non mi riconobbe. Dopo un attimo la visione scomparve.» --
-- «Non accadrebbe forse così, mamma, se noi lo avessimo realmente ad
incontrare? Siamo assai cambiate. Chissà se ci riconoscerebbe!» --
-- «Potrebbe darsi che non ci riconoscesse, ma...» -- e la madre chinò
il capo: il suo viso si rannuvolò come s'essa fosse colpita da un gran
dolore, poi riprendendo la parola, ella disse: -- «.... ma potremmo
anche farci riconoscere!» --
Tirzah alzò le braccia al cielo e supplicò, lamentandosi:
-- «Dammi dell'acqua, mamma, un po' d'acqua! Anche una goccia sola mi
basterebbe!» --
La madre si guardò attorno confusa ed impotente a soddisfarla.
Ella aveva nominato Dio così spesso; aveva promesso in nome suo, ed ora
le sembrava che il ripetere la preghiera sarebbe stato uno scherno.
Un'ombra passò davanti alla feritoia, oscurandole la luce fioca, ed
ella pensò alla morte che si avvicinava sempre più e l'attendeva mentre
la sua fede andava man mano scemando.
Inconscia delle sue azioni, parlando come un automa perchè essa doveva
parlare per confortar la figlia, disse di nuovo:
-- «Abbi pazienza, Tirzah; vengono; son quasi qui.» --
Le parve di udire un rumore proveniente dalla cella vicina, la loro
unica comunicazione col mondo esterno. Infatti non s'era sbagliata.
Dopo un minuto o due il grido del forzato risuonò attraverso la cella.
Anche Tirzah lo sentì ed entrambe si alzarono tenendosi per mano.
-- «Sia ringraziato per sempre il Signore!» -- esclamò la madre col
fervore di una persona che avesse ricuperata la fede e la speranza.
-- «Olà» -- sentirono gridare, e poi: -- «Chi siete?» --
La voce era sconosciuta. Che cosa accadeva? Eccettuate le parole
scambiate con Tirzah queste eran le prime e le sole che essa avesse
udito in otto anni. Che gran salto -- dalla morte alla vita -- e che
salto repentino!
-- «Una donna d'Israele, qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» --
-- «Fatevi animo. Ritornerò.» --
Le donne ruppero in forti singhiozzi. Erano state trovate e si veniva
in loro aiuto.
Di desiderio in desiderio le loro speranze volavano veloci, come le
rondini.
Poichè si sapeva dov'esse erano, verrebbero anche liberate. Avrebbero
ricuperato tutto ciò che avevano perduto: casa, amici, possedimenti,
libertà, figlio e fratello! La scarsa luce celava loro ancora le
bellezze del giorno, ma, immemori delle sofferenze, della sete e della
fame, del pericolo continuo di morte, le due donne caddero per terra
piangenti, tenendosi strette l'una all'altra.
Non aspettarono a lungo; Gesio si sbrigò in due parole e il tribuno era
un uomo d'azione.
-- «O voi là dentro -- gridò il tribuno dall'apertura -- dove
siete?» --
-- «Qui» -- rispose la madre alzandosi.
Subito essa sentì un rumore proveniente da un'altra parte come di colpi
battuti contro il muro, colpi rapidi, sonori, dati da un'arma di ferro.
Madre e figlia non apersero bocca sapendo bene il significato di tutto
ciò; -- una via di libertà si apriva loro d'innanzi.
Come uomini sepolti da lungo tempo nelle profonde miniere odon l'arrivo
dei loro salvatori annunciati dal martello e dal colpo del piccone,
esse sentivan i loro cuori palpitar più velocemente e i loro occhi si
fissavano sul punto donde procedevano i colpi.
Le braccia che lavoravano al di fuori erano forti; le mani abili, e la
buona volontà non mancava di certo.
I colpi si facevano ogni minuto più vigorosi; di quando in quando, un
pezzo di mattone cadeva con fracasso, e la libertà s'avvicinava sempre
più. Si udivano le voci degli operai.
E.... o gioia! -- Un bagliore di luce rossa, luce di torcia, faceva
capolino attraverso un crepaccio rompendo l'oscurità con un bagliore
intenso, bello come i primi raggi del mattino.
-- «È lui, mamma, è lui! Egli ci ha finalmente trovate!» -- gridò Tirzah
colla vivacità della giovinezza.
Ma la madre rispose dolcemente: -- «Dio è buono!» --
Una pietra cadde nell'interno della cella, poi un'altra, poi un'ammasso
intero, e la porta si aprì. Entrò un uomo sfigurato dalla polvere e
dalla calcina, sollevando al disopra della propria testa una torcia, e
si fermò. Altri due o tre lo seguirono con parecchie torcie e si posero
in disparte per lasciar entrare il tribuno.
Il rispetto per le donne non è del tutto una cosa convenzionale, ma un
naturale omaggio al loro sesso.
Il tribuno si fermò perchè esse fuggivano in un angolo, non pel timore
ma per la vergogna: e, o lettore, non solo per la vergogna!
Dall'oscurità ov'esse s'erano mezze nascoste s'udirono queste parole,
le più strazianti, le più tristi, le più disperate:
-- «Non avvicinatevi! siamo infette! siamo infette!» --
Gli uomini guardandosi nel viso alzarono le loro torcie.
-- «Siamo infette! Siamo infette!» -- ripeterono le donne con un lungo
gemito.
Con un tal grido possiamo immaginare uno spirito che sia fuggito dalla
porta del Paradiso, e che si volga indietro a guardare la vita.
La vedova e la madre fecero il loro dovere, ma, purtroppo, si
convinsero che la libertà per cui esse avevan tanto sognato e pregato,
non l'avrebbero mai ricuperata intera, non avrebbero mai potuto
avvicinare quel frutto d'oro che vedevano da lontano.
-Essa e Tirzah erano lebbrose!-
Forse il lettore non sa completamente ciò che significa questa parola.
La consideri in rapporto alla durezza della legge del tempo di poco
modificata nel nostro.
-- «Quattro disgrazie rendono gli uomini dei paria -- la cecità, la
lebbra, la povertà, e la sterilità» -- disse il Talmud.
Essere lebbrosi significa essere trattati come morti, allontanati dalla
città, dai parenti, obbligati a parlare solo ad una gran distanza con
quelli che ci sono più cari al mondo, obbligati a rimaner sempre coi
lebbrosi; maltrattati, respinti dalle cerimonie del Tempio o della
Sinagoga; ed obbligati a starsene in vesti logore, colle bocche coperte
tranne che per gridare: -- «Siamo infetti, siamo infetti!» -- di trovar
forse ricovero in un luogo selvaggio od in una tomba, di divenire come
spettri, d'esser di peso agli altri più che a se stessi, di vivere
sperando solo nella morte.
Una volta, ma la madre non si ricorda nè il giorno nè l'anno, perchè in
quella cella di tortura non potevano aver un'idea del tempo, essa sentì
come una piaga asciutta nella palma della sua mano destra, e cercò
di lavarla. La piaga si allargò, ciò nonostante per tutta la mano,
ma la donna non disse nulla fino a che Tirzah si lamentò del medesimo
male. L'acqua era scarsa, ma esse cercavano di risparmiarne per usarne
come un rimedio. La mano fu a poco a poco interamente inferma, la
pelle si ruppe, e le unghie si distaccarono completamente dalle dita.
Con tuttociò non sentivano un gran dolore ma un continuo e crescente
malessere. Le loro labbra incominciarono a bruciare ed a screpolarsi.
Un giorno la madre, amante della pulizia, pensando che forse il male
dipendesse dalle condizioni della prigione e temendo che il viso di
Tirzah fosse invaso dal terribile nemico ravvicinò alla luce e la
guardò spaventata; le sopracciglia della ragazza erano bianche come la
neve.
Oh! quale angoscia a tale certezza!
La madre rimase per qualche tempo muta, immobile, coll'animo
paralizzato e capace di un sol pensiero: -- «Lebbrose, lebbrose!» --
Quando riacquistò un poco di padronanza la madre non pensò a sè stessa,
ma alla figliuola; la sua tenerezza le infuse coraggio e la preparò
all'ultimo ed eroico sacrificio. Essa seppellì nel suo cuore la triste
scoperta, raddoppiò di devozioni per Tirzah, e, con meravigliosa
ed inesauribile costanza continuò a tenerla all'oscuro di quanto le
circondava, cercando di infonderle la speranza che non fosse nulla di
grave. Ripetè i suoi scherzi, raccontò le solite storie, ne inventò
anche di nuove, ascoltò con immenso piacere i canti di Tirzah: giacchè,
sulle sue labbra, i salmi del Re Cantore raddolcivano la solitudine
e mantenevano desto in entrambe il ricordo di Dio, e del mondo che
sembrava le avesse dimenticate.
Lentamente, costantemente, con orribile certezza, l'infezione si
propagava, imbiancando le loro teste, rodendo le labbra, le palpebre,
coprendo i corpi di piaghe; quindi le assalì alla gola, rendendo le
loro voci tremanti e prese pure le loro giunture, indurendo i tessuti
e le cartilagini. La madre era ben sicura che, alla fine, anche i
polmoni, le arterie e le ossa sarebbero state corrose rendendo ad ogni
progresso del male sempre più ributtanti le inferme, e continuando così
fino alla morte che poteva farsi attendere per anni ed anni.
Venne alfine un altro dei giorni tanto temuti dalla madre, il giorno
cioè in cui il dovere le impose di rivelare a Tirzah il nome della
terribile malattia; e, atterrite dalla tremenda agonìa che loro
si preparava, pregarono insieme perchè la morte venisse presto a
liberarle.
Vennero anche i giorni in cui le poverette parlavano ed osservavano con
calma la ripugnante trasfigurazione delle loro persone amando di nuovo
la vita. Un vincolo le legava ancora alla terra. Cercavano di mantenere
alto il morale e dimenticare la loro solitudine parlando e pensando
di Ben Hur. Lusingandosi a vicenda di rivederlo, e non dubitando
ch'egli si sarebbe sempre mantenuto religioso e sarebbe stato felice di
riabbracciarle, trovavano piacere nel torcere e ritorcere questo tenue
filo di speranza. Fu proprio in uno di questi momenti che Gesio venne
in loro soccorso dopo dodici ore di digiuno.
Le torcie fiammeggiarono attraverso la prigione; la liberazione era
giunta. -- «Dio è buono?» -- gridò la vedova.
Il tribuno entrò immediatamente. Un senso di dovere scosse la più
vecchia delle donne e dall'angolo ove erasi essa rifugiata gridò: --
«Allontanatevi! siamo infette!» --
Quale angoscia costò alla madre il compiere il proprio dovere! Ma la
gioia della liberazione non le impedì di misurare tutte le conseguenze
della prossima libertà. La vita felice d'un tempo non ritornerebbe
mai più! Se per caso fossero passate presso la loro casa sarebbe stato
solo per avvicinarsi al cancello pronunciando il consueto grido! Esse
avrebbero proseguito la loro via coll'ardente desiderio d'un amore più
vivo che mai, più ineffabile perchè non sarebbe mai stato ricambiato.
Anche il figlio, a cui la madre aveva costantemente pensato,
incontrandola, avrebbe dovuto schivarla. Se egli le avesse porta la
mano chiamando: -- «Mamma, mamma!» -- ella avrebbe dovuto rispondergli
col vero amore di una madre: -- «Allontanati! sono infetta!» -- E
quest'altra figlia che ella cercava di ricoprire colla sua folta
e bianca capigliatura, doveva dividere la sua miserabile compagna
della sorte unica, maledetta vita che le rimaneva! La coraggiosa
donna accettò il destino e fece risuonare quel grido che, da tempo
immemorabile, era caratteristico dei lebbrosi: -- «Siamo infette, siamo
infette!» --
Il tribuno l'udì con un fremito, ma non si mosse.
-- «Chi siete?» -- domandò.
-- «Due donne morenti di fame e di sete. Ma» -- non esitò a dire la madre
-- «non avvicinatevi, non toccate nè il pavimento nè le pareti: tutto è
infetto, infetto!» --
-- «Raccontami la tua storia, o donna, dimmi il tuo nome, dimmi quando,
per che ragione e per opera di chi, tu fosti qui rinchiusa!» --
-- «Una volta v'era in questa città di Gerusalemme un principe, chiamato
Ben Hur, l'amico dei generosi Romani; aveva Cesare per suo amico.
Io sono la sua vedova, e questa è la sua figlia. Come posso dirti la
ragione per cui fummo qui rinchiuse quando io stessa non ne so nulla,
se non perchè siamo ricche? Valerio Grato vi potrà dire chi era il
nostro nemico, e quando cominciò la nostra prigionia. Io non posso.
Guardate allo stato in cui siamo ridotte: abbiate pietà di noi!» --
L'aria era diventata pesante causa l'odore ed il fumo delle torcie, ma
il Romano chiamò a sè uno dei portatori e scrisse la risposta, parola
per parola. Essa era chiara e comprensibile, e conteneva insieme una
storia, un'accusa, una preghiera. Una persona comune non avrebbe potuto
farne una uguale, ed egli non poteva fare a meno di crederle ed averne
pietà.
-- «Tu sarai aiutata, donna» -- disse, chiudendo la sua tavoletta. -- «Ti
manderò del cibo e delle bevande.» --
-- «E dei vestiti, dell'acqua pura, ve ne preghiamo, o generoso
Romano.» --
-- «Come desiderate.» -- rispose egli.
-- «Dio è buono!» -- disse la donna singhiozzando -- «Possa la sua pace
esser con voi!» --
-- «Ma» -- egli aggiunse» -- io non posso rivedervi. Fate i vostri
preparativi, e questa sera vi farò accompagnare alla porta della torre
e vi libererò. Voi conoscete la legge, addio.» --
Diede gli ordini agli uomini ed uscì.
Poco dopo altri schiavi entrarono nella cella con un gran recipiente
d'acqua, un catino, dei tovagliuoli ed un piatto con pane e carne.
Portarono pure degli abiti affinchè le donne li potessero indossare,
e li posarono per terra ove le prigioniere avrebbero potuto facilmente
prenderli allontanandosi subito.
Le due donne furono condotte alla porta e poi lasciate sulla strada,
verso la metà della prima veglia. Così il Romano se ne liberò ed esse
furono ancora una volta padrone di sè nella città dei loro padri.
Esse guardarono le stelle, belle e lucenti come per lo passato, e si
domandarono a vicenda:
-- «Cosa accadrà ora? e dove anderemo?» --
CAPITOLO III.
Mentre Gesio, il custode, si presentava al tribuno nella Torre di
Antonia, un uomo saliva il declivio orientale del monte degli Ulivi.
La strada era scabrosa e polverosa, e la vegetazione all'intorno era
bruciata dal sole d'estate. Il viaggiatore poteva dirsi fortunato, non
solo perchè era giovane e vigoroso, ma anche per gli abiti leggeri che
indossava.
Procedeva lentamente, guardandosi intorno non con l'occhio cauto
e ansioso di chi non è ben sicuro del suo cammino, ma piuttosto
coll'espressione di colui, che, dopo una lunga assenza, rivede
antiche conoscenze, espressione piacevole, che sembrava dire: -- «Sono
contento di trovarmi ancora con voi, lasciatemi vedere quanto siete
cambiate.» --
Ogni tanto s'arrestava per la salita volgendo lo sguardo indietro sullo
splendido panorama che gli si offriva e che era chiuso dalle montagne
del Moab; però, mano mano che egli s'avvicinava alla vetta, affrettava
sempre più il passo, dimentico della fatica.
Per arrivare alla sommità, piegò a sinistra della strada un giorno
assai frequentata. Si fermò all'improvviso, come se una mano invisibile
lo avesse arrestato. Dando una rapida occhiata allo splendido paesaggio
che gli si presentava dinanzi, i suoi occhi si dilatarono, le guancie
s'imporporarono, ed il respiro gli si fece più rapido.
Il viaggiatore era Ben Hur, il luogo Gerusalemme.
Non la Città Santa d'oggi, ma la Città Santa tale e quale fu lasciata
da Erode, la Città Santa di Cristo. Se essa, veduta dal vecchio Monte
degli Ulivi, è ancora bella al giorno d'oggi, che cosa doveva sembrare
a lui?
Ben Hur si assise sopra una pietra, e, liberandosi dal fazzoletto
bianco che gli copriva il capo, si mise ad osservare minutamente. Molti
altri hanno guardato Gerusalemme da quella sommità in epoche diverse.
Il figlio di Vespasiano, il Saraceno, il Crociato, tutti conquistatori,
e molti pellegrini d'ogni parte del mondo, ma, probabilmente, nessuno
di essi avrà mai osservato il panorama con sentimenti più tristi
e più amari di quelli di Ben Hur. Eran ricordi dei tempi passati,
della famiglia, dei discorsi tenuti nell'infanzia, delle proprie
vicende, che gli affollavano la mente. La città coi suoi fabbricati,
era un testimonio vivente ed eterno dei delitti, della devozione,
delle debolezze, del genio e della religione del suo popolo. Sebbene
conoscesse Roma, Ben Hur rimase incantato. Quella vista lo avrebbe
inebriato di vanagloria, se non avesse pensato che quel principesco
dominio non apparteneva più ai suoi compatrioti, che l'adorazione nel
Tempio ora dipendeva dal beneplacito di stranieri, che la collina dove
Davide s'era fermato era sede di un palazzo marmoreo, donde emanavano
gli editti i crudeli dominatori, i quali con essi perseguitavano i
servi della fede. Ma questi erano piaceri e dolori comuni a tutti
gli Ebrei di quel tempo: Ben Hur vi aggiungeva poi riflessioni tutte
personali, ricordi che non avrebbe mai potuto dimenticare e che la
vista della patria richiamavan con più viva intensità.
Un paesaggio di colline subisce pochi cambiamenti; quando poi le
colline sono rocciose non ne subisce affatto. Lo spettacolo che la
natura offriva a Ben Hur era uguale a quello che la natura di quei
luoghi offre oggi, tranne il panorama della città, che è, naturalmente,
variato, per l'opera alacre dell'uomo sempre più incivilito.
Il sole riscaldava il versante occidentale del Monte degli Ulivi più
di quello orientale, e, naturalmente, gli uomini davano a quello la
loro preferenza. I vigneti, di cui il monte era parzialmente rivestito,
ed i pochi alberi sparsi, per la maggior parte fichi e vecchi ulivi
selvatici, erano verdeggianti. In fondo, presso l'asciutto letto del
Cedron, la verzura si faceva più bella e più piacevole alla vista;
là terminava il Monte degli Ulivi e cominciava il Moriah, baldanzoso,
bianco come la neve, fabbricato da Salomone e completato da Erode. Gli
occhi salivano poi di mano in mano sulle poderose roccie, fino alla
porta di Salomone; che formava il piedestallo del monumento di cui la
collina era lo zoccolo; gli occhi risalivano alla Corte dei Gentili,
a quella degli Israeliti, poi alla Corte delle Donne, insieme a quella
dei Sacerdoti, ciascuna delle quali era una mole di bianche colonne di
marmo, sovrapposte l'una all'altra come tante terrazze in cima delle
quali, formando la corona di questa superba mole, infinitamente sacri,
belli, maestosi, sfolgoranti d'oro, ecco il Padiglione, il Tabernacolo,
ed il Santo dei Santi!
L'Arca non era là, ma Jeova viveva nella fede dei figli d'Israele.
In nessun altro luogo si sarebbe trovato un tempio, un monumento
che pareggiasse questo edificio straordinario. E di tutto ciò ora
non rimane neppure una pietra. Chi lo rifarà? Quando ricomincierà la
ricostruzione? Così si domanda ogni pellegrino che si ferma al posto
occupato adesso da Ben Hur, ben sapendo che la risposta non può venire
che da Dio, che custodisce gelosamente i suoi segreti.
Ed ancora gli occhi di Ben Hur osservavano i tetti del tempio, la
collina di Sion piena di sacre memorie. Egli sapeva che la vallata, da
Fermaggiai, si stendeva lassù profondamente incassata fra il Moriah e
il Sion, e attraversata dallo Xisto; ricca di giardini e di palazzi,
ma sopratutto egli fissava con sguardi avidi il paesaggio maestoso per
edifici che incoronava la collina reale; la casa di Caifa; la Sinagoga
centrale, il Pretorio romano, l'Hippico, e i tristi ma superbi cenotafi
-- Faselo e Marianna -- sorgenti sullo sfondo del Gareb, rosseggiante in
lontananza. E quando, fra tutti, riconobbe il palazzo d'Erode, potè
forse pensare ad altro che al Re che doveva venire, sovrano cui egli
stesso si professava devoto, il cui cammino voleva spianare? La sua
fantasia corse veloce al giorno nel quale il nuovo Re sarebbe stato
proclamato e avrebbe preso possesso del Moriah, del sacro Tempio, di
Sion e delle sue torri e dei suoi palazzi, di Antonia minacciosa, alla
destra del Tempio, della nuova città di Bezetha, ancor priva di mura,
accolto da milioni di Israeliti acclamanti con palme e con bandiere,
cantando inni festosi perchè il Signore aveva vinto e li aveva fatti
signori del mondo.
Si dice che il sognare sia un fenomeno non del giorno ma della notte.
Se si studiasse meglio si vedrebbe che quasi tutti i propositi si
nutrirono in una specie di dormiveglia. Sognare è il premio di chi
lavora, è il vino che sostiene le nostre forze, che ci rende cara la
fatica perchè la stanchezza ch'ess'ingenera è propizia al sonno. Vivere
è sognare. Solo dopo morti non si sogna. Nessuno rida dunque di Ben
Hur per le sue fantasticherie, perchè chiunque si fosse trovato in quel
luogo ed in quelle condizioni di animo, avrebbe fatto altrettanto.
Il sole stava per tramontare. Per un momento il fiammeggiante disco
sembrava accovacciarsi sulle lontane vette delle montagne dell'ovest,
tingendo il cielo, sopra alla città, di un color di rame e indorando
le mura e le torri. Poi scomparve. Nella calma della sera, i pensieri
di Ben Hur si indirizzavano verso la casa paterna. Egli fissava i
suoi sguardi in un punto del cielo, un po' a nord dell'incomparabile
facciata del Santo dei Santi. Sotto di esso, proprio nella direzione
del filo a piombo, sorgeva la casa di suo padre, se pure ancora
esisteva.
La dolce influenza di quell'ora inteneriva i suoi sentimenti, e,
mettendo da parte le sue ambizioni, egli pensò al dovere che lo
conduceva a Gerusalemme.
Una sera mentre si trovava con Ilderim sul deserto esaminando il
terreno con occhio di soldato, in cerca di luoghi atti alla battaglia,
giunse un messaggero colla notizia che Grato era stato rimosso e Ponzio
Pilato ne prendeva il posto.
Messala, ridotto all'impotenza, credeva morto Ben Hur. Grato non
aveva più alcun potere; perchè avrebbe dovuto Ben Hur differire più
oltre la ricerca della madre e della sorella? Non v'era più nulla da
temere, ora. S'egli non poteva cercare le due donne personalmente nelle
prigioni della Giudea altri poteva farlo per lui. Se le due perdute
si fossero trovate, Pilato non poteva aver ragioni per trattenerle, e
se ne avesse avute, sarebbero state tali da cedere davanti al denaro.
Una volta trovate, egli le avrebbe portate in luogo sicuro, poi, con
la mente più calma, la coscienza tranquilla per aver compiuto questo
primo dovere, si sarebbe dedicato intieramente al -Re atteso-. La sua
risoluzione fu subito presa. Quella notte egli si consigliò con Ilderim
ed ottenne il suo assenso. Tre Arabi lo accompagnarono a Gerico, dove
egli li lasciò coi cavalli e procedette solo ed a piedi. Malluch doveva
incontrarlo a Gerusalemme. I disegni di Ben Hur erano molto vaghi.
Egli cercava di tenersi, in vista del futuro, nascosto alle autorità,
specialmente Romane. Malluch era un uomo astuto e fidato, proprio
quello che ci voleva per dirigere le ricerche.
Dove cominciare? Questo era il problema. Egli non ne aveva un'idea
chiara. Avrebbe desiderato di cominciare dalla Torre di Antonia. La
tradizione che non si poteva resistere a lungo negli oscuri labirinti
delle tristi celle, metteva il terrore nella mente degli Ebrei, più
che la forte guarnigione che custodiva il castello. Potevano benissimo
essere sepolte laggiù. Inoltre l'istinto c'insegna di cominciare le
ricerche nel posto dove le ultime vestigia si perdettero di vista, ed
egli non poteva dimenticare che l'ultimo sguardo che aveva ricevuto
dalle sue care perdute, era stato appunto mentre le guardie le
spingevano in direzione della Torre. Se non vi erano più, ma vi erano
state, rimarrebbe certamente qualche ricordo del fatto, qualche traccia
da seguire.
Oltre all'istinto anche una speranza lo spingeva.
Aveva saputo da Simonide che Amrah, la nutrice Egiziana, era ancora
in vita. Il lettore si ricorderà senza dubbio che la fedele creatura,
la mattina in cui la sventura piombò sugli Hur, sfuggì alle guardie, e
ritornò al palazzo, dove rimase rinchiusa.
Simonide la mantenne durante gli anni seguenti, cosicchè essa si
trovava ancora là, sola ad occupare la gran casa che Grato non era
riuscito a vendere ad onta di tutte le sue esibizioni.
La storia dei suoi legittimi proprietari bastava ad allontanare sia
i compratori che i semplici affittuarî. Passando davanti alla casa
la gente mormorava e diceva ch'essa era invasa dagli spiriti. Tale
diceria derivava probabilmente dalle apparizioni della povera e
vecchia Amrah talvolta sul tetto, tal'altra ad una finestra dietro le
grate. Certamente nessun altro spirito vi avrebbe potuto abitare con
maggior costanza e nessun'altra casa si prestava meglio di quella, alla
secretezza, al mistero della sua vita ritirata.
Ben Hur si immaginava che potendo raggiungere la vecchia, questa gli
sarebbe stata d'aiuto nelle indagini che stava per intraprendere.
In ogni modo il vederla in quel posto così pieno di cari ricordi
sarebbe stato per lui un lieto pronostico per la ricerca della sua
famiglia.
Così prima di tutto egli voleva dirigersi alla casa paterna in cerca di
Amrah.
Presa questa decisione, si alzò poco dopo il tramonto del sole, e
cominciò la discesa del monte per la strada che dalla vetta piega a
nord-est. In fondo, quasi al piede di esso, vicino al letto del Cedron,
la strada s'incontrava con quella che conduceva al villaggio di Siloam
ed allo stagno dello stesso nome. Là egli s'imbattè con un pastore
il quale conduceva alcune pecore al mercato. Gli parlò, ed in sua
compagnia, passando da Getsemani, entrò nella città per la Porta dei
Pesci.
CAPITOLO IV.
S'era fatto scuro allorchè, separandosi dal mandriano, davanti alla
porta, Ben Hur voltò in un vicolo che conduceva verso sud. Le poche
persone ch'egli incontrò, lo salutarono. I ciottoli del lastricato
eran pungenti; le case, da entrambi i lati, eran basse, oscure,
melanconiche; le porte eran chiuse; dai tetti egli udiva, di tanto in
tanto, voci di donne che cantavano ai loro bambini. L'isolamento in
cui si trovava, la notte, l'incertezza che circondava lo scopo della
sua venuta, tutto ciò contribuiva a renderlo triste. Camminando sopra
pensiero pervenne ad un profondo serbatoio d'acqua, conosciuto ora
sotto il nome di stagno di Betesda, nel quale il cielo si specchiava
tranquillamente. Guardando in su egli scorse la muraglia a settentrione
della Torre d'Antonia, un masso minaccioso che spiccava nel cielo
torbido e grigio. Egli si fermò come al comando imperioso di una
sentinella. La Torre era così alta e poderosa, sorgeva sopra basi
così sicure, da sembrare una nube gigantesca nell'oscurità, ed egli fu
costretto a riconoscere che, se sua madre fosse stata colà rinchiusa,
egli sarebbe stato impotente a salvarla.
Che cosa avrebbe potuto fare per liberarla da quella tomba? Nulla. Un
esercito avrebbe percossa invano quella facciata di pietra con baliste
ed arieti. La gran torre di sud est lo sembrava guardare con aria di
rude disprezzo ed egli pensò che le forze umane son ben deboli e che
Dio è l'ultima speranza dei miseri. Ma Iddio è spesso, per motivi
imperscrutabili, lento ad agire!
Oppresso dal dubbio e dal presentimento, prese la via di fronte alla
torre e la seguì lentamente, mantenendosi all'ovest.
In Bezetha egli sapeva esservi un Khan ove avrebbe potuto trovar
alloggio durante il suo soggiorno in città, ma adesso non poteva
resistere al desiderio di rivedere la sua casa. Il suo cuore lo
conduceva da quella parte.
Il vecchio saluto solenne ch'egli riceveva da quelle poche persone
che incontrava non gli era mai sembrato così piacevole. Di lì a
poco tutta la parte ad oriente del cielo cominciò a inargentarsi e a
brillare. Cose prima invisibili, specie le alte torri sul Monte Sion
s'illuminarono d'un chiarore spettrale sembrando castelli librantisi in
aria.
Egli giunse alfine alla casa di suo padre. Fra quelli che leggono
queste pagine vi sarà chi indovinerà i sentimenti dai quali era invaso
il giovane. Alcuni avranno avuto case nelle quali vissero felici
nella loro gioventù, paradisi donde partiron con gioia infantile colle
lagrime agli occhi, e cui tornerebbero: luoghi di risa e di canti, di
amicizie più care di tutti i trionfi della vita.
Alla porta settentrionale della vecchia casa Ben Hur si fermò.
La ceralacca adoperata per sigillare l'uscio si vedeva ancora, e
attraverso le imposte v'era un asse con scritto:
PROPRIETÀ DELL'IMPERATORE
Nessuno vi era uscito od entrato dal giorno terribile della
separazione. Doveva egli bussare come per l'addietro? Era inutile,
egli lo sapeva; pure non poteva resistere alla tentazione. Amrah
potrebbe udire, e guardare da una di quelle finestre o da qualche
porta. Prendendo un ciottolo, montò sul largo gradino di pietra e
picchiò tre volte. Un eco lenta rispose. Egli picchiò una seconda
volta più forte di prima; e poi ancora, fermandosi ogni volta per
ascoltare. Nessun suono ruppe il silenzio. Ritornando sulla strada egli
guardò attentamente le finestre; anch'esse erano mute e senza vita. Il
parapetto del tetto spiccava chiaramente nel cielo illuminato; nulla
avrebbe potuto muoversi senza che egli se ne fosse accorto, e nulla
realmente si mosse.
Dal lato settentrionale egli passò all'ovest, ove s'aprivano quattro
finestre che guardò a lungo ed ansiosamente, ma con lo stesso
risultato. Certe volte il suo cuore si gonfiava di desiderî impotenti;
certe altre tremava innanzi alle illusioni della sua fantasia. Amrah
non fece alcun cenno; neppure un fantasma si mosse.
Silenziosamente, allora, egli si avvicinò alla facciata meridionale.
Anche là la porta era sugellata e recava la medesima soprascritta.
L'armonioso splendore della luna di agosto, apparendo sulla cresta
dell'Oliveto, poi chiamato Monte dell'Offesa, faceva risaltare le
parole, ed egli le lesse, in preda a un'ira muta e impotente. Tutto ciò
che egli poteva fare, era di strappare l'asse dall'inchiodatura, e di
lanciarla nel fosso; poi si sedette sul gradino, e pregò Dio affinchè
affrettasse la venuta del nuovo Re. Questo sfogo lo rese più calmo; a
poco, a poco cedette alle fatiche del lungo viaggio, compiuto sotto la
sferza del sole; chinò la testa lentamente e si addormentò di un sonno
profondo.
Poco dopo, due donne discesero la strada nella direzione della Torre di
Antonia, avvicinandosi alla casa dei Hur. Esse avanzavano furtivamente,
con passi timidi, fermandosi ogni tanto per ascoltare. All'angolo del
fabbricato una si rivolse all'altra, e disse a bassa voce:
-- «Eccoci, Tirzah.» --
E Tirzah, dopo aver guardato intorno a sè, afferrò la mano della madre,
e vi si appoggiò pesantemente, singhiozzando, senza profferire una
parola.
-- «Andiamo innanzi, figlia mia, perchè....» -- la madre esitò e tremò;
poi sforzandosi d'essere calma, continuò -- «perchè quando spunterà il
giorno, ci cacceranno dalle porte della città che si chiuderanno per
sempre dietro di noi.» --
Tirzah si lasciò cadere sulle pietre.
-- «Ah, sì!» -- ella disse fra i singhiozzi; -- «Dimenticavo. Credevo di
andare a casa. Ma siamo lebbrosi, e non abbiamo casa; apparteniamo ai
morti!» --
La madre si abbassò e la sollevò teneramente, dicendo:
-- «Non abbiamo nulla a temere. Andiamo avanti.» --
E in verità, alzando semplicemente le loro mani, esse avrebbero messo
in fuga una intera legione.
Avanzandosi pian piano, rasente alla muraglia, procedettero come due
fantasmi, sinchè arrivarono alla porta, davanti alla quale esse pure si
fermarono. Vedendo l'asse, montarono sul gradino, e lessero la scritta:
-Questa è proprietà dell'Imperatore-
Allora la madre giunse le mani, e con gli occhi rivolti al Cielo,
gemette con indicibile angoscia.
-- «Che cosa c'è mamma? Tu mi spaventi!» --
Lentamente essa rispose: -- «Oh! Tirzah, i poveri muoiono! Egli è
morto!» --
-- «Chi, mamma?» --
-- «Tuo fratello! Tutto gli fu tolto -- tutto -- perfino questa
casa!» --
-- «Povero!» -- disse Tirzah con sguardo smarrito -- «Egli non potrà mai
aiutarci.» --
-- «E allora, mamma?» --
-- «Domani, domani, figlia mia, troveremo un posto presso la strada, e
chiederemo l'elemosina come fanno i lebbrosi; mendicheremo.» --
Tirzah si appoggiò di nuovo alla madre e con voce fioca bisbigliò:
-- «Morire, morire!» --
-- «No!» -- disse la madre con prontezza. -- «Iddio ha fissata la nostra
ora, e noi siamo credenti in Dio. Lo rispetteremo anche in questo.
Andiamo.» --
Ella afferrò la mano di Tirzah mentre parlava e insieme voltarono
l'angolo ovest della casa, sempre rasentando il muro. Non trovando
alcuno proseguirono fino all'altro angolo sfuggendo il chiaro di luna,
che illuminava tutta la facciata meridionale e parte della strada.
Ma il desiderio della madre era forte. Lanciando uno sguardo indietro
ed in alto verso le finestre, entrò nell'area illuminata attirando
seco Tirzah; allora apparve in tutto il suo orrore la loro afflizione
-- le labbra e le gote screpolate, gli occhi cisposi, le mani scarne;
le ciocche di capelli indurite da una materia ripugnante, e, come le
loro ciglia, spaventosamente bianche. Nè era possibile il poter dire
quale fosse la madre, e quale la figlia; ambedue sembravano vecchie e
cadenti.
-- «Zitto!» -- fece la madre -- «V'è qualcuno coricato sul gradino --
un uomo. Facciamo il giro e avviciniamoci.» -- Esse attraversarono la
strada, rapidamente, e tenendosi nell'ombra, proseguirono fin davanti
alla porta, ove si fermarono.
-- «Egli dorme, Tirzah!» --
L'uomo rimaneva immobile.
-- «Rimani qui, mentr'io tenterò d'aprire la porta.» --
Così dicendo la madre s'avvicinò cautamente, senza far rumore, e toccò
l'uscio. Non ebbe il tempo d'accertarsi se avrebbe ceduto, perchè, in
quel momento, l'uomo sospirò, e, voltandosi inquietamente, mosse il
fazzoletto che gli avvolgeva il capo, scoprendo il suo viso che apparve
chiaramente illuminato dai raggi della luna. Ella lo guardò e trasalì;
guardò di nuovo, curvandosi lievemente, e giunse le mani e alzò gli
occhi al cielo, in muto appello. Rimase un istante così, poi corse da
Tirzah.
-- «Come è vero che esiste Dio, quell'uomo è mio figlio, è tuo
fratello!» -- sussurrò sommessamente.
-- «Mio fratello? Giuda?» --
La madre le afferrò la mano con veemenza.
-- «Vieni» -- ella disse, sempre a voce bassa e concitata: -- «andiamo
a guardarlo insieme -- ancora una volta, una volta sola -- poi, o Dio,
aiuta i tuoi servi!» --
Esse attraversarono la strada, tenendosi per mano, leste silenziose
come fantasmi.
Quando le loro ombre si proiettarono sopra di lui, le donne si
fermarono. Una delle sue mani giaceva sul gradino col palmo rivolto in
alto. Tirzah cadde in ginocchio e lo avrebbe baciato, ma la madre la
trasse indietro.
-- «No, se ti è cara la sua vita, non toccarlo! Siamo infette! siamo
infette!» -- ella sussurrò.
Tirzah si ritrasse come se egli fosse il lebbroso.
Ben Hur era bello: d'una bellezza maschia. Le guancie e la fronte
erano abbronzate dal sole e dall'aria del deserto; sotto ai baffi
biondi apparivano le labbra rosse e fresche, e i denti bianchissimi;
la morbida barba non celava la piena rotondità del mento e della gola.
Come appariva bello agli occhi della madre! Quale immensa brama la
struggeva di gettargli le braccia al collo, di stringergli il capo
al suo petto e di baciarlo come soleva fare nella sua fanciullezza!
Dove trovò ella la forza per resistere all'impulso? Dall'amor suo,
o lettore! dal suo amore materno, che, se tu poni ben mente, in
questo differisce da ogni altro affetto: che, tenero per l'oggetto,
può essere infinitamente tirannico per se stesso; di qui tutta la
infinita forza del sacrificio. Neppure se avesse potuto ricuperare la
salute e la fortuna, per nessuna benedizione di questa vita, non per
la vita medesima, avrebbe permesso che il suo bacio infetto posasse
sulla di lui guancia! Eppure ella deve toccarlo; in quell'istante
che l'ha trovato, deve rinunciare a lui per sempre! Fate che un'altra
madre vi dica l'amarezza di quel pensiero! Essa cadde in ginocchio,
e, strisciando fino ai suoi piedi, accostò le labbra alla suola di
un sandalo, la toccò una volta e poi un'altra ancora, e infuse tutta
l'anima sua in quei baci.
Egli si mosse, ed agitò la mano. Esse fecero un passo indietro, e
l'udirono mormorare in sogno:
-- «Dov'è la mamma, Amrah?» --
E di nuovo ricadde in un sonno profondo. Tirzah lo divorava cogli occhi
ardenti. La madre nascose il viso nella polvere cercando di soffocare
un singhiozzo così profondo e così forte che le sembrava il suo cuore
scoppiasse. Quasi desiderava ch'egli si svegliasse.
Egli aveva chiesto di lei; ella non era dimenticata; fin nel sonno
pensava a lei. Non era abbastanza? La madre fece un cenno a Tirzah,
si alzò, e, gettando sull'assopito ancora un ultimo sguardo, come per
stamparne eternamente in cuore l'immagine, riattraversò lentamente la
strada. Là, nascoste dall'ombra del muro, si fermarono, e, fissandolo
in ginocchio, aspettarono ch'egli si svegliasse. Aspettavano qualche
miracolo: non sapevano quale. A noi non è dato misurare la pazienza di
un amore come il loro.
Di lì a poco, mentre egli dormiva ancora, un'altra donna apparve
sull'angolo del palazzo. Le due lebbrose, accovacciate nell'ombra, la
scorsero perfettamente, illuminata come era dalla luna; una figura
piccola, curva, scura di carnagione, grigia di capelli, vestita
decentemente alla foggia di una serva, e portando un cesto pieno di
verdura.
Alla vista dell'uomo coricato sul gradino, la nuova venuta si fermò;
poi, come se avesse presa una risoluzione, continuò la su strada
camminando in punta di piedi. Passò vicina al dormiente, s'appressò
alla porta, aprì facilmente lo sportello e mise la mano nell'apertura.
Una delle larghe assi formanti l'imposta sinistra, girò su se stessa
senza far rumore. Ella depose nell'interno il canestro, e stava per
entrare essa medesima, quando, cedendo alla curiosità, si piegò per
dare un'occhiata al forestiero, il viso del quale poteva benissimo
vedersi.
Le spettatrici dall'altra parte della strada udirono un'esclamazione
soffocata e videro la donna fregarsi gli occhi come per rinnovare
in loro la forza; piegarsi di nuovo, giungere le mani, guardare
storditamente intorno, e poi chinarsi ancora, sul dormiente, prendergli
la mano e baciarla teneramente. Ah! ciò ch'esse bramavano tanto di fare
e che non osavano! Svegliato da quell'atto, Ben Hur, istintivamente
ritirò la mano, e così facendo i suoi occhi incontrarono quelli della
donna.
-- «Amrah! O Amrah! sei tu?» -- egli disse.
La vecchia non potè rispondere a parole, ma gli cadde al collo
piangendo di gioia.
Con delicatezza egli si svincolò dal suo braccio; sollevando il vecchio
viso rugoso della serva, tutto bagnato di lagrime lo baciò, con una
gioia non meno intensa di quella da lei dimostrata.
Poi le due ascoltatrici dalla strada l'udirono esclamare:
-- «Mamma... Tirzah.... dimmi che è successo di loro, parla; ti
prego.» --
Amrah diede in un nuovo scoppio di pianto.
-- «Tu le hai vedute, Amrah. Tu sai dove sono: Dimmi che sono qui in
casa.» --
Tirzah si mosse come per slanciarsi verso di lui, ma la madre,
indovinando il suo intento, l'afferrò per la mano sussurrando:
-- «No; no, per la tua vita. Noi siamo infette, noi siamo infette!»
Il suo amore era tirannico nella sua magnanimità.
Sebbene i loro cuori fossero straziati, egli non avrebbe dovuto
diventare, per colpa della madre e della sorella, lebbroso com'esse.
Perciò l'amore vinse.
Intanto Amrah, cui si rivolgevano le suppliche di Ben Hur, piangeva
sempre più.
-- «Stavi per entrare,» -- egli continuò vedendo che il battente era
aperto. Andiamo allora, io verrò con te. E così dicendo si alzò. -- «I
Romani -- la maledizione di Dio cada su di loro, -- i Romani mentirono.
La casa è mia, alzati Amrah, ed entriamo.» --
Un momento dopo essi erano spariti, lasciando le due donne sole
nell'oscurità.
Esse tenevano gli occhi fissi sulla porta la quale non si sarebbe mai
più spalancata per loro, e si strinsero sempre più l'una all'altra.
Avevano fatto il loro dovere, il loro amore era stato messo alla prova
ed avevano vinto. Il giorno seguente furono trovate dalle guardie e
cacciate dalla città a sassate.
-- «Via di qua, voi siete morte pel mondo, via!» --
Con questa sentenza che risonava minacciosa alle loro orecchie,
uscirono dalla città.
CAPITOLO V.
Al giorno d'oggi i viaggiatori in Terra Santa, che cercano il
bellissimo Giardino Reale, discendono il letto del Cedron, o proseguono
per la curva di Gihon fino ad arrivare alla vecchia fontana di
En-rogel. Qui sostano, bevono un sorso dell'acqua freschissima e dolce,
osservano le grandi pietre che circondano l'orlo del pozzo, chiedono
la sua profondità, sorridono forse del modo primitivo di attinger
l'acqua, e dopo aver dato qualche soldo al povero diavolo che presiede
a quella funzione, si rivolgono indietro. È allora che il panorama di
Gerusalemme appare più maestoso che mai ai loro sguardi.
Qui i monti di Moriah e di Sion, degradante in lene pendio verso
l'antica città di Davide; là, sulla cima dei colli appaiono le rovine
dei palazzi reali, il duomo elegante dell'Haram, i poderosi avanzi
dell'Ippico, minaccioso ancora nelle sue rovine.
A destra è il Monte dell'Offesa, solitario e roccioso, a sinistra il
Colle del Cattivo Consiglio, che le leggende rabbiniche e monastiche
hanno circondato di una fama così misteriosa e terribile.
La sua base infatti, secondo la tradizione, copre l'entrata
dell'inferno, il Gehenna della religione Ebraica. Sul fianco orientale
fronteggiante la città si aprono caverne e sorgono innumerevoli
tombe, che, al tempo di cui scriviamo, erano abitate dai lebbrosi, non
singolarmente, ma formanti un'intera colonia.
Quello era il loro dominio, quivi avevano fondato una città, e vi
dimoravano da soli, fuggiti da tutti, come quelli su cui la maledizione
di Dio aveva visibilmente impresso il suo segno.
La seconda mattina dopo gli avvenimenti descritti nel precedente
capitolo, Amrah si avvicinò al pozzo di En-rogel, e sedette sopra un
macigno.
All'apparenza la si sarebbe presa per la domestica di una agiata
famiglia.
Aveva recato un anfora ed un cesto, coperto da un bianco tovagliolo,
ch'ella aveva deposto in terra presso di sè. Si tolse lo scialle dal
capo, intrecciò le mani sopra le ginocchia, e fissando gli sguardi in
direzione del burrone di Aceldama, rimase in posizione di chi aspetta.
Era di buon mattino, ed ella fu la prima ad arrivare al pozzo.
Tuttavia, poco dopo, venne un uomo portando una corda ed una secchia
di cuoio. Salutando la piccola donna dalla faccia scura, egli slegò la
corda, l'attaccò alla secchia, ed aspettò gli avventori.
Amrah sedeva silenziosa, senza far parola. Vista l'anfora, l'uomo
domandò, dopo qualche tempo, se desiderava che la si riempisse; ella
rispose civilmente: -- «Non adesso;» -- Allora egli non si occupò più
di lei. Quando il sole apparve sopra il monte Oliveto, gli avventori
arrivarono a frotte.
Per tutto questo tempo ella mantenne il suo posto, volgendo tratto
tratto gli sguardi alla sommità delle colline, nè si mosse, quando, il
sole, sorgendo, cominciò a scottare. Mentre essa aspetta, parliamo del
suo scopo.
La sua abitudine era di recarsi al mercato a notte fatta. Scappando di
casa inosservata, ella cercava i negozi nel Tiropeo, o quelli presso
alla Porta dei Pesci, faceva le sue compere di carne e di verdure, e
ritornava rinchiudendosi nuovamente in casa.
Il piacere che provò dalla presenza di Ben Hur nel vecchio palazzo si
può facilmente immaginare. Ella non aveva nulla a dirgli riguardo alla
padrona od a Tirzah -- nulla.
Egli avrebbe voluto condurla in un luogo meno malinconico; essa rifiutò.
Ella gli avrebbe voluto dare ancora la sua stanza, rimasta tale e quale
come l'aveva lasciata; ma il pericolo d'essere scoperto era troppo
grande, ed egli desiderava sopra tutto di evitare inchieste.
Egli verrebbe a trovarla più spesso che gli sarebbe possibile. Sarebbe
andato e tornato di notte. Ella dovette starsi contenta di questa
decisione; soddisfatta, subito si occupò di cercare ogni mezzo per
rendergli piacevoli queste visite di sfuggita.
Non le passava per la testa che egli era già un uomo, e i suoi gusti
giovanili si sarebbero potuti cambiare.
Si ricordava che da bambino era appassionatissimo dei dolci, e decise
di prepararne varie qualità e averle sempre pronte ogni volta che egli
veniva.
Non era una idea felice forse? Così la sera seguente, più presto del
solito, ella uscì, col suo cesto, ed andò al mercato della Porta dei
Pesci.
Girando di qua e di là, in cerca del miglior miele, le accadde di udire
un uomo raccontare una storia.
Quale era questa storia, il lettore si potrà facilmente immaginare
quando sappia che il narratore era uno degli uomini che avevano
tenuto le torcie per il comandante della Torre di Antonia, allorchè fu
demolita la porta della cella numero VI.
Ella udì tutti i particolari della scoperta e insieme i nomi dei
prigionieri.
Ascoltò il racconto trattenendo il fiato, temendo di perdere una parola.
Terminate le sue compere, ritornò a casa, credendo di sognare. Quale
felicità poteva procurare al suo protetto! Aveva trovata sua madre!
Ella pose in un canto il canestro, ora ridendo, ora piangendo. Tutto
ad un tratto si fermò e pensò. Il sentirsi dire che sua madre e Tirzah
erano infette dalla lebbra, lo avrebbe esposto alla morte. Egli
si sarebbe recato nell'orrenda città sopra la collina del Cattivo
Consiglio, bussando alla porta di ogni tomba infetta, senza pace,
domandando di loro, e la malattia avrebbe colto anche lui; il loro
destino sarebbe stato anche il suo.
Ella si torse le mani. Che cosa doveva fare?
Come tanti prima di lei, e tanti fecero dopo, traendo dall'intensità
dell'affetto ispirazione, se non saggezza, venne ad una conclusione
singolare.
I lebbrosi, ella lo sapeva, solevano ogni mattina discendere dalle loro
sepolcrali dimore sulla collina, e prendere una provvista d'acqua per
la giornata, dal pozzo En-rogel.
Portavano le loro anfore, le appoggiavano per terra ed aspettavano,
stando lontano, finchè fossero riempite. A quel pozzo la sua padrona
e Tirzah dovevano venire; poichè la legge era inesorabile, e non
ammetteva alcuna distinzione. Un ricco lebbroso non era trattato meglio
di uno povero.
Così Amrah decise di non parlare a Ben Hur della storia che aveva
udito, ma di andare sola al pozzo ad aspettare. La fame e la sete vi
spingerebbero gli sventurati, ed essa credeva di poterle riconoscere a
prima vista. Ad ogni modo sarebbe stata da loro riconosciuta.
Intanto arrivò Ben Hur e chiacchierarono a lungo insieme. L'indomani
doveva venire Malluch; e la ricerca sarebbe subito incominciata. Egli
era impaziente. Per distrarsi, durante l'attesa, voleva visitare
i luoghi sacri del vicinato. Quantunque il segreto pesasse sulla
coscienza della donna e le sue labbra ardessero dal desiderio di
svelarlo, essa si mantenne calma.
Quando se ne fu andato, ella si affaccendò a preparargli una buona
colazione che lo sfamasse al suo ritorno. E sul far dell'alba riempì
il canestro, si provvide di un'anfora e prese la via che conduce a
En-rogel, sortendo per la Porta dei Pesci, che era una delle prime
ad aprirsi. Poco dopo il levar del sole quando la gente si affollava
maggiormente intorno al pozzo una mezza dozzina di secchie erano in
moto nello stesso tempo, ognuno volendo andarsene finchè durava il
fresco del mattino; gli abitatori della triste collina incominciarono a
far capolino e a muoversi fra le loro tombe. Un po' più tardi apparvero
a gruppi, formati in parte da fanciulli, alcuni in tenera età. Altri
venivano furtivamente allo svolto della rupe -- donne con anfore sopra
le loro spalle, uomini vecchi, zoppicanti, sorretti da bastoni e da
gruccie. Alcuni si appoggiavano sulle spalle dei compagni, altri,
totalmente impotenti, si lasciavano trasportare dagli amici sopra
lettighe.
Anche quel dolore, comune a tanti esseri che si amavano nella sventura,
trovava un po' di sollievo in questo reciproco conforto.
Dal suo posto presso il pozzo, Amrah teneva d'occhio quei gruppi
spettrali. Più d'una volta essa credette di riconoscere le infelici
delle quali andava in cerca. Non dubitava che esse fossero sulla
collina e che dovessero venire al pozzo: forse aspettavano solo che
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