Lo vedeva, senz’averne alcun segno, per una specie di sensazione fisica, la quale gli proveniva dall’aver molto spiati gli indizi della morte, il calore impercettibile della vita. Non si moveva; era come affondato nel materasso; la coltre si alzava sui piedi congiunti, su le ginocchia un po’ salienti: un braccio pendeva dal lenzuolo con la mano torta, come se nell’affanno avesse cercato di ghermire, di stringere; soltanto nella gola denudata era il gonfiore di uno sforzo continuo; nelle palpebre qualche battito. Gli pareva d’essere accanto ad un altro malato, ad uno dei tanti che aveva ritolti alla morte o vegliati nelle agonie; gli sembrava quasi d’essere l’artefice davanti all’opera, e di doverla compiere con quella tranquillità di spirito che pareva separarsi dal suo cuore d’uomo; gli sembrava di non esser altro che una macchina, attenta e paziente. Se una vita era in pericolo, a lui toccava salvare quella vita: questa era la sua missione nel mondo, questo gli appariva semplice, come al timoniere il mettere su la barra la sua mano forte, come allo spegnitore d’incendi l’avventarsi dentro il fuoco. Macchinalmente mescè dentro un cálice alcune gocce d’una pozione con un sorso d’acqua, e gliela fece colare traverso le labbra bavose, tenendogli sollevato il capo con una mano passata dietro la nuca. Senza volerlo aveva pur vinta la repulsione del toccarlo, e poichè il liquido non trangugiato gli colava per il mento, lo rasciugò con un panno. Dolcemente gli ripose il capo nel cavo del guanciale, gli compose la mano torta sotto la coltre, lo coverse fino alla gola, e stette a guardarlo. Allora l’uomo -- non più il medico -- pensò ad un tempo lontano della lor giovinezza, quando quella creatura sfinita era un maschio avventuriero della buona strada, e si erano data la mano, da uomini, da galantuomini, per affrontarla insieme, la vita. E lo rivide nelle sue sembianze d’allora, vestito di panni semplici, come si conviene a chi vive tra lo scoppio delle mine ed il rimbombo delle macchine generatrici, con la sua bella fronte illuminata di volontà, l’anima che gli brillava negli occhi, limpida come il suo sguardo sincero. Egli era forse un po’ selvatico a quel tempo, e si trovava dappertutto a disagio fuorchè tra le squadre d’operai, che capitanava come un condottiero, che lo amavan come un fratello più forte, ma uguale ad essi nelle fatiche, primo nei pericoli, integerrimo nella sua splendida povertà. Rivide un giovine alto della persona, nervato di ferrei muscoli nella carne arida, sebbene dal colorito un po’ esangue, dalle fattezze quasi di adolescente, forse per quegli occhi azzurri che gli schiaravano la faccia e la biondezza dei capelli non folti, che davan quasi una trasparenza alla sua dolce fisionomia. Non aveva più famiglia, era solo nel mondo, e in luogo d’ogni altro amore aveva l’ambizione inflessibile di avanzarsi contro la vita per una via di conquiste, sacrificando tutti gli agi allo splendore della sua meta lontana. Ma aveva un fratello nel mondo, un fratello come lui combattente, come lui persuaso che ogni giorno si debba fare un passo più innanzi; e quand’ebbero denaro, divisero il denaro, quand’ebbero sciagure, divisero le pene, quand’uno si coronò di gloria, e l’altro si sentì pure innalzato nella sua medesima elevazione. Da presso, da lontano, separati e mai disgiunti nelle dure imprese che affrontavano, traverso l’età e le molte insidie che la vita ordisce contro gli affetti umani, salvarono quest’amicizia sacra, questo patto fraterno che li rendeva più forti, e delle cose o dei principii che la vita aveva loro insegnato a considerare in guise opposte non discutevano mai, per non gettare un’ombra pur lieve su questa concordia assoluta. Quanta vita nella memoria! quante vicende coraggiose! quante belle pagine di due storie umane, vissute per cammini opposti, con un solo cuore! -- «Ti ricordi?...» -- voleva quasi dirgli, mentre stava curvo sopra il suo letto, sopra le sue logore membra, in quella camera semibuia. -- «Ti ricordi?...» E con quella celerità istantanea che solo il pensiero possiede, tutta rievocava in un baleno la storia di tanti anni, le vestige di tante memorie che infuriavano, là indietro, come foglie ammulinate, in quel turbine che si chiama il passato. E ogni tanto domandava a sè stesso, quasi con un senso di reale incertezza: -- «È lui? proprio lui, quest’uomo che ora giace? quest’uomo ch’io faccio morire? È lui? Giorgio?...» Anche il suono mentale di questo nome gli pareva una cosa lontana. Poi subitamente si ricordò di una sera, -- una sera non tanto remota in quella corsa a ritroso degli anni -- quando Giorgio era venuto a trovarlo nel suo laboratorio e s’era seduto in un angolo, taciturno, ma con l’aspetto di volergli dir qualcosa, di volergli fare una confessione grave. Perchè mai di quella sera egli si rammentava così bene ogni più piccolo episodio? -- Che strana cosa! In quella sera egli provò per la prima volta una specie di presentimento, oppure una di quelle sensazioni inspiegabili che paiono più tardi presentimenti quando il fatto accade. Era verso l’ora del pranzo, d’inverno, e pioveva. La pioggia produceva di continuo su la gran vetrata del laboratorio quel rumore scrosciante che un secchio d’acqua produce vuotandosi di colpo sovra un lastricato. Giorgio lo guardava; ed egli era seduto sotto la luce del riflettore, in mezzo a fiale, a storte, a gelatine dense di bacilli. C’era su la tavola un coniglio morto; in una gabbia tre topolini che giravan come trottole. -- Sai, Andrea... -- Ebbene? -- Son persuaso che tu ne riderai, ma devo nondimeno confessarti una cosa... -- Ti ascolto. -- Ecco: mi sono finalmente annoiato di viver solo; ho un’idea fissa, nella testa, o nel cuore, non so... Insomma c’è una ragazza alla quale voglio bene... ed avrei pensato di prender moglie. -- Oh, strano, strano... strano. E si ricordò di aver sollevato per le orecchie quel coniglio morto, ch’era freddo agghiacciato, e che ricadde come piombo. Certi particolari di nessun rilievo hanno talvolta più valore, più senso, nella memoria, che altri avvenimenti gravi. Gli sembrò allora, per la prima volta in tutta la vita, che da quelle parole, da quell’attimo, fosse per insorgere un ostacolo fra loro. Ma egli era un incredulo, un negatore: non vi badò. In quei giorni doveva riferire all’Accademia di Scienze su la scoperta di un nuovo bacillo e sopra un metodo di cura ch’egli proponeva, presentando un siero, che, dapprima combattuto, invalse poi nella medicina come un rimedio indiscusso, lasciando gli stessi medici stupefatti per la rapidità e la potenza de’ suoi risultati. Era in quei giorni assorto pienamente dal lavoro, nervoso, irritabile, pervaso da quella febbre che accende l’uomo il quale sappia di possedere in sua mano una forza prodigiosa e debba farla riconoscere dalla ottusa diffidenza di coloro che paventano la novità; non viveva che tra la Clinica ed il laboratorio, trascurando il cibo, accordandosi poche ore di sonno, sostenuto solo da quella incurvabile volontà che gli stava confitta nel cuore come una lama, fino all’elsa, in un legno duro. E però si rammentava anche la voce di Giorgio, quando gli disse quelle parole; una voce che non gli aveva udita mai, vergognosa o timida, come la voce dell’uomo che debba farsi perdonare una colpa. Gli aveva risposto, quasi con negligenza: -- Allora ti sei finalmente innamorato... ami... anche tu!... -- in quell’«anche» c’era quasi un piccolo disprezzo. Giorgio rispose: -- Anch’io. E un’altra cosa rammentava, più nitidamente ancora, con una precisione singolare. Qualche settimana dopo gli venne curiosità di conoscere questa fidanzata di Giorgio e andò con lui a visitarla nella sua casa. L’aveva trovata bella... sì, molto bella -- e null’altro. Era stato al loro matrimonio, li aveva condotti fino alla stazione quand’erano partiti per il loro viaggio di nozze. Se ne tornò indietro solo, un po’ triste, mentre gli pareva che qualcosa dell’antica lor fratellanza fosse andato in fumo, poichè per tutti i sentimenti, per l’amicizia come per l’amore, non bisogna essere che in due. Ma una volta, forse un anno, un anno e mezzo più tardi, Giorgio lo aveva invitato a pranzo, come soleva di tempo in tempo, e quella sera Giorgio si sentiva male. Ella era sempre un poco taciturna quand’egli veniva nella lor casa; Andrea lo aveva osservato infatti, senza domandarsene il perchè. Inoltre certi suoi movimenti, certe inflessioni particolari della sua voce, gli parevan un po’ ambigue. Si era chiesto sovente se Giorgio fosse felice con lei, ma non osava parlarne con l’amico; era sceso tra loro un insensibile velo. Quella sera lo ricevette lei sola, in un salotto che dava sul giardino ed aveva un terrazzuolo fiorito di caprifoglio; sì, di caprifoglio o forse di glicine: un’alberatura nodosa che saliva dal giardino sottostante arrampicandosi nella ringhiera, e che mandava un odor forte. Non c’eran lumi nel salotto, poichè si andava incontro all’estate; il crepuscolo, rosso come un gran braciere, bastava da sè ad illuminare con il riverbero delle sue vampe. Ed ella disse che Giorgio era sul letto a riposarsi prima del pranzo «perchè Giorgio stava un po’ male...» Poi discorsero d’altre cose. Eran seduti vicino alla finestra, a due passi l’un dall’altra, lei con un abito di color viola, scollato, percorso intorno alla cintura da una grande fascia nera. Teneva i piedi sovrapposti, poggiati sovra un cuscino: quello ch’era sotto si piegava come avesse la caviglia rotta, con una straordinaria elasticità; l’altro non istava mai fermo. Le calze tenui trasparivan di bianco; aveva su ciascuna scarpina una bella fibbia di antichi diamanti, rotonda, che luccicava. Il rumore della sua gonna di seta ogni tanto le saliva intorno alla persona come il rumore di una cosa viva; ella parlava distrattamente, di cose futili, con una voce lenta, facendo lunghe pause. Allora egli sentì per la prima volta, con precisione, ch’ella lo guardava come una donna guarda un uomo, attentamente, minutamente, senza lasciarlo intravvedere, e questo gli dette un senso di molestia, un senso anche di stupefazione. Si accorse d’un tratto ch’era singolarmente bella, d’una bellezza tentante, d’una bellezza non casta: il che aveva quasi dimenticato dal primo giorno che la vide. Sollevò gli occhi per guardarla negli occhi, e tutt’e due si sentirono un po’ confusi... Di che? Di nulla; d’un pensiero, d’un’ombra, d’una di quelle indefinibili sensazioni che sono il principio di tutti i desideri colpevoli. Egli cominciò ad osservarla, e subitamente gli parve di aver già custodita nel suo pensiero l’immagine di una donna fatta come lei. Sono vibrazioni veloci, contro le quali non si ha tempo di reagire; ciò che le provoca è forse la loro impossibilità apparente, ciò che le alimenta è forse il terrore che incutono. Cominciò a guardarla egli pure, minutamente, attentamente, come un uomo guarda una donna, e la trovò più bella che mai. Gli piacque non solo il suo corpo, ma il vestito che portava, e quel suo nastro nero alla cintura, ed il rubino che le brillava sul dito come una goccia di sangue, ed il profumo del quale si era cosparsa, e la mano e la bocca ed i capelli, e sopra tutto la sua voce un po’ velata, e sopra tutto la sua femminilità così piena di seduzione involontaria. Turbato, per interrompere quell’incanto, si levò e disse: -- Ma, e Giorgio? Non potrei andarlo a vedere? Ella con gli occhi lo seguiva, e rispose lentamente: -- Sì, se volete... Oh, se ne ricordava come fosse trascorso un solo giorno! E da allora, proprio da quell’attimo, un gran dramma aveva pervasa la sua vita, gli era entrato come una paurosa novità, non nell’anima soltanto, ma nel cervello e nei sensi, fino a sconvolgere tutto quello ch’era stata fino allora la sua concezione delle cose, fino ad afferrarlo in una specie di possessione, contro la quale non c’era in lui nè fuori di lui rimedio alcuno. Egli sapeva talvolta escludere una passione, ma limitarla mai. La sua natura non gli consentiva di rimanere a mezzo di alcuna strada: o non percorrerla, o andar oltre, contro tutto, inesorabilmente, come su l’ala di un destino. Fra questi pensieri egli non si rammentava più d’essere in quella camera, presso il guanciale d’un sofferente, sotto la salvaguardia del tetto che l’ospitava, nell’intimo d’una famiglia costituita. Ma invece gli pareva d’essere davanti ad un giudice invisibile, contro il quale gli fosse mestieri giustificare la sua colpa. D’improvviso lo interruppe nelle sue divagazioni un rumore di gente sopravvenuta; si volse. Papà Stefano e mamma Francesca facevano entrare il medico Paolieri, ch’era venuto su di corsa e trafelato ansava. Andrea lo squadrò velocemente, con uno sguardo nemico; l’altro, al solo vederlo, si fece ritroso ed umile, quasi avesse una fredda vergogna di compiere il proprio officio davanti a quel grande salvatore d’uomini. Pareva, più che medico, un buon diavolo di sensale, con i suoi scarponi impolverati, i calzoni stretti che gli facevan due borse alle ginocchia ed un suo certo soprabito, d’un giallo stinto, che portava sempre sbottonato, fino ai mesi del solleone. Aveva la faccia adusta, la mano del vangatore, una grigia capigliatura spettinata che gli metteva qualche ricciolo su la fronte intarsiata di rughe; aveva gli occhi vivaci, il naso forte, un paio di baffi tagliati a spazzola, duri come setole. -- Professore... -- articolò, con una specie d’inchino. Per lui il malato era una cosa del tutto secondaria in quel momento; ciò che lo stordiva era di trovarsi davanti al grande clinico, al medico illustre, all’uomo di battaglia e di scienza che l’intero mondo ammirava come un prodigioso rinnovatore della medicina moderna. -- Professore... -- mormorò un’altra volta, -- è lei che mi ha fatto chiamare?... Sudava, pover’uomo, a grosse gocciole, ma non osava rasciugarsi la fronte. -- Ella è il medico del paese? -- domandò Andrea Ferento, senza indietreggiare dal letto dell’infermo, come se vi stesse a guardia. -- Sì, signor Professore, io sono il medico condotto... -- rispose il Paolieri, con un altro inchino più goffo. Ci si vedeva poco nella camera: Andrea fece segno a papà Stefano di aprire a metà un’imposta, e fu Maria Dora che, scivolando dietro il padre, andò alla finestra. Andrea aveva ritrovata la piena padronanza di sè. Tenendosi ritto parlava con gesti sobrii, guardando ora il malato, ora il medico, dando ragguagli esatti su quanto era accaduto. C’era più luce ora, ma il letto rimaneva nella penombra, con quell’uomo supino e fermo, che pareva non desse alcun segno di vita. -- Ci fu un momento difficile, -- spiegava Andrea, -- e temendo il peggio, ho desiderato fosse presente anche lei. In due si vede assai meglio e si provvede con maggiore tranquillità. -- Oh, Professore... io debbo ringraziarla, ma non potevo essere che inutile... certamente inutile... Fino allora, mentre il Ferento esponeva con lucidità la crisi patita dall’infermo ed i rimedi usati, l’ottimo Paolieri non aveva rivolto che qualche sguardo distratto al giacente, standosene assorto nelle parole del narratore come se volesse mostrargli di non perderne una. E di continuo faceva con la testa un segno d’assenso, anche dove questo appariva superfluo. Ogni tanto intercalava, come una litania: -- Vedo, vedo, vedo... -- Forse non vedeva nulla, tanta era la sua confusione. -- Per fortuna, -- seguitava il Ferento, -- in capo d’un certo tempo, mediante l’iniezione, ho potuto rianimare il cuore, e da vari indizi ho notato che la crisi ancora una volta sarebbe stata vinta senza gravi conseguenze. Ora, più che altro, si tratta di un grande prostramento nervoso, che tende a scomparire. Il respiro è difficile, ma assai meno di prima: il polso debole, ma riprende, -- e si potrebbe, se lei crede, fargli un’altra iniezione di caffeina. La dose che gli ho somministrata finora è piccola: una seconda può giovare. -- Ma senza dubbio! -- disse il Paolieri. Poi soggiunse: -- Oh, scusi... -- E in fretta si cavò il soprabito. Fino allora non s’era nemmeno accorto di portarlo indosso, tanta era l’abitudine che ne aveva; e l’essersi tolto senza necessità quella sua specie di casacca o di giubbone, era il più grande segno di rispetto ch’egli potesse dare ad un uomo. -- Se vuole, -- disse Andrea Ferento, quasi a termine del suo parlare, -- se vuole, dottore, lo esamini. Era un invito, sì, ma detto nel modo con cui si propone ad alcuno di fare una cosa del tutto inutile. Il Paolieri s’appressò al letto; prese macchinalmente il polso del malato, gli toccò la fronte, gli rovesciò un labbro per guardargli le gengive. E questo fece due volte. Poi gli scoverse il petto ed ascoltò il cuore; gli mise una mano sul fianco per esaminare il fegato e gli premette l’intestino. Nel fare quel che faceva da anni, tante volte al giorno, come nel compiere le pratiche d’un mestiere assiduo, dimenticava perfino la sua soggezione e la presenza stessa di quel gran medico. Faceva tutto ciò con coscienza, assumendo nella sua faccia ruvida un non so che di grave, quasi d’intelligente. Poi lo ricoverse con delicatezza: ancora una volta gli guardò le gengive, le membrane interne degli occhi, a lungo, e di tutto quell’esame non fece che dire: -- Già... già... -- Le pare? -- disse Andrea, attentissimo. -- Già... come lei diceva, Professore... non si tratta che di un grande prostramento... l’iniezione gioverà. -- Sì, facciamola. Fu allora che il malato aperse gli occhi e stupitamente li guardò. Due, tre volte li aperse, non potendoli tener fermi; e li guardava l’un dopo l’altro, attonito, cercando. Mosse le labbra, forse per dire un nome... Quale nome? Certo quello solo che amava, quello inestinguibile, che per lui non moriva nella morte: Novella... Appunto era venuta su la soglia ed aspettava, tutta bianca. VII Il malato si levò ancora dal letto e parve per alcun tempo godere di un benessere nuovo. Siccome i giorni si facevan caldi, sua moglie lo accompagnava durante il pomeriggio sotto un pergolato a riparo dal vento, e là sedevano, rimanendo per lunghe ore insieme. Ogni tanto li venivan a trovare o Maria Dora o gli altri della casa, e la giornata passava quasi rapida, nonostante l’inerzia di quella calda primavera. Talvolta capitava su Maurizio, a parlar della sua caccia o dei campicelli di suo padre, che li aveva laggiù, verso valle, con una piccola cascina. Ed erano allora lunghi discorsi, che il malato ascoltava con un sorriso benevolo, mettendovi qualche parola ogni tanto, sempre con dolcezza. Il Ferento andava, tornava, dalla città in villa, sin tre o quattro volte per settimana. Il malato gli diceva continuamente, con un sorriso calmo: -- Perchè mi curi? Tanto è inutile... Ma si sentiva più felice quand’egli era lontano, quando poteva restar solo con lei, senza che nessun estraneo interrompesse con la sua presenza quella specie d’intimità nuova ch’era nata fra loro. Dopo la crisi terribile, pareva che il male volesse dargli una tregua, una di quelle tregue ingannevoli che talvolta precorrono l’agonia. Egli rimaneva lungamente a guardarla, con un sorriso pallido su le labbra, gli occhi un po’ velati, come se non fosse mai sazio del suo bel viso e volesse portar seco nella morte la più compiuta immagine di lei. L’anima sua traboccava di dolcezza, e, quasi per comunicarle questo senso d’amore, ogni tanto allungava la mano a carezzar la sua mano; le diceva una timida parola d’affetto, con l’esitazione d’un innamorato che parlasse per la prima volta. Ella era triste, accasciata, stanca; tutti i sintomi della maternità travagliavano il suo corpo; la opprimeva una disperazione taciturna davanti a quel pericolo che ogni giorno si faceva più prossimo. Che sarebbe stato di lei, di loro, se non avesse potuto più nascondere, prima della sua morte, quella vita inconfessabile? La sua morte? Ma chi le aveva mai detto ch’egli dovesse morire? Infatti, per una specie di graduale suggestione, s’era già quasi avvezza a questo pensiero come all’attesa d’un fatto inevitabile, d’un’ora imminente, e per vari giorni, senza volerlo, senza ben sapere cos’attendesse, era vissuta nell’aspettativa da un attimo all’altro di quel grido che la chiamerebbe lassù, nella camera semibuia, presso il letto dov’egli rimarrebbe disteso... Il giorno anzi dell’ultima crisi, udendo il suo rantolo, aveva creduto, senza volerlo, provandone anzi un orrore immenso, che il momento inevitabile fosse venuto, e rimanendo come in croce, là, nel corridoio, attendeva che alcuno, forse Andrea, nell’uscire da quella camera le dicesse con uno sguardo: -- Sai... Ma ora lo vedeva sorridere, camminare, parlare... lo spettro funerario s’era di sùbito arretrato, e mentre in addietro quell’avvenimento le pareva lì lì per succedere, ora non lo immaginava neanche più; non aspettava più quel grido. E nell’esame interiore che ognuno suol compiere di sè medesimo, s’accorgeva con terrore di averlo desiderato. La sua morte? Ma chi le aveva mai detto che dovesse morire? «Forse fra poco, forse fra qualche anno...» Vagamente le pareva di aver intese una volta queste parole su la bocca di Andrea. E allora qual’altra possibilità rimaneva per lei -- e non per lei sola -- davanti a questo nodo inestricabile che nulla poteva troncare? Qual dramma scoppierebbe nella casa il giorno in cui la sua maternità divenisse manifesta? Non era forse uccidere, ma d’una morte più barbara, quell’uomo dolce che l’amava? Ed il suo padre che farebbe? e la sua mamma, e la sua fresca sorella che direbbero di lei? Ecco: la casa, il nome sottomesso allo scorno della gente. Una creatura nata nella tragedia, senza padre, senza diritto a vivere... E Andrea? e il loro amore?... In quelle ore d’ozio, stando seduta presso il marito che non moveva gli occhi da lei, senza tregua ella si rivolgeva nella mente queste domande affannose, lasciandosi cullare da un’inerzia totale delle membra e dello spirito, come una povera creatura che, perduta ogni speranza di salvezza, si lasci travolgere senz’alcuna resistenza verso l’urto che la dissolverà. E tuttavia, nascosto nell’anima, impreciso, indefinibile, aveva quasi un filo di speranza... di speranza in quell’uomo così risoluto e così certo, che le pareva capace di soverchiare tutte le impossibilità; in quell’uomo che le aveva detto una notte, una notte d’amore: -- Così ti amo, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «Più forte». Ella non ne aveva compreso il senso, non aveva nemmeno cercato di comprenderne il senso; ma era come una sensazione di forza che aleggiasse intorno a lei, una potenza incontrastabile che avesse radici profonde in quel suo petto virile. Non si parlavano più che a rari intervalli, di sfuggita. Egli era più che mai taciturno; quando non doveva tornare in città, passava le giornate chiuso nella sua camera, trasformata in una specie di laboratorio, fra i libri di scienza e le ampolle delle sue misteriose medicine. Soltanto a lunghe distanze di giorni, talvolta, nel cuore della notte, quando la casa era tutta spenta, ella scivolava giù dal letto per andare a lui, per temprare in quell’animo forte il suo stanco dolore. Tutto gli raccontava, tranne, per un pudore involontario, le parole di quel pomeriggio, quand’ella era seduta presso il cembalo ed una striscia di sole feriva obliquamente la stanza, piena di polvere viva. Ma nelle sue reticenze tuttavia si era tradita più di una volta. Finchè, un giorno, egli non fece che prendere le sue mani, poi, senza farle violenza, ma con quella voce che aveva ogni potere su lei e che pareva rimproverarle il silenzio come un disamore, le domandò: -- Perchè mi nascondi qualcosa? perchè non mi dici tutto quello che sai? Ella non tacque oltre. A faccia china, gli ridisse tutte le parole, una per una, tutte. Egli notò solo che l’infermo l’amava tuttora d’una passione d’amante, e che dal suo dolore traspariva una orrenda gelosia. -- Dimmi, ed hai sentito che ti amava? che ti desiderava... proprio così? Dimmi! Elle ebbe, nel ricordo, una specie d’ira. -- Perchè vuoi che lo dica? Sì, ho sentito il suo desiderio caldo come una febbre avvinghiarmi, soffocarmi... ed ho avuta per un attimo la tentazione di gridargli in faccia: «No! làsciami... làsciami... perchè infatti, è vero, lo amo!... sì, lo amo con tutta la gioventù delle mie vene!... lui amo: Andrea. Non farmi più mentire!» -- E per un momento, con una specie di crudeltà voluttuosa, tutto quello che vi è d’immondo in me, nel mio cuore pieno di tormento, nella mia carne piena di vizio, mi ha fatto sentire l’odio, un vero odio, contro questa creatura malata che m’incatena al suo letto come un’infermiera, che si trangugia la mia gioventù come una medicina, mentre là, fuori appena dalla finestra, c’è il sole, c’è l’aria, c’è il vento... ed io vorrei lanciarmi a quella finestra e gridarti: Sì, vieni, vieni!... préndimi! pórtami via!... Egli ascoltava senza dir motto, chiuso in una rigida impenetrabilità, come se ascoltasse piuttosto la voce del suo proprio cuore che non la voce di lei. Vedendolo pensare così profondamente, lo chiamò per nome, indi lo scosse, poichè le parve che una sofferenza fisica gli alterasse la fisionomia. -- Guárdami, Andrea... Che hai? Con un gesto vago della mano egli scacciò la torma dei pensieri che l’assediavano, e disse: -- Idee!... null’altro che vuoti fantasmi! Su la sua fronte, divisa dalla ruga profonda come una ferita, ella passò, per diradarne l’ombre, la sua mano lieve. -- E non li puoi disperdere, tu che sei così forte? -- Disperdere? Anzi, no! Bisogna invece discutere con essi, poichè veri e temibili fantasmi sono quelle ombre che la nostra coscienza non osa prendere di fronte, alle quali non osa dire: «Tu ti chiami, per esempio, rimorso; per esempio, delitto; per esempio, morte.» Poichè, vedi, la nostra coscienza è talora un senso involontario di giustizia, ma più spesso è una paura dell’anima davanti alla felicità. Molte volte un atto infinitesimale di coraggio basterebbe all’uomo per risolvere tutto il problema della sua vita... e non l’ha! Pensa che schiavi siamo, noi che poniamo quasi sempre i nostri desideri là, dove questa paurosa coscienza ci impedisce di giungere. Poi fece una pausa, e guardò negli occhi la donna che amava, colei che portava nel grembo il lor figlio concepito, e quasi tremando le domandò: -- Novella, se un giorno tu sapessi che nel lontano passato io commisi una colpa orrenda... se tu sapessi d’un tratto che sono macchiato, che porto nel mio cuore un suggello d’infamia incancellabile... cosa diresti allora di me? cosa faresti per punirmi, Novella? -- Che importa? -- ella rispose: -- questo non è vero... -- Ma, se fosse vero?... -- incalzò l’amante: -- Rifletti bene: «Se è vero?» Ella sorrise, lo abbracciò, divenne scherzevole, quasi volesse allontanare quel pensiero molesto. -- Ne avresti orrore, -- egli concluse. -- Anzi, non mi ameresti più. -- Oh, -- ella fece, -- come sei pazzo! Gli fece passare le dita fra i capelli, ravviandoli, quasi adoperasse un pettine fino. I capelli spartiti risorgevan ondosi, con una specie di ribellione, dietro il solco delle sue dita. -- Cosa può importare a me quello che avresti fatto? Io non ti giudico: ti amo. -- Sì?... e la sapresti perdonare, dimenticare, la mia colpa? anche se fosse la più grande?... Ella s’avvinghiò a lui, forte, per comunicargli traverso le vene quella verità che stava per dirle, e con un filo di voce, poichè vi son cose che van dette piano anche quando si è soli: -- Senti... -- bisbigliò, -- qualsiasi cosa tu faccia, ora, e nel passato, e sempre, penserò che quella cosa è giusta, e che fai bene... perchè ti amo fino a trasformarmi nella tua propria volontà e sono in te più fortemente che il tuo stesso cuore... Egli premette le labbra contro la sua gola calda, e rise, d’un riso convulso che lo faceva trasalire, illuminandolo di gioia come un repentino sole. -- Ora, -- disse perdutamente, ora ti possiedo per la prima volta come volevo, e più nulla -- ricórdati! -- più nulla ci saprebbe dividere. Senza busto, con i capelli raccolti da un pettine solo, ravvolta in una vestaglia di seta che la fasciava senza nasconderla, con i piedi scalzi nelle pianelle di raso orlate d’ermellino, il pizzo della camicia che si arruffava nell’incrociatura, ella raccolse contro di lui tutto il calore del suo corpo innamorato, sentendosi a poco a poco disperdere in un oblìo voluttuoso, come se al di là da tutte le angoscie, da tutte le servitù cui la vita incatena, ella non volesse più rimanere altro che l’amante, l’innamorata, la femmina perdutamente sua, nè volesse ormai conoscere altra disperazione oltre quella de’ suoi baci ubbriacanti nella complicità e nell’ebbrezza d’una notte d’amore... Allora, con la mano che brancolava in cerca del suo tepido grembo, egli sentì nel ventre non piano trasalire -- o così gli parve -- la forma della creatura. VIII -- Il diritto a dare la morte... -- profferì a sè stesso Andrea Ferento, con una voce che pareva misurare ogni sillaba di quel dilemma inesorabile, mentre teneva sospesa contro il lume una fialetta colma d’un liquido senza colore, trasparente come l’acqua, che però tramandava dalla sua purezza un non so che di poderoso e di sinistro. Non sprigionava intorno a sè un colore nè un odore che bastassero a definirlo, ma una specie di possibilità nefasta: la virtù del poter uccidere; come l’acqua invece tramanda l’innocenza ed esprime l’innocuità. La luce della lampadina accendeva una piccola raggiera sul vetro dell’ampolla; questa rifrazione bruciava le sue dita, pareva investire d’un riverbero tutta la tragica persona dell’esaminatore. Egli era solo, nella sua camera chiusa, tra gli alti scaffali carichi di libri e l’armadio vetrato, che lasciava intravvedere, un sopra l’altro, parecchi ordini di vasi medicinali. La tavola da lavoro, ingombra di scartafacci, di provini, di siringhe, di storte, di bottiglie tappate, era d’ácero nudo, e per la sua larghezza ingombrava quasi un terzo della stanza. Dentro una specie di nicchia, fatta come un’arcata, ch’entrava per mezzo metro nello spessor del muro, il letto era disposto nel senso della parete; una tenda vi cadeva sopra a baldacchino, senza coprirlo interamente. Egli portava sopra l’abito una tunica di tela greggia che gli scendeva sino alle caviglie, stretta ai polsi e serrata in vita da un cordone come un saio da monaco; l’alta sua persona prendeva in quella veste una apparenza ieratica. Tutto era silenzio intorno; pareva che la casa dormisse nel suo primo sonno, sebbene forse, dentro le occulte camere, non dormissero gli abitatori. Dal giardino sottostante salivano a tratti le vampe odorose dei gelsomini. -- Il diritto a dare la morte... -- profferì una seconda volta, con maggiore lentezza, Andrea Ferento. -- Uccidere! La parola bella e terribile che nessuno ha mai osato far assurgere ad una legge umana. «Tu non puoi uccidere perchè non puoi creare,» -- predicarono i remoti Evangelisti. «Ma il senso eterno del mondo, la legge implacábile della natività, non è forse chiusa in questa parola fra tutte più necessaria: «uccidere?» Dalle origini stesse della vita l’uomo non fece che stabilire limiti. È inteso: c’è un male, c’è un bene. Ma come si tracciarono i confini? Come e da chi? Ah, ecco, intendo! All’estremo, all’ultima pietra milliare della comprensione, dove tutto si confonde in un color di miracolo, avete messo, -- è incredibile! -- questa parola che fa tornar da capo: «Dio». Parola vuota come un baratro, perchè, per comprenderla, bisognerebbe non esser uomini, mentre l’averla concepita come uomini vuol dire semplicemente aver dato un nome, null’altro che un nome, ad una sensazione d’impossibilità. In voi non trovo la mia strada, Evangelisti. Ora, vi dico, il nodo è serrato ma semplice: Se io debbo vivere, la mia vita vuole una morte. Ora vi dico: Non una, ma due vite insieme, anzi due vite inseparabili, sono davanti a un’agonia. La donna che amo, il figlio che ho fatto nascere, e la mia sorte che brilla: un gruppo formidabile di energie rimane fermo, senza possibilità di andar oltre, davanti ad un rantolo che si prolunga. O Evangelisti, non credete voi che si possa talvolta sopprimere una vita semispenta, per salvarne altre, pulsanti, gaudiose, di là da quel sepolcro? Non ammettete l’uomo eretto a giudice solo ed eroico di sè stesso, l’uomo anarchico, superiore alla legge pattuita, che usa d’una sua forza spaventosa, ed in silenzio, nel buio, toglie di mezzo l’ostacolo che lo divide dalla sua felicità? Chi me lo impedisce?... Cristo? -- Cristo era un uomo come me: io non gli credo. La legge? -- La legge è stata fatta da uomini come me; non rappresenta che la necessaria catena; io sono più forte: la spezzo; più scaltro: la évito. Forse la coscienza? -- Essa è paura, è viltà, è un terrore atavico dell’uomo: bisogna insegnarle a volere con inflessibilità quello che davanti alla vita, e non davanti agli uomini, è giusto. A che servirebbero questi veleni minutissimi, rari, lenti, senza traccia, che crescono pure nella vegetazione della terra, se la natura stessa non avesse riservato all’uomo la possibilità di propinare una morte nascosta? Che sarebbe l’amore in sè medesimo, se per lui non fossimo capaci di compiere qualche atto di eroismo crudele? Non contro me posso infierire, poichè la mia morte non li salva, anzi li perde. Ho amata una donna non mia e l’ho resa madre: mi trovo nell’impossibilità di liberarla dalla sua concezione, il che sarebbe altrettanto delitto. Lascerò ch’ella si uccida? O giudici, sarò così vile da non fare con risolutezza tutto ciò che il mio coraggio può fare per lei? Forse avrei dovuto, quando ne sentii nascere il primo palpito, soffocare in me questo inevitabile amore. Ma tutto si può fare al mondo, fuorchè non amare ciò che si ama. Ora, contro il diritto a vivere di queste due creature, che sono ormai la mia sola ragione di essere, sta un’agonia, sicura ma tenace, lenta ma irremediabile... Due giovinezze davanti ad un sepolcro, due ricchezze davanti ad una miserrima povertà. Fra queste cose, il coraggio della mia mano, la stilla invisibile di un veleno, il martirio nascosto della mia coscienza... Ebbene, in tale dilemma, è più onesto concepire la coscienza come una schiavitù paurosa, che rifugge dal delitto per il solo terrore de’ suoi fantasmi, o concepirla come un coraggio efferato, che avvinghia quei fantasmi e li soffoca per la felicità di chi ama? O voi, che invisibili e presenti squassate intorno alla mia coscienza i vostri mantelli neri, ascoltate ancor questo dalla mia voce che non trema: -- Io feci olocausto di me stesso al mio amore d’uomo, al mio dovere di padre, e se, per giudicare un colpevole, può esservi un altro giudizio che non l’oscuro confessionale o la teatrale aula d’una Corte d’Assisi, questo giudice libero mi dirà: -- «Tu sei stato un anarchico ed un santo. Se puoi, vivendo, sopportare il tuo delitto, la sua potenza medesima ti assolve. Di fronte ai mediocri taci e nascondi, perchè i mediocri mai ti comprenderanno.» Allora, nell’alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, udì suonare la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo. Questa canzone diceva: «Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti, portando il mio scheletro su la schiena; «coi piedi mi batte i ginocchi, -- mi stringe il collo con le mani... «Cammina!... -- mi dice ridendo -- la vita comincia domani. «Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? -- Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome: l’Inutilità. «-- Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina, «tremante, sperduta, tremante -- nel solco del letto profondo... «Perchè, se non vuoi che ti picchi, -- mi hai fatto tremare nel mondo? «Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti, e vado a cercare altri morti, -- che sono i miei figli lontani... «Cammina: la vita comincia domani, domani, domani... La Canzone approssimava, tragica, lugubre, nel silenzio della notte, finchè, dietro l’uscio, si spense. Allora egli udì le nocche dello scemo, che rideva, battere contro la porta, dicendo: -- Aprimi. Andrea, rapidamente chiuse nell’armadio le minuscole ampolle dei veleni che stava esaminando; poi non rispose, non aprì. -- Apri dunque! -- sollecitava lo scemo, girando la maniglia. Ma la porta era serrata nell’interno a chiave. -- Che vuoi? Sorda e cocciuta la voce ripeteva: -- Aprimi! Allora Andrea girò la chiave nella serratura e si ritrasse per lasciarlo entrare. Marcuccio, col manico del violino stretto nel pugno, la bocca torta da quel suo riso obliquo, s’avanzò fin nel mezzo della camera guardandosi attorno, poi disse: -- Novella piange. -- Come lo sai? -- Piange, -- ripetè l’altro con iracondia. -- Come lo sai, domando? -- L’ho veduta io, per la toppa. Sì, l’ho veduta. È nella sua camera, seduta in un angolo, e singhiozza. -- Ebbene? -- fece Andrea dopo una pausa. -- Volevo dire che piange, -- ripetè costui, ingrossando la voce. -- Allora tu guardi per le serrature? -- Sempre. -- Perchè? Accentuando il suo riso atono, egli fece con la mano un gesto vago: -- Per la serratura ho veduto la Berta in camicia, molte volte... La Berta si lega le calze con due nastri rossi, quassù... -- e segnava l’alto della coscia. Andrea lo fissò negli occhi, attentamente, con un senso di maraviglia e di pietà. -- Non puoi dormire, Marcuccio? -- Sono le notti lunghe della primavera... gli uomini che han qualche sogno nell’anima non possono dormire. -- Poi fece schioccare le labbra e soggiunse: -- Mi piacerebbe dormire con la Berta. Senza che lei se n’accorga io la vedo ogni sera per la toppa, quando si spoglia. È grassa. -- Allora, -- disse Andrea severamente, -- hai guardato per la toppa anche al padiglione di caccia, alla Boscaiola, una volta... Marcuccio si mise a ridere con sguaiatezza e contorse la bocca. -- No: sono salito sulla tavola di pietra ch’è da un lato, e, stando in piedi, ho potuto guardare in giù, verso l’interno della capanna. Sì, e c’era Novella... -- Non è vero! -- Sì, che c’era! -- incalzò lo scemo. E segnandolo a dito soggiunse: -- Con te. -- Bada, Marcuccio! guai se lo ripeti!... -- esclamò Andrea, afferrandogli ruvidamente le mani. -- Novella era quasi nuda, e tu... ahi! non mi far male!... tu la coprivi con le margherite che avevate raccolte... ahi!.. sul petto... ahi!.. la coprivi... -- Guai a te, se ripeti queste cose bugiarde! Hai visto male. Io non c’ero. Lei neppure non c’era. Intendi? E forte lo scuoteva per le braccia, mentr’egli, caparbio, insisteva nell’affermare. -- Intendi?... -- No, no... tu eri! lei era! Ed erano belle... com’erano belle quel giorno... le margherite... ahi! ahi! sorelluccia... le margherite!... Allora Andrea lo afferrò per le spalle, in guisa da fissarlo ben negli occhi e disse: -- Ascolta, Marcuccio. Tu, quel giorno, hai veduto un sogno; ed i sogni non si devon mai ripetere ad alcuno, perchè il parlarne porta disgrazia, m’intendi? E guai, guai a chi li racconta, i sogni!... Parlava imitando il suo linguaggio, per essere meglio inteso; lo scemo apriva la bocca attonitamente: -- Ah, sì?... -- Certo. E se tu narrerai queste cose bugiarde, io dirò a tutti che bisogna bruciare i tuoi libri, perchè sono falsi. Così non avrai alcuna gloria. Capisci, Marcuccio?... la gloria!... Egli tremava, tremava, e balbettò: -- Sì, la gloria... Ma se non dico nulla? -- Di che? -- Dei sogni... -- Allora, Marcuccio, tu avrai... -- Ma in quel mentre, udendo rumore, Andrea si volse: -- Chi è? La voce di Stefano rispose: -- Sono io: Stefano. Si può? -- Entrate, entrate. -- È la Canzone di Marcuccio che mi ha fatto scendere. -- Poi disse con un sorriso indulgente: -- Oh, conversate sempre di cose profonde, voialtri pensatori! -- E tu sempre ci disturbi, padre Stefano! -- affermò con sussiego lo scemo. -- Ti credevo già coricato, Marcuccio, quando invece udii la tua canzone. -- Coricato? ah! ah!... È una notte d’Aprile; vorrei camminare, camminare, in mezzo alla foresta e lungo il fiume, con il mio violino su la spalla, improvvisando canzoni. Ma ho paura dei cani!... E tutte le donne che non dormono, in queste notti di primavera, scenderebbero dal letto con i capelli sciolti, per camminare a piedi scalzi dietro di me... ma ho paura dei gufi. Vorrei camminare, camminare, per la foresta e lungo il fiume, suonando sul mio violino la canzone più bella che so, e trascinandomi dietro le donne seminude... Ma ho paura dei vampiri. Uh!... i vampiri dalle ali di feltro, che succhiano sangue, sangue... La sai, padre, la Canzone dei Vampiri? No?... Ascolta... E ritraendosi lentamente, con un passo d’automa, urtò l’uscio con la schiena e scomparve nel buio del corridoio, ricominciando a suonare sul violino singhiozzante la sua Canzone Disperata, che a poco a poco, per l’alte camere, in una lugubre risata si spense. . . . . . . . «Se corri, -- mi dice, -- «si arriva stasera o domani mattina... «Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...» . . . . . . . -- Povero me! -- proruppe Stefano con un gesto di sconforto. -- La sventura s’è abbattuta su la mia casa. -- Non disperate, Stefano. Voi credete in Dio, non è vero? -- Sì, fervidamente. -- Pregatelo, voi che potete pregare! Io credo in me stesso più fermamente che in Dio, e nella volontà umana più che nel miracolo. Quindi penso che per resistere alla sventura abbiamo un solo rimedio: il nostro proprio coraggio. Ma Stefano scosse il capo, e cominciò a guardarlo come se volesse dirgli qualcosa. Certo, per essere venuto a quell’ora nella camera di Andrea, uno scopo lo guidava e quei perplessi discorsi parevano la ricerca d’un esordio. -- A proposito di Giorgio, -- disse infine, -- cosa pensate voi? Che stia proprio molto male? Andrea, forse per nascondere il suo disagio, metteva in ordine una quantità di cose, andando dagli scaffali alla scrivania, frugando nei cassetti, rimovendo libri. -- L’eterna domanda! -- esclamò nervosamente. -- Se sapeste che poca cosa è la scienza d’un medico davanti ad un problema così complesso come la vita d’un uomo! -- Ma io vedo che muore! -- interruppe Stefano soffocando la voce. -- È un’opinione, la vostra; null’altro che un’opinione, -- rispose freddamente Andrea, stringendosi nelle spalle. -- No, non ingannatemi, Andrea! Benchè vecchio, sono ancora un uomo e voglio sapere la verità. Ditemi, ditemi la verità... Il suo caso è disperato? -- Non ancora, ma è grave. -- Sapete? Giorni sono mi ha detto quasi allegramente: Bisognerà che un momento o l’altro diamo un’occhiata ai nostri affari, papà Stefano, perchè è sempre meglio essere previdenti. -- Questo non mi riguarda! -- esclamò Andrea con asprezza. -- Se è di questo che dovete parlarmi, io non voglio saper nulla! -- Oh, Andrea!... non crederete, per l’amor del cielo, ch’io voglia fare un calcolo qualsiasi... no, vi giuro! Ma ho due figlie, un figlio ed una moglie vecchia; ora voi sapete bene che la casa, le campagne, tutto quanto, appartiene a Giorgio. -- Questo non mi riguarda, ripeto. Giorgio è un uomo onesto, penserà da sè stesso alla moglie. -- Ma Giorgio ha pure un fratellastro, un uomo dissoluto e rapace, che gli ha dato già troppe noie cercando in mille guise di estorcergli denaro. -- Insomma, Stefano, -- egli lo interruppe, -- se bene comprendo, voi desiderate che in un modo qualsiasi m’interponga presso Giorgio per fargli fare testamento, o per sapere se lo ha fatto e come lo ha fatto... Non è vero? Fece una pausa, guardando Stefano, che abbassò il capo senza rispondere. -- Ebbene, sentite: ho molto affetto, molta venerazione per voi, padre Stefano; capisco anche la ragione, del tutto giustificabile, che v’induce ad un tal passo. Ma di questo non parlatemi, vi prego. Fate quel che volete, ma io non ci voglio entrare. Anzi vi dirò una cosa, recisamente: vicino a Giorgio, nè preti nè notai, a meno che non li chieda egli stesso. E non parliamone più. -- Perchè tanto calore? Non vi ho mai veduto eccitarvi così. -- Bisogna lasciare un’anima libera, padre Stefano, sopra tutto vicino alla morte. Io non mi occuperò di queste cose, e credo che Novella sia dello stesso parere. -- Lo è, infatti... Ma questo, in un certo senso, è anche sorprendente! -- Niente affatto, padre Stefano. L’ora della morte è quella della riconoscenza o del rancore: bisogna che l’uomo si risolva da sè all’una od all’altra cosa. E Giorgio ha la mente lucidissima. Infine, ancora una volta, questo non mi riguarda! Solo una cosa vi dirò: Fin quando io viva, nè voi nè i vostri figli avrete mai nulla da temere. -- Oh, siete migliore di me, Andrea! -- esclamò con effusione il vecchio, -- ed ora mi vergogno... -- Di nulla! Voi pensate ai vostri figli; è più che umano. E lasciamo questi discorsi. Risponderò invece alla vostra domanda con sincerità: -- Il caso di Giorgio è grave; molto grave. La mia opera può darsi che non basti; è forse opportuno chiamare altri medici. L’ho detto a lui stesso, ma egli rifiuta. -- E chi può salvarlo, se voi non potete? -- esclamò Stefano alzando le braccia. -- Poi, che serve? Io vedo bene che muore, povero Giorgio... e 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000