livida, scarna, che sbarrava attonitamente le pupille acquose, piene di paura. -- Un tumore al fegato, -- gli spiegò sottovoce l’assistente, quando la barella fu passata. Egli non intese, o non comprese; ma vedeva solamente la scala salire, lucida, innanzi a sè, con un tappeto di sole... confusamente salire verso l’invetriata fiammeggiante. Nel fondo de’ suoi propri occhi vedeva una cosa futilissima: i gomitoli di lana con i ferri da calza, que’ grossi rotondi gomitoli di Marcuccio Landi, e gli pareva udir ronzare dentro di sè il motivo di quella sua certa Canzone, che finiva in uno scoppio di riso tragico sul violino singhiozzante... Ora camminava lentamente per le corsìe piene di luce, da un letto all’altro, visitando, interrogando. I malati gli sorridevano; le suore componevano le coltri sotto i loro menti gialli: l’assistente, con un libro in mano, prendeva nota delle sue prescrizioni. Scriveva rapidamente con una penna stilografica, facendo stridere la carta. Un malato aveva fame, l’altro voleva uscire, un terzo si lamentava, un quarto era gonfio e paonazzo di febbre così da non poter parlare. Tutto questo lo stupiva un poco, gli dava non so quale sensazione d’irrealità, quasi non fosse più così utile come una volta curare i malati, ascoltare quel che dicevano, saper esattamente di che male soffrivano. Anzi uno gli disse una cosa che lo stupì: -- Ma mi lasci morire, dottore... Cosa faccio al mondo io? Egli, che prima non lo aveva quasi guardato, allora lo guardò. Era un povero vecchio, asmático, piagato, canceroso, al quale avevan rasa l’ispida barba a chiazze; una orrenda maschera contraffatta, con gli occhi semichiusi, ove permaneva un barlume di vita, la bocca bavosa, tra cui spuntava un po’ di lingua nerastra. Lo guardò ed ebbe voglia di rispondergli: -- «Hai ragione. Perchè cercherei di salvarti? Non v’è senso comune, quando un uomo vuol morire...» Mentre la suora lo scopriva, egli vide che aveva le mani allacciate da un rosario. Siccome la suora voleva scioglierlo ed egli si rifiutava, le disse di lasciarlo stare e gli fece sollevar le braccia sopra il capo. Di letto in letto la sua sensazione d’inutilità cresceva; e gli sembrò che fosse ozioso andar oltre, perchè i suoi assistenti eran tutti bravi giovani ed il meccanismo della sua Clinica poteva ottimamente camminare anche senza di lui. Egli era stato lontano alcun tempo, e tutto era in ordine, tutto s’era compiuto e si compiva con la regolarità consueta. -- «I malati guariscono perchè la natura li fa guarire; muoiono quando la natura li uccide. La nostra scienza non si riduce in fondo che ad una serie di tentativi empirici... Ora, il tentativo d’un altro, che ho pienamente ammaestrato, può valere il mio. Qui essi credono tutti, medici ed infermi, ch’io possieda qualche maravigliosa virtù di salvatore: ma è assurdo! Un giorno s’accorgeranno d’essere ad un dipresso quel ch’io sono, e questo farà nascere uno stupore immenso...» Passava da una camerata nell’altra, meccanicamente, domandando ogni tratto il suo parere al Rosales con un’affabilità che non gli era solita. Entrava ora in una corsìa di donne, più silenziosa, più intima, ove nell’aria vagava un respiro di maternità e di sacrifizio, dove il dolore pareva essere più profondo e tuttavia più contenuto. Le tende abbassate mitigavano il chiarore del giorno; in quella luce dorata i letti s’allineavano tranquilli. Una specie di riposo lo avvolse, come se la sua missione di curatore tornasse a parergli buona e come se un álito di riconoscenza muovesse a lui da ogni coltre su la quale si curvava. -- Come?... -- domandò improvvisamente al Rosales; -- come ha detto? qual’è il suo nome?... L’assistente riaperse il libro che stava per rimettere sotto il braccio, e rilesse: -- Novella Júdice, di Urbino; affezione... Egli non ascoltò più oltre; qualcosa di dolce, di soverchiante, gli commosse il cuore, come se da quel nome si partisse una infinita soavità e la donna chiamata con tal nome fosse un’ombra lontana, imprecisabile, di quell’amante che amava. Prese un polso della malata e si curvò su lei pianamente. La faccia pallida riposava nel guanciale, delineata in un contorno di capelli biondi, così radi e lievi che parevano appena un velo fasciato intorno alla sua fronte. Era una giovinetta forse di vent’anni e sorrideva guardando il medico, la suora, comprimendosi la mano libera sul petto, quasi per un senso invincibile di pudore. I suoi docili occhi azzurri parevano domandar perdono d’essere tanto malata, e nel sorridere le guance scarne le facevan agli angoli della bocca due graziose piccole infossature. Egli non contava affatto le pulsazioni dell’arteria, ma provava una strana dolcezza nel toccare quel polso accelerato e fioco, nel guardare quella miserrima fanciulla, che aveva il nome d’un’altra, il nome ch’egli portava in sè. -- Vi sentite male? soffrite? -- domandò egli, come non avrebbe domandato un medico ma un affettuoso parente. Poi le passò una mano su la fronte per consolarla e disse: -- Coraggio! Guarirete presto, molto presto... ve lo assicuro. Il sole, dalla finestra di fronte, dorava i suoi capelli vaporosi, e quel sorriso buono, come d’una bambinella ferita, continuava su la sua bocca smorta... Dopo aver compiuto il giro delle sale, andò a visitare i malati che abitavan nelle camerette solitarie, simili a celle d’un monastero; poi, sceso a pianterreno per un’altra scala, s’indugiò a discorrere con il Rosales in quel breve ándito che da una parte sboccava nel giardino, dall’altro sopra una corte. In quella corte precisamente v’era un carro mortuario, fermo, attaccato con un solo cavallo; il cocchiere, sceso di cassetto, s’era tolto il cappello e facendosi vento discorreva con un cuoco. -- Cosa fa quel carro? -- domandò il Ferento. -- Professore, le ho riferito dianzi ch’è morto il vecchio Celsi, del riparto chirurgico; morto ieri, nove giorni dopo l’operazione. -- Ah, infatti... -- egli mormorò. -- E lo portan via ora? -- Credo. -- Voglio vederlo, -- disse con rapidità. E scese per la scaletta sotterranea che conduceva nella sala refrigerante, ove si deponevan i cadaveri dopo averli sottoposti a necroscopìa. L’assistente lo seguiva. -- No, lei vada pure, -- disse il Ferento. Giunse in fondo; aperse l’uscio; fece qualche passo nella fredda stanza, chiara d’elettricità. De’ sei tavolacci di zinco, cinque eran vuoti e risplendevano; su l’altro era steso un grosso involto bianco, simile ad una statua supina ravvolta nella sua tela. L’odore acre dei disinfettanti mordeva l’aria, e gli sembrò di riceverne un senso di stordimento. Fece per avvicinarsi al cadavere, ma, poichè la porta erasi rinchiusa, tornò indietro e l’aperse in bílico. Di nuovo ne’ suoi confusi occhi, apparvero que’ gonfi e tondi gomitoli dello scemo, con i ferri da calza; di nuovo gli cominciò a ronzare nelle orecchie la nenia del violino singhiozzante. S’accostò al cadavere, ed ebbe voglia di scoprirlo; ma gli parve che le sue mani incontrassero una certa difficoltà nel compiere gli atti necessari. Le sue mani di fatti non si muovevano; ma egli provava un piacere ansante nello star presso a quel cadavere, il piacere pauroso che si prova stando su l’orlo d’un precipizio. «Se chiamassi un guardiano per farlo scoprire?... No, è inutile.» Le lampadine elettriche bruciavano dal soffitto basso in un cerchio di luce immobile, mettendo a nudo il groviglio del lor filo incandescente, il quale pareva complicarsi. «Che idea di voler vedere questo morto? A che serve? No, me ne vado.» E non poteva muoversi di lì; sentiva il bisogno, la tentazione, di guardare quella faccia; tuttavia non sapeva risolversi a mettere la mano su quel lenzuolo. Gli tornò in mente il carro funebre che attendeva nella corte, il cocchiere senza cappello che parlava con il cuoco. «Ho capito: è già pronto per esser chiuso nella cassa; meglio non toccarlo. Me ne vado.» Ma nel medesimo tempo, come se le sue mani ubbidissero ad un’altra volontà che la sua propria, sollevò il rovescio del lenzuolo che gli doppiava sul volto e ne aperse i due lembi, scoprendolo fino a metà del petto. Era una faccia senile, glabra, gonfia, cinerea, che pareva sprofondata nelle sue mascelle, rientrata nel collo quadrato, per insaccarsi entro la convessità delle spalle. Il petto era sezionato da una lunga ferita verticale, nera su gli orli di grumi sanguigni ed imbottita di bambagia. Egli guardava senza ben comprendere, anzi gli pareva di dover cominciare, davanti ad una classe di allievi invisibili, un corso di anatomìa... Poi gli parve di trovarsi, come s’era già trovato un’altra volta, nella necessità di sollevare quel corpo rigido su le sue braccia restìe, per riportarlo a giacere in un letto, ma scivolando, senza far rumore... Gli parve a poco a poco di riacquistare un suo stato d’animo anteriore, di retrocedere in una forma di sè stesso già lontana, già dispersa, e che le lampadine si spegnessero d’un colpo, -- le quattro lampadine appese alla volta sotto il riflettore di metallo bianco -- e la glabra faccia senile divenisse quella d’un altr’uomo, la faccia serena che lo guardava dalla morte, senza rancore... Rapidamente la ricoverse con il lenzuolo, si battè insieme i due polsi per darsi vita, e risalì. Volse un’occhiata nella corte: il cuoco se n’era andato; il cocchiere, appoggiato al muro in un angolo d’ombra, fumava tranquillamente; il vecchio cavallo nero dondolava la coda per scacciare le mosche. Gli parve che il sole fosse una polvere in fiamme, una rossa nuvola piena d’avvolgimento... «Cosa devo ancor fare?... Ah, sì!...» E rapido si volse; infilò il lunghissimo corridoio che traversava tutta la profondità dell’edificio, rotto nel mezzo da un padiglione vetrato, che imbiancava le stuoie d’una rotonda chiarità; lo percorse velocemente, facendo co’ suoi passi un rumor forte sul linoleo brillante; sentiva il bisogno di parlare, di agire, di ridere. La Direttrice gli veniva incontro. -- Sì, éccomi, signora Maggià! Li faccia entrare. -- Senta, senta, -- chiacchierava la Direttrice correndogli appresso; -- il professor Damiato e i due chirurghi primari son venuti varie volte per salutarla. Vuole che li chiami? -- Sì, li chiami, grazie. Ed entrato nello studiolo, accese una sigaretta, respirandone il fumo con ingorda voluttà. L’olea frascheggiava piano piano, con uno sciacquare di foglie rumorose, facendo piovere le sue minute fioriture candide, sperdendo in larghe ondate il suo voluttuoso buon odore; nel giardino si udiva un passo lento e pesante camminar su la ghiaia; dalla città lontana saliva un rumor confuso, interrotto spesso dal fischio d’una locomotiva, dagli urli vorticosi, lamentosi, che nell’alto sole del mezzodì, con furia lanciavano le sirene. VII Le adiacenze, la scalinata, la corte quadrangolare dell’Università ed il suo vasto porticato a colonne di marmo, eran ingombri d’una studentesca minacciosa. L’agitazione, promossa dai corsi di medicina, i quali volevan si sostituisse il professore d’anatomia, si estendeva per l’altre facoltà, con fischi ed urli contro il Rettore, che non concedeva certe agevolezze per una sessione d’esami. La strada rigurgitava di studenti, che ne sbarravano il passaggio; altri eran seduti in lunghe file su la scalinata, cantando; altri giravano in drappelli, a passo militare, sotto il porticato, scandendo epigrammi sopra un motivo d’operetta, ed assiepavano il cortile mareggiando con gridi e gesti frenetici. Gli arringatori, saliti su gli zoccoli delle colonne, rossi di collera e di fatica, parlavan gesticolando; una specie d’assedio ingrossava davanti allo scalone della Segreteria. Si gridava: -- «Sciopero! Sciopero! Abbasso il Rettore Rolandi! Fuori il professore Saraceno! Basta il Saraceno! Basta!... Viva la terza sessione! Viva!...» Un Commissario di Polizia, chiamato per telefono, sopraggiungeva co’ suoi agenti e li schierava in un vicolo vicino, pronti, nascosti. Ma li videro; e si cominciò a gridare contro la forza pubblica. Il pennacchio d’un carabiniere, che apparve davanti all’Università, fu accolto con un subisso di fischi. Da otto giorni il professore d’anatomia comparata, Enrico Saraceno, impartiva la sua lezione a banchi semivuoti; ma quella mattina, dopo averlo fischiato e vilipeso, eran entrati nell’aula dietro lui come una masnada di vandali, mettendo i banchi a soqquadro, lanciando calamai davanti alla cattedra, scaraventando i fascicoli al soffitto, in un diavolìo che più non finiva. -- «Fuori! Basta! Non vogliamo il Saraceno! Fuori!...» Questi era un meridionale allampanato, miope, con una cotenna spessa e riccia come quella di un negro, la faccia olivastra, il naso leggermente adunco, la bocca sottile, che portava sul labbro sporgente un sottile paio di baffetti neri. «Mannaggia! Mannaggia!» -- bestemmiava, dando gran pugni su la cattedra e con la voglia di scagliarsi, lui solo, contro quella scolaresca dileggiante. Quando un calamaio spruzzò d’inchiostro l’assito polveroso che innalzava la cattedra, divenne livido per la collera, si compresse i pugni su le tempie, diede un calcio a quel calamaio spezzato, ed uscì. La scolaresca lo accompagnava cantando a tempo di fanfara: -- «Non si vuol nè più nè meno, che scacciare il Saraceno!». Man mano che finiva una classe gli studenti affluivan nella corte, sicchè tutti i professori, dopo aver tentato invano d’imbrigliare quella ribellione, s’eran adunati perplessi nella sala del Consiglio Accademico. Frattanto, sotto il porticato, s’improvvisavan cartelli a pitture d’inchiostro e s’affiggevano alle colonne, o, inastate, si portavan come insegne sopra il mareggiare delle teste. -- Vogliamo la terza sessione! Fuori il Saraceno! Abbasso il Rettore Rolandi!» Poi si torcevan dalle risa davanti ad una caricatura improvvisata, che, nel contorno d’una enorme bottiglia d’Acqua di Janos, raffigurava il Rolando e il Saraceno seduti a braccetto sopra due pitali. E sotto eravi la scritta: «Congedo per motivi di salute» -- Fuori! fuori! si chiude! -- gridava a squarciagola il bidello, tentando di persuaderli con le buone a scendere in istrada. Ma lo tiravan per la giubba e gli davan lo sgambetto, chiamandolo il «Grand’Eunuco», per esser egli senza pelo, alto e panciuto. Dalla scala del Consiglio, stretta d’assedio, scese un piccolo vecchio dalla bianca barba quadrata, il professore di fisiologìa, che gli studenti amavano. Fu accolto da un’ovazione: -- «Viva il professore Sammarco! Ci ascolti, professore...» Tutti gli si facevano intorno, volevano tutti parlare. Egli alzò davanti a loro il palmo rugoso, come faceva dalla sua cattedra per imporre silenzio. -- Sentite, figliuoli... Se non vi sciogliete súbito, il Rettore annunzia che farà chiudere l’Università fino a tempo indeterminato. E riflettete che siam presso agli esami. Ragazzi, mandate una commissione: le vostre domande saranno discusse. -- È un pezzo che inoltriamo domande! Ci si beffa di noi! Revoca e sessione! Viva il professor Sammarco! -- Figliuoli, ascoltate... Ma la sua voce debole si perdeva nel frastuono, mentre la notizia della minacciata chiusura si diffondeva per la corte sollevando urli; un gesticolar di braccia furibonde si agitava contro le finestre del Consiglio Accademico. Il Commissario camminava nervosamente davanti all’Università, senza badare ai dileggi velati che gli mandava la studentesca; una ressa di popolo curioso ingombrava la strada, e su l’alto della scalinata il bidello gesticolante cercava di persuadere quelli ch’eran seduti sui gradini a levarsi e discendere nella strada. Ma in fondo alla corte cominciavano a scoppiare grida sediziose: -- Barricate la porta! Non vogliamo poliziotti. Contro la forza useremo la forza! Uh!... uh!... L’orologio della torre sonò le undici, con lenti colpi metallici che furono ascoltati; poi tutti si ammassarono sotto le finestre del Consiglio, quasi avessero in animo di darvi la scalata. Appunto alle undici doveva il Ferento impartire la sua lezione agli studenti del quinto anno, ed ecco sopraggiungeva, camminando frettoloso, allorchè di lontano vide quell’assembramento davanti all’entrata dell’Università. Quasi correndo percorse l’ultimo tratto, udì le grida, si cacciò nella folla ed apparve in basso della gradinata. Il Commissario, che per primo lo riconobbe, gli si avvicinò parlandogli concitato: -- Questa indecenza dura da oltre un’ora! Hanno messo un’aula a soqquadro ed asserragliano i Professori. Esito ad intervenire per timore di guai serii, ma se fra dieci minuti non si sciolgono, chiamo rinforzi, entro e li sgombero. -- Aspetti! -- egli disse rapidamente. E saliti d’un balzo i tre gradini esterni, si cacciò in mezzo ad un gruppo di studenti, che al vederlo ammutolirono. Egli girò su tutti loro uno sguardo freddo, quasi malvagio, ma nulla disse: camminò avanti, a fronte alta, quasi fosse certo che la scalinata ingombra dovesse aprire un varco davanti a lui. D’improvviso, tutti coloro che barricavan la gradinata standovi seduti e vociando, con un sol moto sorsero in piedi, si fendettero, ed egli salì fra loro velocemente, con gli occhi accesi d’una collera muta. Su l’alto della scalinata si volse con veemenza: -- E nessuno di voi -- gridò ai più vicini, -- ha osato imporre silenzio a questa gazzarra da comizio pubblico? Nessuno? E perchè venite qui a studiare l’uomo, se non avete compreso ancora che la più vile cosa per un uomo è ubbidire alla folla? Il bidello ansante gli corse incontro, congiungendo le mani, quasi che in lui fosse l’estrema sua speranza. Egli non l’ascoltò nemmeno, ma vôlti gli occhi beffardi sovra il cerchio di studenti che gli si formava intorno: -- Dove sono e chi sono, -- interrogò -- i promotori d’una così bella rivolta? Chi sono, domando? Non c’è fra voi uno solo che osi declinare il proprio nome? -- Io, per esempio! -- esclamò con tracotanza un giovine di membra complesse, che, sebben lontano, cercava di estollere il suo massiccio cranio chiomato, perch’egli lo riconoscesse. -- Ah, lei? Magentini, se non erro? -- Appunto, Magentini del quinto anno, -- rispose il giovine facendosi largo. E incominciò, con un tono arrogante: -- Perchè, vede, professore... -- Non si disturbi, la prego! Di lei mi ricordo bene, assai bene. Poichè, avendola interrogata qualche tempo fa su certi problemi di embriologìa, ella mi espose una teorìa siffatta, secondo la quale, come le osservai, il colmo per la donna evoluta sarebbe quello di mettere al mondo un neonato con la barba... Si accomodi pure! Una risata clamorosa eruppe dagli ascoltatori, facendo giustizia del malcapitato, che si rimpicciolì nella ressa, mentre invece, nel fondo della corte, il gruppo de’ più facinorosi non cessava dalle grida ostili. -- Taceranno! -- egli affermò con la voce rauca d’ira. -- Taceranno! -- E si cacciò davanti, pallido, nel tumulto che infieriva. Due ne prese per le spalle, quattro ne urtò: sotto i porticati la studentesca ondeggiava; un lungo solco di silenzio rimaneva dietro i suoi passi. Chiamati per nome, alcuni studenti lo spalleggiavano; e camminando a fronte alta, sicuro di non fermarsi, la sua pallida forza impetuosamente li dominò. Un certo silenzio intorno a lui si fece, un poco d’ordine fu ristabilito, e solo permaneva sotto le finestre del Consiglio il gruppo de’ più accesi, che non volevano intender ragione. Quando costoro s’accorsero che la maggioranza dei compagni stava per arrendersi a consigli di moderatezza, con furore insorsero chiamandoli disertori e pecore, facendo quanto baccano potevano, perchè nessuna parola d’ordine fosse potuta udire. -- «Uh! vi lasciate tirare per le orecchie! Pecore! pecore! uuh!...» Poi si cominciò a gridare: -- «Abbasso il Ferento!» -- prima da qualche voce isolata, poi con gran clamore da tutto il gruppo ch’era lontano. Egli si volse, come se l’avessero staffilato in pieno viso; balzò sul muricciuolo che riuniva i colonnati, così da estollersi alto e solo sopra l’assembramento, e simile a quello ch’era stato nei giorni di battaglia, quando, amato e odiato, il suo nome batteva come una bandiera, tese verso loro il braccio, e ridendo esclamò: -- È inutile che mi gridiate abbasso, perchè la natura mi ha posto in alto! E brillava, e la sua testa leonina era bella a vedersi come quella di un tribuno imperioso che dómini un parlamento. Brillava ed era solo, e raggiava da sè tanta forza, che i gridatori si tacquero, mentre da tutta la studentesca infiammata un altissimo grido si partiva, una sol voce, che obliosa d’ogni piccola discordia pareva inginocchiasse quei giovani davanti all’uomo più forte. -- Spezzare qualche banco, assediare una scala, dipingere ad inchiostro una piacevole caricatura, farvi suonare i tre squilli e sciogliere dalla Polizia... sarebbe questo per caso lo spirito di ribellione che imparaste nei suburbi, dall’eloquenza degli arringatori plebei? O glorioso tempo di rivolte, ove uno scaricatore di fogne diventa tribuno del Quartier Latino e Rettore Magnifico degli Atenei!... Ma or che avete iniziata la rappresaglia con sufficiente rumore, spaccato abbastanza legno, assediate abbastanza scale, ornato a sufficienza di pupazzi la vostra Camera del Lavoro, delegate altresì una Commissione di studenti, che renda noto al Consiglio Universitario la natura ed i motivi delle vostre lamentele...» -- Già fatto! già fatto! Inutile! Nessuno ci ascolta! -- s’interrompeva da varie parti. -- ...a meno che non preferiate, -- egli proseguì, -- affidarmi la vostra causa, fin dove io l’accetti e fin dove mi sembri giusta, perch’io mi faccia interprete presso il Consiglio Accademico dei vostri desiderii, e, con esso d’accordo, vegga di ottenervi una soluzione soddisfacente. -- Sì, sì! -- acclamarono i più vicini, poi gli altri, poi l’intera studentesca, prorompendo in applausi clamorosi, che soverchiarono il tumulto. Il suo nome volò da ogni bocca: -- «Viva Andrea Ferento!» Lontano, alto, per l’aria libera, il suo nome cantò: -- «Viva Andrea Ferento!» E volando e cantando inebbriava il cuore dei giovani, perch’era un nome di ribelle anch’esso, e lo portava un uomo ch’era giovine ancora, che aveva sempre insegnato a vivere combattendo, a cercare i pericoli delle più dure battaglie, generoso alfiere d’una insegna di libertà. -- Ora scioglietevi, -- egli disse, -- Io sono il vostro parlamentare: davanti al Consiglio Accademico sono garante per voi. Chè se invece questo Ateneo, dove, nella più alta misura delle proprie forze, ciascun professore dedica giornalmente a voi giovani la sua più bella e più serena fatica, fosse per divenire un luogo sedizioso, dove si carpiscon laure con scioperi di studentaglia e con fracasso di vetri spezzati, io per il primo non vorrei più rimetter piede in queste aule, dove con tutto amore, con tutta fede, credevo di educar familiarmente una libera e franca gioventù, la quale sapesse fermamente che non bisogna mai, mai, trovarsi dieci contr’uno per avere in dieci quel coraggio che uno solo non ha. Io stesso, che non volli patire il giogo di nessuna obbedienza, debbo anche dirvi che la vera libertà consiste nel non essere il gregario di nessuna sopraffazione! Allora centinaia di braccia si protesero a lui, quasi cercassero di sollevarlo, mentre il suo nome squillava per l’aria, limpido e risvegliante come una diana. In un minuto di silenzio egli guardò la folla dominata, e si sentì padrone senza contrasto di quei giovani cuori pieni di forza e d’impeto; padrone di quei muscoli docili e forti, ch’egli poteva ben ghermire nel suo pugno, e temprarli e fletterli come buone lame da combattimento; poich’egli portava duramente inciso nella sua maschera d’uomo quel segno di alta potestà che fa brillare nell’ombra delle moltitudini la faccia dei ribelli e dei dominatori. E per un attimo riassaporò la gioia che gli era una volta piaciuta, quella di moltiplicare la sua potenza tirannica nella potenza passiva di migliaia d’uomini, poichè dalla natura egli era sorto con un cervello d’autocrate e la sua strada era segnata in capo delle turbe, ove s’innalzano gli stendardi, ove camminano i Re. TERZA PARTE I Senza mutamento ricominciò il suo vivere consueto. La Clinica, l’Università, i molteplici consulti, le pratiche di laboratorio, lo assorbivano da mattino a sera, ed anzi metteva nell’occuparsi una specie d’iracondia, quasi che un’oscura ma imperiosa inquietudine lo sospingesse a consumare con febbre tutte le ore della sua giornata. Il mattino, al primo destarsi, lo stringeva un attimo di perplessità, e, per una pigrizia del tutto morale, avrebbe voluto continuare quel sonno, quel vuoto e opaco sonno che gli pareva quasi una immensa camera buia. Ma, vinto con una tensione dei nervi quell’impreciso attimo di paura, ecco egli era novamente l’uomo limpido e ferreo, il qual cercava d’imprimere in ogni cosa che facesse un segno della propria volontà. Soltanto gli pareva ormai che tutto questo fosse divenuto una vecchia abitudine automatica e vana. Curare gli uomini, insegnare ad uomini, comandare sopra uomini, cercare indefessamente una verità, stabilire un principio, sentirsi alto, potente, solo, -- tutto questo gli era piaciuto un giorno, gli era sembrato sommamente utile, sommamente necessario... Ma ora non ne vedeva più con precisione lo scopo; non era più così certo che questa fosse la sua strada, nè fosse in alcun modo una strada. Gli pareva che su l’immenso caos organizzato gravasse quasi una pausa oscillante, una lunga infinita vacuità, la qual pausa era stupore. Gli pareva di tornar da capo con tutto il suo cervello pensante alla ricerca delle ragioni d’ogni cosa. Questo piccolo fatto dell’aver ucciso, dell’aver ucciso egli stesso, con la sua propria mano, con la sua nitida volontà, gli scompigliava nel pensiero l’ordine immenso e la ragione intrinseca delle cose. Non era uomo da conoscere ciò che si chiama volgarmente il rimorso, poich’egli sapeva prima, e credeva di saper tuttora, che s’era impadronito, nell’uccidere, d’un suo virile diritto. Ma nel medesimo tempo sentiva che un fatto nuovo, un fatto di principio, era entrato con ciò nel suo mondo cerebrale, anzi dominava come un improvviso equivoco nella serrata logica del suo pensiero. Non rimorso era, e nemmeno era una pavidità oscura de’ suoi sensi davanti all’ombra di colui che giaceva. Non dunque una stolta paura della sua coscienza, e meno ancora della vendetta umana, ch’egli sentiva di poter vincere quand’anche s’apparecchiasse; -- ma era invece un fatto quasi organico, un fenomeno della sua stessa materia, la quale -sapeva- di aver data la morte. Questa parola «morte», che fino allora, pur vivendole in mezzo, pur combattendola giorno per giorno, eragli parsa lieve, ora, inattesamente, si vestiva d’un significato nuovo; non pauroso, non orrido, ma stupefacente: -- un significato che assaliva tutte le cose dell’universo, non potendo ad altro somigliare che ad una specie di divinità. Aveva da poco finito il pranzo, il suo pranzo veloce, che Giovanni gli imbandiva e gli sparecchiava ubbidendo a’ suoi cenni. Era stanco d’una giornata intensa; più che stanchezza, era un senso d’affaticante inerzia che gli pesava nelle vene, mentre per l’aria ferma cominciavano a fluttuare come invisibili sciarpe le calure della vicina estate. -- Giovanni, -- diss’egli allora, -- pòrtami, ti prego, un giornale. Sorse di tavola, entrò in una sala che non era illuminata se non dal riverbero della sera inazzurrata. Un lembo di cielo, con rosse nuvole, chiudeva come uno scenario il quadrato calmo della finestra, e si udiva salir dalla strada lo scalpiccìo della folla sui marciapiedi; si udivan ruote correre, battere ferri di cavalli, freni soffiando stridere, motori, con ánsiti e scoppi, lanciare per l’aria sonora un tremito ronzante, una burrasca di velocità. Lentamente s’affacciò al davanzale, guardando in giù, verso lo sbocco della contrada e verso il quadrangolo della piazza colonnata, che allargava la sua chiara vastità intorno ad una piccola fontana. Allora subitamente si rammentò con maraviglia d’una cosa futile... d’una sera, dell’anno antecedente, o forse d’un tempo ancor più lontano, quand’egli appunto se ne stava così, fermo, a contemplare dalla finestra la bella piazza illuminata, allorchè gli avvenne di riconoscere un uomo che per il mezzo la traversava; un uomo alto, magro, leggermente curvo, che veniva incontro alla sua casa, e camminando guardava se ci fosse ancor lume nelle sue finestre, lassú... Gli parve che il senso della moltitudine, del frastuono, il senso attuale di quella piazza, consistesse appunto nell’uomo che certa sera la traversava, nè ora la traverserebbe mai più, nei giorni tumultuosi ch’eran per nascere su l’infinita vita... Rimase un momento con gli occhi attoniti a fissare il pennacchio della fontana, poi trovò che questo ricordo mancava d’ogni reale consistenza, si ritrasse, accese il lume, sedette davanti alla scrivania. Prese un foglio di carta, e, intinta la penna, tracciò distrattamente un nome al sommo della pagina bianca: -- Novella... E dal chiarore invisibile che mandava questo piccolo nome, un sorriso limpido come il sole tornò a brillare sul mondo. Una memoria di lei, della sua bocca, lo tormentò così forte che il suo desiderio ne pianse, così forte che gli sembrò di averla udita entrare, con un fruscìo dietro la seggiola della sua lieve sottana, e gli sembrò che si curvasse, per avanzargli sopra una spalla, d’un tratto, la bocca respirante, per fargli con le calme sue braccia un nodo senza forza intorno alla gola soffocata... Si sentiva ridivenire con voluttà un illogico e docile uomo, libero da tutte quelle complicazioni cerebrali che lo spingevano indefessamente alla ricerca di «cause ulteriori»; s’accorse che pur una cosa v’era, la quale sapeva sottrarsi alla sua concezione transitoria, inutilistica del mondo: e questa era un’altra creatura come lui, fatta solo di carne lábile, di bellezza fugace, che sarebbe morta e sparita, che avrebbe dispersa in un pugno di polvere la sua ragione d’esser vissuta, ma che bastava tuttavia per soverchiare i limiti della conoscenza, per lanciare il sogno d’un uomo nella spaventosa eternità... Di lei sola, di questo solo amore, il suo cervello analitico non cercava ragione. L’amava; era pieno il mondo di questo amore esultante; le cose tutte visibili portavano il segno impresso di questa ebbrezza del suo cuore. Tutto le assomigliava, tutto proveniva da lei; era nel tempo e nello spazio, nell’attimo e nell’eterno, era l’arteria della sua vita molteplice, era, nel suo mondo negativo, la conclusione sintetica ed immensa che il credente riassume in Dio. Amandola, questo ribelle, questo anarchico, sentiva di ubbidire; di ubbidire non a lei forse, nè al cieco dominio della sua propria passione, ma quasi ad una legge di natività, immemorabile come la vita, più necessaria e più semplice di tutte l’altre da lui contemplate, -- «una legge di dedizione e di generazione, ínsita in tutto ciò che vive, radicata nell’elemento stesso del mondo, la legge per cui tutto continua, la sola che tutto comprende, ciò che veramente è l’anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini...» Queste parole aveva scritte ne’ suoi libri, ed ora le ripensava per confrontarle con l’anima sua presente. La penna gli era caduta su la pagina bianca; il tempo scorreva dolce nella sera ventilata. Le ripensava, guardando distrattamente verso l’alta scansìa, cárica di volumi rilegati d’un cuoio verde, con le diciture incise a caratteri d’oro, i quali splendevano dietro l’invetriata luccicante. E vedeva coloro che li avevan scritti, i suoi fratelli anteriori, dispersi nell’epoche lontane, per le più lontane contrade della terra, amici e nemici fra loro, ma raccolti da un solo nulla in una sola ed uguale Inutilità. E ripensava più oltre quel che aveva scritto: «O profeti degli errori più diuturni, o conquistatori terribili che volgeste in cenere funeraria la bellezza dionisiaca della vita, non è forse tempo ancora che un Dio più evoluto esca dalle nostre officine? Non è forse tempo ancora che il crogiuolo d’un chimico rivelatore imprigioni per sempre nella materia la favola dei vostri paradisi? «La remota vostra leggenda metafisica servì a creare la morte quale noi oggi la vediamo, ed in ogni cosa che l’uomo toccò, in ogni passo che fece, in ogni respiro d’aria che bevve co’ suoi polmoni avidi, trovò questo veleno mesciuto negli elisiri della vita. «Perchè, o medici, o filosofi, o poeti, non guariremo noi l’uomo di questo suo morbo millenario, che lo spinse a ricercare nella prigione dei cinque sensi, con la sua logica d’apparenze, una ragione di sè? «Possiate voi comprendere in un senso bello e sereno, in un senso d’aurora e di lontananza, questa maravigliosa parola ch’io vi canto: «-Il domani!-» «-Ieri-», o uomini, è la parola buia. Significa essere stati, quindi non essere più. «-Ieri-» è veramente la morte. Ma tuttociò che si chiama luce, sole, amore, gioia, bellezza, possibilità... tutto questo ha nome: «-Domani-». La vita non è che l’Oriente verso il quale si cammina, il sole che nascerà domani. L’inutilità immensa e magnifica di tutte le cose è in questo appunto, che la vita comincia davanti a noi, comincia domani...» Affaticato, egli si chiuse nel palmo la fronte calda; una gioia umana gli navigò sopra il cuore, gli fece sorridere la bocca, dalla mente gli bandì quella torma di pensieri estenuanti; perchè il suo «domani» era la donna che amava di un amor quasi barbaro, ed era il gorgo di felicità che gli si apriva nell’anima quando appena sovra lei si posasse una carezza della sua mano, -- della sua mano che aveva medicato la febbre, le piaghe, i dolori degli uomini, ed aveva pure, con un sottile ago d’acciaio, avvelenata una debole vena. Il suo «domani» era ciò che non aveva conosciuto ancora nella veemente sua vita, se non fra distratte avventure, ch’erangli parse lievi all’anima e fors’anche ai sensi come quel rumore di seta scivolante che fa, nel cadere, una gonna slacciata. Ma ora la sua bontà s’allontanava dagli uomini; la sua bontà non poteva più guarire liberare o difendere che una sola creatura. La sua missione gli pareva divenuta quasi puerile, al segno da sentirsene stanco e da non saper comprendere più, nemmeno razionalmente, per qual ragione proprio lui, che in fondo era un autocrate, un inutilista, un distruttore, proprio lui che in fondo spregiava tanto gli uomini da sentirsene padrone come d’un branco di pecore, avesse fino allora speso tanti anni della sua vita, e sempre con indefesso amore, con un’abnegazione talora confinante con l’eroismo, per guarire una folla d’estranei, davanti ai quali non compiva che un atto malinconico e faticoso di servitù. E spese tante ore nel suo laboratorio, alla ricerca d’un farmaco, d’una scoperta che li guarisse meglio, e tante ore su l’alto d’una cattedra per dividere con cervelli sbadati il pane della conoscenza... Ora non capiva più come avesse potuto fare tutto questo; anzi la memoria d’averlo pur compiuto lo lasciava leggermente sorpreso, come se ciò fosse stata l’opera d’un altro. Insieme nasceva in lui, contro il suo mestiere, un’avversione quasi fisica, perchè gli pareva impossibile di dover toccare con la stessa mano il corpo d’un infermo e la dolce soave carne di lei, ch’era una musica divenuta forma, un profumo divenuto respiro... Taluni pensieri futili, quasi feminei, lo assalivano. Certo non avrebbe mai voluto che, nello starle accanto, la tormentasse un odor medicinale d’etere o di cloroformio, il quale avesse impregnato la stoffa de’ suoi abiti, o che, stando con lei, venisse chiamato altrove, o con lei giacendo, avesse il mattino a sorgere dal letto per impartire la sua lezione giornaliera nell’aula un po’ tetra dell’Ateneo... Era pur nato nella famiglia vandalica dei dominatori: avevano battuto il suo metallo su l’incudine che foggia la corona dei re; il suo cammino era per l’alte nuvole, nell’infinita bufera. Ma questo bisogno d’esser tale, di non potersi credere inutile come un piccolo uomo, era insieme la sua spirituale schiavitù. E trovava necessario di appartenere ad una missione, ad un amore, ad un’idea; sentiva, negando, il bisogno di credere, comandando, la necessità di ubbidire. Egli s’era provato ad uscire dal dominio suggestivo delle parole, rompendo la catena dei sensi, ed era giunto a quel segno dove la convenzione cessa, gli estremi si confondono, e tutte le parole che in sè racchiudono un senso antagonistico -- piacere o dolore, fede o negazione, dovere o diritto, e più oltre, fino all’ultime: vita o morte -- non possono altro rappresentare che un suono di sillabe diverse. Così egli pensava, ed aveva per lunghi anni pensato, finchè la sua mano temeraria s’era persuasa di poter compiere ciò che la logica umana chiama un delitto. Ma inattesamente la sua materia si sentiva trasformata da quest’atto, e gli pareva che un oscuro divieto ci fosse, fuori dalla coscienza, dalla logica, dalla divinità, -- un divieto fisico, radicato anch’esso nella materia universa come un istinto fondamentale, profondo in essa come quell’altra legge di dedizione e di generazione, che veramente è l’anima delle cose, il Dio non creato dagli uomini... Ed ora non sentiva nemmeno più il bisogno di difendere con una frode complicata il suo semplice delitto; sentiva solo che un barbaro antico era tornato a vivere nel suo cuore angusto d’uomo civile, ove la preda e l’amplesso rimanevano ancora le più belle ragioni del vivere, dopo tante metafisiche fallite, dopo tanti millenni di ascendente umanità. Allora mosse la penna su la pagina bianca, e scrisse all’amante che amava: -- «Sì! parti domani, come tu vuoi, come voglio anch’io... perchè ti amo, ti amo, e non amo che te!» II Adesso di casa in casa, d’uscio in uscio, la voce correva. Era un piccolo serpentello, nero viscido rapido, ch’entrava di soppiatto per le fessure, faceva il giro delle camere, saltava inafferrabile, spariva. Aveva cominciato a muoversi nell’ombra, con un tortuoso e lento camminar di vermiciattolo, ed ora non aveva più paura nemmeno del sole; fischiava con la sua lingua biforcuta, lasciando per dov’era passato una lumacatura brillante. Non potevan trovarsi due persone a discorrere insieme, che non capitasse loro fra piedi; non rispettava nè i focolari nè i talami, nè il municipio nè la chiesa; ogni giorno cresceva d’insolenza e fischiava con maggiore implacabilità. La gente dapprima se n’era impaurita; ma ormai lo lasciavan entrare liberamente per le lor case, e, stupefatti della sua straordinaria vitalità, nessuno cercava nemmeno di schiacciargli il capo sotto il piede, come si usa fare con le vipere. Il serpentello fischiava e diceva: «L’hanno avvelenato... sì, sì, sì...» Una curiosità malsana cominciò ad agitare quella calma popolazione; tutto il giorno v’era gente che si aggirava nei pressi del cimitero, discorrendo a bassa voce; taluni andavano a visitare la tomba recente, quasi per interrogarla sopra il suo mistero; di notte i lumi si spegnevano più tardi che per il consueto e certi orribili sogni scendevano a turbare la fantasia di que’ semplici lavoratori. Su, su, strisciando fuori dal borgo, la voce era salita fino alla villa; era entrata per l’ortaglia e per la porta di servizio; s’era fermata qualche giorno in cucina prima di arrischiarsi ad entrar nelle sale. Ma quando Novella fu partita per la città, e nella casa restaron i due vecchi, Maria Dora, lo scemo, a consumar tristemente le giornate inoperose, una mattina capitò il padre di Maurizio e chiese di parlar con Stefano da solo a solo. Certo egli non compiva due volte all’anno un così lungo tragitto co’ suoi logori piedi: ma era venuto perchè ciò gli pareva necessario, ed eran amici da troppo tempo, lui e Stefano, perchè gli paresse lecito di tacer oltre. -- Senti... faccio bene? faccio male? Non so. Ma devo dirti una cosa grave... molto grave. Stefano aggrottò le ciglia. -- Poichè tu, naturalmente -- continuava l’altro, -- non sai nulla... Stefano infatti nulla sapeva. Ma non era del tutto impreparato. Qualche indizio lo aveva pur sorpreso; certe vaghe ombre nelle fisionomie della gente, certi mormorii, qua e là, per i cascinali, non gli eran del tutto sfuggiti. -- Si dice... -- cominciò il vecchio. Era un campagnolo del vecchio stampo, e si spiegò senza tergiversare, con parole spedite. Stefano dette un gran pugno su la tavola e non cercò nemmeno di contenere la sua collera. -- Ecco due parole stupide: «Si dice!» Chi lo dice? Chi?... -- Tutti. Allora la sua collera cadde; gli si aperse un enorme spavento nel cuore, perchè, di colpo, non si sentiva più del tutto certo che dicessero il falso. Lo mandò via trattandolo quasi male, bestemmiando ch’eran pazzi e birbanti, con fiere minacce contro quelli che ne avessero parlato ancora. Poi si giurò d’impedire che sua figlia e sua moglie avessero mai notizia di questa orribile voce; ma non era trascorsa un’ora, che già egli prendeva in disparte mamma Francesca e tremando le confidava sottovoce: -- Senti, vecchia... Si curvarono paurosi e muti su questo enorme secreto. La notte non dormivan più; volevan persuadersi a vicenda che la orrenda cosa non poteva essere avvenuta in casa loro; ma una voce intima, nel cuore di ciascuno, sibilava come il serpentello: «Sì, sì, sì...» Ella non fu più la bianca solerte massaia; egli più non si occupava del giardino, dell’ortaglia, nè di andare per i campi a sorvegliare i bifolchi; ma camminava rannuvolato per le stanze; la pipa gli si spegneva tra i denti. Maria Dora li osservava con attenta curiosità. «Che mai poteva esserci di nuovo ancora?» Sapeva che Novella era andata a trovare il suo amante. Questo pensiero le faceva un po’ dolere il cuore... Di giorno, per un nonnulla, era stizzosa, e verso l’alba udiva spesso i galli cantare. «Cos’era venuto a fare il padre di Maurizio fin lassù? Dopo la sua visita, che mutamento in quella casa! Anche la Berta da un pezzo era cambiata; ogni tanto parlava di andarsene e faceva quanto mai la misteriosa...» Una sartina del paese, una brunetta graziosa e pettegola, in quei giorni le stava terminando gli abiti da lutto; qualche volta lavoravan insieme, sedute a fianco, presso la macchina da cucire. Costei cicalava più in fretta che non cucisse con l’ago veloce; Maria Dora le dava del tu e cucivano insieme per lunghe ore. La sartina aveva un brutto nome: Palmira; ma la chiamavan Miretta, e doveva sposare Lionello dai baffi a punta -- Lionello Garlanti, parrucchiere, da Rimini... Se appena stava zitta, le usciva, nel cucire, una puntina di lingua rossa tra le labbra sottili; ma questo non accadeva quasi mai, perchè parlava di continuo come un mulino a vento, e di tutti e di tutto parlava con estrema volubilità. Finalmente un giorno Maria Dora prese Maurizio alla sprovvista e con mille astuzie incominciò a farlo discorrere. Maurizio era timido, le voleva bene; disse qualche parola di troppo, che non voleva dire... poi si confuse. Marcuccio scriveva un discorso funebre; ogni giorno scriveva un discorso funebre... Ma Dandolo Zappetta frattanto era già tornato in città. Il raccoglitore di farfalle aveva compiuta l’opera sua con una precisione davvero scientifica e rincasava portando nella valigia un meticoloso incartamento, oltre ad alcuni esemplari preziosi di farfalle nostrane, poichè i due compari non gli avevano mentito affatto e quella fiorita regione abbondava di vaghissimi papilioni. Dandolo Zappetta sapeva d’esser stato prodigioso; una soddisfazione legittima gli allargava lo spazio del cuore, senza tradirsi per altro segno visibile che un allegro fischiettar pertinace, il quale non gli si era staccato dalle labbra per tutta la via del ritorno. Quest’uomo piccolo e mansueto, il quale non ambiva altro regno che la sua soffitta nè altri sudditi che lo stuolo delle sue morte farfalle, amava tuttavia la vittoria come l’amano i predatori, e nella sua piccolezza estrema gli piaceva solo di misurarsi coi più forti. Allora, quando fu di ritorno, questo piccolo uomo salì agilmente i cinque piani della sua soffitta, schiuse l’uscio e corse a riveder le sue farfalle, con la medesima tenerezza d’una madre la quale andasse a riguardare la cuna del proprio bimbo. Indi si mutò d’abiti, con grande cura indossò di nuovo il suo logoro giubbino luccicante, si strofinò per dieci minuti le scarpe senza macchia, scelse nella valigia, tra un grosso fascicolo, certe carte che gli occorrevano, mise un vecchio cappello duro di color marrone, che gli calzava fin quasi ai sopraccigli, e col bocchino di legno fra i denti, tranquillamente uscì. Tancredo, che gli avvenne d’incontrar per primo, cominciò a tempestarlo di domande precipitose. In luogo di rispondere, Dandolo non faceva che affrettare i suoi passettini da lucertola, con tanta rapidità che il Salvi durava gran fatica nel camminargli di paro. -- Pazienza, mio buon Tancredo! Io son avvezzo a procedere con ordine in tutte le mie cose. Fra cinque minuti saremo a casa del Metello e, quando potete ascoltarmi entrambi, allora parlerò. -- Almeno tóglimi da questa orribile incertezza! -- lo supplicava Tancredo. -- Figúrati, -- gli narrò sorridendo il raccoglitore di farfalle, -- figúrati che ho trovato perfino il solo esemplare di Vanesse ch’io non possedessi: la -Vanessa Atalanta- con le ali nere vellutate. Non solo, ma una magnifica -Saturnia Pavonia-, grossa quasi come un pipistrello! Tancredo grugnì una bestemmia, che fece sorridere l’omino. Allo scampanellare che fecero, anzi tutto rispose il ringhio asmàtico di Volapuk, un decrepito can barbone, fegatoso come una zitella ed irsuto come un istrice; poi Saverio accorse, e ricevette gli ospiti con un formidabile: Urrà! -- Dunque? dunque? -- non cessava dal ripetere, facendoli entrare in un salottino, dove ambedue cominciarono a carezzar l’omino accerchiandolo d’infinite premure. Saverio gli avanzò una poltrona, Tancredo ve lo fece sedere a viva forza, esclamando: -- Siedi, e parla finalmente! -- Siamo soli? -- premise Dandolo, quasichè si divertisse ad esasperare la loro impazienza. Il Metello andò a chiudere la porta. -- C’è mia madre; però è sorda; e credo anzi che dorma. Dunque? -- Ti prego, Tancredo, sièditi, -- fece l’omuncolo. -- Dall’altezza della tua statura mi pericoli addosso come la Torre di Pisa. Tancredo gli ubbidì; sedettero entrambi davanti a lui, vicini. Dandolo introdusse una sigaretta fatta a mano in quel certo suo bocchino d’un legno introvabile, trasse il portacerini d’argento, cesellato chissà mai dove con un volo di grù, diede fuoco al fiammifero, accese meticolosamente la sigaretta, spense, cercò invano con gli occhi un portacenere ove deporre il cerino. -- Butta per terra, -- disse nervosamente Saverio, davanti a quell’indugio. -- Oh, non importa! -- E alzatosi, lo andò a gettare nel camino. Poi si volse, guardando quei due che pendevano dalla sua bocca, e, senza mutar voce nè fisionomia, disse tranquillamente: -- Ha ucciso. I due si batteron un pugno scambievolmente su le ginocchia e con impeto sorsero in piedi. -- Vivaddio! Ci siamo! -- Non ci siamo... -- corresse l’omino. -- Anzi non ci siamo affatto. Una bufera di domande l’avvolse, ond’egli per difendersi protese un braccio. -- Piano, piano... Vi prego di lasciarmi parlare. E si mise a camminar lentamente fra i mobili del salotto. -- Vi ho comunicata -- riprese -- la mia profondissima convinzione. Ha ucciso. E lo ripeto: Sì, ha ucciso. A voi non importa conoscere quello che feci, nè come nè in qual modo giunsi a chiudere affermativamente un’istruttoria così greve di conseguenze; voi m’avete dato un incarico, io l’ho assolto. Se poi v’interessa conoscerne i particolari, ve li racconterò, ma più tardi. -- Insomma, -- lo interruppe il Metello, -- perchè hai detto che non ci siamo? -- Piano, vi ripeto. Fino ad oggi ho lavorato per voi; ma ora, se non vi dispiace, intenderei di aver lavorato anche per me. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226 227 228 229 230 231 232 233 234 235 236 237 238 239 240 241 242 243 244 245 246 247 248 249 250 251 252 253 254 255 256 257 258 259 260 261 262 263 264 265 266 267 268 269 270 271 272 273 274 275 276 277 278 279 280 281 282 283 284 285 286 287 288 289 290 291 292 293 294 295 296 297 298 299 300 301 302 303 304 305 306 307 308 309 310 311 312 313 314 315 316 317 318 319 320 321 322 323 324 325 326 327 328 329 330 331 332 333 334 335 336 337 338 339 340 341 342 343 344 345 346 347 348 349 350 351 352 353 354 355 356 357 358 359 360 361 362 363 364 365 366 367 368 369 370 371 372 373 374 375 376 377 378 379 380 381 382 383 384 385 386 387 388 389 390 391 392 393 394 395 396 397 398 399 400 401 402 403 404 405 406 407 408 409 410 411 412 413 414 415 416 417 418 419 420 421 422 423 424 425 426 427 428 429 430 431 432 433 434 435 436 437 438 439 440 441 442 443 444 445 446 447 448 449 450 451 452 453 454 455 456 457 458 459 460 461 462 463 464 465 466 467 468 469 470 471 472 473 474 475 476 477 478 479 480 481 482 483 484 485 486 487 488 489 490 491 492 493 494 495 496 497 498 499 500 501 502 503 504 505 506 507 508 509 510 511 512 513 514 515 516 517 518 519 520 521 522 523 524 525 526 527 528 529 530 531 532 533 534 535 536 537 538 539 540 541 542 543 544 545 546 547 548 549 550 551 552 553 554 555 556 557 558 559 560 561 562 563 564 565 566 567 568 569 570 571 572 573 574 575 576 577 578 579 580 581 582 583 584 585 586 587 588 589 590 591 592 593 594 595 596 597 598 599 600 601 602 603 604 605 606 607 608 609 610 611 612 613 614 615 616 617 618 619 620 621 622 623 624 625 626 627 628 629 630 631 632 633 634 635 636 637 638 639 640 641 642 643 644 645 646 647 648 649 650 651 652 653 654 655 656 657 658 659 660 661 662 663 664 665 666 667 668 669 670 671 672 673 674 675 676 677 678 679 680 681 682 683 684 685 686 687 688 689 690 691 692 693 694 695 696 697 698 699 700 701 702 703 704 705 706 707 708 709 710 711 712 713 714 715 716 717 718 719 720 721 722 723 724 725 726 727 728 729 730 731 732 733 734 735 736 737 738 739 740 741 742 743 744 745 746 747 748 749 750 751 752 753 754 755 756 757 758 759 760 761 762 763 764 765 766 767 768 769 770 771 772 773 774 775 776 777 778 779 780 781 782 783 784 785 786 787 788 789 790 791 792 793 794 795 796 797 798 799 800 801 802 803 804 805 806 807 808 809 810 811 812 813 814 815 816 817 818 819 820 821 822 823 824 825 826 827 828 829 830 831 832 833 834 835 836 837 838 839 840 841 842 843 844 845 846 847 848 849 850 851 852 853 854 855 856 857 858 859 860 861 862 863 864 865 866 867 868 869 870 871 872 873 874 875 876 877 878 879 880 881 882 883 884 885 886 887 888 889 890 891 892 893 894 895 896 897 898 899 900 901 902 903 904 905 906 907 908 909 910 911 912 913 914 915 916 917 918 919 920 921 922 923 924 925 926 927 928 929 930 931 932 933 934 935 936 937 938 939 940 941 942 943 944 945 946 947 948 949 950 951 952 953 954 955 956 957 958 959 960 961 962 963 964 965 966 967 968 969 970 971 972 973 974 975 976 977 978 979 980 981 982 983 984 985 986 987 988 989 990 991 992 993 994 995 996 997 998 999 1000