-- «Ammettiamo tutto quanto tu dici, o Simonide, che cioè il Re verrà
e il suo regno sarà come quello di Salomone. Supponiamo anche che io
sia pronto a mettere me stesso e le mie ricchezze al suo servizio; di
più, che le vicende della mia vita, e la vasta fortuna da te accumulata
siano state davvero ordinate da Dio a quello scopo; dovremo noi forse
lavorare alla cieca? Dobbiamo aspettare l'arrivo del Re? Ch'egli mi
chiami? Tu hai l'esperienza dell'età. Rispondi.» --
Simonide rispose senza esitare.
-- «Non abbiamo altra scelta, nessuna. Questa lettera» -- così parlando
estrasse il messaggio di Messala -- «è il segnale della lotta. Noi non
siamo abbastanza forti per resistere l'alleanza di Messala con Grato;
ci mancano l'influenza a Roma e la forza qui. Essi ti uccideranno se
aspetti. Vedi nella mia persona qual'è la loro misericordia.» --
Un fremito lo scosse al ricordo dei tormenti.
-- «O buon padrone» -- egli continuò -- «L'animo tuo è forte?» --
Ben Hur non lo comprese.
-- «Io mi ricordo come bella mi sembrava la vita alla tua età» --
proseguì Simonide.
-- «Nondimeno» -- disse Ben Hur -- «fosti capace di un grande
sacrificio.» --
-- «Sì, per amore.» --
-- «Non ha la vita altri motivi forti del pari.» --
Simonide scosse la testa.
-- «C'è l'ambizione.» --
-- «L'ambizione è vietata ai figli d'Israele.» --
-- «La vendetta!» --
Era una scintilla cadente in un mare infiammabile. Gli occhi del
vecchio brillarono, le sue dita si strinsero, ed egli rispose con
veemenza:
-- «La vendetta è un diritto dell'Ebreo. Così dice la legge.» --
-- «Un cammello, fino un cane, ricorda l'offesa!» -- gridò Ilderim.
Simonide ripigliò il filo del suo discorso.
-- «Vi è un lavoro da compiersi prima dell'avvento del Re, un lavoro
di preparazione. La mano d'Israele sorgerà in sua difesa, non v'ha
dubbio, ma, ahimè, è una mano che la pace ha rattrappita, che la
guerra deve snodare. Fra i milioni non vi è disciplina, non vi sono
capitani. Io non parlo dei mercenari di Erode, che parteggerebbero
pei nostri nemici. Questa pace è cara al Romano, ed è frutto della sua
politica; ma un cambiamento è vicino, in cui il pastore butterà via il
suo bordone e brandirà la spada e la lancia, e gli armenti pascolanti
diverranno branchi di leoni. Qualcheduno, o mio figlio, dovrà occupare
il posto alla destra del Re. E a chi spetterà questo onore se non a
colui che avrà compiuto questo lavoro?» --
Il volto di Ben Hur si accese.
-- «Io vedo. Ma parla chiaramente. Altro è dire: una cosa deve farsi;
altro è dire come deve farsi.» --
Simonide bevve un sorso del vino che Ester gli aveva offerto, poi
proseguì:
-- «Lo sceicco e tu, mio padrone, avrete ciascuno una parte. Io rimarrò
qui, continuando il mio mestiere affinchè non si esauriscano i fondi,
e starò in vedetta. Tu andrai a Gerusalemme, e di là nei monti, e
comincerai a contare gli uomini d'arme d'Israele, dividendoli in
deche e in centene, scegliendo capitani ed esercitandoli nelle armi,
che io ti manderò e che saranno nascoste in luoghi segreti. Partendo
dalla Perea, andrai fra i Galilei, e quindi a Gerusalemme. Nella Perea
avrai alle tue spalle il deserto con Ilderim e i suoi cavalieri. Egli
proteggerà le retrovie e ti sarà utile in molte guise. Nessuno saprà
nulla di nulla finchè il disegno non è maturo. Ho già parlato ad
Ilderim. Che te ne pare?» --
Ben Hur guardò lo sceicco.
-- «Le cose stanno com'egli dice, figlio di Hur,» -- rispose l'Arabo. --
«Io gli ho dato la mia parola, ed egli si è dichiarato soddisfatto;
ma tu avrai il mio giuramento e quello di tutte le lancie della mia
tribù.» --
Tutti e tre -- Simonide -- Ilderim -- Ester -- fissarono Ben Hur.
-- «Ogni uomo» -- egli rispose lentamente -- «in un momento o l'altro
della sua vita, appressa alle sue labbra la coppa del piacere e ne
assaggia il liquido delizioso, ogni uomo tranne me. Io vedo, Simonide,
e tu, generoso sceicco, a che cosa tendono le vostre proposte. Se io le
accetto ed intrapprendo questo compito, addio pace e belle speranze di
una vita tranquilla! Le porte che ora m'invitano si chiuderanno dietro
di me per non riaprirsi più mai, perchè Roma ne tiene tutte le chiavi;
il suo bando mi seguirà ovunque. Fuggendo i suoi segugi, le tombe e le
caverne saranno la mia dimora, ultimo asilo il deserto.» --
Un singhiozzo interruppe le sue parole. Tutti si voltarono verso Ester,
che celò il volto sul petto del padre.
-- «Io non l'avrei creduto di te, Ester» -- disse Simonide con dolcezza,
commosso egli medesimo.
-- «Sta bene, Simonide» -- disse Ben Hur. -- «La sentenza sembra men dura
al condannato quando vede la compassione che piange.» --
-- «Io stavo dicendo» -- egli continuò, -- «che non mi rimane altra scelta
che di accettare la parte che voi mi destinate. E siccome, fermandomi
qui, io mi esporrei ad una morte ignobile, imprenderò subito il
lavoro.» --
-- «Dobbiamo mettere in iscritto il nostro accordo?» -- chiese Simonide,
mosso dalle abitudini commerciali.
-- «Mi basta la tua parola» -- disse Ben Hur.
-- «Ed anche a me» -- Ilderim rispose.
Così, semplicemente, fu conchiuso il contratto che doveva mutare la
vita di Ben Hur.
-- «Il signore Iddio di Abramo protegga la nostra impresa!» -- esclamò
Simonide.
-- «Ed ora un'ultima parola, amici» -- disse Ben Hur con volto più
lieto. -- «Se permettete, voglio essere padrone di me stesso fino dopo i
giuochi. Non è probabile che un pericolo mi minacci da parte di Messala
prima che gli giunga la risposta del procuratore, e questo non può
avvenire che in sette od otto giorni. Il nostro incontro nel Circo è un
piacere che comprerei a qualunque rischio,» --
Ilderim, felicissimo, annuì subito, e Simonide, intento agli affari
soggiunse. -- «Va bene, padrone; quest'indugio mi darà agio di renderti
un servigio. Tu parlasti di un'eredità lasciata da Arrio. Consiste essa
in beni?» --
-- «Una villa a Miseno e alcune case in Roma.» --
-- «Io propongo che siano vendute, e i guadagni depositati in luogo
sicuro. Dammi l'autorizzazione e io manderò subito un agente. Per
questa volta almeno preverremo gli imperiali predoni.» --
-- «Domani avrai la nota e la procura.» --
-- «Allora se non v'è altro, il lavoro, per questa notte è terminato» --
disse Simonide. Ilderim si lisciò la barba con compiacenza dicendo -- «E
ben terminato» --
-- «Ester, offri il vino e il pane» -- continuò Simonide. -- «Lo sceicco
Ilderim ci onorerà con la sua presenza questa notte, e domani; e tu mio
padrone?» --
-- «Fa sellare i cavalli» -- disse Ben Hur. -- «Io ritorno all'Orto. Il
nemico non mi scoprirà se vado ora, e» -- diede uno sguardo ad Ilderim --
«i quattro saranno contenti di vedermi.» --
Ai primi albori del giorno, egli e Malluch smontarono davanti alla
porta della tenda.
CAPITOLO IX.
La notte successiva, intorno all'ora quarta, Ben Hur stava sul terrazzo
del grande magazzeno, al fianco di Ester. Sotto di essi si agitava la
medesima folla rumorosa di operai, marinai, facchini, che lavorando
al lume delle torcie avevano l'aspetto di genii di qualche fantastica
favola orientale. Si stava caricando una galera che doveva partire sul
far del giorno. Simonide non era ancora tornato dal suo ufficio, nel
quale, all'ultimo momento, avrebbe consegnato al capitano del vascello
l'ordine di procedere direttamente fino al Porto d'Ostia, sbarcarvi un
passeggero, e continuare, con suo comodo, per Valenza, sulla costa di
Spagna.
Il passeggero è un agente di Simonide e si reca a Roma per vendere i
fondi lasciati dal duumviro Arrio. Quando la nave avrà levata l'ancora,
e la sua prua sarà vôlta ad occidente, Ben Hur sarà irrevocabilmente
astretto all'impresa di cui si è parlato la notte prima. Se egli vuol
mutare pensiero, se egli si pente dell'accordo conchiuso con Ilderim,
egli è ancora in tempo di revocarlo. Egli è il padrone, e non ha che a
dire una parola.
Tali erano i suoi pensieri mentre dall'alto della terrazza, con
le braccia incrociate, guardava fisso dinanzi a sè, come un uomo
agitato dal dubbio. Giovine, bello, ricco, abituato ai circoli più
aristocratici di Roma, con quante voci eloquenti le tentazioni
del mondo gli lanciavano i loro appelli seducenti! Come gravosa
doveva sembrargli la vita di sacrifici e di pericoli ch'egli stava
per abbracciare! Possiamo immaginare anche gli argomenti che lo
incalzavano: L'impresa disperata di una lotta con Cesare, l'incertezza
che velava la venuta del Re, e tutto ciò che a lui si riferiva; gli
agi, gli onori, l'autorità, che le ricchezze gli potevano procurare;
e sopra tutto la vita tranquilla fra i nuovi amici che egli aveva
trovato. Soltanto coloro che per anni hanno pellegrinato soli e
desolati di paese in paese, possono apprezzare la forza di questo
ultimo appello. Aggiungiamo a questi argomenti la voce del mondo,
astuta, carezzevole, che sempre mormora al debole: -- «Fermati: non ti
muovere da dove stai bene,» -- presentando sempre i lati più attraenti
della vita, la voce del mondo era in questo caso aiutata da quella
d'una donna.
-- «Sei mai stata a Roma?» -- egli chiese alla sua compagna.
-- «No» -- rispose Ester.
-- «Ti piacerebbe andarvi?» --
-- «Non credo.» --
-- «Perchè?» --
-- «Ho paura di Roma.» -- Essa disse, con un lieve tremore nella voce.
Egli guardò la piccola figura di bimba al suo lato. Nella penombra non
poteva discernere il suo volto; le sue stesse forme erano indistinte.
L'immagine di Tirzah gli si ripresentò alla mente, e una grande
tenerezza lo prese. Così la sorellina perduta stava con lui sopra
il tetto della casa, quella mattina fatale dell'accidente di Grato.
Povera Tirzah! Dov'era essa? Ester gli diventò quasi santa a quel mesto
ricordo. Egli non avrebbe mai potuto considerarla come sua schiava,
e, se lo era legalmente, questo lo avrebbe anzi spronato ad usarle la
massima cortesia e rispetto.
-- «Io non posso pensare a Roma» -- essa esclamò con voce calma, e
parlando con quel suo dolce fare di donna. -- «Io non posso pensare
a Roma come una città di templi e palazzi, affollata di abitanti;
per me essa è un mostro che stende le sue spire in tutte le terre,
che affascina gli uomini col magico splendore dei suoi occhi verdi e
cattivi, e li trae alla loro rovina, un mostro non mai sazio di sangue.
Perchè....» --
Essa esitò, abbassò gli occhi, e si fermò.
-- «Continua» -- disse Ben Hur, rassicurandola.
Essa si fece più presso a lui e alzò il viso verso il suo. -- «Perchè
vuoi fartene una nemica? Perchè non rimanere in pace con essa e vivere
tranquillo? Tu hai avuto molti dolori; hai sopravvissuto alle insidie
dei tuoi avversari; hai penato tutta la tua gioventù; perchè non dare
al piacere gli anni che ti rimangono?» --
Il volto della fanciulla gli sembrava diventar più pallido e
avvicinarsi sempre più, mentre la sua preghiera lo incalzava. Egli si
chinò sopra di lei e chiese, sommessamente:
-- Che cosa vorresti ch'io facessi, Ester?» --
Essa ebbe un momento di esitazione, e poi chiese a sua volta:
-- «È molto bella la tua villa presso Roma?» --
-- «È bellissima, un palazzo in mezzo a giardini e boschi, con fontane,
statue, colline coperte di vigneti; in vista del Vesuvio e di Napoli,
col suo mare azzurro popolato da bianche vele irrequiete. Cesare
possiede una villa lì vicino, ma a Roma dicono che la vecchia villa di
Arrio è più bella.» --
-- «E la vita vi è tranquilla?» --
-- «Mai giorno d'estate o notte di plenilunio era più tranquillo del
soggiorno in essa, tranne quando venivano visite. Ora che il vecchio
padrone è morto, e la proprietà è mia, non v'è nulla che ne interrompa
il silenzio, se non il mormorio dei ruscelli, e delle fontane o il
canto degli uccelli. Giorno succede a giorno. I fiori sbocciano,
sfoggiano al sole i loro mille colori, poi avvizziscono, e danno luogo
a nuovi bocci e a frutti. Il cielo è sempre eguale, sereno, interrotto
qua e là da qualche cirro candido, passeggero. Era una vita troppo
calma, Ester; che mi rendeva inquieto, collerico, persuadendomi in un
sentimento della mia inutilità ed infingardaggine, -- a me, che tanto
aveva da fare! --
Essa guardò lontano sul fiume.
-- «Perchè hai chiesto?» -- egli domandò.
-- «Mio buon padrone....» --
-- «No, Ester; non così. Chiamami amico, fratello, se vuoi: io non sono
il tuo padrone, e non voglio esserlo; Chiamami fratello,» --
Egli non potè vedere il rossore che le tinse le guancie e il lampo di
gioia che le brillò negli occhi.
-- «Io non posso comprendere» -- essa continuò -- «come tu possa preferire
una vita come questa, una....» --
-- «Una vita di violenza e forse di sangue» egli rispose completando il
periodo.
-- «Sì, preferire una tal vita alla lieta esistenza in quella bellissima
villa.» --
-- «Ester, tu sbagli. Non si tratta di preferenza. Ahimè! Il Romano
non mi lascia la scelta. Io vado perchè è necessario; s'io resto mi
aspetta la morte nel pugnale di un sicario, in una tazza avvelenata,
nella sentenza di un magistrato corrotto e comprato. Messala e il
procuratore Valerio Grato, sono ricchi col bottino dei miei beni
paterni, e la paura di perdere i loro guadagni li spingerà ad ogni
eccesso. Un accordo pacifico con essi è impossibile, e anche se potessi
comperare la loro amicizia, Ester, non so se lo farei. Io non sono nato
per la pace, e l'irrequietezza ch'io provava sotto gli archi marmorei
della mia villa mi perseguiterebbe dappertutto. Eppoi, non ho io il
sacro compito di cercare i miei cari? Se li trovo, non è mio dovere
vendicarmi sopra coloro che li hanno fatti soffrire; se sono morti,
devo lasciar fuggire i loro assassini? No, il più santo affetto non
potrebbe conciliarmi il sonno della pace, quando la mia coscienza mi
pungesse col rimorso di aver mancato al mio dovere.» --
-- «Dunque tutto, tutto è invano?» -- essa chiese con voce querula.
Ben Hur prese la sua mano.
-- «La mia felicità ti è dunque di tanto momento?» --
-- «Si» -- essa rispose semplicemente.
La mano era tiepida e piccola, e tremava nella sua palma. Allora
l'immagine dell'Egiziana gli balenò davanti; così slanciata, così
audace, con la sua adulazione sagace, il suo spirito pronto, con la sua
meravigliosa bellezza. Egli portò la mano alle sue labbra e disse:
-- «Tu sarai una seconda Tirzah per me, Ester.» --
-- «Chi è Tirzah?» --
-- «La sorellina che il predone Romano mi rubò e che io devo
ritrovare.» --
In quella un fascio di luce si proiettò sul terrazzo. Si voltarono, e
videro Simonide avvicinarsi nella sua poltrona, spinta da un domestico.
Dalla porta aperta si scorgeva la stanza illuminata.
Allo stesso tempo la galera nel fiume alzò le ancore, girò su sè
stessa, e fra un lungo urlo dei marinai e un confuso agitarsi di torce,
si avviò verso l'alto mare -- lasciando Ben Hur avvinto alla causa del
Re che doveva venire.
CAPITOLO X.
Il giorno prima dei giuochi, durante il pomeriggio, tutti i beni mobili
di Ilderim furono trasportati in città e depositati in un Khan vicino
al Circo. I suoi servitori, vassalli armati, cavalli, buoi, pecore,
cammelli formavano una lunga processione pittoresca e rumorosa, che
destò l'ilarità di quante persone la incontrarono per via. D'altra
parte lo sceicco, di solito così irascibile, accoglieva queste
dimostrazioni con la massima equanimità e buon umore. Egli pensava
infatti, che se, come aveva ragione di credere, egli si trovasse sotto
sorveglianza, le spie Romane avrebbero descritto alle autorità, la
pompa semi-barbarica con cui era venuto alle corse. I Romani avrebbero
riso, la città si sarebbe divertita, e i sospetti si sarebbero
acquetati. Il giorno dopo, tutta questa moltitudine di uomini e di
animali si troverebbe sulla via del deserto, non lasciando indietro che
il solo necessario per il buon esito della gara. Ilderim, con altre
parole, stava per partire; le sue tende erano piegate, il dovar era
sciolto; in dodici ore ogni cosa poteva mettersi in salvo. Così il
vecchio Arabo preparavasi ad un eventuale colpo da parte di Messala.
Nè Ben Hur da parte sua deprezzava l'influenza del suo nemico,
quantunque fosse d'opinione che nessun atto d'ostilità sarebbe avvenuto
prima del giorno delle corse. Se Messala vi rimanesse sconfitto, allora
c'era d'aspettarsi il peggio. Probabilmente non avrebbe neppure atteso
le istruzioni di Grato.
Preparati ad ogni evento, cavalcavano l'uno di fianco all'altro sulla
strada per Antiochia. Per via incontrarono Malluch, il quale nè con un
segno nè con una parola diede a vedere di conoscere le nuove relazioni
sorte fra Simonide e Ben Hur, e dell'accordo fra questi due ed Ilderim.
Scambiati i saluti d'uso, estrasse una carta, dicendo allo sceicco:
-- «Ecco il programma delle corse, appena uscito; troverai i tuoi
cavalli e l'ordine della partenza. Senza attendere, io mi congratulo,
ottimo sceicco, della tua vittoria.» --
Volgendosi poi a Ben Hur. -- «Anche a te figlio di Arrio le mie
congratulazioni. Tutti i preliminari sono stati osservati, ed ora nulla
ti impedisce di misurarti con Messala.» --
-- «Io ti ringrazio Malluch» -- disse Ben Hur.
Malluch continuò:
-- «Il tuo colore è bianco, quello di Messala porpora ed oro. I ragazzi
li vendono nelle strade, e domani ogni Arabo ed ogni Ebreo porterà
il tuo distintivo. Vedrai che nel Circo il bianco ed il rosso si
divideranno la gradinata.» --
-- «La gradinata -- ma non la tribuna sulla Porta Pompae.» --
-- «No; lo scarlatto ed il rosso vi domineranno. Ma se noi vinciamo» --
Malluch si struggeva tutto dalla gioia -- «se vinciamo, come tremeranno
quei signori! Essi scommetteranno tutti per Messala naturalmente, e
nel loro disprezzo per tutto ciò che non è Romano, lo quoteranno a
due, a tre, a cinque, perchè egli è uno di loro.» -- Abbassando la voce
continuò. -- «Non è bene che un Ebreo di buona fama nel Tempio prenda
parte alle scommesse; ma, in confidenza, io avrò, un amico dietro il
posto del console, il quale accetterà le loro offerte a due, a cinque,
a dieci -- la loro pazzia potrà salire fino a questo. Ho messo a sua
disposizione seimila sicli.» --
-- «No, Malluch» -- disse Ben Hur. -- «Un Romano non scommette che nella
sua moneta. Se trovi il tuo amico questa sera, metti a suo credito
quanti sesterzi vuoi. E bada, Malluch -- digli di concludere scommesse
con Messala ed i suoi amici. I quattro di Ilderim, contro quelli di
Messala.» --
Malluch pensò un momento.
-- «Il risultato sarà di concentrare tutto l'interesse della corsa sopra
voi due.» --
-- «È proprio quello che desidero, Malluch.» --
-- «Vedo, vedo.» --
-- «Sì, Malluch, se vuoi aiutarmi, cerca di fissare l'attenzione del
pubblico sulla nostra corsa -- quella di Messala e la mia.» --
-- «C'è un modo» -- disse Malluch con vivacità.
-- «Sia fatto» -- rispose Ben Hur.
-- «Somme enormi offerte in scommesse contro di lui richiamerebbero
l'attenzione di tutta la città. Se sono accettate tanto meglio.» -- Così
dicendo Malluch scrutò attentamente il volto di Ben Hur.
-- «Non dovrei io ricuperare parte dei beni di cui mi spogliarono?»
-- disse Ben Hur quasi fra sè. -- «Forse un'altra occasione non si
presenterà. E se potessi infrangere il suo orgoglio e rovinarlo nella
fortuna, il nostro padre Giacobbe potrebbe aversene a male?» --
Un fermo proposito si disegnò nei suoi maschi lineamenti, e accentuando
le parole, continuò: -- «Sì, Malluch. Sia così. Non rinculare da
qualunque offerta. Se non bastano i sestersi, talenti. Cinque, dieci,
venti talenti, se trovi chi li accetta; anche cinquanta, purchè la
scommessa sia con Messala.» --
-- «È una somma ingente» -- disse Malluch. -- «Devo avere garanzia.» --
-- «L'avrai. Va da Simonide, e digli che voglio si faccia così, che
voglio rovinare il mio nemico, e che una simile occasione non potrà
forse offrirsi mai più. -- Va, Malluch. Il Signore dei nostri padri è
con noi.» --
E Malluch, felicissimo, dopo averlo salutato, fece per andarsene, ma,
poi, ravvedendosi, tornò indietro.
-- Un'altra cosa volevo dirti, figlio di Arrio. Io non ho potuto
avvicinarmi in persona al cocchio di Messala, ma lo ho fatto misurare
da un altro. Il mozzo della ruota è un palmo più alto da terra che non
il tuo.» --
-- «Un palmo! Tanto?» -- gridò Ben Hur con gioia.
Poi si chinò verso Malluch.
-- «Se tu sei figlio di Giuda, Malluch, e fedele alla tua gente,
prendi posto nella gradinata sopra la Porta del Trionfo, di faccia ai
pilastri, e osserva bene quando facciamo le voltate; osserva bene,
perchè se la fortuna mi favorisce, io -- No, Malluch, è meglio non
parlarne! Soltanto assicurati un posto, e sta attento.» --
In quella un grido sfuggì dalla bocca di Ilderim.
-- «Ah, per lo splendore di Dio, che cosa significa ciò?» --
Si avvicinò a Ben Hur indicando il programma.
-- «Leggi» -- disse Ben Hur.
-- «No, leggi tu.» --
Ben Hur prese il foglio, firmato dal prefetto della provincia,
quale datore dei giuochi. -- Avvertiva il pubblico che in primo luogo
vi sarebbe stata una grandiosa processione, e che dopo i consueti
sacrifici al dio Conso avrebbero avuto principio i giuochi; corse a
piedi, salti, lotta, ciascuno nell'ordine in cui dovevano seguirsi.
-- L'elenco conteneva i nomi dei competitori, le loro nazionalità, le
scuole donde uscivano, le gare cui avevano preso parte, i premi già
vinti, e i premi offerti ora. Questi erano vistosi e scritti in grandi
lettere illuminate, testimoniando il tempo trascorso e i costumi mutati
da quando la semplice corona di alloro o di pino, bastava al vincitore,
assetato più di gloria che di ricchezze.
Su questa parte del programma Ben Hur sorvolò rapidamente finchè arrivò
all'annuncio della corsa. Lesse con attenzione. Il colto pubblico
era informato che Antiochia avrebbe allestito uno spettacolo non mai
uguagliato nella storia. Le feste erano date in onore del Console.
Centomila sesterzii e una corona d'alloro formavano il premio. Poi
seguivano i particolari. I competitori erano sei, tutte quadrighe, e
dovevan partire contemporaneamente.
Eccone la descrizione:
I. Una quadriglia di Lisippo di Corinto -- due grigi, un bajo,
un morello. Iscritti l'anno precedente in Alessandria e Corinto,
entrambe le volte vincitori. Auriga, Lisippo. Colore, giallo.
II. Una quadriglia di Messala di Roma -- due bianchi, due morelli;
vincitori del Premio Circense nel Circo Massimo. Auriga, Messala.
Colore, scarlatto ed oro.
III. Una quadriglia di Cleante Ateniese -- tre grigi, un bajo;
vincitori nei giuochi Istmici l'anno precedente. Cleante, auriga.
Colore, verde.
IV. Una quadriglia di Diceo Bizantino, due morelli, un grigio, un
bianco; vincitori l'anno scorso a Bisanzio. Auriga, Diceo. Colore,
nero.
V. Una quadriglia di Admeto da Sidone -- tutti grigi. Tre volte
vincitori nello stadio di Cesarea. Admeto, auriga. Colore, azzurro.
VI. Una quadriglia di Ilderim, sceicco del deserto -- Tutti baj;
prima corsa. Ben Hur, Ebreo, auriga. Colore, bianco.
-Ben Hur, Ebreo, auriga!-
Perchè quel nome invece di Arrio? Ben Hur alzò gli occhi a quelli di
Ilderim. Era stata questa la causa dell'esclamazione dell'Arabo. La
medesima idea balenò al cervello di entrambi.
Quella era la mano di Messala!
CAPITOLO XI.
Non era quasi caduta la sera, che già l'Omfalo, il centro della città,
rigurgitava di una folla clamorosa e festante, che si versava in due
correnti, al Ninfeo, ad Oriente, e lungo i colonnati di Erode verso
Occidente. Nessuna cornice più grandiosa e più adatta a questo gaio
e spensierato spettacolo poteva immaginarsi, di queste meravigliose
strade fiancheggiate da porticati marmorei, doni di Principi e Re,
alla città regina d'Oriente. L'oscurità era bandita come la malinconia.
Fiaccole e bracieri illuminavano la massa ondeggiante del popolo, che,
cantando, ridendo, e gridando si abbandonava ai piaceri di Apollo e di
Bacco.
Le molte nazionalità rappresentate, se avrebbero stupito un forestiero,
non erano cosa nuova per Antiochia. Una delle missioni del grande
Impero sembra esser stata la fusione degli uomini e il ravvicinamento
dei popoli lontani. E dove era un centro d'autorità Romana, come a Roma
affluivano i rappresentanti dei diversi paesi, con le loro divinità e
con le loro costumanze.
Un particolare però non avrebbe potuto sfuggire all'osservatore quella
sera in Antiochia. Quasi ogni persona portava i colori di una delle
quadrighe annunciate nelle corse di domani. Ora era un nastro, ora
un distintivo, uno scialle, una piuma, significanti la preferenza e
spesso la nazionalità del portatore: così il verde indicava gli amici
di Cleante, l'Ateniese, il nero quelli del Bizantino. Costume questo
antichissimo, che datava probabilmente fin dalle prime gare ai tempi
di Oreste, e proficuo tema di studio a chi voglia indagare fino a
qual punto di follìa gli uomini possono lasciarsi trascinare. Un esame
superficiale avrebbe dimostrato che i colori predominanti erano tre --
verde, bianco, e misto porpora ed oro.
Ma abbandoniamo la via e rechiamoci nel palazzo sopra l'isola.
I cinque grandi candelabri della gran sala sono accesi di fresco. La
compagnia è quella identica a cui abbiamo già presentato il lettore. Il
divano geme sotto il solito peso dei dormienti e di vestaglie gettatevi
alla rinfusa, e dai tavoli sorge il medesimo rumore di dadi.
Ma questa volta la maggioranza non è occupata al giuoco. I giovani
passeggiano in su e in giù, a due, a tre, o si fermano in crocchi a
discorrere. Molti sbadigliano; gli argomenti sono futili: Che tempo
farà domani? I preparativi pei giuochi sono terminati? Le leggi del
Circo di Antiochia sono come quelle di Roma? A dire il vero, i giovani
patrizi soffrono di una noia terribile. Il gravoso lavoro della
giornata è finito; vale a dire, se potessimo dare un'occhiata alle
loro tavolette, le vedremmo coperte di annotazioni e di scommesse,
-- scommesse su tutti i capi del programma, sulle corse pedestri, la
lotta, il pugilato, -- tutto, tranne sulla corsa dei cocchi.
E perchè non su quella?
Buon lettore, essi non possono trovare un'anima che voglia arrischiare
un denario contro Messala.
Nella sala non vi sono altri colori dei suoi.
Nessuno pensa alla sua sconfitta.
La sua abilità e destrezza non sono esse conosciute? Non fu egli
educato da un -lanista- Imperiale? I suoi cavalli non vinsero il Gran
Premio nel Circo Massimo? E poi -- ah sì! non è egli Romano?
In un angolo, adagiato comodamente sopra il divano, sta Messala
medesimo.
Intorno a lui, in piedi o seduti, i suoi cortigiani lo tempestano di
domande.
Naturalmente l'argomento è uno solo.
Entrano Cecilo e Druso.
-- «Ah!» -- esclama il giovine principe, lasciandosi cadere sul divano ai
piedi di Messala: -- «Ah, per Bacco, sono stanco!» --
-- «Dove sei stato?» -- chiede Messala.
-- «Nelle vie, fino all'Omfalo, e più in là. Fiumi di gente, ti dico.
La città non è mai stata così affollata. Dicono che tutto il mondo sarà
domani nel Circo.» --
Messala rise con disprezzo.
-- «Idioti! Non hanno mai veduto i giuochi Circensi, sotto la direzione
di Cesare medesimo. Ma dimmi, mio Druso, che cosa hai trovato?» --
-- «Nulla.» --
-- «Cioè -- Non ti ricordi?» -- disse Cecilo.
-- «Che cosa?» -- fece Druso.
-- «La processione di bianchi.» --
-- «Meraviglioso!» -- esclamò Druso. -- «Abbiamo incontrato un gruppo di
bianchi, con uno stendardo. Ma -- ah, ah, ah!» --
Ricadde indietro ridendo.
-- «Crudele Druso, perchè non continuare?» -- disse Messala.
-- «Feccia del deserto, erano, o Messala, e spazzini del Tempio di
Gerusalemme. Che cosa avevano da vedere con me?» --
-- «No,» -- disse Cecilio -- «Druso ha paura che ridiate alle sue spese.
Ma io non temo, o Messala.» --
-- «Parla tu, allora.» --
-- «Dunque, abbiamo fermato la processione, e....» --
-- «Abbiamo loro offerto una scommessa» -- disse Druso, interrompendo, e
togliendo le parole di bocca al suo parassita. -- «Un piccolo individuo
tutto rugoso uscì dalla fila ed accettò. Io estrassi le mie tavolette.
-- «Chi è il tuo campione?» -- gli chiesi. -- «Ben Hur, l'Ebreo,» --
egli rispose. Io gli faccio: -- «La posta? Quanto?» -- Egli rispose. --
«Un.... un....» -- Scusami Messala, ma pel fulmine di Giove, non posso
continuare dal gran ridere! Ah, ah, ah!» --
Gli ascoltatori si volsero verso Cecilio. Messala lo guardò.
-- «Un siclo!» -- disse questi.
-- «Un siclo! Un siclo!» --
Uno scoppio di risa tenne dietro alla risposta.
-- «E che cosa fece Druso?» -- chiese Messala.
In questo momento un grande rumore si levò presso la porta e i
giovani si precipitarono in quella direzione. Crescendo il frastuono,
anche Cecilio si strappò dal divano, solo volgendosi per dire: --
«Il nobile Druso, o Messala, intascò le sue tavolette, e rinunciò al
siclo.» --
-- «Un bianco! Un bianco!» --
-- «Per di qui, per di qui!» --
Queste ed altre esclamazioni echeggiarono nella sala coprendo ogni
altra parola. I giuocatori abbandonarono i bossoli; gli addormentati
si svegliarono, si stropicciarono gli occhi, tirarono fuori le loro
tavolette, e si unirono al gruppo.
-- «Io scommetto....» --
-- «Ed io....» --
-- «Anch'io.» --
La persona fatta segno a questa calorosa accoglienza era il
rispettabile Ebreo di cui facemmo conoscenza insieme a Ben Hur, a bordo
della nave che lo portava da Cipro ad Antiochia.
Il suo portamento era grave, cortese, vigile. La veste era bianchissima
come pure il turbante che gli cingeva il capo. Inchinandosi e
sorridendo, si avvicinò lentamente al tavolo centrale. Arrivatovi,
raccolse con un gesto dignitoso le pieghe della toga, si sedette, e
alzò la mano. Lo scintillare di un gioiello sull'anulare, contribuì non
poco al silenzio che seguì.
-- «Romani -- illustri Romani -- Vi saluto!» -- egli disse.
-- «Mi piace la sua disinvoltura, per Giove! Chi è?» -- chiese Druso.
-- «Un cane d'Israele -- Samballat di nome -- fornitore dell'esercito;
domiciliato in Roma, immensamente ricco; diventato tale defraudando
i Romani. Una testa fina, che ti sa tessere trame più sottili di
quelle dei ragni. Andiamo, per la zona di Venere! Vediamo se possiamo
spillargli denari.» --
Così dicendo, Messala si alzò e con Druso raggiunse la folla che
accerchiava l'Ebreo.
-- «Ho saputo in istrada» -- egli diceva, tirando fuori le sue tavolette
e collocandole aperte sopra il tavolo, -- «che la disperazione regnava
nel palazzo, perchè non si trovava chi accettasse scommesse contro
Messala. Gli Dei, sapete, richiedono sacrifici, ed eccomi pronto.
Vedete il mio colore. Passiamo agli affari. Prima le quotazioni, poi le
somme. A cosa mi date Messala?» --
La sua audacia sembrava sbalordire i suoi ascoltatori.
-- «Presto!» -- egli disse. -- «Ho un appuntamento col Console.» --
Lo stimolo sortì il suo effetto.
-- «A due!» -- gridò una mezza dozzina di voci.
-- «Che?» -- esclamò il fornitore, stupito. -- «Soltanto a due, un
Romano!» --
-- «Tre, allora.»
-- «Tre, soltanto tre? -- e il mio favorito non è che un cane d'un Ebreo!
Datemi quattro.» --
-- «Quattro sia!» -- esclamò un ragazzo, punto dallo scherno.
-- «Cinque -- datemi cinque» -- disse subito il fornitore.
Un profondo silenzio cadde sopra l'assemblea.
-- «Il Console, padrone mio e vostro, mi attende.» --
Il silenzio parve oltraggioso a molti.
-- «Datemi cinque -- per l'onore di Roma, cinque.» --
-- «Cinque sia» -- esclamò una voce.
Un clamoroso urrà accolse le parole. Vi fu un movimento nella folla che
si spartì a destra e sinistra, e Messala apparve.
-- «Cinque siano» -- egli disse.
E Samballat, sorridendo, si preparò a scrivere.
-- «Se Cesare morisse domani, Roma non sarebbe del tutto derelitta. Vi è
almeno uno degno di prendere il suo posto. Dammi sei.» --
-- «Siano sei» -- rispose Messala.
Vi fu un altro urlo più forte del primo.
-- «Sei siano» -- ripetè Messala. -- «Sei contro uno -- la differenza
fra un Romano e un Giudeo. Ed ora che l'hai scoperta, o protettore
della carne suina, passiamo alla posta. -- La somma, presto. Il
console potrebbe mandarti a chiamare e noi resteremmo privi della tua
presenza.» --
Samballat prese in buona parte la risata che tenne dietro a queste
parole, e scrisse tranquillamente, poi offrì le tavolette a Messala.
-- «Leggi, leggi!» -- gridarono tutti.
E Messala lesse:
-- «Mem.» -- Corsa di cocchi. Messala di Roma, scommette con Samballat
pure di Roma, dicendo che batterà l'Ebreo Ben Hur. Posta, venti
talenti. Quotazione di Messala, uno contro sei.
-Testimoni.- SAMBALLAT.
Non una parola, non un respiro turbò il profondo silenzio della sala.
Nessuno si mosse.
Messala fissava le tavolette, mentre gli occhi del fornitore fissavano
lui.
Egli sentì quello sguardo, e pensò rapidamente. Da questo posto egli
aveva dettata la legge ai suoi compagni. Essi lo avrebbero ricordato.
Se egli si rifiutava di firmare, la sua superiorità era sparita per
sempre. Eppure egli non poteva firmare, non possedeva la somma di cento
talenti; neppure un quinto di essa. La sua mente si oscurò. La lingua
si rifiutò di parlare, le guancie impallidirono. Un istante rimase in
questo stato, poi gli venne un'idea.
-- «Cane di un Ebreo!» -- egli disse. -- «Dove hai tu venti talenti? falli
vedere.» --
Il sorriso provocante di Samballat si accentuò.
-- «Ecco» -- disse offrendo un foglio a Messala.
-- «Leggi, leggi!» -- risuonò tutto all'intorno.
Messala lesse:
-- «-Antiochia -- Tamuz, 16 giorno.-
Il portatore, Samballat di Roma, è accreditato presso di me per la
somma di cinquanta talenti, moneta Romana.
SIMONIDE.» --
-- «Cinquanta talenti! Cinquanta talenti!» -- vociferò la folla, stupìta.
Druso battè il piede per terra.
-- «Per Ercole!» -- egli gridò -- «il foglio mente, e l'Ebreo è un
bugiardo. Chi, se non Cesare, ha cinquanta talenti all'ordine? Abbasso
il bianco insolente!» --
L'urlo era furioso, e fu ripetuto da venti gole; ma Samballat rimase
tranquillamente seduto, col medesimo sorriso provocante sulle labbra.
Finalmente Messala parlò.
-- «Silenzio! Uno contro uno, con cittadini -- uno contro uno, per
l'amore del nostro bel nome Romano.» --
Il suo intervento opportuno salvò la sua dignità e gli riconquistò la
vacillante supremazia.
-- «O cane circonciso!» -- egli continuò verso Samballat. -- «Tu dicesti
sei contro uno, nevvero?» --
-- «Sì» -- rispose tranquillamente l'Ebreo.
-- «Allora lasciami scegliere la posta.» --
-- «Come vuoi, a condizione, se è una bagatella, di rifiutarla.» --
-- «Scrivi cinque in luogo di venti.» --
-- «Possiedi tanto?» --
-- «Per la madre degli Dei, ti mostrerò le ricevute.» --
-- «No, no. Basta la parola di un così illustre Romano. Soltanto
facciamo una cifra pari. Scrivo sei talenti?» --
-- «Scrivi.» --
Si scambiarono le scritture.
Samballat si alzò e con un ghigno di scherno in luogo del sorriso di
prima, misurò l'assemblea. Egli conosceva con chi aveva da fare.
-- «Romani,» -- egli disse, -- «un'altra scommessa, se osate. Io punto
cinque talenti contro cinque, sulla vittoria del bianco. Vi lancio una
sfida collettiva.» --
Di nuovo tutti stupirono.
-- «Ecchè?» -- egli gridò, a voce più alta. -- «Dovranno dire domani
nel circo che un cane d'Israele è penetrato in una sala piena di
patrizii Romani, e fra questi un parente di Cesare, ed ha offerto
loro cinque talenti, alla pari, ed essi non hanno avuto il coraggio di
accettare?» --
L'offesa era terribile.
-- «Cessa, o insolente!» -- disse Druso. -- «Scrivi la scommessa e
lasciala sul tavolo. Domani, se avremo trovato che tu possiedi
veramente tanto denaro da buttar via, io, Druso, ti prometto che sarà
accettata.» --
Samballat scrisse nuovamente, e alzandosi, disse, con inalterabile
calma:
-- «Ecco, Druso. Io ti lascio l'offerta; quando è firmata, mandamela
prima che incominci la corsa. Mi troverai vicino al Console nella
tribuna sopra la Porta Pompae. Pace a te; pace a voi tutti.» --
Egli fece un inchino e partì, senza badare all'urlo che lo accompagnò
fino alla porta.
Quella notte la storia della scommessa prodigiosa volò di bocca in
bocca per tutte le vie e piazze di Antiochia; e Ben Hur, vegliando
presso i suoi quattro cavalli, la udì raccontare, e seppe anche che
tutta la sostanza di Messala era impegnata in essa.
E si addormentò sorridendo.
CAPITOLO XII.
Il Circo di Antiochia sorgeva sulla sponda destra del fiume, quasi
dirimpetto al Palazzo e non differiva sostanzialmente da tutti gli
altri edifici del genere.
I giuochi erano, nel vero senso della parola, un dono fatto al popolo;
l'entrata era quindi libera a tutti, e, vasta com'era la capacità
dell'anfiteatro, la gente ebbe tanta paura di non ottenervi un posto,
che, fin dalle prime ore del giorno precedente ai giuochi, aveva
occupato tutte le adiacenze del Circo, le quali presentavano l'aspetto
di un grande attendamento militare.
A mezzanotte furono spalancati i cancelli, e la plebaglia si gettò
attraverso le porte occupando rapidamente i posti a lei assegnati. Solo
un terremoto o l'assalto di un esercito avrebbe potuto smuoverla di là.
Passò la notte dormendo sulle gradinate, fece colazione su di esse, e
aspettò pazientemente il principio dello spettacolo.
Verso la prima ora del giorno cominciarono ad arrivare i borghesi più
agiati, che avevano posti numerizzati, i più ricchi e più nobili fra di
essi a cavallo o portati in lettiga con seguiti di domestici in livrea.
All'ora seconda, la via conducente dalla città al Circo presentava
l'aspetto di un vero fiume di persone.
Quando l'indice dell'orologio a sole nella cittadella segnava trascorsa
la prima metà dell'ora seconda, la legione in grande tenuta, con tutti
i suoi stendardi ed insegne, discese dal monte Sulpio, e, quando
l'ultima fila dell'ultima coorte sparì dall'altra parte del ponte,
Antiochia si poteva dire letteralmente abbandonata; non già che il
Circo potesse contenere tutta la moltitudine, ma ciò non ostante tutta
la moltitudine era andata al Circo.
Una galera riccamente addobbata andò a prendere il Console nell'isola,
e quando il grande personaggio discese allo scalo, e la legione
presentò le armi, per un istante la pompa militare fece dimenticare
agli spettatori la maggiore attrattiva del Circo.
All'ora terza l'Anfiteatro poteva dirsi completamente riempito; uno
squillo di fanfara ordinò il silenzio, e tosto gli sguardi di oltre
centomila persone si fissarono sopra un edificio del lato orientale
dello stadio. Quivi sorgeva la celebre Porta Pompae, un arco poderoso
che reggeva la tribuna consolare, magnificamente adorna di vessilli
e di fiori, dove, circondato dalle insegne della legione, siedeva il
console Massenzio. A destra e sinistra dell'arco, a livello del suolo,
si aprivano i -carceres-, o stalli, ciascuno difeso da un proprio
cancello. Sopra gli stalli correva una cornice, coronata da una bassa
balaustrata; quindi si alzavano, una sopra l'altra, le ampie gradinate
di marmo, occupate da una splendida folla di alti dignitari militari
e borghesi. Questa mole occupava tutta la larghezza dell'edificio
del Circo, ed era fiancheggiata da torri, le quali, pure aggiungendo
grazia all'architettura dell'edificio, servivano di punto d'appoggio ai
-velaria-, o grandi tende purpuree, tese dall'una all'altra di esse, e
che gettavano un'ombra piacevolissima sopra l'augusta assemblea della
tribuna.
S'immagini ora il lettore di appartenere ai favoriti che siedono in
questo posto privilegiato. A destra e a sinistra, sotto le due torri,
vedrà le due entrate principali. Immediatamente sotto di lui si stende
l'arena, coperta di sabbia finissima e bianca. Nel centro dell'arena
corre un muro largo dieci o dodici piedi, alto cinque o sei, e lungo
precisamente cento ottanta metri, o uno stadio Olimpico. Ad entrambi i
capi di questo muro, lasciando solo un breve intervallo occupato da un
altare, sorgono sopra piedestalli di marmo tre tozzi pilastri conici di
pietra grigia, riccamente scolpiti. Queste sono le due méte, intorno
alle quali gireranno i contendenti. I corridori entreranno sulla
pista alla destra della mèta più vicina, e avranno il muro sempre alla
loro sinistra. Principio e termine della gara hanno luogo di faccia
alla tribuna Consolare, e per questa ragione quelli sono i posti più
ricercati del Circo.
Il limite esteriore della pista è segnato da un muro liscio, solido,
dell'altezza di circa quindici piedi, terminato da una balaustrata come
quella sopra i -carceres-. Se seguiamo la curva di questo balcone, la
troveremo interrotta in tre punti, dove si aprono altrettante porte,
due a nord, ed una ad ovest; quest'ultima adorna di magnifiche sculture
e bassorilievi, è chiamata la Porta del Trionfo, perchè, a giuochi
finiti, i vincitori passeranno sotto il suo arco, il capo coronato di
lauro, e accompagnati da un corteo trionfale.
Immediatamente dietro alla balaustrata laterale ascendono in lunghe
file parallele, e sovrapposte l'una all'altra, i banchi degli
spettatori, offrendo uno spettacolo curioso ed imponente, quello di una
smisurata massa di popolo, in vesti diverse e variopinte. Erano questi
i posti popolari, non coperti da alcuna tenda, privilegio esclusivo
della tribuna.
Avendo ora sott'occhio tutto il complesso del Circo, s'immagini il
lettore il profondo silenzio tenuto dietro allo squillo delle trombe,
doppiamente avvertibile dopo il vocìo e il frastuono che lo avevano
preceduto, durante il quale gli sguardi della moltitudine erano
concentrati tutti quanti sulla Porta Pompae.
Da questa procede un suono di voci e di strumenti, e subito appare
il coro della processione con la quale s'apre lo spettacolo. Prima
il prefetto e le autorità civiche, padrone della festa, in ampie
vesti e con ghirlande sul capo; poi le immagini degli Dei, alcune su
piattaforme portate sulle spalle da schiavi, altre su grandi carri,
splendidamente addobbati; poi ancora i contendenti nei singoli giuochi,
ciascuno nel suo costume caratteristico.
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