Salvarlo interamente non gli era stato possibile; aveva ottenuto che una
perizia lo dichiarasse irresponsabile. In luogo dell’ergastolo fu
condannato al manicomio criminale, nè mai passava giorno senza che il
Ferento tentasse qualcosa per abbreviargli o per lenirgli la pena.
Fra i moribondi, fra i malati, fra i convalescenti, egli provava sempre
più un senso d’esilio; veder morire gli pareva ormai una cosa snervante
e laida; guarire, un fatto accidentale, che altri potevan operare meglio
di lui. La sua Clinica non gli pareva più un limpido e sereno tempio
elevato al dolore dell’uomo, bensì una triste casa, ove tutte le
putredini della carne eran manifeste, i gemiti confusi, la morte
accumulata.
Sentiva talvolta il bisogno subitaneo di uscirne, verso l’aria libera, o
di cercare nelle braccia dell’amante il rifugio e l’oblìo.
Non lo avevano condannato le leggi: si condannava da sè, in silenzio, da
vero giudice di sè stesso, con la condanna più alta e più crudele che
mai si potesse infliggere, ossia rifiutando a sè medesimo di vincere
ancora.
Non il suo delitto, ma il tradimento gli era di peso; in ogni attimo
aveva la tentazione di provocare i suoi nemici, affermando loro la
verità. Libero e solo, forse lo avrebbe fatto; ma due creature complici
della sua colpa gli comandavano il silenzio: -- e tacque.
La sua lotta fu lunga, e dibattuta nel modo più crudele; ma un giorno
subitamente si risolse. Con una lettera concisa e ferma rassegnò al
Ministero le dimissioni dalla sua cattedra universitaria; nello stesso
tempo, radunata in una sala dell’Istituto l’assemblea dei medici, con
brevi parole comunicò loro di aver donata la sua Clinica al Comune e di
trapassarne in quel giorno stesso la direzione al suo collega più
anziano, l’illustre professor Damiato.
Questi era presente al convegno ed era per l’appunto quegli cui dava
insopportabile ombra la gloria di Andrea Ferento. Nel suo geloso cuore
d’uomo, aveva intimamente sperato che l’accusa lo rovesciasse.
Fra quei medici che, da molti anni, con il potere della sua grande
anima, nell’alta solitudine della sua virile gioventù, limpido e libero,
Andrea Ferento capitanava, la sorpresa ed il cordoglio per quella
notizia furon estremi. In un silenzio pieno di perplessità la voce
tranquilla del Ferento parlava: era in piedi fra loro, a qualche passo
dal semicerchio silenzioso che gli formavano intorno. Parlava ritto su
l’alta persona, ravvolto in una specie di assiderata e brillante
solitudine, come quando era dinanzi al feretro del suo fratello che
ponevano in sepoltura. Nella sua faccia non un muscolo trasaliva; ne’
suoi fermi occhi non brillava che una decisa tranquillità. Tra quel
silenzio, la sua voce scandiva le parole vibratamente, quasi volesse
inciderle a duri colpi nella memoria dei compagni e dei discepoli. Ogni
tratto, al termine delle frasi, rovesciava un poco all’indietro la
fronte pallida, con una mossa che faceva tutta rilucere la sua bella
capigliatura.
Essi lo guardavan muti, protesi verso di lui, senza osare interromperlo.
-- «Sì, miei amici; voi continuerete, buoni e valorosi come foste finora,
la strada che vi ho tracciata. Per me, oggi, non ho bisogno che di
riposo. Anzi, questa non è la parola: ho bisogno di pace.»
Abbassò gli occhi d’improvviso luccicanti, e tacque, mentre le sue
parole vibravano ancora nell’alto silenzio della sala. Poi tese la mano
verso loro, con un gesto di commiato, come per salutarli tutti, e
risoluto si volse. Ma d’un tratto, con un disordine di clamori e di
proteste, il semicerchio si chiuse, l’assemblea sollevata in un concorde
impeto si strinse commossa e fedele intorno all’uomo che l’abbandonava.
Egli non aveva detta parola intorno al suo dramma, eppure tutti
supponevano di comprendere la verità: «non era nè malato nè stanco; ma
il suo rifiuto era sdegno; sdegno e tristezza per l’orribile assalto.
Messo alla gogna davanti al paese intero, ferito volgarmente ne’ suoi
amori più nascosti, costretto a scendere nella piazza, s’era difeso come
doveva; -- ma ora il cuore non gli reggeva più, l’angoscia lo
soverchiava, con tal delusione da fargli preferire ad ogni cosa
l’esilio...»
Ed allora quel gruppo d’uomini, che nonostante le piccole gelosie,
nonostante le asprezze talvolta eccessive del suo carattere, lo avevano
pur veduto per tanti anni, con un amore indefesso, con una bellezza di
mente e di spirito non eguale ad alcuna, limpido, buono, instancabile,
governare quella casa benefica, essere veramente il genio della
sofferenza e dell’agonìa, dare tutto sè stesso a quel mondo che poi
l’aveva oltraggiato... e in verità, -- poichè tutti, ad un momento dato,
sopra l’invidia e l’ira sentono il potere dell’uomo più forte -- in
verità essere stato il lor maestro, il lor compagno, il lor fratello di
pazienza e di fatica, -- tutti, e perfino lo stesso rivale, ch’egli
debellava con quell’atto di generosità, tutti, come obbedendo
all’impulso di un solo cuore, gli si fecero intorno, tumultuosi, e con
atti e con parole rifiutavano ch’egli si partisse da loro.
Sembrava che almeno per una volta, quel che c’è di buono, di leale nel
cuore dell’uomo venisse al fiore delle fisionomie, su l’orlo delle
bocche, all’ápice quasi delle mani che cercavano di fargli una fedele
violenza, e pareva che, pur non osando per il grande rispetto alludere
al suo dramma, ognuno volesse dirgli tuttavia:
-- «Che importa? che importa? Non è laggiù la vostra casa, ma qui, fra
noi, dove siete in mezzo ad una famiglia numerosa, che ben vi conosce.
La forza che vi difende siamo noi. Vi abbiamo già difeso... lo sapete! --
vi difenderemo ancora. No, no! è impossibile quello che voi ci
annunziate!... A chi ubbidiremmo noi dunque il giorno che non ci foste
più?»
Egli ascoltò a fronte china quel tumulto di parole, abbandonò le sue
mani a coloro che parlando le stringevano -- ma, invece di rispondere,
guardava interiormente in sè stesso, provava più che mai la tentazione
di sopraffare quel tumulto con un grido, e rispondere: «Ma non sapete,
non sapete, o pazzi, che l’ho veramente ucciso? Io, che mi chiamo Andrea
Ferento, con le mie proprie mani, l’ho veramente ucciso!»
La tentazione era così forte che già gli pareva d’aver gridato, nel suo
silenzio interiore; e levò gli occhi smarritamente.
No! non bisognava decretargli quella specie di trionfo, innalzarlo ancor
più, credere ancor più nella sua menzogna!... Li aveva traditi! traditi!
e non poteva nemmeno pretendere alla bellezza di accusarsi, all’orgoglio
di ricingersi d’una ben altra impunità!...
Fra gli uomini v’era chi lo incolpava e chi lo credeva innocente; non
v’era tuttavia nessuno al quale potesse dire: -- «Sì, ho ucciso», -- ed
affermarlo tranquillamente, come si dice: -- «Ho fatto il mio dovere».
Ma in quell’ora, tra i suoi compagni che salutava per l’ultima volta,
egli provava di questo coraggio la tentazione più insensata; e fu
soltanto il pensiero di colei che amava, il pensiero che in lui
sopraffaceva tutte le immagini della vita, quello che gli comandò: --
Taci!... -- che più volte gli comandò: -- Taci!... -- ed offrendole un
ultimo dono, poichè l’amava, poichè l’amava... obbedì.
Li guardò in faccia ad uno ad uno, poi tutti, come per imprimersi bene
dietro la fronte il calco delle loro sembianze, come per costringerli ad
ammutolire sotto l’ultimo imperio della sua volontà, -- e disse
duramente, retrocedendo:
-- No! mai!
XI
-- Non vedo la ragione per la quale preferiresti ch’io vada senza di te,
-- ella rispose con voce carezzevole, davanti al suo rifiuto. -- Spiégami,
Andrea, perchè desideri ch’io mi ritrovi sola fra quelle orribili
memorie?... No, no, Andrea! bisogna che tu venga; è necessario che venga
tu pure.
-- Necessario? E perchè?
-- Cosa penserebbero papà e mammà, ed anche Maria Dora, e tutti laggiù,
se tu evitassi di compiere questo, che mi sembra un dovere? un triste ma
inevitabile dovere? Dopodomani -- ricòrdati -- è l’anniversario.
-- Già, -- egli fece distrattamente, senza guardarla, con gli occhi
sperduti nel fumo della sigaretta, che intorno gli formava una larga
nuvola.
Era già, sul cader del giorno, l’ora soave quando incominciano a suonar
le campane. Aveva piovuto nel pomeriggio ed ora il cielo rischiarato
rompeva tra le nuvole in fuga: una fragranza primaverile rinfrescava
l’aria luccicante.
Ancora ella portava gli abiti da lutto; ma, seduta presso la finestra,
teneva su le ginocchia una leggiadra camicetta di colore, tutta pizzi,
frange, nastri, merletti, e con le forbici nel grembo, e con l’ago
infilato di seta flessibile pianamente l’andava ricucendo. Intorno al
collo s’era già rimessa un filo di perle, al dito le brillava il suo
meraviglioso rubino, e già dalla veste nera le spuntava sopra le
caviglie la frivola balza d’una gonnella colorata. Ugualmente si
vedevano, sotto la trasparenza del tulle che le velava la scollatura,
correre intorno al petto e sopra le spalle malnascoste i nastrini rosei
d’una camicia delicata. Fili di seta le si attaccavano alla sottana;
portava sul dito medio della man destra un piccolo ditale d’oro.
-- Poi, vedi, -- ella disse, posando su le ginocchia la camicetta che
ricuciva, -- non voglio andarvi sola... Credo che ne morrei di tristezza.
Or che sono divenuta con felicità una cosa tua, mi spaventa il lasciarti
anche per un sol giorno. Andrea, dimmi che verrai!
Egli era seduto a poca distanza da lei, sopra un divano basso; e protese
una mano per stringere la sua.
-- Prométtimi! -- ella insistette.
-- Perchè mi vuoi costringere ad una cosa inutile? -- rispose Andrea. -- Mi
opprime l’idea di rivedere quella casa, quella tomba, e sopra tutto mi
sembra che il tornare insieme laggiù sarebbe quasi una ironia, quasi un
insulto... Non lo comprendi?
Ella riflettè un momento, poi disse, chinando il volto:
-- Sarebbe assai più crudele non andarvi affatto.
Andrea non volle rispondere; gettò in un portacenere la sigaretta
finita, ne accese un’altra macchinalmente, facendo scintillare la brage
nella ingorda boccata che aspirò.
-- Quanto fumi!
-- Come sempre, Novella. -- Poi contò le sigarette che gli rimanevan
nell’astuccio, e convenne: -- Forse hai ragione: fumo troppo.
Ella si levò dalla finestra e venne a sedergli accanto sul divano. La
dorata penombra della sera entrava dalle finestre azzurre, portando nel
suo lieve álito un buon odore d’invisibili giardini; si udivano, sopra
il mormorìo della città, rispondersi le campane distanti. Una striscia
lontanissima del cielo ardeva come un braciere, nel tramonto.
Ella si appoggiò contro il suo braccio, facendogli su la spalla un nodo
con le mani congiunte; sopra vi posò la guancia, e disse:
-- Raccòntami... cos’è accaduto ancora? Che hai?
Il respiro delle sue parole gli tormentava il collo.
-- Non mi ami più?... -- soggiunse, con una voce piena d’incredulità,
mentre tuttavia le sue labbra si orlavano di sorriso. -- Non mi ami più?
Egli allora non fece che attirarla sopra di sè, chiuderla nelle sue
braccia forti e rovesciarsi con lei su la spalliera del divano, quasi
volesse godere interamente la fatica del suo morbido peso, la gioia del
suo vivo tepore. Invece di risponderle, circondò con un lungo bacio la
sua calma fronte, le radici fulve come l’oro de’ suoi capelli finissimi,
ch’eran pieni d’un’ombra luminosa, d’un foco buio, quasi avessero due
luci, come le foglie dei tralci vendemmiati, quando, asperse di rugiada
mattutina, brillano, d’autunno al sole.
Questa era la sua pace. Solamente così la sua fronte si rasserenava;
solamente nel calore della sua bellezza egli dimenticava ogni cosa. Gli
avveniva talvolta di guardarla con un senso di novità, come se non
l’avesse ancor del tutto conosciuta; nell’accarezzarla provava una
specie di religiosa paura. Quando pensieri troppo forti gli martellavano
il cervello, prendeva le sue piccole mani per fasciarsene le tempie.
Quelle mani avevano il colore luminoso delle perle orientali, erano
calme, lente, impure, come se non sapessero far altro che prodigare con
insidia carezze troppo voluttuose; quelle mani lo addormentavano: egli
era totalmente beato.
Così bella non era stata mai: nè quando la vide per la prima volta, nè
quando per la prima volta la baciò. In quei giorni per lui così
drammatici ella s’era quasi riposata, e rinasceva dopo la maternità,
sana, felice, con le vene gonfie d’amore, l’anima d’oblìo. Non aveva più
che un sogno: infrangere con quel rito anniversario l’ultimo anello
della catena, poi, trascorso alcun tempo, essere finalmente sua, sua per
sempre, legata, vincolata con lui fino all’ultimo giorno della vita.
Ormai poco le importava ch’egli abbandonasse una strada gloriosa, e
volontariamente, per cause non ben definite, si ritraesse a vivere
d’inerzia e d’esilio, se per tal modo ella poteva più strettamente
ravvolgerlo nel suo geloso amore. Egli le aveva comunicata quella
decisione con parole semplici: -- «Era stanco, si era fatto troppo rumore
intorno al suo nome; già da lungo tempo aveva desiderato di ritirarsi a
vivere per lei sola e con lei sola, fors’anche lontano di lì,
ricominciando la vita... L’occasione era propizia: l’afferrava.»
Ella credette, o finse di credere, a tutte quelle parole; ma nell’intimo
della sua bontà femminile pensò che bisognava medicargli a poco a poco
il cuore ferito. Essere in tal modo la sua compagna, e doverlo, non solo
amare, ma far scendere un velo d’oblìo sopra il suo dolore silenzioso, --
questo era per lei, per il suo amore, la più dolce cosa. Gli disse
tranquillamente: -- Sì, Andrea, fai bene; hai ragione; anch’io pensavo
che avresti dovuto fare così.
E guardando con occhi di sorella nei profondi occhi dell’amante, spesso
gli mormorava con fedeltà:
-- Diméntica l’ombra dalla quale veniamo; la strada è ora così piena di
sole... Andremo, se vuoi, lontano; tanto lontano che nessuno ci conosca
più...
Ma egli frattanto non guariva, ed anzi ogni giorno la sua fatica
interiore diventava più manifesta; le pareva talvolta di sorprendere,
nelle sue parole, ne’ suoi gesti, un’ambiguità indefinibile.
Ed allora, serrandosi contro l’amante, come per affacciarsi con occhi
ridenti sopra il suo dolore non espresso, gli mormorava sottovoce, con
un tremito:
-- Raccòntami... cos’è accaduto ancora? che hai?
Egli non rispondeva che frasi vaghe, ma invece ubbidiva come un bimbo ad
ogni sua volontà, e poich’ella desiderava di condurlo verso quella
tomba, fu debole, si arrese, partì.
Il treno li portava con rapidità per quella medesima campagna che tanti
sogni aveva inutilmente fatti nascere, un anno addietro, nello spirito
immaginoso di Tancredo Salvi. Ancora si vedevano a perdita d’occhio
infrangersi, con burrasche di fiori, le ondate immense delle praterie,
curvarsi la ricchezza dei frumenti, e il biondo color dell’estate
nascere nei venti della primavera. Su l’estremo válico dell’orizzonte il
disco paonazzo del sole affondava come un rotondo vómero nella terra
lampeggiante.
L’uomo che aveva ucciso, nel tornare incontro al suo delitto sentiva
nascere in sè, proprio nel fatto intrinseco della sua vita, una
dissimiglianza, un antagonismo con quanto era principio e continuazione
di vita.
Anch’ella non era loquace; qualcosa d’imprecisabile, forse la sola
musica del treno corrente, li fasciava entrambi d’un vago malessere,
d’una sorda e pesante malinconìa.
Egli comprendeva quel silenzio, ed ella il suo; vicini l’uno all’altra,
con la paura entrambi d’aver fatto male a venire fin lì, guardavan per i
finestrini lo spazio fuggire indietro, verso il confine dell’orizzonte,
verso le imprecise lontananze, ov’era il mondo libero...
Erano entrambi così assorti nelle reminiscenze d’un passato non lontano,
che tanto Novella come Andrea non avevano quasi pensato alla gioia di
rivedere il loro bimbo. Sicchè furon quasi percossi di maraviglia
quando, nello scendere di vettura davanti alla scalinata, si videro
venire incontro, su le braccia d’una calma e robusta nutrice, un
bambinello in fasce, che stralunando gli occhi agitava le manine
paonazze.
Ambedue si guardaron fugacemente, non seppero se commossi o vergognosi,
e per nascondere la loro confusione si chinarono entrambi con un moto
concorde sopra le spalle ampie della nutrice, che sapeva di latte
odoroso. Ed ella, ridendo nella faccia adusta, sollevò su le braccia
rotonde, abili nel cullare, quel prospero infante, il qual parve
appartenesse a lei più che alla sua madre.
I cavalli andaron via facendo stridere la ghiaia; tra gli alberi
s’attenuava il rumore delle sonagliere. La serena casa era ferita nei
vetri dall’opposto sole; un’unica finestra rimaneva chiusa -- ed entrambi
la guardarono.
Adesso mamma Francesca s’affaccendava intorno a Novella, narrandole
infinite storie del suo piccolo bimbo.
«Quel bocconcello di carne aveva uno spirito indiavolato... quel
bocciolo di tulipano, gonfio e lucido, era d’una intelligenza e d’una
forza che sbalordivano; certamente incomincerebbe a parlare prima degli
altri bimbi, e -- secondo mamma Francesca -- somigliava come due gocce
d’acqua a Marcuccio quand’era piccino...
Nella serena casa nulla era mutato. Entrandovi, quei due che s’amavano
si sentiron d’un tratto investire dall’ombra di lontani fantasmi, furono
ancora subitamente l’amico e la moglie del morto.
Ecco: avevan scoperto il luogo dov’egli abitava. Non già nella sua
tomba, ma lì, sotto la loggia vetrata, nella poltrona di cuoio, carico
di scialli, vicino a Marcuccio che scriveva o faceva la calza, con i
suoi gomitoli di lana... -- lì, nella sala terrena, dov’era il cembalo,
il bellissimo cembalo a coda, in ebano luccicante, sul quale, un certo
pomeriggio ch’eran rimasti soli, ell’aveva suonato per distrarre
l’infermo una vertiginosa fuga di Bach, quand’era entrata la piccola
Natalissa con il suo fascio di rose gialle... Abitava lassù, nella
stanza chiusa, buia, morta.
Rabbrividirono.
E nel loro amore, che si era quasi dimenticato d’essere una cosa
nefanda, ritornò a vivere lo sgomento di allora, il tradimento che li
agghiadava e li ubbriacava, la febbre di tante lussurie che consumarono
vicino alla morte.
Quando la notte incominciò, nell’alte stanze della casa la nutrice
sonnolenta cullava il bimbo nella cuna, cantilenando con una nenia lenta
lunga lenta, che i muri antichi ripercotevano.
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
Ed allora quando si coricarono, lontani, senza dirsi parola, stretti nel
peccato che li univa come in un gelido sudario, a poco a poco, nell’alta
camera dell’infante, anche la nutrice s’addormentò.
Il silenzio divenne profondo come la fuga di un fiume sotterraneo. Ma
udivan entrambi, nello spessore delle pareti, piovere, scendere, un non
so che d’inafferrabile, che non faceva rumore, come neve.
Eran presso e lontani, solo divisi da una fragile parete; facevan quasi
uno sforzo mentale per allontanarsi ancor più; ma provavano tuttavia la
sensazione che l’ombra li tenesse avvinti, bocca su bocca, mortalmente,
implacabilmente avvinti, in un amplesso che li stremava d’ebbrezza e di
terrore.
Ma d’improvviso ricominciò a passare, come per un miracolo della
memoria, quella notte che ormai erasi evaporata nella dispersione
continua del Tempo. E come allora, d’un tratto rividero nella chiara
camera funeraria il raggio di luna che vestiva il cadavere dal piede
alla fronte, poltrendo su l’ampiezza del letto come un fascio di bianca
elettricità...
. . . . . . .
«... non solo morto pareva, ma deposto sopra un catafalco luminoso, e
freddo pareva di quell’algida luce che somigliava stranamente al colore
della sua carne, al gelo della sua materia spenta.
-- «Vedi, -- egli disse -- com’è tranquillo?»
Ma ella non rispose, forse non l’udì, assorta com’era nel guardarlo,
cogli occhi avvinti, la respirazione ferma, il cuore sospeso.
Gli usciva dal lenzuolo una mano, e quella mano pesava nella coltre come
fosse piombo.
Alte, nel miracolo della notte, le stelle così numerose che parevan nel
deserto cosmico una bufera di polvere in combustione, infuriavano di
splendore come fosforo avvampato, come resina in fiamme, come cristallo
frantumato nella sabbia e balenante sotto lo sfarzo del sole. La notte
bruciava ne’ suoi vertici, aveva sopra il suo fosco edificio invaso
d’ombre una cupola incendiata; l’eternità era espressa in luce,
l’infinito aveva i suoi limiti nella magnificenza del fuoco.
-- «Vedi, com’è tranquillo?»
La luce azzurra gli metteva intorno alle radici dei capelli una specie
di scintillamento.
Ella stava un passo lontano da lui, un passo lontano dal morto, e teneva
le braccia contro il petto, incrociate per i polsi.
-- «Giorgio...» -- profferì, non per chiamarlo, ma quasi per accertarsi
che fosse ben lui.
Poi allungò la mano e lambì la coltre, lievemente, ritraendola con
velocità...
Sì, avrebbe voluto, dal suo cuore di sorella, e nonostante la presenza
dell’altro, mandargli un timido saluto, profferire per lui una dolce
parola, toccarlo con una carezza lieve, posare la bocca su la sua fronte
che non ricordava più... Adesso le pareva necessario di fargli conoscere
il suo dolore, e dirgli, se pure non udisse: -- Povero, povero amico
mio...
E s’avvide che s’erano lasciati senza una parola di commiato, senza un
bacio nè una confidenza nè un secreto, senz’una di quelle parole
conclusive che fanno men buia la morte a chi vi sprofonda e a chi guarda
morire...
-- «Sì, mi hai chiamata e non c’ero! hai voluto vedermi e non c’ero! Hai
voluto forse confidare a me sola un ultimo desiderio e non t’ho potuto
ascoltare... Da te non ho inteso mai, mai, che parole d’amore...»
-- «Vedi, com’è tranquillo?...»
Ella era inginocchiata sopra un ginocchio solo, ma su l’altro teneva un
gomito e nei palmi la fronte.
Nel medesimo tempo egli guardò il morto, e gli parve straordinario che
vicino ad un cadavere si trovasse una cosa tanto profana. Ma due sole
immobilità perfette occupavano la stanza ed un solo raggio le aumentava
nel suo fermo splendore.
Poi, d’un tratto, la vide roteare sul ginocchio piegato; la pianella
scappò via dal piede roseo, fece un piccolo salto, si rovesciò. Era
scoverta fino a mezzo il petto; i calmi seni facevano, sollevando la
camicia, una profonda incavatura.
Dopo di lei osservò il morto, e gli parve strano che la sua faccia non
si fosse chinata fuor dalla proda per guardare in giù.
-- «Vedi?» -- gli disse mentalmente, con un riso che non saliva sino alla
bocca.
Gli parve che alcuno avesse aperto l’uscio...
-- «Vedi?»
Un usignolaccio, fuori, nella notte, nella ramaglia nera e balenante,
sufolava con ironia collerica, e tanto presso e tanto forte, che lo
stordiva... Il vano della finestra pareva un canale azzurro sgorgante
nell’inmensità.
«Uuh!... Fi... Perchè canti? -- Vattene!» L’usignolaccio saltava. Era
proprio lì, nella grande magnolia; il suo pennaggio faceva rumore contro
le foglie sonore.
-- «Vedi?»
Un filo d’aria notturna soffiò fra i capelli radi del morto, e li
scompose; poco dopo una nuvolaglia, correndo sopra la luna, ruppe il
filo che portava quel fascio d’elettricità.
-- «Vedi?» --
E la nuvolaglia se n’andava piano piano, il raggio tornava, più mite,
più forte, parendo invadere la stanza e colmarla come un fiume.
-- «Via... via... -- balbettò quando fu ritta; -- pórtami via!»
Su l’uscio, nell’entrare in quell’altra camera, involontariamente si
baciarono.
-- «Dammi da bere!... -- ella fece, comprimendosi il petto soffocato, --
brucio di sete!»
-- «Acqua? -- egli disse. -- Non ho che acqua.»
Un lungo trillo melodico empiva la notte incantata, e nel rifugio
dell’alto suo ramo il cantatore solitario snodava, buttava i suoi
gorgheggi con impetuosa magnificenza, come nell’aria brillando lancia i
suoi vertici una fontana. Di tanto in tanto qualche rana grassa metteva
nelle pause del canto la sua sgangherata vociaccia, come se le
vellicassero il ventre viscido per farla ridere, o si fosse ubbriacata
fino a creparne del buon odore che mandavano i gelsomini.
Egli si andò a sedere su l’orlo del letto, curvo, stanco, tenendo i
gomiti su le due ginocchia, le mani allacciate, la fronte china.
Ella fece per la camera un lungo giro e si fermò alla finestra,
guardando fuori, curiosa, nella notte stellata.
Soffiava ora un poco di vento; i prati lontani mutavano colore.
Ella vide a pochi metri dalla finestra, su l’albero gigantesco, un
grande fiore di magnolia sfasciarsi, cadere in frantumi sotto il lucente
albero, come una porcellana spezzata.
Andò vicino all’amante, gli pose una mano sui capelli e sottovoce disse:
-- «Che ora è? Tardi?»
Egli guardò l’orologio distrattamente:
-- «Le tre passate.»
Cominciava un dondolio sonnolento per le cime degli alberi; i prati
lontani mutavano colore.
-- «Che faremo?...» -- ella domandò con un tremore fin nell’anima.
-- «Non so.»
Stava ritta contro le sue ginocchia, tenendogli ora le mani su le
spalle. Egli aveva la fronte quasi nascosta contro il suo petto, e,
senza toccarla, sentiva tuttavia l’impressione della sua pelle nuda,
sentiva il profumo della stoffa tenue somigliante all’odore stesso di
lei.
-- «Tu l’amavi!» -- egli esclamò d’un tratto con iracondia, senza levare
il capo.
-- «No... taci...»
E come per soffocare ogni parola, su la bocca, affannosamente, lo
baciò...
... poi lontano, per l’ultimo cielo, fra i mazzi di stelle che
imbiancavano, videro salire una gran fiumana di vapori ondeggianti,
quasi una colonna di fumo che soffiasse, non da un incendio, ma da un
gelido remoto mare. Veniva per la finestra, con l’odor fluviale dei
narcisi, con l’abbrividire delle foglie che si destavano, un’ondata
d’aria fredda, quasi visibile, che faceva il giro della stanza, come un
vortice...
Una chiarità nasceva nell’oriente concavo; i prati lontani mutavano
colore.
Egli le ravvolse nella camicia di batista i seni che si ergevan nudi, la
fasciò fino alla gola entro la vestaglia di seta, e baciandola su gli
occhi pieni d’ombra disse a lei che non parlava:
-- «Dormi?...»
. . . . . . .
Fu la notte più lunga e più calamitosa che vissero mai nella vita. Li
divideva solamente una parete, una fragile parete, attraverso la quale
si vedevano, si udivano, -- ed una porta non difficile ad aprirsi, che
ogni tratto pareva si spalancasse da sè.
Non s’erano mai amati con tanto brivido nè con un senso più inesorabile
della loro complicità. Ora si accorgevano che il delitto era veramente
l’essenza della loro passione, comprendevan che il senso della morte
aveva sempre alimentato come un’esca la lor tragica fiamma.
Perchè non gli avevano data la medesima stanza dell’altr’anno? Chi mai,
nella casa, aveva creduto necessario avere questo delicato e crudele
pensiero per lui? Perchè tacitamente l’avevan messo a dormire presso la
camera di Novella, con una sola porta fra loro, e che potesse aprirsi
con tanta facilità?...
La mattina dopo s’incontrarono, lividi, come se avesser ucciso ancora
una volta. E compirono il rito funerario con una specie di meccanica
obbedienza, di freddo rispetto, al senso di quel dovere ultimo. Ancora
una volta la famiglia dell’ucciso li aveva lasciati soli, vicino a
quella tomba.
Vi andaron per la via della campagna, veloci, senza guardarsi, con le
braccia cariche di fiori. Il sole raggiante li assiderava; l’orizzonte
si moveva davanti alle loro pupille, come, dalla prua d’un veliero, il
confine dell’oceano.
Ella camminava rapidamente, vicino a lui, talora toccando il suo
braccio, talora lontanandosi d’un passo; fili d’erba e fuscelli di
paglia s’attaccavano alla balza della sua gonna rumorosa; ogni tratto
egli vedeva luccicare le fibbie d’acciaio brunito che ornavano le gale
delle sue scarpine.
Aveva il torto, in quel mattino di primavera, d’essere più nuda e più
femminile che mai.
Senza che lo facesse apposta, l’abito nero e la compunzione del suo
volto non facevano che accrescere visibilmente i segni della sua
impurità. Era bella, bella, bella, e pareva scesa da un letto nel quale
avesse amato infinitamente, pareva che portasse per una offerta profana
quel fascio di fiori profumati.
-- Andrea...
-- Mio amore?
Egli disse queste parole senza volerlo, istintivamente, come le avrebbe
dato un bacio. Se ne pentì.
-- Non camminare così presto; inciampo...
Egli rallentò il passo, e proseguirono a fianco a fianco, fra due siepi
di robinie cariche di grappoli che mandavano un profumo soverchiante.
Dietro le siepi vedevano qua e là i buoi camminare possentemente,
trascinando l’uomo e il solco.
Ella non s’era messo nè mantello nè cappello; solamente un velo di trina
su la capigliatura luminosa. In quella semplicità, la sua carne
trasparente brillava come un gioiello di straordinaria purezza.
-- Andrea...
-- Che vuoi?
-- Non ho dormito.
-- Io nemmeno.
Parlavano, ella sommessamente, egli forte.
Il cimitero biancheggiò d’un tratto. Ella disse:
-- Férmati.
Egli ubbidì; rimase qualche attimo fermo; poi le prese una mano, quasi
di nascosto, e la condusse.
D’improvviso, davanti alla tomba, s’accorsero che non avevano più alcuna
paura. Fra i cimiteri, su l’orlo dei sepolcri, dove la polvere torna
polvere, l’uomo non può più credere neanche nella divinità della morte.
Invece li afferrò senza remissione la gioia d’ogni cosa viva, il senso
pagano della vita; s’accorsero che faceva un bel mattino di primavera;
la terra fertile si gonfiava di rugiade iridescenti; l’aria inondata di
sole tramandava ilarità; le tombe non erano che piccoli giardini; fra
gli alberi del cimitero le nidiate cantavano.
Ella disse, -come allora-, deponendo i fiori:
-- Povero, povero amico mio...
Ed egli, con una specie di atono stupore, andava leggendo le parole
incise nella pietra funeraria:
GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL
COSTRUTTORE DEL PONTE DI CIMBRA
NATO...MORTO...
PACE
«-Pace-» -- Che mai significava questo voto funerario? C’era forse una
verità superumana in questo segno di quattro lettere? Quale senso aveva?
Era essa una parola di ammonimento?... Una sigla tombale?... Una fredda
ipotesi?...
Era una parola: -- ossia niente.
«-Pace-»
Tuttavia, nell’irrealità universale della umana conoscenza, pareva che
questa parola avesse un significato maggiore di tutte le altre, più
profondo, più interminabile... «-Pace-»
Ed egli pensava:
«Qui dorme l’uomo che uccisi. Di sotto quel puro marmo la sua faccia
devastata mi guarda. Ride, ride... come allora... sì, me ne ricordo. -- È
un fatto grave? -- Non è grave: è nulla.»
Davanti alla opaca terra che nasconde il perpetuo marcire che si compone
di dissolvimento in ogni átomo della sua polvere, la morte non era più
una cosa grave, non era più che un’astratta immanenza del passato
nell’avvenire, in verità somigliante alla parola: «-Pace-», -- una specie
di sorda memoria delle cose che furono, dentro quelle che saranno.
Egli rilesse, questa volta con maggiore attenzione, le parole incise:
GIORGIO AURELIO FIESCO
INGEGNERE DELLA MINIERA DI HASWILL...
D’un tratto, come se si squarciasse nel suo cervello una densa tenebra,
umanamente lo rivide, com’era nella sua gioventù, quando insieme avevano
intrapreso ad ascendere per il cammino della vita. E intanto rileggeva
macchinalmente la parola di quattro lettere, vuota come un cerchio
d’ombra che s’allargasse nel brillante etere, la parola che gli sembrava
beffarda come il sogghigno della morte... «-Pace-»
Sul marmo polito un’iride di sole picchiava nel triangolo della terra
«A»: la pietra balenante si purificava nel fuoco settemplice
dell’arcobaleno.
Da quando Giorgio era morto, ella non aveva pregato mai più; teneva ora
le mani congiunte, ma il cuore non le suggeriva alcuna parola, ed anzi
le pareva ormai che fosser morti anche il senso e l’ideale della
preghiera.
D’un tratto egli afferrò le sue mani, ch’erano intrecciate, le strinse
con una dura forza, e la condusse via.
Oh, come cantavano le nidiate in quel mattino di primavera!... Quanto
sole, quanto sole a perdita d’occhio, su la magnificenza della vita!...
Varcaron il cancello, e, fermi su la proda, guardaron abbacinati nel
chiarore della strada maestra.
Venivano in su due carri, al passo, levando poca polvere; i carrettieri
distesi sulla paglia, cantavano a voce spiegata.
Senz’abbandonare la sua mano, egli la trascinò lontano dalla strada,
rasente il muro del camposanto, per il viottolo che s’inoltrava nella
campagna; ed ella, sentendosi più lieve, si appese felicemente al suo
braccio.
-- Dimmi, -- egli domandò convulso: -- vuoi ancora essere mia?...
Ella non comprese la sua domanda, oppure non volle interamente
comprenderla; ma gli si annodò contro la spalla, con un movimento
femineo, rovesciando il capo all’indietro per fargli vedere che la sua
bocca rideva.
-- Dimmi, -- egli ripetè con forza: -- vuoi ancora non abbandonarmi, non
odiarmi anche tu?...
S’eran fermati nel folto; invece di rispondere gli tendeva la bocca
rossa, gli occhi innamorati, la sua turgida gola bianca di cipria,
stringendolo così forte nelle sue braccia ch’egli doveva da ogni fibra
udirsi rispondere: -- Sì!
-- Allora ódimi -- egli disse, pallido in verità come la morte: -- bisogna
che tu sappia una cosa, perchè non posso più conoscerla io solo.
-- Raccóntami... -- ella rispose, impaurita, lasciando cadere le braccia
che a lui si reggevano.
Con uno sguardo mortalmente vuoto egli fissò l’amante, la campagna, il
mondo... fu sul punto d’incominciare; poi tacque.
-- Raccóntami... -- ella cercava di persuaderlo, carezzandogli la faccia
pallida con le sue falangi odorose di fiori.
-- No, -- egli rispose, -- non qui. È meglio che non sia qui. C’è troppo
sole...
XII
«Fai la ninna, fai la nanna,
fantolino della mamma...
. . . . . della mamma...»
A poco a poco, nell’alta camera dell’infante, anche la nutrice
s’addormentò.
Egli rimase ancora per qualche attimo, solo, nel buio. Per le connessure
dell’uscio filtrava luce dalla camera di Novella. Voleva sentirsi
pronto, come nelle ore di battaglia, davanti a questa ch’era l’ultima e
la più inattesa fra tutte. Ma invece la volontà non gli bastava per
chiudersi ancora una volta in quell’armatura inflessibile che lo rendeva
così padrone di sè.
Aveva lottato per uccidere -- e di questo era stato capace; aveva lottato
per nascondere il suo delitto -- e di questo era stato capace; aveva
lottato prima di distruggere la sua magnifica vita in un fiero esilio --
e di questo era stato capace... ma quello che non poteva comandarsi più,
era lo sforzo di suggellare nel perpetuo silenzio il grido che gli
prorompeva dall’anima. Bisognava dividere questo peso almeno con
un’altra creatura, bisognava consumare il delitto fino all’ultimo,
facendo sì che investisse lei pure.
Quella tentazione crudele che aveva sentita poche ore dopo l’uccisione,
lungi dallo spegnersi, era cresciuta continuamente, in ogni giorno di
quel tempestoso anno, ed or gli pareva che ogni ulteriore indugio non
fosse che una più lunga viltà. Quante volte la parola rivelatrice gli
era venuta su l’orlo della bocca!... e sempre, sempre, nei baci più
deliranti, quel desiderio s’infiltrava in lui come la tentazione di una
più forte voluttà. Qualche volta era perfino giunto al godimento
perverso di trascinare l’amante con parole ambigue su l’orlo del
sospetto, come su l’orlo d’un abisso, dove il peso dell’ultima
complicità li avrebbe fatti cadere, avvinghiati per sempre.
Cercava con tal mezzo d’investigare quale sarebbe stato l’animo suo
davanti alla rivelazione. Ma ella non mostrava che un’infinita
smemoratezza e il desiderio di non rivolgersi mai verso quell’ora
lontana.
Anche durante i giorni dell’accusa, ella di ciò non gli aveva parlato,
se non quel tanto che fosse indispensabile: ne aveva parlato con fretta,
sbadatamente, senza guardarlo negli occhi, attenuando con un sorriso
femminile ogni parola inavvertita che paresse nascondere un suo pensiero
profondo.
Egli aveva talvolta immaginato che, nella sua fragilità, ella fosse
tuttavia la più forte.
Infatti avviene talora che l’anima femminile ci sembri assai lieve in
paragone della nostra e non obbediente a quell’ordine logico dal quale
si muove il nostro pensare; ma forse quell’anima è solo diversa dalla
nostra, e noi spesso non riusciamo ad intravvederne il fondo.
Egli era dunque rimasto, fra le rovine d’ogni altra certezza, davanti al
suo grande amore; i culti positivi, che aveva liberalmente professati
nella vita, erano insorti con ribellione davanti a quel primo atto di
vera libertà; rimaneva una sola cosa che non era distrutta nel mondo:
l’amore.
Ma quando le avesse detto chiaramente: -- «Guárdami negli occhi: sono io
che l’uccisi!» -- qual mutamento avverrebbe in loro e nella passione che
li univa? L’amerebbe ancora? Sarebbe amato ancora da lei?
Due mortali domande che gli pesavano, da quella tragica notte, sul
cuore.
Adesso, nella casa dormente, il silenzio era profondo come la fuga d’un
fiume sotterraneo. Egli si provò ripetutamente a sospingere l’uscio che
lo divideva dalla camera di Novella, ma sentì che ogni volta il coraggio
gli veniva meno.
Ed allora, come già un’altra volta, quando il pagliaccio rimase inerte
nella poltrona di cuoio, e bisognò sollevarlo, diede a sè stesso il
comando che lo irrigidiva: -- Ubbidisci!
Piegandosi alla propria volontà come al potere d’una forza non sua,
comprese di non aver più scampo, e si avvicinò a quella soglia.
Filtravano per le connessure spiragli di luce; a tastoni cercò la
maniglia, sospinse l’uscio, ed entrò.
Ella era seduta sull’orlo del letto, in vestaglia, coi tacchi delle sue
pianelle aggrappati al cassone di mogano, i gomiti sulle ginocchia, i
polsi congiunti, la faccia raccolta nella cavità dei palmi -- e lo
aspettava.
-- Non hai udito, -- ella disse, -- come piangeva poco fa il bimbo?
-- Ma ora s’è addormentato, -- egli rispose. Poi, dopo un silenzio, le
domandò: -- Gli vuoi bene?
La madre aperse le braccia, si abbandonò all’indietro, sui cuscini, e
rispose: -- Ora sì, ora per la prima volta lo amo.
Egli aveva la sua ruga profonda incisa fra i sopraccigli; era smagrito
in viso, e nel guardarlo pareva ch’ella se ne dolesse. Allungò il
braccio per chiamarlo a sè, indi soggiunse:
-- Tanto bene gli voglio, Andrea... ma non come a te!
Il braccio nudo si dorava nel chiarore della lampada, il polso dolce si
muoveva con una specie di naturale insidia, facendo trasalire i tendini.
-- Sièditi, -- ella disse, battendo la mano su la coltre; -- sièditi qui
sul letto... Pàrlami, bàciami... ti amo.
Come quando il loro bimbo era nato, sul tavolino da notte v’erano tre
rose, in un bicchiere.
Andrea si chinò su lei, cercando con le mani fredde il suo tepore più
vivo e più nascosto. Così la teneva, da sentirne contro la persona tutto
il corpo discinto; così la teneva, da immergere la bocca ne’ suoi caldi
e pesanti seni; così da stordirsi nel profumo del suo respiro.
Ella scivolò sotto di lui, si volse, come per adagiarsi nel letto
supina, e le venne al sommo della gola quel gonfiore contenuto che in
lei pareva quasi uno sforzo per resistere alla voluttà. Ma era uno
sforzo debole, tantochè subitamente gli occhi le smorivan di un sonno
palpitante; un poco di gengiva umida le appariva tra i labbri fermi.
-- Dormiamo... -- ella disse.
Andrea non rispose; la guardava, teso, attento, come per contare i
battiti d’ogni sua vena.
-- Perchè non ti spogli?
Ella diceva queste parole con una voce assonnata, che trascinava le
sillabe con ambiguità, quasichè fosse molto stanca, troppo stanca, e non
volesse dormire altrove che nelle sue braccia.
Poich’egli non rispondeva, gli mise una mano tra i capelli:
-- Non vuoi dormire vicino a me? No?... Perchè non vuoi?
Gli toccava la fronte, le tempie, gli occhi, le guancie, la gola.
-- Non sai com’è tardi, amore?... Perchè non hai sonno? Perchè ti
stanchi?
Le forcine, che le davan noia nella capigliatura, se le tolse ad una ad
una, posandole sul marmo del tavolino. Producevan cadendo un rumore
sottile, come di spilli sul vetro. Nel muovere la mano faceva brillare
contro il lume il suo rubino meraviglioso. Con le dita, come con un
pettine, si ravviava i capelli disciolti.
-- Se tu non ti córichi vicino a me, sai che non dormo... Spógliati...
Allora gli disfece la cravatta, e col braccio nudo gli ricinse il collo,
attraendolo in modo che la bocca dell’amante s’immerse nella sua gola.
Egli cominciò a baciarla piano piano, ed ella con le dita irrequiete si
snudava il petto. Irritata, s’aggrappò alle sue spalle, si torse,
affondando il capo nel cuscino, sollevando il grembo, tendendo alla sua
bocca l’àpice dei seni erti.
-- No, no... spógliati!... -- ripeteva.
La sua voce era quasi gemente; con le dita irrequiete lo molestava come
se volesse batterlo; era tutta inarcata; il suo grembo si offriva; le
pianelle caddero.
Ma con ira egli divelse da quel bacio la sua bocca ansante, sollevò il
corpo su le due braccia tese: gli occhi suoi bruciavano di febbre, il
suo viso era terribilmente contraffatto, i suoi polsi tremavano.
-- Vuoi, -- disse repentinamente, -- vuoi che facciamo una cosa?...
Ella si rovesciò indietro, abbandonata, con un semiriso d’affanno e di
piacere su la bocca; lo guardava traverso il vapore de’ suoi occhi
sperduti, senza ben comprendere quel che l’amante le diceva.
-- Quale cosa? -- mormorò.
-- Che andiamo insieme a rivedere la camera di Giorgio?
Ella trattenne un grido, rivolse la faccia nel cuscino, gli puntò con
forza una mano contro la gola, per respingerlo da sè, quasi volesse
punirlo di quella orribile celia.
-- Sei pazzo, Andrea?... Andrea!
Ma egli rideva malvagiamente, e lasciatosi cader sui gomiti raccolse il
capo di lei fra le sue mani, con tutta la capigliatura.
-- Non sono pazzo, no! Guárdami!
Ella fissò gli occhi, troppo grandi, ne’ suoi: con gli occhi lo
ascoltava.
-- Ti amo, Novella! ti amo più che mai!... più che mai!... -- le diceva
scuotendole il capo; affondando le falangi nel tepore della sua nuca
morbida. -- Eppure, chissà, fra un’ora, fra un momento... non sarai più
mia!
Balbettava queste parole, curvo sulla bocca di lei, quasi piangendo, e
le serrava il collo con i polsi, nei quali sentiva battere la veemenza
del dolore che pativa.
-- Andrea, cosa dici?... non so cosa dici? Ma no! ma no!...
Egli scuoteva il capo, e scuoteva lei pure, duramente, facendole male.
-- Ascóltami bene... cerca di bene comprendere questa orribile cosa...
Mentre ti amo come un pazzo, bisogna che mi provi a perderti! Mentre ti
amerò ancora, e sempre, fino alla disperazione... tu, forse, mi odierai!
Amore, amore mio, puoi comprendere? Mi ascolti?...
Le abbandonò il capo, la sollevò intera fra le braccia, la strinse
convulsamente, gli si empiron gli occhi di lagrime: poi rise. Anch’ella
piangeva, lentamente, senza saperne il perchè.
-- Non importa se dopo mi odierai... Ma devi sapere una cosa che non
posso più tacerti. È venuta l’ora nella quale ci dobbiamo conoscere
interamente. Non importa se griderai... Solamente lasciami parlare!
parlare! perchè ti amo, e sono pazzo... e tu devi essere al pari di me,
pazza, pazza!...
Nel convulso, ella pure singhiozzava, stremata, soffocata, stringendosi
forte alla sua persona come in uno spasimo di voluttà.
Allora egli si tese, fece un arco di tutta la sua forza, dai calcagni
alla fronte, cercando quasi d’imprigionarla nel suo amore terribile; poi
le disse con ira:
-- Solamente ricórdati questo: -- se dopo mi odii, e mi abbandoni, e sei
d’un altro, e ti lasci baciare da un altro... io t’uccido! t’uccido!
t’uccido... -come ho già fatto un’altra volta!-
E ricaddero avviluppati nella profonda coltre.
Poi, nel dubbio che non avesse bene inteso, ripetè, scandendo le
sillabe:
-- Come ho già fatto un’altra volta.
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