Attraverso il vano della porta egli vide il vasto atrio di una casa
Romana, e di una ricchezza e di una magnificenza favolosa.
Era impossibile dire l'ampiezza della sala, mirabilmente celata
dall'armonia delle proporzioni. Abbassando gli occhi, s'avvide
d'essere in piedi sul petto di una Leda che accarezzava il collo di
un cigno, guardando più in là, vide che tutto il pavimento era un
grande mosaico rappresentante soggetti mitologici. Intorno alle pareti,
sparsi in artistico disordine per la sala, erano sedie e sgabelli
di squisita fattura, ciascuno secondo un proprio disegno, e tavoli,
meravigliosamente scolpiti, e giacigli coperti di soffici pelliccie che
invitavano ad adagiarvisi sopra lunghi distesi. Tutti questi oggetti
di mobiglio, insieme alle sculture e ai bassorilievi delle pareti, si
riflettevano sul lucido pavimento, e sembravano quasi galleggiare sulla
trasparente superficie di uno stagno.
Il soffitto era a volta e si incurvava verso il centro, donde
attraverso una grande apertura pioveva la luce del giorno e traspariva
l'azzurro del cielo; l'-impluvium-, sotto l'apertura, era circondato
da grate di bronzo; i pilastri dorati che sopportavano la volta
intorno all'orlo dell'apertura, corruscavano di viva fiamma là dove
erano toccati dal sole, e i loro riflessi sul pavimento sembravano
prolungarsi a profondità infinite.
Strani candelabri pendevano dall'alto, o si partivano in fantastiche
curve dalle pareti, alternandosi con statue e vasellami; il tutto
formando una sala degna della villa sul Palatino che Cicerone comperò
da Crasso, o di quell'altra ancora più celebre per la sua stravagante
magnificenza, la villa Tusculana di Scauro.
Assorto nell'ammirazione di quanto vedeva, Ben Hur girava per la sala,
aspettando. Non era impaziente. Quando Iras sarebbe stata pronta,
sarebbe venuta o l'avrebbe mandato a chiamare. In ogni casa Romana
l'atrio era la sala di ricevimento degli ospiti.
Due, tre volte, fece il giro delle pareti; poi si fermò sotto
all'apertura a contemplare con lo sguardo l'azzurra immensità del cielo
sopra il suo capo; poi ancora, appoggiato contro una colonna, studiò
gli effetti di luce e di ombra. E non veniva nessuno!
L'attesa cominciò a pesargli, e principiò pensare sulle possibili
ragioni del ritardo di Iras. Esaminò di nuovo i disegni del pavimento,
ma ne trasse minore diletto di prima e vi scoprì parecchi difetti.
Di tanto in tanto si fermava ad ascoltare. L'impazienza cominciava a
pungerlo, e il silenzio che lo circondava si fece opprimente. Una vaga
inquietudine lo prese, e cercò invano di soffocarla:
-- «Starà dandosi un'ultima pennellata alle sopracciglia, o, forse,
starà facendo una ghirlanda per me; cercherà d'esser più bella onde
farsi perdonare il ritardo!» -- Con tali riflessioni tentò di cacciare
la noia e la febbre dell'attesa.
Si sedette per ammirare un candelabro -- un plinto di bronzo scorrente
sopra rotelle; all'estremità si elevava lo stelo di una palma,
dall'altra la figura di una donna inginocchiata dinanzi ad un'ara;
le lampade pendevano in guisa di frutti fra le fronde dell'albero; --
un capolavoro del suo genere. Ma l'ansia di quel silenzio non cedeva
davanti alla contemplazione del bellissimo oggetto. Egli tendeva
l'orecchio, ma non si udiva un suono; il palazzo era muto come una
tomba.
Forse vi era stato un errore. No: il messaggiero veniva da parte
dell'Egiziana, e questo era il palazzo di Idernee. Poi si rammentò
che la porta si era aperta in modo misterioso, da sola, senza chiasso.
Andrebbe ad accertarsi!
Mosse verso la porta. Quantunque si sforzasse di camminare in punta di
piedi, i suoi passi risuonarono sgradevolmente, ed egli ne ebbe quasi
paura. Diventò nervoso. Il pesante chiavistello romano resistette al
primo tentativo fatto per smuoverlo; provò una seconda volta -- il
sangue gli si agghiacciò nelle vene -- finalmente diede uno strappo
alla serratura con tutte le sue forze: invano -- la porta non si
mosse neppure. Un senso di timore lo prese, e per un momento rimase
irresoluto.
Chi, in Antiochia, aveva motivo di fargli del male?
-Messala!-
E questo palazzo di Idernee? Aveva veduto l'Egitto nel vestibolo, Atene
nel candido porticato; ma, qui, nell'atrio, era Roma; tutto quanto,
all'ingiro, tradiva l'appartenenza Romana. È vero, il palazzo era
in una delle strade più popolose della città; ma, per questa cagione
appunto, poteva esser stato scelto dal genio audace del suo nemico.
L'atrio subì una metamorfosi; con tutta la sua eleganza e bellezza, non
era che una trappola. Il timore dipinge tutto in nero.
L'idea d'essere stato colto come un uccello nella pania irritava Ben
Hur.
Molte porte apparivano a destra e a sinistra dell'atrio, conducenti
probabilmente alle camere da letto; cercò di aprirle ma senza
riuscirvi. Forse bussando avrebbe chiamato gente; ma vergognoso di far
rumore, si gettò sopra un giaciglio e raccolse i suoi pensieri.
Evidentemente egli era prigioniero; ma a che scopo? e di chi?
Era opera di Messala? Egli si alzò, girò gli occhi attorno, atteggiò
le labbra a un sorriso di scherno. Armi pendevano dalle pareti, e
giacevano sui tavoli; avrebbe saputo difendersi. La fame? Uccelli
erano morti di inedia in gabbie d'oro! ma egli non sarebbe morto là.
Le statue di bronzo ed i mobili gli avrebbero servito da arieti, e la
sua forza, triplicata dall'ira e dalla disperazione, avrebbe sfondata
qualunque porta.
Messala non sarebbe venuto. Egli non poteva muoversi dal letto. Era
paralizzato come Simonide; pure avrebbe potuto mandare altri sicari,
comperati e pronti a qualunque delitto. Ben Hur si alzò ed esaminò
nuovamente le porte. Chiamò una volta; ma il suono della sua voce lo
spaventò. Decise di aspettare con calma qualche tempo, prima di fare un
tentativo estremo.
In simili situazioni la mente ha i suoi flussi e riflussi, con
intervalli di tranquillità fra l'uno e l'altro. Finalmente, dopo
matura riflessione, concluse che dovesse esser successo un errore o un
accidente. Il palazzo doveva appartenere a qualcheduno. Doveva avere
almeno un custode, e questi sarebbe venuto ad aprirgli -- fra un ora --
fra due ore. Pazienza.
Così, pensando, attese.
Passò mezz'ora -- a Ben Hur essa sembrò assai lunga -- quando la porta
per cui era entrato, si aprì e si rinchiuse silenziosamente, senza che
egli se ne avvedesse, seduto com'era dalla parte opposta della sala.
Il rumore dei passi lo fece trasalire.
-- «Ecco Iras!» -- egli pensò con un fremito di sollievo e di gioia.
I passi erano pesanti e accompagnati dallo stropiccio di rozzi sandali.
Egli si alzò, e, silenziosamente, si appostò dietro le colonne dorate
nel centro della sala. Di lì a poco intese voci -- voci di uomini, ma
non potè, comprendere ciò che dicevano, perchè parlavano un linguaggio
sconosciuto all'oriente.
Dopo un esame superficiale della stanza gli stranieri si avanzarono
a sinistra, e Ben Hur li vide: erano due uomini, uno grasso, entrambi
alti di statura, abbigliati con tuniche succinte. Non avevano l'aria nè
di padroni nè di domestici della casa. Tutto ciò che vedevano destava
la loro meraviglia, e si fermavano spesso a toccare gli oggetti con una
curiosità animalesca. Erano due tipi volgari, che sembravano profanare
l'atrio con la loro presenza. D'altra parte la loro aria sicura e
disinvolta rivelava un intento preciso. Quale?
Chiacchierando vivacemente, e arrestandosi ora qui ora lì, si
avvicinarono alla colonna dietro alla quale stava Ben Hur. Un fascio di
luce pioveva sul pavimento, a poca distanza, illuminando un mosaico, ad
osservare il quale essi si fermarono di nuovo, permettendo a Ben Hur di
esaminarli dettagliatamente.
Il lungo silenzio e l'aria di mistero che dominavano sul palazzo
avevano reso Ben Hur alquanto nervoso, e un fremito di paura gli
attraversò ogni fibra, quando riconobbe, nel primo e più grasso degli
stranieri, quel Germano ch'egli aveva conosciuto in Roma, e che aveva
veduto il giorno prima al Circo, vincitore del premio al pugilato;
il volto abbronzato dell'uomo, deturpato dalle cicatrici di molte
battaglie e dalle impronte di vizi brutali; le membra colossali, vere
meraviglie di quanto l'esercizio e la disciplina della palestra possono
produrre, spiravano una minaccia, che era impossibile disconoscere.
L'istinto gli disse che il momento per un assassinio era troppo ben
scelto per essere il frutto di un caso.
Posò lo sguardo ansioso sul compagno del gigante: un giovine, dagli
occhi neri, e dai capelli scuri, Ebreo all'apparenza; osservò che
entrambi indossavano i costumi dell'Arena. Sommando queste diverse
circostanze, Ben Hur non potè che dedurne una conclusione: Egli era
caduto in un trabocchetto. Lontano da ogni aiuto, in questo splendido
carcere, doveva morire!
Dubbioso ed incerto, guardava ora l'uno ora l'altro dei due uomini,
mentre, nella sua mente, si svolgeva quell'ultimo miracolo della
memoria in procinto di oscurarsi per sempre, la quale richiama alla
coscienza del moribondo tutta quanta la vita passata e gli fa sfilare
dinanzi agli occhi ogni minimo dettaglio della sua vita trascorsa,
con tutta l'evidenza della realtà. Sino a pochi giorni fa egli era
il perseguitato, l'agnello. Da poco era avvenuto il grande mutamento
della sua vita che lo avrebbe dovuto rendere aggressore, e che lo
avrebbe avviato a quel grande sogno di vendetta e di gloria, di cui
la giornata di ieri era stato il primo, importantissimo passo. Ieri
aveva trovata la prima sua vittima! Ad uno spirito puramente Cristiano,
questa immagine avrebbe portata la debolezza del rimorso. Non così con
Ben Hur; l'anima sua era stata modellata sulle dottrine del grande
legislatore del suo popolo. Il castigo di Messala era meritato, era
giusto! Iddio stesso gli aveva concessa la vittoria, e questo pensiero
gli accrebbe fiducia.
Non solo. Gli era stato detto, e le circostanze lo avevano
concordemente confermato, che il Cielo lo aveva scelto per una missione
santa, come era santo il Re che doveva venire, -- una missione che
rendeva legittima e sacra anche la vendetta, perchè necessaria. Doveva
egli, sulla soglia appena del suo grande compito, temere e disperarsi?
Disfece il nodo della fascia che gli stringeva la vita, e lasciò
scivolare a terra l'ampia vestaglia bianca, che portava, alla foggia
degli Ebrei, rimanendo in una tunica succinta non dissimile da quelle
degli avversari. Incrociando le braccia sul petto, ed appoggiando le
spalle alla colonna, aspettò tranquillamente.
L'esame del mosaico fu breve.
Tosto il Germano si voltò, e disse qualche cosa al compagno; entrambi
guardarono Ben Hur. Scambiate poche altre parole nella loro lingua,
avanzarono verso di lui.
-- «Chi siete!» -- chiese Ben Hur.
Il Germano sorrise, senza che quest'atto giovasse ad attenuare la
feroce bruttezza del suo volto, e rispose:
-- «Barbari.» --
-- «Questo è il palazzo di Idernee. Che cosa cercate? Fermatevi e
rispondete.» -- La voce era calma ma imperiosa. I due si fermarono, e, a
sua volta, il Germano domandò:
-- «Chi sei tu?» --
-- «Un Romano.» --
Il gigante rovesciò il capo all'indietro e spalancando la bocca rise:
-- «Ah, ah! Ho udito dire che un Dio nacque da una vacca per aver
leccato una pietra salata; ma neanche un Dio può fare Romano un
Giudeo.» --
Poi parlò di nuovo al compagno e i due si avvicinarono.
-- «Fermi!» -- disse Ben Hur, abbandonando la colonna. -- «Una
parola.» --
Si fermarono nuovamente.
-- «Una parola?» -- ripetè il Sassone, incrociando le braccia poderose
sopra il petto. -- «Una parola? Parla.» --
-- «Tu sei Thord, il Germano.» --
Gli occhi azzurri del gigante si spalancarono per la sorpresa.
-- «Fosti -lanista- in Roma.» --
Thord accennò di sì.
-- «Io fui tuo scolaro.» --
-- «No» -- disse Thord, crollando il capo. -- «Per la barba d'Irmino, non
ho mai avuto nelle mie mani un Ebreo.» --
-- «Io posso provare il mio asserto.» --
-- «Come?» --
-- «Voi veniste qui per uccidermi.» --
-- «Questo è vero.» --
-- «Allora lascia che quest'uomo lotti con me, da solo, ed io ti fornirò
la prova sopra il suo corpo.» --
Un lampo d'allegrìa scintillò negli occhi del Germano. Disse due parole
al compagno, il quale gli rispose; poi, volgendosi a Ben Hur, disse con
la compiacenza di un fanciullo che si diverte:
-- «Aspettate il mio segnale. Poi cominciate.» --
Con ripetuti calci avvicinò uno dei giacigli, e, con tutta
tranquillità, vi si distese sopra comodamente; poi disse semplicemente:
-- «Ora cominciate.» --
Senza preamboli, Ben Hur avanzò sopra il suo avversario.
-- «Difenditi» -- gli disse.
L'avversario alzò le mani e si mise in posizione.
Stando così, l'uno di fronte all'altro, non presentavano nessuna
apparente disparità; al contrario, si rassomigliavano come due
fratelli.
Lo straniero aveva sulle labbra un sorriso fiducioso, mentre il volto
di Ben Hur esprimeva una serietà ed una risoluzione, che avrebbero
suonato avvertimento e minaccia a chi avesse meglio conosciuto la sua
abilità.
Entrambi sapevano che il combattimento era mortale.
Ben Hur fece una finta con la mano destra. Lo straniero parò, avanzando
leggermente il braccio sinistro. Prima ch'egli potesse ritornare alla
posizione di guardia, Ben Hur gli afferrò il polso con una stretta
che gli anni passati al remo avevano reso terribile come una morsa. La
sorpresa fu completa.
Scagliarsi innanzi, spingere il braccio imprigionato sotto il mento
dell'avversario, e sopra la spalla destra, quindi far girare l'uomo in
modo che presentasse il fianco sinistro senza difesa, assestargli un
pugno -- un pugno solo -- sul collo nudo, sotto l'orecchio, -- fu l'affare
di pochi secondi. Il sicario precipitò a terra, pesantemente, senza un
grido, e giacque immobile.
Ben Hur si volse a Thord.
-- «Ah! Che? Per la barba d'Irmino!» -- gridò questi, attonito,
alzandosi. Poi rise.
-- «Ah, ah, ah! Non avrei potuto farlo meglio io stesso.» --
Egli osservò Ben Hur tranquillamente dalla testa ai piedi, e lo
fronteggiò con aperta ammirazione.
-- «È il mio colpo -- il colpo che per dieci anni praticai nelle scuole
di Roma. -- Tu non sei Ebreo. Chi sei?» --
-- «Conoscesti Arrio, il duumviro?» --
-- «Quinto Arrio? Sì, egli era mio patrono.» --
-- «Egli aveva un figlio.» --
-- «Sì,» -- disse Thord, mentre il suo volto abbrutito fu illuminato da
un lampo di gioia. -- «Io conobbi il ragazzo; egli sarebbe diventato il
Re dei gladiatori. Cesare gli offerse il suo favore. Io gl'insegnai
quello stesso colpo che tu hai eseguito su costui, -- un colpo
impossibile tranne ad un pugno e ad un braccio come i miei. Mi ha valso
più d'una corona.» --
-- «Io sono il figlio di Arrio.» --
Thord si avvicinò, e lo esaminò con attenzione; poi i suoi occhi
azzurri sfavillarono di schietta compiacenza, e, ridendo, gli tese la
mano.
-- «Ah, ah, ah! Egli mi disse che troverei un Giudeo -- un cane di un
Giudeo -- ammazzando il quale avrei servito gli Dei!» --
-- «Chi te lo disse?» -- chiese Ben Hur, stringendogli la mano.
-- «Egli -- Messala -- ah, ah!» --
-- «Quando, Thord?»
-- «Ieri notte.» --
-- «Credevo che fosse malconcio.» --
-- «Egli non camminerà mai più. Mi parlò dal suo letto, tra spasimi ed
urli.» --
Era un quadro vivo, disegnato in pochi tratti; e Ben Hur capì che il
Romano, se fosse sopravvissuto, avrebbe covato un odio inestinguibile,
e gli sarebbe stato sempre pericoloso. Solo la vendetta gli rimaneva
per addolcire la sua vita rovinata; donde quel suo convulso aggrapparsi
alla fortuna, perduta nella scommessa con Samballat.
Ben Hur fissò gli sguardi nel futuro, e vide in quante guise il suo
nemico avrebbe potuto nuocere ai suoi disegni, intralciare la grande
opera intrapresa pel servizio del Re.
Perchè non ricorrere ai metodi del Romano? Questo uomo, prezzolato per
assassinarlo, si poteva comperare per uccidere Messala.
Egli poteva offrirgli un prezzo maggiore.
La tentazione era forte; e, quasi in procinto di cedere, i suoi occhi
incontrarono per caso il cadavere del suo avversario, col pallido volto
scoperto, così simile al suo.
Gli balenò un'idea e chiese:
-- «Thord, quanto ti ha dato Messala per uccidermi?» --
-- «Mille sesterzii.» --
-- «Tu li avrai; e purchè tu eseguisca a puntino i miei ordini, ne
aggiungerò altri tremila dei miei.» --
Il gigante espresse il suo pensiero ad alta voce:
-- «Ieri ho vinto cinquemila sesterzii; dal Romano mille -- fanno
seimila. Dammene quattro, buon Arrio, -- quattro altri -- e io t'aiuterò,
quand'anche Thord, il mio divino omonimo, mi dovesse fulminare col
suo martello. Dammene quattro, e, ad una tua parola, ti freddo quel
bugiardo patrizio; ho solo da coprire la sua bocca con la mia mano --
così.» --
Il gesto che accompagnò queste parole era suggestivo.
-- «Capisco» -- disse Ben Hur: -- «diecimila sesterzii sono una fortuna.
Ti permetteranno di andare a Roma e di aprire un nuovo negozio di vino
in prossimità al Circo Massimo, e vivere come si addice al primo dei
-lanisti-.» --
Persino le vecchie cicatrici sul viso del gigante raggiarono di gioia.
-- «Io ti darò quattromila sesterzii» -- continuò Ben Hur -- «e non ti
chiederò di versar sangue. Ascolta. Quel tuo compagno non aveva una
accentuata rassomiglianza con me?» --
-- «Vi avrei detto due mele dello stesso albero.» --
-- «Ebbene, se io indosso la stessa tunica, e vesto lui coi miei panni,
noi due possiamo andarcene tranquillamente, e tu ricevere ugualmente
i tuoi sesterzii da Messala. Non hai che da dargli ad intendere che il
morto sono io.» --
Thord rise fino alle lacrime.
-- «Ah, ah, ah! Diecimila sesterzii in due giorni, guadagnati così
facilmente! E un negozio di vino presso il Circo! tutto per una bugia,
senza una goccia di sangue. Ah, ah, ah! Dammi la tua mano, o figlio di
Arrio. Se mai vieni a Roma, non dimenticarti di visitare la bettola di
Thord, il Germano. Per la barba di Irmino, ti darò il miglior Cecubo di
Roma, dovessi andarlo a rubare nelle cantine di Cesare!» --
Si scambiarono un'altra stretta di mano, dopo la quale compirono il
travestimento del morto, di cui Ben Hur indossò la tunica ed i sandali.
Quando tutto fu finito, il gigante bussò alla porta, che si aperse.
Quindi scesero in istrada e, giunti all'Omfalo, si divisero.
-- «Non dimenticarti la bettola presso il Circo, o figlio di Arrio!
Ah, ah, ah! Per la barba di Irmino, non vi fu mai fortuna guadagnata
a miglior mercato. Gli Dei vegliano su di te!» -- Questo fu l'addio del
gladiatore.
Nel lasciare l'atrio, Ben Hur diede un ultimo sguardo al sicario,
giacente per terra nel suo costume d'Ebreo, e fu soddisfatto. La
somiglianza era perfetta. Se Thord stava zitto, l'inganno non correva
rischio d'essere scoperto.
Quella notte, nella casa di Simonide, Ben Hur raccontò al negoziante
tutto quanto era avvenuto nel palazzo di Idernee; e fu stabilito, che,
dopo qualche giorno, si sarebbe aperta un'inchiesta per scoprire le
traccie dello scomparso figliuolo d'Arrio. Anzi l'affare doveva essere
portato francamente ai piedi di Massenzio; e allora, se il mistero non
fosse penetrato, Messala e Grato sarebbero rimasti felici e contenti
nella credenza della morte di Ben Hur, mentre questi sarebbe stato
libero di recarsi in Gerusalemme, e iniziare le ricerche intorno alla
sua famiglia.
Alla partenza, Simonide, seduto nella sua poltrona sopra il terrazzo,
impartì al giovine la benedizione del Signore con l'affetto di un
padre; mentre Ester lo accompagnò sino sul pianerottolo della scala.
-- «Se io trovo mia madre, Ester, tu verrai da lei a Gerusalemme, e
sarai una sorella per la mia Tirzah.» --
Così dicendo egli la baciò.
Fu solo un bacio fraterno?
Il giovane dopo ripassò il fiume e si recò all'ormai deserto Orto delle
Palme. Qui l'attendeva la guida con due cavalli.
-- «Questo è tuo» -- disse l'Arabo indicando uno di essi.
Ben Hur guardò: Era Aldebran, il più rapido e il più bello dei figli di
Mira, e, dopo Sirio, il preferito del suo padrone; Ben Hur sapeva che
il cuore del vecchio sceicco accompagnava questo dono.
Il cadavere nell'atrio fu trovato e seppellito; un corriere di Messala
partì lo stesso giorno per Cesarea, annunziando a Valerio Grato la
morte di Ben Hur, questa volta certa e indubitata.
Non molto tempo dopo questi eventi, nelle adiacenze del Circo Massimo,
fu aperta una bettola con questa iscrizione:
THORD IL GERMANO.
LIBRO SESTO
Forse è la Morte? o due forse ven sono?
Morte è compagna a quella donna forse?
Terrea nel volto e d'un color simile
A quel che il viso de i lebbrosi imbianca
l'incubo ell'era tra vita e tra morte
che il sangue all'uom di lento gelo agghiaccia.
COLERIDGE. -Il vecchio marinaio.-
CAPITOLO I.
Gli avvenimenti che adesso narreremo avvennero tre giorni dopo dalla
notte in cui Ben Hur lasciò Antiochia per recarsi collo sceicco Ilderim
nel deserto.
Un grande avvenimento -- grande almeno rispetto alle sorti del nostro
eroe -- è accaduto: a Valerio Grato è subentrato Ponzio Pilato.
La destituzione, rammentiamolo, costò a Simonide cinque talenti in
denaro romano, pagati a Seiano che allora era all'apogeo della sua
potenza come favorito imperiale; lo scopo del tentativo era quello
di diminuire i pericoli di Ben Hur durante la sua permanenza in
Gerusalemme e nei suoi dintorni, permanenza dovuta alla ricerca della
famiglia. A questo pietoso fine il servo metteva a disposizione i
guadagni di Druso e de' suoi compagni, i quali, avendo pagate le loro
scommesse, divennero tosto -- com'è logico -- i nemici di Messala, la
cui riputazione in Roma non aveva ancor ricuperata l'antica fama. Pur
essendo breve il tempo dal quale erano a Gerusalemme i Romani, gli
Ebrei sapevano che il cambio non poteva, così provvisorio, esser di un
gran vantaggio per sè.
Le coorti mandate a sostituire la guarnigione d'Antiochia facevano
la loro entrata in città verso sera; il mattino seguente il primo
spettacolo che s'offrì al popolo fu quello delle mura dell'Antica Torre
ornate di insegne militari che consistevano in busti degli imperatori
adorni di aquile e di sfere rappresentanti il mondo. Una moltitudine
di gente si pose in marcia per recarsi a Cesarea dove Pilato indugiava
e lo supplicò di togliere quelle immagini detestate. Cinque giorni e
cinque notti circondò le porte del suo palazzo; finalmente egli stabilì
di avere un colloquio coi capi, nel Circo. Quando essi si adunarono là,
egli li attorniò di soldati, ma, invece di incontrare resistenza, trovò
umiliazioni e profferte di vite; vinto da questo nuovo metodo, concesse
quel che gli avevano chiesto. Fece riportare le imagini e le insegne a
Cesarea, dove Grato, con giusta riflessione, aveva tenuti celati tali
abbominii durante gli undici anni del suo comando.
Anche gli uomini malvagi, ogni tanto, frammettono delle buone azioni
alle loro malvagità. Pilato ordinò di fatti una ispezione di tutte le
prigioni della Giudea e un elenco di nomi delle persone carcerate,
con una relazione sui delitti dei quali eran state accusate. Senza
dubbio il motivo era quello così comune agli ufficiali appena entrati
in carica: il timore della responsabilità che erano per incontrare;
il popolo, nondimeno, pensando al bene che poteva derivarne, lo
elogiava, e, per un po' di tempo, fu rallegrato e confortato dal fatto.
Avvenivano scoperte stupefacenti nelle inchieste eseguite. Centinaia di
persone vennero liberate perchè incatenate senz'accusa; altre, ritenute
per molti anni per morte, ritornavano a goder la luce della quale in
tristi segrete eran state private; e, peggio ancora, furon trovate
prigioni sotterranee di cui non v'era sentore e di cui le stesse
autorità carcerarie si erano dimenticate. Appunto su una di queste
prigioni ignorate di Gerusalemme, richiamiamo l'attenzione del lettore.
La Torre d'Antonia, che è bene rammentare come occupasse i due
terzi dell'area sacra nel monte Moriah, era, in origine, un castello
fabbricato dai Macedoni. Più tardi, Giovanni Ircano, ridusse il palazzo
ad una fortezza per la difesa del Tempio, ed in quell'epoca esso era
considerato come inespugnabile. Quando però venne Erode, col suo genio
ardito, ne rinforzò le mura e le estese, lasciando un vasto fabbricato
a racchiudere tutte le dipendenze necessarie alla fortezza, vale a dire
scuderia, capanne, armerie, magazzeni, cisterne, e, non ultime per
importanza, prigioni d'ogni qualità. Egli appianò la rupe massiccia
e la forò per porvi le fondamenta di un fabbricato, unendolo con un
enorme colonnato al Tempio, dal tetto del quale si poteva guardare
sopra le corti dell'edificio sacro. In tali condizioni la Torre
cadde alfine dalle sue mani in quella dei Romani che furono pronti ad
intuirne i vantaggi e a convertirla ad usi più degni. Mentre comandava
Grato era una cittadella fortificata e una prigione sotterranea pei
rivoluzionari. Guai se le truppe uscivano da quelle porte per reprimere
un disordine! Guai se un Ebreo v'entrava come arrestato! Ma, dopo
questa piccola divagazione, ci affrettiamo a riprendere il filo della
nostra storia.
L'ordine del nuovo Procuratore, che richiedeva il rapporto
delle persone imprigionate, fu ricevuto alla Torre d'Antonia, e
sollecitamente eseguito; due giorni eran passati dacchè l'ultimo
prigioniero era stato condotto su negli uffici per essere interrogato.
Il rapporto, pronto per esser spedito, giaceva sul tavolo del tribuno;
fra cinque minuti sarebbe stato rimesso a Pilato che abitava il palazzo
sul monte Sion.
L'ufficio del tribuno era spazioso e fresco, ammobiliato in uno
stile atto alla dignità di un comandante investito d'una carica così
importante. Il tribuno sembrava stanco ed impaziente; allorchè gli
fosse giunto il rapporto sarebbe andato sulla terrazza del colonnato
per respirare e per muoversi divertendosi ad osservar gli Ebrei giù
nelle corti del Tempio. I suoi dipendenti e i suoi servi dividevan
la sua impazienza. Mentre attendeva apparve un uomo sulla porta. Egli
faceva risuonare un mazzo di chiavi, ognuna pesante come un martello, e
riuscì così ad attrarre l'attenzione del tribuno.
-- «Ah! Gesio! entra pure» -- egli gli disse.
Mentre il nuovo venuto s'avvicinava al tavolo dietro al quale il Capo
sedeva in una poltrona a bracciuoli, tutti i presenti lo guardarono, e,
avendo osservata una certa espressione di spavento e di mortificazione
sul suo viso, divennero silenziosi per poter udire ciò che egli avesse
a narrare.
-- «O tribuno» -- cominciò egli, facendo un profondo inchino -- «ho paura
di spiacerti dicendo ciò che dovrò dire.» --
-- «Un altro errore commesso, eh, Gesio? Una condanna ingiusta?» --
-- «Se potessi persuadermi che non fosse che un semplice errore non
avrei una tal paura.......» --
-- «Un delitto allora? oppure una trasgressione a qualche ordine
impartito? tu puoi offendere Cesare e maledire gli Dei, e vivere, ma
non così se l'offesa si riferisce alle aquile.... ah tu sai, Gesio!...,
ma, prosegui!...» --
-- «Son ormai otto anni dacchè Valerio Grato mi scelse come custode
dei prigionieri, qui, nella torre» -- disse l'uomo, calmo -- «Rammento
ancora il giorno in cui entrai in servizio. V'era stato un tumulto
il dì innanzi ed erano accadute delle zuffe per via. Noi uccidemmo
parecchi Ebrei ed avemmo vittime per parte nostra. Il baccano avvenne,
così almeno mi dissero, per un tentato assassinio contro Grato, ch'era
caduto da cavallo a cagione di una tegola gettatagli addosso da un
tetto. Io trovai Grato seduto dove precisamente siedi tu, o tribuno,
con la testa fasciata. Egli mi comunicò la mia nomina e mi diede queste
chiavi, numerate in corrispondenza delle celle; erano i distintivi
del mio ufficio e non avrei mai dovuto abbandonarli. Sul tavolo v'era
un rotolo di pergamena. Chiamandomi a sè, egli aprì il rotolo. -- «Qui
vi son le piante delle celle» -- disse. Ve ne erano raffigurate tre. --
«Questa -- proseguì -- mostra la disposizione dell'ultimo piano; questa
vi da a comprendere come sia fatto il secondo piano, e quest'altra è
quella del primo. Ve le affido.» -- Io le presi. -- Egli continuò:
-- «Ora avete le chiavi e le piante; andate subito e famigliarizzatevi
di tutto l'ordinamento delle carceri; visitate ogni cella ed osservate
in che condizioni essa si trovi. Quando occorra qualche riparo, per
assicurarvi meglio del prigioniero, ordinate secondo quel che meglio
vi sembra, poichè, finch'io comanderò, sarete il capo delle prigioni e
niun altro in esse avrà l'autorità vostra.» --
Io lo salutai e mi volsi per andarmene, ma fui richiamato addietro.
-- «Ah, mi dimenticavo -- soggiunse -- datemi la pianta del secondo
piano.» --
Gliela diedi ed egli la distese sul tavolo.
-- «Qui, Gesio, vedete una cella» -- e pose il dito su quella segnata col
numero V.
-- «In essa vi son tre uomini, di carattere rivoluzionario.
Impadronitisi di un segreto di Stato, scontano ora la propria
curiosità, la quale -- e mi guardò severamente -- è, in casi come questi,
peggiore di un delitto. In pena della colpa commessa son stati resi
ciechi e muti e dovranno rimanere tali per la vita. Non dovranno
ricevere che cibo e bevande attraverso un buco che troverete nel muro.
Comprendete, Gesio?» --
Gli risposi di aver capito.
-- «Sta bene» -- continuò -- «un'altra cosa non dovete dimenticare» -- e
mi fissò con cipiglio minaccioso -- «la porta della loro cella -- cella
numero V sul medesimo piano -- questa qui, Gesio -- » e mise il dito
sopra il disegno della cella perchè mi rimanesse impressa -- «non dovrà
mai esser aperta per qualsivoglia motivo, nè per lasciar entrare o
sortire alcuno, neppur voi stesso.» --
-- «Ma se essi muoiono?» -- chiesi. --
-- «Se muoiono -- rispose -- la cella sarà la loro tomba. La cella è
infetta di lebbra. Capite?» --
Detto ciò, mi congedò.
Gesio tacque e dalla sua tunica estrasse tre pergamene tutte ingiallite
dal tempo e dall'uso; scegliendone una la stese sul tavolo innanzi al
tribuno dicendo semplicemente:
-- «Questo è il primo piano.» --
Tutti quelli che eran lì presenti osservarono la pianta:
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| CORRIDOIO | • |
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|V|IV | III | II| I |
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-- «Questa è, precisamente, o tribuno, la pianta così quale la ricevetti
da Grato. -- Guarda: qui è la cella numero V» -- disse Gesio. --
-- «Vedo,» -- rispose il tribuno -- «Prosegui. La cella è infetta di
lebbra....» --
-- «Desidererei chiederti una cosa» -- interruppe il carceriere.
Il tribuno fece un segno d'incoraggiamento.
-- «Non avevo io il diritto, date le affermazioni fattemi, di presumere
che la pianta fosse esatta?» --
-- «Non potevi credere diversamente.» --
-- «Ebbene: la pianta non è esatta.» --
Il Tribuno lo guardò sorpreso.
-- «Non è esatta -- ripigliò il custode. -- Non parla che di cinque celle
esistenti in quel piano, mentre ve ne sono sei.» --
-- «Sei, dici?» --
-- «Vi mostrerò il piano com'è realmente -- o come credo ch'esso sia.
Sopra una pagina del suo taccuino disegnò la pianta che segue e la
offrì da osservare al tribuno:
+-----------------------------------+-----+
| CORRIDOIO | • |
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|V|IV | III | II| I |
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| VI |
+-----------------------------------------+
-- «Tu hai fatto bene -- disse il tribuno esaminando il disegno e
credendo che la narrazione fosse finita. -- «Farò correggere la
pianta, o, meglio ancora, ne farò fare una nuova da dare a te. Vieni a
prenderla domattina.» --
Così dicendo s'alzò.
-- «Odimi ancora, o tribuno.» --
-- «Domani, Gesio, domani.» --
-- «Ciò che ho ancora da dirti è urgente.» --
Il tribuno riprese con bonarietà il suo posto.
-- «Mi sbrigherò» -- disse il custode umilmente -- «solo lascia che
ti domandi ancora una cosa. Non avevo il diritto di credere a Grato
riguardo a quanto mi disse intorno ai prigionieri della cella numero
V?» --
-- «Sì, era tuo dovere di credere che vi fossero tre prigionieri nella
cella -- prigionieri di Stato -- ciechi e muti.» --
-- «Ebbene» -- disse il carceriere -- «neppur quello era vero.» --
-- «No?» -- interruppe il tribuno con interessamento.
-- «Senti e giudica tu stesso, o tribuno. Come mi hai ordinato, visitai
tutte le celle incominciando da quelle dell'ultimo piano e terminando
con quelle del primo. L'ordine che la porta del V. non venisse aperta
era stato rispettato; durante tutti gli otto anni, cibi e bevande per
tre uomini erano stati passati attraverso al buco esistente nel muro.
Ieri andai ad aprir la porta curioso di veder i miserabili che, contro
ogni previsione, eran vissuti così a lungo. La chiave non entrava nella
toppa. Spingemmo un po', e la porta cadde arrugginita sui cardini.
Entrando, non trovai che un uomo, vecchio, cieco, muto, e nudo. I suoi
capelli cadevano in disordine oltre la vita. La sua pelle era indurita
come pergamena. Tendendo le mani mostrava le sue unghie lunghe ed
attorcigliate come gli artigli di un uccello. Gli chiesi ove fossero
i suoi compagni: egli scosse il capo in segno di diniego. Credendo di
trovare gli altri frugammo per la cella. Il pavimento e le mura erano
nude. Se tre uomini fosser stati rinchiusi là dentro, e due di essi
fossero morti, almeno le loro ossa si sarebbero trovate.» --
-- «Perciò tu credi...» --
-- «Credo, o tribuno, che un solo prigioniero sia stato là per otto
anni.» --
Il tribuno guardò il carceriere scrutandolo profondamente e disse:
-- «Bada; tu accusi Valerio Grato di qualche cosa più che d'una
menzogna.» --
Gesio s'inchinò ma disse:
-- «Egli potrebbe essersi sbagliato.» --
-- «No; egli aveva ragione» -- replicò il tribuno vivamente. -- «Ciò
risulta dal tuo stesso rapporto. Non hai tu detto or ora, che, per otto
anni, furono somministrati cibi e bevande per tre uomini?» --
Gli astanti approvarono l'avvedutezza del loro capo: tuttavia Gesio non
sembrò darsi per vinto.
-- «Tu non hai udito neppur la metà del mio racconto, o tribuno.
Allorchè l'avrai udito per intero sarai del mio stesso parere. Vuoi
sapere che feci di quell'uomo? Gli feci fare un bagno, lo feci calzare
e vestire e poi lo condussi alla porta della torre e gli diedi la
libertà. Credevo di essermene sbrigato. Oggi invece egli tornò indietro
e fu condotto da me. Con cenni e lagrime finì per farmi comprendere che
desiderava far ritorno nella sua cella e gliene diedi il permesso.
Mentre stavano per condurlo via, egli si liberò un momento, mi baciò i
piedi, poi, con una pietosa e muta preghiera, insistette perchè andassi
con lui. Accondiscesi. Il mistero dei tre uomini era tuttavia impresso
nella mia mente. Ero insoddisfatto di non esserne venuto a capo. Ora
son contento di aver ceduto alla preghiera di quel cieco.» --
Tutti i presenti si fecero silenziosi.
-- «Allorchè fummo nella cella ed il prigioniero lo seppe, prese la mia
mano premurosamente e mi condusse vicino ad un buco simile a quello
attraverso al quale noi passavamo il cibo dal corridoio. Sebbene avesse
la grandezza d'un elmo, ieri m'era sfuggito. Sempre tenendo la mia
mano nella sua egli accostò il viso al buco e diede in un grido simile
a quello di una belva. Una voce debole rispose. Io ne fui stupito e
chiamai forte: -- «Olà!» -- a tutta prima non ebbi nessuna risposta.
Chiamai di nuovo e udii queste parole: -- «Che tu sia benedetto, o mio
Dio!» -- Ancor più sorprendente, o tribuno, la voce era quella di una
donna. Ed io chiesi:
-- «Chi siete?» -- ed ebbi in risposta:
-- «Una donna d'Israele sepolta qui con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo!» --
Dissi loro di star di buon animo e corsi qui per saper la tua volontà.
Il tribuno si alzò frettolosamente.
-- «Avevi ragione, Gesio;» -- diss'egli, -- «e adesso capisco. La pianta
era falsa e bugiarda era pure la storia dei tre uomini. Vi sono stati
dei Romani migliori di Valerio Grato.» --
-- «Sì, disse il carceriere, poichè seppi dal prigioniero che
aveva regolarmente dato alla donna i cibi e le bevande che aveva
ricevuti.» --
-- «Il perchè ne è chiaro» -- disse il tribuno, e osservando il contegno
degli amici e riflettendo che avrebbe fatto bene l'avere dei testimoni,
soggiunse:
-- «Salviamo quelle donne. Venite tutti.» --
Gesio era raggiante.
-- «Bisognerà che foriamo la parete» -- egli disse: -- «Io potrei
trovare il posto ove era la porta, ma essa è stata murata con pietre e
calcina.» --
Il tribuno si fermò per dire al suo scrivano:
-- «Manda degli uomini dietro a me cogli utensili necessari. Fa presto,
e conserva la pianta che dev'essere corretta.» --
Poco dopo essi erano partiti alla volta del carcere.
CAPITOLO II.
Per comprendere quale fosse la vita della madre e della figlia durante
questi otto anni dobbiamo rammentare la raffinatezza e la coltura
dell'ambiente in cui erano abituate a vivere. Le condizioni ci sono
piacevoli o dolorose a seconda delle nostre abitudini e delle nostre
sensibilità. Non sarebbe un paradosso l'affermare che se avvenisse un
improvviso esodo di tutti gli uomini dal mondo verso il Paradiso, tal
quale com'è raffigurato dalla dottrina cristiana, esso non sarebbe
un paradiso per i più, e, d'altra parte, le sofferenze dell'inferno
non toccherebbero tutti con la medesima intensità. È appunto per dar
un'idea adeguata delle torture morali che attendevano le due donne
nel carcere della torre d'Antonia che noi, al principio del nostro
racconto, ci siamo dilungati nel descrivere il palazzo dei Hur con
tanta ricchezza di particolari, e la scena svoltasi tra Giuda e la
madre sul terrazzo di esso. La compassione e la simpatia del lettore
saranno tanto maggiori, quanto più astraendo dai semplici dolori fisici
potrà immaginare i patimenti morali e intellettuali delle due donne.
Ricordiamo il discorso tra madre e figlio, in cui essa gli parlava di
Dio, del suo popolo prediletto, degli Eroi, ora con la dottrina di un
filosofo, ora con l'ispirazione di un poeta, sempre però col cuore di
madre; e in preda a tali pensieri scendiamo nella loro cella.
-- «Una donna d'Israele qui sepolta con sua figlia. Aiutateci presto o
morremo.» --
Tale fu la risposta che Gesio, il custode, udì dalla cella, la sesta,
come appariva dal disegno da lui consegnato al tribuno. Il lettore
riconoscerà dalla risposta chi fossero le infelici ed esclamerà senza
dubbio: -- «Ecco alla fine la madre e la sorella di Ben Hur!» --
Difatti erano esse.
Otto anni prima, la mattina della loro cattura, erano state condotte
alla torre dove Grato aveva destinato che fossero rinchiuse. Egli
aveva scelto quel luogo perchè era quello che rimaneva sotto la sua più
immediata sorveglianza e, in esso, la sesta cella, perchè era lontana
dalle altre, e perchè era infetta dalla lebbra, volendo così che le
prigioniere si trovassero rinchiuse non in un carcere sicuro e sano
ma in una vera tomba. Esse vi furono perciò condotte da schiavi, in
un momento in cui non vi potessero essere testimoni, poi, a compimento
del proposito crudele, gli stessi schiavi, murata la porta, furon fatti
scomparire, nè di loro si seppe più nulla. Perchè le vittime potessero
avere un martirio più prolungato, Grato collocò in una cella vicina ad
esse un condannato cieco e muto ond'egli passasse loro il nutrimento
attraverso ad un foro. Il pover'uomo non avrebbe potuto, in nessuna
circostanza raccontare la sua storia, riconoscere le prigioniere o i
loro giudici.
Così, con un'astuzia dovuta in parte a Messala, il Romano, sotto
pretesto di punire una banda d'assassini, trovò modo di confiscare
i beni dei Hur, dei quali nulla pervenne agli scrigni imperiali.
Come compimento dell'ultima parte del suo progetto, Grato licenziò
il vecchio custode delle prigioni, non per timore che fosse a giorno
dell'accaduto, perchè in realtà nulla poteva saperne, ma perchè,
pratico dei sotterranei com'egli era, sarebbe stato impossibile il
nasconderglielo a lungo; con sorprendente abilità il Procuratore fece
disegnare delle nuove carte topografiche omettendo, come vedemmo, la
sesta cella: le infelici prigioniere potevano considerarsi sepolte per
sempre.
La sesta cella corrispondeva a quella che Gesio aveva disegnata. Non
si son potute avere informazioni esatte sulle sue dimensioni; solo si
sa ch'essa era ristretta, rustica, dal terreno e dalle pareti fatte a
guisa di roccie.
In origine il Castello dei Macedoni era separato dal tempio da una
stretta rupe. Gli operai, desiderosi di fabbricare un certo numero
di camere, incominciarono a forare la facciata al nord di questa
rupe e s'inoltrarono lasciando un soffitto naturale di pietra; poi
continuarono a costruire le celle V, IV, III, II, I, senza nessuna
comunicazione col numero VI. La sola cella numero V aveva un foro
comunicante con essa. Fabbricarono poi il corridoio e la scala che
doveva condurre al piano superiore.
I lavori furono eseguiti nel medesimo modo in cui furono intagliate le
tombe dei Re, visibili anch'oggi a poca distanza di Gerusalemme, solo
che, finiti gli scavi, la VI cella fu chiusa dalla parte esteriore con
un muro in cui si aprivano delle feritoie per il passaggio dell'aria.
Quando Erode s'impadronì del Tempio e della torre, fece ricostruire
queste mura più solidamente e chiuse tutte le feritoie meno una, la
quale, pure immettendo un po' d'aria libera e un po' di luce, lasciava
la cella nella più desolante oscurità.
Le due donne erano rannicchiate vicino alla feritoia, l'una seduta,
l'altra mezza sdraiata, appoggiandosi alla nuda roccia. Esse erano
completamente prive di vesti e la luce, penetrando dall'alto, dava
loro un aspetto spettrale. Il loro reciproco affetto, ancor vivo, ci
è rivelato dal vederle l'una nelle braccia dell'altra. La ricchezza,
i conforti, e le speranze, spariscono, ma l'amore rimane. L'amore è
eterno.
Il terreno sul quale le due donne stavano accovacciate, era
completamente levigato. Chi avrebbe potuto dire, per quanto tempo,
durante gli otto anni, esse eran rimaste sedute davanti all'unica
feritoia dalla quale un timido, ma amichevole raggio di luce ravvivava
le loro speranze?
Quando la luce faceva capolino esse comprendevano che albeggiava,
quando svaniva, capivano che scendeva la notte, in nessun altro luogo
così lunga e buia come laggiù!... Il mondo?... Attraverso a quella
fessura, come se essa fosse stata larga ed alta al pari della porta di
un palazzo reale, esse vagavano pel mondo con la fantasia, cercando
l'una il figlio, l'altra il fratello. Esse lo pensavano navigante
sul mare o sbarcato nelle isole; oggi in quella, domani in un'altra
città, ma sempre viaggiando, senza tregua, giacchè, come esse vivevano
attendendolo, egli doveva certo vivere cercandole. Quante volte, pur
essendo lontane, esse s'incontravan con lui col pensiero! Era una così
dolce lusinga per esse dirsi l'una coll'altra. -- «Finchè egli vivrà non
saremo dimenticate, finchè egli si rammenterà di noi ci sarà speranza!»
-- Chi può comprendere, se non dopo averlo provato, che un nonnulla
basta per incuter coraggio? Il ricordo di quei giorni trascorsi così
miseramente ci impone il rispetto; le loro sofferenze le rivestono ai
nostri occhi di santità. Anche senz'avvicinarci troppo alla prigione ci
accorgiamo ch'esse hanno subìto un gran mutamento, non dovuto al tempo
od alla prigionia. La madre era bella come donna, la figlia bella come
giovinetta. Neppur una persona amica avrebbe potuto dire di loro ora la
stessa cosa. I loro capelli erano lunghi, arruffati, e completamente
bianchi; e da tutta la loro persona spirava un'aria di ribrezzo che
avrebbe arrestato il più coraggioso visitatore. Forse soffrivano per
l'aria malsana, per le torture della fame e della sete non avendo avuto
di che sfamarsi dopo che il loro servo, il forzato cieco e muto, era
stato allontanato. Tirzah, lamentandosi, si appoggiò alla madre e le
cinse il collo dandole un bacio.
-- «Quietati, Tirzah, verranno: Dio è buono. Noi ci siamo sempre
ricordati di lui e non ci siamo mai dimenticate di pregarlo ogni
qualvolta udivamo il suono delle trombe nel Tempio. Vedi, è ancora
chiaro e il sole splende, non possono esser che le sette. Qualcuno
verrà. Ne ho fede. Dio è buono!» --
Così parlò la madre.
Le sue parole erano semplici e persuasive, quantunque Tirzah, che
aveva appena compiuti i tredici anni quando noi le vedemmo per l'ultima
volta, ora, aggiungendole gli otto anni di carcere, non fosse più una
bambina.
-- «Proverò ad esser forte, mamma,» -- disse ella. -- «Le tue sofferenze
devono essere grandi quanto le mie ed io voglio assolutamente
vivere per te e per mio fratello! Ma mi sento ardere la lingua e le
labbra!... Chissà dove si trova egli ora, chissà se riescirà mai a
salvarci!» --
Le loro voci impressionavano stranamente: eran dure, pungenti, d'un
suono metallico.
La madre avvicinò a sè la figlia e disse:
-- «La notte scorsa ho sognato, Tirzah, e l'ho visto da vicino come
vedo te, ora. Dobbiamo credere nei sogni perchè anche i nostri padri ci
credevano.
Il nostro Signore parlò loro così parecchie volte. Mi sembrava che
ci trovassimo alla Porta delle Donne proprio di fronte alla Porta
Magnifica, in compagnia di molte persone, quando Giuda entrò guardando
di qua e di là; lo vidi ritto all'ombra della Porta. Il mio cuore
palpitò forte forte. M'accorsi ch'egli ci cercava, e gli corsi incontro
aprendogli le braccia e chiamandolo per nome. Egli m'udì, mi scorse, ma
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