tutti gli altri si fossero serviti.
Quasi alla base della rupe, vi era una tomba che più d'una volta aveva
attratta l'attenzione di Amrah per l'ampiezza della sua entrata.
Una pietra di grandi dimensioni stava vicina all'ingresso. Il sole
penetrava liberamente nelle ore più calde, e pareva che fosse deserta
a meno che non servisse di rifugio a qualche cane di ritorno dalle
consuete scorrerie.
Con sorpresa, la paziente Egiziana vide uscire di là due donne, una
delle quali a metà sosteneva e a metà conduceva l'altra; avevano
entrambe i capelli bianchi, sembravano vecchie, ma le loro vesti non
erano stracciate e si guardavano attorno, come se la località fosse
loro nuova. Amrah credette di vederle anche indietreggiare davanti allo
spettacolo della ripugnante compagnia della quale facevano parte. Il
suo cuore battè più veloce, ed essa osservò le due donne con crescente
attenzione. Per qualche tempo esse rimasero immobili presso la tomba,
poi si mossero lentamente, trascinandosi con pena e s'avvicinarono
al pozzo. Parecchie voci le avvertirono d'arrestarsi; tuttavia esse
proseguirono: l'uomo che attingeva l'acqua raccolse alcuni ciottoli,
per scagliarli loro addosso. Tutta la gente che si trovava là attorno
le maledisse, e la schiera dei lebbrosi numerosa sulla collina gridò,
ammonendole, con voce stridula:
-- «Siete infette, siete infette!» --
-- «Certamente,» -- pensò Amrah, -- «quelle due creature sono nuove agli
usi dei lebbrosi.» --
Si alzò ed andò ad incontrarle, prendendo con sè il canestro e
l'anfora. L'allarme al pozzo scemò subitamente.
-- «Che sciocca,» -- disse una ridendo, -- «che sciocca, dare del buon
pane ai lebbrosi!» --
-- «E pensare che è venuta fin qui a bella posta, -- osservò un'altro, --
io almeno avrei aspettato d'imbattermi in loro casualmente davanti alla
porta.» --
Amrah animata da più elevati sentimenti, procedette. Se si fosse
sbagliata! E più si avvicinava, più sentiva un nodo stringerle la gola,
e diventava confusa ed esitante. A quattro o cinque passi dal luogo
ov'erano le donne, si fermò. Dio! era dunque quella la padrona ch'ella
amava? la mano della quale ella aveva baciato così spesso in segno di
gratitudine? La sua immagine era un giorno per lei il più puro tipo
di bellezza matronale, tipo ch'ella serbava fedelmente nella memoria!
e quella Tirzah ch'ella aveva allevata da bambina, della quale aveva
calmati i dolori, aveva divisi i passatempi infantili, era mai quella
la sorridente, la dolce Tirzah, il conforto della casa, la benedizione
promessa alla sua vecchiaia? La sua padrona, il suo tesoro? L'anima
della donna trasalì a quella vista.
-- «Queste sono vecchie,» -- ella disse tra sè. -- «Io non le ho mai
vedute. Tornerò indietro.» --
E si voltò.
-- «Amrah!» -- disse una delle lebbrose.
L'Egiziana, lasciò cadere l'anfora, e guardò indietro, tremando.
-- «Chi mi chiama?» -- domandò ella.
-- «Amrah!» --
Gli occhi pieni di meraviglia della serva si posarono sul viso delle
donne.
-- «Chi siete?» -- ella gridò.
-- «Noi siamo quelle che tu cerchi.» --
Amrah cadde sulle sue ginocchia.
-- «O padrona mia, padrona mia! Sia lodato Iddio che mi condusse a
voi!» --
E la povera creatura sopraffatta dall'emozione, incominciò a farsi
avanti.
-- «Sta lì, Amrah! Non ti accostare di più! Siamo infette! Siamo
infette!» --
Quelle parole bastarono. Amrah cadde a terra colla faccia fra le mani,
singhiozzando così forte che la gente al pozzo la udì. Tutta ad un
tratto essa si alzò di nuovo sulle ginocchia.
-- «O padrona mia, dov'è Tirzah?» --
-- «Son qui, Amrah, son qui! Vuoi portarmi un po' d'acqua?» --
L'istinto d'ubbidienza della serva riprese il sopravvento. Tirando
indietro i capelli che le erano caduti sul viso, Amrah si alzò, andò
vicino al cesto e lo scoprì.
-- «Guardate» -- ella disse -- «qui v'è pane e carne.» --
Ella avrebbe disteso per terra il tovagliuolo, ma la padrona le si
rivolse di nuovo.
-- «Non fare così. Amrah. Quelli laggiù ti possono gettare delle
pietre, e rifiutare di darci da bere. Lascia il cesto, prendi l'anfora,
riempila e riportala qui. Per oggi ci avrai reso il più gran servizio
che ti sia concesso di prestarci. Presto, Amrah.» --
La gente, sotto agli occhi della quale tutto ciò era accaduto, fece
strada alla serva, e l'aiutò a riempire l'anfora, commossa dal dolore
che traspariva dal suo aspetto.
-- «Chi sono esse?» -- domandò una donna.
Amrah sommessamente rispose;
-- «Esse furono una volta molto buone con me!» --
Alzando l'anfora sopra le spalle, si affrettò a tornare indietro.
Per dimenticanza, ella sarebbe andata sin dov'eran esse, ma il grido:
«Infette, infette! All'erta!» l'arrestò. Mettendo l'acqua vicino al
cesto, fece qualche passo indietro, e si fermò.
-- «Grazie, Amrah,» -- disse la padrona impadronendosi delle provviste. --
«Cuor d'oro!» --
-- «Non v'è altro ch'io possa fare per voi?» -- domandò Amrah.
Lo mano della inferma era sopra l'anfora, e la donna ardeva dalla sete;
tuttavia si fermò, ed alzandosi disse con fermezza:
-- «Sì, io so che Giuda è tornato a casa. Lo vidi l'altra sera alla
porta, addormentato presso il gradino, e tu lo facesti alzare di
là.» --
Amrah giunse le mani.
-- «O signora mia! Voi vedeste tutto ciò, e non siete accorsa!» --
-- «Sarebbe stato un volerlo uccidere. Io non posso più prenderlo fra
le mie braccia. Non posso più baciarlo. O Amrah, Amrah, tu l'ami, lo
so!» --
-- «Sì,» -- disse essa con effusione, scoppiando di nuovo in lagrime, ed
inginocchiandosi. -- «Io morirei per lui!» --
-- «Dammi una prova di quanto tu dici, Amrah.» --
-- «Sono pronta.» --
-- «Non gli dirai dove siamo e che ci hai vedute. Non dirgli nulla,
Amrah.» --
-- «Ma egli vi sta cercando. È venuto da lontano per trovarvi.» --
-- «Egli non deve trovarci. Non deve diventare ciò che siamo noi.
Ascolta Amrah. Tu ci servirai come hai fatto oggi. Ci porterai quel
poco che ci abbisogna. Ora va. Tornerai la mattina e la sera, d'ora
innanzi, e...» -- e la voce tremò, poichè la ferrea volontà stava per
abbandonarla -- e tu ci parlerai di lui, Amrah; ma a lui non dire una
parola. Hai capito?» --
-- «Oh! sarà così duro il sentirlo discorrere di voi, e vederlo girare
in cerca di voi -- di comprendere il suo dolore e non dirgli almeno che
voi vivete!» --
-- «Puoi dirgli che stiamo bene, Amrah.» --
La serva abbassò il capo silenziosa.
-- «No» -- continuò la padrona; -- «è meglio che tu taccia completamente.
Va adesso e ritorna questa sera, noi ti aspetteremo. Intanto,
addio!» --
-- «Il fardello sarà pesante a sostenersi signora mia» -- disse Amrah
colle mani davanti al viso.
-- «Quanto più duro sarebbe il veder lui nello stato in cui siamo
ridotte!» -- rispose la madre, dando il cesto a Tirzah. -- «Torna ancora
stasera» -- ripetè, prendendo l'anfora ed avviandosi verso il rifugio.
Amrah attese, in ginocchio, che scomparissero, poi riprese la via del
ritorno.
La sera essa venne ancora, e d'allora in poi fu suo pensiero costante
il servirle mattina e sera, e non lasciarle mancar di nulla. La tomba,
benchè così nuda e deserta, era meno triste, per le sventurate, della
cella nella torre. La porta di essa lasciava, quand'era socchiusa,
passar la luce, e dinanzi ad esse si stendeva un panorama pieno di
vita, quantunque lontano e inarrivabile. Così era meno duro attendere
la morte.
CAPITOLO VI.
La mattina del primo giorno del settimo mese, -- Tishri in Ebraico,
ottobre in italiano -- Ben Hur si alzò dal letticciuolo nel Khan, di
pessimo umore. Dopo l'arrivo di Malluch poco tempo era stato perduto
in chiacchiere. Egli aveva cominciate le sue ricerche alla Torre di
Antonia, andando audacemente, per via diretta, al tribuno. Gli spiegò
la storia dei Hur e i particolari dell'accidente toccato a Grato,
facendo risaltar l'innocenza dei condannati.
Scopo della ricerca era di scoprire se alcuno della disgraziata
famiglia fosse vivo e di portare una supplica a Cesare, pregandolo
di restituire ai superstiti i beni e i diritti civili. Tale supplica,
Malluch non ne dubitava, avrebbe determinata un'inchiesta per ordine
imperiale, dalla quale gli amici della famiglia non avevan ragione di
temere. In risposta, il tribuno espose, con tutti i ragguagli, come
avesse scoperta la prigione delle due donne nella Torre, e lesse il
verbale che egli aveva fatto stendere intorno all'accaduto.
Malluch ottenne che se ne facesse una copia e quindi corse con essa da
Ben Hur.
Sarebbe vano descrivere l'effetto che produsse la terribile storia nel
giovine. Il suo dolore non si sfogò in lagrime o in grida; era troppo
profondo per prorompere in manifestazioni rumorose. Egli rimase seduto
e silenzioso per un pezzo, col viso pallido ed il cuore affranto da
pensieri che lo torturavano e che ogni tanto si esprimevano con parole
tronche e dette sotto voce.
-- «Son lebbrose! son lebbrose! -- Esse -- mia madre -- Tirzah -- sono
lebbrose! mio Dio!» --
Era in preda allo strazio più vivo; quindi prese il sopravento l'idea
della vendetta.
Si alzò e disse frettolosamente:
-- «Debbo andar in cerca di loro. Potrebbero esser moribonde.» --
-- «Dove andrai a cercarle?» --
-- «In un solo posto esse possono essere!» --
Malluch s'interpose ed ottenne, dopo molti sforzi, che la direzione
delle ricerche fosse affidata a lui. Andarono insieme alla Porta
davanti alla Collina del Cattivo Consiglio, dove mendicavano i
lebbrosi. Là essi stettero tutto il giorno facendo elemosine, e così
continuarono per tutto il resto del quinto mese e per tutto il sesto
sempre infruttuosamente. La spaventevole città sulla collina fu frugata
in ogni angolo dai lebbrosi eccitati dalle laute ricompense offerte.
Anche la vecchia tomba fu invasa e i suoi ospiti furono assaliti di
domande, ma essi si guardarono bene dal rivelare il proprio segreto.
Il tentativo di Ben Hur quindi fallì. E finalmente, la mattina del
primo giorno del settimo mese giunse informazione che, poco tempo
prima, due donne, infette di lebbra, eran state scacciate e sospinte
fuor della città, alla Porta dei Pesci, dalle guardie. Proseguendo
nelle indagini e facendo confronto di date, Ben Hur s'accertò che le
due infelici eran proprio quelle cercate da lui. Una triste conclusione
derivò da questa sicurezza. Ove si trovavan adesso le sventurate? Che
era avvenuto di loro?
Non bastava che fossero lebbrose -- pensava il figlio con quell'amarezza
che il lettore può immaginare -- non bastava! Erano anche state
scacciate dalla città natìa! Sua madre era morta! morta abbandonata!
Tirzah era morta! Egli solo era in vita. E perchè? Per quanto ancora, o
Dio, per quanto ancora sarebbe durata questa Roma?
Pieno d'ira, senza speranza, ardente del desiderio di vendetta, entrò
nella corte del Khan e la trovò piena di gente arrivata durante la
notte. Mentre faceva la sua prima colazione ascoltò i discorsi dei
vicini, ed in ispecie quelli di alcuni giovani, forti e robusti, che il
modo di discorrere rivelava provinciali. L'aspetto maschio e vigoroso,
del loro viso, la posa del capo, lo sguardo dell'occhio, rivelavano
una vivacità ed una tenacia che non eran comuni al basso popolo di
Gerusalemme. Traspariva nei loro modi un brio che, secondo alcuni, era
l'effetto di una vita sana condotta in paesi montuosi, ma che potremmo
attribuire, con più sicurezza, al regime di libertà che godevano. Erano
Galilei venuti in città per varie ragioni, ma, in primo luogo, per
prendere parte alla Festa della Tomba, fissata per quel giorno. Essi
divennero tosto per lui oggetti di interesse, perchè provenivano da una
regione in cui sperava di trovar pronto appoggio al compito che stava
per assumersi.
Mentre li stava osservando, la sua mente riandava velocemente le
imprese eroiche possibili ad una legione composta di tali soldati,
addestrati nella severa disciplina Romana, un uomo entrò nella corte.
Aveva il viso rosso come per fuoco, e gli occhi scintillanti rivelavano
una certa agitazione.
-- «Che cosa fate» -- chiese ai Galilei. -- «I Rabbini e i principali fra
i nostri vanno al Tempio a veder Pilato. Venite. Fate presto. Andremo
anche noi con loro.» --
Subito tutti lo circondarono.
-- «A veder Pilato? E che cosa farà Pilato?» --
-- «Hanno scoperto una congiura. Il nuovo acquedotto di Pilato deve
venir pagato col denaro del Tempio.» --
-- «Come? Col tesoro sacro?» --
Ripeterono in coro la domanda con gli occhi pieni d'ira.
-- «È il -Corban- -- denaro di Dio -- Ah! il barbaro tocchi un siclo di
quel denaro, se osa!» --
-- «Venite! -- gridò il messaggiero. -- La processione sta attraversando
il ponte. Tutta la città la segue. Posson aver bisogno di noi. Fate
presto!» --
In un batter d'occhio tutti furono pronti. Col capo scoperto e le
corte tuniche senza maniche, presentavan l'aspetto caratteristico dei
mietitori e dei braccianti del loro paese. Stringendo alla vita le
cintole per assettare le vesti essi fecero per uscire dal Khan.
Allora Ben Hur si fece avanti e disse loro:
-- «Uomini della Galilea. Io son un figlio di Giuda. Volete prendermi
con voi?» --
-- «Ma forse ci batteremo!» -- risposero.
-- «Io non sarò il primo a fuggire, nel caso!» --
La risposta li mise di buon umore, ed il messo disse:
-- «Hai l'aria abbastanza robusta. Vieni con noi.» --
Ben Hur si gettò il mantello sulle spalle.
-- «Voi prevedete una lotta?» -- chiese calmo, nello stringersi la
cintura alla vita.
-- «Sì.» --
-- «Con chi?» --
-- «Con il corpo di guardia Romano.» --
-- «Sono legionari?» --
-- «E di chi potrebbe fidarsi un Romano?» --
-- «Che cosa adopererete per battervi?» --
Essi lo guardarono tacendo.
-- «Ebbene -- egli disse -- bisognerà fare quello che si potrà, ma non
sarebbe meglio eleggere un capo? I legionari hanno sempre uno che loro
comanda, ed è così che possono agire come se fossero mossi da una sola
volontà.» --
I Galilei lo fissarono curiosamente che, quasi, l'idea tornasse loro
nuova.
-- «Rimaniamo almeno d'accordo di non dividerci e di restare vicini. --
egli soggiunse. -- Adesso son pronto e voi?» --
-- «Lo siamo. Avanti.» --
Il Khan, rammentiamolo, era in Bezetha, la nuova città, e per arrivare
al Pretorio, come i Romani chiamavano il palazzo di Erode sul Monte
Sion, i Galilei dovevano percorrere la pianura a nord-ovest del Tempio.
Per viottoli e scorciatoie attraversarono rapidamente il distretto
di Akra, giungendo alla Torre di Marianna, donde, in pochi passi, si
arrivava alla porta della fortezza. Per via essi incontrarono molta
gente che, come loro, andava a chieder notizie della nuova empietà
commessa dai Romani. Finalmente arrivarono alle mura del -Pretorium-,
dove la processione degli anziani e dei Rabbini era già entrata, con
gran seguito, lasciando dietro sè una folla immensa e clamorosa. Un
centurione stava alla porta con un corpo di guardie completamente
armato, schierato sotto alle magnifiche mura di marmo.
Il sole si rifletteva sugli elmi e sugli scudi dei soldati, ma essi
erano ugualmente indifferenti al suo splendore e alle grida e agli
insulti della plebaglia. Attraverso alle porte di bronzo una corrente
di cittadini continuava ad entrare mentre un'altra, più esigua,
sortiva.
-- «Che succede?» -- domandò un Galileo a uno di quelli che uscivano.
-- «Nulla -- fu la risposta -- i Rabbini son davanti alla porta del
palazzo e chiedono di veder Pilato. Egli rifiutò di accordare udienza,
ed essi gli mandarono a dire che non se ne sarebbero andati finchè non
fossero stati ascoltati. Ora stanno aspettando.» --
-- «Entriamo» -- disse Ben Hur tranquillamente prevedendo ciò che
probabilmente i suoi compagni non avrebbero preveduto -- e cioè che un
dissidio era sorto fra i pretendenti e il governatore, dissidio facile
a tramutarsi in un tentativo serio di ribellione.
Dentro alla Porta vi eran molti alberi che formavano un doppio filare;
essi eran coperti di foglie e ombreggiavano dei sedili fatti di assi
inchiodate alla meglio.
La gente, tanto entrando che sortendo, evitava cautamente l'ombra degli
alberi, poichè, -- e potrà parer davvero strano, -- un ordine dato dai
Rabbini e che pretendeva esser tratto dalla legge divina, proibiva che
entro alle mura di Gerusalemme crescesse alcun che di verde. Si dice
che perfino il Re Sapiente, il quale desiderava un giardino per la sua
moglie Egiziana, fu costretto a cercarselo nel crocicchio delle valli
al di là di En-rogel.
Attraverso le cime degli alberi si vedeva la facciata del palazzo.
Voltando a destra, la compagnia penetrò in una piazza larga, a sinistra
della quale sorgeva l'abitazione del governatore. Una moltitudine
eccitata riempiva la piazza. Tutti guardavano verso un porticato sotto
al quale appariva una gran porta chiusa, davanti alla quale stazionava
un'altra schiera di legionari.
La folla era così fitta che gli amici non avrebbero potuto avanzarsi,
se tale fosse stato il loro desiderio; rimasero perciò indietro,
osservando ciò che succedeva. Vicino al portico potevano vedere gli
alti turbanti dei Rabbini, l'impazienza dei quali si comunicava a volte
alla folla dietro di essi. Spesso si udiva un grido: -- «Pilato se sei
il governatore, fatti avanti, fatti avanti!» --
Dopo un po' un uomo si spinse tra la folla: il suo viso era rosso dalla
collera.
-- «Israele non ha più voce in capitolo!» -- egli disse a voce alta. --
«Su questa terra santa siamo cani di Roma.» --
-- «Credete voi ch'egli uscirà?» --
-- «Uscire? Non ha egli rifiutato tre volte?» --
-- «Che cosa faranno i Rabbini?» --
-- «Come a Cesarea -- rimarranno qui, sinchè darà loro udienza.» --
-- «Non oserà toccare il tesoro, nevvero?» -- domandò uno dei Galilei.
-- «Chi lo sa? Un Romano, non profanò il Santo dei Santi? V'è nulla di
sacro per essi.» --
Un'ora trascorse, e, sebbene Pilato non si fosse degnato di rispondere,
i Rabbini e la folla non si mossero. Venne mezzogiorno, portando
un acquazzone, che si rovesciò sul capo degli aspettanti, ma senza
recare alcun cambiamento nella situazione, tranne che la folla, se era
possibile, era aumentata e rumoreggiava di più. Il gridìo era quasi
continuo: -- «Vieni fuori, vieni fuori!» -- Certe volte erano varianti
poco rispettose. Ben Hur teneva riuniti i suoi amici. Egli giudicava
che l'orgoglioso Romano si sarebbe stancato, e che la fine del dramma
non poteva esser molto lontana. Pilato non aspettava altro che il
popolo gli offrisse un pretesto per ricorrere alla violenza.
E la fine venne. In mezzo alla confusione si udì un rumore di colpi,
seguito da grida di dolore e di rabbia. Gli uomini venerabili davanti
al portico si voltarono spaventati. La gente che stava di dietro si
spinse avanti. Quelli nel centro si sforzavan di uscire dal parapiglia;
e per un istante, la pressione delle forze contrarie fu terribile.
Mille voci si alzarono per rispondere, la sorpresa si mutò rapidamente
in panico.
Ben Hur si mantenne calmo.
-- «Puoi vedere?» -- egli disse ad uno dei Galilei.
-- «No.» --
-- «Ti alzerò.» --
Prese l'uomo per la vita e lo alzò di peso.
-- «Che cosa c'è?» --
-- «Ora vedo,» -- disse l'uomo. -- «Vi sono alcuni armati di bastoni, che
stanno battendo la gente. Sono vestiti come gli Ebrei.» --
-- «Chi sono?» --
-- «Romani, com'è vero che esiste Dio! Romani truccati da Ebrei. I loro
bastoni volano, e non rispettano nulla. Ecco un Rabbino che cade! --
Vili!» --
Ben Hur pose l'uomo a terra.
-- «Uomini della Galilea,» -- egli disse, -- «è un tiro di Pilato. Ora,
farete ciò che vi dico: andremo contro gli uomini dai bastoni.» --
I Galilei si animarono.
-- «Sì, sì,» -- essi risposero.
-- «Torniamo indietro vicino agli alberi presso alla porta, e troveremo
che l'idea di Erode, quantunque contraria alla legge, non è senza la
sua utilità. Venite.» --
Ritornarono sui loro passi più presto che fu loro possibile, e
afferrando i rami con tutta forza, li staccarono dai tronchi. In breve
furon armati di nodosi bastoni. Al ritorno incontrarono la folla che si
slanciava verso la Porta, mentre dietro ad essa il clamore continuava,
in un coro di strilli, di lamenti, di maledizioni.
-- «Al muro!» -- gridò Ben Hur -- «e lasciate passare la turba!» --
Così, stando fermi, rasenti alla muraglia alla propria destra, potevano
lasciar passare la folla, che, altrimenti, li avrebbe travolti nella
sua pazza corsa verso la piazza.
-- «Uniti, ora, e seguitemi!» --
Gli ordini di Ben Hur ormai erano osservati alla lettera, e mentre egli
si spingeva tra la folla, i suoi compagni lo seguivano compatti. Quando
i Romani, bastonando la gente e canzonandola, si trovarono di faccia ai
Galilei, smaniosi di combattere, ed armati delle stesse armi, rimasero
assai sorpresi. Lo schiamazzo si accrebbe. I bastoni s'incontrarono
con colpi secchi e micidiali: l'odio lungamente represso dei Galilei
si scatenò con tutto l'impeto della loro natura focosa. Niuno eseguì
la sua parte meglio di Ben Hur la cui maestria e disciplina servirono
mirabilmente in quest'occasione, perchè non solo egli sapeva colpire e
parare, ma la lunghezza del suo braccio, l'azione perfetta e la forza
meravigliosa, gli assicuravano la vittoria in ogni conflitto. Egli era,
nel medesimo tempo, soldato e capitano. Il bastone che maneggiava era
poderoso, e bastava un colpo per il medesimo avversario. Il suo sguardo
vigilava tutti i particolari della lotta, e colla voce e l'esempio
animava i compagni alla mischia.
Se il suo grido incoraggiava quelli del suo partito sgomentava i
nemici. Sorpresi in tal guisa, i Romani dapprima si ritirarono in
buon ordine, poi voltarono le spalle e fuggirono verso il porticato.
Gl'impetuosi Galilei avrebbero voluto inseguirli fin sui gradini, ma
Ben Hur ragionevolmente li trattenne.
-- «Fermi!» -- egli disse. -- «Il centurione laggiù sta per sopraggiungere
con la guardia. Essi hanno spade e scudi; noi non possiamo misurarci
con loro. Abbiamo fatto tutto il possibile. Ritorniamo verso la
porta.» --
Essi ubbidirono, benchè a malincuore, poichè la vista dei loro
compaesani, giacenti per terra là dov'erano stati abbattuti, alcuni
contorcendosi e gemendo, altri chiedendo aiuto, altri muti come morti,
destava continuamente la loro ira. Ma non tutti i caduti erano Ebrei.
Questa era una consolazione.
-- «Cani d'Israele, fermatevi!» -- gridò dietro loro il centurione mentre
si ritiravano.
Ben Hur gli rise in faccia e rispose nella sua lingua: -- «Se noi siamo
cani d'Israele, voi siete sciacalli di Roma. Resta qui: torneremo
un'altra volta.» --
I Galilei, schiamazzando e ridendo, proseguirono la loro via.
Fuori della porta si agitava una moltitudine di cui Ben Hur non aveva
mai veduta l'uguale, neppure nel circo di Antiochia. Le cime delle
case, le strade, tutto il versante della collina, erano gremiti di
gente che si lamentava e piangeva. L'aria risuonava delle loro grida ed
imprecazioni. La compagnia venne lasciata passare senza ostacolo dalla
guardia. Ma non appena fu uscita, il centurione, prima di guardia sotto
il porticato, si presentò alla porta, e voltosi a Ben Hur:
-- «Olà, insolente! Sei un Romano od un Ebreo?» --
Ben Hur rispose: -- «Sono un figlio di Giuda, nativo di qui. Che vuoi da
me?» --
-- «Rimani e combatti!» --
-- «Uno per volta?» --
-- «Come vuoi!» --
Ben Hur rise.
-- «O valoroso Quirite! Degno figlio del bastardo Giove Romano! Io non
ho armi.» --
-- «Avrai le mie,» -- rispose il centurione. -- «Io me le farò prestare
qui dalla guardia.» --
La gente, intorno udendo il colloquio, divenne silenziosa; e da essa il
silenzio si propagò alle file più lontane.
Ultimamente Ben Hur aveva battuto un Romano sotto gli sguardi di
Antiochia e del lontano Oriente. Se ora egli avesse potuto umiliarne
un altro sotto gli occhi di Gerusalemme, l'onore che gliene sarebbe
venuto poteva essere di grande utilità alla causa del Nuovo Re. Egli
non esitò. Andando direttamente dal centurione, disse: -- «Sono pronto.
Prestami la tua spada e lo scudo.» --
-- «E l'elmo e la corazza?» -- domandò il Romano.
-- «Tienili. Non potrebbero calzarmi bene.» --
Le armi furono consegnate, ed il centurione si mise in posizione.
I soldati, schierati sotto alla porta, rimasero immobili, come semplici
spettatori. Dall'altra parte stava la folla, inquieta, e con mille
bocche si ripeteva la domanda:
-- «Chi è? Come si chiama?» --
Nessuno lo sapeva.
La supremazia delle armi romane consisteva in tre cose -- sottomissione
alla disciplina, l'ordinamento delle legioni in battaglia, e una
singolare abilità nel maneggio della spada. Nella lotta essi non
colpivano mai col filo della spada ma giuocavano di punta, sia
avanzando che ritirandosi, e generalmente miravano al volto del nemico.
Tutto ciò era noto a Ben Hur. Mentre stavano per attaccare egli disse:
-- «Sono un figlio di Giuda ma non ti ho detto che son stato a scuola da
un -lanista- di Roma. Difenditi!» -- All'ultima parola Ben Hur fece un
passo verso l'avversario.
Per un istante si fissarono reciprocamente, ognuno guardando l'altro
di sopra all'orlo del proprio scudo. Poi il Romano avanzò la spada e
fece una finta al petto. L'Ebreo gli rise in faccia. L'altro gli tirò
una stoccata al viso. Ben Hur fece un passo a sinistra, rapido come
il lampo, e si spinse addosso all'avversario sollevando col proprio
scudo il braccio del nemico. Fece un passo di fronte e un altro a
sinistra lasciando il lato destro del Romano completamente scoperto. Il
centurione, colpito dall'arma di Ben Hur, cadde pesantemente in avanti,
facendo risuonare di un suono cupo il lastricato. L'Ebreo aveva vinto.
Col piede sulle spalle del nemico egli alzò lo scudo sopra il proprio
capo, secondo l'uso dei gladiatori, e salutò i soldati fermi presso la
porta.
Quando il popolo comprese che la vittoria era di Ben Hur divenne quasi
pazzo dalla gioia. Di bocca in bocca fino al lontano Xysto, rapido
come la folgore si sparse la novella, e dappertutto era un agitare di
scialli, e di fazzoletti, un ridere e un vociare; se Ben Hur avesse
consentito, i Galilei lo avrebbero portato in trionfo sulle loro
spalle.
Ad un ufficiale subalterno che s'avanzava dalla Porta, egli disse:
-- «Il tuo camerata morì da soldato. Mi tengo solo la sua spada ed il
suo scudo.» --
Poi si confuse fra la folla. E allorchè fu un po' più lontano parlò ai
Galilei:
-- «Fratelli, vi siete portati assai bene. Ora separiamoci per non
essere inseguiti. Venite da me questa sera al Khan di Bethania. Ho
qualche cosa di grande importanza per Israele da proporvi.» --
-- «Chi sei?» -- gli domandarono.
-- «Un figlio di Giuda,» -- egli rispose, semplicemente. La folla,
smaniosa di vederlo, attorniò la compagnia.
-- «Verrete a Bethania?» -- egli domandò.
-- «Sì, verremo.» --
-- «Allora portate con voi questa spada e questo scudo, chè io possa
riconoscervi.» --
E spingendosi fra la folla che aumentava d'ogni lato, sparve.
Col permesso di Pilato, la gente entrò nel cortile a portar via i morti
ed i feriti, ma il loro dolore per quella vista fu rallegrato assai
dalla vittoria del campione sconosciuto, che fu cercato dappertutto, e
da tutti esaltato. Lo spirito avvilito della nazione si sentì sollevare
dal fatto valoroso, tanto che nelle strade e perfino nel Tempio, in
mezzo alle solennità della cerimonia, si ripeterono le vecchie istorie
dei Maccabei, e le persone più saggie scuotevano il capo, bisbigliando
sommessamente:
-- «Un poco di pazienza, ancora un poco di pazienza, o fratelli, e la
gloria d'Israele rifiorirà. Abbiamo fiducia in Dio.» --
In tale modo, Ben Hur, stabilì la sua supremazia fra i Galilei, e si
preparò la via fra di essi a più grandi servigi nella causa del Re.
Con quale risultato, noi vedremo in seguito.
FINE DEL LIBRO SESTO.
LIBRO SETTIMO
Desto che fui m'apparve una sirena
avvolta in una nube ed anelante
al mare: essa era adorna di monili
d'erba intrecciata: perle di corallo
le cingevano i morbidi capelli.
THOMAS BAILEY ALDRICH.
CAPITOLO I.
L'incontro ebbe luogo nel Khan di Bethania com'era inteso. Poi Ben Hur
accompagnò i Galilei nel loro paese, dove la sua impresa sulla vecchia
Piazza del mercato gli guadagnò fama ed autorità. Prima che l'inverno
fosse trascorso, aveva raccolte tre legioni, organizzandole secondo
il modo Romano. Ne avrebbe potuto avere il doppio, poichè lo spirito
marziale di quel popolo valoroso non s'era mai assopito. Tuttavia fu
prudente consiglio limitarne il numero, dati i sospetti di Roma, non
solo, ma la vicinanza di Erode che avrebbe veduto una minaccia in
queste esercitazioni campali. Egli addestrò gli ufficiali nel maneggio
delle armi, particolarmente della spada e della lancia, e nelle manovre
proprie alla formazione delle legioni, dopo di che li mandava a casa
ad ammaestrare alla lor volta i compagni. In breve questi esercizi
divennero un passatempo per il popolo. Come si può immaginare, il
compito richiedeva pazienza e abilità, zelo, fiducia e devozione, --
da parte sua, e la massima fra le doti di un capo popolo -- quella di
infondere in altri i sentimenti che animano noi. Egli la possedeva
in sommo grado e l'adoperava con grande efficacia. Come lavorava! E
con quale profonda abnegazione e sacrificio di se stesso! Pure, con
tutto ciò, non sarebbe riuscito se non avesse avuto l'appoggio di
Simonide, il quale lo forniva di armi e di danaro, e quello d'Ilderim
che vegliava su di lui nel deserto e gli portava viveri e provviste.
E anche allora i suoi sforzi sarebbero stati vani se non lo avesse
aiutato l'ingegno dei Galilei.
Sotto questo nome eran comprese le quattro tribù Asher, Zebulon,
Ittacar e Naftali, abitanti nei distretti originariamente a loro
destinati.
L'Ebreo, nato nelle vicinanze del Tempio disprezzava i suoi confratelli
del nord; ma contro di lui stava la testimonianza del Talmud eterno: --
«Il Galileo ama l'onore e l'Ebreo il denaro.» --
Animati da un odio per Roma pari soltanto all'affetto che sentivano pel
proprio paese, in ogni rivolta essi erano sempre i primi ad entrare
in campo e gli ultimi a lasciarlo. Cento e cinquanta mila Galilei
perirono nell'ultima guerra con Roma. In occasione delle grandi Feste
essi si recavano a Gerusalemme, marciando con tende e cavalli, come
un esercito. Tuttavia avevano sensi liberali e tolleravano fino il
paganesimo. Provavano un giusto orgoglio per le bellissime città,
Romane nella loro apparenza, che Erode aveva costruite specialmente
nella Seforide e nella Tiberiade, alle quali avevano validamente
contribuito col lavoro delle proprie braccia. Tenevano per concittadini
i popoli di tutto il mondo, e vivevano in pace con loro. Alla gloria
del nome Ebreo contribuirono poeti, come l'autore del Cantico dei
Cantici, profeti come Hosea.
Sopra un tale popolo, così svelto, così superbo, così valoroso, dotato
di tanta devozione e d'una così fervida fantasia, il racconto della
venuta del nuovo Re non potè non avere una straordinaria efficacia. Il
fatto solo ch'egli veniva per abbattere Roma, sarebbe stato sufficiente
perchè essi si schierassero con Ben Hur; ma quando, per sovrappiù, si
disse loro ch'Egli doveva impugnare lo scettro del mondo, che sarebbe
stato più potente di Cesare, più saggio di Salomone, e che il suo
regno doveva durare eternamente, l'appello fu irresistibile, e li
avvinse alla sua causa, corpo ed anima. Domandarono a Ben Hur dietro
quale autorità egli parlasse ed egli citò i profeti, e raccontò loro
di Balthasar che aspettava lassù in Antiochia. Essi gli credettero
ciecamente, poichè era la vecchia e sempre amata leggenda del Messia, a
loro comunicata dalle parole del Signore: era il sogno da tanto tempo
accarezzato, a cui finalmente si fissava una data certa e sicura. Non
si prevedeva più la sola venuta del Re: Egli era già arrivato.
I mesi d'inverno trascorsero veloci per Ben Hur, e quando venne la
primavera con le sue continue pioggie, egli aveva lavorato a tutt'uomo
e potè dire con compiacenza:
-- «Amici, ora venga il buon Re. Non avrà che a dirci dove vuole che
sorga il suo trono; noi abbiamo le spade per difenderlo.» -- E tutte le
persone che ebbero da fare con lui in questo tempo, lo conobbero solo
come un figlio di Giuda, e come tale lo chiamarono.
Una sera, nella Traconite, Ben Hur sedeva con alcuni dei suoi Galilei
sulla soglia della caverna che gli serviva di dimora, allorchè un
corriere Arabo si presentò a lui, e gli consegnò una lettera. Rompendo
il plico, egli lesse:
«Gerusalemme, Nisan IV
È comparso un individuo che gli uomini chiamano Elia. Egli visse per
anni nella solitudine, ed ai nostri occhi egli è un profeta; e tale
lo rivelano le sue parole, il succo delle quali è che un personaggio
assai più grande di lui, deve venire a giorni, e che egli attende
ora sulla sponda orientale del Giordano. Io sono stato a vederlo
ed a sentirlo; colui ch'egli aspetta, è certamente il Re; vieni per
giudicare tu stesso. Tutta Gerusalemme corre dal profeta, e tanta è
la gente che vuol vederlo, che la spiaggia ove egli dimora, è come
il Monte degli Ulivi negli ultimi giorni di Pasqua
Malluch.»
Il viso di Ben Hur s'illuminò di gioia.
-- «Con questa notizia, o amici miei» -- egli disse -- «con questa
notizia, la nostra attesa volge al suo fine. L'araldo del Re è comparso
e l'ha preannunciato.» --
La lettura della lettera destò una felicità generale fra i Galilei.
-- «Preparatevi ora» -- egli aggiunse -- «e domattina dirigetevi verso
casa; quando sarete arrivati, mandate ad avvertire i vostri subalterni
e teneteli pronti a riunirsi a un mio comando. Per me e per voi andrò
a vedere se il Re è realmente arrivato, e ve lo farò sapere. Frattanto
viviamo nella gioia della promessa.» --
Entrato nella caverna, egli scrisse una lettera ad Ilderim, ed un'altra
a Simonide, comunicando loro le notizie ricevute, e parlando del suo
intento di recarsi immediatamente a Gerusalemme. Le lettere furono
spedite per mezzo di rapidi messaggieri. Quando cadde la notte e
spuntarono le stelle, egli montò a cavallo, e con una guida Araba
si diresse verso il Giordano, intendendo di raggiungere la via delle
carovane, tra Rabbath-Ammon e Damasco.
La guida era fidata e Aldebran veloce; cosicchè verso la mezzanotte i
due uscirono dalla valle, che per tanti mesi era stata la loro dimora.
CAPITOLO II.
Lo scopo di Ben Hur era quello di fermarsi allo spuntar del giorno in
un luogo sicuro, non lontano dalla via; ma avendolo l'alba sorpreso
mentre ancora si trovava nel deserto, egli proseguì fidandosi delle
parole della guida che gli prometteva di condurlo in breve ad una valle
chiusa da grandi rupi, ove una fonte, alcuni gelsi ed un po' d'erba,
offrivano foraggio e ristoro per gli uomini e pei cavalli.
Mentre Ben Hur proseguiva avvolto nei pensieri dei grandi eventi che
dovevan succedere e dei cambiamenti che avrebbero portato nei destini
delle nazioni, la guida, sempre all'erta, richiamò la sua attenzione
sopra un punto mobile all'orizzonte, alle loro spalle. Tutto all'ingiro
il deserto si stendeva con monotone onde di sabbia gialla e lucida
sotto i cocenti raggi del sole, senza una palma o un filo d'erba.
Solo a sinistra, ma ancora molto lontano, appariva una catena di basse
montagne. In quello spazio così vasto, qualunque oggetto non poteva a
lungo celarsi.
-- «È un cammello» -- disse subito la guida.
-- «È seguito da altri?» -- chiese Ben Hur.
-- «È solo. No, v'è un uomo a cavallo -- la guida, probabilmente.» --
Poco dopo, Ben Hur stesso potè discernere che il cammello era bianco
e d'una grandezza quasi fenomenale, che gli rammentava il meraviglioso
animale veduto la prima volta presso alla fonte nella Grotta di Dafne,
condotto da Balthasar ed Iras. Non ve n'erano due uguali. Pensando
all'Egiziano, rallentò sensibilmente il passo, indugiando finchè potè
chiaramente distinguere due persone sedute sotto il baldacchino del
cammello.
Se fossero Balthasar ed Iras! Dovrebbe egli farsi conoscere? Essi
avrebbero attraversato soli il deserto. Ma mentre egli era incerto sul
da farsi, il cammello col suo passo lungo e dondolante, lo raggiunse.
Egli udì il tintinnio dei sonagli ed ammirò la ricca gualdrappa che
aveva tanto colpito la folla alla sorgente di Castalia. Riconobbe pure
l'Etiope, che accompagnava sempre l'Egiziano.
Il gigantesco cammello si fermò vicino al suo cavallo, e Ben Hur
alzò il capo e vide Iras! Iras in persona, che sollevando la tenda lo
guardava, coi suoi occhi pieni di sorpresa e di gioia.
-- «Le benedizioni del vero Dio cadano su te!» -- disse Balthasar con
voce tremula.
-- «La pace del Signore sia con te e co' tuoi!» -- rispose Ben Hur.
-- «I miei occhi sono velati per gli anni» -- continuò Balthasar -- «ma
credo di riconoscere in te il figlio di Hur, che conobbi ultimamente,
ospite nella tenda di Ilderim, il generoso.» --
-- «E tu sei Balthasar, il saggio Egiziano. Le tue parole a proposito
di certi santi avvenimenti futuri non sono estranee a questo nostro
incontro nel deserto. Che cosa cerchi in queste lande desolate?» --
-- «Chi è accompagnato da Dio non è mai solo -- e Dio è dappertutto» --
rispose Balthasar con gravità.
-- «A non molta distanza da noi, segue una carovana in viaggio per
Alessandria, e siccome deve passare per Gerusalemme, io avevo pensato
di approfittare della sua compagnia fino alla Città Santa, alla quale
sono diretto. Tuttavia stamane, impaziente del suo procedere lento
a causa specialmente della scorta a cavallo, formata da una coorte
Romana, ci alzammo per tempo e ci mettemmo in cammino. Contro i predoni
del deserto ci protegge un sigillo dello Sceicco Ilderim, e contro gli
animali feroci, la protezione di Dio.» --
Ben Hur chinò la testa e disse: -- «Il sigillo del buon sceicco è una
salvaguardia ovunque si estenda il deserto; e rapido dev'essere il
leone, che voglia raggiungere questo re della sua specie.» --
Così dicendo egli accarezzava il collo del cammello.
-- «Eppure» -- disse Iras con un sorriso che non sfuggì al giovane,
gli occhi del quale, bisogna confessarlo, s'erano spesso, durante il
colloquio col vecchio, rivolti a lei. -- «Eppure, anch'egli starebbe
meglio se rompesse il suo digiuno. I Re soffrono la fame e i mal di
testa. Se tu sei proprio il Ben Hur, di cui mio padre mi parlò, e
ch'io ebbi il piacere di conoscere, tu sarai felice, ne sono certo, di
mostrarci la via più corta alla prossima sorgente, perchè noi possiamo
benedire coll'acqua il nostro pasto mattutino nel Deserto.» --
Ben Hur si affrettò a rispondere.
-- «O bell'Egiziana, la mia pietà ti segue. Se puoi resistere ancora un
poco, noi troveremo la sorgente che tu cerchi, e ti prometto che le
sue acque saranno così dolci e rinfrescanti come quelle della famosa
Castalia. Se permetti, affrettiamo il passo.» --
-- «Ti do la benedizione dell'assetato» -- ella rispose; -- «e ti offro in
cambio un pezzo di pane proveniente dal forno della città, spalmato con
del burro fresco degli opulenti prati di Damasco.» --
-- «Un boccone raro! Proseguiamo.» --
Ben Hur si mise alla testa della comitiva con la sua guida, poichè il
celere passo del cammello impediva ogni conversazione prolungata. Dopo
un po' la compagnia giunse ad una gora che rimontò tenendo la sponda
destra. Il letto era molle per recenti pioggie ed abbastanza ripido. Di
quando in quando si allargava; le rive si facevano rocciose e l'acqua
scorreva rumorosa fra larghi macigni, o precipitava fra nubi di spuma
in piccole cataratte.
Finalmente, attraverso uno stretto passaggio, i viaggiatori penetrarono
in una deliziosa valletta, che ai loro occhi abituati alla sterile
e gialla distesa del deserto, appariva un Paradiso terrestre. Qui
l'acqua del torrente si diramava in tanti canaletti, serpeggianti
ed intrecciantisi fra isole di verdura e gruppi di canne. Alcuni
leandri provenienti dalle profondi valli del Giordano, rallegravano
coi lora fiori la piccola valle, sulla quale sembrava vegliare in
regale attitudine un'unica palma altissima. Le pareti della valle
erano coperte di viti. A sinistra, sorgeva una rupe sporgente sopra
un boschetto di gelsi, i quali rivelavano, con la loro verzura, la
presenza della fonte cercata dai viaggiatori. A questa li condusse la
guida, noncurante dei cinguettii delle pernici e d'altri uccelli dai
colori smaglianti, che svolazzavano spaventati dai loro nascondigli.
L'acqua scaturiva da un'apertura scavata nella rupe, che una mano
esperta aveva allargato in forma di arco. Scolpita su questa, in grandi
lettere Ebraiche, v'era la parola: -Dio-. L'incisore doveva senza
dubbio essersi lì fermato per vari giorni, e, come segno di gratitudine
per l'acqua bevuta, vi aveva impresso il nome del Signore.
Dall'arco il ruscello scorreva veloce sopra un grande macigno ricoperto
di muschio verdissimo e si gettava quindi in uno stagno trasparente
come vetro, per poi fuggire fra verdi sponde e gruppi d'alberi, e
scomparire nella sabbia asciutta. Solo pochi e stretti sentieri si
distinguevano sull'orlo dello stagno, e tutto il terreno all'intorno
non rivelava presenza di uomini. I cavalli, pel momento, furono
lasciati liberi, e l'Etiope aiutò Balthasar ed Iras a discendere;
dopo di che il vecchio, voltando il suo viso verso levante, incrociò
riverentemente le mani sul petto e pregò.
-- «Portami una tazza» -- disse Iras, con impazienza dal baldacchino. Lo
schiavo estrasse un bicchiere di cristallo e glielo porse; essa disse
poi a Ben Hur:
-- «Io sarò il tuo coppiere alla fontana.» --
Entrambi si avviarono allo stagno. Egli avrebbe voluto attingere
l'acqua per lei, ma essa rifiutò la sua offerta, immerse la tazza, e
ve la tenne sin quando fu fresca e ricolma d'acqua; quindi gli offrì il
primo sorso.
-- «No» -- egli disse, respingendo la mano graziosa, e non vedendo altro
che i grand'occhi mezzo nascosti dalle inarcate ciglia -- «ti prego,
questo è mio dovere!» --
Essa insistette.
-- «Nel mio paese, o figlio di Hur, v'è un proverbio che dice: --
«Meglio essere coppiere d'un uomo fortunato, che essere ministro di un
Re.» --
-- «Fortunato?» -- chiese egli.
La voce, gli occhi svelavano la sua sorpresa, ed essa rispose
prontamente:
-- «Gli Dei ci si rivelano amici dandoci a testimonio un segno del loro
potere. Non fosti tu vincitore al Circo?» --
Egli sentì le guancie imporporarsi.
-- «Questo è un segno; ce n'è un'altro. Tu hai battuto un Romano in un
combattimento alla spada.» --
Egli si fece rosso fino alla radice dei capelli, non tanto per il
trionfo in sè, quanto per l'orgoglio ch'egli provava nel pensare
ch'essa aveva seguito con tanto interessamento le varie vicende della
sua vita. Ma subito, alla gioia, tenne dietro una riflessione.
Egli sapeva che la fama di quel combattimento si era sparsa in tutto
l'oriente, ma il nome del vincitore era conosciuto solo da pochi.
Ne aveva fatto parte solo a Malluch, Ilderim e Simonide. Potevano essi
aver confidato il segreto ad una donna? La meraviglia ed il piacere
lottavano in lui, ed osservando il suo smarrimento, essa si alzò e
disse tenendo la coppa sopra lo stagno.
-- «O Dei d'Egitto! Io vi ringrazio per aver scoperto un eroe, vi
ringrazio che la vittima del palazzo di Idernee non sia stata il mio Re
degli uomini. Io libo e bevo.» --
Parte del contenuto della coppa ritornò nello stagno, ed essa bevve il
resto. Levandosi il cristallo dalle labbra, essa esclamò ridendo.
-- «O figlio di Hur, è dunque vero che gli uomini più coraggiosi si
lasciano tutti abbindolare così facilmente da una donna? Prendi la
tazza ora e vediamo se puoi trovarvi ispirazione ad una parola gentile
per me.» --
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