Egli prese la tazza e si chinò per riempirla.
-- «Un figlio d'Israele non ha Dei a cui libare» -- disse,
giuocherellando con l'acqua per nascondere il suo crescente imbarazzo.
Che cosa altro sapeva l'Egiziana sul conto suo? L'avevano informata
delle relazioni che correvano fra lui e Simonide, e intorno al trattato
con Ilderim? Era essa a giorno anche di questo? Gli venne un subito
sospetto; qualcheduno aveva tradito questi segreti così gravi. Egli
era inoltre diretto a Gerusalemme, dove più che in ogni altra città la
rivelazione dei suoi disegni al nemico sarebbe stata dannosa per lui,
per i suoi alleati e per la sua causa. Ma era poi essa un nemico?
Quando la tazza fu rinfrescata, la riempì, si alzò ed affettando
un'indifferenza che non provava, disse:
-- «O bellissima, fossi Egiziano, o Greco, o Romano direi:» -- così
parlando, alzò la coppa al disopra della testa: «O Dei, io vi ringrazio
perchè al mondo, a dispetto di tutti i suoi torti e di tutte le sue
sofferenze, son rimasti ancora l'incanto della bellezza e il sollievo
dell'amore, e bevo alla salute di colei che meglio li rappresenta, a
Iras, la più bella delle figlie del Nilo!» --
Essa appoggiò lievemente la mano sopra la sua spalla.
-- «Tu hai trasgredito la legge. Gli Dei ai quali tu hai bevuto sono
falsi Dei. Se io ti denunciassi ai Rabbini?» --
-- «Oh!» -- egli disse ridendo. -- «Sarebbe poca cosa per una persona che
sa tanti e tanti segreti di Stato!» --
-- «E non basta. -- Anderò dalla piccola Ebrea che coltiva le rose sul
terrazzo del grande negoziante in Antiochia. Ti accuserò d'impenitenza
ai Rabbini, dinanzi a lei....» --
-- «Dinanzi a lei?» --
-- «Ripeterò ciò che mi hai detto sollevando la coppa, e prendendo gli
Dei a testimoni.» --
Egli rimase zitto come se aspettasse che l'Egiziana proseguisse.
La sua fantasia gli dipinse Ester al fianco di suo padre tutta intenta
ad ascoltare i dispacci ch'egli mandava, e, qualche volta, leggendoli
essa medesima. Alla sua presenza, egli aveva raccontato a Simonide la
storia del Palazzo di Idernee. Essa ed Iras si conoscevano; questa
era astuta e mondana, quella semplice ed affettuosa, tale da esser
facilmente indotta a chiacchierare.
Simonide non poteva aver mancato alla promessa e Ilderim neppure
giacchè a nessuno, più che ad essi, le conseguenze di una tale
rivelazione potevano tornare fatali. Poteva Ester aver informato
l'Egiziana? Egli non l'accusava, ma un dubbio lo invase, riempiendolo
di sfiducia e di sospetto.
Prima ch'egli avesse potuto rispondere all'allusione della piccola
Ebrea, Balthasar giunse allo stagno.
-- «Noi vi siamo debitori di molto, figlio di Hur,» -- disse egli con
aria grave. -- «Questa valle è molto bella e i suoi prati, gli alberi e
l'ombra, c'invitano a fermarci e riposare; qui la primavera risplende
come un diamante, e mi parla d'un Dio d'amore. Non sono sufficienti le
parole per ringraziarti di ciò che ci hai dato da godere; bevi con noi
ed assaggia il nostro pane.» --
-- «Lasciate prima ch'io vi serva.» --
Così dicendo Ben Hur riempi la coppa e la porse a Balthasar che alzò
gli occhi in segno di muta preghiera.
Intanto lo schiavo portò i tovagliuoli, ed i tre, dopo di essersi
lavate ed asciugate le mani, si sedettero secondo l'uso orientale,
sotto la medesima tenda, che, molti anni prima, aveva servito per
l'incontro dei tre Saggi nel deserto.
CAPITOLO III.
La tenda era comodamente spiegata sotto un albero, in vicinanza al
ruscello; sopra di essa, le larghe foglie pendevano immobili dai loro
rami; più in là sorgevano i delicati steli delle canne ritti come
freccie. Di tanto in tanto, attraverso al vapore perlaceo, un'ape
ritornando col suo profumato bottino, passava ronzando e spariva, ed
una pernice, sbucando dalle siepi beveva, chiamava la sua compagna e
volava via. La quiete della valle, la freschezza dell'aria, la bellezza
del luogo, il silenzio quasi domenicale, sembrava avessero intenerito
l'animo dell'Egiziano; la sua voce, i suoi gesti, ed i suoi modi, erano
più dell'usato, gentili, e spesso, mentre guardava Ben Hur conversando
con Iras, ebbe negli occhi un'espressione di infinita pietà.
-- «Quando ti raggiungemmo, o figlio di Hur,» -- egli disse alla fine
del pasto, -- «sembrava che tu pure fossi diretto a Gerusalemme. Posso
domandarti, senza offenderti, se ti rechi fin là?» --
-- «Io vado alla Città Santa.» --
-- «Per il grande bisogno che ho di risparmiare una fatica, ti domanderò
ancora, se v'è una via più breve di quella di Rabbath-Ammon?» --
-- «Una via scabrosa, ma più corta, conduce da Gerasa a Rabbath Gileat.
È quella che ho deciso di prender io.» --
-- «Sono impaziente,» -- disse Balthasar. -- «Recentemente il mio sonno fu
disturbato da sogni -- o piuttosto dallo stesso sogno che si ripeteva.
Una voce veniva a dirmi: -- «Presto, alzati! Colui che tu hai tanto
aspettato, è arrivato.» --
-- «Intendete colui che dev'essere Re degli Ebrei?» -- domandò Ben Hur,
fissando l'Egiziano con meraviglia.
-- «Sì.» --
-- «Allora non avete sentito parlare di lui?» --
-- «Nulla, tranne le parole della voce del sogno.» --
-- «Io ho notizie che vi rallegreranno, come rallegrarono me.» --
Dalla sua sopravveste, Ben Hur estrasse la lettera ricevuta da Malluch.
La mano che l'Egiziano stese tremò. Egli lesse ad alta voce, con
crescente emozione; le vene del collo gli si gonfiarono e pulsarono con
violenza. Alla fine egli alzò gli occhi in atto di ringraziamento e di
preghiera. Non fece alcuna domanda, perchè non aveva dubbî.
-- «Tu sei stato molto buono verso di me, o Dio,» -- egli disse. -- «Sì,
sì, ti prego, che io possa rivedere il Salvatore, ed adorarlo, ed il
tuo servo sarà pronto ad andarsene in pace.» --
Le parole, il modo, la stranezza della semplice preghiera, fecero su
Ben Hur un'impressione nuova e duratura. Iddio non gli era mai apparso
così vero e così vicino; sembrava fosse lì curvato, su loro, o seduto
al loro fianco -- un amico, da pregarsi alla buona, -- un Padre che amava
tutti ugualmente i suoi figli -- Padre degli Ebrei come dei Pagani --
Padre universale, che non aveva bisogno di intermediarî, nè di Rabbini,
nè di sacerdoti, nè di dottori. L'idea che tale Dio potesse mandare
all'umanità un Salvatore invece di un Re apparve a Ben Hur con una luce
non soltanto nuova, ma così vivida, ch'egli potè quasi afferrare la
maggior importanza di questo dono, e insieme la più grande coerenza di
esso con la natura della Divinità. Non potè a meno di domandare:
-- «Adesso che egli è venuto, o Balthasar, credi ancora ch'egli debba
essere un Salvatore e non un Re?» --
Balthasar gli lanciò uno sguardo pensoso e tenero.
-- «Come dovrò rispondere?» -- egli disse. -- «Lo Spirito che in forma
di stella fu da tanto tempo la mia guida, non mi apparve più dacchè
t'incontrai nella tenda del buon sceicco; credo però che la voce che
mi parlò in sogno sia la medesima; ma eccettuata quella non ho altre
rivelazioni.» --
-- «Io ti richiamerò i termini della nostra disputa» -- disse Ben Hur
con rispetto, -- «tu eri dell'opinione ch'egli sarebbe un Re, ma non
come lo è Cesare; e che la sua sovranità sarebbe spirituale, non del
mondo.» --
-- «Oh, sì,» -- rispose l'Egiziano, -- «e sono ancora della stessa
opinione. Vedo la divergenza nella nostra fede. Tu credevi incontrare
un Re degli uomini, io un Salvatore di anime.» --
Egli si fermò con l'espressione di chi tenta di raccogliere un pensiero
troppo alto e troppo profondo per essere formulato a parole.
-- «Lascia ch'io cerchi, o figlio di Hur,» -- egli disse quindi, -- «di
aiutarti a comprendere chiaramente ciò che credo; e se mi riescirà
di dimostrare la superiorità del regno spirituale sopra qualunque
manifestazione dello splendore Cesareo, tu comprenderai meglio la
ragione per cui m'interesso della persona misteriosa di cui andiamo in
traccia.
Non posso dirvi quando l'idea dell'anima ebbe origine. È probabile
che i nostri primi padri l'abbiano portata con loro dal paradiso
dove dimorarono. Sappiamo però che questa idea non si è mai perduta
interamente. Se in alcune epoche essa si offuscò e svanì, se in altre
fu circondata di dubbî, Iddio continuò a mandarci, ad intervalli degli
intelletti superiori che ci richiamavano alla fede e confermavano le
nostre speranze.
Perchè dovrebbe esservi un'anima in ogni uomo? O figlio di Hur,
considera per un momento come è necessaria e indispensabile tale
credenza: Coricarsi, morire, e non essere più! A una tale fine l'uomo
si è sempre ribellato; e non vi fu mai uomo che nell'intimo del suo
cuore non abbia aspirato a qualcosa di più alto e di migliore. I grandi
monumenti dell'Egitto e dell'Asia sono le grida di impotenza dei popoli
contro l'oblìo della morte, e lo stesso si dica delle iscrizioni e
delle statue; e così pure della storia. Il più grande dei nostri Re
Egiziani fece scolpire la sua effigie in una collina di solida roccia.
Ogni giorno egli si recava con un esercito di cocchi per esaminare
il progresso del lavoro; finalmente fu terminato; mai vi fu effigie
più bella, più fedele, più duratura. Non possiamo noi immaginarlo
in quel momento dire, pieno d'orgoglio! «Venga ora la Morte; io non
morrò interamente?» Il suo desiderio è stato appagato. La statua dura
tuttora.
Ma è in questo modo che ci assicuriamo la vita futura? Vivere nella
memoria degli uomini -- una memoria vana come il chiaro di luna, che
illumina la fronte della statua, -- una storia in pietra -- nulla di più!
Nel frattempo che n'è divenuto del Re? Lassù nelle tombe reali giace
un corpo imbalsamato che una volta era il suo, un'effigie non così
bella come quella fuori nel deserto. Ma dov'è, o figlio di Hur, dov'è
il Re medesimo? È forse caduto nel nulla? Duemila anni sono trascorsi
dal giorno in cui egli era un uomo vivente, come tu ed io. L'ultimo
suo respiro segnò la sua fine? L'affermarlo sarebbe bestemmiare Iddio.
Accettiamo piuttosto la dottrina che ci promette la vera vita dopo
morti -- non un ricordo marmoreo, ma la vita con movimenti, sensazioni,
intelligenza, vita eterna nella durata, sebbene possa essere varia
nelle sue forme e nelle sue esplicazioni. Tu domandi qual'è questa
dottrina? Iddio ci dona un anima alla nascita con questa semplice
legge: -- l'Immortalità si consegue solo pel tramite dell'anima.
Puoi tu pienamente comprendere il piacere che uno prova pensando
ch'egli possiede un'anima? Quest'idea spoglia la morte dai suoi
terrori, riducendola a un cambiamento in meglio. -- Il corpo seppellito
è come il seme del quale sorgerà una nuova vita. Guarda in quale stato
mi trovo io -- debole, esausto, vecchio, avvizzito e accasciato; guarda
il mio volto raggrinzito, pensa alla deficienza dei miei sensi, ascolta
la mia voce stridula.
Ah, quale gioia è per me la promessa che mi accerta che quando la tomba
si aprirà per raccogliere questa mia povera spoglia logora e consumata,
le porte, ora invisibili, dell'universo, che altro non è che il palazzo
di Dio, si spalancheranno per ricevere me, anima immortale e libera?
Io vorrei poter descrivere l'estasi di quella vita futura, ma la parola
non basterebbe a dartene una adeguata idea.
Ed ora, figlio di Hur, sapendo tutto ciò, dovrò io affannarmi intorno
a vani dettagli? Quale sarà la sede? quale la forma dell'anima mia;
se mangerà e berrà? Se ha le ali? No. Fidiamoci piuttosto in Dio, e
pensiamo che Egli, l'architetto di questo bellissimo mondo materiale,
il maestro della forma e del colore, non potrà dimostrarsi dammeno in
ciò che riguarda il nostro soggiorno spirituale.
Il suo affetto me ne sta garante.» --
Il buon uomo tacque, e la mano che condusse la coppa alle labbra tremò.
Tanto Iras che Ben Hur si sentivano commossi, e quest'ultimo sembrava
vedere come una luce nuova e viva che rischiarasse le tenebre della sua
mente; scorgeva la possibilità di un regno immateriale, maggiore e più
importante di un impero terreno; e pensò che dopo tutto il Salvatore
che regalasse agli uomini un tal regno era più divino che non qualunque
Re.
-- «È una cosa dolorosa» -- riprese Balthasar -- «se tu ben consideri che
l'idea della vita spirituale è una luce quasi spenta nel mondo. Qua
e là, in vero, troverai qualche filosofo che ti parlerà di un'anima,
intessendovi sopra le sue dottrine; ma siccome i filosofi non si basano
sulla fede, e non credono che l'anima sia un fatto, lo scopo di essa è
per loro avvolto nell'oscurità.
Ogni creatura animata ha una mente, la quale si può misurare dai suoi
bisogni. E non vedi tu un profondo significato nel fatto che solo
all'uomo fu data la facoltà di speculare sopra il suo futuro? A questo
segno io riconosco che Dio intese di farci comprendere che noi siamo
creati per un'altra vita migliore, essendo questo il più grande bisogno
della nostra natura. Ma ahimè! come è stato mal compreso questo supremo
bisogno del nostro Io! Gli uomini non vedono che la vita terrena, e
principi e sacerdoti nulla fanno per illuminarli o dirigerli ad una
meta più alta.
Pensa ora a quanto ci attende: per conto mio, parlando con tutta la
sincerità della fede, io non darei un'ora della mia vita spirituale per
mille anni di vita come uomo.» --
L'Egiziano sembrò dimenticarsi dei compagni, e continuò come parlando a
se stesso.
-- «Questa vita ha i suoi problemi, e vi sono uomini che passano tutti
i loro giorni nello studiarli; ma che cosa dire dei problemi della
vita futura? Un solo sguardo a Dio, e tutti i misteri che tanto ci
affannano in terra splenderebbero chiari innanzi ai nostri occhi.
Tutto l'universo sarebbe spalancato davanti a me. Io sarei colmo della
sapienza divina, vedrei tutte le glorie, assaggerei ogni diletto. Al
cospetto di tutto questo, le maggiori ambizioni di questa vita, tutte
le sue gioie e le sue passioni, non sarebbero che il tinnire di vuoti
sonagli.» --
Balthasar si arrestò, come per riaversi dallo stato di estasi in cui
era caduto, e volgendosi al giovine, con un grave inchino: -- «Io ti
chiedo scusa» -- egli disse -- «o figlio di Hur, se la visione delle
gioie future mi ha fatto deviare troppo dall'argomento. Ma, se tu
pensi alla perfezione della vita che ci attende dopo morte, e come
le passioni e l'ignoranza umana hanno offuscato la nostra intima
percezione di essa, comprenderai quanto sia necessaria la presenza di
un Salvatore, infinitamente più necessaria che non l'avvento di un Re;
e quando andrai incontro all'Uomo che attendi, dovrai sperare che tale
Egli si riveli veramente, piuttosto che un guerriero armato di spada o
scettrato monarca.
Una domanda pratica ci si presenta: -- A quali indizi lo riconosceremo?
-- Se tu continui nella tua credenza -- che egli dovrà essere un Re come
Erode -- dovrai naturalmente cercare un uomo vestito di porpora e d'oro.
D'altra parte Colui che io attendo sarà povero, umile, non diverso in
apparenza dagli altri uomini; e il segno da cui lo riconoscerò sarà
molto semplice: Egli dovrà mostrare a me ed a tutta l'umanità la via
alla vita eterna; la pura, bellissima vita dell'anima.» --
Il silenzio che seguì queste parole fu rotto di nuovo da Balthasar:
-- «Alziamoci ora» -- egli disse -- «alziamoci e riprendiamo il cammino.
Ciò che dissi ha acuito l'impazienza di vedere Colui ch'è sempre nella
mia mente; sia questa la scusa della mia fretta presso di te, figlio di
Hur, e presso di te, figlia mia.» --
Al suo segnale lo schiavo portò del vino in un'otre, ed essi versarono
e bevvero, e dopo aver scosso i tovagliuoli, si alzarono.
Mentre lo schiavo ripose tutto nella cassa sotto al baldacchino,
e l'arabo portò i cavalli, i tre padroni si lavarono le mani nello
stagno.
In poco tempo essi ripassarono il canale, con l'intenzione di
raggiunger la carovana che li aveva preceduti.
CAPITOLO IV.
La carovana, allungantesi nel deserto, presentava un aspetto molto
pittoresco; il suo muoversi sembrava lo svolgersi delle spire di un
serpente. A poco a poco quella tediosa lentezza divenne intollerabile a
Balthasar, ch'era di solito così paziente, e, dietro suo suggerimento,
la compagnia si decise di proseguire da sola.
Se il lettore è giovane, o se ancora serba un ricordo del romanticismo
della sua gioventù, s'immaginerà il piacere col quale Ben Hur,
cavalcando vicino al cammello degli Egiziani, diede un ultimo sguardo
alla lunga colonna oramai quasi scomparsa nella pianura scintillante.
La presenza di Iras esercitava un grande fascino sopra il giovane
Ebreo. S'ella lo guardava dall'alto, dal suo posto, egli si affrettava
ad avvicinarsi a lei; s'ella gli parlava, il suo cuore palpitava
violentemente. Il desiderio di compiacerla sempre divenne un
impulso costante. Gli oggetti sulla via, sebbene comuni, divenivano
interessanti allorchè ella vi rivolgeva la sua attenzione; una rondine
librantesi nell'aria, se essa la segnava a dito, sembrava sparire
in una aureola luminosa; se un pezzo di quarzo, un fiocco di mica,
luccicavano nella sabbia sotto i raggi del sole, in un lampo egli
volava a portarglieli e s'ella li gettava via in segno di delusione,
lontana dal pensare alla fatica che gli erano costati, spiacente che
fossero stati di nessun valore, egli si metteva in cerca di qualche
cosa di meglio -- un rubino, o forse un diamante. Così il colore
purpureo dei monti lontani diveniva più intenso e più bello, s'ella lo
scorgeva e vi dedicava una esclamazione di lode. E quando ogni tanto
la tenda dal baldacchino si abbassava, gli sembrava che una improvvisa
oscurità scendesse dal cielo. Così disposto, cullato da quella dolce
influenza, come avrebbe potuto resistere a lungo alla malìa della bella
Egiziana, cui la solitudine del deserto accresceva la potenza pure
aumentando il pericolo?
In amore, il più debole fisicamente è spesso il più forte. L'eroe
diventa come la cera, nelle mani di una fanciulla. Iras era pienamente
conscia del potere che esercitava sull'animo di Ben Hur. Fin dal
mattino aveva estratto una reticella di monete d'oro da un ripostiglio
nel baldacchino e se l'era accomodata in modo che le frange lucenti
cadessero sulla fronte e sopra le guancie, confondendosi con l'ammasso
dei suoi capelli neri. Dal medesimo ripostiglio aveva preso alcuni
monili -- anelli, orecchini, un vezzo di perle ed uno scialle ricamato
con fili d'oro -- completando l'effetto del tutto con una sciarpa di
trina Indiana, artisticamente drappeggiata sopra le spalle. In questo
abbigliamento essa attirava Ben Hur con innumerevoli civetterie, con
mille lenocinî nel discorrere e nei modi; tempestandolo di sorrisi
-- ridendo con un tremolìo rassomigliante a quello del flauto -- per
tutto il tempo seguendolo con sguardi, ora tenerissimi, ora splendenti
di luce. Con tali furberie Cleopatra privò Antonio della sua gloria;
eppure colei che lo trascinò alla rovina, non fu più bella di questa
sua compatriota.
Rapidamente giunse per essi il mezzogiorno, e, quasi senza che se ne
avvedessero, cadde la sera. Quando il sole tramontò dietro allo sperone
del vecchio Bashan, la compagnia si fermò presso uno stagno d'acqua
limpida che la pioggia aveva accumulato in un punto del deserto. Là fu
piantata la tenda, allestita la cena e furono fatti i preparativi per
la notte.
La seconda veglia spettava a Ben Hur; ed egli stava ritto dinanzi alla
tenda con la lancia in mano, alla distanza di un braccio dal sonnolento
cammello, fissando ora le stelle sopra il suo capo, ora la distesa del
deserto che l'oscurità della notte fasciava. Il silenzio era intenso;
solo di tanto in tanto un alito caldo passava nell'aria, ma senza
disturbarlo, assorto com'era nei pensieri dell'Egiziana, della quale
enumerava i fascini, cercando di indovinare discutendo, talora il modo
in cui ella era venuta a giorno dei suoi segreti, e talora l'uso che ne
avrebbe fatto. E durante tutto il tempo della veglia lo spirito d'Iras
era vicino a lui e gli sussurrava dolci tentazioni all'orecchio.
Proprio nel momento in cui egli stava per cedere alla lusinga, una
mano bianca, e scintillante nell'oscurità crepuscolare, si appoggiò
leggermente sulla sua spalla. Egli trasalì al contatto e si voltò. Era
Iras.
-- «Ti credevo addormentata» -- egli disse dopo un momento.
-- «Il sonno è per la gente vecchia e pei bambini. Io venni fuori per
vedere le mie amiche, le stelle nel sud -- quelle che ora splendono sul
Nilo. Ti confessi sorpreso?» --
Egli prese la mano ch'era caduta dalla spalla e disse: -- «Ebbene, sì,
ma lo sono stato da un nemico?» --
-- «Oh no! L'essere nemici significa odiare, e l'odio è una malattia
che Iside tiene lontana da me. Ella mi baciò sul cuore, devi sapere,
quand'ero bambina.» --
-- «Il tuo discorso assomiglia poco a quello di tuo padre. Non sei tu
della stessa sua fede?» --
-- «Forse lo sarei stata» -- essa disse piano, -- «forse lo sarei stata
se avessi veduto ciò che vide lui. Potrò esserlo quando avrò la sua
età. Non dovrebbe esistere altra religione per la gioventù, tranne la
poesia e la filosofia; e nessuna poesia eccettuata quella inspirata dal
vino, e dall'amore, e nessuna filosofia che non insegni a giustificare
le passeggiere follìe di una stagione. Il Dio di mio padre è troppo
terribile per me. Non lo trovai nella grotta di Dafne e non credo
che esista negli atri di Roma. Ma io ho un desiderio, figlio di
Hur.» --
-- «Un desiderio! Dov'è colui che potrebbe rifiutarlo?» --
-- «Ti metterò alla prova.» --
-- «Parla allora.» --
-- «È molto semplice. Desidero di aiutarti.» --
Mentre parlava gli si fece più vicina.
Egli rise, e rispose dolcemente: -- «O Egitto! -- stavo per dire cara
Egitto! -- non è essa la sfinge nativa del tuo paese?» --
-- «Ebbene?» --
-- «Tu sei uno dei suoi enigmi. Abbi compassione, e dammi la chiave che
mi faccia comprenderti. In che ho io bisogno d'aiuto? E come puoi tu
aiutarmi?» --
Ella ritirò la sua mano, e, voltandosi verso il cammello, gli parlò
amorosamente, ed accarezzò la sua testa mostruosa, come se fosse d'una
rara bellezza.
-- «O tu, ultimo e più rapido e più grande degli animali di Giobbe!
Qualche volta tu pure, inciampi, perchè la via è scabrosa ed il
fardello è grave. Ma com'è che tu conosci con una parola la gentile
intenzione di chi ti guida, e sempre rispondi con gratitudine, benchè
l'aiuto venga offerto da una donna? Ti voglio baciare!» -- ella si
abbassò e toccò l'ampia fronte lanosa con le sue labbra, aggiungendo --
«poichè nella tua mente non alligna ombra di sospetto!» --
Ben Hur, reprimendosi, disse tranquillamente:
-- «Il tuo rimprovero non mancò di colpire nel segno, o Egitto.
Ma quand'anche avessi detto di no, non potrebbe darsi ch'io fossi
costretto da un giuramento o che dal mio silenzio dipendessero le vite
e le sorti di altri?» --
-- «Potrebbe darsi?» -- ella disse freddamente. -- «Lo è!» --
Egli indietreggiò di un passo, e domandò, pieno di stupore.
-- «Che cosa ne sai tu?» --
Ella rispose ridendo: -- «Perchè gli uomini negano che i sensi delle
donne sono più acuti dei loro? Io ebbi il tuo viso sotto ai miei occhi
tutta la giornata. Non avevo che a guardarlo per leggere il peso che vi
gravava sulla mente, e per trovare il peso, cosa dovevo io fare, se non
rammentarmi le discussioni tue con mio padre? Figlio di Hur!» -- ella
abbassò la voce con singolare destrezza, ed avvicinandosi a lui in modo
che il suo alito caldo gli sfiorasse la guancia, disse: -- «Figlio di
Hur, colui del quale tu vai in cerca, dev'essere Re degli Ebrei, non è
vero?» --
Il cuore gli palpitò violentemente.
-- «Un Re degli Ebrei come Erode, solamente più grande,» -- ella continuò.
Egli vagò con lo sguardo lontano nella notte, fra le stelle; poi i suoi
occhi incontrarono quelli di lei e si fermarono. L'alito profumato gli
riscaldava il viso.
-- «Fin dal mattino,» -- ella continuò -- «noi abbiamo avuto delle
visioni. Adesso se io ti racconto le mie, farai tu altrettanto? Che?
ancora taci?» --
Ella respinse la mano di lui, e fece per andarsene; ma egli l'afferrò e
disse con veemenza: -- «Resta! Resta e parla!» --
Ella tornò indietro e gli si appoggiò colla mano sulla spalla; egli
le cinse la vita e se la trasse vicina, molto vicina, avendo nelle sue
carezze la promessa ch'ella domandava.
-- «Parla e raccontami le tue visioni, o Egitto! Nè il Tisbita nè
il Legislatore avrebbero potuto rifiutare una tua domanda. Abbi
compassione: sii pietosa, ti prego.» --
La supplica sembrò passar inosservata, poichè, guardando verso di lui,
e cercando un rifugio nelle sue braccia, ella disse lentamente:
-- «La visione che ebbi fu quella d'una splendida guerra combattuta
per terra e per mare -- con clamore di armi e cozzo di eserciti, come
se Cesare e Pompeo fossero tornati in terra, e con loro Ottavio ed
Antonio. Una nube di polvere e di cenere si alzò e coperse il mondo
e Roma non si vide più; tutta la potenza ritornò all'Oriente; dalla
nube uscì un'altra razza di eroi, che si divise la terra in satrapie
più ricche di quelle di Dario e di Serse. E mentre la visione svaniva,
figlio di Hur, e dopo che se ne fu andata, io continuai a chiedermi:
-- «E cosa non dovrà avere quegli il quale servì il Re per il primo, e
meglio tutti?» --
Ben Hur trasalì nuovamente. La domanda era quella stessa che l'aveva
tormentato tutto il giorno. Finalmente s'immaginava di aver trovata la
guida che gli mancava.
-- «Oh! Oh!» -- egli disse -- «io ti capisco ora. Per ottenere le satrapie
e le corone tu mi vuoi prestare aiuto. Vedo! Vedo! E non vi fu mai
una regina come saresti tu, così sagace, così bella, così regale, mai!
Ma, ahimè, cara Egitto! La visione di cui parli promette solo i premi
da conquistarsi con le armi, e tu non sei che una donna, benchè Iside
t'abbia baciata sul cuore. Le corone son doni celesti e non scendono
sul capo di una donna, a meno che tu non conosca una via più sicura di
quella della spada. S'è così, o Egitto, mostramela e io la percorrerò,
se non altro per amor tuo.» --
Essa si svincolò da lui e disse:
-- «Distendi il tuo soprabito sulla sabbia, qui, affinchè io possa
riposarmi appoggiando la testa al cammello. Mi siederò e ti racconterò
una storia nota sulle sponde del Nilo e popolare anche in Alessandria,
ove io l'appresi.» --
Egli fece quanto ella disse, piantando prima la lancia per terra, a
portata di mano.
-- «Ed ora che cosa devo fare?» -- egli domandò con tristezza, allorchè
ella si fu seduta. -- «In Alessandria, chi ascolta usa sedersi o stare
in piedi?» --
Dal suo comodo posto, appoggiata al vecchio animale, ella rispose,
ridendo: -- «Il pubblico dei cantastorie è ostinato, e di solito fa ciò
che crede.» --
Senz'altre cerimonie, egli si stese sulla sabbia, vicino a lei, e le
cinse il collo col braccio.
-- «Sono pronto,» -- egli disse.
-- «Ecco il titolo del mio racconto,» -- essa cominciò:
IN CHE MODO IL BELLO DISCESE IN TERRA.
-- «Prima di tutto devi sapere, che Iside fu -- e, per quanto io sappia,
potrebbe essere ancora, la più bella delle divinità: ed Osiride, suo
marito, benchè saggio e potente, era qualche volta punto da gelosia per
lei, poichè soltanto nei loro amori gli Dei assomigliano ai mortali.
Il palazzo della moglie divina era d'argento e coronava la più alta
montagna nella luna, dalla quale essa passava spesso nel sole, la
fonte dell'eterna luce dove Osiride aveva il proprio palazzo d'oro, che
abbaglia col suo splendore gli uomini che lo osano guardare.
Una volta -- per gli Dei non esistono giorni -- mentre stava con lui sul
tetto del palazzo d'oro, ella guardò per caso, lontano, all'estremo
limite dell'universo, e vide passare Indra con un esercito di scimmie
portate sul dorso di aquile. Egli, l'amico delle cose viventi -- così
vien chiamato Indra -- ritornava vittorioso dall'ultima guerra con
l'odioso Rassaka e lo seguivano l'eroe Rama e Sita, sua sposa, la più
bella delle donne dopo di Iside. E Iside si alzò, si levò la cintura di
stelle, e l'agitò verso Sita; Rama rispose invece ma agitando lo scudo
lucente. Tosto; tra l'esercito in marcia ed i due sul tetto d'oro,
scese qualche cosa che assomigliava alla notte e impediva interamente
la vista; ma non era la notte -- era soltanto Osiride che corrugava la
fronte.
Ora avvenne che il soggetto del loro discorso in quel momento fosse
appunto tale, quale soltanto gli Dei possono tenere fra sè; ed egli si
alzò e disse maestosamente: -- «Torna a casa, compirò da solo il lavoro.
Per fare una creatura completamente felice non ho bisogno del tuo
aiuto.» --
Devi sapere che Iside aveva gli occhi grandi come quelli della sacra
mucca, e dolci del pari. Essa li girò sorridendo in faccia al suo
Signore, e alzandosi essa pure, disse: -- «Ti saluto, Osiride, e ti
dico arrivederci perchè io so che quanto prima mi chiamerai, poichè
tu non puoi fare, senza il mio aiuto, una creatura perfettamente
felice.» --
-- «Vedremo» -- egli disse.
Essa tornò al suo palazzo d'argento sui monti della luna, e, seduta
sulla torre più alta, si chinò sopra il suo telaio.
Grandi pensieri volgeva Osiride nella sua mente, e tale era lo sforzo
della sua volontà che le stelle nella volta celeste tremarono e alcune
si staccarono e caddero. Iside dalla sua torre le vide, ma non disse
nulla, e tranquilla attese all'opera dell'ago.
In breve un punto nero apparve contro il disco del sole, e crebbe e
crebbe, finchè raggiunse dimensioni maggiori della luna, ed essa seppe
che quello era un nuovo mondo, un gigantesco pianeta che gettò la sua
ombra sopra il suo palazzo, mostrando quanto fosse il corruccio del
Dio, suo marito.
Ma essa continuò a ricamare sul suo telaio.
A poco a poco dalla massa confusa del nuovo pianeta si distaccarono
montagne e mari, e fiumi e torrenti. Poi vide qualche cosa a
muoversi; ed essa si arrestò stupita. Il Primo Uomo era quello, che,
meravigliato, volgeva lo sguardo al sole, in tacita riconoscenza della
comune fonte di vita e calore. E intorno a lui fiorì la terra, e si
coperse di selve, e di prati, e si riempì di animali.
E l'uomo era felice e non si stancava di osservare con l'occhio pieno
di meraviglia per quelle sconosciute bellezze; ed Iside udì attraverso
l'atmosfera, come rombo di tuono lontano, un riso beffardo:
-- «Ho avuto bisogno del tuo aiuto? Guarda una creatura perfettamente
felice.» --
Ma Iside si chinò silenziosa sopra il telaio. Aspettava.
Non durò molto che un mutamento si verificò nel Primo Uomo. Egli
divenne melanconico, giaceva giornate intere sulla sponda di un fiume,
noncurante e annoiato. E mentre Iside osservava con gioia questi
segni, la volta celeste ebbe un altro fremito, donde Iside seppe
che l'intelligenza creatrice di Osiride era nuovamente al lavoro. Ed
ecco che la Terra, prima una fredda massa grigia, fiammeggiò di mille
colori; le montagne divennero purpuree, verdi le piante, azzurro il
mare, infinite le tinte delle nuvole. E l'uomo battè le mani per la
gioia, risanato e nuovamente felice.
Iside sorrise sopra la sua torre nel palazzo d'argento.
Ma in breve l'uomo si stancò dei colori, e preso dalla medesima apatìa,
girò sconsolatamente pel mondo, sospirando. E di nuovo si udì il rombo
della volontà del Dio Creatore, e ad un tratto l'uomo fu visto tendere
l'orecchio, ed ascoltare; il suo viso divenne raggiante, ed egli per
la prima volta ebbe la percezione del suono. Il vento gli mormorava
ignote armonìe, musica erano lo stormir delle fronde, il mormorio
dei ruscelli, e i mille trilli degli uccelli nei boschi. E l'uomo era
felice.
Allora Iside divenne pensierosa, e pure ammirando il genio del suo
sposo divino, disse fra sè: -- «Colore, Movimento, Suoni, Luce, non vi è
altro elemento di bellezza, e tutto è già stato dato alla Terra.» -- Se
ora quella creatura si fosse annoiata di nuovo, Osiride avrebbe avuto
bisogno del suo aiuto. Rapido volava l'ago sopra la trama d'argento.
E l'Uomo fu lungamente felice, più a lungo che non lo fosse mai stato
prima; sembrò quasi che non avesse a stancarsi più mai. Ma Iside non
era impaziente e sopportò in silenzio i sorrisi del sole. Aspettò,
aspettò, e finalmente vide i segni di un mutamento nell'Uomo. I
suoni divennero famigliari alle sue orecchie; l'abitudine lo rese
indifferente allo stridere del grillo, come al canto dell'usignuolo,
come al ruggito del mare. Egli languì e si gettò desolato lungo la
sponda del fiume, e giacque senza moto.
La compassione di Iside la fece parlare.
-- «Mio signore, la tua creatura sta morendo.» --
Ma Osiride, pur comprendendo, tacque; non poteva far altro.
-- «Devo aiutarlo?» -- essa chiese.
Osiride era troppo orgoglioso per rispondere.
Allora Iside diede l'ultimo punto col suo ago, raccolse la trama in
un rotolo scintillante, e lo gettò nello spazio, lo gettò in modo
che cadesse vicino all'Uomo. Ed egli, udendo il suono della caduta,
sollevò il capo e guardò. O meraviglia! Una Donna, la Prima Donna, si
chinò sopra di lui per aiutarlo. Essa gli tese la mano. Egli la prese,
si alzò, e da allora in poi più non provò la noia e fu felice per
sempre.» --
. . . . . . .
-- «Tale o figlio di Hur! è la genesi del bello come la raccontano sul
Nilo.» --
Iras tacque.
-- «Una bella invenzione, e graziosa,» -- egli disse subito: -- «ma è
imperfetta. Che cosa fece Osiride poi?» --
-- «Te lo dirò» -- essa rispose. -- «Egli richiamò la moglie divina a sè,
e vissero felici d'allora in poi aiutandosi reciprocamente.» --
-- «E non devo io fare come il Primo Uomo?» -- disse egli portando la
mano di lei alle labbra. -- «Amore, amore!» --
Appoggiò la testa lievemente sulle ginocchia di lei.
-- «Tu troverai il Re» -- essa disse, ponendogli la mano carezzevolmente
sopra il capo. -- «Tu troverai il Re; lo servirai fedelmente. Con la
tua spada guadagnerai i doni più ricchi; ed il suo più valoroso soldato
sarà il mio eroe.» --
Egli si voltò e vide il volto di Iras chino sopra di lui.
In tutto il firmamento non v'erano in quel momento due stelle più
brillanti di quegli occhi che lo guardavano. Egli si rialzò, e, presala
fra le sue braccia, la baciò appassionatamente, dicendo: -- «O Egitto,
Egitto! Se il Re avrà corone da regalare una sarà per me; io la porterò
a te e la metterò qui sul posto che le mie labbra sfiorarono. Tu sarai
Regina, la mia Regina. -- Nessuna può esser più bella di te! Saremo
felici! sempre felici!» --
-- «E tu mi dirai tutto, nevvero? e lascerai che io ti aiuti in tutto?»
-- ella disse contraccambiando il bacio.
La domanda calmò il suo ardore.
-- «Non basta che io ti ami?» -- egli chiese.
-- «Amore perfetto significa perfetta fiducia» -- essa disse: -- «Ma non
importa, tu imparerai a conoscermi meglio.» --
Essa ritirò la mano e si alzò.
-- «Sei crudele» -- egli disse.
Nell'allontanarsi essa si fermò presso il cammello e toccando la sua
fronte con le labbra:
-- «Tu sei il più nobile della tua razza, perchè il tuo amore non è
offuscato dal sospetto.» --
Quindi sparì nella tenda.
CAPITOLO V.
Il terzo giorno del viaggio la compagnia si fermò sul meriggio presso
il fiume Jablok dove erano accampate forse più di cento persone, la
maggior parte pastori che riposavano colà con le loro bestie. Appena
scesi dal cammello, un uomo si fece loro incontro con una brocca
d'acqua ed un bacino, offrendo da bere; incoraggiato dalla cortesia
con cui essi ricevevano tali attenzioni disse, guardando il cammello:
-- «Ritorno dalle rive del Giordano, dove si trovano ora molte persone,
alcune provenienti dai più lontani paesi, e che viaggiano come voi,
miei illustri amici, ma nessuno possiede un cammello come il vostro. Un
magnifico animale. Posso domandare di che razza è?» --
Balthasar rispose, e poi andò a riposarsi, ma Ben Hur, più curioso,
chiese:
-- «Da qual parte del fiume si trovano queste persone?» --
-- «A Bethabara.» --
-- «Di solito è un guado solitario,» -- disse Ben Hur. -- «Non comprendo
come mai ora si sia fatto così importante.» --
-- «Capisco» -- replicò lo straniero, -- «che voi pure venite da lontano e
non avete udite le buone nuove.» --
-- «Quali nuove?» --
-- «Un uomo è venuto dal deserto, un vero santo; dalle sue labbra
escono strane parole, che attraggono chiunque le ascolti. Egli si
chiama Giovanni, il Nazareno, figlio di Zaccaria, e dice d'essere il
precursore del Messia.» --
Anche Iras l'ascoltava attentamente, mentre egli continuava.
-- «Si dice che Giovanni abbia passata la vita fin dalla fanciullezza
in una caverna presso En-Gavdi, pregando e vivendo più rigorosamente
degli Esseni. Una folla si reca ad udirlo ed io pure andai con gli
altri.» --
-- «Tutti questi vostri amici vi sono stati?» --
-- «La maggior parte vi si reca ora, e pochi ne ritornano.» --
-- «Che cosa predica?» --
-- «Una nuova dottrina, mai fin'ora insegnata in Israele, come dicono.
Egli la chiama dottrina del battesimo. I rabbini non sanno come
accoglierla e noi neppure. Alcuni gli hanno domandato se egli fosse
Cristo, altri se fosse Elia; ma a tutti rispose; -- «Io sono la voce di
uno che grida dal deserto: Appiana la via al Signore!» --
A questo punto l'uomo fu chiamato dai suoi amici, e mentre egli
s'allontanava Balthasar disse con voce tremante:
-- «Buon amico! Diteci se potremo trovare il predicatore, dove tu lo
lasciasti.» --
-- «Sì, a Bathabara.» --
-- «Chi può essere questo Nazareno,» -- disse Ben Hur ad Iras, -- «se non
l'araldo del nostro Re?» --
Così facilmente egli s'era lasciato persuadere che la figlia
s'interessasse più del vecchio padre al misterioso personaggio ch'egli
cercava! Nondimeno il padre con un subito lampo negli occhi stanchi,
s'alzò e disse:
-- «Facciamo presto, non sono più stanco.» --
Essi si volsero per aiutare lo schiavo.
Poche parole furono scambiate fra i tre, quando si accamparono per la
notte sotto alcune palme all'est di Ramot-Gilead.
-- «Alziamoci per tempo, figlio di Hur» -- disse il vecchio. --
«Il Salvatore potrebbe arrivare, mentre noi non siamo ancora
giunti.» --
-- «Il Re non può essere lontano dal suo araldo» -- sussurrò Iras
scendendo dal cammello.
-- «Domani vedremo,» -- rispose Ben Hur baciandole le mani.
Circa la terza ora del giorno seguente, pel sentiero che essi avevano
percorso costeggiando le falde del monte Gilead, fin dalla loro
partenza da Armoth la compagnia giunse all'arida steppa a settentrione
del fiume sacro. Il sangue di Ben Hur scorreva rapidamente nelle vene
perchè egli sapeva che il guado era vicino.
-- «Sii contento, buon Balthasar» -- egli disse -- «siamo quasi
arrivati.» --
Il conduttore affrettò il passo del cammello. Presto essi poterono
distinguere capanne, tende ed animali pascolanti, ed una moltitudine
di persone riunite presso la riva del fiume ed un'altra sulla
riva occidentale. Comprendendo che l'eremita stava predicando, si
affrettarono ancor più, ma mentre s'avvicinavano s'accorsero che la
folla incominciava a scomporsi ed a disperdersi.
Arrivavano troppo tardi!
-- «Restiamo qui» -- disse Ben Hur a Balthasar che si torceva le mani --
«il Nazareno può venir da questa parte.» --
La folla era troppo preoccupata nella discussione di quanto aveva
udito, per accorgersi dei nuovi venuti. Quando alcune centinaia di
persone se ne furono andate, e già sembrava che l'occasione di vedere
il Nazareno fosse perduta, essi videro avanzarsi verso di loro, poco
lungi dalla riva del fiume, una persona dall'aspetto così strano, che
dimenticarono tutto il resto.
L'apparenza dell'uomo era rozza e bizzarra, quasi selvaggia. Il volto
era magro, smunto, del colore della pergamena. Sulle spalle e giù per
la vita, cadeva a guisa di treccie un ammasso di capelli bruciati dal
sole. I suoi occhi erano ardenti; tutto il fianco destro della persona
era scoperto, bianco come il suo viso, ed altrettanto scarno; una
camicia di pelle di cammello, ruvida come la tela delle tende Beduine,
rivestiva il resto della persona sino alle ginocchia, fermata alla vita
da una larga cintura pure di pelle non conciata. I suoi piedi erano
nudi. Una bisaccia gli pendeva dalla cintola. -- Aveva un bastone in
mano, quantunque i suoi movimenti fossero svelti, decisi, e stranamente
vigili; ogni tanto scacciava dagli occhi i capelli arruffati e si
guardava attorno, quasi cercando qualcheduno.
La bella Egiziana osservò il figlio del deserto con sorpresa, per non
dire con ribrezzo. Poi, alzando le cortine del baldacchino, essa disse
a Ben Hur, che le cavalcava dappresso.
-- «È quello l'araldo precursore del tuo Re?» --
-- «È il Nazareno» -- egli rispose, senza alzare gli occhi.
In verità, egli stesso ne fu più che disgustato. A dispetto della
sua famigliarità, con gli asceti di Engaddi -- i loro vestiti, la
loro indifferenza a tutte le opinioni, la loro costanza nei voti che
li costringevano a sopportare i più terribili dolori; la loro vita
solitaria e refrattaria agli allettamenti dei loro simili, quasichè
essi non appartenessero alla medesima razza, quantunque egli fosse
stato avvertito di cercare un Nazareno, che descriveva sè stesso come
una Voce proveniente dal Deserto -- pure il sogno di Ben Hur riguardo
al Re che doveva essere così grande, aveva talmente colorito i suoi
pensieri, che egli non dubitava di trovare nel precursore qualche
indizio dello splendore di colui che annunziava. Contemplando quella
figura selvaggia si ricordò dei lunghi seguiti di cortigiani ch'egli
era abituato a vedere nelle terme e nei corridoi imperiali di Roma, e
nella sua mente accrebbe il ribrezzo e la vergogna. Sbalordito non potè
che rispondere;
-- «È un Nazareno.» --
Balthasar non si scoraggiava così. Egli sapeva che le vie di Dio
non sono sempre quali gli uomini le desiderano. Egli aveva veduto il
Salvatore quando era ancora bambino in una greppia: la sua fede lo
aveva preparato alla rozza semplicità, che doveva circondare la Divina
riapparizione.
Attese in posizione riverente, le mani incrociate sul petto e le labbra
mormoranti una preghiera.
Non aspettava un Re.
In questo momento di tale interesse pei nuovi venuti, e nel quale
ognuno si trovava in preda ad una emozione diversa, un altro uomo
sedeva, non lontano, sopra una pietra sulla riva del fiume, pensando
forse alla predica che aveva udito.
Ad un tratto si alzò e camminò lentamente lungo la spiaggia in modo da
portarsi sulla via che stava percorrendo il Nazareno e da incontrarlo
presso il cammello.
I due, il predicatore e lo straniero, continuarono a camminare finchè
quasi si raggiunsero. Alla distanza di dieci passi il predicatore si
fermò, si allontanò dagli occhi i capelli che gl'ingombravano il viso,
guardò fissamente lo straniero e alzò le mani, come per dare un segnale
a tutti coloro che potessero vederlo. Ciascuno si fermò in atto di
ascolto. In quel profondo silenzio il bastone che il Nazareno teneva
nella mano destra si alzò lentamente indicando lo straniero.
Tutti quelli che dapprima ascoltavano fissarono i loro sguardi con
attenzione sul nuovo venuto. Così fecero Balthasar e Ben Hur.
L'uomo si moveva lentamente verso di loro; era di statura poco
superiore alla media, magro, quasi sparuto.
I suoi movimenti erano tranquilli e studiati come quelli degli uomini
che sogliono meditare a lungo sopra gravi argomenti e si adattavano
bene al suo costume, consistente in un abito con larghe maniche, che
gli arrivava fino alle caviglie del piede, ed una sopravveste chiamata
-tallith-. Nella mano sinistra teneva il solito copricapo dal fiocco
rosso.
Il colore della sua veste era giallo per la polvere e imbrattato di
fango.
Facevano eccezione i fiocchi della sua cintura, azzurri e bianchi,
quale la legge prescriveva ai Rabbini. I suoi sandali erano semplici.
Non aveva nè borsa, nè cintura, nè bastone. Questi dettagli furono
appena osservati dai tre, attratti unicamente dalla testa e in ispecial
modo dal viso dello sconosciuto, dal quale scaturiva un ineffabile
fascino.
Egli stava a capo scoperto sotto il cielo sereno; i suoi capelli di
un color bruno dorato, tendenti leggermente al rosso là dove erano
illuminati dal sole, si partivano in mezzo al capo e scendevano
in lunghe anella sopra le spalle. Sotto una fronte larga e bassa,
ombreggiati da sopracciglie inarcate e brune, brillavano due grandi
occhi azzurri, raddolciti da lunghissime ciglia, quali si vedono
talvolta nei fanciulli, ma ben raramente, o quasi mai, negli uomini.
Era difficile determinare se le altre sue fattezze fossero piuttosto
Greche che Ebraiche. La delicatezza delle nari e della bocca
apparteneva piuttosto al tipo Greco; e insieme alla dolcezza dei
suoi occhi, al pallore del volto, alla finezza dei capelli e della
morbida barba, che scendeva ondulata sul collo, sul petto, e formava
un complesso di tanta soavità e bellezza, che un soldato avrebbe riso
incontrandolo, una donna si sarebbe sentita istintivamente attratta
a confidare in lui, un bambino gli avrebbe tesa la piccola mano e gli
avrebbe concessa tutta la fiducia della giovine anima.
L'espressione dominante i suoi lineamenti, sarebbe stata attribuita
da vari osservatori nello stesso tempo, e con egual correttezza,
all'intelligenza, all'amore, alla pietà o al dolore. Per dir il vero,
era una compenetrazione di tutte queste qualità.
Il suo sguardo rivelava un'anima immacolata, costretta a vedere e
comprendere la corruzione di quelli fra i quali passava. Ciò non
ostante nessuno avrebbe nel suo volto scorta una traccia di debolezza.
In ogni modo, così non avrebbero pensato coloro i quali sanno che
l'amore, il dolore e la pietà sono il risultato di una forza morale
capace di sopportare qualunque sofferenza, più che non lo siano le
forze fisiche.
Questa è stata la potenza che ha sostenuto i martiri ed i santi.
Lentamente egli si avvicinò ai tre. Ora Ben Hur, con la lancia in mano,
era degno di attirare lo sguardo d'un Re, pure gli occhi di colui che
si avvicinava non guardavano nè lui nè la meravigliosa bellezza di
Iras, ma erano fissi sul vecchio e cadente Balthasar. Il silenzio era
profondo.
Il Nazareno, tendendo il bastone verso di lui, gridò a voce alta.
-- «Guardate l'agnello di Dio, che redimerà il mondo!» --
Gli astanti, meravigliati dal gesto e dalla frase stavano ad ascoltare
ciò che potesse seguire a queste strane parole che oltrepassavano la
loro intelligenza. Su Balthasar esse ebbero un effetto irresistibile.
Egli era venuto per vedere un'altra volta il Salvatore. La fede che
gli aveva meritato tali privilegi in gioventù s'era andata confermando
con gli anni, concedendo al suo sguardo una penetrazione superiore a
quella dei suoi compagni, -- una forza che gli permetteva di riconoscere
alla sola apparenza colui ch'egli cercava. Piuttosto di chiamare questa
forza un miracolo, possiamo considerarla come facoltà di un'anima che
conservava ancora qualche traccia delle sue relazioni con la divinità,
alla presenza della quale altre volte era stata ammessa, oppure come la
giusta ricompensa di una vita di santità senza esempio in quell'epoca
-- una vita per sè stessa un miracolo. L'ideale della sua fede gli stava
dinanzi, perfetto nel viso, nelle fattezze, nel vestito, nei movimenti,
nell'età. Il suo volto spirava riconoscenza! Oh, se ora succedesse
qualche cosa per svelare l'identità dello straniero! Ciò avvenne in
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