Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa. Era impossibile dire l'ampiezza della sala, mirabilmente celata dall'armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s'avvide d'essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti, sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli, meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla trasparente superficie di uno stagno. Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva l'azzurro del cielo; l'-impluvium-, sotto l'apertura, era circondato da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta intorno all'orlo dell'apertura, corruscavano di viva fiamma là dove erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano prolungarsi a profondità infinite. Strani candelabri pendevano dall'alto, o si partivano in fantastiche curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò da Crasso, o di quell'altra ancora più celebre per la sua stravagante magnificenza, la villa Tusculana di Scauro. Assorto nell'ammirazione di quanto vedeva, Ben Hur girava per la sala, aspettando. Non era impaziente. Quando Iras sarebbe stata pronta, sarebbe venuta o l'avrebbe mandato a chiamare. In ogni casa Romana l'atrio era la sala di ricevimento degli ospiti. Due, tre volte, fece il giro delle pareti; poi si fermò sotto all'apertura a contemplare con lo sguardo l'azzurra immensità del cielo sopra il suo capo; poi ancora, appoggiato contro una colonna, studiò gli effetti di luce e di ombra. E non veniva nessuno! L'attesa cominciò a pesargli, e principiò pensare sulle possibili ragioni del ritardo di Iras. Esaminò di nuovo i disegni del pavimento, ma ne trasse minore diletto di prima e vi scoprì parecchi difetti. Di tanto in tanto si fermava ad ascoltare. L'impazienza cominciava a pungerlo, e il silenzio che lo circondava si fece opprimente. Una vaga inquietudine lo prese, e cercò invano di soffocarla: -- «Starà dandosi un'ultima pennellata alle sopracciglia, o, forse, starà facendo una ghirlanda per me; cercherà d'esser più bella onde farsi perdonare il ritardo!» -- Con tali riflessioni tentò di cacciare la noia e la febbre dell'attesa. Si sedette per ammirare un candelabro -- un plinto di bronzo scorrente sopra rotelle; all'estremità si elevava lo stelo di una palma, dall'altra la figura di una donna inginocchiata dinanzi ad un'ara; le lampade pendevano in guisa di frutti fra le fronde dell'albero; -- un capolavoro del suo genere. Ma l'ansia di quel silenzio non cedeva davanti alla contemplazione del bellissimo oggetto. Egli tendeva l'orecchio, ma non si udiva un suono; il palazzo era muto come una tomba. Forse vi era stato un errore. No: il messaggiero veniva da parte dell'Egiziana, e questo era il palazzo di Idernee. Poi si rammentò che la porta si era aperta in modo misterioso, da sola, senza chiasso. Andrebbe ad accertarsi! Mosse verso la porta. Quantunque si sforzasse di camminare in punta di piedi, i suoi passi risuonarono sgradevolmente, ed egli ne ebbe quasi paura. Diventò nervoso. Il pesante chiavistello romano resistette al primo tentativo fatto per smuoverlo; provò una seconda volta -- il sangue gli si agghiacciò nelle vene -- finalmente diede uno strappo alla serratura con tutte le sue forze: invano -- la porta non si mosse neppure. Un senso di timore lo prese, e per un momento rimase irresoluto. Chi, in Antiochia, aveva motivo di fargli del male? -Messala!- E questo palazzo di Idernee? Aveva veduto l'Egitto nel vestibolo, Atene nel candido porticato; ma, qui, nell'atrio, era Roma; tutto quanto, all'ingiro, tradiva l'appartenenza Romana. È vero, il palazzo era in una delle strade più popolose della città; ma, per questa cagione appunto, poteva esser stato scelto dal genio audace del suo nemico. L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero. L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben Hur. Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri. Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi? Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là. Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata qualunque porta. Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari, comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un tentativo estremo. In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli -- fra un ora -- fra due ore. Pazienza. Così, pensando, attese. Passò mezz'ora -- a Ben Hur essa sembrò assai lunga -- quando la porta per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala. Il rumore dei passi lo fece trasalire. -- «Ecco Iras!» -- egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia. I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali. Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate nel centro della sala. Di lì a poco intese voci -- voci di uomini, ma non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio sconosciuto all'oriente. Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e disinvolta rivelava un intento preciso. Quale? Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di esaminarli dettagliatamente. Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato; il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere. L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben scelto per essere il frutto di un caso. Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido carcere, doveva morire! Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini, mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa, con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano, questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero gli accrebbe fiducia. Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione santa, come era santo il Re che doveva venire, -- una missione che rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi? Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le spalle alla colonna, aspettò tranquillamente. L'esame del mosaico fu breve. Tosto il Germano si voltò, e disse qualche cosa al compagno; entrambi guardarono Ben Hur. Scambiate poche altre parole nella loro lingua, avanzarono verso di lui. -- «Chi siete!» -- chiese Ben Hur. Il Germano sorrise, senza che quest'atto giovasse ad attenuare la feroce bruttezza del suo volto, e rispose: -- «Barbari.» -- -- «Questo è il palazzo di Idernee. Che cosa cercate? Fermatevi e rispondete.» -- La voce era calma ma imperiosa. I due si fermarono, e, a sua volta, il Germano domandò: -- «Chi sei tu?» -- -- «Un Romano.» -- Il gigante rovesciò il capo all'indietro e spalancando la bocca rise: -- «Ah, ah! Ho udito dire che un Dio nacque da una vacca per aver leccato una pietra salata; ma neanche un Dio può fare Romano un Giudeo.» -- Poi parlò di nuovo al compagno e i due si avvicinarono. -- «Fermi!» -- disse Ben Hur, abbandonando la colonna. -- «Una parola.» -- Si fermarono nuovamente. -- «Una parola?» -- ripetè il Sassone, incrociando le braccia poderose sopra il petto. -- «Una parola? Parla.» -- -- «Tu sei Thord, il Germano.» -- Gli occhi azzurri del gigante si spalancarono per la sorpresa. -- «Fosti -lanista- in Roma.» -- Thord accennò di sì. -- «Io fui tuo scolaro.» -- -- «No» -- disse Thord, crollando il capo. -- «Per la barba d'Irmino, non ho mai avuto nelle mie mani un Ebreo.» -- -- «Io posso provare il mio asserto.» -- -- «Come?» -- -- «Voi veniste qui per uccidermi.» -- -- «Questo è vero.» -- -- «Allora lascia che quest'uomo lotti con me, da solo, ed io ti fornirò la prova sopra il suo corpo.» -- Un lampo d'allegrìa scintillò negli occhi del Germano. Disse due parole al compagno, il quale gli rispose; poi, volgendosi a Ben Hur, disse con la compiacenza di un fanciullo che si diverte: -- «Aspettate il mio segnale. Poi cominciate.» -- Con ripetuti calci avvicinò uno dei giacigli, e, con tutta tranquillità, vi si distese sopra comodamente; poi disse semplicemente: -- «Ora cominciate.» -- Senza preamboli, Ben Hur avanzò sopra il suo avversario. -- «Difenditi» -- gli disse. L'avversario alzò le mani e si mise in posizione. Stando così, l'uno di fronte all'altro, non presentavano nessuna apparente disparità; al contrario, si rassomigliavano come due fratelli. Lo straniero aveva sulle labbra un sorriso fiducioso, mentre il volto di Ben Hur esprimeva una serietà ed una risoluzione, che avrebbero suonato avvertimento e minaccia a chi avesse meglio conosciuto la sua abilità. Entrambi sapevano che il combattimento era mortale. Ben Hur fece una finta con la mano destra. Lo straniero parò, avanzando leggermente il braccio sinistro. Prima ch'egli potesse ritornare alla posizione di guardia, Ben Hur gli afferrò il polso con una stretta che gli anni passati al remo avevano reso terribile come una morsa. La sorpresa fu completa. Scagliarsi innanzi, spingere il braccio imprigionato sotto il mento dell'avversario, e sopra la spalla destra, quindi far girare l'uomo in modo che presentasse il fianco sinistro senza difesa, assestargli un pugno -- un pugno solo -- sul collo nudo, sotto l'orecchio, -- fu l'affare di pochi secondi. Il sicario precipitò a terra, pesantemente, senza un grido, e giacque immobile. Ben Hur si volse a Thord. -- «Ah! Che? Per la barba d'Irmino!» -- gridò questi, attonito, alzandosi. Poi rise. -- «Ah, ah, ah! Non avrei potuto farlo meglio io stesso.» -- Egli osservò Ben Hur tranquillamente dalla testa ai piedi, e lo fronteggiò con aperta ammirazione. -- «È il mio colpo -- il colpo che per dieci anni praticai nelle scuole di Roma. -- Tu non sei Ebreo. Chi sei?» -- -- «Conoscesti Arrio, il duumviro?» -- -- «Quinto Arrio? Sì, egli era mio patrono.» -- -- «Egli aveva un figlio.» -- -- «Sì,» -- disse Thord, mentre il suo volto abbrutito fu illuminato da un lampo di gioia. -- «Io conobbi il ragazzo; egli sarebbe diventato il Re dei gladiatori. Cesare gli offerse il suo favore. Io gl'insegnai quello stesso colpo che tu hai eseguito su costui, -- un colpo impossibile tranne ad un pugno e ad un braccio come i miei. Mi ha valso più d'una corona.» -- -- «Io sono il figlio di Arrio.» -- Thord si avvicinò, e lo esaminò con attenzione; poi i suoi occhi azzurri sfavillarono di schietta compiacenza, e, ridendo, gli tese la mano. -- «Ah, ah, ah! Egli mi disse che troverei un Giudeo -- un cane di un Giudeo -- ammazzando il quale avrei servito gli Dei!» -- -- «Chi te lo disse?» -- chiese Ben Hur, stringendogli la mano. -- «Egli -- Messala -- ah, ah!» -- -- «Quando, Thord?» -- «Ieri notte.» -- -- «Credevo che fosse malconcio.» -- -- «Egli non camminerà mai più. Mi parlò dal suo letto, tra spasimi ed urli.» -- Era un quadro vivo, disegnato in pochi tratti; e Ben Hur capì che il Romano, se fosse sopravvissuto, avrebbe covato un odio inestinguibile, e gli sarebbe stato sempre pericoloso. Solo la vendetta gli rimaneva per addolcire la sua vita rovinata; donde quel suo convulso aggrapparsi alla fortuna, perduta nella scommessa con Samballat. Ben Hur fissò gli sguardi nel futuro, e vide in quante guise il suo nemico avrebbe potuto nuocere ai suoi disegni, intralciare la grande opera intrapresa pel servizio del Re. Perchè non ricorrere ai metodi del Romano? Questo uomo, prezzolato per assassinarlo, si poteva comperare per uccidere Messala. Egli poteva offrirgli un prezzo maggiore. La tentazione era forte; e, quasi in procinto di cedere, i suoi occhi incontrarono per caso il cadavere del suo avversario, col pallido volto scoperto, così simile al suo. Gli balenò un'idea e chiese: -- «Thord, quanto ti ha dato Messala per uccidermi?» -- -- «Mille sesterzii.» -- -- «Tu li avrai; e purchè tu eseguisca a puntino i miei ordini, ne aggiungerò altri tremila dei miei.» -- Il gigante espresse il suo pensiero ad alta voce: -- «Ieri ho vinto cinquemila sesterzii; dal Romano mille -- fanno seimila. Dammene quattro, buon Arrio, -- quattro altri -- e io t'aiuterò, quand'anche Thord, il mio divino omonimo, mi dovesse fulminare col suo martello. Dammene quattro, e, ad una tua parola, ti freddo quel bugiardo patrizio; ho solo da coprire la sua bocca con la mia mano -- così.» -- Il gesto che accompagnò queste parole era suggestivo. -- «Capisco» -- disse Ben Hur: -- «diecimila sesterzii sono una fortuna. Ti permetteranno di andare a Roma e di aprire un nuovo negozio di vino in prossimità al Circo Massimo, e vivere come si addice al primo dei -lanisti-.» -- Persino le vecchie cicatrici sul viso del gigante raggiarono di gioia. -- «Io ti darò quattromila sesterzii» -- continuò Ben Hur -- «e non ti chiederò di versar sangue. Ascolta. Quel tuo compagno non aveva una accentuata rassomiglianza con me?» -- -- «Vi avrei detto due mele dello stesso albero.» -- -- «Ebbene, se io indosso la stessa tunica, e vesto lui coi miei panni, noi due possiamo andarcene tranquillamente, e tu ricevere ugualmente i tuoi sesterzii da Messala. Non hai che da dargli ad intendere che il morto sono io.» -- Thord rise fino alle lacrime. -- «Ah, ah, ah! Diecimila sesterzii in due giorni, guadagnati così facilmente! E un negozio di vino presso il Circo! tutto per una bugia, senza una goccia di sangue. Ah, ah, ah! Dammi la tua mano, o figlio di Arrio. Se mai vieni a Roma, non dimenticarti di visitare la bettola di Thord, il Germano. Per la barba di Irmino, ti darò il miglior Cecubo di Roma, dovessi andarlo a rubare nelle cantine di Cesare!» -- Si scambiarono un'altra stretta di mano, dopo la quale compirono il travestimento del morto, di cui Ben Hur indossò la tunica ed i sandali. Quando tutto fu finito, il gigante bussò alla porta, che si aperse. Quindi scesero in istrada e, giunti all'Omfalo, si divisero. -- «Non dimenticarti la bettola presso il Circo, o figlio di Arrio! Ah, ah, ah! Per la barba di Irmino, non vi fu mai fortuna guadagnata a miglior mercato. Gli Dei vegliano su di te!» -- Questo fu l'addio del gladiatore. Nel lasciare l'atrio, Ben Hur diede un ultimo sguardo al sicario, giacente per terra nel suo costume d'Ebreo, e fu soddisfatto. La somiglianza era perfetta. Se Thord stava zitto, l'inganno non correva rischio d'essere scoperto. Quella notte, nella casa di Simonide, Ben Hur raccontò al negoziante tutto quanto era avvenuto nel palazzo di Idernee; e fu stabilito, che, dopo qualche giorno, si sarebbe aperta un'inchiesta per scoprire le traccie dello scomparso figliuolo d'Arrio. Anzi l'affare doveva essere portato francamente ai piedi di Massenzio; e allora, se il mistero non fosse penetrato, Messala e Grato sarebbero rimasti felici e contenti nella credenza della morte di Ben Hur, mentre questi sarebbe stato libero di recarsi in Gerusalemme, e iniziare le ricerche intorno alla sua famiglia. Alla partenza, Simonide, seduto nella sua poltrona sopra il terrazzo, impartì al giovine la benedizione del Signore con l'affetto di un padre; mentre Ester lo accompagnò sino sul pianerottolo della scala. -- «Se io trovo mia madre, Ester, tu verrai da lei a Gerusalemme, e sarai una sorella per la mia Tirzah.» -- Così dicendo egli la baciò. Fu solo un bacio fraterno? Il giovane dopo ripassò il fiume e si recò all'ormai deserto Orto delle Palme. Qui l'attendeva la guida con due cavalli. -- «Questo è tuo» -- disse l'Arabo indicando uno di essi. Ben Hur guardò: Era Aldebran, il più rapido e il più bello dei figli di Mira, e, dopo Sirio, il preferito del suo padrone; Ben Hur sapeva che il cuore del vecchio sceicco accompagnava questo dono. Il cadavere nell'atrio fu trovato e seppellito; un corriere di Messala partì lo stesso giorno per Cesarea, annunziando a Valerio Grato la morte di Ben Hur, questa volta certa e indubitata. Non molto tempo dopo questi eventi, nelle adiacenze del Circo Massimo, fu aperta una bettola con questa iscrizione: THORD IL GERMANO. LIBRO SESTO Forse è la Morte? o due forse ven sono? Morte è compagna a quella donna forse? Terrea nel volto e d'un color simile A quel che il viso de i lebbrosi imbianca l'incubo ell'era tra vita e tra morte che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia. COLERIDGE. -Il vecchio marinaio.- CAPITOLO I. Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim nel deserto. Un grande avvenimento -- grande almeno rispetto alle sorti del nostro eroe -- è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato. La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro scommesse, divennero tosto -- com'è logico -- i nemici di Messala, la cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un gran vantaggio per sè. Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là, egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali abbominii durante gli undici anni del suo comando. Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate, con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare; il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto. Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore. La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della nostra storia. L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato. Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno; fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo sul monte Sion. L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno. -- «Ah! Gesio! entra pure» -- egli gli disse. Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e, avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse a narrare. -- «O tribuno» -- cominciò egli, facendo un profondo inchino -- «ho paura di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» -- -- «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» -- -- «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non avrei una tal paura.......» -- -- «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!..., ma, prosegui!...» -- -- «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode dei prigionieri, qui, nella torre» -- disse l'uomo, calmo -- «Rammento ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne, così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno, con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. -- «Qui vi son le piante delle celle» -- disse. Ve ne erano raffigurate tre. -- «Questa -- proseguì -- mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è quella del primo. Ve le affido.» -- Io le presi. -- Egli continuò: -- «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» -- Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro. -- «Ah, mi dimenticavo -- soggiunse -- datemi la pianta del secondo piano.» -- Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo. -- «Qui, Gesio, vedete una cella» -- e pose il dito su quella segnata col numero V. -- «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario. Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria curiosità, la quale -- e mi guardò severamente -- è, in casi come questi, peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro. Comprendete, Gesio?» -- Gli risposi di aver capito. -- «Sta bene» -- continuò -- «un'altra cosa non dovete dimenticare» -- e mi fissò con cipiglio minaccioso -- «la porta della loro cella -- cella numero V sul medesimo piano -- questa qui, Gesio -- » e mise il dito sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa -- «non dovrà mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o sortire alcuno, neppur voi stesso.» -- -- «Ma se essi muoiono?» -- chiesi. -- -- «Se muoiono -- rispose -- la cella sarà la loro tomba. La cella è infetta di lebbra. Capite?» -- Detto ciò, mi congedò. Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al tribuno dicendo semplicemente: -- «Questo è il primo piano.» -- Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta: +-----------------------------------+-----+ | CORRIDOIO | • | +-------+-------+-------+-------+---+-----+ |V|IV | III | II| I | +-------+-------+-------+-------+---------+ -- «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti da Grato. -- Guarda: qui è la cella numero V» -- disse Gesio. -- -- «Vedo,» -- rispose il tribuno -- «Prosegui. La cella è infetta di lebbra....» -- -- «Desidererei chiederti una cosa» -- interruppe il carceriere. Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento. -- «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere che la pianta fosse esatta?» -- -- «Non potevi credere diversamente.» -- -- «Ebbene: la pianta non è esatta.» -- Il Tribuno lo guardò sorpreso. -- «Non è esatta -- ripigliò il custode. -- Non parla che di cinque celle esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» -- -- «Sei, dici?» -- -- «Vi mostrerò il piano com'è realmente -- o come credo ch'esso sia. Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la offrì da osservare al tribuno: +-----------------------------------+-----+ | CORRIDOIO | • | +-------+-------+-------+-------+---+-----+ |V|IV | III | II| I | +-------+-------+-------+-------+---------+ | VI | +-----------------------------------------+ -- «Tu hai fatto bene -- disse il tribuno esaminando il disegno e credendo che la narrazione fosse finita. -- «Farò correggere la pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a prenderla domattina.» -- Così dicendo s'alzò. -- «Odimi ancora, o tribuno.» -- -- «Domani, Gesio, domani.» -- -- «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» -- Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto. -- «Mi sbrigherò» -- disse il custode umilmente -- «solo lascia che ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero V?» -- -- «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella cella -- prigionieri di Stato -- ciechi e muti.» -- -- «Ebbene» -- disse il carceriere -- «neppur quello era vero.» -- -- «No?» -- interruppe il tribuno con interessamento. -- «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro. Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini. Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» -- -- «Perciò tu credi...» -- -- «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto anni.» -- Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse: -- «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una menzogna.» -- Gesio s'inchinò ma disse: -- «Egli potrebbe essersi sbagliato.» -- -- «No; egli aveva ragione» -- replicò il tribuno vivamente. -- «Ciò risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» -- Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non sembrò darsi per vinto. -- «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno. Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso. Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi con lui. Accondiscesi. Il mistero dei tre uomini era tuttavia impresso nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» -- Tutti i presenti si fecero silenziosi. -- «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e chiamai forte: -- «Olà!» -- a tutta prima non ebbi nessuna risposta. Chiamai di nuovo e udii queste parole: -- «Che tu sia benedetto, o mio Dio!» -- Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una donna. Ed io chiesi: -- «Chi siete?» -- ed ebbi in risposta: -- «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o morremo!» -- Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà. Il tribuno si alzò frettolosamente. -- «Avevi ragione, Gesio;» -- diss'egli, -- «e adesso capisco. La pianta era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati dei Romani migliori di Valerio Grato.» -- -- «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva ricevuti.» -- -- «Il perchè ne è chiaro» -- disse il tribuno, e osservando il contegno degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni, soggiunse: -- «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» -- Gesio era raggiante. -- «Bisognerà che foriamo la parete» -- egli disse: -- «Io potrei trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e calcina.» -- Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano: -- «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto, e conserva la pianta che dev'essere corretta.» -- Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere. CAPITOLO II. Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne. Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella. -- «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o morremo.» -- Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta, come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza dubbio: -- «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» -- Difatti erano esse. Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i loro giudici. Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali. Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè, pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per sempre. La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a guisa di roccie. In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che doveva condurre al piano superiore. I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria. Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava la cella nella più desolante oscurità. Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta, l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza, i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è eterno. Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo, durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava le loro speranze? Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava, quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. -- «Finchè egli vivrà non saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!» -- Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le cinse il collo dandole un bacio. -- «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» -- Così parlò la madre. Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una bambina. -- «Proverò ad esser forte, mamma,» -- disse ella. -- «Le tue sofferenze devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a salvarci!» -- Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un suono metallico. La madre avvicinò a sè la figlia e disse: -- «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci credevano. Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000