Due Inglesi guardavano la loro bottiglia di Pale Ale, come si guarda la
propria moglie quand’è incinta: ossia con apprensione e con affetto. Il
barman discorreva con i clienti ch’erano seduti su alti sgabelli, contro
il suo banco; numerava l’incasso, verificando i sigari venduti.
Un’altra cocotte si congiunse alla prima. E questa comandò al barman
un’ala di pollo freddo. Era il tocco; la Francia dormiva; Lord Pepe fece
l’ultima carambola.
Basta, Lord Pepe. Ho perduto e basta.
L’illustre Joe Wallace, il popolare Jo, che aveva osservato il nostro
gioco, allora si levò dal tavolino del settimo gin-cock-tail e venne a
presentarsi, poichè intendeva giocare una partita. Disse a Lord Pepe:
--«Vous êtes l’amant d’un très jolie femme, oh, yes! Litzine, très jolie
femme! Je suis Joe Wallace.»
Lord Pepe fu molto garbato, e il popolare Jo gli propose:
--«Voulez-vous, sir, douze points avec moi? oh, yes!»
Lord Pepe mise le biglie in acchito, e rispose al popolare Jo:
--It is your play, mister Jo.
Questi comandò un gin-cock-tail, fece il primo punto, poi ne fece altri
undici di séguito, depose la stecca, vuotò il bicchiere, disse a Lord
Pepe:
--Good night, sir,--e scomparve.
Tutto ciò in un baleno.
Lord Pepe, rimasto lì, con la stecca in mano, senz’aver potuto giocare
un solo colpo, impiegò due lunghi minuti a riaversi dallo stupore, poi
si fece rosso di collera e bestemmiò fra i denti:
--Palurdo ladron! Mañana yo te rompo la caveza! Ma in quel frattempo
l’illustre Joe Wallace, il popolare Jo, era già salito al pian di sopra,
forse per addormentarsi un po’ ebbro nel calmo tepor coniugale d’una
moglie sposata per interesse.
Io dovetti ricorrere a tutta la mia moderazione per placare lo sdegno di
Lord Pepe. Voleva sapere il numero dell’appartamento di Jo, salire,
violarne il domicilio, prenderlo per il collo, buttarlo giù dalle scale;
voleva scrivergli una lettera insolente, fargliela recapitare per mezzo
d’un «boy»; voleva mandare me come ambasciatore, per pregarlo di
scendere a pianterreno, anche se fosse già in pijama, onde aggiustare i
conti con lui, don Josè Fernandez vizconde de Higuera, con lui, signore
probabile del feudo di Zaraùz, che un volgare stalliere, un sudicio
gabellatore di vecchie croste, si era permesso di trattare a quel modo,
appioppandogli una dietro l’altra dodici perfette carambole, senza
offrirgli la rivincita e senza permettergli di tirare nemmeno un colpo
di stecca.
Ma, eruttata in un vulcano di bestemmie, sfumata in una serqua di
minacce omériche, la collera di Lord Pepe si ammansò come per incanto.
Mentr’io temevo di vederlo trascendere a qualche atto inconsulto,
quest’uomo ragionevole depose la stecca nella rastrelliera, si nettò una
falange impolverata di gesso azzurro, e come se al mondo non esistesse
nemmeno più un personaggio nominato Joe Wallace,--l’illustre e popolare
Jo--ecco il sereno Lord Pepe accorgersi di avere appetito, e zufolando
recarsi ad intervistare il barman per vedere qual genere di fredde
vettovaglie fosservi ancora da prescegliere nella sua notturna dispensa.
E poichè una solitaria pernice allietava quel rifugio di scarni
gallinácei e di volgari giamboni, Lord Pepe, tutto giulivo, mi costrinse
a dividere con lui quell’ultimo spuntino dell’ágape giornaliera.
Fra le varie marche di Champagne,--generose fontane di sogno e di
transumanazione,--quella che più induce alle intime, alle difficili
confidenze, è senza dubbio la marca della Veuve Cliquot. Questa era
l’opinione di Lord Pepe, ossia l’opinione d’un erudito in materia, che
sapeva sottilmente variare i toni dell’ubbriachezza come un sapiente
musicista varia le sue musiche preferite.
Questo vino che portava il leggero nome d’una vedova, ci condusse
naturalmente a parlar d’amore. Verso le due di notte, non prima,--(le ore
che precedono sono ancora eccessivamente borghesi)--verso le due di notte
l’uomo elegante, il saggio distributore della meridiana, esce da tutti
que’ discorsi che intesero ad altre cure de’ suoi travagli diurni e
leggermente si risolve a parlar d’amore. Queste ore prima dell’alba sono
per lui un viatico a Citera, un dolce avviamento al desiderio ed alla
critica dell’altro sesso, l’ora spirituale che rende il suo scetticismo
proclive a tutte le confidenze.
Infatti chi mai, se non un caporale di fanteria, potrebbe risolversi a
parlar d’amore la mattina presto, od anche nelle prime ore del
pomeriggio? L’amore, come lo spiritismo, ha bisogno di un’atmosfera
semibuia. Quelli che fanno ballare i tavolini sanno benissimo che gli
spiriti si prestano volontieri ad entrare sotto le gambe delle tavole,
magari a scendere dai lontani Empírei per suggerire tre numeri del
Lotto, purchè il silenzio ed il raccoglimento creino la necessaria
medianità, quella specie di attesa tremante che induce i buoni spiriti
ad entrare in comunione con gli uomini.
Così press’a poco avviene per quello spirito ben più diffidente che si
chiama l’Amore.
Lord Pepe, assaporando il petto e le cosce di quella rotonda pernice,
prese a narrarmi le intime storie de’ suoi amori con Litzine. Litzine la
bionda, la pura come una educanda, l’azzurro-venata come un alabastro,
Litzine dalla gola di colomba, chiara e docile, distratta e sapiente...
Io mi ricordavo l’alba davanti ai mare della Zurriola, nella stanza
della peccatrice di Mágdala, ove saliva l’ultima canzone grigia del
lentissimo fiume Urumea....
E le rondini--pensavo--della bianca terra di Guipuzcoa si levano tutte a
stormo, e trillano, questa mattina, per andare. Con l’ala tesa e ferma
traverseranno il cielo infinito. Nelle bufere di luce, nelle burrasche
di stelle, andranno per le vie dell’altomare. E canterà lo spazio, e i
turbini dei maestrali canteranno, lassù, nell’alta nuvola, dove la
strada è bella. Rondini, e l’amore vi porterà verso la stella ultima; vi
ucciderà, nel vento, la distanza implacábile; forse vedrete splendere il
sole della terra più lontana.
Ed io vi amo, rondini, perchè la vostra fedeltà è nell’esilio, e due
volte nell’anno voi stringe il male della strada, e la distanza brilla
in voi, come nel cuore mio di navigante brilla, o rondini, la poesia...
Sì, Lord Pepe, con questa ottima pernice un cuore di lattuga tagliato a
metà, condito con olio, pepe, sugo d’uovo ed un pizzico di sénape,
dev’esser proprio quello che ci vuole.
E quando le mele renette, i fichi umidi, le nocciuole di bosco giunsero
in un piccolo paniere, che sembrava fosse asperso di rugiada, Lord Pepe
mise l’occhialetto--(cosa che non faceva quasi mai)--si rovesciò contro la
spalliera della seggiola e venne fuori con questa innocentissima
domanda:
--¿Y Usted, Caballero? como fué con Madlen el primero certámen de
nuptias?
«Signore del feudo di Zaraùz, alludete voi forse a quello che gli
antichi pedanti chiamavano «ius primae noctis»?... Io rimasi lì, con la
forchetta infissa nel tórsolo giallo della mela renetta, e guardai
sorridendo Lord Pepe, che sorridendo riguardava me. Infine risposi:
--Mi sono fatto scrupolo a mia volta, caro Lord Pepe, di non ledere
quella innegabile priorità che in ogni caso vi spetta...
Dopo la qual confidenza, entrambi togliemmo dal paniere, con l’umido suo
frutto, una foglia di fico.
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Madlen mi pose le sue braccia nude intorno al collo, e prese a
raccontarmi questa lunga storia...
«Se mio padre non si fosse occupato di politica, sarebbe stato, per lui
e per me, una gran bella cosa. Quella sua manìa di tenere discorsi alla
Camera dei Lordi assottigliò la sua ricchezza e gli fece perdere il
miglior tempo della sua vita.
Mia madre morì otto giorni dopo l’anniversario del mio settimo
compleanno; mi ricordo che poco tempo innanzi, tornando da una recita al
teatro di Corte, mi aveva regalata una bambola vestita con i ritagli
d’un suo abito di broccato. E questa bambola, che si chiamava Jade,
portò la sventura nella nostra casa; perchè, dopo la sua entrata, molte
gravi cose vi accaddero.
Non ho mai veduta una donna bella come fu mia madre. Là dove nacqui ne
parlano ancora; le avevano dato il soprannome di Contessa Fata. Anche
mio padre era un uomo bellissimo; però molto più vecchio di lei. Era
stato ufficiale nelle Colonie; poi si era messo a far l’agricoltore,
infine si era dato alla politica.
Avevamo un grande castello, nell’alta Scozia, presso un vecchio borgo,
dove tutti, come noi, eran cattolici.
Dopo la morte di mia madre fui messa in un educandato francese nei
dintorni di Parigi, e vi rimasi fin verso i quindici anni. Era una
specie di clausura, fredda e severa, dalla quale ogni giorno più sentivo
il bisogno di evadere. Quando feci ritorno al Castello, mio padre,
assorto nella politica, non poteva occuparsi della mia educazione. Lord
W., mio padre, apparteneva ad una famiglia di antichi immigrati; portava
il nome d’una vecchia gente normanna che passò il Canale non saprei dire
in qual secolo. Certo il nome che voi conoscete non è il mio. Per questa
sua fedeltà verso la terra de’ nostri antichi egli desiderava che mi
fosse data una educazione in parte francese; a tal uopo fece venire da
Bourges una istitutrice che gli avevano raccomandata.
Questa fu Mademoiselle Odette. M’insegnava, oltre la letteratura
francese, anche il pianoforte, il ricamo, la cucina e la buona
educazione. Per mancanza d’altri maestri, il diácono Ralph, ch’era da
poco venuto nel borgo, m’insegnava la storia sacra e profana,
l’aritmetica, la botanica, il disegno, la letteratura, l’economia
politica... non so bene quante cose m’insegnasse, con la sua voce
dolorosa come la tentazione, il diácono Ralph! Così, verso i diciassette
anni, ebbi tutta l’erudizione che occorre ad una signorina patrizia per
trovar marito.
Il diácono Ralph non pareva niente affatto un prete; c’era nella sua
fisionomia qualcosa di malvagio e di splendente. Nessuno lo amava;
nessuno conosceva bene in qual modo fosse capitato lassù. Forse vi
scontava una punizione inflittagli dal clero, una specie di esilio che
poteva durare per anni. Era un uomo bello e temibile, ancor giovine, con
uno sguardo pieno di fredda inquietudine, la bocca luminosa ed impura.
Forse non aveva più di trentacinque anni; ma le rughe incise nella
immobilità della sua faccia pallida gli davano quel segno di forza che
si vede nella maschera dei criminali e degli asceti. Quand’egli, con una
voce equilibrata, un po’ lenta, muovendo le palpebre de’ suoi occhi
freddi come l’argento, mi spiegava perchè fu mandato al supplizio frate
Savonarola, io, senz’ascoltarlo, guardavo le sue piccole mani.
Avevo allora diciassette anni.
M.lle Odette era nata a Bourges, nel Barry, ed i suoi discorsi
cominciavano spesso con questa frase: «Chez nous, dans la maison de mon
père...» E parlava di questa «maison de son père» come se veramente si
trattasse della culla d’una dinastia. Quando venne al Castello aveva
quasi ventotto anni; era una creatura deliziosamente fina, piena di
seduzione, di freschezza e di leggiadria. Non già che fosse molto seria,
tutt’altro!... Ma i suoi dentini bianchi e le sue lunghe trecce bionde,
il suo camminare a piccoli passi, e non so qual grazia leggera contenuta
in ognuno de’ suoi movimenti, attraevano la simpatia di chiunque la
guardasse, anzi portavan un soffio di vita giovine in quel nostro
vecchio Castello, dalle stanze per noi troppo solenni ed in parte anche
disabitate. M.lle Odette suonava il pianoforte con vera maestrìa;
cantava molto bene le sue vecchie canzoni di Francia; nei prati del
parco giocava con me al volano come se avesse ancora la spensieratezza
d’una fanciulla di vent’anni.
Una sera, verso l’ora del pranzo, mio padre fece chiamare M.lle Odette
nella grande biblioteca ov’egli teneva i registri della sua infelice
amministrazione, e la fece chiamare in forma dirò così ufficiale,
mandando il vecchio domestico James a dirle che Lord W. aspettava M.lle
Odette nella sua biblioteca.
Odette mi prese per mano, e scendemmo. Faceva quasi buio. Le tende si
gonfiavano. I due finestroni aperti verso il parco lasciavano entrare a
folate il vento serale, in cui pareva gocciolassero le resine dei pini.
Lord W., mio padre, stava seduto alla sua scrivania, con i due gomiti su
la cartella, e súbito m’accorsi che la mia presenza inattesa gli dava
una certa preoccupazione.
--Asseyez-vous, Mademoiselle Odette,--disse mio padre. Poi
soggiunse:--Madlen pouvait très bien ne pas descendre avec vous.
Poichè la sua osservazione rimase priva di risposta, Lord W., mio padre,
mise in ordine alcuni scartafacci ch’erano su la scrivania, poi
cominciò, con una voce monotona, questo grave discorso:
--Ma situation financière n’étant plus aussi brillante qu’elle était
autrefois, j’ai le devoir de réduire nos dépenses, afin de ne pas
entamer la fortune de ma fille...--Poi si confuse, arruffò le parole in
modo che non si comprendeva bene cosa volesse dire, e la conclusione fu
questa: che M.lle Odette dovesse cercarsi un altro servizio, poichè, per
mille ragioni non del tutto comprensibili, era opportuno che M.lle
Odette se ne andasse via da casa nostra.
Mi ricordo che M.lle Odette non rispose parola; solo si coverse la
faccia con un braccio, e pianse, io, su per le scale, vedendo piangere
Odette, cominciai a piangere anch’io.
Non so bene cos’accadde: certo è che M.lle Odette non andò via. Non fece
neanche i bauli; rimase triste qualche giorno, poi ricominciò a ridere.
Dopo quel giorno Lord W., mio padre, non parlò più di allontanarla da
casa nostra, ed anzi, quando vedeva M.lle Odette, la sua lunga faccia
scura si rasserenava come per incanto.
Il vecchio James, grigio, un po’ curvo, ringhioso, testardo e fedele
come un cane da guardia, sempre agghindato nella sua decrepita livrea
filettata di giallo, non poteva soffrire «quella francesina», come la
chiamava lui, ch’era venuta a comandare in casa d’altri ed anzi era
stata ammessa, contro ogni regola della tradizione, alla nostra così
deserta mensa familiare. La sua antipatia per «la francesina» era tanto
acerba e così poco giustificata, che un bel giorno pensai di domandarne
a lui stesso la ragione. Ora, quel giorno, io dovevo costruire una certa
gabbietta per un grillo che mi avevano regalato; e, benchè mi fossi
tagliuzzate le dita nell’acuminare legnetti e piuoli, era tempo
sprecato, la mia gabbia mal connessa certo avrebbe lasciato scappare il
grillo. Così mi rivolsi all’esperienza del vecchio James, che in quel
pomeriggio un po’ caldo si era seduto sotto il portico interno a
prendere il fresco.
--Ora vengo, miss Madlen,--rispose il vecchio James;--lasciátemi solo
togliere la marsina, perchè non si sciupi. Andremo nel parco e vi
costruirò la gabbia per il grillo. Ma il grillo dove l’avete?
--L’ho chiuso in un cassettone.
--E gli avete dato qualcosa da mangiare?
--Sì, gli ho dato da mangiare.
--Cosa gli avete dato?
--Sotto un vaso ho preso un verme; poi tre mosche.
--Ah, che sciocca! non sapete nemmeno cosa preferiscono i grilli!
Poi, quando fummo nel bosco, egli scelse con molta cura i ramoscelli che
gli occorrevano e cominciò piano piano a costruire la casa per il
grillo. Faceva le legature con piccoli vincigli di solide stoppie;
mentre lavorava, mi domandò:
--E «la signorina francesina» dov’è, che non la si vede?
--Ora è su in camera, e sta rinfrescando i miei pizzi.
Il vecchio James sogghignò, e mi fece vedere tutti i suoi grossi denti
gialli.--Ah! ah! se la passa bene in casa nostra, quella civetta che Dio
la maledica!
Io gli domandai:--James, perchè siete sempre così sgarbato con la povera
Odette?
--La povera Odette!... Ah! grazie! Per fortuna che voi siete innocente!
Ma quando lo sarete un po’ meno, anche voi domanderete alla «francesina»
cosa fa la notte invece di dormire...--Poi si dette un gran colpo su la
bocca, onde punirsi dell’aver parlato, e finì la costruzione della casa
per il grillo.
Ma quelle sue parole mi fecero d’un tratto indovinare molte cose. Io
dunque mi proposi di scoprir da me sola cosa faceva «la francesina»
invece di dormire, e, venuta la notte, in punta di piedi uscii dalla mia
camera, mi recai dietro l’uscio della camera di Odette. Accostai
l’occhio alla serratura; tutto era spento, non udii che il suo respiro
addormentato.
Vi andai la notte seguente. Fra le connessure dell’uscio, per la toppa
della serratura, filtrava una luce che nell’oscurità pareva intensa.
Udivo parlare sottovoce. Io, non so perchè, mi sentii così male, così
male, che per un momento ebbi l’impressione di sentirmi piegare le
ginocchia. Stavo su le mattonelle co’ piedi scalzi; avevo molto freddo,
i miei capelli sciolti mi cadevano su la faccia, su gli occhi. Poichè il
cuore mi batteva troppo forte, con ambedue le mani mi compressi il
petto, e forse allora per la prima volta, con una specie di paurosa
gioia mi accorsi de’ miei seni nascenti.
Mi piegai, misi l’occhio alla serratura; ma per la disposizione dei
mobili nella stanza non potevo riuscire a vedere che una finestra
chiusa, il lavabo, una poltrona e solamente un pezzo del grande
copripiedi rosso. Vedevo però assai bene, sotto le coltri, la forma del
corpo di Odette, dalle ginocchia in giù, muoversi...
Non saprei dire perchè, rimasi avvinta, ferma, piena di un’angoscia mai
provata. Mi drizzai, volli fuggire; non potevo. Ancora dovetti piegarmi
e paurosamente guardare. Il copripiedi stava per scivolare dal letto;
era sconvolto, arruffato; la forma del corpo di Odette non si muoveva
più. Le sue ginocchia, i suoi piedi, sollevavano appena la coltre;
qualcun altro, che doveva essere più in là, si mosse, discese, camminò,
se ne andò per un uscio interno. Avesse aperto quello dietro il quale io
stavo, e non avrei nemmeno avuta la forza di muovermi, per fuggire.
Tornò il silenzio; il silenzio profondo, assoluto, nella stanza, nel
corridoio, nella casa addormentata. Passò un tempo del quale non ho
memoria, poi vidi Odette scendere dal letto, cercare le pantofole,
venire verso il mezzo della camera, fermarsi davanti al lavabo, versare
acqua nei catini.
Ora la vedevo splendidamente, nella cruda luce. Non aveva sopra di sè
che i suoi lunghissimi capelli sciolti, i suoi capelli arruffati,
stupendi, gonfi e lucidi, che le scendevano sino all’anca, impigliandosi
e gonfiandosi ad ogni movimento su le perfette forme del suo corpo. Io,
veramente, non avevo mai creduto che Odette fosse così bella, e poichè
non avevo ancor mai veduta una donna del tutto nuda, guardavo lei, come
se vedessi una cosa per me nuova nel mondo.
Si lavava con minuzia e con attenzione, respirando forte; la sua faccia
mi sembrò piena di stanchezza, di sofferenza, d’irritazione. S’incipriò,
si fece la treccia, mise una bella camicia di fino batista; prese uno
specchio, lo sollevò davanti ad un altro per guardarsi la nuca. Nella
camicia trasparente vedevo così delinearsi la profondità dell’ascella
oscura e nascere, come un forte bócciolo gonfio di gioventù, il seno
impetuoso, che produceva una bella ombra nella tela fina.
Volli andarmene; anzi pensai:--«Ora devo andarmene. È tardi; fa freddo;
anche Odette fra poco spegnerà il lume...»
Invece non potevo. Ero lì, sempre lì, curva, incatenata. Ed allora,
senza bene intendere quel che facevo, d’un tratto la mia mano si alzò
fino alla serratura, cercai di girare la maniglia, feci rumore.
Odette venne all’uscio; vedendomi, s’impaurì.--«Che hai, Madlen? che
fai?...»--Parlava sottovoce, turbata, con il suo respiro caldo. Io non
risposi. Mi toccò la fronte, i capelli. Io non risposi. «Che fai,
Madlen?...» Solamente i miei occhi piangevano, mentre non piangeva la
mia gola, non la mia bocca, non io. «Perchè sei venuta, Madlen? Stai
male?...»--«Sì...»
E con tutta la mia debole forza m’avvinsi a quel suo braccio nudo. La
trascinai. Venne con me, nella mia camera. Il mio letto era sconvolto.
Mi coricai. La feci sedere su la coltre. Tenevo le sue mani, le sue
braccia, le sue spalle. Avevo terribilmente voglia, non so perchè, di
baciare la sua bocca. Le misi un braccio intorno al collo, intorno alla
nuca, la sua bella nuca scintillante... Così la piegai, la costrinsi ad
affondare il capo nel mio guanciale...
Dormimmo.
. . . . . . . . . . .
In quella stanza era un trofeo d’armi; una immensa tavola nuda,
macchiata d’inchiostro, logora dai tarli; due vecchi armadii, qualche
sedia di velluto, un braciere pieno di cenere.
Lì studiavo. Le finestre davano su la corte. Un vecchissimo cavallo di
mio padre vi camminava tutta la mattinata. James lo teneva per la
briglia. Si chiamava Ramir. Aveva, credo, vent’anni. Era stato il
preferito hunter di mio padre, e gloriosamente aveva galoppato per tutta
la contea. Negli ultimi anni lo attaccava qualche volta il fattore al
suo barroccio, per farsi condurre ai mercati vicini; ma ora il barroccio
stava nella rimessa con le stanghe all’aria, carico di ragnateli.
Piuttosto che vendere Ramir, mio padre si sarebbe fatto amputare un
braccio. Benchè non l’adoperasse mai, James doveva tutte le settimane
lucidare la vecchia sella. Così, a furia di strofinarla, si era
spelacchiata. E Ramir, ben satollo di fieno maggengo e di avena soffice,
calpestava i ciottoli della corte, cacciandosi via le mosche. Io gli
portavo zucchero e pane; Ramir, col suo muso bianco, mi sporcava di
schiuma le camicette. Quando giungeva il diacono Ralph per impartirmi la
sua lezione, sempre udivo il vecchio James dirgli:
--Salga pure, signor diacono; la piccina è su che lo aspetta.
Mi chiamava «la piccina», sebbene già di mezza fronte superassi la sua.
Quando si è state piccole nelle braccia di un vecchio uomo, per
quest’uomo non si diventa grandi mai.
James, nella corte, faceva interminabili discorsi al furbo Ramir.
Questi, ogni tanto, gli metteva il muso contro la spalla. Stando sempre
insieme, seguitando a girare così, tutte le mattine, ormai da lunghi
anni, erano giunti a somigliarsi un poco, l’uomo ed il cavallo; avevano
qualche volta gli stessi movimenti. Tac... tac-tac-tac... e ogni tanto
un inciampo.
D’improvviso il diacono Ralph entrava. La sua faccia pallida e fredda
non sorrideva mai. Si toglieva il mantello; mi guardava. Anzi mi
guardava con attenzione, quasi volesse indovinare se avevo quella
mattina l’anima pura. La sua statura un po’ troppo alta s’irrigidiva
qualche volta vicino alla mia; si fermava, come se in tutte le sue
membra, in ogni suo movimento, fosse una specie di pericolo. Poi, d’un
tratto, mi diceva quasi con ruvidità:--«Perchè vi siete lavata i
capelli?» Oppure:--«Cos’è questo profumo che ora portate?»
Io, con un singolare disagio, non gli rispondevo nemmeno. Però diventavo
rossa. Il diacono Ralph aveva due crudeli occhi, troppo virili, troppo
accesi di fiamma interiore. Spesso ero costretta, senza una ragione
palese, a chinare i miei. Quando mi guardava, io provavo con irritazione
la gioia d’esser bella. Fu il primo uomo davanti al quale m’accorsi del
peso che avevano i miei capelli splendenti, della forma che aveva il mio
corpo giovine.
Quando non sapevo una cosa, egli s’irritava straordinariamente.
Diceva:--«Non va! non va!--e si alzava, camminava per la stanza. Era
troppo alto; non portava i capelli abbastanza corti, per un prete. Poi
mi spiegava lentamente quello che non avevo compreso.
Ma queste sue lezioni diventavano di giorno in giorno più faticose; non
per quello che m’insegnava, ma per la sua presenza, per quel che v’era
d’innaturale, di assorto, quasi di temibile in lui.
Veniva la mattina, quand’ero da poco levata. I miei capelli brillavano;
io lo sentivo; le mie mani profumate, se per caso toccavano la sua
veste, vi lasciavano, come ali di farfalla, un po’ di cipria.
Qualche volta mi pareva che i suoi occhi si avvincessero alle mie nude
caviglie. Di primavera le tre finestre aperte mandavano su a vampate,
nei raggi del sole, il profumo nuovo delle violette. Spesso un colpo di
vento scompigliava d’improvviso tutte le pagine de’ miei libri. Ed io
ridevo. Egli no. Egli seguitava a parlare, impassibile, un po’ curvato
su me. Qualche volta il suo respiro mi toccava le mani. Ciò mi dava
noia. Quasi di nascosto le ritraevo. Allora i suoi occhi diventavano
scuri. A poco a poco la sua voce mi girava intorno, come si gira intorno
ad una preda. Quest’uomo di trentacinque anni, questo mio educatore,
questo prete, aveva una faccia consumata, non saprei dire se dal vizio,
dall’astinenza o dal dolore; sembrava intelligente: forse non lo era;
sembrava un malato, un incatenato, un soggiogatore di uomini costretto a
servirli, un distruttore di obbedienze curvato a fatica sotto il giogo
dell’umiltà. Non mi parlava quasi mai di religione.
Io non ero più innocente. Avevo già peccato, da me stessa, e pensando
all’amore. Quando le mattine erano calde, o molto profumate, e i miei
capelli, scuri, biondi, pesavano più del consueto, qualche volta la sua
voce, così vicina al mio respiro, mi dava una specie di soffocazione;
sentivo la sua presenza pesare su me, come una forza la quale tentasse
di coricarmi, e v’eran momenti ne’ quali mi toccava rovesciarmi
all’indietro, chiudere gli occhi, un po’ sopraffatta...
Egli se ne avvedeva. Diventava pallido. Cessava d’improvviso dal
parlare. Io pure. Si taceva. Tra quel silenzio sentivo nascere in me
stessa il buon odore della mia nudità.
Una mattina--(era quasi l’estate, faceva caldo, le praterie si muovevano,
gonfie di profumo e di rumore)--una mattina io stavo scrivendo su quella
tavola nuda, ruvida; egli era presso me, contro lo spigolo, e guardando
la mia scrittura, con lentezza, con chiarezza mi dettava.
Il sole entrò. A poco a poco invase la tavola. Giunse al mio gomito.
Avvolse il mio braccio. S’impadronì della mia spalla. Fasciò la mia
nuca. Toccò la mia guancia... Dovetti ritrarmi.
Così gli ero più vicina. E il sole camminava. Dopo qualche istante
illuminò di nuovo la mia mano, prese tutto il mio braccio, m’entrò nella
bocca, rise ne’ miei occhi... Dovetti ancora muovere la seggiola,
sottrarmi a questo raggio che mi voleva, a questo fulgore che sempre più
mi sospingeva, lentamente, verso il diacono Ralph.
Quando fui di nuovo tutta nell’ombra, i miei occhi lo guardarono. Mi
pareva di essere quasi nuda; il riflesso del sole mi rendeva
trasparente. Le mie braccia calde, la mia gola viva, il mio seno gonfio
di respiro, aspettavano quasi con impudicizia la irritata gioia di
sentirsi offendere...
Mi piegai; strinsi i gomiti; mi raccolsi tra le mani la faccia. Ora non
vedevo più il sole. Ma lo sentivo a poco a poco salire, invadermi,
abbracciarmi, ubbriacarmi... era in me, ne’ miei sensi, nel colore de’
miei vivi capelli, entrava, m’irradiava tutto l’essere, mi empiva di
estate l’anima...
E poichè i miei polsi erano congiunti, sentii che una mano li strinse,
li piegò, mi curvò, smemorata, nella fiamma del raggio di sole...
Quando capii che le mie vene troppo gonfie di primavera stavano per
inginocchiarmi, tutta viva, tutta ebbra, sotto il potere della sua
bocca, risi, risi, ancora ebbi la forza di ridere, nel sole, come una
pazza...
Non mi fece male. Se ne andò come un ubbriaco. Disse a mio padre che
avevo tutto imparato. Non lo vidi più.
----
Odette era la mia compagna, la mia amica, la sola mia confidente. Nè io
potevo dimenticare quella notte già lontana.
Ho detto innanzi che, dopo essermi rifugiata con lei sotto la mia
coltre, dopo averla fatta giacere sul mio guanciale, chiusi gli occhi e
dormii.
Non è vero. Chiusi gli occhi e piansi.
Ma una sola coltre ci avvolgeva, ed era la prima volta che sentivo il
tepore di un altro essere prendere me. Non potevo nemmeno ricordarmi chi
era; stavo così bene vicino a lei; tutto il peso de’ suoi capelli
soffici e caldi mi traboccava su la spalla ingombrata; le sue braccia
morbide, impure, avvinte alla mia persona mai da nessuno abbracciata,
oscuramente mi facevano sentire il bisogno di coricarmi supina.
Era tardi; faceva un po’ freddo; su noi, su la nostra coltre, dormiva un
raggio di stelle. Nei vetri più alti, contro il cielo, qualche lontana
cima d’albero si muoveva. Nella vasta notte non si udiva neanche un
rumore.
Ma io sentivo perdutamente il desiderio di soffocare ne’ suoi gonfi
capelli la mia bocca innamorata. Il suo respiro mi toccava, mi parlava;
era inebbriante come un forte profumo. Le parole sommesse, leggere,
pericolose come lenti baci, mi carezzavano la bocca, mi scendevano,
senza rumore, fin sull’anima...
--«... Se tu sapessi come non ho voluto, Madlen!... Era più d’un anno che
gli dicevo di no, di no... tutte le sere... Ma qualche volta l’ho veduto
piangere... E tu non sai com’è triste veder piangere un uomo. Allora,
per non partire, per non andarmene via da te, una sera ho chiuso gli
occhi, ed ho sentito la sua bocca fredda, la sua bocca pallida...
pesare, pesare terribilmente su la mia...»
Forse non l’ascoltavo nemmeno più. Ne’ miei sensi traboccava la memoria
di altre cose infinite, cose da nulla, pressochè inafferrabili, che
nondimeno erano state fra lei e me.
Avevo perduto per sempre il mio cuore di fanciulla. Ed ora,
improvvisamente, mi rammentavo certe sue parole, certi suoi movimenti
súbito repressi, qualche sua maniera di guardarmi, di toccarmi, di
vigilare la mia bellezza nascente, qualche suo riso innaturale, buio,
quando scopriva ne’ miei occhi di vergine la traccia notturna de’ miei
primi peccati.
Già da lunghi mesi Odette aveva cominciato a parlarmi di cose d’amore
come soltanto si parla fra due vere donne. Talvolta mi fissava, mi
fissava lungamente, con le sue ciglia quasi d’oro abbassate su gli occhi
splendenti, e mi fissava mutando colore, con un leggero cerchio d’ombra
che le scendeva sino agli angoli della bocca.
Giorno e sera noi eravamo insieme; la nostra intimità era maggiore che
fra due sorelle. Io mi chiamavo Madlen, ella Odette: i nostri due nomi
così lievi erano la cosa più fresca, più ilare, in quella vecchia
provincia.
E troppo sovente noi parlavamo d’amore. Anzi, ella ne parlava; io no. Io
l’ascoltavo. L’ascoltavo senza batter ciglio, con un senso di profonda e
voluttuosa paura. Mi raccontava di avere appartenuto a qualche amante;
me lo diceva, le prime volte, con parole imprecise. Ma quella sua voce
calda, lenta, che somigliava un poco alla sua maniera di muoversi, mi
faceva immaginare le carezze, le complicate carezze ch’ella doveva saper
dare ad un amante.
Si vestiva sempre così bene; aveva di sè una cura infinita; i suoi
trent’anni parevan meno di venticinque; si vedeva ch’era impossibile,
per lei, far a meno dell’amore. Sapeva cucire, cantare; sapeva scegliere
i bei libri e tagliare le fine stoffe, dipingersi un po’ troppo gli
occhi e suonare a memoria Bach; sapeva rendere piena di tentazione la
mia vita deserta.
A poco a poco, senza che io me ne avvedessi, ella incominciava con
divenire il mio vizio. Fra lei e me nessuna cosa era vietata; potevo
entrare nella sua camera, Odette nella mia, quando mi vestivo, quando mi
spogliavo, ad ogni momento. Ma io, per non essere indiscreta, prima di
entrare nella camera di Odette sempre battevo all’uscio, e non vi andavo
se non quando era necessario. Ella no; ella da me veniva senza ragione
alcuna, e sempre amava essere con me, nel bagno, nello spogliatoio, in
quelle ore d’intimità, quando anche gli occhi d’una sorella possono
divenire importuni.
Allora Odette, molto spesso, con l’aria di far quello che faceva
quand’ero una bimba, s’impadroniva di me, de’ miei capelli, della mia
gola bianca e nuda, mi pettinava, m’incipriava tutta la persona, e sul
mio corpo nuovo come un fiore lentamente muoveva le sue dita pallide.
Alle volte, mentr’io mi nascondevo sotto i miei capelli, tutta paurosa
di me, voleva mi guardassi nello specchio per vedere quanto ero bella.
Sì, bella ero splendidamente, bella e matura per il peccato, così bella
che non potevo guardare l’oscurità del mio grembo innocente, il pallore
de’ miei seni erti, senza pensare alla gioia infinita, che di notte, nel
buio, soffocando, ero costretta a prodigarmi...
Talvolta io stessa la trattenevo a sedere su l’orlo del mio letto,
finchè mi fossi addormentata. Ciò accadeva sopra tutto quando eravamo
sole nel Castello ed il silenzio mi pareva risuonasse di lontani
strepiti, fra quelle mura disabitate.
Quando sedeva su l’orlo della mia coltre, Odette, nelle sere
dell’inverno, ed i suoi braccialetti, brillando, si premevan nel mio
guanciale profumato, noi parlavamo a lungo, sottovoce, di cose veramente
colpevoli, o tremando, bocca su bocca, leggevamo qualche storia d’amore.
Presso il mio capezzale stava sempre un vecchio libro di preghiere.
Quando mi aveva raccontato qualcosa di troppo torbido, e sentiva nel
tepore della coltre leggermente il mio corpo tremare, allora prendeva
quel libro, lo apriva, sempre alla stessa pagina, e senza muoversi,
molto piano, con la voce alterata, leggeva una bella preghiera che, mi
ricordo, cominciava così:
«-Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé par mi
les pécheresses...-»
Ma una sera noi rimanemmo sole. In città si facevano le elezioni. Già da
un mese Lord W., mio padre, non faceva che aggirarsi per la biblioteca,
declamando con foga oratoria certi suoi lunghi discorsi molto rumorosi e
niente affatto eloquenti. Infine partì, ben sicuro d’esser l’uomo più
necessario alla politica dell’Impero Britannico.
Mi ricordo che faceva quella sera un terribile vento; il parco non era
che una fragorosa burrasca di foglie arruffate. Già doveva esser tardi,
forse le undici di notte, non so. Dietro le finestre, nell’aria
splendidamente limpida, si vedevano bruciare le stelle. Un non so che di
selvaggio penetrava tra muro e muro; io non potevo star ferma; quel
rumore, quello splendore, si propagavano in me, dandomi una specie di
febbre.
Tutti nel Castello erano già coricati. Noi due sole, in quella nitida
sera di Marzo, rimanevamo ancora vicino al fuoco spento. Sui nostri
telai formava un bianco ricamo il colore delle stelle. Nei vasi erano
fiori odorosissimi, raccolti a fascio. Il vento saliva, scendeva, nel
camino spento, muovendo la cenere.
Odette era sprofondata in una grande poltrona scura; vedevo le sue
braccia nude fino al gomito, vedevo le sue belle caviglie, del tutto
scoverte, nelle calze di filo nero, che parevan d’argento. E la macchia
de’ suoi capelli biondi, sul velluto scuro, sembrava quasi un vortice di
fumo.
Allora una péndola suonò. Io mi levai; ella pure. Salimmo le scale
insieme, con lentezza, fermándoci ogni tratto. Siccome l’elettricità si
era interrotta, coprivamo con le nostre mani aperte le fiamme delle
candele.
Giunte sopra, Odette mi guardò. Era estremamente pallida; le sue ciglia
d’oro le facevano battere fin contro le narici un lungo riflesso quasi
livido. La sua bocca non sorrideva come sempre; anzi aveva un non so che
di sciupato, come la bocca di chi voglia reprimere un intenso piacere,
un dolore acuto. Per non guardare lei, guardavo la candela gocciolante;
cercavo di non pensare ad altro che agli scrosci fragorosi del vento. La
fiammella si piegava, sfuggiva, guizzava, in rapidissimi fiocchi neri.
Ma io stessa mi sentivo come lei: pallida e con la bocca sciupata.
In fondo al corridoio, con fragore, una porta si spalancò.
Era il vento. Le due candele si spensero.
Il vento c’investì con impeto, quasi volesse attorcigliarsi ai nostri
fianchi, strappare via le gonne dalle nostre cinture.
Odette mi pose una mano sul braccio; disse, tra il vento:--«Spógliati.
Verrò da te; leggeremo un libro.»
Dall’invetriata ch’era nel fondo le stelle macchiavano il corridoio
d’una luce fredda e verde. Non risposi. La vidi andar via rapidamente.
Io restai qualche attimo ferma; il cuore mi batteva. Poi, siccome
sentivo le mie trecce sciogliersi, andai, camminando su le stelle, a
chiudere quella porta spalancata.
Entrai nella mia camera senz’accendere il lume. Nello splendore delle
due finestre si vedeva il parco arruffare nel vento le sue mille
criniere. Gli abeti si piegavano tutti da una parte come grandi vele
buie. Mi appoggiai con la fronte ai vetri, dai quali filtrava una lama
di vento, sottile. Guardai l’erba dei prati, che scorreva, come se la
traversassero in furia cento ruscelli. Sentivo il peso delle mie trecce
pesarmi fin su l’anima. Non ero più io, non conoscevo più me stessa, mi
sembrava di attendere un’anima straniera che stesse per entrare in me.
Il campanile, dal borgo invisibile, suonò l’ora. Mi parve di vedere
questi larghi rintocchi andarsene per l’aria infuriata come pesanti
mantelli gonfi di sonorità. Pensavo alla pallida fronte del diácono
Ralph, a’ suoi bellissimi occhi freddi come l’argento...
Non era più nel borgo il diácono Ralph. Dov’era il diácono Ralph?...
Mi slacciai la gonna, mi slacciai la camicetta, mi tolsi le forcelle
dalle trecce, ad una ad una. Così facendo pensavo alle ragazze che sono
tranquille, che non hanno bisogno d’amore, che vanno a letto con un po’
di civetteria, ma senza mai sentirsi così male...
Avrei voluto essere come loro; addormentarmi anch’io, tranquilla, con le
due mani in croce sul petto, finchè tornasse, la mattina dopo, il
sole...
Non mi pettinai; non misi profumo nè cipria; non andai nemmeno a
guardarmi nello specchio. Indossai una leggera vestaglia, e per togliere
le scarpe, le calze, mi sedetti su l’orlo del letto. Io non pensavo
all’amore; pensavo terribilmente a lei, a me...
In quel momento entrò Odette.
Chiusi gli occhi; mi feriva in tutta la carne la gioia più grande, più
paurosa, che provai nella vita.
Poi cessò. Mi parve di essere morta. Rimasi lì, ferma, con la mano che
più non sapeva togliere la calza; una gamba scoverta la gola nuda...
Ella mi disse:--«Non sei ancora svestita?» E venne lì vicino, rovesciò
del tutto la calza, me la tolse dal piede. Svestita?... Sì, lo ero. E
perchè me lo domandava? Troppo lo ero; quasi non avevo su me che la mia
bellezza e la paura di me stessa. Nel chinarsi, anche la sua vestaglia
s’aperse. Mi sentii venire contro la faccia, negli occhi, nella bocca,
nel respiro, un intenso buon odore di cipria calda e profumata.
Ella tornò a dire:--«Non sei ancora svestita?» Lo disse con una voce
opaca, una voce sorda, pesante, esasperata, una voce che dissipava
l’ultimo indugio. Vedeva bene la mia gola rovesciata; vedeva bene che mi
restava solo da entrare sotto le coltri.
E mormorò:--«Córicati...»--Mi tolse la vestaglia, sollevò il lenzuolo, mi
appoggiò la bocca su la fronte, per aiutarmi col suo peso a cader
supina.
Poi mi coverse; radunò sul guanciale i miei capelli disordinati;
ravvolse la coltre, piano piano, intorno alla mia gola.
Faceva tutto ciò naturalmente, come una buona sorella, con le sue mani
troppo calde, col suo respiro troppo intenso, lasciando sbocciare dalla
vestaglia i seni malnascosti, che tremavano. I suoi magnifici capelli
biondi formavano un semplice nodo, una specie di voluminosa matassa, che
da un lato, mal rattenuta, le ingombrava tutta una spalla.
Io chiusi gli occhi. Non la volevo nemmeno guardare. Ma pensavo agli
occhi freddi come l’argento, alla faccia devastata e bella del diácono
Ralph...
Allora ella sedette su l’orlo del letto, piegata su me, reggendosi ad un
gomito che affondava nel guanciale. Non ricordo bene cosa disse... molte
parole, delle quali sentivo sopra tutto il fiato; il fiato caldo,
vicino, insistente, gonfio d’una specie di grido represso, che mi
toccava come tocca una mano, come un labbro bacia, come un amante si
dà...
E quella voce mi penetrava nelle vene, spossandomi, ravvolgendo con
insidiosa lentezza il mio corpo inebbriato; anzi non l’ascoltavo nemmeno
più: era una voce piena di gioia carnale, che si confondeva quasi al
rumore del vento, al colore bianco delle stelle, a tutto il piacere
infinito che stava per nascere in me...
A poco a poco, le parole che mi diceva--parole che non ricordo e non so
quali fossero--divenivan più pesanti, più sorde, cadevano su le mie
palpebre chiuse, baciavano la mia bocca umida, mentr’io sentivo, ed ella
pure sentiva, il mio grembo tutto tremante sollevarsi, pieno di
felicità...
Nell’urto che ci avvinse, cadde il libro di preghiere.
E il vento pregava per noi, cantando, nella notte scintillante:
«-Dénoue tes cheveux, Marie Madeleine, ô toi qui as le plus aimé parmi
les pécheresses...-»
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Ma Egli andava coi poveri, co’ gli umili, coi veri derelitti, e vestiva
il lino tessuto su’ telai delle più misere filatrici, e beveva l’acqua
di carità nelle ciotole degli arsi cammellieri, e dormiva ne’ roseti,
ne’ palmeti, su l’erba ove nascosta germina la fragrante viola di Galil,
sicchè la sua bianca tunica sempre mandava odore di rugiada mattutina e
di erba selvatica.
E quest’Uomo ch’era il più povero fra tutti i poveri di Palestina,
passava davanti ai cancelli dei patrizi, e non volgeva lo sguardo;
passava davanti ai palazzi dei plutócrati superbi e dissoluti, passava
davanti ai teatri senza statue, dai frontoni dipinti, ove i mimi
imbellettati come cortigiane satireggiavano con scaltre adulazioni la
Romanità goffa e prepotente; passava davanti alle bacheche dei cambisti,
ove rilucevano le monete auree di tutto il Mediterraneo, passava davanti
alle mostre dei venditori di toghe e di clámidi, con l’insegna dipinta
di fresco in lettere latine per allettare il centurione dispendioso ed
ignorante, passava per i vicoli ambigui ove le belle prostitute di Siria
cantavano con voce flautata per allettare il danaroso viandante, passava
davanti ai collegi della dura sapienza giudaica, davanti alle
gioiellerie piene di gemme, ai fabbricatori di vassoi d’argento, agli
empori di tappeti mesopotamici, alle fabbriche di ánfore, ai fini
cesellatori di spade, ai librai che ostentavano edizioni alluminate di
pergamene elleniche, passava nell’empio cuore della città satanica,
alto, muto, e mai non volgeva lo sguardo.
In estate i bagni si gremivano; le bellissime donne di Giuda
corrompevano con un’occhiata la giustizia dei governatori latini,
carichi d’anelli e di collane trafugate nei saccheggi. Ogni tanto veniva
la notizia d’una lontana vittoria di Cesare; i banchieri ed i
commercianti s’impensierivano, pensando all’imminenza di nuovi balzelli.
Nelle affollate gelaterie, su tavolini di giunco flessibile, si
consumavano chiacchierando sciroppi e sorbetti simili a neve profumata,
che gli schiavi apprestavano entro scorze di lucenti melagrane;
sottovoce si deridevan le pessime abbigliature, i movimenti scomposti,
ma sopra tutto le grosse mani ed i piedi plebei che avevan le mogli de’
funzionari cesárei; si parlava di Roma come d’una immensa città
coloniale, piena di borghesi arricchiti e di despoti altrettanto
provvisori quanto balordi; chi poi diceva di venir da Roma e parlava
della sua magnificenza barbarica, era da tutti ascoltato, interrogato,
con una specie di curiosità sospettosa ed incredula.
Ogni tanto, per le strade ben pavimentate, passava a cavallo un giovine
patrizio di Giuda, ufficiale nella guardia romana, pallido ed effeminato
sotto l’alto elmo, che mal nascondeva in quelle fisionomie di decadenti
l’intima vergogna della irredimibile servitù. Quel parlar grave della
gente di Palestina metteva nell’aria un non so che di musicale, una
specie di ronzìo calmo e vasto, che pareva la nenia voluttuosa di un
popolo semidormente, la voce senza convinzione di anime passate al di
là.
Una bella stoffa, un prodigioso anello, una pettinatura insolita e
complicata, un motto di spirito, la notizia d’un fidanzamento, la
straordinaria ladreria di qualche beduino crudele, gli spettacoli dei
nuovi anfiteatri che si stavano aprendo, la questione dei precettori
stranieri che pervertivano gli adolescenti e quella dei linguacciuti
liberti che spadroneggiavano in tutte le case, il pericolo delle spie,
quasi tutte greche o levantine, cui non sfuggiva il minimo pretesto per
fare una denunzia o per tentare un ricatto, le prolusioni sapientissime
che i Dottori tenevan ne’ cortili del Tempio, dinanzi ad immensi
uditorii fra i quali nessuno si dava la pena di capire un’acca,
l’imbarazzo del Procuratore, il quale non mancava di perdere il filo e
di arruffare scempiaggini tutte le volte che aveva da parlare in
pubblico, ma sopra tutto il colorito sanguigno e le poppe indecenti che
aveva la moglie di costui, plebea ricca di bitorzoli e scarsa di virtù,
la quale faceva commettere un numero infinito di sciocchezze al
rappresentante di Cesare, le canzoni esotiche venute in Palestina coi
navigatori o con gli schiavi d’altre terre, le satire nelle quali si
tradiva il terribile spirito ironico della razza giudaica:--tutto ciò
formava l’argomento de’ discorsi consueti e pareva occupasse l’anima
superficialmente lieve di questa incatenata metropoli, più che l’epopea
mondiale degli eserciti romani o la distruzione lenta che Giuda subiva
sotto il regno del vile Tetrarca.
Ma Egli andava coi poveri, co’ gli umili, con i buoni derelitti, e
dappertutto era dove la fedeltà inestirpabile dalla razza batteva nelle
vene del popolo, e dappertutto era dove il sogno dei mistici antichi
rinasceva nella disperata nostalgia della gente semitica, e dappertutto
era dove i piegati, i flagellati, i curvi sotto le ingiustizie del
mondo, i preclusi al paradiso terrestre sognavano l’appressarsi del
regno di Dio; e dappertutto era dove la scintilla d’un sogno folle
poteva incendiare, come un granaio ricolmo di biade aride, la infinita
miseria del terribile mondo.
E la sera, davanti ai casolari, Egli passava, con il suo viso di uomo
che abbia tutto pensato, e carezzava la tonda fronte ispida, il ricciuto
vello ebraico dei fanciullini ch’egli amava; e stando vicino ai pozzi,
quando l’ora imbruniva, quando il cigolar delle secchie portava in su
l’acqua buia come se fosse piena di stelle, parlava dolcemente con le
vecchie femmine ancor onuste di tarda maternità, con le spose dalle
guance vellutate, con le adolescenti non ancor possedute, parlava coi
duri artieri, con la plebaglia senza moneta, con i gaglioffi e con gli
agguantatori che le guardie tenevano d’occhio, e parlava per tutti
ugualmente, nella maniera più dolce che mai s’era udita, lasciando un
lembo di sè stesso in chiunque parlava con lui.
Sicchè un giorno cominciarono con dire:--Questi è l’uomo che or venne da
poco annunziando il Battista; il re di tutti i miserabili, che avrà per
corona il serto di spini, per scettro il chiodo infitto nella mano.»
Ed un altro giorno dissero:--«Egli guarisce, Egli monda, Egli rigenera.»
Ed infatti, una volta, quando venne l’uomo ossessionato,--e tutta la
piazza era davanti--egli disse:--«Ma tu perchè farnetichi e ti fai male
con le tue stesse mani? Vieni a me, lascia che io ti tocchi, e sarai
libero da ogni dannazione.»
Così fece l’ossesso--e tutta la piazza vide il miracolo--e rimase
prosternata fin quando Egli sparì.
Un’altra volta venne a lui il paralitico, e la sua mano lo disciolse;
venne il mútolo, e questi parlò. Tutti quelli che pativano furon da lui
medicati. E già si parlava in ogni piazza del bianco taumaturgo, e tutti
venivano, e tutti, senza erba nè farmaco, venivano mandati alle lor
case, liberi dal morbo che li flagellava.
Poichè sopra tutto Egli diceva:--«Perdonate al vostro male, a chi vi dona
il male, a chi vuole che vi sia dato il male; poichè nel dolore umile,
nel dolore senza bestemmia è la via che conduce al bene ultimo. Anzi voi
dovete conoscere, uomini, che la felicità unica viene dal dolore.»
E v’era tutto un popolo, e v’era tutto un mondo ancor nuovo a questo
verbo di martirio e di purificazione, che usciva dai foschi tuguri,
pronto anch’esso alla croce del Calvario, pur di credere nelle parole
del bianco taumaturgo:
«La felicità unica viene dal dolore.»
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Ed io sentivo il grande spirito del Cristo elevarsi dalle oscure
moltitudini di Lourdes, ove un giorno eravamo tornati, Madlen ed io,
nonostante le beffe del devoto e sardanapalico Lord Pepe.
Questi era sazio di pellegrinare ai luoghi sacri della cattolicità e
meditava di ascendere con la bionda Litzine al primo ghiacciaio del Pic
du Midi, per quindi presentarsi come un puntatore inaspettato nel Casino
di Pau e chiedere un banco di mille marenghi.
Dopo il suo ritorno d’Oltremanica, questo banco di mille marenghi era
divenuto la sua fissazione. Ormai non gli pareva cosa ragionevole
cimentarsi al gioco in alcun altro modo:--l’esperienza gli consigliava di
attendere pazientemente che un banchiere fortunato avesse davanti a sè
questa lucida somma, poi sorgere d’improvviso, chiedere il banco,
voltare possibilmente un nove di qua, un nove di là, dare la buona notte
a tutti e ritirarsi per otto giorni a vita privata.
Maniera in fondo rispettabilissima d’intendere il gioco d’azzardo e,
secondo la legge darwiniana della lotta per l’esistenza, tutto quel
trascendentale senso dell’uman vivere che il duro Schopenhauer
riassumeva nell’istinto di sopraffazione.
Senonchè l’amabile filosofo ispano-britannico (in ciò di gran lunga
superiore al tetro tedesco) ammetteva con molta lucidezza di spirito
che, in luogo di far nove a destra e nove a sinistra, si potesse anche
per disavventura fare baccarà e baccarà.
Ed appunto per premunirsi contro questa non improbabile jattura, il
saggio Lord Pepe aveva molta fede nell’allenamento fisico, nel giusto
equilibrio dei nervi e dei muscoli, bene temprati alle fatiche della
selvaggia montagna:--perciò Lord Pepe aveva immaginata, e predisponeva
ora ne’ suoi minimi particolari, un’ascensione al Pic du Midi.
Egli riteneva--secondo una esperienza non meno scientifica di quella che
governa i miracoli di Lourdes--che la perfetta sanità e la pienezza delle
forze fisiche pongan l’umano spirito in uno stato di maravigliosa
antiveggenza, la qual consente perfino d’intuire i colpi favorevoli
nelle oscure fortune del giuoco di baccarà.
Questa geniale teoria, non meno seria di tutte le altre che sorgono,
brillano, e passano di moda, gli aveva date ormai conferme
indiscutibili, tantochè, se invece di sostare al primo ghiacciaio avesse
voluto arrampicarsi fino alla cima del Pic du Midi, non v’era ombra di
dubbio che il banco da chiedersi poteva essere magari di cinquemila
marenghi.
Ciò che importa, nelle cose terrestri, è credere ciecamente anche in
assurdità, volere con assoluta fede una cosa magari impossibile; chi
porta nel cuore la incontrastata certezza, già si trova per questo solo
fatto su la via del miracolo. Ed il miracolo forse non è che una suprema
ed oscura potenza della volontà umana.
In fin de’ conti, se un pazzo era Lord Pepe, il qual credeva
nell’influsso dell’aria di montagna su le fortune imprevedibili del
baccarà, qual nome si meritava la demenza nostra, la fede o la curiosità
nostra, che non esclude a priori le virtù miracolose di una fontana
d’acqua sorgiva su la guarigione delle piaghe insanabili?
In verità eravamo pazzi entrambi, o saggi entrambi, secondochè si voglia
nominare folle o giusta quella tentazione che l’uomo prova di voler
guardare oltre i confini della stessa logica ed oltre l’esperienza della
umana possibilità.
Per quanto sia mediocre il fine che lo tenta, c’è sempre un po’ di sogno
nell’uomo che insegue una chimera. E bisogna infine comprendere che
nessuna verità è perfetta quanto la verità sublime delle cose
impossibili.
Soltanto il meraviglioso è bello nella vita, nè importa voler conoscere
per qual modo esso avvenga.
Questo noi cercavamo tra le oscure folle di Lourdes, nella grande attesa
del miracolo che percoteva la cristianità infinita.
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