissarono sopra un'individuo a cavallo di un asino
attorno al quale la turba ballava e cantava come delirante. Egli aveva
il capo scoperto ed era vestito di bianco; olivastro era il colore del
viso incorniciato dai lunghi capelli castani. Non guardava nè a destra
nè a sinistra, e pareva incurante del tumulto che lo circondava, mentre
l'espressione di profonda malinconia nello sguardo attestava la sua
indifferenza alla popolare dimostrazione di cui era fatto segno. Dietro
a lui veniva la folla in interminabile processione, con immenso clamore
di grida e di canti. Invero non occorreva che alcuno dicesse alle
lebbrose:
-- «Ecco il Nazareno!» --
-- «È qui, Tirzah,» -- disse la madre -- «Vieni figliuola,» -- e così
dicendo si pose innanzi al bianco macigno e cadde ginocchioni, mentre
la figlia e la servente si collocarono ai fianchi.
Al comparire della turba col Nazareno, quelli della città sostarono
e si posero ad agitare le verdi palme intuonando ad una sol voce un
canto, le cui parole erano: -- «Benedetto sia il Re d'Israele, il quale
viene nel nome del Signore!» -- A quel canto risposero le migliaja di
voci dell'altra folla con un grido che scosse l'aria come un improvviso
e violento muggito di vento. In quello strepito la voce delle povere
donne si perdeva, ed in verità sarebbe stato un miracolo se si fosse
udita. Il momento era giunto e se non ne approfittavano subito,
l'occasione era perduta per sempre.
-- «Facciamoci più vicini, figliuola; egli non può udirci» -- fece la
madre.
Si alzò e s'avanzò barcollando. Stese in alto le sue luride mani e
mandò il solito grido, con voce orribilmente stridula. Il popolo la
vide, vide quel volto spaventevole e ad un tratto ammutolì. Tirzah,
debole e sbigottita cadde a terra.
-- «I lebbrosi! i lebbrosi!» --
-- «Lapidateli!» --
-- «I maledetti da Dio! Uccideteli!» --
Queste ed altre imprecazioni vennero a confondersi con gli osanna di
altri gruppi della folla, troppo lontani per comprendere il motivo
dell'interruzione. Eranvi però alcuni i quali, avendo più lungamente
seguito il Maestro, non erano rimasti insensibili al suo esempio,
uomini in cui lo spirito di carità era in parte penetrato. Questi se ne
stettero silenziosi e guardarono il Nazareno, il quale si fermò innanzi
alle donne. La vedova alzò gli occhi e li fissò trepidanti in quel
volto calmo, bellissimo, pieno di tenerezza e pietà.
-- «Oh, Maestro, Maestro! tu vedi a che siamo ridotte, tu puoi guarirci,
-- abbi pietà di noi -- pietà!» --
-- «Credi tu ch'io lo possa?» -- chiese il Nazareno.
-- «Tu sei Colui di cui parlano i profeti, -- tu sei il Messia,» --
rispose la donna. A queste parole gli occhi di lui divennero raggianti.
-- «Donna,» -- esclamò -- «Grande è la tua fede; sia di te come tu
vuoi!» --
Si fermò un'istante come assorto in sè, e dimentico degli astanti,
poi, senza aggiunger parola, si rimise in cammino, mentre la donna
riconoscente esclamava -- «Gloria a Dio l'Altissimo! Benedetto, tre
volte benedetto il Figlio ch'egli ci ha dato!» -- e la turba esultante,
cantando osanna ed agitando le palme, seguì il Nazareno.
Si coprì il capo la vedova, ed abbracciando Tirzah esclamò, fuori di sè
dalla gioia -- «Alza gli occhi, figliuola! Ho la sua promessa; egli è
invero il Messia, e noi siamo salve -- salve!» -- ed entrambe ricaddero
ginocchioni e vi rimasero finchè la processione fu in vista. La coda
di questa era appena scomparsa dalla vetta del monte e l'eco dello
strepito era ancora nell'aria, che già incominciava a manifestarsi il
miracolo.
Il primo sintomo si verificò nelle regioni cardiache delle lebbrose,
ove più viva si fece la circolazione del sangue; questa andò
accelerandosi in tutto il corpo, comunicando a quelle povere membra un
senso d'ineffabile benessere. Ognuna delle donne si sentiva rinascere
e ritornare quale era in un tempo di cui quasi avevan smarrito il
ricordo. Contemporaneamente, come a completare la loro purificazione,
un novello vigore invase lo spirito esaltandolo in un vero fervore
d'estasi, e la coscienza del cambiamento che andava operandosi in
loro generò un'inesprimibile sentimento di celeste beatitudine di cui
dovevano serbare le traccie per tutta la vita.
A questa miracolosa trasformazione assisteva, oltre ad Amrah, un altro
testimonio.
Il lettore ricorderà la costanza colla quale Ben Hur seguiva il
Nazareno in tutte le sue peregrinazioni e, s'egli ha presente la
conversazione della sera precedente, non sarà sorpreso d'apprendere che
il giovane Ebreo era stato presente all'incontro delle due lebbrose:
ch'egli aveva udito l'appello della madre, che ne aveva veduto il volto
ributtante, che non gli era sfuggita la sua risposta. Il suo interesse
pel Nazareno era più vivo che mai, come era vivo in lui il desiderio
di risolvere una buona volta ogni dubbio sulla missione di quell'uomo
meraviglioso; anzi questo suo desiderio si era fatto più intenso per
la convinzione che in quel giorno stesso, prima del cader del sole,
sarebbe stata proclamata la verità.
Egli s'era pertanto scostato dalla processione e, sedutosi su un
macigno, ne aveva attesa la partenza, scambiando segni d'intelligenza
con molti individui confusi nella folla che gli sfilava davanti. Erano
Galilei, assoldati da lui, e portanti corte spade nascoste sotto le
vesti.
Dopo qualche tempo passò un'arabo, dal volto abbronzato, conducendo per
mano due cavalli.
Ben Hur gli fece segno d'avvicinarsi e quando tutta la turba fu
lontana, gli disse:
-- «Fermati qui; desidero esser presto in città e Aldebran mi sarà
utile» -- e dopo aver accarezzata la fronte spaziosa del bellissimo
cavallo, andò verso le donne.
Non bisogna dimenticare ch'esse gli erano affatto sconosciute e che
solo l'interessavano come soggetti d'un esperimento sopranaturale, il
cui risultato l'avrebbe forse potuto aiutare a risolvere il mistero che
da tanto tempo lo preoccupava.
Cammin facendo, gettò per caso uno sguardo sopra la vecchierella presso
la roccia bianca, che si nascondeva il viso con le mani.
-- «Per il Signore vivente, ma quella è Amrah!» -- disse fra sè.
Accelerò il passo e si avanzò verso di lei senza badare alle lebbrose.
-- «Amrah!» -- le gridò, -- «che fai tu qui?» --
Essa si precipitò ai suoi piedi, acciecata dalle lagrime che le
strappava il conflitto fra la gioia ed il timore, ed incapace pel
momento di profferire una parola; finalmente potè esclamare:
-- «Oh, padrone, padrone! Com'è buono il Signore!» -- La cognizione che
acquistiamo in forza della simpatia che c'ispirano altri in momenti
di dure prove, è un fenomeno poco compreso e vago; è singolare che
quella simpatia ci permetta, fra le altre cose, di fondere la nostra
identità con gli altri in tal misura che spesso i dolori di quelli e le
loro gioie diventano sensazioni nostre. Così la povera Amrah, tenutasi
in disparte e nascondendo la faccia, sapeva della trasformazione
operantesi nelle lebbrose, senza che le si fosse detta una parola, e
sapendolo, divideva pienamente i sentimenti che provavano le due donne.
-- Il suo aspetto, le sue parole, il suo contegno la tradivano, e con
rapido presentimento Ben Hur corse col pensiero alle lebbrose; sentì in
sè la certezza che Amrah era li per loro, e si volse nell'atto stesso
ch'esse si alzavano da terra. -- Il cuore cessò di battergli in petto, --
rimase un'istante come pietrificato -- muto -- atterrito.
La donna ch'egli aveva veduto in faccia al Nazareno era lì colle mani
congiunte e cogli occhi bagnati di lagrime, guardando il cielo.
La trasformazione avrebbe bastato in se stessa a giustificare la sua
sorpresa, ma questa non era che in piccolissima parte la causa della
profonda commozione da cui si sentiva invaso.
Poteva egli credere ai proprii occhi? Sognava egli o era desto? Chi era
costei che tanto assomigliava a sua madre? A sua madre com'ella era nel
giorno in cui gli fu a forza strappata dal Romano, salvo che i capelli
erano ora brizzolati? E chi le stava allato se non Tirzah? Fattasi più
bella e più matura, ma sotto ogni altro riguardo la Tirzah di prima,
quale egli se la ricordava quel mattino fatale della loro separazione.
Ben Hur le aveva credute morte e coll'andar del tempo s'era rassegnato
a quella convinzione; non già ch'egli avesse cessato di rimpiangerle,
ma coll'estinguersi d'ogni speranza s'erano dileguate le loro immagini,
nel senso ch'esse non figuravano più nei suoi piani d'azione, nei suoi
sogni d'avvenire. -- Ora che se le vedeva davanti, dubitando dei proprii
occhi, stese una mano sul capo della servente e tremante balbettò:
-- «Amrah, Amrah! -- mia madre! Tirzah! dimmi se è vero -- se non
m'inganno!» --
-- «Padrone, parla ad esse, parla,» -- rispose quella.
Non attese altro Ben Hur, ma, aprendo le braccia, si precipitò verso le
donne gridando -- «Madre! Madre! Tirzah! Sono io!» --
All'esclamazione del figlio rispose quella della madre e della sorella,
e con non minor impeto le due donne gli si slanciarono incontro; ma
ad un tratto la madre s'arrestò, balzò indietro spaventata e mandò
il grido d'allarme -- «Sono infetta, sono infetta! Fermati Giuda, non
avvicinarti!» --
Non era per effetto d'abitudine che la povera donna emise quel grido,
era l'amor materno che, superiore a qualunque altro impulso ed a
qualunque considerazione, si affermava. Rapido come un lampo s'era
affacciato il dubbio che, quantunque guarite, sussistesse il pericolo
di trasmettere il morbo all'amato figliuolo, pel contatto delle vesti.
Ma un tal timore nulla poteva su di lui, o meglio ei non vi pensò
affatto. Un istante appresso, i tre, così a lungo divisi, versavano
lagrime di gioia, stretti in un solo abbraccio.
Quando, passata la prima estasi, si ristabilì la calma, le prime parole
della madre furono:
-- «Nella nostra felicità figliuoli miei, non dimentichiamo la
gratitudine. Inauguriamo la nostra nuova vita coll'innalzare una
preghiera a Colui cui tutto dobbiamo;» -- e caduti ginocchioni, la
vedova recitò ad alta voce la preghiera di ringraziamento. Tirzah, ne
ripetè ad una ad una le parole, e così pure Ben Hur, ma era evidente
che la sua fede non eguagliava quella della sorella, poichè, alzati che
furono, domandò:
-- «In Nazareth sua patria, si dice che quell'uomo sia figlio d'un
falegname. Chi sarà egli mai?» --
Con lo stesso sguardo di tenerezza dei tempi passati, la madre rispose
come già aveva risposto al Nazareno:
-- «Egli è il Messia.» --
-- «E da dove gli viene il suo potere?» --
-- «Possiamo desumerlo dall'uso ch'egli ne fa. Puoi tu dirmi s'egli ha
mai fatto del male?» --
-- «No, mai.» --
-- «Se è così, io ti dico ch'egli tiene il suo potere da Dio.» --
Non è cosa facile l'emanciparsi di colpo da abitudini di pensiero
cresciute in noi con l'andar degli anni, e quando Ben Hur si domandava
quale allettamento potesse mai offrire ad un tal uomo la vanità di
questo mondo, la propria ambizione non gli concedeva di riconoscersi
in errore, persistendo egli come pur troppo facciamo noi, a misurare
Cristo alla stregua di sè stesso. In verità, assai meglio faremmo, se
valutassimo noi stessi alla stregua di Cristo.
Naturalmente fu la madre che per la prima si ricordò delle pratiche
necessità della vita.
-- «Che faremo noi ora, figlio mio? ove andremo?» --
Ben Hur, richiamato alla realtà delle cose, non potè a meno di
constatare come ogni traccia del flagello fosse scomparsa e come ognuna
delle donne avesse ricuperata tutta l'avvenenza della persona. Egli si
levò il mantello e lo buttò sulle spalle di Tirzah, dicendole con un
sorriso di fraterno orgoglio:
-- «Lo sguardo del viandante ti avrebbe prima schivato ed ora egli non
deve offendere il tuo pudore.» --
Quell'atto mise in vista la spada ond'era cinto.
-- «È tempo di guerra?» -- chiese la madre con curiosità.
-- «No.» --
-- «Perchè allora sei tu armato?» --
-- «Potrebbe essere necessario per difendere il Nazareno» -- rispose Ben
Hur, celando in parte la verità.
-- «Ha egli nemici? e chi son dessi?» --
-- «Ahimè! madre, essi non son tutti Romani.» --
-- «Non è egli figlio di Israele e pertanto un uomo di pace?» --
-- «Nessun altro amò mai la pace più di lui, ma agli occhi dei rabbini e
dei dottori egli è colpevole d'un gran delitto.» --
-- «Qual delitto?» --
-- «Ai suoi occhi il Gentile non circonciso è meritevole della grazia
divina non meno d'un Ebreo dei più rigidi costumi. Egli predica una
nuova legge.» --
Tacque la madre, e la comitiva si raggruppò all'ombra dell'albero i cui
rami sovrastavano alla roccia. Frenando l'impazienza d'accogliere nella
casa paterna i suoi cari e di udirvi il racconto della loro vita, Ben
Hur spiegò loro la necessità assoluta di conformarsi alle disposizioni
di legge regolanti il loro caso, e concluse col chiamare l'arabo per
ordinargli di precederlo coi cavalli fin presso la Porta di Bethesda:
poi tutti assieme si avviarono al Monte dell'Offesa. Si comprende
come in ben diverse condizioni si compisse il ritorno. Camminando
rapidamente, con passo leggiero e la letizia in cuore, arrivarono
in breve ad un sepolcro eretto in vicinanza a quello d'Assalonne e
dominante la vallata di Cedron. Constatato ch'esso non era occupato da
alcuno, le donne ne presero possesso, e Ben Hur le lasciò per prendere
sollecitamente le disposizioni richieste dalla loro nuova condizione.
CAPITOLO V.
Ben Hur piantò due tende nella valle superiore di Cedron a pochi passi
dalla tomba dei Re, le ammobigliò in fretta e furia e vi condusse la
madre e la sorella perchè vi soggiornassero in attesa del certificato
di libera circolazione che darebbe loro il sacerdote ispettore.
Nel cedere all'impulso del proprio cuore, e nel compiere il proprio
dovere di figlio, il giovane si era messo nell'impossibilità di
partecipare alle cerimonie della grande festa imminente, o anche
solamente di por piede in una delle corti del Tempio, restrizione che
gli tornò assai gradita poichè gli permise di dedicarsi intieramente
all'adorata famiglia.
Racconti di vicende come le loro, di tristi esperienze attraverso
il corso di diversi anni, di patimenti fisici e di più acuti dolori
morali, sogliono necessariamente occupare molto tempo, anche perchè
gli incidenti di rado si seguono in ben ordinata connessione. --
Ben Hur ascoltò la narrazione delle due donne dissimulando sotto
la calma apparente i sentimenti che essa gli suscitava nel petto, --
sentimenti d'ira e di vendetta, che aumentavano d'intensità di mano
in mano che s'accumulavano le raccapriccianti rivelazioni. Pazze idee
gli attraversavano il cervello, ed ancor più pazzi proponimenti si
svolgevano in lui, come per esempio quello di far insorgere la Galilea,
e già la contemplazione d'un eccidio generale degli aborriti oppressori
lo riempiva di gioia selvaggia; buon per lui che la ragione, frenando
quegli impeti passionali, non tardò a riprendere il sopravvento ed a
fargli presente l'inanità d'ogni tentativo che non fosse il risultato
d'un'azione concorde di tutto Israele; dopo di che i suoi pensieri e le
sue speranze fecero ritorno al punto di partenza cioè al Nazareno ed ai
suoi propositi. -- Vi fu un momento in cui la sua riscaldata fantasia
lo spinse ad improvvisare la seguente invocazione in bocca dell'uomo
misterioso: -- «Ascoltami o Israele! io son colui, promesso dal Signore,
nato Re dei Giudei, che viene a iniziare l'impero di cui parlavano i
profeti. Sorgi ora, e conquista il mondo!» --
Ah, se il Nazareno pronunciasse quelle parole, che tumulto
scoppierebbe! quante bocche le ripeterebbero esultando in ogni paese,
facendo sorgere sterminati eserciti! Ma le avrebbe egli pronunciate?
Nelle sua impazienza d'incominciar l'opera, Ben Hur attinse la risposta
a moventi mondani, perdendo di vista la duplice natura dell'uomo,
e pertanto anche l'ipotesi che il divino in lui superasse l'umano.
Nel miracolo di cui Tirzah e sua madre erano stato gli oggetti, egli
scorgeva solo una facoltà ampiamente sufficiente a piantare la corona
Ebraica sulle rovine d'Italia; più che sufficiente a ricostituire la
società ed a riunire l'umanità in una grande famiglia purificata e
felice: e quando quell'opera fosse compiuta, chi potrebbe asserire che
la pace, solo allora possibile, non fosse degna missione d'un figliuolo
di Dio? Chi potrebbe allora negare la redenzione dovuta a Cristo? E
facendo pure astrazione d'ogni considerazione d'ordine politico, qual
messe di gloria non raccoglierebbe egli come uomo? No, nessun mortale
avrebbe la forza di rinunciare ad un simile avvenire.
Intanto giù nella valle di Cedron e verso Bezetha, particolarmente
lungo la strada che conduceva alla Porta di Damasco, andavano sorgendo
tende, capanne e baracche d'ogni genere per uso dei pellegrini accorsi
a celebrare la Pasqua. Ben Hur s'intrattenne con molti di quegli
stranieri, ed ogni qualvolta ritornava alle loro tende si meravigliava
del loro numero straordinario, sempre crescente. Quando poi scoperse
che ogni parte del mondo, dall'India al settentrione dell'Europa, era
fra loro rappresentata, e quando constatò che, sebbene tutta quella
gente non conoscesse una sillaba d'Ebraico, era colà convenuta con
lo stesso scopo, cioè per la celebrazione della festa, un'idea quasi
superstiziosa lo penetrò. Non potrebbe egli dopotutto aver frainteso
il Nazareno? Non potrebbe darsi che colui coll'attendere pazientemente
avesse abilmente dissimulato una tacita preparazione al compimento
della grand'opera? -- Ed infatti com'era di gran lunga più propizia
quest'occasione, che non quella in cui i Galilei presso Gennezaret
avevano voluto a viva forza incoronarlo! Colà il suffragio si limitava
a poche migliaja, qui al suo appello risponderebbero milioni di
voci. Continuando in quest'ordine di idee e passando da induzione ad
induzione, Ben Hur esultò, pensando alla gloriosa prospettiva che si
schiudeva ai suoi occhi, nel tempo istesso che s'accrebbe in lui la
ammirazione per quell'uomo saturnino, che, sotto il manto d'infinita
dolcezza e di meravigliosa abnegazione nascondeva l'accortezza d'un
uomo di stato ed il genio d'un capitano.
Di tempo in tempo, uomini dal volto abbronzato ed ombreggiato da
folta barba, venivano in cerca di lui, e lo trattenevano in secreti
colloquii; alle domande della madre, egli rispondeva semplicemente:
-- «Sono amici miei di Galilea.» -- Per loro mezzo egli era tenuto a
giorno delle mosse del Nazareno e delle insidie dei suoi nemici Rabbini
e Romani. Sapeva che la vita di quell'uomo straordinario correva
pericolo, ma si rifiutava di credere che ci fosse alcuno abbastanza
temerario per assalirlo proprio nel momento della sua massima
popolarità, e si confortava pensando alla sicurezza che presentava
il numero enorme dei suoi ammiratori. In cuor suo Ben Hur faceva
sopratutto assegnamento sul potere miracoloso di Cristo, mentre non gli
passò neppure pel capo l'idea che chi esercitava un tal potere pel bene
altrui non l'avrebbe forse voluto esercitare in propria difesa.
Giova tener presente che questi incidenti avevano luogo fra il
ventesimo giorno di Marzo, secondo il nostro calendario, ed il giorno
venticinquesimo. Alla sera di quest'ultimo giorno, Ben Hur, non potendo
più oltre frenare la propria impazienza, montò a cavallo e partì per la
città promettendo di ritornare la stessa notte.
Il cavallo galoppò di buona lena. Le strade, i ridenti vigneti che le
fiancheggiavano erano silenziosi, le case deserte, e spenti i fuochi
presso le tende; perchè alla vigilia di Pasqua tutti si recavano in
città, affollando le corti del Tempio, ove si sgozzavano gli agnelli.
Il cavaliere entrò dalla porta settentrionale e penetrò in Gerusalemme,
festosamente illuminata in onore del Signore.
CAPITOLO VI.
Ben Hur scese alla porta del Khan, o albergo, dal quale, più di
trent'anni prima, erano partiti i tre saggi per recarsi a Betlemme.
Lasciò il cavallo in consegna ai suoi servi arabi, ed in breve arrivò
alla casa paterna, ove si diresse al gran salotto. Chiamò Malluch, ma
questi era assente; mandò allora un saluto ai suoi amici, il negoziante
e l'Egiziano, ma anche questi si erano fatti trasportar fuori per
assistere alla celebrazione; l'Egiziano, gli fu detto, era in uno stato
di grande debolezza e sembrava molto accasciato.
Il messo ch'egli aveva incaricato di chiedere notizie di Balthasar,
s'era rivolto alla figlia, la quale veniva così informata dell'arrivo
del padrone, ciò che probabilmente Ben Hur aveva voluto. Essa non
tardò a comparire, leggiera come una silfide nei bianchi veli che le
svolazzavano attorno avvolgendo nelle loro pieghe la sua bella persona
di Dea. Se dobbiamo dire la verità, durante l'agitazione suscitata
dai recenti avvenimenti, Ben Hur non aveva pensato che di sfuggita
all'Egiziana, ma ora, al suo apparire, in tutto lo splendore della sua
bellezza, irresistibilmente affascinato, fece per precipitarsi verso di
lei colle braccia amorosamente tese; senonchè, fatto appena un passo,
s'arrestò come se uno spettro gli si fosse rizzato sul cammino e guardò
attonito la ragazza.
Fino a quel giorno, costei aveva messo in opera tutte le arti della
più raffinata civetteria per ammaliarlo: -- ogni suo sguardo era stato
una confessione d'amore, confermato da ogni suo atto. Le sue parole
blandivano dolcemente le orecchie del giovane, e gli risuonavano
continuamente nel cuore durante le lunghe ore d'assenza. Per lui la
seducente creatura pudicamente abbassava gli occhi come per celarne
le fiamme, per lui erano i versi d'amore ch'essa aveva imparato dai
menestrelli d'Alessandria e che sapeva recitare con irresistibile
grazia; per lui le esclamazioni affettuose, i sorrisi, le suggestive
strette di mano, i baci, le canzoni del Nilo, e gli studiati lenocinii
dell'abbigliamento. L'idea, antica come i più antichi popoli, che la
bellezza è il guiderdone degli eroi, non vestì mai forme così regali
come quelle che si erano a lui rivelate.
Tale era stata l'Egiziana per Ben Hur dopo la notte della gita in
battello sul lago presso l'Orto delle Palme. Ed ora?
Abbiamo già in altra parte di questo volume accennato alla duplice
natura umana in rapporto ad un argomento sacro; qui è il caso di
parlarne ancora, ma in senso ben diverso. Vi sono poche persone la cui
indole non presenti due faccie, una natura genuina, spontanea, l'altra
artificiale e finta, il risultato dell'educazione e delle circostanze,
un intonaco di orpello che spesso finisce col diventare parte integrale
dell'individuo, non meno della prima.
Lasciando ai pensatori la cura d'approfondire questo tema, diremo che
in questo momento la vera natura dell'Egiziana si manifestò nel modo
più schietto e più completo.
Le sarebbe stato impossibile di ricevere una persona estranea con
più marcata ripugnanza. Eccezione fatta d'una leggiera inclinazione
della sua testolina, di una insolita tensione delle nari e d'una
maggiore incurvatura del sensuale labbro superiore, essa presentava
l'impassibilità di una statua. Dopo una breve pausa incominciò
freddamente: -- «La tua venuta è opportuna, figlio di Hur. Desidero
ringraziarti della tua ospitalità, poichè dopo la giornata di domani
non avrò forse più occasione di approfittarne.» --
Ben Hur si chinò leggermente, senza rimuovere lo sguardo da lei.
Essa continuò;
-- «Mi sovviene d'un costume in voga presso i giuocatori di dadi; quando
il giuoco è finito, essi consultano le loro tavolette e tirano le
somme; poi libano in onore degli Dei, e pongono una corona sul capo del
fortunato vincitore. Anche noi abbiamo giuocata la nostra partita che
ha durato diversi giorni e diverse notti: ora ch'essa è finita dobbiamo
vedere a chi spetta la corona?» --
Sempre cogli occhi fissi su di lei, Ben Hur rispose in tono
d'indifferenza -- «Un uomo non può combattere contro una donna risoluta
a fare la propria volontà.» --
-- «Dimmi,» -- proseguì essa inclinando maggiormente il capo e
sogghignando, -- «dimmi o principe di Gerusalemme, ov'è quel figlio
d'un falegname di Nazareth e non meno figliuolo di Dio, del quale tante
grandi cose erano attese in questi ultimi tempi?» --
Egli fece un gesto impaziente, e rispose: -- «Sono forse il suo
custode?» --
La bella testa si chinò ancor più.
-- «Ha egli distrutto Roma?» --
Ben Hur stizzito ripetè lo stesso gesto della mano.
-- «Ove ha egli stabilita la sede della sua capitale?» -- continuò la
donna, -- «È permesso vedere il suo trono e i suoi leoni di bronzo?
ov'è il suo palazzo? Diamine! chi può far sorgere i morti deve poter
costruire palazzi dorati!» --
Non era più ammissibile ch'essa volesse scherzare; le sue domande
erano irritanti ed il suo contegno aggressivo. Ben Hur fu posto subito
sull'avviso e disse con apparente bonarietà:
-- «Oh, Egitto, aspettiamo un giorno ancora, anche una settimana, e
vedremo lui, i leoni ed il palazzo!» --
Essa proseguì senza badare al significato di quelle parole:
-- «E perchè presentasi vestito così? Non son quelle le vesti dei
governatori o dei vicerè delle Indie o d'altri paesi. Mi ricordo d'aver
veduto una volta il satrapo di Teheran, con un turbante di seta, un
mantello di tessuto d'oro, con una spada dall'impugnatura e dalla
guaina talmente tempestate di pietre preziose, che n'ebbi un capogiro.
Credetti proprio che Osiride gli avesse prestato un raggio del suo
sole. -- Stupisco assai che tu non sia ancora entrato in possesso del
tuo regno, di quel regno ch'io doveva dividere teco.» --
-- «La figlia del saggio mio ospite è, senza volerlo, ben gentile con
me, poichè m'insegna ch'Iside può baciare un cuore senza renderlo
migliore.» -- Ben Hur pronunciò queste parole con fredda cortesia. Iras,
trastullandosi con un brillante che le pendeva dalla collana, tacque
un'istante, poi riprese. -- «Per un Ebreo, il figlio di Hur non manca
di spirito. Ho assistito all'entrata in Gerusalemme del tuo Cesare
sognatore, di colui che, a tuo dire, doveva proclamarsi Re dei Giudei
sopra i gradini del Tempio. Vidi la processione che l'accompagnava e
ne udii i canti; che bell'effetto facevano quelle palme agitate! Vi
cercai invano una figura dall'aspetto regale, un cavaliere porporato,
un cocchio d'abbagliante metallo, un maestoso guerriero dietro allo
scintillante scudo, gareggiante in altezza colla propria lancia.
Sarebbe stato pur bello vedervi un principe di Gerusalemme con una
coorte delle legioni di Galilea!» --
Accompagnò le parole con un provocante sguardo di disprezzo, poi diede
in uno scroscio di risa come se l'immagine da lei evocata fosse ancor
più ridicola che spregevole.
-- «Anzichè un Sesostri ritornante in trionfo o un Cesare incoronato,
e con la spada al fianco, ah, ah, ah, vidi un'uomo dal volto muliebre
e lagrimoso, montato su di un somaro! Il Re! il Figlio di Dio! il
Redentore del mondo! ah, ah, ah!» --
Suo malgrado Ben Hur sussultò.
-- «Non lasciai il mio posto, no, oh principe di Gerusalemme,» --
proseguì essa, senza dargli il tempo d'interromperla, -- «no, non
risi, ma dissi a me stessa: Aspettiamo: nel Tempio egli si abbiglierà
come s'addice ad un eroe sul punto di prendere possesso del Mondo. Lo
vidi oltrepassare la Porta di Shushan e la Corte delle Donne. Lo vidi
arrestarsi davanti la Porta Magnifica. Il popolo assiepava il porticato
e i cortili; si affollava nei chiostri e sui gradini dei tre lati del
Tempio, e tutti trattenevano il respiro in attesa della proclamazione.
Qual silenzio solenne! ah, ah, ah, nella mia fantasia mi pareva già
di udire lo scricchiolìo del crollante edificio Romano; ah, ah, ah! O
principe, il tuo Re del mondo si avvolse nella sua veste e se n'andò
per la porta più lontana, senza neppure profferire una parola e...
l'impero Romano è ancora in piedi!» --
In pietoso omaggio ad una speranza, che in quel momento si spense del
tutto e di cui egli aveva ansiosamente seguito col cuore i fuggenti
barlumi, Ben Hur abbassò lo sguardo.
Nè gli argomenti di Balthasar, nè i miracoli compiuti in sua presenza
avevano mai sortito l'effetto di porre così spiccatamente in rilievo
la contestata natura del Nazareno. Dopo tutto, il miglior modo per
arrivare alla percezione di ciò che è divino, è lo studio di ciò che
è umano. Nelle cose che trascendono l'intelligenza umana possiamo
sempre riprometterci di trovar Dio. Così, nella descrizione fatta
dall'Egiziana della scena in cui il Nazareno volse le spalle alla
Porta Magnifica, l'azione principale rimaneva affatto inesplicabile se
la si considerava da un punto di vista puramente umano. Come parabola
rivolta ad un popolo amante di parabole, quell'atto insegnava ciò che
Cristo aveva così spesso affermato, e cioè che la sua missione non era
politica. Questi pensieri attraversarono con la rapidità di un baleno
la mente di Ben Hur, ma allo stesso tempo si radicarono fermamente nel
suo cuore. Gli sembrò di vedere l'uomo dal volto dai capelli femminei
farsi vicino a lui, piangendo, -- abbastanza vicino per lasciare una
traccia del suo spirito dietro di sè.
-- «Figlia di Balthasar,» -- egli disse con dignità. -- «Se questo è
il giuoco di cui tu parlavi, prendi pure la corona, -- essa è tua.
Ma bastino le vane ciancie, e veniamo ad una conclusione. Che tu
hai uno scopo, sono certo: esponilo, ed a questo io darò risposta;
poi lasciamoci, e ciascuno vada per la sua strada. Parla: io ti
ascolto.» --
Essa lo fissò con occhio intento, forse misurando la forza della sua
volontà, poi disse, freddamente:
-- «Tu hai il mio permesso -- va.» --
-- «La pace sia con te» -- egli rispose.
Quando stava per passare sotto alla portiera, essa lo richiamò.
-- «Una parola!» --
Egli si arrestò dov'era e la guardò.
-- «Hai riflettuto a ciò ch'io so sul conto tuo?» --
-- «O bellissima Egiziana» -- egli disse, ritornando indietro, -- «che
cosa sai mai degli affari miei?» --
Essa lo guardò distrattamente.
-- «Tu sei più Romano, o figlio di Hur, che tutti i tuoi
connazionali.» --
-- «Sono così diverso dagli altri Ebrei?» -- egli chiese con indifferenza.
-- «I semi de'i sono tutti Romani ora» -- essa riprese.
-- «Mi dirai dunque che altro hai appreso sul conto mio?» --
-- «Questa tua somiglianza non è senza effetto sopra di me, e potrebbe
indurmi a salvarti.» --
-- «Salvarmi?» --
Le rosee dita giuocherellavano distrattamente coi ciondoli scintillanti
della sua collana, e la sua voce era molto dolce e carezzevole; solo
il leggero battere del suo sandalo sopra il pavimento, lo ammoniva di
stare in guardia.
-- «C'era una volta un Ebreo, un forzato sfuggito alle galere,
che uccise un gladiatore nel Palazzo di Idernee,» -- essa cominciò
lentamente.
Ben Hur trasalì.
-- «Questo medesimo Ebreo uccise un soldato Romano sulla piazza del
Mercato, qui in Gerusalemme; questo stesso Ebreo possiede tre legioni
di Galilei pronte ad arrestare il Governatore Romano questa notte:
questo stesso Ebreo ha stretto alleanza con varî principi per una
sollevazione generale contro Roma; uno dei suoi alleati è lo sceicco
Ilderim.» --
Avvicinandosi a lui, essa gli sibilò nell'orecchio;
-- «Tu hai vissuto in Roma. Supponiamo che queste cose vengano ripetute
ad alcune persone di nostra conoscenza... Ah -- tu cambi colore?» --
Egli si ritrasse da lei, con l'espressione che possiamo immaginare sul
volto di un uomo, che credendo di scherzare con un gattino, si trova
improvvisamente d'aver fra le mani una tigre. Essa continuò:
-- «Tu sei stato nell'anticamera imperiale, e conosci il ministro
Seiano. Supponiamo che, con le prove alla mano -- o anche senza le
prove -- gli si dica che questo Ebreo è l'uomo più ricco d'Oriente --
anzi di tutto l'impero. I pesci del Tevere mangerebbero di grasso quel
giorno, non è vero? E mentr'essi banchettano, o figlio di Hur, -- ah,
quale splendore regnerebbe negli spettacoli del Circo! Divertire il
popolo Romano è un'arte difficile, procurarsi il denaro per divertirlo
è un'arte ancora più raffinata; e quale artista ha mai eguagliato
Seiano?» --
La commozione di Ben Hur al cospetto della profonda abbiezione che
queste parole rivelavano, non era tale da oscurargli la memoria. La
scena della sorgente, sulla strada verso il Giordano, gli riapparve
davanti agli occhi; ed egli si rammentò il sospetto che gli era
venuto intorno alla fedeltà di Ester. Con la medesima convinzione, e
forzandosi di parer calmo rispose:
-- «Per farti piacere, o figlia d'Egitto, io riconosco la tua abilità,
e devo confessare che io sono interamente nelle tue mani. Potrei
ucciderti, è vero, ma sei una donna. Ma non dimenticarti che il deserto
è pronto ad accogliermi; e quantunque Roma sia assai destra nella
caccia all'uomo, dovrebbe seguirmi a lungo prima di prendermi, perchè
in quelle steppe vi sono selve di lancie e boschi di rovi, e la sabbia
è clemente al Parto invitto. Nelle maglie della tua rete, zimbello
e gonzo delle tue arti, un diritto mi rimane tutt'ora: Chi ti riferì
tutto ciò che sai di me? Nella fuga e nella cattività, nell'ora della
morte persino, mi sarà di consolazione pensare che ho lasciato al
traditore la maledizione di un uomo che ha vissuto una vita di tossico
e di fiele. Chi mi ha tradito?» --
Fu arte, fu espressione sincera, il volto dell'Egiziana si atteggiò a
commiserazione.
-- «Vi sono al mio paese, o figlio di Hur,» -- essa disse -- «operai che
fanno dei quadri raccogliendo le conchiglie variopinte sparse qua e
là sulla spiaggia dopo una tempesta, sminuzzandole, e ordinando le
schegge sopra tavolette di marmo. Vedi tu quale insegnamento contiene
quest'arte per coloro che vanno in cerca di segreti? Ti basti sapere
ch'io raccolsi un cumulo di piccole circostanze ora da una persona
ora da un'altra, e che, con un pochino di perseveranza riuscii a
connetterle ed a coordinarle, esultando della riuscita come solo può
esultare una donna che viene ad avere nelle proprie mani la fortuna
e la vita di un uomo...» -- qui s'arrestò e si volse dall'altra parte,
come per celargli un subitaneo accesso d'emozione, poscia affettando
uno sforzo di penosa risoluzione, completò la sua frase -- «un uomo di
cui essa non sa che cosa vuol fare.» --
-- «No, questo non basta,» -- replicò Ben Hur, insensibile a quella
manovra, -- «non basta. Devi decidere subito ciò che vuoi fare di me.
Potrei morire domani.» --
-- «Verissimo,» -- fece ella vivamente e con enfasi, -- «dunque ti dirò
che qualche cosa appresi dallo sceicco Ilderim una notte ch'egli
giaceva presso mio padre nel deserto. Era una notte tranquilla e io
poteva udire attraverso la tenda ogni parola mentre ascoltavo i garriti
degli uccelli, il ronzio degli scarafaggi e il sussurro del vento.» --
Sorrise, come compiacendosi della poetica improvvisazione, poi continuò
-- «Altre piccole cose, semplici particolari da incastrare nel quadro,
mi vennero da...» --
-- «Da chi?» --
-- «Dallo stesso figlio di Hur.» --
-- «E da nessun'altra fonte?» --
-- «No.» --
Hur trasse un sospiro di sollievo; lasciò cadere in tono d'indifferenza
un -- «grazie,» -- poi disse tranquillamente:
-- «Non è bene far attendere Sejano. Il deserto è più pietoso. Di nuovo
dico: O Egitto, pace!» --
Fino a quel momento egli era rimasto a capo scoperto, ma ora prese
il fazzoletto che gli pendeva dal braccio, ed avvolgendosi il capo,
fece per partire. Essa io trattenne con un gesto rapido, e nella sua
impazienza tese una mano verso di lui.
-- «Fermati,» -- gridò.
Egli si volse, senza toccarle la bella mano scintillante di gioielli, e
non gli fu difficile comprendere che il colpo di scena tenuto finora in
riserva stava per iscoppiare.
-- «Fermati, e non diffidare di me, oh figlio di Hur quando ti
dichiaro di sapere la tua relazione col nobile Arrio. E per tutti gli
Dei dell'Egitto, giuro ch'io fremo pensando a te, così avvenente e
generoso, in potere di un ministro spietato. Tu hai passato parte della
tua gioventù negli atrii della gran capitale; pensa qual contrasto sarà
per te la vita del deserto. Oh, ti compiango, sì, di tutto cuore ti
compiango! Fa soltanto quanto ti chiedo e, lo giuro per Iside sacra! io
ti salverò!» --
Parole insinuanti, pronunciate in tono supplichevole, cui la bellezza
prestava irresistibile fascino!
-- «Quasi, sì, -- quasi ti crederei» -- mormorò con voce incerta Ben Hur,
nel cui seno un dubbio lottava ancora, coll'impulso che lo spingeva a
cedere.
-- «La vita ideale della donna è una vita d'amore; la più gran felicità
per l'uomo sta nel vincere se stesso, ed è questo, oh principe ch'io ti
domando.» --
Essa parlava rapidamente, e con insolito calore; mai essa gli era
apparsa più seducente.
-- «Tu avevi una volta un amico,» -- essa continuò -- «un amico di
gioventù. Scoppiò fra voi un dissidio e diveniste nemici. Egli ti
offese, e dopo molti anni lo incontrasti nel Circo d'Antiochia,» --
-- «Messala?» --
-- «Sì, Messala. Tu sei il suo creditore. Perdona il passato.
Ridiventagli amico, e restituiscigli la fortuna perduta nella grande
scommessa. Salvalo! -- I sei talenti sono una bagatella per te, mentre
lui... Ah, egli è un uomo rovinato. O Ben Hur, principe magnanimo, per
un Romano della sua schiatta la povertà è peggio della morte: Salvalo
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