Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di
rispondergli, cominciò nervosamente a ridere.
-- M’hai bene inteso?... Perchè ridi?
Ma senz’attendere la risposta, egli, d’un balzo, fu in piedi, si curvò
su l’amante, le disse:
-- Guarda: con queste mani ho ucciso!
Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a
poco a poco enormi, vuoti, fermi.
-- Chi?... -- fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio.
-- Giorgio!
Ella, ch’erasi un po’ sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei
guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute
brancolarono, quasi per respingere un’ombra; poi, atterrita, si strinse
i pugni contro la fronte.
-- Allora... -- mormorò senza fiato, -- allora è proprio vero...
-- Sì, è vero, -- egli rispose, ben forte.
Ecco: aveva l’impressione d’essersi sparato nel cervello e d’aspettare
che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma
subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo
spirito. La vita cominciava un’altra volta, dopo un’attimo
d’interruzione.
Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo
coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello
stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che
inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d’un frutto acerbo.
Poi, guardando l’amante, s’accorse che sotto le sue braccia sollevate un
seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo
guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un
bimbo.
Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole
irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma,
una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio.
Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente.
-- Guárdami!
Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai
stata, con tutta l’anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi
paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse.
La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede.
-- Andrea...
Ma, nel parlare, la mascella le tremava d’un irresistibile tremito; una
sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si
ricoverse.
-- Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più
forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: -- «più forte» -- mi
sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu
forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno
scialle!...
Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta
sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello
stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po’ le
dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi
provasse una singolare gioia nell’accorgersi che gli era tuttavia lecito
carezzarla come un amante.
Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i
piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata.
Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile,
ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di
nuovo che la vita cominciasse in quell’ora, ma fosse di una lentezza
esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la
lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d’oro batteva i minuti
secondi; nell’indugio del suo tempo interiore quella velocità lo
irritava.
Si accorse d’un disegno di luce che la lampada formava su la
tappezzeria; si accorse d’un moscerino che ballonzolava intorno al
paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo.
Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d’una certa
satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga
nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide
l’aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per
le corsìe dell’ospedale, con un’aria da sergente nel corpo di guardia;
poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra
Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d’estate, quando i medici di turno
se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino...
poi d’un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito,
molti anni addietro, nel corso d’una lunga navigazione.
A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena;
traversava sui transatlantici per vedere un po’ di mondo. Il morto, egli
se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse
quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope,
senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per
qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e
la dissenterìa; si ricordava ch’era morto bestemmiando, in un accesso di
furore che gli fermò l’aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto
in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo
avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il
parapetto lucido...
Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi
rivedevano.
-- Andrea...
Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava sperdere in una
ridda continua d’allucinazioni, che a poco a poco assumevano l’evidenza
della realtà.
Ora gli pareva d’esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per
mare, con il vento a prua. D’improvviso irrompeva nell’ombra un’aurora
violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche;
sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante...
Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade
ambigue, con porte sbarrate. Egli l’attraversava correndo, per giungere
alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più
correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le
porte asserragliate si consumava l’orgia fino al sangue; la città era
piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava.
D’un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l’elettricità
scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade
senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta,
plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo:
«Ammazza! Ammazza!»
-- Andrea...
Si ricordò che l’aveva già chiamato un’altra volta, forse pochi secondi
prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il
cervello, guardò l’amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le
sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo
volto senza espressione. Si curvò, e disse:
-- Ora finalmente sono libero. -- Poi le chiese: -- Hai paura?
-- No! -- ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. -- No!
Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si
ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: -- «Come gli rassomigli!»
La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme
lentamente la riannodò, poi disse:
-- Quasi lo sapevo.
-- Tu?
-- Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e
tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza,
ch’io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi
giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo
pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così
profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora,
hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te.
Qualcosa di virile, d’implacabile, ora le splendeva nella fisionomia
trasfigurata; la sua bocca d’amante, il suo cuore d’innamorata sapevano
dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il
velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un
segno barbaro di bellezza.
-- Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo
dovessi portarne il rimorso.
-- Non ho rimorso, -- egli l’interruppe con una voce sorda.
-- Chissà, chissà... -- ella rispose. -- Non bisogna troppo guardare in noi
quando l’anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero
amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che
sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia
che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi
parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci
l’uno all’altra, se -nemmeno questo- è bastato a distruggere il nostro
amore?
Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto
che suggellasse la loro complicità.
Un’ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò
quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia
scolorata.
-- Allora, -- le diceva, -- tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non hai
paura d’esser mia, dopo quello che sai?
-- No, no... -- ella rispondeva. -- Tutto può accadere nel mondo, tranne
che io non ti ami.
Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si
congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per
la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una
creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare
inginocchiato. L’adorava, sentiva per lei quello che nell’estasi
religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l’adorava come bellezza e
come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene.
Sì, questo era finalmente l’amore ch’egli voleva; non cercherebbe mai
più d’andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere
di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con
speciose credenze la fondamentale paura dell’anima, c’era -una verità-
che divinizzava quest’anima nel suo volo davanti alla morte; l’eternità
era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio
mondo, il senso d’apogeo, -- l’amore infinito.
Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita;
ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma
che sia davvero padrone del mondo.
La terra non vuol essere che un letto d’amanti, ove urge in ogni cosa
viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d’ogni anima
di rinascere nel perpetuo domani...
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Nell’alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire;
la nutrice paziente, dopo avergli tesa la poppa, cantilenava per
riaddormentarlo dondolando la cuna.
Allora ella disse all’amante:
-- Se dev’esserci un’espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se tu
hai avuto il coraggio allora, io l’avrò adesso, che ti sono per la prima
volta veramente vicina.
-- Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? -- egli le
domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza.
-- Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo
d’insensibilità. È il tempo ed è l’amore che lo tessono; bisogna cercare
d’aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così
felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla...
Vedi, è quasi facile...
-- Forse tu dici questo per ingannarmi.
-- Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani
ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più
indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi
ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada?
Una limpidità s’accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea.
-- Sì, anima... -- disse con ebbrezza, -- lo credo, lo credo!
-- Solamente chi avesse paura, -- ella riprese, -- non potrebbe far questo.
Nè io nè te sappiamo aver paura.
Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli
assomigliava: era nitida, inflessibile come lui.
-- Ricórdati, -- ella disse: -- la distanza è quella che meglio seppellisce
il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace, rimanervi per
sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono rinunziare alla
vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d’esser forte com’eri, buono ed
operoso com’eri. Quando mi dicesti che abbandonavi l’Università, la
Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma pensai: -- «Tutto
questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli dirò: «Andiamo.»
Un colore di vita brillò su la fronte dell’uomo che non poteva essere un
vinto.
-- Come sei buona! come sei buona! -- esclamò con ardore. -- Sì, Novella,
hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d’essere, come hai
detto, buono e forte.
Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro
e soggiunse:
-- Poichè, vedi, anche nell’uccidere fui tale. Se avessi avuta l’anima di
un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio
delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi
sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa,
posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: -- Giorgio mi
ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole
indimenticabili, perchè lo facessi morire.
Ella dette un’esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli
occhi pieni di luce.
-- No, attendi!... -- egli l’interruppe. -- -Già era tardi-. Lo avevo già
condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della sua
vita. Ma una sera, -- quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti
nell’udirlo venire. -- Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: --
«Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto;
mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: --
«Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo
scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico
nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo
puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un
veleno!»
Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola;
me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora
più barbaro che se l’avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una
mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la
natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo
vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da
un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non
volevo!
Egli si fermò concitato. Bianchissima, l’amante lo ascoltava, seduta
sull’orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani
aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano
irrigidirsi.
-- Allora? -- ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa.
-- Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un
uomo non comprende mai: l’inutilità del proprio amore. In lui tutte le
passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l’amore, l’odio, la
viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il
nostro peccato. Mi ha detto: -- «Non posso più soffrire! abbi compassione
di me! fa ch’io muoia...»
-- E allora?...
-- Allora, dopo avergli quasi confessato: -- Ma, bada -ch’io non posso
più- arrogarmi questo inesorabile coraggio... -- dopo aver avuta la
tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l’uccidesse la morte, ho
compreso mentalmente ch’egli aveva ragione, che lui ed io avevamo
ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata
l’ultima dose di veleno.
Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È
questo il veleno?» -- balbettò. E sopra vi pose un dito, come per toccare
la morte.
Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi
affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore,
innocuo, limpido come l’acqua. Poi snudò il braccio sinistro,
rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli
si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. -- «Come si fa?...» --
domandava ridendo.
«Così!» -- Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente
il suo polso, con l’ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita: --
«-Io- -- gli dissi, -- -io debbo finire di ucciderti-, non tu!» -- E per
punirmi, per non volgere la schiena, l’ho avvelenato, io, forte, in un
colpo, con la mia propria mano!
Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto
barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse:
-- Dopo?...
-- Dopo l’ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo,
piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a
chiamarti, là, nella tua stanza...
Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara
camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla
fronte, poltrendo su l’ampiezza del letto come un fascio di bianca
elettricità.
-- Báciami! Báciami! -- d’improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come
se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. -- Báciami
forte!...
Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette.
. . . . . . .
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Era l’alba; l’alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il
bambinello, forse per fame, s’era messo a vagire.
-- Senti?... -- mormorò Novella; -- ora piange...
-- Fra poco si riaddormenterà. Mi ami?
Un bacio ed ascoltarono.
Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma
era inquieta; per la prima volta s’accorgeva d’amarlo, sentiva quella
voce risuonare nell’eco della sua propria carne.
Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: -- Andiamo a
vederlo.
-- Sì?... vuoi?...
E furono -le stesse parole-, quasi -la stessa voce- della notte
quand’erano andati a vedere il morto.
Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche
abito in fretta, e, presala per mano, aperse l’uscio verso il corridoio.
-- Fa piano, -- le diceva come allora, -- che nessuno si desti.
Addossati l’uno all’altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul
pianerottolo, dove già l’albore pertugiava con qualche striscia di
pallido fumo. Cauti salirono le scale.
Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire,
affievolire... Batterono all’uscio, chiamando la donna per nome affinchè
non s’impaurisse:
-- Lena, Lena...
Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo
per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e
camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue
braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza
infinita:
«Fai la ninna, fai la nanna...»
-- Che c’è? -- disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi
quei due signori. E tranquilla si fermò nel mezzo della camera, gravando
il corpo discinto sui calcagni piatti.
-- Nulla, -- essi risposero con una certa confusione. -- Siamo venuti a
vedere perchè piange il bimbo.
-- Voleva il latte. Ora dorme: guárdino.
Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida
si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava
un certo splendore di robustezza e di maternità.
Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell’olio, poi la fiammella mandava
intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola
vampa, simile a fiocchi di seta nera.
-- Dámmelo in braccio, -- disse paurosamente la madre.
Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un
po’ di luce azzurra.
La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed
anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo
lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse
all’amante: -- Guarda!
Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti
sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile
vena.
Era ciò che di più bello aveva creato l’uomo: sè stesso; era finalmente
la ragione magnifica della vita, -la guisa di non morire-.
Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia
della donna che amava; un’ondata barbara di felicità gli travolse
l’anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità,
nella bellezza del mondo, l’uomo che cercava il Dio nella materia
comprese di averlo infine trovato.
Ora, dal cálice della notte, l’alba nasceva come un bianco profumo; nuda
usciva dalle braccia d’un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza
in un colore d’aria e d’infinito. L’alba diceva come il Gran Nomade: --
-Ieri e domani-. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si
vedeva il Tempo camminare.
Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò
il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse
all’amante con un sorriso:
-- Bácialo: è nostro!
Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna.
Ma d’un tratto, per l’alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel
silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino
singhiozzante dello scemo.
La Canzone diceva:
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di malinconìa;
«non c’è nessuno che dica un pater nè un requiem per l’anima
mia.
«Non c’è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani...
«Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: -- Ieri e domani.»
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Lo scheletro ride e risponde: -- Lontano, lontano, chissà...
«Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti
portando il mio scheletro su la schiena;
«coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le
mani...
«Cammina!... -- mi dice ridendo; -- la vita comincia domani.
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di
nevrastenìa;
«non c’è nessuno che mi pianga; neanche l’anima mia...
«Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va?
«Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome l’Inutilità.
«Se corri, -- mi dice, -- si arriva stasera o domani mattina...
«Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!...
«Sei stato a una festa da ballo, -- mi dice, -- con lei che
ballava.
«leggera, frusciante, leggera, -- vestita, pareva, di biondo...
«Perchè -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto ballare nel
mondo?
«Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di
misantropìa...
«Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina,
«tremante, sperduta, tremante, -- nel solco del letto profondo...
«Perchè, -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto tremare nel
mondo?
«Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti
-- e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani...
«Cammina: la vita comincia
domani, domani, domani... »
-Fine-
*Cominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in
Milano, la notte di Natale dell’anno millenovecentododici.*
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-DELLO STESSO AUTORE:-
L’amore che torna -- 1908
-Ottava edizione -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo-
Colei che non si deve amare -- 1910
-Nona ediz. -- dal 131º al 180º migliaio -- Romanzo-
La vita comincia domani -- 1912
-Ottava ediz. -- dal 106º al 155º migliaio -- Romanzo-
Il Cavaliere dello Spirito Santo -- 1914
-Quinta ediz. -- dal 41º al 70º migliaio Storia di una
giornata-
La donna che inventò l’amore
-Ottava ediz. -- dal 96º al 145º migliaio -- Romanzo-
Mimi Bluette fiore del mio giardino -- 1916
-Settima ediz. -- dall’ 111º al 160º migliaio -- Romanzo-
Il libro del mio sogno errante -- 1919
-Terza ediz. -- dal 51º all’ 80º migliaio-
Sciogli la treccia, Maria Maddalena -- 1920
-Terza ediz. -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo-
-Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta
la ristampa.-
-Nota degli Editori-
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