feltro, nella greve lentezza della notte che passava. Entrò allora un prete, che sedette vicino a mamma Francesca, parlandole piano, ma continuamente. Tancredo retrocesse contro il muro e strisciò fin presso la soglia. Pensava: -- «Povero Giorgio!... Non ho mai veduto nulla di più spaventoso che la sua faccia! Come lo può toccare quella donna?» E si mise a guardarla con ammirazione. Ella era tornata su la seggiola, stava immota, con gli occhi fissi, le mani congiunte nel grembo. Il giovane bifolco, cedendo al sonno, di tanto in tanto le piegava il capo su la spalla, ed ella con un urto lo faceva sobbalzare. Il Ferento era scomparso; Tancredo non sapeva che fare; cominciò a spaventarsi di dover passare in quella camera l’intera notte. Quel cadavere gli aveva dato un tal brivido, che ancora ne provava su l’epidermide una sensazione di gelo, e guardava le fiammelle de’ cerei sventolar nell’aria come bandieruole che si sfioccassero. Cominciò a scorgere nel vano della finestra un gran disegno di alberi, che ogni tanto si piegavano rumoreggiando, come larghe ondate. «Ma cos’è questo? Un paese di morti? Non si ode la voce d’un cristiano. Diavolo!... Quasi quasi era meglio che non venissi.» Il prete ogni tanto si cavava di tasca la tabacchiera, e di nascosto ne prendeva un pizzico, tirando su. «Porco!» -- disse fra sè Tancredo, che non amava i preti. Maria Dora venne su l’uscio in punta di piedi, senza badare a lui. -- Don Domenico, vuol prendere una tazza di caffè? Il calmo prete sorrise alla fanciulla, e con un cenno le rispose di sì. Aveva un bel faccione, allegro lucido sostanzioso come un piatto ben condito; era lì per fare il suo mestiere, per vegliare un morto, come in altre occasioni gli toccava battezzare, maritare, assolvere, ossia far credere all’uomo in qualche modo che la vita sia davvero una cosa santa. -- E tu mamma, vuoi nulla? -- domandò Maria Dora, carezzandole il capo. -- Nulla: ripósati un poco. Dora. La fanciulla tirò il prete per la sottana, si mise a parlargli piano, ed uscirono. Tancredo li seguì. La vista di una bella tavola sparsa di chicchere, con una grande caffettiera fumante, una grossa torta inzuccherata, gli allargò il cuore. Ma si tenne in disparte, perchè nella sala v’era molta gente ch’egli non conosceva. Solo ravvisò lo scemo, e gli sorrise come ad un amico. Finalmente Stefano ebbe la compiacenza di dirgli: -- Se vuol prendere un caffè, s’accomodi, signor Salvi. Poi, ad uno ad uno gli ospiti se ne andarono, e per ultimo anche il prete si levò, dopo avergli offerta una presa di tabacco. Stava per alzarsi egli pure, quando lo scemo gli comparve dinanzi: -- Come ti chiami tu? -- fece di punto in bianco, squadrandolo con una severità inquisitoria. «Càspita! che faccenda è questa? -- pensava Tancredo; -- il mentecatto mi dà del tu?» Rispose: -- Mi chiamo Tancredo Salvi, per servirla. E lei? -- Io sono il professor Marcuccio Landi: celebre. Non lo sai? «Càpperi!» -- Cosa dici? «Ma guarda! ora mi lascian solo col matto!... Non vorrei che per caso gli saltasse la mattana!» Poi soggiunse, con un inchino: -- Tanto piacere di conoscerla, signor professore!... Entrò la Berta per sparecchiare la tavola. Súbito lo scemo le si fece intorno e cominciò a darle noia. La ragazza, posato il vassoio, fuggiva intorno alla tavola rotonda; e lo scemo a saltellarle dietro, co’ suoi lunghi passi barcollanti. -- Ma, dica, professore... cosa fa? -- esclamò Tancredo. Marcuccio ristette, e puntando l’indice contro la ragazza: -- Costei mi ama, -- disse, -- Davvero? Ha buon gusto! La Berta si mise a ridere e scappò via. Da quel sorriso Tancredo arguì che una corrente di simpatia fosse nata fra loro. Lo scemo cominciò a dondolarsi, e di nuovo a considerare l’estraneo con attenta curiosità. -- Cosa vieni a fare in casa nostra? -- Io?... Sono venuto per vedere mio fratello. -- Tuo fratello? Ah!... ah!... -- E rideva tenendosi le due mani sul ventre. -- Ma chi è tuo fratello? -- Mio fratello Giorgio, che è morto... quello che è morto... -- spiegava Tedo con indulgenza. Ma lo scemo si rannuvolò, dubitando forse che il forestiero si gabbasse di lui. -- Ora ti mando al manicomio perchè sei matto, -- fece, seriamente. -- Già... già... -- lo blandiva Tedo con dolcezza. -- E ti faccio legare perchè sei matto! -- Già... già... «Ma cominci anche a seccarmi!» -- disse fra i denti, guardandolo in malo modo. Per fortuna tornarono in quel mentre Maria Dora, Stefano ed il fattore Mattia. -- Avete pronta una carrozza? -- domandò lo scemo. -- Bisogna portare al manicomio quest’uomo ch’è diventato matto. Il buon Tancredo sorrise con benevolenza, per mostrarsi alieno dal ricevere scuse; poi disse: -- Oh, mi creda, signor Landi, è stato per me un vero strazio il ricevere quel telegramma! Se non erro ne’ miei calcoli, quel povero Giorgio non aveva che trentasette anni, è vero? -- Quasi trentanove, signor Salvi, -- corresse Maria Dora, che lo guardava con un semiriso. -- Appunto, appunto... Ed in che modo è morto? -- È morto di notte, solo, nel suo letto. -- Ha sofferto? -- Forse no; pareva tranquillo. Il professor Ferento crede sia morto nel sonno. -- Quel professor Ferento era il suo amico intimo, non è vero? Egli aveva posto a caso la domanda, e solo perchè gli avevano ricordato il nome del Ferento. Ma s’accorse che la sua domanda non pareva loro altrettanto naturale, anzi osservò che il padre e la figlia s’erano guardati velocemente, con una certa perplessità. -- Erano amici sin dall’infanzia; erano quasi due fratelli, -- Stefano rispose. «Perchè mai -- pensò Tancredo -- s’erano guardati a quel modo?» E nella mente gli tornò la sembianza di Andrea: una bella testa violenta, rigida, precisa, come un’arma d’acciaio bene affilata. -- «Lei è il fratellastro di Giorgio Fiesco, non è vero? E desidera vederlo? Venga, la condurrò.» Così gli aveva detto nel riceverlo, senz’altre parole. -- Senta, e la moglie? -- fece il Salvi dopo una pausa. Di nuovo il padre e la figlia si guardaron in faccia rapidamente, quasi cercasser di nasconder l’uno all’altro il lor medesimo pensiero. Maria Dora, che stando seduta e ferma teneva i piedi allacciati l’uno all’altro fuor dalla balza della gonna, macchinalmente li disciolse; poi di nuovo li annodò; Stefano trasse di tasca la pipa e ne battè il fornello sul tallone per farne uscire un po’ di cenere. -- Eh, capirà... -- Poi disse, molto in fretta: -- Desolata, desolata... Neppur lei non è stata felice, povera figliuola! «C’è qualcosa nell’aria che non mi sembra naturale... -- rifletteva Tancredo. -- Non saprei cosa, ma certo il mio buon fiuto non m’inganna.» E gli parve che questo senso d’innaturalezza divenisse più immediato, più avvertibile, quando il Ferento appariva, o quando nei discorsi altrui fosse pronunziato il suo nome. Con quell’istinto particolare degli uomini che son usi a vivere di mezzi equivoci ed a speculare su le debolezze altrui, Tancredo s’accorgeva di respirare in un’atmosfera non limpida e gli pareva che un non so che d’ambiguo stringesse tutti gli abitatori di quella casa funesta. Andrea si era seduto presso la tavola, sotto la luce dell’alto lampadario, e celermente leggeva un fascio di telegrammi, passandoli poi a Stefano con un moto meccanico. Tancredo guardava quell’aspra fisionomia, gli pareva di temerla, ma insieme di sentirsene avvinto. Nel vederlo, comprese la fama che di lui correva, sentì con esattezza d’essere di fronte ad un uomo insolito, uno di quegli uomini destinati a produrre avvenimenti estremi e che raggiano da sè un fascio di potenza, benefica o dannosa, che li ricinge di solitudine come insieme li avvolge di splendore. Molto spesso Tancredo aveva udito pronunziare il nome di Andrea Ferento. Era un uomo che, da un lato, riempiva di sè la vita scientifica del paese, dall’altro, con veementi libri, ne scuoteva le forze intellettuali; e quantunque avesse da parecchi anni abbandonata la battaglia politica, non ancor sopiti si eran gli odî acerrimi e gli amori tenaci ch’egli aveva suscitato e suscitava intorno a sè, agitando bandiere. In verità era piuttosto un pensatore che un tribuno, piuttosto un banditore d’idee che un uomo di parte. Nato con un cervello d’autócrate, amava per istinto la ribellione, amava la guerra del pensiero nuovo contro il pensiero antico, del domani contro la vigilia, dei rinnovatori contro i sofisti. Dalla sua cattedra d’Università, nelle vibranti pagine de’ suoi libri, egli cercava di rappresentare con immagini vive l’enorme fantasma del suo pensiero; logico, freddo, preciso, libero da influssi mistici come dalle pastoie di qualsivoglia sistema, non curava l’uomo soltanto per guarire la materia, bensì per indovinarla, e vedeva il problema della conoscenza umana ridursi grado per grado ad una catena di scoperte scientifiche. «-Uno scienziato sarà il Dio dell’umanità ventura...-» Tancredo Salvi si ricordava confusamente di aver letta questa frase nel «-Dio lontano-» -- il libro del Ferento che, per la sua forma accessibile anche ai profani e per il suo contenuto suggestivo, si era più largamente divulgato nel pubblico; libro d’anarchismo e d’irreligione dov’egli cantava la Divina Inutilità. E Tancredo ripensava queste pagine, mentr’era intento ad osservare quella fronte salda, maestosa, que’ fini e lunghi sopraccigli pressochè non curvati, che stavan sopra gli occhi violenti come segni di volontà. Guardava la bella capigliatura, leggermente striata di bianco, l’orecchie di lui, piccole, ben raccolte contro il cranio, quasi prive di lobi, effeminate quasi nella sua maschilità. Considerava il mento saldo, la guancia ben contornata, la bocca dissimile dagli altri lineamenti, anch’essa un po’ lieve, un po’ delicata, in quella maschera così bene impressa di virile fermezza. Era vestito di scuro; semplicemente, ma con uno studio di eleganze quasi dissimulato, e si vedeva una camicia di lino, freschissima, con i polsini chiusi da quattro cerchi di zaffiri, «che gli stavan -- pensò Tancredo -- molto bene, molto bene...» Gli tornò in mente la biondina, ch’era così leggiadra nel suo lieve abito nero, e poi l’altra, ch’era di sopra, la sua cognata vedova, l’erede... Come costei fosse veramente, non ricordava più; gli parve solo che fosse molto bella, null’altro; che fosse alta, con le trecce d’un bel colore bruno dorato... null’altro. Le rade volte ch’era stato in casa di Giorgio, questi l’aveva ricevuto frettolosamente, nel suo studio, ed egli lo rivedeva sempre nell’atto di aprire con un certo mazzo di chiavi che si toglieva dalla tasca dei calzoni lo sportello d’una cassaforte massiccia e tenebrosa. Poi rinchiudeva meticolosamente la serratura... tric, trac... una quantità di ordigni che scattavano, e Giorgio tornava presso la scrivania, piano piano, senza guardarlo, senza dir nulla; cercava una busta, vi metteva dentro alcuni biglietti di banca, ingommava, bagnando il dito in una spugnetta, e gli posava la busta lì vicino, su l’orlo della scrivania, perch’egli la prendesse. Tutto questo in silenzio, molto piano, con una delicatezza tediata ma dolce. Poi si rannicchiava nel suo seggiolone, senza guardarlo, sfogliando un libro o qualche lettera, in attesa che se n’andasse. «Addio, Giorgio... Grazie.» «Addio.» Suonava il campanello; un domestico, il quale forse aveva l’ordine di star fuori dall’uscio, entrava sùbito, l’accompagnava. Una volta, su lo scalone, incontrò la moglie. Tancredo si trasse da parte, le fece un grande inchino; ella curvò leggermente il capo e gli passò davanti con un fruscìo. Per lo scalone, dietro di lei, rimase un odore freschissimo di violette... -- Signor Salvi, mi perdoni, -- fece d’un tratto il Ferento; -- lei non era tempo fa nella redazione d’un giornale ebdomadario che si chiamava, mi pare, «Il Bisbiglio»? Tancredo sobbalzò come se l’avesser côlto in fallo, e, cosa non frequente in lui, divenne leggermente rosso. -- Appunto, -- rispose impacciato. Ma sembrandogli che il dire «appunto» fosse poco, soggiunse: -- Appunto, per servirla. -- Vedo. E si mise a tamburellar con le dita su la tovaglia. Dopo aver riflettuto, gli domandò ancora: -- Il giornale continua? -- No, è cessato. Andrea trasse di tasca un bellissimo astuccio d’oro ed accese una sigaretta. -- Fuma? -- domandò, avanzando verso Tancredo l’astuccio aperto. -- Volentieri, grazie. Parlarono ancora un poco, poi Stefano andò a chiamare la Berta, perchè accompagnasse il signor Salvi nella sua camera. Il poveraccio aveva fame; una fame dolorosa, iraconda. Nel suo cervello non faceva che riddare una visione pantagruélica di buone cose mangerecce; per di più, dalla prossima cucina filtrava, intorno alle sue narici vellicate, un odor proditorio di roba masticàbile. Tutte le rinunzie morali erano per lui più facili che quella di un pranzo, e l’idea della notte insonne, con i crampi allo stomaco, gli incuteva un terrore inesprimibile. Rimase un attimo in dubbio se confessare al vecchio i suoi tormenti, poi non ebbe il coraggio e si rassegnò. «Amen...» -- concluse fra i denti, e mosse per le scale, dietro la ragazza che ad ogni gradino si puntava la mano sul ginocchio, dondolando. La sua nuca tonda e fulva, allacciata da un nastro di velluto, s’increspava, nel salire, come il collo carnoso d’una cagnetta mops. Quando furon sopra, ell’aperse l’uscio di fondo nel corridoio e, mentr’egli stava per entrare, lo guardò con il suo riso di contadina furba e sciocca. -- Eccola servita. Questa è la sua camera. Teneva una mano su la maniglia; con l’altra, paonazza, reggeva il lume. -- Come vi chiamate, ragazza? -- Berta, mi chiamo. Perchè? -- Tanto per saperlo, ragazza. E vi trovate bene in questa casa? -- Peuh... non c’è male. -- Ci siete da un pezzo? -- Due anni. Buona notte, signor Salvi. -- Avete fretta? -- Ho sonno, sa... Sono in piedi dalle sei; pare niente, ma è lunga. -- Avete pranzato voi? -- fece Tancredo impulsivamente. -- Eh... certo! -- Io no. -- Lei no? -- disse la Berta, senza soverchio stupore. -- Proprio no. Fece due lunghi passi, le andò presso, le diede un leggero pìzzico su la manica: -- Fammi un piacere, brava ragazza. Se mi còrico a stomaco vuoto, sarà un inferno. Tu, in cucina, devi certo avere qualche avanzo. Vallo a prendere; fa quest’opera buona e non ci perderai nulla. -- Ma io, signore, non ho ordini. Tancredo comprese che bisognava ricorrere a mezzi estremi; si cercò nel taschino del panciotto e ne trasse un gruzzolo di monete: argento e rame. Scelse un bel pezzo da due lire e lo fece scivolar nel palmo della domestica, dicendole: -- Questo è per te. Bisognava che avesse una fame diabolica per dare quella mancia da scialacquatore. -- Senta allora... -- propose a bassa voce la Berta, -- non dica nulla ed io le porto quel che ho. -- D’accordo. E cosa mi porti? -- Quello che c’è: forse un’ala di pollo, forse qualche fettina d’arrosto freddo, con un po’ di pane. -- Ottimamente! -- rispose Tancredo. E in attesa della cena se ne andò alla finestra per guardare il paesaggio. Ma nella inoltrata ora notturna faceva buio in lontananza, il paesaggio non c’era. Si vedevan soltanto alberi e stelle, prati e nuvole. Forse la luna era dietro il tetto, e lentamente sormontava la casa. Nella facciata non vide che finestre spente; una sola immergeva nei lucenti alberi del giardino il suo fascio di luce rossastra, propagava nell’ombra un colore torbido, che si diradava. E Tancredo rivide le quattro torciere agli angoli della bara, le sottili vampe che si staccavano dalle fiammelle con un guizzo, la testa nera del morto sopra un cuscino di seta, il bottone d’oro che premeva la camicia scoppiante... Finalmente udì la Berta bussare all’uscio. -- Ma s’accomodi, signorina! -- egli esclamò giovialmente. La Berta comparve con un vassoio carico d’ogni ben di Dio, tutto sovra un sol piatto insieme: carne, ossa di pollo, frantumi di formaggio, pere, patate fredde. A lato, un tozzo di pane, mezza bottiglia di vin nero, posate, saliera e tovagliolo. Per la contentezza Tancredo non seppe trattenersi dal farle una carezza su la guancia; ella si mise a ridere col suo riso di scioccona, e rimase in piedi vicino alla tavola, mentr’egli cominciava il suo festino. -- Sièditi e fammi compagnia. -- Vuole? -- Sì, sì. Ella sedette presso il lavabo, sopra una seggiola di paglia. -- Che buonissima roba, mia bella ragazza! Sei tu che fai in cucina? -- Proprio io, per servirla. -- Allora tu fai tutto in questa casa? -- Eh, no! Mi aiutano. C’è un’altra donna che lava i piatti, una che scopa, e due uomini che vengono la mattina per i mestieri grossi. Da sola non potrei, le pare? -- E ti trattan bene? -- Non c’è male. Se non fosse quello scemo che mi pizzica... -- Bel tipo! -- Ma sa che la notte è capace di starsene magari un’ora davanti alla mia porta? Per fortuna che chiudo a chiave! Ho paura, sa... -- Cosa vuole il babbeo? -- Eh... lei capirà bene cosa vuole! -- spiegò la Berta facendosi rossa. Tancredo ammiccò verso lei con il fare d’un uomo che se ne intende: -- Ah, sì?... -- Ma, già! -- Porco! -- esclamò Tancredo con la bocca piena. Poi soggiunse: -- Tu probabilmente hai un altro innamorato... -- Ho uno che mi parla, si sa... -- Uno che ti sposa poi? -- fece Tancredo paternamente. La Berta assentì col capo, seria, seria. -- E quando? -- Quando avrà fatto il servizio militare. -- Ahi!... -- Perchè dice «Ahi»? -- Così per dire. Ma ti consiglio di non fidarti troppo in ogni modo; perchè gli uomini che non hanno ancor fatto il servizio militare sono tutte canaglie. -- Questo lo so. -- E quando l’hanno fatto sono peggio di prima. La Berta si mise a ridere. -- Oh, allora!... -- Allora cerca di non farti infinocchiare, perchè sei una bella ragazza e sarebbe un vero peccato. -- Eh, eh... -- cantilenò la Berta, accompagnando la sua cantilena con un largo gesto, -- la so lunga io... non c’è pericolo! Tancredo mangiava scrupolosamente, raccogliendo le briciole. -- Dimmi un po’: e la signorina Dora non ha nessuno che le parli?... -- fece, con un’aria furbesca, strizzando l’occhio. -- La signorina Dora?... oh, no! Ci sarebbe Maurizio, quello dei cani, che certo la sposerebbe volentieri, ma lei non lo vuole. Anzi lei... -- e fece una pausa repentina. -- Lei?... cosa? Di’ su! -- Niente, niente; non son mica pettegola io... -- Lo so che non sei pettegola, -- rispose Tancredo per lusingarla; -- ma io sono un uomo serio e con me puoi parlare liberamente. Placata la fame, s’accorse che gli si offriva un mezzo facile per sapere molte cose. -- Dunque la signorina vuol bene ad un altro... La Berta strinse la bocca per non rispondere, ma gli angoli delle sue carnose labbra parevano dire di sì. -- Povera signorina!... -- sospirò la Berta. -- È tanto una brava ragazza! Allegra, buona, un vero angelo! -- Glielo si vede in faccia ch’è buona, -- disse Tancredo, attento. -- E perchè non lo sposa quest’altro a cui vuol bene? -- Se si potesse avere tutto quello che si vuole al mondo!... -- esclamò la Berta, con sapienza. -- È uno qui del paese? -- Non è di qui, ma ora è qui da un pezzo... o per lo meno vien tutte le settimane. -- Ho capito, -- fece Tancredo. «Guarda, guarda...» Sbucciava una pera, distrattamente, pensando a quel proverbio fiorentino del cacio con le pere... -- Sicchè, al professore Ferento, la signorina Dora non piace? -- domandò, per accertarsi che fosse proprio lui. La Berta strinse di nuovo la bocca, e questa volta gli angoli delle sue labbra dissero di no. -- Il professore... -- mormorò la ragazza, con intendimento. Tancredo non volle aver l’aria d’interessarsi troppo alla cosa, e tacque. La Berta fece un nodo coi nastri del suo grembiule, poi lo disfece; ma intanto rideva. -- Il professore... -- Già... già... -- malignava Tancredo, benchè non sapesse ancor niente. -- Ah, sì, eh?... Ammiccava, guardandola in faccia con gli occhi penetranti e studiandosi d’indovinare quelle sue reticenze. -- Ah, sì eh?... -- rifece ancora una volta, come se avesse ormai capito. -- Io non dico nulla, -- premise la Berta, -- perchè non sono pettegola, e di quello che succede in casa non parlo mai per abitudine... Ma, tanto, lo sanno tutti, dal portalettere al capostazione, e lo sapeva perfino quel povero diavolo ch’è morto. -- Ah, sì eh?... -- Un pezzo di formaggio gli rimase fra i denti, masticato a metà. «Guarda, guarda, guarda... -- mormorava tra sè. -- Che razza di faccenda è questa?» -- Guai se dovessi parlare!... -- esclamò la Berta. -- Sa, per i signori c’è un’altra morale che per noi: fanno e disfanno quel che vogliono; tutto va sempre bene. -- Dici davvero che il professore sia l’amante... -- Oh, io non dico niente, per sua buona regola! Ma, guardi, lo sanno tutti: lo sa la signorina Dora, lo sanno i miei padroni, ossia il signor Stefano e la signora Francesca, lo sa il fattore, il prestinaio, il macellaio, il falegname, il curato, il sindaco... lo sanno tutti insomma, e quasi quasi crederei che lo sappia perfino lo scemo! -- Diavolo! -- esclamò Tancredo, rannuvolato. Poi emise una sentenza che gli pareva insieme scaltra e doverosa: -- Molte volte si racconta quello che non è. -- Eh!... -- scappò a dire la Berta, -- se avessi tanti biglietti da cento quante sono le volte che li ho veduti con i miei occhi! -- Tu? Egli s’era fatto così buio che la ragazza se ne impaurì. -- Per l’amor di Dio! -- supplicò, levandosi in piedi, -- non mi comprometta... Ho parlato senza volerlo, perchè mi pareva che lei sapesse già... Mi raccomando, signore... Tancredo si levò, e, venutole presso, le diede un’altra carezza su la guancia, ma questa volta paterna. -- Sta tranquilla, ragazza. Sono un uomo serio, ti ho detto; e per conto mio sarà come se non avessimo nemmeno discorso. Ti basta? -- Grazie, signore. -- Poi soggiunse: -- Posso portar via i piatti? -- Sì, ho finito. Accese un mezzo toscano e cominciò a camminare, avanti, indietro. -- «Guarda, guarda, guarda...» Nonostante la confusione dei suoi pensieri, s’accorse che bisognava tenersi buona quella domestica, e gli parve che due lire fosser poche per tutto quello che aveva saputo da lei. Si cercò nel taschino e prese un’altro franco. -- Sei una ragazza a modo mio! Tieni. Ella stava per caricarsi il vassoio su le braccia, e guardò attonita la moneta che gli luccicava tra l’indice ed il póllice. -- Non si disturbi ancora... -- Oh!... -- egli fece, con aria principesca, -- bazzécole! Ma non appena fu solo, Tancredo pensò che la fortuna d’un uomo consiste alle volte nel trovare il bandolo d’una matassa molto arruffata, e mentre si piegava sul davanzale per rinchiudere le persiane, lungamente i suoi occhi affascinanti rimasero avvinti a quel fascio di luce rossastra, a quel lento fiume di polvere che scaturiva dalla finestra del morto. II. Alle nove precise il funerale mosse giù per il viale carrozzabile che traversava il giardino. Da un lato del féretro mamma Francesca e Maria Dora scendevano insieme; dall’altro, papà Stefano, tenendo sottobraccio il figlio scemo. Maurizio, Mattia, la piccola Natalissa, il giardiniere, seguivan per primi il carro funebre, con gli occhi rossi di lacrime, accasciati da un semplice ma spontaneo dolore. Solo, pressochè isolato in capo del corteo, camminava Andrea Ferento, a capo nudo, bianco ma impassibile. Aveva impartito gli ordini con una voce breve; poi, quando il carro si mosse, guardò rapidamente in alto, verso una finestra chiusa, dove la cortina ricadde; volse uno sguardo rapidissimo su le persone che aveva intorno, e s’incamminò dietro il carro. Tutti, per un rispetto simultaneo, lo lasciaron solo. Dietro lui si muoveva il corteo bisbigliante, numeroso d’un centinaio di persone, che dal borgo eran salite a casa Landi, o v’eran giunte coi treni del mattino, poichè la morte del Fiesco era stata annunziata in città la sera innanzi dalle ultime gazzette con frettolose necrologie. Tancredo Salvi scendeva tra il sindaco Berra ed il medico Paolieri; studioso di ben recitare la sua parte in quella estrema cerimonia, faceva pompa dell’alta persona e del suo maestoso dolore. Fuor del cancello era una ressa di contadini, che al passaggio del féretro cominciaron a biascicar preghiere; alcuni s’inginocchiavano su la proda erbosa del fossatello, e, passato il carro, si raddrizzavan in piedi senza ripulirsi le ginocchia dalla polvere. Il cielo era limpido, l’aria ventilata, un ridere di pannocchie sbocciava nella biondezza dei campi, scaturiva dalla terra umida una fragranza di mietitura, e quel corteo funebre camminante per la strada polverosa pareva in contrasto singolare con l’allegrezza del mondo. Di là dalla svolta il borgo apparve, con i suoi tetti rossi e decrepiti, che, accesi dal sole, ripercotevan nell’azzurrità un dondolìo balenante. La strada maestra si lanciava diritta nel mezzo della borgata, piegando a valle, di là dall’estreme case, per il declivio della collina. Su l’ingresso del borgo due lunghe siepi di curiosi attendevano il funerale. E il carro camminava piano piano, con un rumor soffice di ruote nella polvere, nereggiando nel soverchio splendore della mattinata, cullandosi nella nenia dei salmi ecclesiastici e nel bisbiglio che faceva sotto il gran sole quel corteo camminante. Altri uomini frattanto s’aggruppavano intorno a Tancredo, al sindaco Berra ed al medico Paolieri; fra gli altri un certo giornalista che Tancredo conosceva benissimo, perchè appartenente come lui a quella brigata clandestina di galantuomini matricolati, che vivon per così dire di tutte le professioni altrui, grattando e scovando per ovunque l’aria sappia di corrotto, e che stanno con gli orecchi tesi fra le quinte della commedia cotidiana, pronti a balzar fuori come bracchi affamati sul primo espediente che loro cápiti a portata di mano. La sua professione confessabile era quella di giornalista, e faceva il redattore estemporaneo di quei giornaletti effimeri nati per vendere il lor silenzio, talvolta per fomentare uno scandalo, per farsi complici d’una equivoca speculazione, talvolta per servire gli odii o per lusingare le ambizioni d’un uomo potente. La sua età poteva essere di quarant’anni, il suo nome: Saverio Metello. Tancredo si maravigliò di non averlo prima veduto. -- Che diavolo, Metello? Cosa fai qui? -- Mi manda la «Voce», -- rispose il Metello; -- come vedi, sono costretto ad occuparmi anche della necrologia... Che porco mestiere! Tancredo sospirò e prese un’aria di cordoglio melodrammatico. -- Vedo che ti sei messo in lutto, -- scherzò il Metello. -- Che uomo elegante! Allora lo sdegno di Tancredo proruppe: -- Diavolo, non lo sai? Giorgio Fiesco era... -- Cos’era? -- Ma, per bacco, mio fratello! -- Poi corresse: -- mio fratellastro. -- Cáspita, è vero! E non ci avevo pensato! Ti giuro che non mi era neanche passato per la mente! Scusami, veh... Condoglianze! -- Oh! figúrati... -- fece il Salvi. E tuttavia prese un’aria leggermente sostenuta. Il corteo, giungendo nella piazza ingombra di folla, si fermò davanti alla Chiesa; Tancredo, facendosi largo nella ressa, camminò dietro la bara. Il Metello invece, dopo aver osservato con uno sguardo ironico il suo camerata Salvi, trasse fuori di tasca un largo fazzoletto, e piegatolo a sciarpa se lo mise intorno al collo, poichè sudava. Poi volse uno sguardo circolare per la piazza, cercando un’osteria dove potesse almeno bere una gassosa. Tra l’insegna d’un ciabattino e quella d’un cordaio vide pendere la frasca metallica d’un’osteria; essa teneva sul marciapiede tre tavolini di ferro, con qualche scranna; v’era gente seduta; ma egli colse il destro d’uno che s’alzava e si pose con placidità frammezzo a quegli estranei. Volse lo sguardo in alto, aspettando che lo servissero. L’orologio del campanile segnava le dieci e cinque; le sfere parevan d’oro sul quadrante diviso dalla lor ombra; un vortice di rondini roteava intorno alla guglia. L’ostessa, panciuta, con un bel grembiule fiammeggiante, gli portò la gassosa; egli ne bevve un bicchiere d’un fiato, e la trovò eccellente; poi di nuovo riempì il bicchiere e stette a guardare le bollicine che vi salivano scoppiettando. Cominciò ad imbastir mentalmente l’articolo funebre. «Giorgio Fiesco, nato nel... morto di... oh, di cosa è morto poi? Tisi? Paralisi cardiaca? Mah? C’informeremo. Aveva dunque, -- fece il conto, -- trentanove anni. Laureatosi ingegnere nel... questo non importa; diremo: giovanissimo. Costrusse i ponti di... di... etc., capolavori dell’ingegneria moderna, etc. etc. -- Partì con i primissimi pionieri della civiltà in regioni, etc. -- famosi disastri minerarii, etc. -- costruì diecimila chilometri di strada ferrata... che il diavolo se lo porti... etc.!» Al suo medesimo tavolino eran seduti tre altri uomini, i quali si credevan di parlar piano, accostandosi l’uno all’altro quanto più potevano, con i gomiti poggiati sul tavolino di metallo; ma invece parlavan in guisa da esser uditi e davano al tavolino certe scosse, che il suo bicchiere di gassosa ne traboccava. Uno d’essi ripeteva continuamente: -- Ti dico di sì, ti dico di sì! E l’altro: -- Impossibile, impossibile! Il terzo: -- Ma che impossibile d’Egitto! Poi si guardavan intorno sospettosi. Saverio Metello, che per principio soleva dare un grande peso ai discorsi enigmatici, prese un’aria distratta e ricominciò a guardare in alto, verso le sfere luccicanti, verso il balenante vortice di rondini che roteava intorno al campanile. Onde sorprese questo bel discorso: -- Insomma, vediamo un po’: che il professore fosse l’amante. -- Va vene, va bene, questo lo so, -- ammise l’incredulo. -- E che fosse incinta, lo sai o no? -- Si mormora... Ma non bisogna credere a tutto. -- Insomma, -- esclamò l’interlocutore, che aveva l’aria d’un ricco mercante, -- lo ha detto a mia moglie una persona che bázzica per casa loro; non voglio dire chi, per non compromettere nessuno; ma in una casa è più facile batter falsa moneta che custodire un secreto. E posso aggiungere anche questo: la gravidanza è di qualche mese. -- Del resto, -- intervenne il terzo, che doveva essere un capomastro a giudicare dal decimetro di legno giallo che gli usciva dal taschino, -- questo fra poco si vedrà. -- A meno che, -- insinuò il denunziatore con aria sibillina, -- ora che lui, poveraccio, se n’è andato... a meno che, dico, non provvedano altrimenti! Sai bene, i dottori fanno presto... E, dato che sarebbe difficile, per non dire impossibile, attribuirne al marito la paternità... capirai bene a cosa voglio alludere! -- Insomma, ditene quel che volete, ma io non credo! -- esclamò quegli che pareva un chierico d’avvocato, con la sua vecchia testa grigia e ascetica. -- Allora sei testardo più d’un mulo! Méttiti bene in mente che, quando una voce corre, qualcosa di vero c’è sempre, poichè dal niente non nasce niente. -- Se così fosse, guai! -- Così è. Del resto, come spieghi tu il fatto che quel povero diavolo non aveva chiuso ancora gli occhi e già tutto il paese mormorava la stessa cosa: -- L’hanno?... -- Sst!... Io non mi spiego niente, ma non credo, -- fece l’altro, caparbio. -- D’altronde, -- venne a dire quegli che aveva l’apparenza d’un capomastro, -- il primo a lasciarselo scappar di bocca è stato il dottor Paolieri, e l’ho inteso io, con queste orecchie. Eravamo in farmacia, quando sono entrati a dare la notizia della morte. Il Paolieri è saltato su di scatto e, senza riflettere, è venuto fuori con una frase che lascio interpretare a voi: «È morto il Fiesco?... Me lo immaginavo! Se l’avessero lasciato curare a me, che sono un asino, campava un pezzo ancora!» Dopo se l’è rimangiata sùbito, anzi ha dato in escandescenze, dicendo che l’avevan capito male... Ma l’ho inteso io, con queste orecchie, dunque non serve che adesso egli neghi per paura. -- Insomma, -- concluse l’incredulo, -- volete un consiglio? Sarà quel che sarà, ma state zitti; perchè in queste faccende v’è caso di buscarsi qualche brutta seccatura, ed io, per me, come vi ripeto, non credo. -- Oh, tu, la sai lunga!... -- fecero gli altri due, come se volessero tacciarlo d’ipocrisia. Poi s’alzarono, ed insieme con altri sopraggiunti entraron nell’osteria. Saverio Metello aveva ascoltato flemmaticamente, ma senza perder sillaba di quel grave discorso; aveva continuato a darsi l’aria più distratta del mondo, a fissare i voli delle rondini, le sfere dorate che camminavano sul quadrante acceso. La sua faccia restò impassibile, e, quando i tre se ne andarono, altro non fece che sollevare lentamente il bicchiere nel quale scoppiettavano le bollicine, poi tracannare sino all’ultima goccia la fresca bevanda con una specie di lenta voluttà. Era un uomo calmo, scettico, annoiato, che si risolveva difficilmente a trovare alcunchè d’interessante nella vita, un uomo passato al di là da tutte le sorprese, che odiava il mondo intero, ma con un odio neghittoso. L’udire che un tale poteva essere stato ucciso, gli faceva press’a poco lo stesso effetto che leggere nella quarta pagina d’un giornale l’annunzio funebre d’una persona sconosciuta, od il rialzo od il ribasso della rendita italiana, ch’egli, naturalmente, non era in caso di possedere. Perchè una cosa giungesse ad interessarlo, bisognava che toccasse da vicino la sua propria persona; ed allora quest’essere apatico trovata in sè un’improvvisa e feroce gagliardìa per piombare su tutto quello che poteva essergli utile, come sopra una legittima preda. Il resto faceva meccanicamente, con una specie di disinganno anteriore, con una incolmabile noia. Ora, davanti a tutto quello che aveva udito, non trasse che una piccola riflessione. -- Adesso capisco meglio perchè Tancredo sia qui. Supponeva naturalmente che l’ottimo Salvi ne fosse informato, e, con la prontezza che gli era solita nell’intravvedere un affar losco, decise d’avvertirlo in via confidenziale che nel disbrigo di quella faccenda voleva mettere il suo zampino ancor lui. «Pazienza! Non sarà stato un viaggio del tutto inutile.» E trasse un enorme sbadiglio. Adesso il funerale usciva di chiesa; la folla sgorgava dalle duplici porte ingombrando la scalinata; una teoria di fanciulle, con il velo della cresima, portavan i ceri funebri; quel brulichìo di smorte fiamme pareva cancellarsi nel fulgore del sole. Ricollocaron la bara sul carro, tra mucchi di corone, poi di nuovo il crocifero mosse in capo del corteo. A malincuore, anche il Metello s’incamminò. L’aver saputo eludere le litanie dei preti non lo scampava da quelle de’ conferenzieri. Intanto vedeva Tancredo discorrere con animazione, prodigarsi, fare un grande sperpero d’inchini e di sorrisi. -- «Ha tutte le fortune quel birbante! Capace perfino di ereditare...» E davanti al pensiero che Tancredo potesse ereditare, lo riprendeva un odio feroce contro tutta la specie umana. Presso il cancello del cimitero si trovaron lato a lato. -- Olà, bel giovine! -- fece il Metello; -- sono al corrente anch’io, sai... -- Al corrente?... ma di cosa? -- Fa pur l’indiano... se ti garba! -- Uhm, non capisco... -- grugnì Tancredo. -- In ogni modo, -- concluse il Metello, -- se vuoi che facciamo quattro chiacchiere prima ch’io riprenda il treno... -- Volontieri. La bara, portata a spalle, s’incamminò per il piccolo viale: i familiari la seguivano e Tancredo s’affrettò con essi. Quando il feretro fu deposto su l’orlo della fossa, Tancredo si trovò di faccia il Ferento. Entrambi, quasi dimentichi d’ogni altro pensiero, per un lungo attimo si fissarono. Poi Tancredo volse altrove lo sguardo, incapace di sostenere più a lungo la sua bianca tranquillità. Gli affossatori sollevaron la bara, mentre la folla erasi radunata in cerchio presso il luogo del seppellimento. E qualcosa tuttavia di solenne, di solenne anche per l’incredulo, si rinnovava nell’atto semplice che nasconde per sempre sotto il lenzuolo di polvere una spoglia supina e còrica l’uomo anchilosato, putrescente, nella divina zolla piena di palpito che domani rifiorirà. Ognuno intanto s’aspettava che parlasse Andrea Ferento, e nel succedersi degli oratori ogni volta si lasciava un più lungo intervallo, mentre tutti lo guardavano con attesa. Ma il Ferento se ne stava immobile, a piè della tomba, con le due mani entro le tasche della giacchetta, gli occhi fissi al coperchio della bara, e pareva che una grande solitudine si estendesse intorno a lui. Gli sguardi vigili del medico Paolieri non l’abbandonavan un momento, così pure gli occhi d’altre persone disperse fra gli ascoltatori. Egli sentiva con una specie di molestia la tenacità di quegli sguardi e s’accorgeva di farsi continuamente più pallido come se una fredda febbre gli consumasse la faccia. Si avvedeva di quell’attesa nella quale stavan tutti, ch’egli parlasse, ma era ben risoluto a non dissuggellare la bocca. Poi temette che il suo silenzio avesse a parer strano, e da ultimo gli sembrò di parlare infatti, gli sembrò di esser ritto, parlante, gesticolante, su l’orlo di quella fossa, ma di udire che intorno si rideva sgangheratamente, beffando il parlatore, il morto, e la vedova ch’era lontana, lassù, nella sua camera deserta... I discorsi finirono, la gente non si moveva. Gli si avvicinò il sindaco Berra: -- Professore, non crede lei pure... -- Grazie, no! -- rispose il Ferento. Ma la gente non si moveva; e lo guardavano; tutti guardavano lui. Gli si avvicinò un giornalista ch’egli conosceva benissimo. Paolo Giordano, e gli mormorò alcune parole a bassa voce. Allora il Ferento comprese ch’era tuttavia «necessario» parlare; guardò con odio la folla, eresse in un terribile sforzo la sua dura volontà, e disse: -- Va bene. Fece qualche passo avanti, rialzò la fronte luminosa, e le sue labbra obbedienti parlarono. «Giorgio Fiesco...» -- Limpida suonava la sua voce, senza tradire il convulso che gli torceva l’anima, ed ancora due volte pronunziò questo nome: «Giorgio Fiesco... Giorgio Fiesco, ingegnere della miniera di Haswill, costruttore del più alato ponte sopra la valle di Cimbra, io t’ho salutato altre volte per morto, quando salpavi dal molo atlantico nel meraviglioso pericolo della tua temerità. Senza lacrime allora, senza lacrime ancor oggi, che non puoi tornare, ti saluto. Altro non facemmo in vita che scambiarci nelle ore più forti una rapida stretta di mano ed uno sguardo chiaro, che vedeva la strada fino all’ultima pietra milliare, che non diceva mai: «Férmati» -- ma diceva tranquillamente: «Arriverai!» Poichè ti conobbi meglio di chicchessia, risponderò in tua vece a coloro che oggi videro cadere su te la pietra del sepolcro. Le tue parole sono queste: -- «Non piangete. Un uomo sereno e stanco è sceso nella morte che non temeva. Non fece che restituire la sua nascita, in un’ora calma. Egli vorrebbe solamente insegnarvi a sciogliere questa parola dal suo dolore, dal suo terrore, dall’inutile angoscia ch’essa propaga in ogni giorno della vita; vorrebbe convincervi che la morte non è una cosa triste, poichè il bene ultimo, l’ultima felicità degli uomini è la pace... «Sì, Giorgio: io che ti conobbi meglio di chicchessia, mi rammento che pronunziavi queste parole poche ore prima di addormentarti. Ed ora che non àbiti più nella spoglia coricata, il tuo fratello non ti deve che uno sguardo chiaro, una stretta di mano, da compagno a compagno, l’ultima, con semplicità.» La sua voce solenne, il suo virile aspetto pieno di una tranquilla magnificenza, parvero in quel momento ravvolgere l’uomo ed il sepolcro nella significazione d’un rito. Un rito laico, ma profondamente umano, che il simbolo del vivo compisse verso l’ombra dell’estinto, e che fosse maggiore, più alto, più leale, di tutte le parodie con cui le religioni accompagnano i morti a sepoltura. Egli era scientificamente un ateo, sapeva i destini della polvere, aveva escluso Dio. Molti, nell’ascoltarlo, si rammentavan le più note pagine de’ suoi libri, ed anche se lontani da lui, anche se inadatti a comprenderlo, sentivano raggiare da’ suoi occhi una potenza soggiogante, sentivano quasi un’invidia della sua temeraria e mai genuflessa libertà. Era un evangelista laico, un profeta che non vendeva dal pergamo le formule dell’Assoluto, ma sui frantumi di tutti i Pantheon, delle necropoli e delle chiese, innalzava la deità dell’uomo, dell’uomo autocrate nel mondo, sterminatamente orgoglioso del suo nulla più grande che Dio. Era un profeta, non perchè avesse donato ancora una volta la inconoscibile verità, ma perchè predicava la scienza come la sola religione degna del tempo futuro, come quella che, svincolato il pensiero da ogni teosofia, da ogni metafisica imbastita su ipotesi arbitrarie o su telai di parole ingannevoli, guiderebbe ogni spirito ai limiti della conoscenza ed al sereno amore della vita. III «La vedrò finalmente questa vedova!» pensava Tancredo, camminando in un salotto attiguo alla sala da pranzo, mentre, per la porta socchiusa, intravvedeva la Berta posare su la credenza un bel piatto fumoso. Egli tornava dall’aver accompagnato alla stazione il suo compare Saverio Metello, col quale aveva per l’appunto scambiate quelle quattro chiacchiere che si erano promesse. In quel momento entrò la signorina Dora, che, toltasi il cappello ed il velo di crespo, ancor più frivola di giorno e più leggiadra gli parve che di sera. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000