Ella era così stordita e soverchiata dalla sua violenza, che, invece di rispondergli, cominciò nervosamente a ridere. -- M’hai bene inteso?... Perchè ridi? Ma senz’attendere la risposta, egli, d’un balzo, fu in piedi, si curvò su l’amante, le disse: -- Guarda: con queste mani ho ucciso! Gli occhi di lei, stupefatti, si avvinsero alle sue mani, divenendo a poco a poco enormi, vuoti, fermi. -- Chi?... -- fecero le sue labbra, dopo un lungo silenzio. -- Giorgio! Ella, ch’erasi un po’ sollevata, si rovesciò indietro, nel solco dei guanciali, come se le avessero rotto il cuore. Le sue mani sperdute brancolarono, quasi per respingere un’ombra; poi, atterrita, si strinse i pugni contro la fronte. -- Allora... -- mormorò senza fiato, -- allora è proprio vero... -- Sì, è vero, -- egli rispose, ben forte. Ecco: aveva l’impressione d’essersi sparato nel cervello e d’aspettare che la morte cominciasse nelle profonde sue vene. Invece una calma subitanea, una lievità sorprendente gli pervase a poco a poco lo spirito. La vita cominciava un’altra volta, dopo un’attimo d’interruzione. Allora tolse una rosa dal bicchiere, la odorò forte, ne morse il gambo coi denti. Poi fece una riflessione veramente futile, e cioè che quello stelo aveva un sapor brusco, dissimile dal profumo della rosa, e che inacidiva la sua bocca leggermente, come il sapore d’un frutto acerbo. Poi, guardando l’amante, s’accorse che sotto le sue braccia sollevate un seno magnifico ed inverecondo le sbocciava dalla camicia di batista. Lo guardò senza lussuria, come si guarda curiosamente la nudità di un bimbo. Insieme volle conoscere cosa ella sentisse per lui dopo quelle parole irrevocabili, e paurosamente si provò a toccarla. Poichè rimase ferma, una oscura tentazione lo spinse al desiderio di darle ancora un bacio. Su la sua fronte, sopra i suoi pugni serrati, pose le labbra cautamente. -- Guárdami! Ella infatti lasciò cadere le braccia, e, pallida come non era mai stata, con tutta l’anima lo guardò. Allora fu egli stesso ad aver quasi paura di quegli occhi; lento, muto, curvo, si ritrasse. La rosa caduta si schiacciò sotto il suo piede. -- Andrea... Ma, nel parlare, la mascella le tremava d’un irresistibile tremito; una sensazione di freddo le traversò tutto il corpo; macchinalmente si ricoverse. -- Andrea, sì, mi ricordo... Una volta mi hai detto: «Così e più forte...» «Così e più forte...» Queste due parole: -- «più forte» -- mi sono rimaste nella memoria come una promessa funesta e grande. Anche tu forse te ne ricordi... Ma, guarda come tremo... Dammi, dammi uno scialle!... Egli cercò per intorno senza veder nulla; poi prese il piumino di seta sul quale poltrivano i suoi piedi scalzi e le fasciò il corpo. Nello stenderle sotto il mento la seta lucida e soffice, premeva un po’ le dita per toccare la sua gola, e per farle sentire che la toccava, quasi provasse una singolare gioia nell’accorgersi che gli era tuttavia lecito carezzarla come un amante. Ella chiuse gli occhi senza guardarlo, rannicchiò sotto la vestaglia i piedi scalzi, e rimase in quella supinità, ferma, addormentata. Andrea, ritto in piedi, assiderato in una specie di attesa immobile, ascoltava dentro di sè, fuori di sè, il volo del tempo. Gli parve di nuovo che la vita cominciasse in quell’ora, ma fosse di una lentezza esasperante, cupa, monotona, quasi ferma. Sul tavolino da notte, fra la lampada e il bicchiere, un piccolo orologio d’oro batteva i minuti secondi; nell’indugio del suo tempo interiore quella velocità lo irritava. Si accorse d’un disegno di luce che la lampada formava su la tappezzeria; si accorse d’un moscerino che ballonzolava intorno al paralume, come se pendesse dal soffitto appeso ad un lungo ragnatelo. Incominciò a ricordarsi di cose lontane, saltuarie, minime: d’una certa satira piena di garbo e di malizia che uno studente aveva messo in voga nella sua Clinica, per farsi beffe della signora Maggià; poi rivide l’aspetto medesimo della Direttrice, e quel suo camminare impettito per le corsìe dell’ospedale, con un’aria da sergente nel corpo di guardia; poi si rammentò di certe canzonette che soleva cantare su la chitarra Egidio Rosales, talvolta, nelle sere d’estate, quando i medici di turno se ne uscivano a fumare una sigaretta sotto gli alberi del giardino... poi d’un seppellimento a bordo, al quale aveva casualmente assistito, molti anni addietro, nel corso d’una lunga navigazione. A quel tempo egli era un oscuro e povero medico, laureatosi appena; traversava sui transatlantici per vedere un po’ di mondo. Il morto, egli se ne ricordava, era un cileno erculeo, proprietario di fattorie, forse quarantenne, che aveva per moglie una piccola donna, gracile, miope, senza età, senza ornamento alcuno, tale da non potersi comprendere per qual modo gli fosse piaciuta. In alto mare lo avevano preso le febbri e la dissenterìa; si ricordava ch’era morto bestemmiando, in un accesso di furore che gli fermò l’aorta. Di notte lo portarono sulla tolda ravvolto in un lenzuolo, e quattro marinai, prima di lanciarlo in acqua, lo avevano fatto dondolare cinque o sei volte a forza di braccia, sovra il parapetto lucido... Era precisamente quel dondolìo bianco e lento che ora i suoi occhi rivedevano. -- Andrea... Egli udì, ma non rispose. Volontariamente si lasciava sperdere in una ridda continua d’allucinazioni, che a poco a poco assumevano l’evidenza della realtà. Ora gli pareva d’esser lontano, frammezzo ad una notte stellata, per mare, con il vento a prua. D’improvviso irrompeva nell’ombra un’aurora violenta; il confine azzurro del cielo si popolava di città fantastiche; sui moli percossi dal sole infuriava una folla gesticolante... Od era invece una notte profonda, in una città senza lumi, con strade ambigue, con porte sbarrate. Egli l’attraversava correndo, per giungere alla sua casa, che saccheggiavano; ed era notte così folta, che più correva e più smarriva la strada. Nel labirinto dei vicoli, dietro le porte asserragliate si consumava l’orgia fino al sangue; la città era piena di tumulto; per ogni angolo si assassinava. D’un tratto non era più quella; con un guizzo abbacinante l’elettricità scoppiava da migliaia di lampade: era una piazza enorme, con strade senza fondo, e popolo vi accorreva in tumulto con un fragor di tempesta, plebe irta e scatenata, che urlava, da ogni lato, nel travolgerlo: «Ammazza! Ammazza!» -- Andrea... Si ricordò che l’aveva già chiamato un’altra volta, forse pochi secondi prima, e vinta quella specie di sonnambulismo che gli offuscava il cervello, guardò l’amante, ancor supina in quel letto sconvolto, e le sue trecce che ingombravano il guanciale, i suoi occhi fermi, il suo volto senza espressione. Si curvò, e disse: -- Ora finalmente sono libero. -- Poi le chiese: -- Hai paura? -- No! -- ella rispose, splendidamente, con una singolare forza. -- No! Nel dirlo, si era sollevata con impeto; e in quel momento ella pure si ricordò che una volta Giorgio le aveva detto: -- «Come gli rassomigli!» La sua treccia disfatta le cadeva sopra una spalla; con le dita calme lentamente la riannodò, poi disse: -- Quasi lo sapevo. -- Tu? -- Sì, io. Lo immaginai prima che nessuno lo dicesse, perchè ti amavo e tu mi avevi qualche volta stretta nella tua volontà con tanta forza, ch’io stessa me ne sentivo ardere come fosse mia. Fu negli ultimi giorni, prima... prima che morisse. Ma dopo, ogni volta che questo pensiero mi si affacciava, io lo respinsi, lo annegai nel mio cuore così profondamente, che man mano ero giunta quasi a dimenticarmene. Ma ora, hai fatto bene... sì, hai fatto bene: io lo dovevo sapere come te. Qualcosa di virile, d’implacabile, ora le splendeva nella fisionomia trasfigurata; la sua bocca d’amante, il suo cuore d’innamorata sapevano dire improvvisamente queste limpide parole. Dal gorgo dormente sotto il velo tenue della sua femminilità saliva in lei questo coraggio come un segno barbaro di bellezza. -- Sì, hai fatto bene a dirmelo, perchè non era onesto che tu solo dovessi portarne il rimorso. -- Non ho rimorso, -- egli l’interruppe con una voce sorda. -- Chissà, chissà... -- ella rispose. -- Non bisogna troppo guardare in noi quando l’anima sente il bisogno di vivere nascosta. Vieni, mio povero amore; sièditi, ascòltami... non voler essere più forte di quello che sei. Guarda: io, che sono semplicemente una donna, ho capita la tragedia che si svolgeva in te, giorno per giorno, ed ho taciuto, solo perchè mi parve che tu lo preferissi. Ma ora, perchè seguiteremmo a nasconderci l’uno all’altra, se -nemmeno questo- è bastato a distruggere il nostro amore? Tranquillamente gli tendeva la mano ferma, come per offrirgli un patto che suggellasse la loro complicità. Un’ondata di commozione gli traboccò dal cuore; con i due palmi afferrò quella mano, ed inginocchiatosi, nascose nel suo grembo la faccia scolorata. -- Allora, -- le diceva, -- tu non mi odii? Non mi respingi da te? Non hai paura d’esser mia, dopo quello che sai? -- No, no... -- ella rispondeva. -- Tutto può accadere nel mondo, tranne che io non ti ami. Egli alzò la bocca verso la sua bocca, ed in un bacio mortale si congiunsero, con la gola piena di riso, la faccia bagnata di pianto. Per la prima volta nella sua vita egli provò riconoscenza verso una creatura, e per la prima volta conobbe la gioia dello stare inginocchiato. L’adorava, sentiva per lei quello che nell’estasi religiosa un fanatico sente per il suo Dio; l’adorava come bellezza e come forza, di là da tutte le paure, libero da tutte le catene. Sì, questo era finalmente l’amore ch’egli voleva; non cercherebbe mai più d’andar oltre, poichè aveva toccato il limite. Sopra tutte le bufere di sogni che gli uomini avevano scatenate per giungere ad ingannare con speciose credenze la fondamentale paura dell’anima, c’era -una verità- che divinizzava quest’anima nel suo volo davanti alla morte; l’eternità era il delirio di un lungo istante, la possessione totale del proprio mondo, il senso d’apogeo, -- l’amore infinito. Ecco, avevan ucciso e trionfavano: erano il vero simbolo della vita; ubbidivano ad una eterna e spietata logica; riconoscevano il solo dogma che sia davvero padrone del mondo. La terra non vuol essere che un letto d’amanti, ove urge in ogni cosa viva il senso della eternale continuità, la folle speranza d’ogni anima di rinascere nel perpetuo domani... «Fai la ninna, fai la nanna, fantolino della mamma... . . . . . della mamma...» Nell’alta camera il bambinello, forse per fame, si era messo a vagire; la nutrice paziente, dopo avergli tesa la poppa, cantilenava per riaddormentarlo dondolando la cuna. Allora ella disse all’amante: -- Se dev’esserci un’espiazione, la consumeremo con uguale fedeltà. Se tu hai avuto il coraggio allora, io l’avrò adesso, che ti sono per la prima volta veramente vicina. -- Ma tu credi, Novella, che si debba e si possa dimenticare? -- egli le domandò, quasi affidandosi ad una remota speranza. -- Non si dimentica, forse, ma cade sopra la memoria un velo d’insensibilità. È il tempo ed è l’amore che lo tessono; bisogna cercare d’aiutarli. Molte volte, in questo lento anno, sono già stata così felice, così pienamente felice, che non mi ricordavo più di nulla... Vedi, è quasi facile... -- Forse tu dici questo per ingannarmi. -- Invece lo dico perchè sono sicura che ti guarirò. Siamo giovani ancora, e forse potremo avere il coraggio di non riguardare mai più indietro, verso la nostra vita che finì. Non ti sembra che davanti a noi ci sia tanta luce ancora, da permetterci di continuare la strada? Una limpidità s’accese, come un raggio di sole negli occhi di Andrea. -- Sì, anima... -- disse con ebbrezza, -- lo credo, lo credo! -- Solamente chi avesse paura, -- ella riprese, -- non potrebbe far questo. Nè io nè te sappiamo aver paura. Ella brillava, in queste parole, di una luce orgogliosa; veramente gli assomigliava: era nitida, inflessibile come lui. -- Ricórdati, -- ella disse: -- la distanza è quella che meglio seppellisce il passato. Potremo andare assai lontano, e, se ti piace, rimanervi per sempre. Tu non sei fra quegli uomini che davvero possono rinunziare alla vita; fra poco avrai nuovamente bisogno d’esser forte com’eri, buono ed operoso com’eri. Quando mi dicesti che abbandonavi l’Università, la Clinica, i tuoi libri, nulla feci per impedirtelo, ma pensai: -- «Tutto questo ricomincerà in una vita nuova, ed io stessa gli dirò: «Andiamo.» Un colore di vita brillò su la fronte dell’uomo che non poteva essere un vinto. -- Come sei buona! come sei buona! -- esclamò con ardore. -- Sì, Novella, hai ragione: voglio vivere ancora! Ho bisogno ancora d’essere, come hai detto, buono e forte. Si serrò nel palmo la fronte accesa, gonfiò il petto in un largo respiro e soggiunse: -- Poichè, vedi, anche nell’uccidere fui tale. Se avessi avuta l’anima di un piccolo uomo, avrei potuto sottrarmi alla responsabilità del mio delitto, volgere la schiena mentre lo compivo. Ma non volli. Ora che mi sono accusato apertamente, senza diminuire in alcun modo la mia colpa, posso dirti ancora una cosa, che tu non sai. Ed è questa: -- Giorgio mi ha domandato volontariamente di morire, mi ha supplicato, con parole indimenticabili, perchè lo facessi morire. Ella dette un’esclamazione di maraviglia e si levò trepidante, con gli occhi pieni di luce. -- No, attendi!... -- egli l’interruppe. -- -Già era tardi-. Lo avevo già condannato a spegnersi, avevo già cominciato ad impadronirmi della sua vita. Ma una sera, -- quella sera, ti ricordi? che tu fuggisti nell’udirlo venire. -- Giorgio entrò nella mia camera e mi disse: -- «Novella era qui.» Nel sangue gli camminava già il veleno, era esausto; mi parlò come forse nessun uomo ha mai parlato ad un altro. Mi disse: -- «Poichè vi amate e siete due creature vive, io, che sono un morto, debbo scomparire. Aiútami! Tu, che sei stato il mio fratello ed il mio nemico nel mondo, aiútami! Non ho la forza di colpirmi da me stesso: tu solo puoi avere per me questo grande coraggio. Aiútami, Andrea, dammi un veleno!» Ecco quello che avvenne. Te lo racconterò, se vuoi, parola per parola; me ne ricordo con lucidità, come se fosse accaduto ieri. Vedi, è ancora più barbaro che se l’avessi ucciso in un momento solo, mettendogli una mano alla gola. Poichè, sebbene fosse un morto e io sapessi che la natura lo aveva ormai condannato senza scampo, tuttavia sarebbe certo vissuto fino a veder nascere il nostro bimbo, o vedere te, travolta da un atto di disperazione... Era questo, mi capisci, era questo che io non volevo! Egli si fermò concitato. Bianchissima, l’amante lo ascoltava, seduta sull’orlo del letto, un poco protesa verso di lui, con le mani aggrappate alle coltri, i polsi, le braccia, le spalle che parevano irrigidirsi. -- Allora? -- ella fece ansante, quasi non tollerasse quella pausa. -- Egli ti amava e mi amava, Novella, ed aveva compreso quello che un uomo non comprende mai: l’inutilità del proprio amore. In lui tutte le passioni erano giunte al parossismo: la gelosia, l’amore, l’odio, la viltà, la bontà. Voleva chiudere gli occhi per non vedere oltre il nostro peccato. Mi ha detto: -- «Non posso più soffrire! abbi compassione di me! fa ch’io muoia...» -- E allora?... -- Allora, dopo avergli quasi confessato: -- Ma, bada -ch’io non posso più- arrogarmi questo inesorabile coraggio... -- dopo aver avuta la tentazione di salvarlo ancora, di lasciare che l’uccidesse la morte, ho compreso mentalmente ch’egli aveva ragione, che lui ed io avevamo ragione, che la sua pace era fuori dal mondo... e gli ho preparata l’ultima dose di veleno. Ecco, lo rivedo. Si avvicinò lentamente; senza paura, ma lentamente. «È questo il veleno?» -- balbettò. E sopra vi pose un dito, come per toccare la morte. Parlava automaticamente, con un riso a fior di labbro; guardava quasi affascinato la siringa lucente, colma di un liquido senza colore, innocuo, limpido come l’acqua. Poi snudò il braccio sinistro, rimboccando la manica piano piano; torse un poco il viso, la bocca gli si fece obliqua, e prese la siringa fra due dita. -- «Come si fa?...» -- domandava ridendo. «Così!» -- Gli strappai la siringa di mano, e mentre tenevo strettamente il suo polso, con l’ago pronto a pungere su la sua pelle rabbrividita: -- «-Io- -- gli dissi, -- -io debbo finire di ucciderti-, non tu!» -- E per punirmi, per non volgere la schiena, l’ho avvelenato, io, forte, in un colpo, con la mia propria mano! Ella strinse gli occhi; le sue dita contorsero la coltre; il suo busto barcollò indietro; ma si contenne ancora e soggiunse: -- Dopo?... -- Dopo l’ho dovuto sollevare, portare nella sua camera, svestirlo, piegare gli abiti, comporlo naturalmente nel letto; poi sono venuto a chiamarti, là, nella tua stanza... Ella rimase immobile, con gli occhi fissi, e rivide forse nella chiara camera funeraria il raggio lunare che vestiva il cadavere dal piede alla fronte, poltrendo su l’ampiezza del letto come un fascio di bianca elettricità. -- Báciami! Báciami! -- d’improvviso ella gridò, scuotendosi tutta, come se volesse ubbriacare di voluttà la coscienza terribile. -- Báciami forte!... Egli si chinò su quel grido, e furiosamente la possedette. . . . . . . . «Fai la ninna, fai la nanna, fantolino della mamma... . . . . . della mamma...» Era l’alba; l’alba vaporosa, tenue, come un velo di caligine bianca. Il bambinello, forse per fame, s’era messo a vagire. -- Senti?... -- mormorò Novella; -- ora piange... -- Fra poco si riaddormenterà. Mi ami? Un bacio ed ascoltarono. Ma la vocina passava il silenzio, lunga, insistente dannosa. La mamma era inquieta; per la prima volta s’accorgeva d’amarlo, sentiva quella voce risuonare nell’eco della sua propria carne. Improvvisamente una profonda volontà materna le fece dire: -- Andiamo a vederlo. -- Sì?... vuoi?... E furono -le stesse parole-, quasi -la stessa voce- della notte quand’erano andati a vedere il morto. Si levarono; egli la ravvolse nella vestaglia, si mise addosso qualche abito in fretta, e, presala per mano, aperse l’uscio verso il corridoio. -- Fa piano, -- le diceva come allora, -- che nessuno si desti. Addossati l’uno all’altra, scivolando lungo la parete, giunsero fin sul pianerottolo, dove già l’albore pertugiava con qualche striscia di pallido fumo. Cauti salirono le scale. Si udiva il vagito del bimbo tra la cantilena della nutrice affievolire, affievolire... Batterono all’uscio, chiamando la donna per nome affinchè non s’impaurisse: -- Lena, Lena... Ed entrarono. Un lumino a olio bruciava tra il letto e la cuna spargendo per la camera un chiarore da presepio; ma la balia erasi levata e camminava in camicia, coi piedi scalzi, ninnando il pargolo su le sue braccia dai gomiti rotondi, e sempre cantilenava con una pazienza infinita: «Fai la ninna, fai la nanna...» -- Che c’è? -- disse con arroganza, quasi considerasse come due intrusi quei due signori. E tranquilla si fermò nel mezzo della camera, gravando il corpo discinto sui calcagni piatti. -- Nulla, -- essi risposero con una certa confusione. -- Siamo venuti a vedere perchè piange il bimbo. -- Voleva il latte. Ora dorme: guárdino. Benchè sorpresa, non mostrava alcun pudore; traverso la camicia ruvida si delineavan controluce le sue forme tozze; dalla sua persona raggiava un certo splendore di robustezza e di maternità. Ogni tanto lo stoppino scricchiolava nell’olio, poi la fiammella mandava intorno un guizzo tremolante, lasciava scappare in su qualche piccola vampa, simile a fiocchi di seta nera. -- Dámmelo in braccio, -- disse paurosamente la madre. Siccome le imposte non erano chiuse, dietro i vetri stava per nascere un po’ di luce azzurra. La nutrice affidò il pargolo malvolentieri alle braccia di Novella, ed anzi teneva le mani sotto i suoi gomiti, quasi per paura che lo lasciasse cadere. La madre lo baciò senza toccarlo, poi disse all’amante: -- Guarda! Egli chinò sovra il suo bimbo dormente la persona tragica, ed infatti sentì una sensazione del proprio sangue trascorrere in quella fragile vena. Era ciò che di più bello aveva creato l’uomo: sè stesso; era finalmente la ragione magnifica della vita, -la guisa di non morire-. Con gli occhi pieni di luce guardò il bimbo addormentato su le braccia della donna che amava; un’ondata barbara di felicità gli travolse l’anima, e come se avesse guardato per la prima volta nella verità, nella bellezza del mondo, l’uomo che cercava il Dio nella materia comprese di averlo infine trovato. Ora, dal cálice della notte, l’alba nasceva come un bianco profumo; nuda usciva dalle braccia d’un amante morto, nuda immergeva la sua bellezza in un colore d’aria e d’infinito. L’alba diceva come il Gran Nomade: -- -Ieri e domani-. Era il momento in cui, dalle case degli uomini, si vedeva il Tempo camminare. Allora, quasi volesse offrirlo ad un battesimo di luce, la madre sollevò il suo bimbo in quella trasparenza che gli somigliava, poi disse all’amante con un sorriso: -- Bácialo: è nostro! Ed insieme, attenti, sorridenti, lo deposero nella cuna. Ma d’un tratto, per l’alta casa, malvagiamente, come se scaturisse nel silenzio dalla sonora muraglia, scoppiò la Canzone Disperata sul violino singhiozzante dello scemo. La Canzone diceva: «Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di malinconìa; «non c’è nessuno che dica un pater nè un requiem per l’anima mia. «Non c’è nessuno che mi tessa una ghirlanda con le sue mani... «Ahimè!... la campana del Tempo non dice che: -- Ieri e domani.» «Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? «Lo scheletro ride e risponde: -- Lontano, lontano, chissà... «Io sono un viandante senza lena, che torno da un regno di morti portando il mio scheletro su la schiena; «coi piedi mi batte i ginocchi, mi stringe il collo con le mani... «Cammina!... -- mi dice ridendo; -- la vita comincia domani. «Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di nevrastenìa; «non c’è nessuno che mi pianga; neanche l’anima mia... «Allor domando al mio scheletro: -- Sai dirmi dove si va? «Risponde: -- Nel regno dei vivi, che ha nome l’Inutilità. «Se corri, -- mi dice, -- si arriva stasera o domani mattina... «Mi dice: -- Tu amavi una morta... cammina, cammina, cammina!... «Sei stato a una festa da ballo, -- mi dice, -- con lei che ballava. «leggera, frusciante, leggera, -- vestita, pareva, di biondo... «Perchè -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto ballare nel mondo? «Io sono il funerale d’un pover’uomo, che è morto di misantropìa... «Sei stato in un letto odoroso -- con lei che giaceva supina, «tremante, sperduta, tremante, -- nel solco del letto profondo... «Perchè, -- se non vuoi che ti picchi -- mi hai fatto tremare nel mondo? «Io sono un viandante senza meta, che torno da un regno di morti -- e vado a cercare altri morti, che sono i miei figli lontani... «Cammina: la vita comincia domani, domani, domani... » -Fine- *Cominciato a scrivere quattro volte nella vita nomade; compiuto in Milano, la notte di Natale dell’anno millenovecentododici.* ---- -DELLO STESSO AUTORE:- L’amore che torna -- 1908 -Ottava edizione -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo- Colei che non si deve amare -- 1910 -Nona ediz. -- dal 131º al 180º migliaio -- Romanzo- La vita comincia domani -- 1912 -Ottava ediz. -- dal 106º al 155º migliaio -- Romanzo- Il Cavaliere dello Spirito Santo -- 1914 -Quinta ediz. -- dal 41º al 70º migliaio Storia di una giornata- La donna che inventò l’amore -Ottava ediz. -- dal 96º al 145º migliaio -- Romanzo- Mimi Bluette fiore del mio giardino -- 1916 -Settima ediz. -- dall’ 111º al 160º migliaio -- Romanzo- Il libro del mio sogno errante -- 1919 -Terza ediz. -- dal 51º all’ 80º migliaio- Sciogli la treccia, Maria Maddalena -- 1920 -Terza ediz. -- dal 101º al 150º migliaio -- Romanzo- -Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l’A. ne vieta la ristampa.- -Nota degli Editori- ---- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591