puoi rispondere? -- Che dici? -- Ah, che t’uccida? -- Ma se già t’ho ucciso? -- No? non dici questo?... Allora che dici?... Parla più forte; così non mi riesce d’intendere. Ah... sei tu?... Ma chi sei?... E l’altr’uomo, il medico, toccava quella fronte già un po’ fredda. «No, no... ucciderti non posso! Lo vedi bene che non posso. -- Cos’hai detto? Un veleno? Ripeti; non hai detto un veleno?... Ma che lingua parli? Cos’è questo nome che dici continuamente?... -- Ah, sì... Novella! -- Ma perchè parli a quel modo, come se avessi la bocca piena d’acqua? Novella, hai detto?... Sì, sì...» E vide la sua faccia bella, null’altro che l’immagine della sua faccia bella, non direttamente, ma quasi rifranta in uno specchio, e lontana, perchè lo specchio stava lontano, e nebulosa, perchè l’aria per dove si mirava era un po’ fosca. La vide con i suoi capelli disfatti, così lunghi e folti che la cornice dello specchio non tutti li conteneva, e gli sembrò di volerla guardare negli occhi senza potervi riuscire. Tutte le volte ch’egli cercava d’incontrare le sue pupille, quegli occhi sfuggivano, lo specchio andava sempre più lontano, finiva in un’albore, in una striscia, in un punto... Rimase un nome, un solo nome, vuoto anch’esso come una caverna, pauroso come un incubo: «Novella...» E l’altr’uomo, il medico, gli toccava il polso quasi fermo, il polso ch’era divenuto greve. «Ma io non ho paura! nessunissima paura! Sono libero! Cammino, se voglio; se voglio, rido! -- È notte. -- Ebbene, se è notte, che fa? -- Sono leggero, mi sento agile: posso andarmene dove mi piace! -- Fa buio. -- Che importa? Domattina si leverà il sole; un bel disco rosso, arroventato come la bocca d’un forno. -- Questo è il sole: un bel disco rosso che mi piace assai di vedere.» Il fantoccio si svitò un’altra volta, e questa volta parve che avesse una cerniera proprio nella schiena e che alcuno gli avesse dato un pugno proprio su la nuca, un pugno che tutto lo percosse. Le braccia, con i pugni serrati, si tesero verso le ginocchia, i due piedi s’allungarono quasi per dare un calcio nel vuoto, il ventre si piegò sotto le costole come un mantice vuoto, e trafitto nel fianco da una specie di pugnalata ultima, tutto il corpo ciondolò da quella parte: il mento gli si confisse obliquo contro la sommità del petto. Pareva che il burattinaio avesse dato uno strappo così forte da rompere tutti i fili, -- e i fili, schiantando, fecer rumore. Un rumore diverso da tutti quelli che l’orecchio distingue, corto e fioco, ma più persistente che la vibrazione d’un metallo, un rumore atono, pieno di tutti gli altri suoni che insieme producono il ronzìo della vita. Allora nel fantoccio immobile tutto si trasformò visibilmente: il colore, la forma, il peso, l’abito, l’atmosfera che gli stava intorno: tutto. L’altr’uomo, il medico, dopo avergli lungamente cercato nel polso un battito che non c’era più, chinò l’orecchio sul cuore del fantoccio, ed arretrando con un balzo pronunziò distintamente questa sillaba: «No.» Tutta la casa, fra muro e muro, da’ solai tenebrosi alle rombanti cantine, gli parve di súbito invasa da una musica furibonda... La canzone diceva: . . . . . . . «...e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli lontani... Cammina: la vita comincia domani, domani, domani...» X Ora, svanito il sogno, si ritrovò solo davanti a quel morto. Non più fantasmi assedianti, non più misteriose voci nè musiche immaginarie per la gran casa muta, ma un uomo calmo e logico di fronte ad un cadavere ingombrante. Con uno di quegli sforzi estremi della volontà, che riuscivano ad incurvare la sua forza come un duro metallo, giunse a ricacciare da sè quella torma di paurose allucinazioni, per affacciarsi con tutta la sua chiarezza mentale ad una sola necessità: quella di nascondere il delitto compiuto e dare alla morte di quell’uomo l’apparenza più naturale. Bisognava, con uno sforzo quasi eroico, annullare il proprio essere sensorio, non vivere per qualche attimo che di cervello; bisognava soffocare il rimorso, il ribrezzo, lo stordimento, la paura, distruggere in sè la memoria, il nome stesso di quel morto, per inscenare il quadro più verisimile intorno alla sua spoglia muta. Anzi tutto rimuoverlo da quella stanza, sollevarlo su le proprie braccia, e nel buio, senza rumore, traversando il corridoio, portarlo a giacere nel suo letto. Egli vide tutto questo con precisione, come se un altro lo dovesse fare in sua vece; poi sùbito, con quella rapidità d’azione che in lui seguiva il pensiero, comandò a sè stesso: -- «Ubbidisci!» «Ubbidisci!» In tante ore della vita gli era stato necessario darsi questo comando breve. Ed era, non la sua stessa voce, ma la voce d’un tiranno interiore che glielo gridava contro i timpani, che inchiodava questa parola nella sua volontà a colpi di martello, facendolo tutto vibrare. Avesselo condotto su l’orlo d’un abisso e detto: «Balza!» -- egli, senza retrocedere, avrebbe spiccato il salto. Avessegli detto: -- «Cammina contro mille, perchè necessario è camminare!» -- e contro mille, da solo, senza tremito, avrebbe camminato. Questa voce che in lui dettava era veramente il suo Dio. Il morto era nel mezzo della camera; la sua goffa ombra invadeva il pavimento, la parete; egli stava in piedi entro quell’ombra, sapeva di esservi, ed anzi gli sembrò d’averne i piedi avvinti, sì che fece uno sforzo muscolare per divincolarsi da lei. Ma l’ombra lo teneva in sè come una preda, l’avviluppava nel suo fermo tentacolo, nel suo mantello d’immobilità. Pensò allora che bisognava spegnere quell’ombra, anche perchè non si vedesse dal giardino la sua finestra troppo a lungo illuminata; e trattosi da lei con la fatica dell’uomo che vinca una melma tenace, andò alla finestra, onde guardare se fossevi abbastanza lume di stelle per compiere quel che doveva nel buio. Una effusa chiarità lunare vestiva tra gli alberi una magnolia lucente, ed egli vide in capo dei possenti rami cullarsi quei suoi grandi fiori lascivi e candidi come un seno incipriato, che pareva dormissero su la pigrizia d’un’acqua sonnolenta. Dietro i vetri chiusi, egli non sentiva il profumo della notte primaverile; ma la fragranza di quei fiori di magnolia, che dall’albero antico e brillante incensavano l’aria come fontane di soavità, gli eruppe in faccia con una larga ondata, salendogli fino al cervello, così fortemente, che il profumo della notte lo stordì. Quella fragranza, quella chiarità lunare su l’albero di magnolia, e tutta insieme quella pace azzurra trascorrente nelle vive arterie della notte, eran ancora immagini delle cose a lui vietate, eran sirene che parevano attrarlo dentro un incantesimo di pace, visioni che lo persuadevano alla dolcezza dell’oblìo. -- «Sì, puoi spegnere il lume,» -- disse a lui, nell’intimo, la voce del suo vigilante complice. Retrocesse dalla finestra verso la tavola, spingendosi a forza di scatti, come un animale restìo, e nel posare le dita su la chiavetta del riflettore osservò che il suo polso non era fermo. -- «Tremi?» Questa parola ch’egli aveva odiata conveniva ora dunque per lui? -- «No, non tremo!» E rapidamente spense il lume. Ora egli vide cadere dall’alto soffitto una molteplice cortina di mantelli neri, che si srotolavan l’uno dopo l’altro, grevi, enormi, funerei, come una tenebra che rapidamente aumentasse. Non vedeva più nulla; era solo, sperso, nel silenzio assoluto, nell’assoluto buio. Con le dita fredde si stropicciò gli occhi, perchè si accorse che quel tenebrore pioveva in lui, non intorno. Allora, in un lampeggiamento di strappi rossi, cominciò a distinguere. A distinguere la finestra che inazzurrava, l’alta parete imbiancata, i mobili fermi, l’ombra... quell’ombra inamovibile. E vide una cosa orrenda: la faccia del cadavere, torta su la spalliera, convulsa in un sogghigno che pareva di riso. Allora, per la prima volta nella vita, il cuore accelerando e sostando, gli fece conoscere cos’era veramente la paura. S’agghiadò e retrocesse, brancolando con la mano che ricercava il lume. «Tremi! tremi! tremi!...» -- gli urlava dentro sarcasticamente la voce nemica. -- «No!» E si aderse in tutte le sue membra, di scatto, come davanti ad una provocazione. Si sentiva nei polsi, contro le tempie, battere il sangue a fiotti; gli pareva che la camera desse un continuo traballamento. Poi si provò a guardare un’altra volta verso quel riso che l’atterriva: e lo sostenne. Non era più riso, ma uno spasimo che aveva in sè, nello stesso tempo qualcosa di selvaggio e d’inerte. Provò a ragionare per darsi animo: -- «È un morto, -- si disse, -- come ne ho veduti centinaia; il principio della polvere... insensibilità, silenzio, fine.» Ma non gli pareva che fosse un morto come l’altre centinaia, che non fosse materia senza uomo, che non tacesse, che non fosse finito. Avendo l’uso di separare il proprio cervello dagli errori della sensibilità, si mosse un’accusa ponderata, osservando: -- «È l’anima tua che gli presti e sono i tuoi sensi alterati che propagano su lui una parvenza di vita. Ma questa è materia che solo pesa; è cosa morta, cioè senza possibilità, e non la devi temere.» Per analogia gli riapparve, come in una visione distante, il cavalluccio sardegnolo morto nella sala operatoria fra i veterinari che ridevano. -- «Bada, -- lo avvertì la voce -- che il tempo corre.» Infatti ebbe la sensazione immateriale di qualcosa che continuamente correndo fosse continuamente più in là del pensiero; questa cosa era il Tempo. E smarrendosi nella sua fuga immensa, piccola e vana cosa gli parve il suo delitto, che non poteva nemmeno sospendere d’un attimo quel perpetuo volare. Gli avvenne di supporre che gli uomini, quasi per dare un senso al Tempo, avessero immaginato Dio. Questa osservazione, sorta in una specie di pausa interiore, gli sembrò logica; ma in essa v’era quel nome di tre lettere, che lo accese di ribellione, quantunque insieme s’accorgesse ch’era semplicemente una parola. -- «Dio: la gran fiaba del mondo!... Ma tu che fai? sogni?» Possessore di sè, cauto, vigile, s’appressò all’uscio in ascolto; girò la chiave nella serratura, lentamente, perchè non stridessero gli ingegni; aperse uno spiraglio, v’appressò l’orecchio. Il filo d’aria gli produceva sul timpano una specie di ronzìo. Non altro romore si udiva per la casa dormente: appena quel rombo imprecisabile che nasce dalla presenza d’esseri vivi entro i muri d’un edificio. Uscì nel corridoio, giunse fino al pianerottolo, ed un senso di libertà quasi gioconda entrò nelle sue fredde vene, come quando si riacquista il respiro dopo un principio di soffocazione. -- «Bada... -- egli suggerì a sè medesimo -- le tue scarpe...» Scricchiolavano. Un rumore minimo, che gli parve grande. Strisciò a passi lenti fino all’uscio della camera di Giorgio; l’aperse con cautela, ma interamente, per aver libero il passaggio allorchè tornerebbe con il cadavere su le braccia. S’avvicinò al letto per studiare in qual modo ve lo avrebbe disteso. Vedendo l’incavatura nei guanciali sovrapposti ed il solco profondo che la persona dell’infermo aveva lasciato nel lenzuolo, già gli pareva di recarlo su le braccia e di sentirne il rigido peso, che gli faceva scorrere dentro l’arterie pulsanti una vena di freddo sottile. Perchè la deposizione gli riuscisse più facile, rimboccò la coltre fino a mezzo il letto, poi cautamente rifece il cammino, strisciando lungo il muro, trattenendo il respiro, vigile e pauroso come un ladro. -- «Se alcuno scendesse quand’io passerò col mio carico?...» -- «Fa presto! -- gli comandò la voce. -- Fa presto!» Rientrò nella camera dov’era il morto, e s’attendeva quasi a trovarvi una trasformazione, o suppose, per mo’ d’assurdo, la cosa più inverosimile: che il morto non ci fosse più. Era invece nella medesima positura, di sbieco traverso la poltrona, con il capo torto su la spalliera, le braccia pendenti, i pugni chiusi, le gambe unite per le ginocchia, simili a gambe di sciancato. Che orrore!... Come già era lontano entro la morte quel miserando corpo! Ed ora bisognava sollevarlo, avere il coraggio supremo di reggerne il peso contro il suo petto... Che orrore! Provò ad avvicinarsi; ma gravitò indietro, quasi resistendo ad una mano che gli avesse dato un urto per spingerlo su di lui. Allora, in quel punto, si ricordò che le sue scarpe scricchiolavano; e cavatele in fretta, cercò a tastoni presso il letto le pantofole di feltro. Si vide pronto, e gli parve d’un tratto che mai non avrebbe saputo varcare quella breve distanza. Sbarrò gli occhi e su le iridi provò una sensazione di freddo; si mise a considerare l’ipotesi che il coraggio gli venisse meno, che le sue braccia mancassero di forza per sollevare quel peso; un gran terrore s’aperse in lui, vuoto e freddo come un’enorme voragine. -- «C’è dunque una cosa che tu non sappia osare? -- No, impossibile! -- Tu, che non credi alla divinità della morte, vacilleresti ora come una femminuccia? Chi mai t’impedisce di sollevarlo? Il Soprannaturale forse? -- Non c’è Soprannaturale!... Avanti!» Alle sue ginocchia disse: «Avanti!» -- al suo piede feltrato, e lo disse più fortemente al cuore che batteva. -- «Ti perdi e la perdi... Chi?... Lei!» Allora la vide, che dormiva nel suo letto, immersa nelle sue trecce allentate, o forse che vegliava, sollevata sui guanciali, con il viso fra i palmi, a sua volta pensierosa di doversi uccidere. -- «Avanti! È necessario!» Si ribatteva questa parola dentro il cervello, senza tuttavia riceverne alcun senso di necessità. Gli pareva di camminare, ed era sempre fermo, gli pareva d’esser giunto presso il cadavere, di sollevarlo, ed un senso d’orrore lo faceva retrocedere, senza che si fosse mosso. Mentre così perplesso vacillava cercando di riafferrare la sua volontà impossente, parvegli udir rumore. Si risovvenne di quegli usci aperti e l’istinto fisico della propria salvezza fu quello che lo sospinse. In un baleno, si curvò sul morto... ma gli stridevano i denti; le braccia gli si erano indurite nelle giunture, pesavano come fosser piombo, e gli doleva d’un dolore acuto, fra vertebra e vertebra, la spina dorsale. Però s’era detto e si diceva: -- «O ch’io lo porti, o ch’io muoia!» S’inginocchiò: fece, nel sollevarlo, uno sforzo maggiore del necessario, ed il corpo scosso gli traballò contro il petto, quasi cercasse d’avvinghiarlo in un abbraccio macabro. Aveva contro la bocca una spalla del morto, ed uno di quei gomiti acuti gli premeva su le costole come per resistere alla sua stretta brutale. Sentiva su l’avambraccio il peso del capo riverso, e su lo stinco e sul polpaccio, mentre s’alzava, i colpi di quei calcagni penzolanti. -- «Lo porto! lo porto!» Chiudeva gli occhi per terrore; li apriva per veder la strada. -- «Così lieve? No, così greve. -- Perchè ragiono? -- Avanti! Passeremo per l’uscio? -- Sì, di sghembo. -- E se cade?...» Allora serrava le braccia. Gli sembrò che il morto lasciasse nella poltrona qualcosa di sè. Pur tenendolo forte, si volse a guardare. Duplice lo rivide: com’era innanzi e com’era, supino, sul catafalco delle sue braccia. In quel momento s’accorse di non tremare più; fece un passo, poi un altro, poi molti, e pose un’attenzione estrema nel non urtare contro l’uscio. Diceva continuamente, a fior di labbro, quasi per aiutarsi nell’opera: -- «Sì, sì, sì...» Sporse prima il capo del cadavere, indi passò con tutto il corpo. Nel corridoio bisognava camminar obliquamente, ma la strada era facile. «Sì, sì...» E nell’andare gli venne in mente che Marcuccio era innamorato della Berta... Ogni tanto i calcagni duri battevano contro la sua coscia; quel gomito confitto nel suo petto gli dava estremamente noia. Non poteva ben comprendere se andasse in fretta o piano, ma la strada gli parve lunga, e non trovava l’uscio. Tuttavia, dalla soglia di quella camera una velata chiarità filtrava nel corridoio notturno, ed egli finalmente la vide. -- «Sì, sì...» Gli sporse dentro i piedi, quindi passò con tutto il corpo; l’adagiò malamente sul letto e si volse rapido a rinchiuder l’uscio. Una specie d’ilarità silenziosa gli eruppe dall’anima; quasi ebbe voglia di beffarsi del suo terrore vinto; si toccò, una dopo l’altra, le braccia, poi la fronte, ch’era un po’ sudata. -- «Salvo!» -- «Non ancora, -- gli suggerì la voce: -- svéstilo.» Già, bisognava svestirlo. Doveva essere morto nel suo letto, senza urlo, solo. -- «Svèstilo» -- «Sì, lo faccio, guarda: ora è facile!» Il morto era coricato in obliquo su la larghezza del letto; le gambe sovrapposte gli pendevano in fuori. Egli s’inginocchiò su lo scendiletto e gli tolse le scarpe, adagio, come se avesse tempo da perdere; gli tolse anche le calze, e con ordine le ripose dov’erano di consueto. Una bella striscia di luna rischiarava meglio di un candelabro; in quel chiarore azzurro si vedeva ogni cosa distinta, ma quasi ravvolta in un contorno d ’irrealità. Gli sbottonò i calzoni, glieli tolse, dopo averlo sollevato con fatica; li piegò, li mise a cavalcioni d’una seggiola, dov’egli era solito porli quando si ricoricava. Non s’era messo mutande: le due gambe giallastre, aride come due lunghi batacchi, percorse da un rilievo di tendini che parevan funi tese, erano fredde di quel freddo particolare che si distingue da ogni altro, ed al quale non v’è parola che somigli tranne la parola: «morte». Le due ginocchia parevano intorneate da una chiazza d’ombra; le cosce ischeletrite, simili a quelle d’un paralitico, mostravan più dell’altre membra i segni della consumazione. Ed egli, che lo svestiva ormai senza paura, s’indugiò per un attimo a considerare quella virilità estinta, rievocando nel bagliore d’un lampo l’immagine sensuale della donna che il morto aveva posseduta. Gli sembrò ch’ella stesse con loro, muta, in un angolo, e si svestisse ignuda, sbarrando i suoi chiari occhi pieni di voluttà per assistere in tutta la sua bellezza all’epilogo della lor tragedia umana. Egli traeva da questo pensiero un tale senso di ribrezzo e d’ansietà, che ne aveva l’anima oppressa; e tuttavia perdendo la nozione del tempo, gli pareva di poter compiere quella sua lugubre faccenda con la maggiore lentezza. Si preparava oculatamente un alibi morale, badando a non scordare la più piccola cosa, a non lasciare in quella camera dove Giorgio doveva esser morto alcunchè d’inspiegabile o d’inconsueto. Allora, sbottonatagli la giubba, sollevò il cadavere, prima sovra una spalla, poi su l’altra, poi su entrambe insieme, per fargli uscire dalle maniche le braccia che incominciavano ad essere, non solo inerti, ma rigide. Questa operazione gli prese tempo; ed anzi egli rischiò di lacerare la stoffa. Ma quando l’ebbe finalmente liberato da quella casacca di lana, ed il morto fu rimasto in camicia, egli provò novamente un senso di liberazione, poichè gli pareva d’esser vicino al termine del suo crudele officio. Ormai non gli rimaneva che da stenderlo sotto la coltre e comporre il letto come se naturalmente vi fosse morto. Ma una voce interiore gli consigliava senza tregua: -- «Osserva, osserva bene...» -- quasi per evitargli una distrazione possibile, una di quelle minime dimenticanze che son talvolta la chiave de’ più oscuri delitti. Egli faceva, nel riflettere, una certa fatica, uno sforzo quasi muscolare nel convergere tutta la propria attenzione su questo solo intento, mentre per istinto il suo pensiero cercava di sbandarsi altrove. Allora egli andò verso la finestra, per esaminare nella maggior luce quella casacca di lana, quasi ch’ella potesse conservare un segno qualsiasi, un’impronta, una macchia di bava, uno strappo, un odore indefinibile, una piega. L’esaminò per tutti i versi, più volte, l’odorò: sprigionava un sottile odor di canfora, e null’altro, si ch’egli si mise a riflettere dove l’infermo la tenesse di consueto. -- «Nell’armadio, mi pare... Sì, nell’armadio, piegata... non ti ricordi? -- Infatti.» Allora la piegò di rovescio, con le maniche in dentro, poi nel mezzo, indi, appianatala come si conviene, andò all’armadio, e la ripose ove si ricordava benissimo di averla tante volte veduta. Nel frattempo s’accorse di ansar forte; allora cominciò a fischiettare, piano piano, fra i denti, come per accompagnare la sua faccenda e far qualcosa che gli paresse naturale. Rinchiuso lo sportello, si guardò in giro. Non rimaneva più nulla da fare, tranne che occuparsi del letto e del cadavere buttatovi sopra di traverso. Con la fronte raccolta in una mano, cercò d’immaginare come lo avrebbe ritrovato il mattino, entrando, se davvero durante la notte, senz’alcun testimonio, si fosse spento. Non gli riusciva di vederlo bene, anzi lo vedeva in mille guise. Allora cercò di raffigurarsi nella sua memoria di medico altre morti che fossero avvenute in congiunture simili. Certe fisionomie di cadaveri, dimenticate da tempo, gli si affacciarono alla mente, quasi fossero sembianze note. -- «Si muore in tanti modi...» -- pensò. Poi gli parve inutile riflettere e non volle frapporre altro indugio. S’avvicinò al letto. Siccome le coltri erano già rimboccate, non durò fatica nel farle scorrere sotto il corpo giacente, per poterlo distendere fra i due lenzuoli. Diede una spiumacciata sui due cuscini, e, preso il cadavere per le caviglie, sollevò le gambe su la proda, indi sospinse tutto il corpo nel mezzo del letto e ve lo distese. Il capo s’era insaccato fra i guanciali, ond’egli risollevò di peso tutto il busto, lasciandolo poi ricadere, affinchè la testa prendesse nel cuscino la sua positura naturale. Poi raccolse le due braccia, e non sapeva dove metterle. Provò in diversi modi, fece varie ipotesi, ma nessuna lo soddisfaceva. Da ultimo pensò che la sinistra dovesse far l’atto di respingere le coltri e la destra portarsi alla gola come per vincere una soffocazione. Quando volle ricoprirlo, vide ch’era nudo fino alla cintola, e dopo averlo inguainato nella camicia fin sotto le ginocchia, raccolse le coltri, gliele buttò addosso. Quella ventata scompose i capelli ad entrambi. Si ravviò i suoi, lentamente. Le coltri si posarono sul morto con un disordine uguale, ond’egli cercò il suo braccio per portarlo verso la gola; insieme gli sbottonò il collo della camicia, per secondare quell’atto. Poi si allontanò di qualche passo ad osservare l’effetto che faceva. Non c’era in verità nulla che potesse far nascere un sospetto. -- «D’altronde, -- disse con lucidezza, -- la commozione di quelli che lo vedranno domattina non lascerà campo a troppe indagini. E súbito sarà smosso: bisogna solamente rincalzare la coltre sotto il materasso.» Lo fece, da un lato e dall’altro, cominciando ai piedi, per quel tratto che non doveva mostrare alcun segno di disordine; anzi lo fece con tanta cautela quanta se ne usa nel comporre sotto le coltri una persona cara, prima che le si dica: -- Dormi. A piè del letto la seggiola s’era obliquata, lo scendiletto era scomposto: raddrizzò la sedia, tese il tappeto, s’avvicinò al capo del morto, quasi volesse dirgli: -- Ho finito. Notò allora sul tavolino da notte l’orologio e la catena d’oro che splendevano; avvertì l’assiduo celere battito del meccanismo, che dianzi non udiva. Nella caraffa di cristallo brillava l’acqua lucida. Vedendo l’acqua ebbe sete. -- «Addio.» Formulò questa parola: «Addio», senza sapere come gli venisse alle labbra, senza quasi comprendere perchè la diceva. Questa parola, queste due sillabe, gli apersero nel cuore uno squarcio di dolore enorme, e gli parve di non poterlo abbandonare, perchè ora, quel morto, non lo temeva più: lo amava. Lo amava, ed era il suo fratello antico, e si chiamava Giorgio; non era stato ucciso dalla sua mano: era morto, era lì, nel suo letto di morte. Senza credere, senza saperne il perchè, gli pose una mano su la fredda fronte, e non con lo spirito, ma con le labbra disse: -- «Pace.» La luna, salita al suo culmine, versava per tutta la camera un incantesimo azzurro, fasciava la coltre del morto in un velo d’irrealità. XI Nel breve tratto che percorse dalla camera di Giorgio a quella dove l’aveva ucciso, il suo delitto gli parve già remoto nel tempo, già retrocesso in una di quelle lontananze mentali che l’anima ismemorata varca in un baleno. Sicchè, nell’aprir l’uscio, quella poltrona rimasta nel mezzo della camera l’urtò quasi nel petto, come una realtà impreveduta, e fu sì forte il suo stupore, che da prima non osò inoltrarsi. -- «Io sono Andrea Ferento: un uomo che sa di avere ucciso, -- raccontò a sè stesso. -- Un uomo che dovrà vivere congiunto con la memoria di questo atto incancellabile.» -- «Ebbene? -- si rispose; -- la vita prosegue nella sua necessaria vicenda: il cadere d’una piuma d’ala non turberebbe altrimenti l’equilibrio immutevole delle cose. La terra non fa che ingoiare una bara di più. Ora la tua strada è sgombra: cammina!» Gli avveniva molto spesso di dialogare fra sè medesimo come fra due personaggi discordi, quasi per appurare da qual parte di sè fosse la ragione. La strada è sgombra?... Sì, gli pareva; sgombra e facile, certa e radiosa. Bastava ormai rimuovere da’ suoi passi l’ostacolo più immediato: quella poltrona che propagava intorno a sè una così pesante ombra, quel mobile di legno e di cuoio che pareva contenere nelle vuote braccia l’estremo fantasma del suo delitto. Bisognava insomma, dopo tanto coraggio, non vacillare nella propria incoerenza, non attribuire a quella «cosa», nè alle altre che son prive d’anima, un significato umano. E fattosi animo, afferrò l’inerte mobile per le due braccia vuote, lo sospinse con una specie d’iracondia nell’angolo dove abitualmente stava, robusto e quasi benevolo, in attesa di reggere una stanchezza. Poi, sentendo il bisogno d’un felice respiro, aperse intera la finestra e s’affacciò verso la notte imbrillantata, che adagiava su la terra calma i suoi fantastici padiglioni di stelle. Tante ve n’erano e così folte, da parere uno sterminio di mondi luminosi, una polvere cosmica in ardore, una fosforescenza d’atomi dispersi dentro una sfera di cristallo. Le bianche vie planetarie, le immense fiumane del cielo straripavan di luce in praterie stupendamente azzurre, tendevan dall’uno all’altro emisfero un miracoloso arco siderale, che pareva navigar nell’infinito come una vela gonfia d’immensità. Cos’era la fine d’un uomo in quella eterna bellezza? Cos’era più, in quel silenzio parlante, il piccolo silenzio d’una bocca suggellata? Cos’era il senso d’una parola umana dentro quella trasformazione perpetua, che andava dall’inconoscibile verso l’ignoto, travolgendo seco infinite agonìe, facendo scoccare innumerevoli vite nel fulgore d’un istante? Fibrule, atomi, pulviscoli, o uomini, perchè urlate? Cosa scaglierete di voi contro questo immenso andare? O fuscelli nella bufera, o piume nel vortice, cosa importa mai all’Assoluto, che voi diciate: -- Vivere... -- che voi diciate: -- Morire?... Stelle, stelle... vertici di splendore accesi al sommo del nostro pensiero, faville irradiate da noi, parole che brillano!... distanze forse immaginarie chiuse nella nostra pupilla, ombre forse di una luce invisibile, cancelli d’oro invarcabili della umana prigionìa!... O piume nel vortice, o fuscelli nella bufera, cosa può essere il vostro lieve schianto nella ecatombe universale che il Tempo divora camminando, come un affamato mai sazio? L’oblìo, l’oblìo, l’oblìo!... più dolce fra tutte le cose, poichè vuol dire non conoscere, non affaticarsi a conoscere, ma passare... Gli parve che tutto il mondo in quell’attimo avesse un colore di miracolo, e solo percepiva, con una specie di attenta gioia, il fluire del Tempo. Egli lo sentiva trascorrere in sè come l’acqua traverso un filtro; aveva chiara la sensazione che una parte del proprio essere, forse la più immonda, si sperdesse così nell’infinito, e gioiva di questa purificazione con una lunga e lenta voluttà. Il Tempo era un nettare che l’uomo beveva per dimenticarsi dell’attimo anteriore, per allontanarsi dalla sua spoglia vicina. Poi, quando si fu ristorato in quell’aria balsamica e si fu cullato quasi per ozio in questi erranti pensieri, d’un tratto gridò a sè medesimo: -- «Non sei che un istrione! Cerchi di recitare la vita perchè hai paura di viverla! No, la tua parola è un’altra, più bella che «Dimenticare...» La tua parola è: «Potere!» Aspirò un largo sorso di quell’aria vivida, così gran sorso quanto spazio era ne’ suoi polmoni capaci, e ripetè a sè stesso con la forza di una intimazione: -- «Sì, potere! Potere con gioia!» Allora la faccia di colei che amava gli risalì nell’anima come la ghirlanda del suo peccato, e gli parve che affiorasse nel suo pensiero da una profondità quasi remota, per essere la sfera, il cardine, intorno a cui roteava tutto lo splendore dell’universo. Ella era veramente, nel suo spirito, sovrana ed unica: più in là che il senso delle cose, più in là che la negazione. Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. S’era preso d’amore e l’amava, senza mai tentare una ribellione qualsiasi contro l’ebbrezza che questo perdimento gli dava. Se tutta la sua vita d’imperio, d’indagine, di lotta, era contro una dedizione così assoluta, se la sua fredda mente poteva sorridere di questo piccolo nome: «l’amore» -- un altro spirito nel suo spirito, un altro cuore nel suo cuore, s’eran lasciati stravincere da lei, e non insidiosamente, ma d’un tratto, e non con il terrore di perdersi, ma con un senso di barbara felicità. L’amava!... era pieno il mondo di questo amore esultante!... le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore! Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell’attimo e nell’eterno, era l’arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed infinita che il credente riassume in Dio. L’amava! era immischiata ne’ suoi sensi come il profumo nella musica della primavera... l’amava come si ama un assurdo, come si professa una follìa. Allora subitamente si sovvenne de’ suoi dolci capelli, della sua tepida bocca lasciva, degli occhi suoi, non timidi e non forti, che parevano continuamente mutar colore, soffrendo quasi la gioia di una contenuta voluttà; si risovvenne delle sue bianche spalle, che tramandavan l’odore d’una soavissima cipria e parevan simili a grandi ventagli sparsi di rugiada scintillante. Cominciò a seppellirsi piano piano sotto la memoria delle sue carezze, con l’oblìo di chi s’addormenta sotto una pioggia insensibile di fiori. Ogni ombra, nella notte infinita, conteneva per i suoi occhi una lontana sembianza di lei. D’un tratto, nel pensiero, lucida, gli emerse una certezza: -- «È mia!» Comincerebbe da quell’ora tragica un patto indistruttibile fra loro. Egli poteva dirle, doveva dirle senza indugio, che nulla più li separava dalla troppo attesa felicità. E bisognava inoltre chiamarla, per vegliare insieme quella lunga vigilia, soli, serrati, muti, nell’ambigua vicinanza della morte, nel chiarore delle stelle. Era stato verso di lei così nemico in quell’ultimo giorno, ch’ella certo non avrebbe osato avventurarsi fino alla sua camera come faceva nelle trascorse notti, quando l’infermo s’addormentava, o talvolta nelle ore vicine all’alba. -- «La chiamerò.» E si mosse. Ma lo turbava il pensiero di trovarla nel suo letto, spogliata, e gli parve a tutta prima inverosimile di potersi ancora una volta ritrovare con lei, parlarle, dirle sopra tutto quella parola ch’era necessario dire. Tuttavia giunse fino alla sua porta, l’aperse, intese il rumore del suo corpo, che al lieve cigolìo dell’uscio si volgeva nelle coltri. -- Dormi?... -- egli domandò soffocatamente. -- Sei tu, Andrea?... Dormivo appena. -- Lévati. Ella riconobbe nella sua voce un non so che d’insolito. -- Che fai su l’uscio? Entra. Egli ubbidì; ma rimase immobile, un passo oltre la soglia. Sollevata sui cuscini, ella invece lo chiamava a sè allungando un braccio. -- Cos’è accaduto? Andrea rispose: -- Nulla. -- Sta male? -- Chi? -- Ma... Giorgio... Egli fece una lunga pausa prima di rispondere, poi disse ancora: -- Lévati. Ella respinse le coltri, e scivolando giù dalla proda cercava coi piedi bianchissimi le pianelle sul tappeto. -- La mia vestaglia... dammi la mia vestaglia, -- lo pregò, per non mostrarsi ritta in camicia. E soggiunse: -- Là, sull’attaccapanni. Allora egli la vide, la prese e gliela portò. Ma invece di vestirla, ebbe voglia di avvolgerla, così com’era, in un bacio iroso. Non lo fece. Ella si fasciò nella vestaglia, e guardandolo dubitosa, interrogava: -- Che hai? Che c’è? -- Vieni, -- egli disse volgendosi; -- vieni. Lieve, movendo un fruscìo di seta che nel silenzio pareva sonoro, lo seguì, scivolandogli appresso, finchè furon entrati nella sua camera, ove si chiusero. Là v’era più luce, ed ella così alterato lo vide, così livido, con gli occhi tanto sbarrati, che non pareva più lo stesso uomo. L’afferrò per le braccia, impaurita: -- Che hai? Che hai? Egli volle sorridere, ma la sua bocca si contorse in una smorfia, e tacque. Fino allora egli non s’era trovato che solo. Ma ora, come gli pareva strano aver dinanzi un testimone! Come diversamente suonava la parola «morte», nel passare come un’eco dentro il proprio silenzio interiore, o nel doverla comunicare con la bocca, in forma d’annunzio irreparabile, ad un orecchio che l’ascolti! «Morte...» due veloci sillabe, cinque segni dell’alfabeto, che hanno il più vasto senso di tutta la comprensione umana. Parola che nulla distingue dalle altre quando la si pronunzia come un’immagine, ma che diviene fredda, greve, assoluta, quando è detta in testimonianza del cadavere, quando si abbatte come un’ala senza volo su la materia che giace... Allora ne misurò in sè stesso tutto lo spavento, e gli parve che, più del fatto, fosse impossibile a dirsi la parola. Ma questa risonava dentro il suo cervello, immensa e micidiale, come il rumore d’un grande stormo di corvi che invadessero l’aria buia. Sentiva nel medesimo tempo l’orrore della tragedia e il turbamento della sua presenza feminea, della sua bellezza così poco nascosta, che gli pareva oltremodo impudica, in quella camera, in quella cornice di morte. Ancor prima di parlarle, capì che da quell’annunzio ella si sentirebbe scaturire nell’anima involontariamente una paurosa gioia... Ma egli qual gioia ne avrebbe, ora e mai più, egli che doveva da solo portare il peso dell’orrendo segreto? Le lunghe maniche della camicia da notte, apparendo fra quelle più ampie della vestaglia, le scendevan sino ai polsi, li serravan in una frangia di pizzi; anche sul petto, lungo la scollatura, una trina frivola biancheggiava intorno alla seta; quell’odore del lino tenuissimo ed il vestigio di non so qual profumo impregnatosi nella stoffa parevano stringere la bella creatura in un cerchio d’impurità. Era troppo soave, troppo feminea, per ascoltare la morte. Chiuse gli occhi e la dimenticò. Ma insieme i lievi pizzi della sua manica gli toccarono la fronte. -- Che hai? -- gli domandava l’amante, carezzandolo. -- Parla; mi fai paura. Ed anche nella sua voce continuava quel profumo, quel respiro d’impurità. Egli ebbe un momento la tentazione di farla patire, d’infliggerle un tormento che fosse uguale al suo; ma l’amava, l’amava, era tutto il suo mondo, la vita era piena di lei... Che bel colore avevano le sue guance, come d’un rosato avorio, d’una madreperla venata!... Che dolce disegno, che rossa umidità per le sue labbra! E ne’ suoi capelli ed in tutta la persona, dalla fronte al piede, che terribile fascino sensuale, che infinita voluttà!... -- «Ora, -- egli pensava, -- è mia.» L’uomo brutale, che non conosce argini al suo desiderio di possesso, in questo pensiero s’innebriò. Gli corse per le vene, quasi facendo rumore, una potenza nuova, gli battè contro i timpani una musica violenta, piena di vittoria; nelle sue pupille fulse un raggio di luce. Con forza, quasi la ghermisse ad alcuno che fino allora gliel’avesse contesa, la strinse nelle sue braccia e la serrò contro il suo petto virile, fortemente, lungamente, senza dirle nulla, in una specie di convulsione, per appalesare su lei questo pensiero: «È mia!» Ell’amava la sua forza, e si rendeva piccola, si lasciava tutta ravvolgere dalle sue braccia, sopraffare dalla sua violenza, carezzandolo senza far mossa con il suo corpo di velluto. E sentiva con gioia le mani dell’amante farle un nodo quasi doloroso fra le cedevoli spalle, mentre, con la faccia rovesciata sotto il calore della sua bocca, si sentiva percorrere dal suo respiro come da un maraviglioso bacio. Che piccola cosa era per lei, in quell’attimo, tutto il resto del mondo! Com’era sua fino all’ultima vena, senza pensiero, senza lotta, senza dubbio, sua con felicità! -- Mi ami?... -- bisbigliò. Ella non poteva sospettare altra cosa che l’amore, non cercava che di accrescere la sua gioia, parlandone, costringendolo a parlarne. Ma egli stava muto; aveva un non so che di crudele su gli orli della bocca, nel riso che gli scopriva i denti lucentissimi. L’attrasse, la portò con sè vicino alla finestra, perchè gli pareva di allontanarla dalle cose circostanti affacciandola verso la notte libera. -- «Griderà, -- pensava -- se io le dico...» E preparò la mano per soffocare quel suo grido. Voleva dirlo súbito, e gli pareva tuttavia non possibile a dirsi. Ma il suo viso parlò prima della bocca, le sue pupille arsero d’una luce quasi nefasta. -- Odimi... e non gridare! Odimi!... Le teneva ora le tempie, il viso, fra i due palmi, serrato; era curvo su lei per afferrarla nella sua tragica volontà. -- Non gridare... bada! Una cosa terribile... bada! E scandì queste parole inesorabili: -- «Tuo marito è morto.» Più veloce che nel dirlo, e prima di compiere l’intera frase, le attirò la faccia contro il cavo della propria spalla e col braccio le avvolse il capo come d’un manto, per soffocare il suo grido. Non intese che una specie di rantolo nella sospensione totale del respiro. Allora, sciogliendola da quella stretta, le si curvò presso l’orecchio, e lentamente, con una specie di misura, disse un’altra volta: -- È morto: l’ho trovato nel suo letto... morto. Ella barcollò, sopraffatta. Un enorme stupore tenne per un istante immobili tutte le linee del suo viso. Poi si sciolse da lui quasi per istinto e retrocesse nel vano della finestra, urtando contro l’invetriata aperta, senza dare il grido che si mozzò nella sospesa vita. Dietro lei, come un placido specchio, il vetro acceso dalle stelle raccoglieva lo splendore della sua nuca, l’ombra confusa de’ suoi capelli, che immersi nel pieno raggio divennero scintillanti. Fra loro, in quella pausa, restò uno spazio vuoto, che parve il limite necessario fra le lor anime distanti. Poi ella fu presa da un tremito, e balbettava come nella febbre parole incoerenti; cercava di ripetere a sè stessa quella frase indicibile, quasi per esaminarne il senso, per radunare davanti all’anima spaventata l’inafferrabile verità. -- Morto?... è morto?!... Ed ancor prima che il dolore potesse scenderle fino al cuore, un velo di lacrime le bagnò copiosamente la faccia. Lacrime che si staccavano dagli occhi fermi, cadevan come grosse gocciole senza lasciare un solco; poi, di súbito, cessarono. Allora si mise a ridere d’un riso convulso, e torceva le braccia verso di lui, forse per afferrarlo, forse per allontanarlo da sè, mentre la sua bocca ridente balbettava: -- No!... non è vero... no! Dimmi che non è vero! Egli le prese i due polsi, forte, quasichè avesse una irosa gelosia del dolore che vedeva in lei, e disse un’altra volta, scuotendola: -- Sì, sì, è morto. In quella scossa, in quel disordine subitaneo, la vestaglia s’era slacciata; si vedeva la camicia lieve scenderle fin su gli stinchi politi; l’ombra del suo corpo ne traspariva, come da un velo tenue che tradisse l’intera nudità; i seni spaziosi, contenenti nella lor distanza la doppia increspatura delle trine, calmi e pur quasi violenti nella loro ertezza, di qua, di là pungevano con l’oscuro vértice il finissimo lino. Egli n’ebbe, anzichè turbamento, una specie di dolore fisico al sommo della fronte, alle radici dei capelli, e nei polsi, e nell’arterie del collo, dove batteva più celere l’impetuosa vita. Gli pareva che sopra le corde vigili de’ suoi nervi corressero due sensazioni diverse, che si mescevano e s’uccidevano insieme: una era un brivido, ma di terrore, per quel fantasma del morto; l’altra era un brivido, ma di gioia, che gli veniva dalla bellezza di lei, dall’immagine del suo corpo seminudo -- e questa era senza dubbio la paura più forte. Tutto aveva saputo vincere nella vita, e, fin dove può la comprensione dell’uomo, tutto ridurre al piccolo senso effimero, al piccolo valore transitorio d’un fenomeno umano; tutto, ma non la forma di quelle sue membra femminili, ch’erano per lui quasi una tentazione soverchiante, quasi un bene che andasse oltre la possibilità del suo medesimo desiderio, e fosse una specie di potenza maravigliosa, calamitosa, alla quale avrebbe tentato invano di sottrarre il suo spirito e la sua carne. Quand’ella passava, o s’appressava, od un’eco portava la sua voce, o per un filo d’aria si diffondeva il suo profumo, od il suo nome fosse detto da alcuno, o per avventura gli accadesse di vedere inattesamente un oggetto suo, ne riceveva nell’anima e per le vene un tremito che gli faceva male, che gli dava una specie d’inquietudine oscura, di desiderio affaticante; quand’eran soli, quando la baciava, e pur quando nella brevità delle furtive notti ella era nelle sue braccia perduta d’amore, invano cercava di bere dentro quel cálice un sorso che fosse pari alla sua sete, o che potesse, per un poco almeno, placare l’ansia che lo struggeva di lei, spegnere la febbre incontentabile che gli faceva dallo stremo nascere un desiderio più forte. L’amava, sì, ma più grande forse di questo sentimento era il terrore di non poterla amare abbastanza, la paura ch’ella valesse più di quanto poteva il suo desiderio da lei attingere. Breve gli pareva il tempo, la gioia dell’uomo fugace, inane la forza dell’uomo, -- e la sua bellezza infinita. Onde l’amava con dolore, con disperazione, come un uomo che si accorga del tempo veloce, e tema, in ogni attimo trascorso, di avere dimenticata una felicità. Ecco, ed egli s’accorse che davanti all’annunzio di quella morte il suo primo impulso era stato un rifiuto, era stato -- o gli pareva -- un immenso dolore. Ella dunque non voleva che fosse morto. Il suo cuore d’amante non le aveva per prima cosa fatto splendere negli occhi un lampo sinistro di gioia. No; ell’aveva detto per prima cosa: -- «Non è vero! Non è vero!...» Per prima cosa ell’aveva tentato quasi di farlo rivivere, anzi aveva retrocesso da lui, da lui s’era sciolta, quasichè sentisse per istinto l’orrore della sua mano micidiale. Egli misurò velocemente le conseguenze più lontane di quello che immaginava, e giunse a non avvedersi del cammino che quella rivelazione faceva nella mente oppressa dell’amante, precisandosi a poco a poco, divenendo per gradi una verità immediata e dandole agio di misurare a sua volta il senso reale di quelle due parole così repentine: -- «È morto.» Súbito ella non aveva compreso, od almeno era stata una sensazione così forte, che l’aveva solo accerchiata senza trovar ádito in lei. Ma ora lo vedeva: per comprendere, lo vedeva. Era fermo, steso, freddo, non moverebbe mai più la mano per chiamarla, non direbbe mai più: -- Novella... E guardando queste immagini, s’avvicinò di nuovo all’amante. Gli afferrava ora un braccio, si premeva contro di lui, rifugiandosi nella sua forza, nascondendo presso quel ruvido cuore di maschio la sua tremante anima. Poi cominciò a mormorare: -- Perchè è morto? Perchè? Ella esprimeva male il suo pensiero; voleva domandargli: -- Come? dove? quando? in qual maniera, per qual ragione è morto? E dov’è? -- Anzi lo disse: -- Dov’è? Ma súbito si ristrinse a lui con più tremito, quasi temendo che fosse lì vicino, lì per intorno, e che nel volgere gli occhi dovesse vederlo d’improvviso. Egli spiegò, senza batter ciglio: -- L’ho trovato immobile nel suo letto; l’ho chiamato: non s’è mosso: l’ho toccato: era freddo. Ella disse ancora, ma lo disse altrimenti: -- No... Il buon odore del suo petto empiva di fragranza il respiro dell’amante. Senza saperne il perchè, ella ebbe la sensazione che bisognasse non dir nulla ad alcuno, tacere, non svegliare la casa e mantenere nascosto fra loro, come una involontaria colpa, quell’orrendo secreto. Ma appunto perchè aveva questa sensazione, fu tratta a pensare il contrario, a credere che si dovesse gridare, far rumore, chiamarli tutti; balbettò: -- Il babbo... Egli le prese forte una spalla: -- No, taci. -- Perchè? Non sapeva rispondere; disse: -- Aspettiamo. Ora ella non piangeva più; aveva solo un tremito nervoso dai calcagni alla nuca, e nella gola gonfia un nodo che ogni tanto si scioglieva per rinserrarsi più forte. Andrea s’accorse ch’ella potrebbe avere un qualsiasi dubbio intorno a quel divieto, e cercò di spiegarle perchè 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000