piena d’una luce quasi fantastica, per il chiarore che vi tramandavano
le infinite stelle. Splendeva il suo letto, splendeva il grande armadio
vetrato, carico d’orciuoli, di fiale, di vasi, d’ampolle medicinali.
Ondeggiante, sfioccata, lontana, una striscia di nebbia navigava sopra
il mare delle foreste, ogni tanto mutando colore, come un naviglio
veliero, nell’incantesimo della notte. E quella striscia di nebbia era
una immagine dell’anima sua, sospesa fra i più grandi abissi, incerta e
pur navigante.
A stordirlo salivano dall’inebbriante giardino vampe di profumi e
d’aromi, come se la primavera dormente fosse un’ara infinita e vi
bruciassero incensi; ma, chiudendo appena gli occhi, vedeva un immenso
lenzuolo nero scendere su quel mondo stellato e gli pareva che fantasmi
orrendi si aggirassero nella tenebra disperata.
Egli pensava ancora una volta all’amore e al delitto: -- le eterne fiabe
degli uomini: il delitto, e l’amore.
Poi gli parve udire quel lievissimo fruscìo noto, dietro l’uscio, quel
respiro di lei che sentiva quand’era impercettibile, quel profumo di lei
che lo snervava quand’era pur lontana, e si volse.
La vide infatti, che socchiudeva la porta con precauzione, appena tanto
da potervi passare; la vide che tremava per un lieve scricchiolìo dei
cardini, tutta raccolta nelle spalle, quasi volesse annullare anche il
proprio respiro... e fu nella camera. Girò la chiave con cautela, perchè
la serratura non stridesse, poi gli scivolò accanto, lieve, con un
brivido, nel quadrato azzurro della finestra.
Egli non si mosse, non la baciò. La guardava. La guardava con una specie
di stupefazione, tanto il timore e l’amore facevanla bella. Ma
poich’erano vestiti entrambi di nero, ad entrambi sembrò che vi fosse
qualcosa di funereo in quella veglia che facevano davanti alle stelle.
-- Che hai? -- diss’ella.
Il respiro della sua bocca, poichè aveva il sapore medesimo della sua
carne, parvegli che fosse un bacio. Sotto quel bacio egli s’irrigidì,
chiuse gli occhi, volendone quasi godere una tentazione più prolungata.
Ella nervosamente gli posò le mani su le spalle:
-- Che hai? Perchè mi sfuggi?
Allora, d’improvviso, l’attrasse nelle sue braccia, se la strinse al
cuore con una specie d’amor convulso, affondando la bocca nel tepore del
suo collo, nel principio della sua nudità. Ella era piena d’istinti
lascivi, come nella più matura estate un favo è gonfio di miele. Tanto
pallore le scorreva nel viso, che di quel solo bacio pareva godesse un
estremo piacere.
-- Perchè mi sfuggi? -- domandò ancora, ma contro la sua bocca. -- Durante
il giorno, appena mi guardi; quando arrivi, quando parti, cerchi sempre
di non parlare con me.
Egli non rispose; ma sostenendo sul braccio il peso della sua nuca
rovesciata, le carezzava gli occhi dalle ciglia quasi d’oro, a lungo e
piano, come si fa talvolta per addormentare un bimbo.
-- Non mi ami più?... -- ella disse, mentre invece sentiva la passione
dell’amante invaderle ogni vena come una immateriale carezza.
-- Sì!... sì!... -- egli proruppe; -- ma sono un vilissimo uomo, Novella, e
fra noi ci sono troppe ombre.
Allora ella si strinse nelle braccia dell’amante come in forte rifugio.
-- E adesso, dorme? -- domandò Andrea.
-- Sì, dorme.
-- Ne sei certa?
-- Sì.
-- Ti ha parlato di... noi?
-- Non ancora, ma ogni momento pare che sia per farlo.
Tre stelle filanti, lontane, veloci, caddero insieme. La notte si
accendeva di chiarori fantastici, di vampe fatue, per ogni dove, come un
rogo. Egli, tenendola nelle sue braccia, le fissava la fronte
illuminata, quasi fissasse un punto magnetico, seguendo le bufere de’
suoi propri fantasmi. E vedeva su quella fronte le radici dei capelli
scintillare minutamente, quasi fossero cosparse d’una invisibile polvere
d’oro.
-- Novella, -- esclamò, -- che faremo?
Egli disse queste parole con un’esausta voce desolata, e le disse, lui
così forte, come un bimbo.
-- Non importa, -- ella fece, scuotendo il capo. -- Se tu mi ami, non
importa! Quello che vuoi... anche uccídimi!
Parlava come in un’ebbrezza, piena di lui, sotto il potere del suo fermo
sguardo. E rovesciando la gola turgida esclamò di nuovo: -- Poichè fra
poco saremo scoperti, e poichè il nostro bimbo non può, non deve
nascere... poichè non possiamo avere la nostra felicità... uccìdimi, se
vuoi, ma con le tue mani... con le tue sole mani, che amo... non mi
farai male.
Ora la sua passione la transfigurava in una bellezza più che umana, e
questa offerta di martirio pareva, su la sua bocca, semplice.
Egli s’irrigidì; un lampo sinistro gli splendette negli occhi: tutta la
volontà parve gli balzasse d’improvviso al sommo dell’anima,
inflessibile.
-- Era il mio amico e non lo è più, -- disse con una tetra lentezza; -- era
il mio fratello, e non lo è più. Ho creduto ad altre cose false nella
vita, e le rinnego; una sola cosa è vera, necessaria, inevitabile: te.
Fece una pausa dura e guardò nella notte che brillava; brillava come un
incendio di fosforo, su tutte le cime, vertiginosa. Poi affermò, piano
con le labbra, ma forte nel cuore: -- Sì, è possibile!
-- Che dici?
-- Nulla; non voler sapere. Questo solo posso dirti: non ti perderò. Se
ho potuto per questo amore giungere alla frode in cui viviamo entrambi,
se ho potuto annullare la mia coscienza fino a tradirlo nella sua casa,
vicino all’ora forse della sua morte... questo solo posso dirti,
Novella: non ti perderò.
Ella ebbe un sorriso estatico, che le rideva fin su le ciglia, che le
sperdeva gli occhi in una immensa felicità.
-- Così mi ami?
-- Così, e più forte. Non dimenticare queste due parole: «più forte».
Fiumane, fiumane, quasi d’un sole notturno, invadevano lo spazio,
ravvolgendo come di gloria il loro colpevole ma stupendo amore.
Sul tetto della casa, forse, o forse nei rami dell’antichissima quercia,
un usignuolo cominciò a cantare. Le ghiaie frammiste con frantumi di
vetro mandavano sprazzi, simili a quelli che davan i suoi denti nel riso
d’ogni bacio, fra i due fili rossi delle labbra. Ella fu sua con tanta
disperazione, con tanto delirio, che le sembrò veramente di sentirsi
dare la morte, fra vena e vena, per tutto il sangue, fino al cervello,
senza patirne, come aveva detto, alcun male.
Nello stesso tempo, e solo qualche passo più in là, diviso appena da
leggere pareti, un uomo afferrato già dalla morte vera, da quella bieca
e putrida che porta indosso un lenzuolo per coprirsi le costole nude,
sussultava in un sonno angoscioso, respirando a fatica il lezzo del suo
proprio respiro, con la fronte che si bagnava di uno stillar gelido,
l’anima che si rompeva in un tormento senza pace: carcame d’uomo
incominciato a marcire.
Ancora una volta era necessaria quella vicinanza, che non è fortuita ma
universale, della voluttà con la disperazione, del nascere con il
morire: inestricabile nodo che s’aggroviglia nell’ironia continua della
vita. Una casa d’uomini dormiva insensibile nella notte bianca, e da due
finestre vicine usciva unitamente a sperdersi nell’aria stellata un
respiro voluttuoso d’amanti che s’inebbriavano ed un fioco rantolo
d’addormentato, ch’era già quasi un rantolo d’agonia. Sopra questi aliti
vicini e dissimili, che sono tuttavia la parola di tanti silenzi
notturni, sul tetto della casa, forse, o forse nei rami
dell’antichissima quercia, un usignuolo, come per ischerno, s’era messo
a fischiare.
E forse in quel sopore affannoso, come traverso un velo di lontana
irrealità, il malato sognava...
Si rivedeva nella piena giovinezza, povero ma risoluto a far molto
cammino, senz’altra ricchezza nella vita che il suo forte ingegno ed un
amico più forte. Questi era medico ed egli ingegnere di ponti e miniere,
sbalzato dalla sorte in ricche terre inospitali, a tutte le temerità
risoluto pur di conquistarsi la vita. E si vedeva nei pozzi profondi,
ne’ corridoi angusti, malsani di miasmi e di gas asfissianti, con le
squadre di operai destinati alle galere sotterranee, armati di maschere
e di lanterne cieche, non più simiglianti ad uomini ma quasi a rettili
tenaci contro i forzieri della terra; si rammentava le tragedie, gli
eroismi laggiù, dove il sole non è mai giunto, e riudiva quel sordo
rombo della macchina calata nelle viscere della terra, per rovistarla e
ferirla come una sonda nell’utero materno, e rammentava le catastrofi
repentine, con gli urli delle vedove e dei figli intorno ai cadaveri
carbonizzati...
Poi le ore di vittoria, quando si era messo con i cercatori d’oro, con
gli impavidi pionieri che l’umanità spinge come vessilli a’ suoi limiti
sconosciuti, e quando, per aprire altri valichi alla potenza temeraria
dell’uomo, aveva trionfalmente forato il grembo calcareo delle montagne,
gettato ponti leggeri come ghirlande di ferro sopra fiumi turbolenti, e
condotta l’acqua ove le terre ardevano di siccità, e deviata la piena
delle valli di straripamento...
Non amori inutili, non sciocche ambizioni, ma la voglia di vincere, sola
e terribile nella sua bellezza, e quest’unico amico del cuore splendente
come l’acciaio, che a sua volta vinceva nei dominî liberi della scienza,
che scopriva bacilli nefasti, che inventava sieri prodigiosi: questo
rinnovatore che le Università si contendevano, questo violento
sollevatore d’uomini che lanciava traverso il mondo possa di volumi
clamorosi... Certo l’avevano contesa palmo a palmo, fraternamente, la
lor terra di conquista, e ciò che aveva spronato l’uno a superare sè
stesso era la vittoria del compagno; ciò che li aveva sorretti entrambi
nelle ore più tragiche, era soltanto la loro scambievole fraternità. Non
mai fra loro un’ombra d’invidia, che non fosse la più generosa
emulazione; mai secreto nè diffidenza fra loro, tanto eran certi e fermi
nel voler compiere insieme, fra qualsiasi evento, l’intero cammino della
vita.
Sì, forse il malato sognava...
Sognava di lei, quando la vide per la prima volta e la guardò per la
prima volta con un pensiero d’amore, così bella che gli parve una cosa
inaspettata, nuova nel mondo, benchè sembrasse allora un po’ malata, e
non d’altro forse che della sua faticosa verginità. Si ricordava d’aver
comprato per lei forse il primo, l’unico mazzo di fiori ch’egli mai
desse ad una donna, e ricordava la prima volta che ardì stringerle una
mano, con paura profondamente soave, per dirle infatti ch’era bella,
bella, bella, e che l’amava con un cuore ignoto, con un’anima nuova,
nata in quel momento...
Si ricordava quella voce di lei, così grave, così lenta, quando chinò la
faccia e gli rispose:
-- Sì, Giorgio, vi sposerei volentieri, se lo voleste...
Allora gli si aperse negli occhi un infinito paradiso, e queste parole
gli parvero piene d’un immenso amore, perch’egli fino a quel tempo non
era stato amato mai.
L’aveva poi svestita, una notte, religiosamente, quando ancora fra i
suoi capelli sciolti fluttuava l’odor nuziale della corona d’arancio; e
nel vederla sua, per sè, per sempre, si sentì naufragare in una gioia
troppo grande, che gli soverchiava l’anima, onde gli parve che ogni cosa
di quel momento si disperdesse fuori dalla vita, in un colore
d’impossibilità. Erano stati felici insieme -- o così gli parve -- qualche
anno, poi... Poi, già nello svestirla quella prima notte, si era sentito
ruggire dentro un male sordo, crescente...
E infine accadde che una volta fu sorpreso di attonita maraviglia
nell’ascoltare la voce di sua moglie che parlava con Andrea...
Era un sogno, poteva non essere che un sogno... e l’usignolo,
nell’azzurra notte, spietatamente cantava.
. . . . . . .
Ella s’avvinghiò al suo collo, seminuda, sobbalzando sul letto, e
mormorava con voce soffocata:
-- Ascolta...
Tesero l’orecchio, ambedue mortalmente paurosi, verso la parete, verso
l’uscio, verso la camera lontana.
-- No, t’inganni, -- egli disse. -- Non sento alcun rumore.
-- Sst... taci!
Ascoltava, protesa innanzi nello splendore del raggio lunare, che
vestiva d’innocenza la sua lussuriosa nudità; teneva un braccio intorno
al collo dell’amante, l’altro puntato su la sponda del letto, con le
dita aggrappate nella coltre come bellissimi artigli, tra l’ansia del
pericolo, atterrita ma pronta. Il respiro contenuto le gonfiava la gola,
palpitante ancora di voluttà; i capelli semisciolti le ingombravano il
collo bianchissimo; tra i pizzi della camicia un seno erto le sbocciava
come una splendida melagrana.
Ma non udiron altro che l’usignuolo infatuato lanciare i suoi fischi
melodici nell’odorosa notte, sopra una orchestra lieve che
l’accompagnava in sordina, con brividi appena di foglie nei respiri del
vento.
Racquetata, ella si compresse il cuore con una mano e s’allentò nelle
sue braccia.
-- Se mi chiamasse di nuovo, come la notte scorsa? -- mormorò.
-- Sì, hai ragione. Làsciami.
-- Ancora un momento... Guarda quante stelle!
Ubbriacato, egli le passava le dita fra i capelli, posava la bocca su la
sua pura fronte.
-- Dimmi... -- ella fece; -- una cosa orribile che finora non ti ho mai
domandata... Andrea, tu che sei medico...
Per osare una tale domanda ella nascose la faccia contro di lui,
affinchè non la vedesse. -- Tu che sei medico, dimmi: È grave?... è molto
grave il suo male?
Egli rispose bruscamente, con una scossa che lo percorse da capo a
piedi:
-- Non so! non so!
Ed ella, con un filo di voce appena percettibile:
-- Può guarire?...
-- Ah... taci!
Ma la strinse così forte a sè, che tuttavia non si sentì odiata. Allora
ella cominciò a parlare sommessamente, con una voce cauta, pressochè
insidiosa, mettendo lunghe pause fra parola e parola.
-- Vedi, questa notte, quando ti ho chiamato, ed eravamo curvi, tu da un
lato, io dall’altro del suo letto, soli, nel chiarore di quel lume così
funereo, io, come in un lampo, involontariamente, ho pensato: Se... se
domani...
-- Se non ci fosse più! -- egli disse con una voce tetra.
Ed ella non li vide, ma gli occhi di lui splendettero d’una luce quasi
micidiale.
-- Anch’io, -- diss’egli lentamente, con uno sguardo atono, -- anch’io ho
pensato questo. Era quasi un incubo, ed avevo la visione precisa del
cadavere, come se dalle sue membra immobili soffiasse già quel freddo
che mandano i morti.
Rabbrividita, ella si agitò nel letto e si ristrinse contro il tepore
dell’amante. Ma egli, senza un tremito, e quasi provando una gioia
malvagia nel torturare sè e lei con queste parole, ricominciò:
-- Era veramente un incubo, e chinandomi sopra il suo cuore fioco, io,
medico, io suo amico, sentivo solo dall’altro lato del letto il profumo
che veniva dalla tua persona bella e viva, l’odore di te che mi
sopraffaceva, quell’odore de’ tuoi capelli un po’ disfatti, che
portavano ancora il segno del guanciale... e l’orrore di sentirmi così
colpevole davanti a quella specie d’agonia, accresceva smisuratamente il
desiderio, il desiderio fisico, intendi? che avevo di te.
Ora fu ella, smarritamente, che supplicò:
-- Taci!...
Ma egli s’inebbriava della sua propria nefandità, si esaltava della sua
propria tortura.
-- Lo sai che ho dato finora tutte le mie forze umane alla difesa della
vita? Lo sai che sono un medico? un salvatore? Lo sai che ho fatto
rinascere centinaia di uomini, e tanto amore mettevo in quest’opera, che
per salvare la più inutile vita serenamente avrei data la mia?...
M’intendi? Ebbene, ora per la prima volta concepisco la possibilità
astratta di rinnegare la mia missione; e questa morte, questa ingorda
morte, che ho combattuto accerrimamente, con il cervello e con le
braccia, nelle corsìe degli ospedali, fra i crogiuoli de’ miei
laboratori, questa morte che fu la mia nemica dappertutto, che odiai
fino all’eroismo, la vedo per la prima volta come un’alleata, quasi come
una benefattrice... e mentre le mie mani avvezze lottano ancora contro
di lei, macchinalmente, su questo corpo che ci divide, il mio cuore, il
mio spirito, il mio nascosto essere che vuole te, la chiama, la chiama,
e le dice con un’oscura voglia di tradimento: -- Sì, che tu sii la più
forte... e ch’io non ti sappia vincere mai più!
Ella gli pose una mano su la bocca, una sua mano fredda, che aveva il
profumo della colpa, e quella buia fossa che andavano scavando al
morituro, ancora una volta colmarono di voluttà.
III
-- Un’imprudenza? Ebbene, sì, mi è piaciuto commettere un’imprudenza! --
disse Giorgio a Novella ed al Ferento. -- Se sapeste con quale delizia un
malato, come un bimbo, cerca di fare le cose proibite! Povero me!... non
poter muovere un passo, non poter respirare senz’essere ascoltati!...
Dio buono, diventa una vera persecuzione!
-- Sei oggi d’umore a veder tutto in nero, -- gli disse Andrea. -- Senza
volerlo noi finiamo con irritarti.
-- Fors’anche sono ingiusto, -- egli convenne con un sorriso amaro. -- Ma
dovete avere un poco di pazienza... ancora un poco! Vedi: mi reggo a
stento: il fianco mi duole per le punture che mi fai... È doloroso quel
tuo siero! Quante ne occorrono ancora?
-- Circa una decina, -- rispose Andrea, rapidamente.
-- Oh, se poteste lasciarmi un poco di pace! Voi non sapete cosa valga la
pace. No!... via questi scialli! -- disse a Novella, che intanto lo
ricopriva; -- basta, basta con tutte le cure inutili, con le inutili
medicine! Vedete: io non sono un timido; la morte, se ha da venire, non
mi spaventa affatto; ma quello che m’annoia è d’essere trattato già come
un moribondo.
-- Sei di cattivo umore, ti ripeto! -- esclamò Andrea con una voce
scherzosa. -- L’ho già detto a Novella ed agli altri: voi, con l’eccesso
delle vostre premure, non fate che esasperarlo; curatevi meno di lui.
-- Ecco: non datevi di me alcuna pena, e vi prego, vi prego, non
sacrificatevi per me! Con questo bel sole, immagino che avrete certo
voglia di fare una lunga passeggiata. Stefano e Maria Dora son scesi
alla fattoria: se li andaste a raggiungere? Tu, Novella, hai bisogno di
aria: impallidisci ogni giorno più. Quanto a me, sto benissimo solo. E
se poi mi venisse la voglia di conversare, c’è di là Marcuccio che
lavora: l’andrò a disturbare. Con Marcuccio vado sempre d’accordo,
perchè in tutta la casa è il solo che se ne infischi della mia salute!
-- Io ti ubbidisco, -- rispose Andrea. -- Non vado alla fattoria, ma scendo
in paese.
-- Benissimo. E tu, Novella?
-- Io rimango, -- ella rispose, levando il capo da un libro che sfogliava.
-- Se qui t’annoio, salirò nella mia stanza; oggi non ho voglia di
camminare.
-- Ti farà male, Novella. Sono tre giorni che non esci di casa, -- disse
il malato, mutando singolarmente lo sguardo e la voce nel parlare a lei.
-- Tuttavia permettimi di rimanere, -- pregò Novella con un sorriso.
-- Come vuoi.
Udirono il passo di Andrea lontanarsi per il giardino, e rimasero soli
nella sala terrena, egli seduto presso la finestra, ella presso il
cembalo, con una lunga striscia di sole, piena di pulviscolo, tra loro.
-- Cosa leggi? -- egli domandò.
-- Nulla: guardo un tuo libro. È «-Il Riso Rosso-» di Andrejeff. L’hai
letto?
-- Non ancora.
Entrambi fissarono gli occhi su quella striscia polverosa di sole, dove
s’agitava un microcosmo infuriato, una specie di convulsione continua
che non faceva rumore, come le tempeste dell’anima. Avevan quasi paura
entrambi di guardarsi nel viso; il silenzio li avvolgeva come uno
strepito assordante.
-- Vuoi suonarmi qualcosa, oppure sei stanca? -- egli domandò.
-- Volentieri.
Si alzò, sedette macchinalmente su lo sgabello del pianoforte, con una
compostezza d’automa, evitando quasi di far rumore, o forse timorosa di
sbagliare in checchessia. Aperse il cembalo, scoverse la tastiera, e
leggermente, con le dita veloci, cominciò a suonare una fuga di Bach.
Un bel rubino, rosso come una goccia di sangue, le macchiava la mano
pallida.
Ora, non veduto da lei, dietro quel velo di sole, Giorgio abbandonò il
capo su la spalliera della poltrona e rimase immoto a contemplarla. La
cassa d’ebano, ferita in un fianco da quella polvere accesa, mandava dal
legno curvo un gran mazzo di scintille. L’opposta parete rifletteva
mutevolmente l’ombra della suonatrice. Le sue spalle trasalivano,
accompagnando la nervosa celerità delle dita; il suo busto si curvava un
poco in avanti con un oscillamento leggero, e messo in evidenza da
quella positura su l’alto scanno appariva di una mirabile plasticità; la
curva del seno, calma e forte, si delineava di scorcio, sotto le braccia
irrequiete. Traverso quel raggio la sua capigliatura prendeva
tutt’intorno la chiarità stessa del sole, mentre nel mezzo era fosca e
folta, con riflessi color del mogano, come un caldo velluto. E nella
faccia dell’infermo, non sorvegliata più dalla vigilanza interiore,
s’incavava una squallida miseria, quasi un furore taciturno, una
visibile distruzione. I suoi occhi erano spenti, la bocca s’appesantiva;
ne’ suoi radi capelli, traendone un luccicore quasi umido, penetrava il
sole.
Sì, l’amava, l’amava! e morendo l’amava... il che è più disperato che
tutto, più irremediabile che tutto!...
Due volte, dietro l’uscio, una vocina di bimba fece:
-- Si può?
Ella s’interruppe, e sùbito rispose:
-- Avanti.
Era Natalissa, la bambina del giardiniere, con un grande fascio di rose
tra le braccia. Teneva i lunghi steli ravvolti nel grembiulino per non
pungersi le dita; il visetto gaio le sbocciava sopra quei fiori con un
sorriso di donnicciuola grande.
-- Il papà mi manda con i fiori da mettere nei vasi. Dice che se li deve
accomodare lui, verrà più tardi, perchè adesso è occupato nell’ortaglia
e sùbito non può salire.
Parlava con un cinguettìo di passera, tenendo in braccio quel gran mazzo
di rose, che per la lunghezza degli steli parevano maggiori di lei.
-- No, piccina, -- ella rispose, lieta che alcuno fosse venuto a
interrompere la loro solitudine. -- Dalle a me; le accomoderò io.
-- Eccole, signora. Guardi che belle rose!
E alzando le braccia quanto poteva, diede a Novella il mazzo fragrante.
-- Il papà mi ha detto che queste rose gialle sono le prime delle
margotte, e di farle vedere al signor Stefano. Non c’è il signor
Stefano?
-- No, è fuori; ma presto ritorna.
-- Allora glielo dica, sa...
-- Certo, piccina. Hai detto queste gialle, non è vero?
-- Sì, le gialle, signora; che si chiamano «Maréchal Niel».
-- Guarda un po’ come se n’intende la piccola Natalissa!
-- Eh, già!... -- ella fece con un modesto orgoglio.
Stava tutto il giorno appresso al padre, ond’era divenuta pratica di
giardinaggio. Novella prese qualche confetto in una scatola di
porcellana e li offerse alla bimba.
-- Grazie, signora, non s’incomodi.
E attorcigliava con vergogna le mani dentro il grembiulino; poi accettò
i confetti e se li mise in tasca.
-- E lei sta meglio, signor Giorgio?
-- Sì, piccina, sto abbastanza bene.
-- Bravo, signor Giorgio! Se viene in giardino, mi chiami, che io le
mostrerò tutte le pianticelle nuove. A rivederla e grazie.
Se ne andò seria seria, con quelle sue maniere di piccola massaia.
-- Com’è graziosa e brava quella bambinetta, -- disse Novella, che si
affacendava nello sciogliere il grande mazzo di rose. Egli frappose un
lungo silenzio, guardò la moglie, poi disse:
-- Alle volte penso che anche tu, Novella, forse hai desiderato di averne
una.
Ella odorò le rose fragranti, accarezzandole, dividendole ad una ad una,
con attenzione soverchia, per disporle nei vasi.
-- Di avere una bimba?... -- fece. -- Sì, vagamente, qualche volta... come
forse tutte le donne lo hanno desiderato.
-- E invece io t’ho impedito anche questa gioia legittima, che poteva
darti un altr’uomo qualsiasi, perchè la nostra casa è rimasta senza
figli.
Ella trasalì nell’intimo, e temendo che una vampa le salisse al viso,
per nascondersi, affondò la bocca in una gonfia rosa, cárica di pólline
giallo.
-- Di questo non ti ho mai mostrato alcun rammarico, -- rispose.
-- Infatti; ma il silenzio è talvolta assai peggiore di un rimprovero. Mi
ammalai poco tempo dopo averti sposata, e fu bene che tu non avessi un
figlio mio. Da me, Novella, non ti vennero che tristezze; talora penso
che veramente mi devi odiare.
-- Ma Giorgio! -- ella esclamò nervosamente, -- odio solo questi discorsi
che mi fai! Non ho alcun bisogno d’avere bimbi e mi tormenti per nulla.
-- Non sai forse che i malati sono crudeli? Soffrono ed amano far
soffrire. Ma in me, vedi, è la coscienza che talora mi rimorde. Penso
che ho legato senza volerlo una gioventù bella e forte come la tua alla
decrepitezza d’un infermo, e penso a quello che deve necessariamente
agitarsi nel tuo cuore... a tutti i desiderii che vi reprimi, perchè io
non li veda.
Egli parlava con un tono ambiguo, che voleva sembrar pieno di dolcezza,
mentre suonava come una indulgente ironia.
-- Non ti nascondo nulla, Giorgio, -- ella rispose, molestata. -- Sono più
semplice che tu non creda.
-- Semplice, hai detto? Così mi pareva una volta, ma ora non più. Ora,
studiandoti meglio, con quella divinazione dei malati che hanno tanto
tempo per riflettere, ho scoperto in te un viluppo di cose
inestricabili, di passioni oscure... Ed anzi non sei semplice affatto,
ma un nodo mi sembri, serrato e forte.
Ella rise, accarezzando con frivolità le rose gialle disposte in un bel
vaso.
-- Perchè? ma perchè tante ubbìe?... Lasciamo stare, Giorgio! Senti
piuttosto queste rose delle margotte, che odore inebbriante!...
stordiscono... senti!...
Gli si avvicinò, portandogli le rose da odorare. Ma Giorgio bruscamente
le afferrò una mano:
-- Vorresti non lasciarmi parlare, è vero?
-- Io? perchè?... -- rispose la moglie, turbata.
-- Vorresti che fra noi, sino all’ultimo, perdurasse l’equivoco dietro il
quale ti nascondi? Sì?
-- Ma Giorgio...
-- Però io, poichè sono crudele... -- via, non t’imbiancare così!... --
poichè ho taciuto così a lungo... troppo a lungo!... vorrei parlare una
volta con te. Ma, vedi, quel vaso non è sicuro nelle tue mani... Perchè
tremi? Pósalo giù, siéditi e dimmi...
-- Ah, ma non è vero!
-- Sì, che tremi: lo vedo. Siéditi qui vicino e ascóltami.
-- Che vuoi? che vuoi, Giorgio? Non ti affannare così; dopo starai
male... -- balbettava ella smarritamente, guardandosi attorno, quasi
cercasse nelle cose circostanti una via di salvazione.
-- Anzi, -- egli rispose, -- parlarti mi fa bene, un bene infinito,
Novella, se tu puoi essere sincera con me. E lo dovresti essere, perchè
nessuno... intendi? nessuno potrà mai amarti con l’amore mio, l’amore
senza confini d’un uomo che se ne va...
-- Non dire così!... non devi dire così!
-- Ma cosa temi? ch’io t’accusi forse? o ti minacci? o sia così pazzo da
domandarti altra cosa che un poco di buona e di vera sincerità?
Ascóltami, Novella. Se un giorno avrai nella tua vita lontana, -- e Dio
te lo risparmi! -- uno di quei dolori così grandi che non si sa come
un’anima li possa contenere, soltanto allora comprenderai perchè voleva
oggi parlarti quel Giorgio che sarà uno scomparso, un punto nero nella
tua memoria, un’ombra... Làsciami dire; làsciami dire!... Anzi tutto
sappi una cosa: non ho rancore contro di te, non il più lieve rancore,
Novella, perchè ti comprendo, anzi ti difendo io stesso.
-- Ma da cosa?...
Egli scosse il capo, e seguitò:
-- L’amore non è tale se non quando giunge ad essere un’infinita bontà.
Il resto è unicamente una rabida passione, la quale non può nè perdonare
nè beneficare. Più tardi ricorderai quello che ora ti dico, e più tardi,
poichè l’anima dell’uomo ha bisogno di generare fantasmi, più tardi,
quand’io non ci fossi più, potrebbe darsi che anche nell’anima tua
nascesse quella paura insoffocabile che si chiama «il rimorso». Ora io
ti parlo appunto, perchè non voglio che tu lo conosca mai. Ho invece un
altro sogno: quello d’aiutarti ad essere felice, se lo posso ancora, e
dirti che non mi devi temere affatto, nè ora nè dopo, e lasciarti la
sicurezza che tu non mi hai fatto alcun male, anzi sei stata nel mondo
la mia sola felicità...
Ella smarrita lo guardava, senza bene intendere le sue parole, ma
sopraffatta dal suono tormentoso di quella voce, attonita, nel vedere
quel viso trasfigurarsi e risplendere per un’altezza di sentimento più
che umana.
-- Quando, -- egli riprese, -- quando il tuo cuore ti dirà con un morso:
«Lo hai fatto soffrire...» -- tu rispondi serenamente: «No; sono stata
invece il suo pensiero più dolce, il sorriso ch’egli vide fino
all’ultimo nel colore della vita». -- Quando il tuo cuore ti dirà: «Egli
purtroppo conosceva il tuo amore, l’altro amore, il solo che avesti...»
-- e tu rispondi serenamente: «Che importa? Egli non mi amava perchè
l’amassi... Poi sapeva che nessuno può comandarsi di non amare». -- E se
il cuore infine ti dicesse: «Ma è stato geloso... orribilmente geloso di
te...» -- allora non rispondere nulla, perchè gelosa può essere soltanto
la carne... quella si distrugge, finisce, e per lei non vale che si
pianga.
Egli fece una pausa e la guardò fissamente, con una tetra luce negli
occhi:
-- Saprai non ripetere nulla delle parole che ti dico?
E parve che la maschera umana, la febbre umana del suo dolore gli
ricadesse d’un tratto sul viso.
Poich’ella taceva, egli disse parlando a sè medesimo:
-- Forse no; ma non importa.
Allora ella ebbe uno schianto, e dalla seggiola dov’era scivolò a
ginocchi, nascondendosi fra le mani la faccia impaurita, poichè sentiva,
così genuflessa, d’esser meglio rifugiata sotto l’ala della sua grande
anima.
Insieme, tuttavia, poich’era invincibilmente donna, o forse per quel
pensiero carnale ch’egli aveva mesciuto nella sua misericordia, le
risaliva struggente nelle vene la memoria della notte trascorsa, e quasi
per acuire il suo rimorso fisico riviveva in una specie di prostrazione
l’ebbrezza di quei loro baci avidi e soffocati, sicchè non sapeva
dividere dal terrore della sua colpa l’immagine stessa del peccato, e
dall’immensa paura di quel momento in lei nasceva una più grande
voluttà.
Allora, così armata della propria gioia, così piena di quell’assente che
la teneva in potere, quasi per una ribellione de’ suoi nervi crudeli,
sentì, nel luogo della pietà, insorgere un sordo rancore contro colui
che si faceva troppo umile per atterrirla, e sentì ruggire in sè, tra
vena e vena, tra fibra e fibra, una specie di avversione incoercibile,
quasi un odio, contro quel nemico disarmato, il quale, non altro
potendo, cercava d’incatenarla con la propria bontà.
Ed allora, senza più mercede, si levò di ginocchi diritta, con una
rapida mossa piena d’orgoglio, e crudamente lo fissò. In quell’atto
apparve da lui così lontana, ch’egli ebbe immediata la percezione di
quella inesorabile distanza.
-- Cosa vuoi dirmi? Cosa vuoi sapere da me? -- diss’ella, rattenendo a
stento l’impeto della voce. -- Di cosa dunque mi rimproveri?
-- Di nulla, -- egli ripetè, chiudendo gli occhi per nascondere la
sofferenza che vi saliva. -- Di nulla, come ti ho detto.
Ma ella pareva non l’ascoltasse, nè averlo ascoltato fino allora, e
sentisse invece imperioso il bisogno d’una discolpa.
-- Da che sei malato, qual’è la mia vita? Ho pensato forse a me stessa?
ho trascurato forse il più piccolo de’ miei doveri? ho passato un
giorno, un solo giorno fuori di casa?
Egli voleva interromperla, ma ella parlava concitata, con rapidità.
-- Non mi sono forse negletta come una donna vecchia? Ho riso forse? Hai
veduta una sola volta la mia bocca ridere, dacchè tu soffri? Dillo, se
mento.
-- Non questo, -- egli fece sconsolatamente.
-- Ti ho mai mostrato, per caso, un rancore anche ingiusto, un rammarico
pur lieve, che un’altra donna forse non avrebbe saputo nascondere in una
vita così dolorosa?
-- Non questo, non questo!
-- E che allora? -- ella esclamò con veemenza. -- E le mie lacrime, le sai
tu? Lo sai quello che ho soffocato nel cuore perchè tu fossi meno
triste?... Se tu soffri, non soffro anch’io? Se tu perdoni, sii giusto,
non perdono forse anch’io?
-- Ma perchè ti difendi? -- egli gridò con tutto lo sforzo della sua voce
fioca. -- Perchè ti difendi?!
-- Non mi difendo, -- ella rispose duramente. -- Mi ribello! Insorgo tutta
contro l’accusa che mi fai continuamente, anche tacendo, anche solo
guardandomi, e che mascheri male dietro la finzione d’una bontà che non
senti. Allora, poichè hai voluto rompere quel silenzio che ci proteggeva
entrambi, allora preferisco un’accusa diritta e precisa... Dimmi: di
cosa m’incolpi? Sono qui per risponderti, e non mentirò.
-- Oh, questo è impossibile!... -- egli disse, mettendo nella lentezza
della voce un sottilissimo scherno.
Ella si sentì pungere come da una staffilata in pieno viso, ed ebbe
voglia di gridargli su la faccia l’intera sua colpa, la splendida
verità, per mostrargli che infatti non mentiva.
Ma il suo senso femminile di prudenza e di pazienza fu ancora più forte.
-- Prova, -- disse, -- e vedrai!
Arretrátasi di qualche passo, entrò nella striscia di sole, che le si
avvolse intorno alla gonna e parve stringere le sue ginocchia in
un’armatura splendente.
Egli la guardò fiso, per qualche attimo, con odio e con stupore, poi
esclamò:
-- Come gli rassomigli!
-- A chi? -- ella chiese, più rigida, sentendosi correre dalla nuca ai
talloni un lungo brivido di paura e di fierezza.
-- Oh... a chi!... È vano che lo nómini, -- egli rispose con sarcasmo. --
Tuttavia, se proprio ci tieni, lo dirò: -- Al mio fratello Andrea... al
mio medico!
-- E poi? -- ella fece, senza batter ciglio.
-- Nulla... dicevo questo perchè i tuoi occhi mi guardano come i suoi, e
la sua bocca mi parla come la tua. Una volta ti movevi lenta, calma, con
una specie di pigrizia; ora, nelle tue mosse, talvolta sorprendo un poco
della sua rapidità.
Egli tacque un momento, poi soggiunse:
-- Hai ragione d’amarlo, è un uomo che merita di essere amato.
Ma ella taceva, ravviluppata nel suo silenzio come in un freddo e
crudelissimo rancore. Giorgio riprese:
-- È l’uomo più virile ed è l’anima più vasta che incontrai su la terra.
Bada che non símulo; egli forse mi odia, io no.
-- Non ti odia, -- ella disse con fermezza. -- Andrea non ti odia.
-- Lo sai tu?
-- Sì, certamente. Ma voglio anche dirti una cosa, una cosa che tu
dimentichi, Giorgio... Quando una donna riesce, con affetto, con
serenità, vorrei dire, con passione a compiere il suo dovere nella vita,
nessuno avrebbe il diritto di frugare come tu fai dentro l’anima sua,
per rubarle un secreto ch’ella cerca di seppellire nella sua intimità
più profonda, e non certo per risparmiare sè... L’anima, credo, è un
possesso che si può negare inesorabilmente alle violenze altrui.
-- Sì, l’anima, ed anche il corpo, Novella.
-- Oh, il corpo no! -- ella disse con audacia. ben sapendo che l’uomo,
comunque creda di amare, qualsiasi nome purissimo voglia dare all’amor
suo, non è mai altro nel fondo che un accanito e geloso pretensore, il
quale perdonerà tutte le dedizioni, tranne quella, o bestiale o divina,
che avviluppa due corpi amorosi. Ella intuì che il malato, frammezzo a
tante parole, voleva sopra tutto conoscere una cosa: fino a qual punto
ella non fosse più sua.
-- Il corpo no, -- disse un’altra volta, armandosi di quella
inflessibilità che faceva splendere la sua bellezza come un freddo
metallo.
-- Perchè cerchi d’ingannarmi?... Una pietà inutile!
-- No, Giorgio; la mia carne si è dimenticata e si è spenta nella lunga
solitudine. Se qualcosa di lui mi turba, non così mi turba. Se può
chiamarsi amore quel senso timoroso che ho di lui, non è l’amore d’una
donna; ma invece un’ammirazione senza desiderio, e tuttavia così
femminile, che forse un uomo non potrebbe giungere ad intenderla mai.
Ella mentiva con una facilità sorprendente, convincendosi di far opera
buona, e dicendolo a sè stessa per darsi cuore; ma in fondo per
difendere sè dalla sua colpa, sè e lui che s’amavano, dalla potenza del
padrone. Mentiva, pur sentendo nel suo grembo agitarsi una vita oscura,
la quale sotto gli occhi dell’infermo non poteva nascere, nè poteva, in
quella casa vigilata, secretamente morire.
-- Tuttavia, Giorgio, -- diss’ella, pronunziando le parole con una
dolcezza proditoria, -- se tu sospetti vi sia fra noi qualcos’altro che
una dimestichezza necessaria, perchè nata appunto nel curarti insieme,
allontánalo dunque da questa casa, chiama un altro medico... vuoi?
Ella tremava dentro di sè per la paura ch’egli accettasse quell’offerta,
e ne tremava così forte, che non ebbe alcun rossore della sua duplicità.
-- Ma tu diméntichi, -- disse pensierosamente il malato, -- che siamo stati
veri fratelli durante l’intera vita. Forse a lui debbo quello che fui, e
nulla basterà per distruggere la mia riconoscenza. Vorrei solo poter
credere che tu non menti.
Ella intravvide la speranza di riuscire ad illuderlo ancora.
-- Come potrei farti credere, Giorgio, se la tua diffidenza è così
grande? Sì, è vero: io sento il potere della sua forza; sono un po’
schiava di quel dominio ch’egli esercita su tutti. Ma la mia vita,
Giorgio, è ben altra; ed è così lontana dalla sua, come potrebbe esserlo
da quella immaginaria d’un uomo conosciuto in un libro. La mia vita vera
è di camminare in silenzio vicino al tuo letto, di portarti uno scialle
perchè tu non abbia freddo, e di sentirmi lieta come non mai se un
giorno ti desti più riposato, e mi guardi sorridendo, con un poco di
riconoscenza nel viso...
Egli l’interruppe, tendendo una mano per incontrare la sua:
-- Oh, se sapessi quanta ne ho! E che rimorso anche! Senza di te, mi
sarei già liberato di questa mia vita inutile... Se rimango, è solo per
vederti un giorno di più; e so bene d’altronde che il tuo sacrificio non
sarà lungo.
-- Giorgio, Giorgio, per carità!...
-- Ne sono certo. Però, vedi come lo dico tranquillamente. Ciò che si
chiama la morte è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore.
Fa, dentro le vene, un rumore sordo e confuso, che somiglia un poco al
rombo d’una cavalcata lontana. Si avverte un freddo impercettibile, che
agghiada tutti i sensi, ed allora l’anima fa come il sole nel tramonto:
lancia, con una specie di delirio, i suoi raggi più luminosi verso ciò
che possedeva nel mondo...
Parlava con una voce quasi meccanica, in cui certi suoni, certe sillabe,
spiccavano stranamente, come fossero schianti di riso secchi e malvagi
in un racconto monotono. Ella pure gli prestava un’attenzione puramente
meccanica, e soltanto l’eco di quelle frasi le batteva sui timpani,
facendole male.
-- Perchè mi tormenti? perchè mi tormenti? -- voleva dirgli quasi con
rabbia, sopraffatta da un malessere fisico, che le rendeva
insopportabile anche la voce, anche la presenza di lui. E lo guardava
trasognata, vedendo insieme l’obliqua lama di sole fendere la stanza,
piena di pulviscolo, di vita e di tempeste, come il suo cervello
sovreccitato. Lo guardava senza pietà, e per la prima volta con un
desiderio singolare di vendetta. Le pareva che dicendole: «Io so», --
dicendole: «Io ti perdono» egli avesse rotto quel prestigio che gli
conferiva il dolore taciturno, ed apparisse ora nudamente, come il solo
divieto al suo bene, come l’ombra inseparabile dal suo nascosto sole.
Anzi, quanto più le parlava egli di morte, tanto più si sentiva ella
trascinata nell’orbita necessaria di un tale pensiero, e quell’immagine
di funerali ch’ell’aveva respinta con tutte le forze dell’anima, d’un
tratto egli stesso la faceva balenare davanti a’ suoi occhi, non più
come una remota ombra, ma come una imminente possibilità.
-- Sì, è una cosa viva ed enorme, che avvicinandosi fa rumore, -- egli
ripetè lentamente, come per imprimere queste parole nella sua profonda
memoria. -- Ed è allora che assale, non un rammarico solo della partenza,
ma il rimpianto irremediabile di tutto quello che la vita poteva essere
per noi. Ed allora nasce verso gli uomini, anche verso quelli, sopra
tutto verso quelli che ci hanno fatto male, un’affettuosità grande e
stanca, una voglia quasi di render loro tutto il bene possibile, tutto
l’amore possibile, perchè un solco di buona memoria continui dopo di
noi. Non si pensa che anch’essi a lor volta finiranno, e la vita che
prosegue ha qualcosa di stupefacente, come se fosse una forza radiosa e
mostruosa che urla e splende mentre soffoca noi...
E tacque, attendendo forse una risposta, una sillaba qualsiasi, un
cenno. Ma quelle sue labbra sigillate non si mossero, nè le sue ciglia
batterono.
-- Mi ascolti? -- egli domandò allora.
Comprimendosi una mano sul petto, ella trasse un lungo respiro:
-- Non ti ascolto, no! non ti ascolto...
Egli bruscamente sorse in piedi e s’avvicinò a lei. Teneva la fronte
bassa, era mutato, pareva dibattersi fra un pauroso dubbio ed una grande
speranza.
-- Non ti ho mai domandata una cosa, -- disse.
Ella trasalì, ed i suoi splendenti occhi nascosero fra le ciglia uno
sguardo pieno di sospetto.
-- Quale cosa? -- domandò.
Ma egli esitava, come se avesse una profonda vergogna della domanda che
stavale per fare; poi disse:
-- Bada: non è una sciocca domanda che ti faccio. Vorrei sapere se,
infuori da tutto quello che si chiama una religione od una fede
nell’inconoscibile del mondo, senti con certezza di appartenere a
qualcosa che non finisce, a un Dio insomma... o se invece ti senti sola.
Egli fece una pausa, e la guardò come per indovinare la sua risposta. Ma
ella, senza forse aver preso il tempo di lasciar parlare la propria
coscienza, rispose con una voce opaca:
-- Sì, credo in Dio.
E così dicendo pensava a quello ch’egli le avrebbe domandato poi.
-- Bada, -- egli l’ammonì, -- non rispondere con le labbra soltanto.
-- No, no...
Egli le aveva presa una mano e la teneva serrata, quasi per comunicare
con le vene del suo polso, con i battiti del suo cuore.
-- O Andrea ti ha pure insegnato il suo gelido ateismo? -- egli mormorò,
curvandosi.
Ma ella scosse il capo, il braccio, con ira.
-- Basta! -- gli comandò; -- basta!
-- Allora, se un poco di fede non ti manca, -- egli disse, tutto acceso
dalla febbre della sua religiosità, -- se veramente hai nell’anima Dio,
non mi potrai mentire... bada!
-- Che vuoi?...
-- Sapere! sapere! -- gridò il malato con forza convulsa. -- Io, che
finisco la strada, io, che non ti ho mai fatto alcun male, io ti
domando: «Sei stata sua? In verità, in verità, sei stata sua?»
Ella scosse il capo con rabbia, come per prepararsi allo sforzo di
rispondere: No! -- poi si fece bianca d’un pallore quasi livido, e,
scandendo le sillabe, disse con una voce che pur lenta sibilava:
-- Non sono stata sua; non lo sarò mai!
Ma sentendo irrompere dall’anima in ribellione, più forte che il suo
medesimo cuore il bisogno di gridare la verità, si tese tutta
interiormente in una acerrima ira, e per costringersi alla menzogna
disse ancora più volte: -- Mai! Mai!
Esausto, egli si lasciò ricadere nella poltrona, premendosi le due mani
sul petto, e la guardò perdutamente, con un senso d’inanità, di
vergogna, stremato come un fanciullo che avesse voluto scagliarsi contro
una porta di bronzo. E nelle sue membra malate sentì quasi una paura
fisica di quella forte creatura, che aveva diritto a vivere, a ridere, a
godere, a mentire, a far tutto ciò che fanno i vivi, mentr’egli non era
più che un morto ancora barcollante, un travolto su cui la vita degli
altri passava come un torrente infrenabile...
Perchè la voleva contendere ad un altro amore, se questo amore nasceva
in lei, necessario e spontaneo come il suo profumato respiro? Perchè
voleva dilungare la sua squallida ombra nel loro invisibile sole?
A queste riflessioni, un riso amaro di sarcasmo gli echeggiò dentro
l’anima, senza salirgli fino alle labbra, mentre i suoi occhi smorti
fissavano con una specie d’incantamento la bella creatura femminile,
avviluppata in quel manto di sole che la ingloriava, che pareva
splendere da lei, essere il colore della sua bellezza, il raggio della
sua tutta ingemmata carne.
Gli sembrò che un rumore lontano, come di sonagliere su la strada, come
di campanelli infuriati nell’alte camere della casa, gli stormisse
dentro l’orecchie ronzanti, gli scrosciasse nel cervello vuoto, fra vena
e vena, doloroso, incessante. Quel sole!... che macchia faceva quel
sole! che barbaglio insostenibile, che incendio giallo su tutte le cose
circostanti!...
Ella era là, così vicina e pure inaccessibile, avvampata di quella
fiamma come un gioiello d’oro. E quel rumore continuo, come di
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