puoi rispondere? -- Che dici? -- Ah, che t’uccida? -- Ma se già t’ho
ucciso? -- No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte;
così non mi riesce d’intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?...
E l’altr’uomo, il medico, toccava quella fronte già un po’ fredda. «No,
no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. -- Cos’hai detto?
Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli?
Cos’è questo nome che dici continuamente?... -- Ah, sì... Novella! -- Ma
perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d’acqua?
Novella, hai detto?... Sì, sì...»
E vide la sua faccia bella, null’altro che l’immagine della sua faccia
bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana,
perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l’aria per dove si
mirava era un po’ fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così
lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e
gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte
le volte ch’egli cercava d’incontrare le sue pupille, quegli occhi
sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un’albore,
in una striscia, in un punto...
Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch’esso come una caverna, pauroso
come un incubo: «Novella...»
E l’altr’uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso
ch’era divenuto greve.
«Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se
voglio; se voglio, rido! -- È notte. -- Ebbene, se è notte, che fa? -- Sono
leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! -- Fa buio. -- Che
importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato
come la bocca d’un forno. -- Questo è il sole: un bel disco rosso che mi
piace assai di vedere.»
Il fantoccio si svitò un’altra volta, e questa volta parve che avesse
una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno
proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i
pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s’allungarono
quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole
come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata
ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si
confisse obliquo contro la sommità del petto.
Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere
tutti i fili, -- e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso
da tutti quelli che l’orecchio distingue, corto e fioco, ma più
persistente che la vibrazione d’un metallo, un rumore atono, pieno di
tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita.
Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il
colore, la forma, il peso, l’abito, l’atmosfera che gli stava intorno:
tutto.
L’altr’uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un
battito che non c’era più, chinò l’orecchio sul cuore del fantoccio, ed
arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba:
«No.»
Tutta la casa, fra muro e muro, da’ solai tenebrosi alle rombanti
cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda...
La canzone diceva:
. . . . . . .
«...e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli
lontani...
Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani...»
X
Ora, svanito il sogno, si ritrovò solo davanti a quel morto. Non più
fantasmi assedianti, non più misteriose voci nè musiche immaginarie per
la gran casa muta, ma un uomo calmo e logico di fronte ad un cadavere
ingombrante.
Con uno di quegli sforzi estremi della volontà, che riuscivano ad
incurvare la sua forza come un duro metallo, giunse a ricacciare da sè
quella torma di paurose allucinazioni, per affacciarsi con tutta la sua
chiarezza mentale ad una sola necessità: quella di nascondere il delitto
compiuto e dare alla morte di quell’uomo l’apparenza più naturale.
Bisognava, con uno sforzo quasi eroico, annullare il proprio essere
sensorio, non vivere per qualche attimo che di cervello; bisognava
soffocare il rimorso, il ribrezzo, lo stordimento, la paura, distruggere
in sè la memoria, il nome stesso di quel morto, per inscenare il quadro
più verisimile intorno alla sua spoglia muta.
Anzi tutto rimuoverlo da quella stanza, sollevarlo su le proprie
braccia, e nel buio, senza rumore, traversando il corridoio, portarlo a
giacere nel suo letto. Egli vide tutto questo con precisione, come se un
altro lo dovesse fare in sua vece; poi sùbito, con quella rapidità
d’azione che in lui seguiva il pensiero, comandò a sè stesso: --
«Ubbidisci!»
«Ubbidisci!» In tante ore della vita gli era stato necessario darsi
questo comando breve. Ed era, non la sua stessa voce, ma la voce d’un
tiranno interiore che glielo gridava contro i timpani, che inchiodava
questa parola nella sua volontà a colpi di martello, facendolo tutto
vibrare. Avesselo condotto su l’orlo d’un abisso e detto: «Balza!» --
egli, senza retrocedere, avrebbe spiccato il salto. Avessegli detto: --
«Cammina contro mille, perchè necessario è camminare!» -- e contro mille,
da solo, senza tremito, avrebbe camminato. Questa voce che in lui
dettava era veramente il suo Dio.
Il morto era nel mezzo della camera; la sua goffa ombra invadeva il
pavimento, la parete; egli stava in piedi entro quell’ombra, sapeva di
esservi, ed anzi gli sembrò d’averne i piedi avvinti, sì che fece uno
sforzo muscolare per divincolarsi da lei. Ma l’ombra lo teneva in sè
come una preda, l’avviluppava nel suo fermo tentacolo, nel suo mantello
d’immobilità.
Pensò allora che bisognava spegnere quell’ombra, anche perchè non si
vedesse dal giardino la sua finestra troppo a lungo illuminata; e
trattosi da lei con la fatica dell’uomo che vinca una melma tenace, andò
alla finestra, onde guardare se fossevi abbastanza lume di stelle per
compiere quel che doveva nel buio.
Una effusa chiarità lunare vestiva tra gli alberi una magnolia lucente,
ed egli vide in capo dei possenti rami cullarsi quei suoi grandi fiori
lascivi e candidi come un seno incipriato, che pareva dormissero su la
pigrizia d’un’acqua sonnolenta.
Dietro i vetri chiusi, egli non sentiva il profumo della notte
primaverile; ma la fragranza di quei fiori di magnolia, che dall’albero
antico e brillante incensavano l’aria come fontane di soavità, gli
eruppe in faccia con una larga ondata, salendogli fino al cervello, così
fortemente, che il profumo della notte lo stordì. Quella fragranza,
quella chiarità lunare su l’albero di magnolia, e tutta insieme quella
pace azzurra trascorrente nelle vive arterie della notte, eran ancora
immagini delle cose a lui vietate, eran sirene che parevano attrarlo
dentro un incantesimo di pace, visioni che lo persuadevano alla dolcezza
dell’oblìo.
-- «Sì, puoi spegnere il lume,» -- disse a lui, nell’intimo, la voce del
suo vigilante complice.
Retrocesse dalla finestra verso la tavola, spingendosi a forza di
scatti, come un animale restìo, e nel posare le dita su la chiavetta del
riflettore osservò che il suo polso non era fermo.
-- «Tremi?»
Questa parola ch’egli aveva odiata conveniva ora dunque per lui?
-- «No, non tremo!»
E rapidamente spense il lume.
Ora egli vide cadere dall’alto soffitto una molteplice cortina di
mantelli neri, che si srotolavan l’uno dopo l’altro, grevi, enormi,
funerei, come una tenebra che rapidamente aumentasse.
Non vedeva più nulla; era solo, sperso, nel silenzio assoluto,
nell’assoluto buio.
Con le dita fredde si stropicciò gli occhi, perchè si accorse che quel
tenebrore pioveva in lui, non intorno. Allora, in un lampeggiamento di
strappi rossi, cominciò a distinguere. A distinguere la finestra che
inazzurrava, l’alta parete imbiancata, i mobili fermi, l’ombra...
quell’ombra inamovibile. E vide una cosa orrenda: la faccia del
cadavere, torta su la spalliera, convulsa in un sogghigno che pareva di
riso.
Allora, per la prima volta nella vita, il cuore accelerando e sostando,
gli fece conoscere cos’era veramente la paura. S’agghiadò e retrocesse,
brancolando con la mano che ricercava il lume.
«Tremi! tremi! tremi!...» -- gli urlava dentro sarcasticamente la voce
nemica.
-- «No!»
E si aderse in tutte le sue membra, di scatto, come davanti ad una
provocazione. Si sentiva nei polsi, contro le tempie, battere il sangue
a fiotti; gli pareva che la camera desse un continuo traballamento.
Poi si provò a guardare un’altra volta verso quel riso che l’atterriva:
e lo sostenne.
Non era più riso, ma uno spasimo che aveva in sè, nello stesso tempo
qualcosa di selvaggio e d’inerte. Provò a ragionare per darsi animo:
-- «È un morto, -- si disse, -- come ne ho veduti centinaia; il principio
della polvere... insensibilità, silenzio, fine.»
Ma non gli pareva che fosse un morto come l’altre centinaia, che non
fosse materia senza uomo, che non tacesse, che non fosse finito.
Avendo l’uso di separare il proprio cervello dagli errori della
sensibilità, si mosse un’accusa ponderata, osservando: -- «È l’anima tua
che gli presti e sono i tuoi sensi alterati che propagano su lui una
parvenza di vita. Ma questa è materia che solo pesa; è cosa morta, cioè
senza possibilità, e non la devi temere.»
Per analogia gli riapparve, come in una visione distante, il cavalluccio
sardegnolo morto nella sala operatoria fra i veterinari che ridevano.
-- «Bada, -- lo avvertì la voce -- che il tempo corre.»
Infatti ebbe la sensazione immateriale di qualcosa che continuamente
correndo fosse continuamente più in là del pensiero; questa cosa era il
Tempo. E smarrendosi nella sua fuga immensa, piccola e vana cosa gli
parve il suo delitto, che non poteva nemmeno sospendere d’un attimo quel
perpetuo volare.
Gli avvenne di supporre che gli uomini, quasi per dare un senso al
Tempo, avessero immaginato Dio.
Questa osservazione, sorta in una specie di pausa interiore, gli sembrò
logica; ma in essa v’era quel nome di tre lettere, che lo accese di
ribellione, quantunque insieme s’accorgesse ch’era semplicemente una
parola.
-- «Dio: la gran fiaba del mondo!... Ma tu che fai? sogni?»
Possessore di sè, cauto, vigile, s’appressò all’uscio in ascolto; girò
la chiave nella serratura, lentamente, perchè non stridessero gli
ingegni; aperse uno spiraglio, v’appressò l’orecchio. Il filo d’aria gli
produceva sul timpano una specie di ronzìo. Non altro romore si udiva
per la casa dormente: appena quel rombo imprecisabile che nasce dalla
presenza d’esseri vivi entro i muri d’un edificio.
Uscì nel corridoio, giunse fino al pianerottolo, ed un senso di libertà
quasi gioconda entrò nelle sue fredde vene, come quando si riacquista il
respiro dopo un principio di soffocazione.
-- «Bada... -- egli suggerì a sè medesimo -- le tue scarpe...»
Scricchiolavano. Un rumore minimo, che gli parve grande. Strisciò a
passi lenti fino all’uscio della camera di Giorgio; l’aperse con
cautela, ma interamente, per aver libero il passaggio allorchè
tornerebbe con il cadavere su le braccia. S’avvicinò al letto per
studiare in qual modo ve lo avrebbe disteso. Vedendo l’incavatura nei
guanciali sovrapposti ed il solco profondo che la persona dell’infermo
aveva lasciato nel lenzuolo, già gli pareva di recarlo su le braccia e
di sentirne il rigido peso, che gli faceva scorrere dentro l’arterie
pulsanti una vena di freddo sottile.
Perchè la deposizione gli riuscisse più facile, rimboccò la coltre fino
a mezzo il letto, poi cautamente rifece il cammino, strisciando lungo il
muro, trattenendo il respiro, vigile e pauroso come un ladro.
-- «Se alcuno scendesse quand’io passerò col mio carico?...»
-- «Fa presto! -- gli comandò la voce. -- Fa presto!»
Rientrò nella camera dov’era il morto, e s’attendeva quasi a trovarvi
una trasformazione, o suppose, per mo’ d’assurdo, la cosa più
inverosimile: che il morto non ci fosse più. Era invece nella medesima
positura, di sbieco traverso la poltrona, con il capo torto su la
spalliera, le braccia pendenti, i pugni chiusi, le gambe unite per le
ginocchia, simili a gambe di sciancato. Che orrore!... Come già era
lontano entro la morte quel miserando corpo! Ed ora bisognava
sollevarlo, avere il coraggio supremo di reggerne il peso contro il suo
petto... Che orrore!
Provò ad avvicinarsi; ma gravitò indietro, quasi resistendo ad una mano
che gli avesse dato un urto per spingerlo su di lui.
Allora, in quel punto, si ricordò che le sue scarpe scricchiolavano; e
cavatele in fretta, cercò a tastoni presso il letto le pantofole di
feltro. Si vide pronto, e gli parve d’un tratto che mai non avrebbe
saputo varcare quella breve distanza. Sbarrò gli occhi e su le iridi
provò una sensazione di freddo; si mise a considerare l’ipotesi che il
coraggio gli venisse meno, che le sue braccia mancassero di forza per
sollevare quel peso; un gran terrore s’aperse in lui, vuoto e freddo
come un’enorme voragine.
-- «C’è dunque una cosa che tu non sappia osare? -- No, impossibile! -- Tu,
che non credi alla divinità della morte, vacilleresti ora come una
femminuccia? Chi mai t’impedisce di sollevarlo? Il Soprannaturale forse?
-- Non c’è Soprannaturale!... Avanti!»
Alle sue ginocchia disse: «Avanti!» -- al suo piede feltrato, e lo disse
più fortemente al cuore che batteva.
-- «Ti perdi e la perdi... Chi?... Lei!»
Allora la vide, che dormiva nel suo letto, immersa nelle sue trecce
allentate, o forse che vegliava, sollevata sui guanciali, con il viso
fra i palmi, a sua volta pensierosa di doversi uccidere.
-- «Avanti! È necessario!»
Si ribatteva questa parola dentro il cervello, senza tuttavia riceverne
alcun senso di necessità. Gli pareva di camminare, ed era sempre fermo,
gli pareva d’esser giunto presso il cadavere, di sollevarlo, ed un senso
d’orrore lo faceva retrocedere, senza che si fosse mosso. Mentre così
perplesso vacillava cercando di riafferrare la sua volontà impossente,
parvegli udir rumore.
Si risovvenne di quegli usci aperti e l’istinto fisico della propria
salvezza fu quello che lo sospinse.
In un baleno, si curvò sul morto... ma gli stridevano i denti; le
braccia gli si erano indurite nelle giunture, pesavano come fosser
piombo, e gli doleva d’un dolore acuto, fra vertebra e vertebra, la
spina dorsale.
Però s’era detto e si diceva:
-- «O ch’io lo porti, o ch’io muoia!»
S’inginocchiò: fece, nel sollevarlo, uno sforzo maggiore del necessario,
ed il corpo scosso gli traballò contro il petto, quasi cercasse
d’avvinghiarlo in un abbraccio macabro. Aveva contro la bocca una spalla
del morto, ed uno di quei gomiti acuti gli premeva su le costole come
per resistere alla sua stretta brutale. Sentiva su l’avambraccio il peso
del capo riverso, e su lo stinco e sul polpaccio, mentre s’alzava, i
colpi di quei calcagni penzolanti.
-- «Lo porto! lo porto!»
Chiudeva gli occhi per terrore; li apriva per veder la strada.
-- «Così lieve? No, così greve. -- Perchè ragiono? -- Avanti! Passeremo per
l’uscio? -- Sì, di sghembo. -- E se cade?...»
Allora serrava le braccia. Gli sembrò che il morto lasciasse nella
poltrona qualcosa di sè. Pur tenendolo forte, si volse a guardare.
Duplice lo rivide: com’era innanzi e com’era, supino, sul catafalco
delle sue braccia.
In quel momento s’accorse di non tremare più; fece un passo, poi un
altro, poi molti, e pose un’attenzione estrema nel non urtare contro
l’uscio. Diceva continuamente, a fior di labbro, quasi per aiutarsi
nell’opera:
-- «Sì, sì, sì...»
Sporse prima il capo del cadavere, indi passò con tutto il corpo. Nel
corridoio bisognava camminar obliquamente, ma la strada era facile.
«Sì, sì...»
E nell’andare gli venne in mente che Marcuccio era innamorato della
Berta...
Ogni tanto i calcagni duri battevano contro la sua coscia; quel gomito
confitto nel suo petto gli dava estremamente noia. Non poteva ben
comprendere se andasse in fretta o piano, ma la strada gli parve lunga,
e non trovava l’uscio. Tuttavia, dalla soglia di quella camera una
velata chiarità filtrava nel corridoio notturno, ed egli finalmente la
vide.
-- «Sì, sì...»
Gli sporse dentro i piedi, quindi passò con tutto il corpo; l’adagiò
malamente sul letto e si volse rapido a rinchiuder l’uscio. Una specie
d’ilarità silenziosa gli eruppe dall’anima; quasi ebbe voglia di
beffarsi del suo terrore vinto; si toccò, una dopo l’altra, le braccia,
poi la fronte, ch’era un po’ sudata.
-- «Salvo!»
-- «Non ancora, -- gli suggerì la voce: -- svéstilo.»
Già, bisognava svestirlo. Doveva essere morto nel suo letto, senza urlo,
solo.
-- «Svèstilo»
-- «Sì, lo faccio, guarda: ora è facile!»
Il morto era coricato in obliquo su la larghezza del letto; le gambe
sovrapposte gli pendevano in fuori. Egli s’inginocchiò su lo scendiletto
e gli tolse le scarpe, adagio, come se avesse tempo da perdere; gli
tolse anche le calze, e con ordine le ripose dov’erano di consueto.
Una bella striscia di luna rischiarava meglio di un candelabro; in quel
chiarore azzurro si vedeva ogni cosa distinta, ma quasi ravvolta in un
contorno d ’irrealità.
Gli sbottonò i calzoni, glieli tolse, dopo averlo sollevato con fatica;
li piegò, li mise a cavalcioni d’una seggiola, dov’egli era solito porli
quando si ricoricava. Non s’era messo mutande: le due gambe giallastre,
aride come due lunghi batacchi, percorse da un rilievo di tendini che
parevan funi tese, erano fredde di quel freddo particolare che si
distingue da ogni altro, ed al quale non v’è parola che somigli tranne
la parola: «morte».
Le due ginocchia parevano intorneate da una chiazza d’ombra; le cosce
ischeletrite, simili a quelle d’un paralitico, mostravan più dell’altre
membra i segni della consumazione.
Ed egli, che lo svestiva ormai senza paura, s’indugiò per un attimo a
considerare quella virilità estinta, rievocando nel bagliore d’un lampo
l’immagine sensuale della donna che il morto aveva posseduta. Gli sembrò
ch’ella stesse con loro, muta, in un angolo, e si svestisse ignuda,
sbarrando i suoi chiari occhi pieni di voluttà per assistere in tutta la
sua bellezza all’epilogo della lor tragedia umana.
Egli traeva da questo pensiero un tale senso di ribrezzo e d’ansietà,
che ne aveva l’anima oppressa; e tuttavia perdendo la nozione del tempo,
gli pareva di poter compiere quella sua lugubre faccenda con la maggiore
lentezza. Si preparava oculatamente un alibi morale, badando a non
scordare la più piccola cosa, a non lasciare in quella camera dove
Giorgio doveva esser morto alcunchè d’inspiegabile o d’inconsueto.
Allora, sbottonatagli la giubba, sollevò il cadavere, prima sovra una
spalla, poi su l’altra, poi su entrambe insieme, per fargli uscire dalle
maniche le braccia che incominciavano ad essere, non solo inerti, ma
rigide.
Questa operazione gli prese tempo; ed anzi egli rischiò di lacerare la
stoffa. Ma quando l’ebbe finalmente liberato da quella casacca di lana,
ed il morto fu rimasto in camicia, egli provò novamente un senso di
liberazione, poichè gli pareva d’esser vicino al termine del suo crudele
officio. Ormai non gli rimaneva che da stenderlo sotto la coltre e
comporre il letto come se naturalmente vi fosse morto.
Ma una voce interiore gli consigliava senza tregua: -- «Osserva, osserva
bene...» -- quasi per evitargli una distrazione possibile, una di quelle
minime dimenticanze che son talvolta la chiave de’ più oscuri delitti.
Egli faceva, nel riflettere, una certa fatica, uno sforzo quasi
muscolare nel convergere tutta la propria attenzione su questo solo
intento, mentre per istinto il suo pensiero cercava di sbandarsi
altrove.
Allora egli andò verso la finestra, per esaminare nella maggior luce
quella casacca di lana, quasi ch’ella potesse conservare un segno
qualsiasi, un’impronta, una macchia di bava, uno strappo, un odore
indefinibile, una piega. L’esaminò per tutti i versi, più volte,
l’odorò: sprigionava un sottile odor di canfora, e null’altro, si
ch’egli si mise a riflettere dove l’infermo la tenesse di consueto.
-- «Nell’armadio, mi pare... Sì, nell’armadio, piegata... non ti ricordi?
-- Infatti.»
Allora la piegò di rovescio, con le maniche in dentro, poi nel mezzo,
indi, appianatala come si conviene, andò all’armadio, e la ripose ove si
ricordava benissimo di averla tante volte veduta.
Nel frattempo s’accorse di ansar forte; allora cominciò a fischiettare,
piano piano, fra i denti, come per accompagnare la sua faccenda e far
qualcosa che gli paresse naturale.
Rinchiuso lo sportello, si guardò in giro. Non rimaneva più nulla da
fare, tranne che occuparsi del letto e del cadavere buttatovi sopra di
traverso. Con la fronte raccolta in una mano, cercò d’immaginare come lo
avrebbe ritrovato il mattino, entrando, se davvero durante la notte,
senz’alcun testimonio, si fosse spento. Non gli riusciva di vederlo
bene, anzi lo vedeva in mille guise. Allora cercò di raffigurarsi nella
sua memoria di medico altre morti che fossero avvenute in congiunture
simili. Certe fisionomie di cadaveri, dimenticate da tempo, gli si
affacciarono alla mente, quasi fossero sembianze note.
-- «Si muore in tanti modi...» -- pensò. Poi gli parve inutile riflettere
e non volle frapporre altro indugio.
S’avvicinò al letto. Siccome le coltri erano già rimboccate, non durò
fatica nel farle scorrere sotto il corpo giacente, per poterlo
distendere fra i due lenzuoli. Diede una spiumacciata sui due cuscini,
e, preso il cadavere per le caviglie, sollevò le gambe su la proda, indi
sospinse tutto il corpo nel mezzo del letto e ve lo distese. Il capo
s’era insaccato fra i guanciali, ond’egli risollevò di peso tutto il
busto, lasciandolo poi ricadere, affinchè la testa prendesse nel cuscino
la sua positura naturale. Poi raccolse le due braccia, e non sapeva dove
metterle. Provò in diversi modi, fece varie ipotesi, ma nessuna lo
soddisfaceva.
Da ultimo pensò che la sinistra dovesse far l’atto di respingere le
coltri e la destra portarsi alla gola come per vincere una soffocazione.
Quando volle ricoprirlo, vide ch’era nudo fino alla cintola, e dopo
averlo inguainato nella camicia fin sotto le ginocchia, raccolse le
coltri, gliele buttò addosso. Quella ventata scompose i capelli ad
entrambi. Si ravviò i suoi, lentamente. Le coltri si posarono sul morto
con un disordine uguale, ond’egli cercò il suo braccio per portarlo
verso la gola; insieme gli sbottonò il collo della camicia, per
secondare quell’atto. Poi si allontanò di qualche passo ad osservare
l’effetto che faceva.
Non c’era in verità nulla che potesse far nascere un sospetto.
-- «D’altronde, -- disse con lucidezza, -- la commozione di quelli che lo
vedranno domattina non lascerà campo a troppe indagini. E súbito sarà
smosso: bisogna solamente rincalzare la coltre sotto il materasso.»
Lo fece, da un lato e dall’altro, cominciando ai piedi, per quel tratto
che non doveva mostrare alcun segno di disordine; anzi lo fece con tanta
cautela quanta se ne usa nel comporre sotto le coltri una persona cara,
prima che le si dica: -- Dormi.
A piè del letto la seggiola s’era obliquata, lo scendiletto era
scomposto: raddrizzò la sedia, tese il tappeto, s’avvicinò al capo del
morto, quasi volesse dirgli:
-- Ho finito.
Notò allora sul tavolino da notte l’orologio e la catena d’oro che
splendevano; avvertì l’assiduo celere battito del meccanismo, che dianzi
non udiva. Nella caraffa di cristallo brillava l’acqua lucida. Vedendo
l’acqua ebbe sete.
-- «Addio.»
Formulò questa parola: «Addio», senza sapere come gli venisse alle
labbra, senza quasi comprendere perchè la diceva. Questa parola, queste
due sillabe, gli apersero nel cuore uno squarcio di dolore enorme, e gli
parve di non poterlo abbandonare, perchè ora, quel morto, non lo temeva
più: lo amava.
Lo amava, ed era il suo fratello antico, e si chiamava Giorgio; non era
stato ucciso dalla sua mano: era morto, era lì, nel suo letto di morte.
Senza credere, senza saperne il perchè, gli pose una mano su la fredda
fronte, e non con lo spirito, ma con le labbra disse:
-- «Pace.»
La luna, salita al suo culmine, versava per tutta la camera un
incantesimo azzurro, fasciava la coltre del morto in un velo
d’irrealità.
XI
Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove
l’aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già
retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l’anima ismemorata
varca in un baleno. Sicchè, nell’aprir l’uscio, quella poltrona rimasta
nel mezzo della camera l’urtò quasi nel petto, come una realtà
impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò
inoltrarsi.
-- «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, -- raccontò a
sè stesso. -- Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo
atto incancellabile.»
-- «Ebbene? -- si rispose; -- la vita prosegue nella sua necessaria
vicenda: il cadere d’una piuma d’ala non turberebbe altrimenti
l’equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una
bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!»
Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due
personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la
ragione.
La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e
radiosa. Bastava ormai rimuovere da’ suoi passi l’ostacolo più
immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante
ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote
braccia l’estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo
tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a
quella «cosa», nè alle altre che son prive d’anima, un significato
umano.
E fattosi animo, afferrò l’inerte mobile per le due braccia vuote, lo
sospinse con una specie d’iracondia nell’angolo dove abitualmente stava,
robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi,
sentendo il bisogno d’un felice respiro, aperse intera la finestra e
s’affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma
i suoi fantastici padiglioni di stelle.
Tante ve n’erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi
luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d’atomi
dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le
immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente
azzurre, tendevan dall’uno all’altro emisfero un miracoloso arco
siderale, che pareva navigar nell’infinito come una vela gonfia
d’immensità.
Cos’era la fine d’un uomo in quella eterna bellezza? Cos’era più, in
quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d’una bocca suggellata?
Cos’era il senso d’una parola umana dentro quella trasformazione
perpetua, che andava dall’inconoscibile verso l’ignoto, travolgendo seco
infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d’un
istante?
Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di
voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel
vortice, cosa importa mai all’Assoluto, che voi diciate: -- Vivere... --
che voi diciate: -- Morire?...
Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro
pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze
forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce
invisibile, cancelli d’oro invarcabili della umana prigionìa!...
O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro
lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando,
come un affamato mai sazio?
L’oblìo, l’oblìo, l’oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol
dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare...
Gli parve che tutto il mondo in quell’attimo avesse un colore di
miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire
del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l’acqua traverso un
filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere,
forse la più immonda, si sperdesse così nell’infinito, e gioiva di
questa purificazione con una lunga e lenta voluttà.
Il Tempo era un nettare che l’uomo beveva per dimenticarsi dell’attimo
anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina.
Poi, quando si fu ristorato in quell’aria balsamica e si fu cullato
quasi per ozio in questi erranti pensieri, d’un tratto gridò a sè
medesimo:
-- «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura
di viverla! No, la tua parola è un’altra, più bella che «Dimenticare...»
La tua parola è: «Potere!»
Aspirò un largo sorso di quell’aria vivida, così gran sorso quanto
spazio era ne’ suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di
una intimazione:
-- «Sì, potere! Potere con gioia!»
Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell’anima come la
ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero
da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno
a cui roteava tutto lo splendore dell’universo.
Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il
senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo
solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S’era preso
d’amore e l’amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro
l’ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita
d’imperio, d’indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta,
se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome:
«l’amore» -- un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo
cuore, s’eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d’un
tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara
felicità.
L’amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose
tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo
cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e
nello spazio, nell’attimo e nell’eterno, era l’arteria della sua vita
molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed
infinita che il credente riassume in Dio.
L’amava! era immischiata ne’ suoi sensi come il profumo nella musica
della primavera... l’amava come si ama un assurdo, come si professa una
follìa.
Allora subitamente si sovvenne de’ suoi dolci capelli, della sua tepida
bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano
continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta
voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan l’odore
d’una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di
rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la
memoria delle sue carezze, con l’oblìo di chi s’addormenta sotto una
pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita,
conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei.
D’un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza:
-- «È mia!»
Comincerebbe da quell’ora tragica un patto indistruttibile fra loro.
Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava
dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per
vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell’ambigua
vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle.
Era stato verso di lei così nemico in quell’ultimo giorno, ch’ella certo
non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle
trascorse notti, quando l’infermo s’addormentava, o talvolta nelle ore
vicine all’alba.
-- «La chiamerò.»
E si mosse.
Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli
parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare
con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch’era necessario
dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l’aperse, intese il rumore
del suo corpo, che al lieve cigolìo dell’uscio si volgeva nelle coltri.
-- Dormi?... -- egli domandò soffocatamente.
-- Sei tu, Andrea?... Dormivo appena.
-- Lévati.
Ella riconobbe nella sua voce un non so che d’insolito.
-- Che fai su l’uscio? Entra.
Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre la soglia. Sollevata sui
cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio.
-- Cos’è accaduto?
Andrea rispose:
-- Nulla.
-- Sta male?
-- Chi?
-- Ma... Giorgio...
Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora:
-- Lévati.
Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi
bianchissimi le pianelle sul tappeto.
-- La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, -- lo pregò, per non
mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: -- Là, sull’attaccapanni.
Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla,
ebbe voglia di avvolgerla, così com’era, in un bacio iroso. Non lo fece.
Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava:
-- Che hai? Che c’è?
-- Vieni, -- egli disse volgendosi; -- vieni.
Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo
seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera,
ove si chiusero.
Là v’era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli
occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L’afferrò per
le braccia, impaurita:
-- Che hai? Che hai?
Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e
tacque.
Fino allora egli non s’era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva
strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola
«morte», nel passare come un’eco dentro il proprio silenzio interiore, o
nel doverla comunicare con la bocca, in forma d’annunzio irreparabile,
ad un orecchio che l’ascolti!
«Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell’alfabeto, che hanno il
più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla
distingue dalle altre quando la si pronunzia come un’immagine, ma che
diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del
cadavere, quando si abbatte come un’ala senza volo su la materia che
giace...
Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più
del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava
dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d’un grande
stormo di corvi che invadessero l’aria buia.
Sentiva nel medesimo tempo l’orrore della tragedia e il turbamento della
sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli
pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte.
Ancor prima di parlarle, capì che da quell’annunzio ella si sentirebbe
scaturire nell’anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual
gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso
dell’orrendo segreto?
Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie
della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia
di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola
biancheggiava intorno alla seta; quell’odore del lino tenuissimo ed il
vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano
stringere la bella creatura in un cerchio d’impurità. Era troppo soave,
troppo feminea, per ascoltare la morte.
Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua
manica gli toccarono la fronte.
-- Che hai? -- gli domandava l’amante, carezzandolo. -- Parla; mi fai
paura.
Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro
d’impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire,
d’infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l’amava, l’amava,
era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore
avevano le sue guance, come d’un rosato avorio, d’una madreperla
venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne’
suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che
terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!...
-- «Ora, -- egli pensava, -- è mia.»
L’uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in
questo pensiero s’innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore,
una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena
di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi
la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel’avesse contesa, la strinse
nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente,
lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per
appalesare su lei questo pensiero: «È mia!»
Ell’amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta
ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza,
carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con
gioia le mani dell’amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli
spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua
bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso
bacio.
Che piccola cosa era per lei, in quell’attimo, tutto il resto del mondo!
Com’era sua fino all’ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza
dubbio, sua con felicità!
-- Mi ami?... -- bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che
l’amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone,
costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di
crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti
lucentissimi.
L’attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di
allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera.
-- «Griderà, -- pensava -- se io le dico...»
E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e
gli pareva tuttavia non possibile a dirsi.
Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d’una luce
quasi nefasta.
-- Odimi... e non gridare! Odimi!...
Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su
lei per afferrarla nella sua tragica volontà.
-- Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada!
E scandì queste parole inesorabili: -- «Tuo marito è morto.»
Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l’intera frase, le attirò
la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse
il capo come d’un manto, per soffocare il suo grido.
Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del
respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso
l’orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un’altra
volta:
-- È morto: l’ho trovato nel suo letto... morto.
Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante
immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per
istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro
l’invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa
vita.
Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle
raccoglieva lo splendore della sua nuca, l’ombra confusa de’ suoi
capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro,
in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario
fra le lor anime distanti.
Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole
incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile,
quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all’anima spaventata
l’inafferrabile verità.
-- Morto?... è morto?!...
Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di
lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli
occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi,
di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d’un riso convulso, e
torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per
allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava:
-- No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero!
Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del
dolore che vedeva in lei, e disse un’altra volta, scuotendola:
-- Sì, sì, è morto.
In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s’era
slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi
politi; l’ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che
tradisse l’intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza
la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella
loro ertezza, di qua, di là pungevano con l’oscuro vértice il finissimo
lino.
Egli n’ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo
della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell’arterie del
collo, dove batteva più celere l’impetuosa vita. Gli pareva che sopra le
corde vigili de’ suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si
mescevano e s’uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per
quel fantasma del morto; l’altra era un brivido, ma di gioia, che gli
veniva dalla bellezza di lei, dall’immagine del suo corpo seminudo -- e
questa era senza dubbio la paura più forte.
Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione
dell’uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore
transitorio d’un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue
membra femminili, ch’erano per lui quasi una tentazione soverchiante,
quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo
desiderio, e fosse una specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla
quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne.
Quand’ella passava, o s’appressava, od un’eco portava la sua voce, o per
un filo d’aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto
da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un
oggetto suo, ne riceveva nell’anima e per le vene un tremito che gli
faceva male, che gli dava una specie d’inquietudine oscura, di desiderio
affaticante; quand’eran soli, quando la baciava, e pur quando nella
brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d’amore,
invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla
sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l’ansia che lo
struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo
stremo nascere un desiderio più forte.
L’amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di
non poterla amare abbastanza, la paura ch’ella valesse più di quanto
poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la
gioia dell’uomo fugace, inane la forza dell’uomo, -- e la sua bellezza
infinita. Onde l’amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si
accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere
dimenticata una felicità.
Ecco, ed egli s’accorse che davanti all’annunzio di quella morte il suo
primo impulso era stato un rifiuto, era stato -- o gli pareva -- un
immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore
d’amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un
lampo sinistro di gioia. No; ell’aveva detto per prima cosa: -- «Non è
vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell’aveva tentato quasi di farlo
rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s’era sciolta, quasichè
sentisse per istinto l’orrore della sua mano micidiale.
Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane di quello che
immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione
faceva nella mente oppressa dell’amante, precisandosi a poco a poco,
divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a
sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: -- «È
morto.»
Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così
forte, che l’aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo
vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non
moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: --
Novella...
E guardando queste immagini, s’avvicinò di nuovo all’amante. Gli
afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella
sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua
tremante anima.
Poi cominciò a mormorare:
-- Perchè è morto? Perchè?
Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: -- Come? dove?
quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov’è? -- Anzi lo
disse:
-- Dov’è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che
fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse
vederlo d’improvviso.
Egli spiegò, senza batter ciglio:
-- L’ho trovato immobile nel suo letto; l’ho chiamato: non s’è mosso:
l’ho toccato: era freddo.
Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti:
-- No...
Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell’amante.
Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir
nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra
loro, come una involontaria colpa, quell’orrendo secreto. Ma appunto
perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a
credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò:
-- Il babbo...
Egli le prese forte una spalla:
-- No, taci.
-- Perchè?
Non sapeva rispondere; disse:
-- Aspettiamo.
Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni
alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per
rinserrarsi più forte. Andrea s’accorse ch’ella potrebbe avere un
qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
32
33
34
35
36
37
38
39
40
41
42
43
44
45
46
47
48
49
50
51
52
53
54
55
56
57
58
59
60
61
62
63
64
65
66
67
68
69
70
71
72
73
74
75
76
77
78
79
80
81
82
83
84
85
86
87
88
89
90
91
92
93
94
95
96
97
98
99
100
101
102
103
104
105
106
107
108
109
110
111
112
113
114
115
116
117
118
119
120
121
122
123
124
125
126
127
128
129
130
131
132
133
134
135
136
137
138
139
140
141
142
143
144
145
146
147
148
149
150
151
152
153
154
155
156
157
158
159
160
161
162
163
164
165
166
167
168
169
170
171
172
173
174
175
176
177
178
179
180
181
182
183
184
185
186
187
188
189
190
191
192
193
194
195
196
197
198
199
200
201
202
203
204
205
206
207
208
209
210
211
212
213
214
215
216
217
218
219
220
221
222
223
224
225
226
227
228
229
230
231
232
233
234
235
236
237
238
239
240
241
242
243
244
245
246
247
248
249
250
251
252
253
254
255
256
257
258
259
260
261
262
263
264
265
266
267
268
269
270
271
272
273
274
275
276
277
278
279
280
281
282
283
284
285
286
287
288
289
290
291
292
293
294
295
296
297
298
299
300
301
302
303
304
305
306
307
308
309
310
311
312
313
314
315
316
317
318
319
320
321
322
323
324
325
326
327
328
329
330
331
332
333
334
335
336
337
338
339
340
341
342
343
344
345
346
347
348
349
350
351
352
353
354
355
356
357
358
359
360
361
362
363
364
365
366
367
368
369
370
371
372
373
374
375
376
377
378
379
380
381
382
383
384
385
386
387
388
389
390
391
392
393
394
395
396
397
398
399
400
401
402
403
404
405
406
407
408
409
410
411
412
413
414
415
416
417
418
419
420
421
422
423
424
425
426
427
428
429
430
431
432
433
434
435
436
437
438
439
440
441
442
443
444
445
446
447
448
449
450
451
452
453
454
455
456
457
458
459
460
461
462
463
464
465
466
467
468
469
470
471
472
473
474
475
476
477
478
479
480
481
482
483
484
485
486
487
488
489
490
491
492
493
494
495
496
497
498
499
500
501
502
503
504
505
506
507
508
509
510
511
512
513
514
515
516
517
518
519
520
521
522
523
524
525
526
527
528
529
530
531
532
533
534
535
536
537
538
539
540
541
542
543
544
545
546
547
548
549
550
551
552
553
554
555
556
557
558
559
560
561
562
563
564
565
566
567
568
569
570
571
572
573
574
575
576
577
578
579
580
581
582
583
584
585
586
587
588
589
590
591
592
593
594
595
596
597
598
599
600
601
602
603
604
605
606
607
608
609
610
611
612
613
614
615
616
617
618
619
620
621
622
623
624
625
626
627
628
629
630
631
632
633
634
635
636
637
638
639
640
641
642
643
644
645
646
647
648
649
650
651
652
653
654
655
656
657
658
659
660
661
662
663
664
665
666
667
668
669
670
671
672
673
674
675
676
677
678
679
680
681
682
683
684
685
686
687
688
689
690
691
692
693
694
695
696
697
698
699
700
701
702
703
704
705
706
707
708
709
710
711
712
713
714
715
716
717
718
719
720
721
722
723
724
725
726
727
728
729
730
731
732
733
734
735
736
737
738
739
740
741
742
743
744
745
746
747
748
749
750
751
752
753
754
755
756
757
758
759
760
761
762
763
764
765
766
767
768
769
770
771
772
773
774
775
776
777
778
779
780
781
782
783
784
785
786
787
788
789
790
791
792
793
794
795
796
797
798
799
800
801
802
803
804
805
806
807
808
809
810
811
812
813
814
815
816
817
818
819
820
821
822
823
824
825
826
827
828
829
830
831
832
833
834
835
836
837
838
839
840
841
842
843
844
845
846
847
848
849
850
851
852
853
854
855
856
857
858
859
860
861
862
863
864
865
866
867
868
869
870
871
872
873
874
875
876
877
878
879
880
881
882
883
884
885
886
887
888
889
890
891
892
893
894
895
896
897
898
899
900
901
902
903
904
905
906
907
908
909
910
911
912
913
914
915
916
917
918
919
920
921
922
923
924
925
926
927
928
929
930
931
932
933
934
935
936
937
938
939
940
941
942
943
944
945
946
947
948
949
950
951
952
953
954
955
956
957
958
959
960
961
962
963
964
965
966
967
968
969
970
971
972
973
974
975
976
977
978
979
980
981
982
983
984
985
986
987
988
989
990
991
992
993
994
995
996
997
998
999
1000