loro primo incontro nel deserto, potrà farsi un'idea del pasto che si
preparava sotto alla tenda di Ilderim. La differenza consisteva più
nella perfezione del servizio che nella qualità dei cibi. Tre coperte
vennero distese sopra il tappeto in prossimità del divano; vicino a
questo fu collocato un tavolo alto non più di un piede, coperto da una
tovaglia. In un angolo della tenda v'era un forno portatile, sotto
la cura di una ancella che attendeva a rifornire gli ospiti di pane
fresco, o piuttosto di una specie di focaccia calda che teneva luogo di
quello.
Frattanto Balthasar fu condotto al divano dove Ben Hur ed Ilderim lo
ricevettero in piedi. Un ampio mantello nero avvolgeva il magro suo
corpo; il passo era debole, ogni movimento cauto e lento. Un bastone lo
sorreggeva da un lato, un servitore dall'altro.
-- «Pace sia con te» -- disse Ilderim rispettosamente. -- «Pace e salute.»
-- L'Egiziano alzò la testa: -- «Ed a te, buon sceicco ed ai tuoi, la
pace e la benedizione dell'unico Dio.» --
Il modo era cortese e devoto, e fece una profonda impressione su Ben
Hur. Inoltre la benedizione era stata in parte rivolta a lui, e mentre
parlava il vecchio, lo fissava coi grandi occhi luminosi, destandogli
in petto un'emozione nuova e misteriosa. Più volte nel corso della
cena Ben Hur guardò furtivamente quel volto scarno e rugoso, e sempre
vi scorse un'espressione blanda, placida, fiduciosa come quella di un
bambino.
-- «Questo giovine, o Balthasar» -- disse Ilderim, ponendo la mano sul
braccio di Ben Hur, spezzerà oggi il suo pane con noi.» --
L'Egiziano guardò nuovamente il giovine ed un'espressione di dubbio
e di sorpresa apparve sopra il suo volto. Lo sceicco spiegò: -- «Io ho
promesso di dargli in prova i miei cavalli domani; e se tutto va bene
egli li guiderà nelle corse del Circo.» --
Balthasar continuava ad osservarlo.
-- «Egli mi è stato ben raccomandato,» -- continuò Ilderim, imbarazzato
da quell'esame. -- «Sappi ch'egli è figlio di Arrio, illustre ammiraglio
romano, quantunque,» -- lo sceicco esitò, poi rise -- «egli si dichiari
Israelita della tribù di Giuda; e, per lo splendore di Dio, io gli
credo.» --
Balthasar non potè trattenere più oltre la spiegazione.
-- «Oggi, o generoso sceicco, la mia vita corse pericolo, e sarebbe
stata perduta, se un giovine, in tutto rassomigliante a questo,
non fosse intervenuto, e mentre gli altri fuggivano, non mi avesse
salvato.» -- Poi indirizzandosi direttamente a Ben Hur -- «Non fosti
tu?» --
-- «Io non posso affermarlo in questi termini» -- rispose modestamente
Ben Hur. -- «Io ho fermato semplicemente i cavalli dell'insolente Romano
quando correvano addosso al tuo cammello presso la Fontana di Castalia.
Tua figlia mi lasciò una coppa d'argento.» --
Dal seno della sua tunica estrasse la coppa e la porse a Balthasar. Il
volto dell'Egiziano si illuminò.
-- «Iddio ti ha mandato in mio aiuto oggi presso la fontana» -- egli
disse con voce tremante, tendendo la mano a Ben Hur, -- «ed ora ti manda
nuovamente a me. Io lo ringrazio, e ringrazialo tu pure, perchè il
favore di cui Egli mi colma mi permette di darti una larga ricompensa.
-- La coppa è tua, tienila.» --
Ben Hur riprese il dono, e Balthasar, leggendo un'interrogazione sul
viso dello sceicco, raccontò quanto era accaduto alla fontana.
-- «Perchè non me ne hai fatto parola?» -- disse Ilderim a Ben Hur. --
«Non avresti potuto trovare una migliore raccomandazione. Non sono io
Arabo e sceicco della mia tribù? E non mi è un'ospite sacro, e la sua
protezione non è mio dovere? Ciò che tu hai fatto per lui, hai fatto
per me, e da me deve venire la ricompensa.» --
La sua voce s'era fatta acuta e stridula per l'emozione.
-- «Perdonami, buon sceicco, ti prego. Io non cerco ricompensa di sorta.
Il servizio ch'io resi a quest'uomo eccellente, avrei reso al tuo più
umile schiavo.» --
-- «Ma egli è mio amico e mio ospite, non mio servo; non disprezzar la
fortuna.» -- Poi volgendosi a Balthasar: -- «Ah, per lo splendore di Dio,
ti ripeto: egli non è Romano.» --
Poi si allontanò per sorvegliare i domestici che avevano quasi
terminati i preparativi della cena.
L'Egiziano fece un passo verso Ben Hur e gli parlò con la sua blanda
voce infantile:
-- «Come disse lo sceicco che io debbo chiamarti? Hai un nome Romano se
non erro.» --
-- «Arrio, figlio di Arrio.» --
-- «Ma tu non sei Romano.» --
-- «Tutta la mia famiglia fu Ebrea.» --
-- «Fu, dici? Non sono essi in vita?» --
La domanda era indagatrice nella sua semplicità; ma Ilderim risparmiò a
Ben Hur la risposta.
-- «Venite» -- disse -- «la cena è pronta.» --
Ben Hur offrì il braccio a Balthasar, e lo condusse vicino al tavolo,
intorno al quale i tre si sedettero, incrociando le gambe alla foggia
orientale. I servitori portarono ciotole piene d'acqua, e quando tutti
si furono lavate le mani, a un cenno dello sceicco si fece profondo
silenzio, e la voce dell'Egiziano sorse tremula e solenne:
-- «Padre di tutti, Dio! Ciò che possediamo è tuo; accetta i nostri
ringraziamenti, e concedici la tua benedizione, affinchè possiamo
continuare a fare la tua volontà.» --
Era la preghiera che il buon uomo aveva innalzata al cielo con Gaspare
il Greco, e Melchiorre, l'Indiano, sotto la tenda del deserto. Le
medesime parole dette contemporaneamente in tre lingue diverse avevano
attestato il miracolo della presenza Divina.
La cena a cui ora rivolsero la loro attenzione era ricca di tutti i
prelibati cibi d'Oriente: focaccie fresche uscite dal forno, legumi,
carni semplici e pasticci, latte, miele e burro: tutto questo senza
l'apparato moderno di piatti, forchette, coltelli e cucchiai. Durante
il pasto si parlò poco. Ma quando furono nuovamente portate le ciotole
per lavarsi le mani e incominciò la seconda parte del pasto, il
-dessert-, gli animi si disposero ad ascoltare e parlare.
In una tale compagnia -- un Arabo, un Ebreo, un Egiziano, tutte e tre
credenti in un unico Dio -- non vi poteva essere in quell'epoca che
un solo tema di conversazione; e dei tre, chi doveva essere l'oratore
se non colui al quale la Divinità si era rivelata? di che cosa doveva
parlare se non di quanto egli era stato chiamato a testimoniare?
CAPITOLO XV.
Il sole tramontava dietro le montagne che proiettavano le loro ombre
gigantesche sopra l'Orto delle Palme, e al brevissimo crepuscolo
successe rapidamente l'oscurità della morte. I domestici portarono
nella tenda quattro candelieri di bronzo e li posero sul tavolo, uno
per ciascun angolo. Ogni candeliere aveva quattro braccia, e da ciascun
braccio scendeva una piccola lampada d'argento. La luce brillante
illuminava il gruppo che continuò la conversazione iniziata parlando in
dialetto siriaco, famigliare alle popolazioni d'Oriente.
L'Egiziano raccontò la storia dell'incontro dei tre nel deserto,
e convenne con lo sceicco che fu in dicembre, ventisette anni fa,
quand'egli e i suoi compagni, fuggendo da Erode, chiesero ospitalità
alla sua tenda. Il racconto fu ascoltato con intenso interessamento;
gli stessi domestici, indugiavano più che potevano per afferrare ogni
dettaglio. Ben Hur lo accolse come si conveniva ad un uomo che udiva
una rivelazione di grande importanza per tutta l'umanità e specialmente
pel popolo d'Israele. Nella sua mente, come vedremo, andava formandosi
un'idea che doveva mutare tutta la corrente della sua vita, ed
assorbire tutte quante le sue forze.
Le parole di Balthasar fecero una profonda impressione nel giovine
Ebreo, il quale non dubitò per un istante della verità di quanto aveva
udito.
Per lo sceicco Ilderim la storia non era nuova. L'aveva udita
raccontare dai tre sapienti in circostanze che non permettevano il
dubbio. Vi aveva creduto ed aveva scampato i fuggiaschi dall'ira
d'Erode. Oggi uno dei tre sedeva nuovamente, ospite riverito, al suo
desco, e le sue labbra ripetevano la medesima narrazione. Ma nella
mente di Ilderim quei fatti non avevano l'importanza con cui apparivano
a Ben Hur. Egli era un Arabo, e l'interessamento suo non poteva che
essere d'ordine generale; Ben Hur invece era Ebreo.
Fin dalla culla egli aveva inteso parlare del Messia; gli studi nel
Collegio lo avevano reso famigliare con tutto ciò che riguardava
l'Essere, che formava insieme la speranza, il timore e la gloria
speciale del popolo eletto; i profeti lo avevano annunziato; e il suo
avvento formava il tema di interminabili disquisizioni da parte dei
Rabbi; nelle sinagoghe, nelle scuole, nel Tempio, nei giorni di festa e
di digiuno, in pubblico ed in privato, i dottori lo predicavano, finchè
tutti i figli d'Abramo, qualunque fosse la loro condizione, vivevano in
aspettazione del Messia, e spesso con ferrea severità disciplinavano la
loro vita in conformità a quell'evento.
Certamente v'erano molti dubbi ed incertezze e grandi controversie fra
gli Ebrei medesimi circa il Messia, ma le controversie vertevano sopra
un solo punto: quando sarebbe venuto?
Unanime poi era la persuasione fra il popolo eletto, che, qualunque
fosse l'ora della sua venuta, egli sarebbe stato il -Re degli Ebrei-,
il loro Re politico, il loro Cesare. Egli avrebbe guidate le loro
armi alla conquista della terra, e pel bene loro e in nome di Dio,
vi avrebbe dominato in eterno. Su questa credenza, i Farisei o
Separatisti -- questa parola aveva un senso più politico che religioso
-- fantasticavano negli anditi e intorno agli altari del Tempio, e vi
avevano costruito sopra un edificio di speranze più colossali dei sogni
del Macedone. Quelli non abbracciavano che la terra; il loro edificio
copriva la terra e toccava coi suoi pinnacoli il cielo. Nella audace,
sfrenata fantasia di quell'empio egoismo, Iddio onnipotente doveva
essere un semplice strumento per l'espandersi vittorioso del nome
Giudeo.
Ritornando a Ben Hur, dobbiamo osservare che due circostanze della sua
vita lo avevano tenuto relativamente immune dagli effetti di questa
audace religione predicata dai suoi compaesani Separatisti.
In primo luogo suo padre apparteneva alla setta dei Sadducei, che
si potrebbero chiamare i Liberali del loro tempo. Essi rispettavano
rigorosamente i libri della legge tramandati da Mosè, ma tenevano
in alto disprezzo le aggiunte e i commenti della scienza Rabbinica.
Quantunque formassero una setta, la loro religione era più una dottrina
filosofica che non una fede; non fuggivano i piaceri della vita e
sapevano ammirare le bellezze artistiche e letterarie delle razze
pagane. In politica erano gli avversari più tenaci dei Separatisti.
Questi principî paterni erano discesi nel figlio, quantunque la
catastrofe che lo aveva raggiunto in giovine età, avesse impedito la
loro consolidazione. Ma qui si fece sentire la seconda delle influenze
a cui abbiamo fatto allusione.
Cinque anni di soggiorno in Roma avevano lasciato una profonda
impressione nell'animo di Ben Hur. Roma era allora all'apogeo della
sua gloria se non della sua potenza, il ritrovo politico e commerciale
di tutte le nazioni. Intorno all'aurea pietra miliare del Foro -- oggi
così deserto -- si incontravano tutte le correnti dell'attività umana.
Le raffinatezze sociali, le opere dell'ingegno, la gloria delle imprese
militari e civili non avrebbero potuto lasciare indifferente il figlio
di Arrio, che, dalla sua magnifica villa di Miseno, passava nel palazzo
di Cesare, in mezzo alla folla di Re, principi, ambasciatori, ostaggi,
delegati, clienti, convenuti da ogni parte del mondo, ed aspettanti
ansiosi la risposta di un uomo. Certo, le feste di Pasqua raccoglievano
a Gerusalemme assemblee non meno splendide e non meno numerose; ma
quando egli sedeva sotto il purpureo velario del Circo Massimo, uno dei
trecentocinquantamila spettatori, era impossibile che non gli balenasse
il pensiero che, forse, nella grande famiglia umana esistevano dei
rami non meno degni, per le loro sofferenze e per la loro pazienza nel
sopportarle, d'esser fatti segno della pietà divina e di dividere col
piccolo popolo d'Israele la gloria promessa.
Ma se questo pensiero gli era venuto, egli non poteva certo dimenticare
un'importante considerazione. La miseria delle masse, l'abbiettezza
del loro stato, non avevano alcuna relazione con la religione; i loro
lamenti non derivavano certo da mancanza di Dei. Nei querceti della
Britannia predicavano i Druidi; Odino e Freia tenevano inconcusso
dominio nelle Gallie e in Germania; l'Egitto si accontentava dei suoi
coccodrilli e dei suoi gatti; i Persiani erano devoti ad Ormuzd e
Arimane, tenendoli in pari onore; la speranza del Nirvana sorreggeva
ancora l'Indiano sopra l'arido cammino di Brama; la bellissima anima
Greca quando non disputava di filosofia, cantava gli Dei e gli eroi
d'Omero; mentre, in Roma, nulla era più comune o a miglior mercato
degli Dei. Secondo il capriccio dei momento questi padroni del mondo
portavano la loro adorazione e i loro sacrifici ora a questo ora a
quell'altare, rallegrandosi e deridendo il caos che avevano creato.
Dopo aver usurpate tutte le divinità del mondo, deificavano i loro
Cesari, davan loro altari e sacerdoti. No, la infelicità dei tempi
non era cagionata dalla religione, ma dal mal governo, dalle infinite
angherie e delle usurpazioni dei tiranni. Il baratro acheronteo in
cui gli uomini erano caduti e da cui imploravano un uomo liberatore,
derivava da cause politiche soltanto. La preghiera, uguale dappertutto,
a Londra, al Alessandria, ad Atene, a Gerusalemme, era per un Re
liberatore e vittorioso, non per un Dio da adorarsi.
Studiando quell'epoca dopo il lasso di duemil'anni, noi vediamo e
riconosciamo che, solo sul terreno religioso, solo per l'avvento del
vero Dio potevano diradarsi le tenebre e la confusione di quell'età, ma
gli uomini d'allora, anche le menti più acute e serene, non scorgevano
altra salvezza fuorchè nella rovina, nell'umiliazione di Roma; con
la caduta del tiranno tutto sarebbe mutato; da ciò le preghiere, le
congiure, le rivolte, i sacrifici, le morti, le lacrime ed il sangue
invano prodigati.
Ben Hur conveniva perfettamente con l'opinione prevalente fra i suoi
contemporanei non Romani.
I cinque anni trascorsi nella metropoli gli avevano offerto modo di
studiare da vicino le sventure degli oppressi, e lo avevano persuaso
che i mali che affliggevano il mondo erano essenzialmente d'ordine
politico e potevano essere guariti soltanto con la spada. Con questo
intento, per potere un giorno applicare al mondo questo rimedio eroico,
era venuto in Oriente.
Nelle palestre di Roma s'era reso famigliare con l'uso delle armi; ma
l'arte della guerra ha bisogno di altre scuole, dove l'intelligenza si
acuisce e si addestra non meno del corpo.
Il compito del duce, il più arduo di tutti, non poteva essere studiato
che sui campi di battaglia.
Questo disegno inoltre abbracciava anche i minori propositi di vendetta
ch'egli covava.
Egli pensava, e non senza ragione, che i suoi torti individuali
sarebbero più sicuramente vendicati in guerra che in pace.
I sentimenti coi quali ascoltò la narrazione di Balthasar potranno ora
essere facilmente intesi.
Il racconto toccava i tasti più sensibili dell'animo suo. Il suo cuore
palpitò; una gioia profonda, quasi feroce lo prese pensando che quel
fanciullo così meravigliosamente trovato era il Messia.
Pieno di stupore che Israele fosse restato così indifferente davanti
alla rivelazione di un tanto evento e ch'egli medesimo non ne avesse
udito parlare prima d'allora, due domande gli si presentarono, nelle
quali si concentrava per il momento tutta l'importanza del fatto:
Dove era il fanciullo?
Qual'era la sua missione?
Ben Hur si rivolse a Balthasar.
CAPITOLO XVI.
-- «Oh se io potessi rispondervi!» -- disse Balthasar col suo fare
semplice e devoto. -- «E se io sapessi dov'egli si trova come volontieri
lo raggiungerei! Nè mari nè montagne mi saprebbero dividere da
lui!» --
-- «Avete dunque tentato di trovarlo?» -- chiese Ben Hur.
Un sorriso fugace illuminò il volto dell'Egiziano.
-- «Il primo compito al quale attesi dopo aver lasciato il rifugio
del deserto.» -- Balthasar rivolse uno sguardo pieno di gratitudine ad
Ilderim -- «fu di sapere ciò che era avvenuto del fanciullo.
Ma un anno era passato a pena, ed io non ardiva recarmi nuovamente in
Giudea, perchè Erode il sanguinario vi regnava tuttora.
In Egitto, al mio ritorno, raccontai la storia del miracolo ad
alcuni amici, i quali vi credettero e non si stancarono mai di udirla
ripetere.
Questi andarono per mio conto in traccia del fanciullo. Prima si
portarono a Betlemme e trovarono il Khan e la caverna; ma il custode, --
che sedeva accanto al cancello la notte in cui apparì la stella, -- era
sparito.
Il Re lo aveva mandato a chiamare ed egli non era più stato
veduto.» --
-- «Ma trovarono qualche prova, certamente,» -- disse Ben Hur.
-- «Sì, prove scritte nel sangue -- un villaggio in lutto; madri che
piangevano i loro bambini. Voi dovete sapere che quando Erode ebbe
certezza della nostra fuga, ordinò ai soldati di uccidere i più
giovani fra i fanciulli di Betlemme. Non uno scampò. I miei messaggeri
tornarono credenti più di prima, ma annunziandomi che il Bambino era
morto, ucciso con gli altri innocenti.» --
-- «Morto!» -- esclamò Ben Hur, atterrito. -- «Hai detto morto?» --
-- «No, mio figlio, non ho detto così. Io ho detto che i miei
messaggeri, mi riportarono che il Bambino era morto. Io non vi prestai
fede allora; io non vi credo ora.» --
-- «Comprendo. Hai avuto qualche notizia posteriore.» --
-- «No,» -- disse Balthasar, abbassando gli occhi. -- «Lo Spirito non
doveva guidarci che fino al fanciullo. Quando uscimmo dalla caverna,
dopo aver veduto il neonato e depositato ai suoi piedi i nostri regali,
cercammo subito la stella, ma era sparita.
L'ultima ispirazione dell'Altissimo, di cui mi ricordo, fu quella che
ci mandò ad Ilderim, per cercare la salvezza.» --
-- «Sì,» -- disse lo sceicco, lisciandosi nervosamente la barba: -- «Voi
mi diceste che uno Spirito vi mandava a me. Mi ricordo.» --
-- «Io non ho avuta alcuna notizia posteriore» -- continuò l'Egiziano,
osservando lo scoraggiamento di Ben Hur; -- «ma, figlio mio, ho
riflettuto molto sulla cosa, e la mia fede nella sua esistenza è così
ferma oggi come lo fu nell'ora in cui lo Spirito mi chiamò sulle sponde
del lago. Se volete ascoltarmi, vi dirò perchè credo che il Bambino sia
in vita.» --
Ilderim e Ben Hur chinarono il capo in atto di assenso, e chiamarono a
raccolta tutte le forze dell'intelletto per intendere.
Anche i domestici furono presi dalla medesima curiosità e si
avvicinarono trepidanti al divano. Un silenzio profondo regnava nella
tenda.
-- «Noi tre crediamo in Dio.» --
Balthasar chinò il capo dicendo queste parole:
-- «Ed egli è la Verità» -- continuò. -- «I monti potranno crollare nella
polvere, i mari potranno disseccarsi; ma la sua parola sarà, perchè
essa è la verità.» -- Il tono della sua voce era oltremodo solenne e il
suo dire conciso.
La sua voce che mi parlò sulla sponda del lago, disse: -- «Benedetto
sei tu, figlio di Mizraim! La Redenzione verrà. Con due altre persone
provenienti da diverse parti del mondo, tu vedrai il Salvatore.» --
Io ho veduto il Salvatore, ma la prima parte della promessa non si è
ancora avverata. Comprendi ora? Se il Bambino è morto, la Redenzione
non può avvenire, la promessa è vana, e Dio... no, io non oso
pensarlo!» --
Sollevò le mani raccapricciando.
-- «La Redenzione è il compito per cui nacque il Bambino; e finchè dura
la promessa nemmeno la morte può frapporsi e dividerlo dal suo lavoro,
finchè non è terminato. Questa è la ragione della mia fede.» --
Il buon uomo fece una pausa.
-- «Non vuoi bere? Il vino è qui, guarda,» -- disse Ilderim
rispettosamente.
Balthasar accostò le labbra alla coppa, poi continuò.
-- «Il Salvatore, ch'io vidi era nato dal grembo di una donna, ed era
soggetto come noi a tutte le malattie della carne, anche alla morte.
Considera ora il compito che lo attendeva: non è questa un'opera che
richiede un uomo, un uomo nel pieno vigore delle sue forze, saggio,
fermo, discreto? Per diventar tale Egli, doveva crescere come cresciamo
noi. Rifletti quanti pericoli correva l'intervallo fra la sua infanzia
e la sua maturità: Erode gli era nemico; non meno nemica gli sarebbe
stata Roma; e quanto ad Israele, l'affetto, e la fede del popolo in
lui, sarebbe stata una ragione di più perchè i tiranni lo avessero
ad uccidere. Tu vedi dunque, che il miglior mezzo per proteggere i
deboli anni della sua adolescenza si era quello di tenerlo celato
nell'oscurità. Quindi io dico a me ed alla mia fede ch'Egli non è
morto, ma solo perduto, e ch'Egli verrà ancora, perchè il suo compito
lo richiede. Queste sono le mie ragioni. Non sono esse buone?» --
I piccoli occhi neri di Ilderim scintillarono d'intelligenza, e Ben
Hur, sollevato dal suo abbattimento, disse con fermezza e cordialità: --
«Io almeno non le combatterò. Continua, ti prego.» --
-- «Bene,» -- continuò in tono più calmo l'Egiziano, -- «vedendo che il
Bambino viveva e che era la manifesta volontà di Dio che Egli fosse
ritrovato, mi armai di pazienza, ed attesi. Io aspetto ancor oggi.
Egli vive, celando in sè il suo grande segreto. Che mi importa se io
non posso andare a Lui, o ignoro la valle e la parte del mondo ove
dimora? Egli vive; come credo nella promessa di Dio e nell'esistenza
dell'Altissimo: Egli vive.» --
Un fremito scosse Ben Hur. Le ultime traccie di dubbio erano svanite.
-- «Dove credi tu ch'egli si trovi?» -- chiese a voce bassa ed esitando,
come chi sente sulle sue labbra l'oppressione di un sacro silenzio.
Balthasar lo guardò con bontà, e rispose
-- «Alcuni giorni or sono io sedeva nella mia casa sulle sponde del
Nilo, e pensava. Un uomo di trent'anni, -- dissi a me stesso -- dovrebbe
già avere arato il suo campo e piantati i suoi semi; altrimenti il
tempo della maturanza o del raccolto è troppo breve.
Il fanciullo ha ora ventisette anni, -- il tempo di operare deve esser
vicino per lui.
Io mi feci la medesima domanda, o mio figlio, e venni a questo luogo,
quale tappa opportuna per recarmi alla terra dei tuoi padri.
Dove, infatti, dovrebbe egli apparire se non nella Giudea e in
quale città se non in Gerusalemme? Quali saranno i primi a ricevere
le benedizioni che egli porta, se non i figli di Abramo, Isacco e
Giacobbe? i diletti del Signore?
Se io dovessi cercarlo, frugherei nei villaggi e nelle capanne sulle
falde dei monti di Giudea e Galilea, che prospettano ad Oriente la
valle del Giordano. Egli è là in questo momento.
Fermo sulla soglia di una porta o sopra il vertice di una collina, egli
ha veduto questa sera scendere il sole dietro le montagne; un altro
giorno è passato, e si avvicina il tempo in cui egli medesimo sarà la
luce del mondo.» --
Balthasar tacque, con la mano alzata e il dito teso in direzione della
Giudea.
Tutti i suoi uditori, anche i servi intorno al divano, furono tocchi
dal suo fervore, e trasalirono come se una maestosa figura fosse
improvvisamente apparsa nella tenda.
Per lungo tempo la sensazione rimase; i tre, seduti intorno al tavolo,
stavano muti e pensierosi. Finalmente Ben Hur ruppe il silenzio:
-- «O Balthasar,» -- egli disse, -- «io vedo che tu sei stato
singolarmente favorito. Io vedo ancora che tu sei davvero un uomo
saggio. Non è nelle mie forze poterti esprimere la riconoscenza
che ti porto per tutto quanto mi hai detto. Tu mi hai avvertito
dell'appressarsi di un grande avvenimento; hai trasfusa la tua fede
nel mio petto. Completa l'opera, ti prego, e palarmi della missione di
Colui che aspetti, cosicchè possa anch'io d'ora innanzi aspettare con
la fede e la pazienza di un figlio di Israele. Tu dicesti che Egli sarà
un Salvatore; non dovrà essere anche Re degli Ebrei?» --
-- «Figliuol mio,» -- disse Balthasar, col suo fare benigno, -- «la Sua
missione è ancora in grembo a Dio. Tutto ciò che io ne penso l'ho
dedotto da quanto mi disse la voce in risposta alla mia preghiera. Devo
ripeterti ciò che mi disse?» --
-- «Siimi Maestro.» --
-- «La ragione che mi spinse a predicare in Alessandria e nei villaggi
del Nilo, che mi cacciò nella solitudine donde mi trasse lo spirito, fu
la misera condizione in cui erano caduti gli uomini per aver smarrito,
io credo, la retta conoscenza di Dio.
Io m'accorai dei dolori dei miei simili -- non di una classe, ma di
tutti.
In così basso luogo erano caduti che non mi pareva esistesse salvezza
per loro se Dio stesso non tendesse loro la mano, e io pregai ch'egli
venisse, e ch'io potessi vederlo. -- «Le tue buone opere hanno vinto.
La Redenzione verrà; tu vedrai il Salvatore.» -- Così disse la Voce,
e con essa che mi risuonava nelle orecchie, andai a Gerusalemme. E
per chi dev'essere la Redenzione? Per tutto il mondo! E in che modo
si manifesterà? Fortifica il tuo spirito, mio figlio! Io so che gli
uomini credono che non vi sarà gioia sulla terra finchè Roma non sarà
rasa dai suoi colli; che cioè i mali che ci affliggono non derivano,
come io credo, dall'ignorare il Vero Dio, ma dal malgoverno dei
principi. Ma non sappiamo noi che tutti i governi sono sempre cattivi,
sprezzatori di Dio e della religione? Quanti Re conosci i quali furono
miglior dei loro sudditi? Ah no! La Redenzione non può avvenire con
intenti politici, per abbattere governanti e potenze, gettare statue
da piedestalli che saranno tosto occupati da altre! Se fosse così la
sapienza di Dio non sarebbe più miracolosa e insuperscrutabile. Io vi
dico, quantunque io sia un cieco che parla a ciechi, che la Redenzione
significa la venuta di Dio sulla terra, per migliorare e riscattare le
anime di tutti.» --
La disillusione era scolpita Sul volto di Ben Hur -- il suo capo si
chinò, ma, quantunque non fosse convinto, non si trovò capace di
combattere l'opinione dell'Egiziano. Per Ilderim fu un'altra cosa.
-- «Per lo splendore di Dio!» -- egli gridò impulsivamente, -- «Il cammino
del mondo è prestabilito, e non può essere mutato. In ogni comunione di
individui vi deve essere un capo visibile, rivestito di piena autorità,
altrimenti ogni riforma è vana.» --
Balthasar rispose con gravità.
-- «La tua sapienza, buon sceicco, è mondana; e tu dimentichi che
appunto dagli errori del mondo noi dobbiamo essere redenti. L'uomo,
quale soggetto, obbedisca ai suoi Re; ma l'anima e la salvezza sua
appartengono a Dio.» --
Ilderim, tacque, e scosse il capo. Ben Hur continuò per lui.
-- «Padre, se così ti posso chiamare» -- egli disse. -- «Di chi chiedesti
alle porte di Gerusalemme?» --
Lo sceicco gli rivolse uno sguardo riconoscente.
-- «Mi fu ordinato di domandare al popolo,» -- disse Balthasar
tranquillamente -- «dove è quegli che è nato Re degli Ebrei?» --
-- «E tu lo vedesti nella caverna presso Betlemme?» --
-- «Lo vedemmo, lo adorammo, e ciascuno di noi gli diede regali,
Melchiorre, oro; Gaspare, incenso; ed io, mirra.» --
-- «Quando tu parli di fatti, o padre, intenderti e credere sono
una cosa sola» -- disse Ben Hur, -- «ma quanto ad opinioni, io non
posso capire che sorta di Re tu vorresti far diventare il Bambino;
io non posso separare un principe dai suoi doveri e dalla sua
autorità.» --
-- «Mio figlio» -- disse Balthasar -- «noi vediamo meglio le cose piccole
e vicine che non le grandi e lontane. Tu non guardi che al titolo --
-Re degli Ebrei-; se alzerai gli occhi e guarderai oltre il mistero,
l'ostacolo sparirà. Una parola riguardo al titolo. Il tuo Israele
ha visto giorni più felici, giorni in cui Dio chiamò la tua gente
suo popolo, e parlò con esso per bocca dei profeti. In quei giorni
egli promise il Salvatore che io vidi, chiamandolo -Re degli Ebrei-;
l'apparenza deve concordare con la promessa, se non altro per amore
della parola. Perciò chiesi di lui sotto questo nome alla porta di
Gerusalemme. Ma passiamo oltre. Forse pensi alla dignità del fanciullo;
se è così rifletti, che è poco gloria essere il successore d'Erode.
Iddio può far meglio per i suoi diletti: se il Padre Onnipotente avesse
avuto bisogno di un titolo e si fosse chinato a raccoglierlo fra le
vanità degli uomini, oh perchè non scelse la corona di Cesare, e perchè
non mi impose di cercare il Redentore sotto quel nome? Pensa piuttosto
alla sostanza, o mio figlio, e chiediti di che cosa sarà Re colui che
aspettiamo. Questa è la chiave del mistero.» --
Balthasar sollevò devotamente gli occhi al cielo.
-- «Vi è un regno sulla terra, ma che non è della terra, -- un regno
che trascende i confini del mondo. La sua esistenza è un fatto, che,
invisibile a noi ci circonda dalla culla alla morte. Nessun uomo lo
vedrà prima ch'egli abbia conosciuto la propria anima, perchè quel
regno non è per lui ma per la sua anima. Davanti alla gloria di quel
regno i più grandi imperi del mondo sono tenebre e silenzio.» --
-- «Ciò che tu dici, padre» -- disse Ben Hur -- «è un enigma per me. Io
non intesi mai parlare di un simile regno.» --
-- «Neppur io» -- disse Ilderim.
-- «Io non posso spiegarmi più oltre,» -- soggiunse Balthasar, abbassando
umilmente gli occhi. -- «Ciò che esso sia, e come ci si possa arrivare,
nessuno saprà prima che il Bambino ne abbia preso possesso. Egli reca
la chiave dell'invisibile porta, ed egli la schiuderà per gli eletti,
che lo avranno amato, e questi soli saranno i redenti.» --
Dopo queste parole vi fu un lungo silenzio, che Balthasar interpretò
come la fine della conversazione.
-- «Buon sceicco,» -- egli disse, colla sua voce tranquilla, -- «domani, o
dopo domani io andrò in città per qualche tempo. Mia figlia desidera di
vedere i preparativi dei giuochi. In quanto a te, mio figlio, ti vedrò
ancora. A voi tutti pace e buona notte.» --
Essi si alzarono in piedi. Lo sceicco e Ben Hur contemplarono
l'Egiziano finchè la cortina cadde dietro di lui.
-- «Sceicco Ilderim,» -- disse Ben Hur. -- «ho udito strane cose questa
sera. Permettimi, ti prego, che io cammini lungo le sponde del lago,
affinchè possa meditarci sopra.» --
-- «Va pure; ti seguirò fra breve.» --
Si lavarono nuovamente le mani; dopo di che, a un segno del padrone, un
domestico portò i sandali di Ben Hur, il quale uscì dalla tenda.
CAPITOLO XVII.
Non lontano dal dovar sorgeva un gruppo di palme che proiettavano la
loro ombra parte sulla terra e parte sull'acqua. Un usignolo cantava
fra le fronde: Ben Hur si fermò ad ascoltare: in un altro momento le
note dell'uccello avrebbero scacciata ogni sua preoccupazione, ma il
racconto dell'Egiziano era troppo grave perchè egli lo dimenticasse.
La notte era placida. Non un soffio increspava la superficie delle
onde. Tutte le stelle d'Oriente splendevano in cielo. L'estate regnava
sovrano.
La fantasia di Ben Hur era accesa, ogni suo nervo teso, la sua volontà
titubante. In questo stato d'anima le palme, il cielo, l'aria gli
sembravano quelle della lontana zona meridionale in cui aveva cercato
rifugio Balthasar nella sua disperazione; lo specchio tranquillo dello
stagno gli faceva pensare al piccolo lago tributario del Nilo sulle cui
sponde lo spirito era apparso al sant'uomo. E se non a caso si fosse
presentata questa somiglianza? Se la visione fosse per apparire anche
a lui? Si fermò, desideroso insieme e spaurito. Quando alfine questa
febbre si calmò e gli permise di rientrare in se stesso, cominciò a
pensare.
Lo scopo della sua vita gli era stato spiegato. In tutte le sue
riflessioni anteriori, la visione di una grande voragine gli si
era presentata dinanzi, così grande che non gli era stato possibile
colmarla o girarvi attorno. Quand'egli sarebbe stato perfezionato
nell'arte della guerra, e avesse conosciuto e bene il mestiere del
capitano come quello del soldato, a quale scopo avrebbe dirette le sue
forze? Naturalmente sognava la rivoluzione. Ma per spingere gli uomini
alla rivolta, per assicurarsi l'appoggio degli amici od aderenti, oltre
alle cause generali di odio e di malcontento, erano necessarie cause
immediate, pretesti, e sopratutto una mèta. Bene combatte chi ha un
affronto da lavare, un torto da vendicare; ma ancor meglio combatte,
chi, spronato dai torti ricevuti, vede chiaramente davanti a sè la mèta
gloriosa dei suoi sforzi, una mèta che gli darà insieme balsamo per le
sue ferite, ricompensa al valore, riconoscenza dopo morte.
Naturalmente il suo esercito lo avrebbe trovato fra i suoi campaesani.
Le sofferenze di Israele erano comuni a tutti i figli di Abramo,
ed erano una leva sufficiente per muovere la nazione. -- Sì la causa
esisteva; -- ma il fine quale doveva essere?
Ore, giorni interi, aveva dedicato allo studio di questa parte del
suo piano, e, sempre, con la medesima conclusione, una vaga, incerta
idea d'indipendenza nazionale. Bastava questa? Non poteva rispondere
negativamente, perchè avrebbe abbattuto d'un colpo tutte le sue
speranze; non poteva rispondere di si, perchè il suo giudizio glielo
vietava. Non era neppur sicuro che Israele sarebbe bastata da sola
a combattere vittoriosamente contro Roma. Bene conosceva le immense
risorse del suo nemico; le sue armi, le sue arti, superiori alle armi.
Un'alleanza universale -- ahimè! era cosa impossibile, tranne che --
quante volte vi aveva pensato! -- un eroe sorgesse dal seno di una delle
nazioni oppresse, e, con le sue vittorie, riempisse il mondo del suo
nome, chiamando tutti i popoli sotto al suo stendardo. Quale gloria per
la sua Giudea se essa fosse chiamata ad esser la Macedonia di questo
nuovo Alessandro! Ma ancora, ahimè! sotto il governo dei Rabbini, il
coraggio era possibile, non la disciplina. L'antico scherno di Messala
nel giardino d'Erode gli risuonava nell'orecchio: -- «Tutto ciò che gli
Ebrei conquistano nei primi sei giorni lo perdono nel settimo.» --
Così avvenne che ogni volta che giungeva davanti a quella voragine,
si soffermava irresoluto sull'orlo di essa. Aveva finito col deporre
la speranza e fidarsi nel caso, che, Dio volente, avrebbe fatto saltar
fuori il sospirato eroe.
Tale essendo lo stato dell'anima sua non è necessario di indugiarci
sopra gli effetti della sommaria esposizione che Malluch gli aveva
fatta del racconto di Balthasar. L'aveva udita con una immensa,
stupefacente soddisfazione, col sentimento che qui finalmente era la
soluzione di tutto il problema, che l'eroe ricercato era qui ed era un
figlio della tribù leonina, e Re degli Ebrei! Dietro l'eroe, il mondo
in armi!» --
Il Re implicava un regno; egli sarebbe stato un guerriero glorioso come
Davide, saggio e magnifico come Salomone; il suo regno sarebbe stato lo
scoglio contro il quale si sarebbe frantumata la potenza Romana. Una
guerra colossale si sarebbe accesa, e dopo l'agonia di un mondo, la
pace -- la pace sotto il dominio Giudeo.
Il cuore di Ben Hur palpitava forte, apparendogli improvvisamente la
visione di Gerusalemme, capitale del mondo, e Sion il trono del Padrone
Universale.
Gli era sembrata una grande fortuna dover trovare nella tenda l'uomo
che aveva veduto il Re. Lo avrebbe udito parlare, avrebbe appreso
da lui i particolari del grande mutamento futuro, e specialmente il
tempo in cui avrebbe avuto luogo. Se fosse imminente, egli avrebbe
abbandonata la campagna di Massenzio, e avrebbe intrapresi subito i
lavori di organizzazione e d'armamento delle tribù d'Israele.
Ora, come abbiamo visto, Ben Hur aveva inteso dalle labbra di Balthasar
medesimo il miracoloso racconto. Era egli soddisfatto?
Una grande incertezza lo turbava ed oscurava i suoi pensieri intorno al
futuro. L'incertezza riguardava più il regno che il Re.
«Che cosa sarebbe mai questo regno?» -- quest'era la domanda che gli
martellava incessantemente il cervello.
Così di buon'ora sorgevano quelle questioni che dovevano accompagnare
il Bambino alla sua morte e sopravvivere a lui -- incomprensibile ai
giorni suoi, oggetto di controversia ai tempi nostri -- un enigma a
tutti quelli che non sanno comprendere la dualità dell'essere umano: --
l'anima immortale nel corpo perituro.
-- «Che cosa sarà mai?» -- egli si chiedeva.
Per noi o lettore, la risposta è stata data dal Bambino medesimo; ma
Ben Hur non aveva udite che le parole di Balthasar. -- «Su questa terra,
vi è un regno che non è terreno -- non per gli uomini ma per le loro
anime, tuttavia un dominio di impareggiabile gloria.» --
Qual meraviglia, se alla mente di un giovine quelle parole suonavano
come un indovinello?
-- «La mano dell'uomo non c'entra.» -- egli disse, con la disperazione
nel cuore. -- «Il Re di un tal regno non ha bisogno d'uomini, nè
d'operai, nè di consiglieri, nè di soldati. La terra deve finire,
essere poi rifatta, e nuovi principî di governo devono essere
sostituiti agli antichi. -- Qualche cosa di superiore alle armi deve
trovarsi che scalzi dal suo trono la Forza. Ma che cosa?» --
O lettore!
Ciò che noi non possiamo vedere egli non poteva comprendere. La potenza
dell'Amore non era ancora apparsa chiaramente ad alcun uomo. E nessuno
era venuto a predicare che pel governo degli uomini e per gli scopi di
quello -- la pace e l'ordine -- l'Amore è più grande e più efficace della
Forza.
In mezzo a queste fantasticherie, una mano gli fu posta leggermente
sulle spalle.
-- «Io devo dirti una parola, o figlio di Arrio» -- disse Ilderim,
fermandosi al suo fianco. -- «Una parola e poi mi ritirerò, perchè la
notte sta per venire.» --
-- «Io ti do il benvenuto, sceicco.» --
-- «Quanto alle cose che hai udito or ora» -- continuò Ilderim, senza
interrompersi -- «presta fede a tutto, tranne a ciò che riguarda
il Regno che il Bambino inizierà sulla terra. Non prendere alcuna
risoluzione finchè non avrai udito Simonide, mercante, e ottimo uomo
qui in Antiochia, al quale ti presenterò. Egli ti citerà tutti i
detti dei tuoi profeti, indicando pagina e libro, cosicchè nessuno
potrà negare che il Bambino sarà Re degli Ebrei in realtà -- sì, per lo
splendore di Dio! un Re come lo fu Erode, ma migliore e più grande. E
allora, vedi, tu assaporerai la dolcezza della vendetta. Ho detto. La
pace sia con te.» --
-- «Fermati, sceicco!» --
Ilderim non udì.
-- «Ancora Simonide!» -- disse Ben Hur con amarezza -- «Simonide qui,
Simonide lì, ora dalla bocca di uno, ora dalla bocca di un altro.
Questo servo di mio padre non vuol dunque lasciarmi in pace più mai?
Ma egli è ricco, e in ciò almeno è più sapiente dell'Egiziano. Ah,
pel sacro Patto! non è all'uomo che tradì la fede che un suo simile ha
riposto in lui, che io andrò a cercare conforto! Ma ascolta! un canto!
-- è la voce di una donna, o di un angelo? Si avvicina.» --
Dal lago, nella direzione del dovar, venivano le note di una canzone.
La voce melodiosa correva lungo l'acque e fra i tronchi delle palme;
presto si distinse il tuffo di remi, muoventisi in ritmo lento; poi
si udirono le parole -- parole in lingua greca purissima, l'idioma
che meglio di ogni altro linguaggio di quel tempo si prestava
all'espressione degli affetti.
IL LAMENTO (dall'Egiziano).
O terra profumata di mistero
Oltre il Sirìaco mare,
O quando sarà dato al mio pensiero
Poterti rimirare?
Sussurrano le palme esili al vento
Di Memfi alle ruine,
Il Nilo passa e un suono di lamento
S'effonde alle colline.
O Nilo, Nilo l'anima ti vuole
O fiume de' miei padri e de' miei Re,
O verdi sponde sorridenti al sole,
O suoni ed inni tumultuanti in me!
Odo da lungi di Memnone il canto
E di Simbele perdersi laggiù;
M'innonda il ciglio l'impotente pianto;
O Nilo, Nilo, ti vedrò mai più?
L'ultime parole furono pronunciate in prossimità al gruppo di palme,
all'ombra delle quali Ben Hur s'era arrestato. -- La mestizia di
quegli accenti si comunicò allo spirito suo. La barca che passò,
nera e silenziosa, sullo specchio scintillante delle acque, sembrava
il passaggio di un fosco pensiero, attraverso il limpido e giocondo
orizzonte di un'anima.
Ben Hur sospirò.
-- «La riconosco al suo canto -- la figlia di Balthasar. -- Com'era bello!
e come è bella essa pure!» --
Si ricordò dei grandi occhi di lei sotto le lunghe ciglia, l'ovale
delle rosee guancie, le labbra rosse e piene, e tutta la grazia della
persona esile e slanciata.
-- «Come è bella essa pure!» -- ripetè.
E il suo cuore rispose palpitando più velocemente.
Allora, quasi nel medesimo istante, un altro viso, più giovine, di
uguale bellezza -- ma più infantile e dolce -- gli apparve dinanzi, come
se sorgesse dal fondo del lago.
-- «Ester!» -- disse sorridendo. -- «Una stella è sorta per me, come io
desiderava.» --
Egli si voltò, e a passi lenti ritornò verso la tenda.
La sua vita era stata afflitta da sofferenze e irta di pensieri di
vendetta, -- non c'era stato posto per l'amore. -- Era questo l'inizio di
un'era più felice?
Due donne avevano, contemporaneamente, attraversato il suo cammino.
Ester gli aveva offerto una coppa.
Lo stesso aveva fatto l'Egiziana.
Tutte e due gli erano apparse simultaneamente sotto i palmizii.
Quale delle due avrebbe prevalso? Quale?
FINE DEL LIBRO QUARTO.
LIBRO QUINTO
Coscienza m'assecura
La buona compagnia che l'uom francheggia
Sotto l'usbergo del sentirsi pura.
DANTE.
E nel tumulto del conflitto osserva
Calmo la legge e gli occhi avanti spinse
Prevedendo gli eventi.
WORDSWORTH.
CAPITOLO I.
La mattina dopo i baccanali celebrati nella gran sala del Palazzo,
il divano era ingombro di giovani patrizi addormentati. Massenzio
potrebbe arrivare e tutta la città andargli incontro, la legione
discendere dal Monte Sulpio e presentare le armi; dal Ninfeo ad Omfalo
svolgersi processioni e feste splendide e fastose come l'Oriente sapeva
allestire; ma quei giovani avrebbero continuato a dormire i loro sonni
ignominiosi sul divano, dov'erano caduti, o dove erano stati buttati
dalle braccia degli schiavi indifferenti.
Non tutti però coloro che avevano partecipato all'orgia si trovavano
in questo stato vergognoso. Quando la luce del giorno cominciò a
far capolino attraverso le fessure delle imposte, Messala si alzò e
si tolse la ghirlanda dal capo significando la fine dei bagordi; si
ravvolse poi nella sua toga e, con un ultimo sguardo alla scena, senza
una parola, uscì per raggiungere i suoi appartamenti. Cicerone non
avrebbe potuto ritirarsi con maggiore gravità da una notturna seduta
senatoriale.
Tre ore dopo due corrieri entrarono nella sua stanza e dalle sue mani
ciascuno di essi ricevette un dispaccio suggellato contenente una
lettera per Valerio Grato, Procuratore, ancora residente a Cesarea.
L'importanza della lettera e della sua pronta consegna appariva dagli
ordini impartiti; un corriere doveva andare per mare, l'altro per
terra, entrambi procedere con la massima celerità.
È necessario che il lettore prenda conoscenza del contenuto della
lettera.
ANTIOCHIA, XII. KAL. IUL.
MESSALA a GRATO.
-O mio Mida!-
Non offenderti, ti prego, a questo indirizzo, poichè deriva
dall'affetto e dalla riconoscenza che ti porto, ed è insieme una
confessione che tu sei il più fortunato fra gli uomini. Del resto
le tue orecchie sono quali tua madre te le ha date e tu non ne
hai colpa alcuna.
O mio Mida!
Io devo raccontarti cose meravigliose, le quali, se per ora
poggiano ancora su mere congetture, saranno nondimeno degne della
tua attenzione.
Permettimi in primo luogo che io rinfreschi la tua memoria.
Tu ricorderai, molti anni fa, la famiglia di un principe di
Gerusalemme, assai antica e straordinariamente ricca -- di nome
Ben Hur. Se la tua memoria è tarda nel rammentarti questo fatto,
credo che una certa cicatrice che adorna ancor oggi il tuo
illustre capo ti sarà stimolo ed aiuto efficace.
Come punizione del tuo tentato assassinio, -- per la pace
della mia coscienza tolgano gli Dei che si sia trattato di
un accidente! -- la famiglia fu fatta scomparire e i suoi beni
confiscati.
La nostra azione fu approvata da Cesare -- non manchino mai fiori
alla sua tomba! -- quindi non è vergogna alludere alle somme
che da quella fonte entrarono nei nostri forzieri, per la qual
cosa la mia gratitudine sarà eterna, come spero sarà eterno
il godimento di quella parte di beni che la tua munificenza mi
largì.
Per rivendicare la tua saggezza -- qualità per la quale non
brillava il figlio di Gordio a cui ti ho paragonato -- richiamerò
anche le disposizioni che prendesti riguardo ai membri della
famiglia Hur, affinchè il silenzio della tomba ci assicurasse il
tranquillo godimento dei nostri guadagni, e allo stesso tempo
il rimorso di aver versato sangue non ci macchiasse la tenera
coscienza. Ti ricorderai di ciò che hai fatto della madre e della
sorella del malfattore, e se ora cedo alla curiosità di sapere se
esse vivono o sono morte, la gentilezza dell'animo tuo mi saprà
facilmente perdonare.
Ma per venire a ciò che si riferisce più essenzialmente
all'affare presente, io mi prendo la libertà di ricordarti che il
reo fu mandato alle galere perpetue, -- così suonò la condanna,
sentenza che io vidi coi miei propri occhi e consegnata al
tribuno comandante la galera.
Ed ora stammi attento, o eccellentissimo Frigio!
Se calcoliamo in base al limite comune della vita di un galeotto,
l'assassino da te così giustamente colpito dovrebbe esser morto,
o, per usare una forma più poetica, una delle tremila Oceanine
avrebbe dovuto prenderlo a marito, almeno cinque anni fa. E se tu
mi perdonerai questa momentanea debolezza, o eccellente fra gli
uomini, -- per l'amore che io gli portai in gioventù ed anche per
la sua grande bellezza (io soleva chiamarlo il mio Ganimede) egli
avrebbe di diritto dovuto cadere nelle braccia della più bella
fra le figliuole di Nereo. In tale opinione ho vissuto tutti
questi anni nel pacifico e tranquillo godimento della fortuna di
cui gli sono in parte debitore. -- Faccio questa confessione senza
intendere di scemare per nulla il debito di riconoscenza che ho
verso di te.
Vengo al punto più interessante.
La scorsa notte, io fungeva da anfitrione in una festa di alcuni
giovani appena venuti da Roma, -- la loro tenera età e la loro
inesperienza avevano fatto appello alla mia compassione -- quando
mi venne fatto di udire una storia singolare. Oggi, come sai,
arriva Massenzio, il Console, per dirigere la campagna contro
i Parti. Fra gli ambiziosi che lo accompagnano vi è un tale,
figlio del defunto duumviro Quinto Arrio. Intorno a lui ebbi
alcuni particolari curiosi. Quando Arrio partì contro i Pirati,
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